La rinuncia a parlare in italiano

Negare l’anglicizzazione della lingua italiana è ormai insostenibile. A farlo sono rimasti solo alcuni linguisti che non si sa bene dove vivano, forse in una torre di avorio slegata dal mondo del lavoro, della formazione, dell’informatica, dei giornali e della realtà. Del resto non furono certo i linguisti a comprendere, negli anni Sessanta, che l’italiano ottocentesco basato sui testi letterari e sul toscano era finito. Fu invece un intellettuale come Pier Paolo Pasolini, in un articolo su Rinascita del 26 dicembre 1964 ad aprire gli occhi agli intellettuali, ai letterati e ai linguisti (che inizialmente lo attaccarono) mostrando loro che il nuovo italiano era tecnologizzato, raccoglieva gli influssi del modo di parlare del Nord (il nuovo centro di irradiazione) ed era sempre più policentrico.

L’interferenza linguistica è un fenomeno normale e positivo, la colonizzazione no

Oggi, la nuova questione linguistica riguarda soprattutto l’itanglese e la rinuncia a parlare in italiano. È un’ovvietà sotto gli occhi di tutti, tranne di qualche barone universitario e di qualche “specialista” avulso dalla realtà, che come un disco incantato sostiene che l’accoglimento dei forestierismi è un fenomeno normale che c’è sempre stato fin dai tempi di Dante: un concetto lapalissiano che non ha nulla a che fare con la questione attuale dell’itanglese. Il punto è un altro: è un problema di numeri! Non c’è nulla di male ad accogliere un centinaio di ispanismi, di germanismi, una manciata di parole giapponesi o arabe e nemmeno poco meno di un migliaio di francesismi, visto che i sostrati del francese sono plurisecolari. Non c’è nulla di strano, di pericoloso e nemmeno di male ad accogliere migliaia e migliaia di parole straniere, se vengono adattate ai nostri suoni e alle nostre regole. Questi cambiamenti, insieme alle neologie e all’entrata nella nostra lingua di parole locali e regionali, costituiscono una ricchezza, la spinta propulsiva, l’evoluzione linguistica necessaria, se non vogliano ingessare l’italiano nella lingua dei morti e se vogliamo che cresca e si adegui ai cambiamenti del mondo.

Ma non è affatto normale che dal secondo Dopoguerra oggi abbiamo importato 3.500 parole inglesi senza adattamenti. Non è normale che in 30 anni i 1.600 anglicismi del Devoto Oli siano diventati 3.500. Non è normale che la metà dei neologismi del nuovo Millennio di Zingarelli e Devoto Oli sia in inglese. Non è normale, per esempio, che il Devoto Oli del 2017 registri in totale 980 voci marcate “informatica” e che di queste ben 417 siano in inglese! Tutto ciò ha un altro nome. Si chiama colonizzazione o regressione dell’italiano, delle sue regole e dei suoi suoni. Si chiama incapacità di evolvere con neologismi autoctoni, per prenderli da una lingua e una cultura percepita come superiore.

Per la cronaca, i 3.500 anglicismi del Devoto Oli non sono sempre sovrapponibili ai 3.500 anglicismi che ho raccolto in un dizionario più “popolare”, AAA (Alternative Agli Anglicismi). I termini informatici inglesi da me raccolti, per esempio, sono di più: 573. Viceversa il Devoto Oli raccoglie oltre 300 sigle, contro le 87 riportate da me, cioè quelle più comuni. E così gli anglicismi della fisica nel Devoto Oli sono 72, ma io ne ho accolti solo 9, perché ho volutamente omesso i tecnicismi noti solo agli addetti ai lavori. In compenso ho incluso tantissimi anglicismi che circolano sulla stampa, e che di fatto esistono, anche se non sono (ancora) registrati dai dizionari (ma è solo questione di tempo). A un mese dalla messa in rete del mio lavoro, la cosa più sconcertante è che mi sono state indicate tante lacune. Dall’11 settembre 2018 a oggi ho aggiunto circa 60 nuovi lemmi (un paio al giorno) che mi sono stati segnalati dai lettori-partecipanti (e altrettante segnalazioni non le ho inserite perché erano occasionalismi, tecnicismi troppo di settore o parole di circolazione troppo bassa per lo spirito del mio lavoro). Dopo questo primo mese di vita di AAA mi sono reso conto che la partecipazione dei lettori è stata enorme, e che 3.500 sono pochi.

L’italiano? Una scelta “eccentrica”

Gli addetti ai lavori negazionisti sono rimasti i soli, ormai, a non rendersi conto del linguaggio con cui la gente comune è costretta ad avere a che fare tutti i giorni.

“Grazie al vostro dizionario – scrive una mamma che allega anche le immagini – sono riuscita a capire cosa fosse il corso di coding che noi genitori non sapevamo proprio di cosa trattasse”.

CODING2

Non commento l’opportunità di presentare un corso con un nome simile, senza spiegazioni, rivolto ai bambini delle elementari; spero solo che questo tipo di comunicazione penalizzi le società o le “fab-lab” che propongono questi corsi e mi auguro che vengano disertati. Ma di missive del genere me ne stanno arrivando tante.

“Mi sono iscritta a un master a Bologna che si intitola: Banking and finance litigation. Chiamarlo contenzioso bancario e finanziario, no?” Scrive un avvocato.

Sì, perché la “gente” non significa il popolino o “l’utente medio” con le sue connotazioni limitative. La gente è fatta anche di persone di cultura.

“Trovo questa piattaforma di estrema utilità. Sono direttore di una rivista scientifica italiana e cerco in tutti i modi di evitare di infarcire i contributi pubblicati di anglicismi non necessari e consultarvi mi è molto utile”.

Questi pochi esempi di una ben più larga partecipazione dimostrano che la rinuncia a parlare in italiano non solo è un fenomeno concreto, pratico e reale, ma che è anche sentito da un numero sempre crescente di persone, cioè di consumatori, di elettori, di cittadini che spero di riuscire prima o poi a organizzare in un movimento che sappia far sentire la propria voce presso i politici, le aziende, le scuole, i giornali e la classe dirigente che ha deciso di rinunciare all’italiano.

La rinuncia all’italiano la vivo sulla mia pelle nelle scuole di formazione per cui collaboro. Il linguaggio aziendale è ormai in itanglese (dalla nomenclatura delle professioni ai tecnicismi) e la comunicazione delle scuole e della formazione prepara a questo linguaggio. Perché diciamo back to school? Ringraziamo le aziende che ne hanno fatto un motto inglese da appiccicare sulle vetrine per vendere gli accessori scolastici, e ringraziamo le scuole di formazione che magari lo espongono, insieme all’open day, sul loro ingresso. Queste realtà non solo stanno rinunciando a parlare in italiano, ma lo stanno anche trasmettendo, o forse imponendo, agli studenti e ai collaboratori. I corsi di recitazione diventano acting, i compiti homework, una comunicazione elettronica con gli auguri di inizio anno che ho ricevuto recava in oggetto New beginning, e davanti alle mie considerazioni verso questo linguaggio inutilmente anglicizzato, al punto da apparire ridicolo, mi sono sentito rispondere che le mie scelte “eccentriche” di usare una terminologia italiana, sì, ma obsoleta e fuori luogo rispetto al linguaggio aziendale, non sono condivisibili o sono retrograde. E allora qui ci sono in gioco due diverse visioni della lingua italiana, quella di chi va fiero di sfoggiare l’inglese e che giorno dopo giorno importa per distinguersi in una gara a chi è più moderno, e chi trova questa visione ridicola, assurda, insensata e pericolosa.

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Dai “grammar nazi” alla Resistenza e alla Liberazione

Parlare in italiano sta diventando in molti settori una scelta eccentrica, ci rendiamo conto di cosa sta accadendo, mentre qualche addetto ai lavori dice che non sta accadendo nulla? E questo non vale solo per il mondo del lavoro o dell’informatica, si estende in moltissimi ambiti, dal marketing al commercio, dal design alla moda, dalle pubblicità alle banche. I nuovi sport sono sempre più in inglese (NB: sport è un anglicismo ma non un internazionalismo “necessario” come qualche linguista vuole fare credere, e infatti in Spagna si chiama deporte), dal curling al nordic walking (che vergogna camminata nordica o con i bastoni, che eccentricità!); le discipline tradizionali si anglicizzano (la pallanuoto è sempre più water polo, la pallavolo volley, anche se in inglese sarebbe volleyball, come basketball e non basket…) e in inglese è una buona parte della terminologia sportiva (dribbling, pressing, ace, match point…). Ma possibile che al CONI non venga nemmeno in mente di provare a dare nomi italiani almeno alle nuove discipline sportive?

Qualcuno, davanti a queste considerazioni obietterà, come al solito, che le italianizzazioni erano tipiche del fascismo. È vero, ma non è certo quello il modello cui guardare, e oggi (con ben altre modalità) accadono normalmente anche in Francia, in Spagna, in Svizzera… e nei Paesi civili che hanno a cuore il proprio patrimonio linguistico.

Davanti a un’avanzata dell’inglese di questa portata e sproporzione, dobbiamo guardare ai numeri e alla profondità del fenomeno. Non c’è da fare la guerra ai barbarismi, c’è da organizzare la Resistenza. Difendere l’italiano non è da “grammar nazi” (per usare un linguaggio che arrivi anche agli angloentusiasti), significa al contrario che bisogna combattere contro gli anglofili che stanno distruggendo la nostra lingua per tentare la Liberazione.

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La cancellatura dell’italiano

Oggi è il compleanno di Emilio Isgrò, un genio e un artista tra i miei preferiti, celebre soprattutto per “l’arte della cancellatura”.

In una mostra del 2016 a Palazzo Reale che gli ha dedicato Milano (la sua città di adozione) ho avuto modo di emozionarmi davanti alla cancellatura della “Quarantana”, l’edizione definitiva dei Promessi sposi curata dal Manzoni in persona. Anche io, nel mio piccolo e come posso, ho deturpato i Promessi sposi riscrivendone l’incipit in itanglese, ma ripensando alla Sua forma di distruzione creativa dei libri (e non solo), mi sono chiesto: cosa accadrebbe se cancellassi in stile Isgrò tutte le parole italiane, lasciando solo l’inglese, per esempio dalle copertine delle più diffuse riviste di moda?

GIOIA isgro

ELLE isgro

COSMOPOLITAN isgro

 

Quale sarebbe l’impatto visivo di una simile isgroizzazione di un testo di Salvatore Aranzulla che divulga l’informatica?

aranzulla isgro

 

Come si presenterebbe una pagina del famigerato Sillabo del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), privato dell’italiano con il metodo Isgrò?

MIUR isgro

 

E, visto che chi fa formazione non fa altro che abituare a dirlo solo in inglese come accade nelle aziende, che accarebbe se isgroiassimo gli annunci di lavoro?

LAVORO ISGRO

 

Ecco, questi falsi, questo isgroiare l’italiano in modo irrispettoso (per la nostra lingua e per l’arte di Emilio Isgrò) lasciando solo l’inglese, non sono solo un omaggio a un grande artista troppo poco conosciuto.

Sono soprattutto immagini che ci fanno riflettere sulla cancellazione e sulla negazione della nostra lingua, che fuori dall’arte concettuale è una realtà tragica e triste.

Lettera a Giorgia Meloni e agli altri deputati sulla tutela dell’italiano

Giorgia Meloni

Gentile Giorgia Meloni,

scrivo simbolicamente a lei perché è alla guida di un partito, ma mi rivolgo anche a tutti gli altri firmatari della proposta di legge sulla lingua italiana numero 678, presentata il 31 maggio 2018, dal titolo Disposizioni per la tutela e la promozione della lingua italiana e istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana.

Leggendo questo atto sono rimasto sbalordito nel ritrovare nel vostro testo le mie precise parole. Mi riferisco a frasi come:

Da tempo la globalizzazione e il monolinguismo stereotipato che conducono all’inglese rappresentano un pericolo per le lingue locali. In Francia e in Spagna lo hanno capito e hanno adottato provvedimenti, in Italia no (cfr. il finale del mio articolo “La politica linguistica francese: impariamo dalla legge Toubon [1]”).

In Italia, invece, non esiste alcuna politica linguistica, anzi, il linguaggio della politica, nel nuovo millennio, si è anglicizzato sempre di più introducendo le parole inglesi nelle leggi, nelle istituzioni e nel cuore dello Stato (cfr. finale del primo capoverso di “L’italiano degli svizzeri: question time? No grazie”.

Ho scoperto con incredulità che queste mie parole sono state addirittura pronunciate in un dibattito parlamentare!

Passato lo stupore davanti a queste e alle altre citazioni senza virgolette, è subentrata la gioia nel constatare che evidentemente la mia battaglia sta cominciando a circolare e a diffondersi.

È evidente che qualcuno del suo ambiente e della sua squadra ha letto quello che ho scritto su questo mio sito personale. E allora, forse, potrebbe leggere anche questo nuovo articolo. E se le mie parole sono state apprezzate al punto di venire incorporare in un disegno di legge, forse anche le seguenti potrebbero essere ascoltate e recepite, in futuro, da chi ha la possibilità di proporre delle leggi.


Il Consiglio Superiore della Lingua Italiana (CSLI)

Partendo dal presupposto che la lingua italiana è un bene culturale e sociale che non viene tutelato, diffuso e promosso a sufficienza, in Italia si parla da anni dell’istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua Italiana (CSLI). Ma le tante proposte di legge che sono state avanzate (e che hanno posto anche l’accento sul problema dell’anglicizzazione della nostra lingua) non hanno avuto alcun seguito.

Oltre al vostro recente disegno, penso per esempio a quello proposto il 21 dicembre 2001 da alcuni senatori, tra cui Andrea Pastore (PDL), ripresentato anche l’8 giugno del 2008 (Disegno di legge n. 354), a quello del 22 maggio 2013 (in cui si faceva riferimento anche al problema degli anglicismi e del loro numero) o a quello del 27 ottobre 2016.

Accanto a queste proposte avanzate perlopiù dai deputati e dalle forze politiche che appartengono alla destra, ce ne sono state altre (anche queste senza seguito) da sinistra, come quella del 21 dicembre 2012 il cui primo firmatario era il radicale Marco Beltrandi, e che proponeva anche la promozione dell’esperanto come lingua sovranazionale.

Nello stesso anno proprio i radicali hanno presentato una petizione che è risultata trasversale, ed è stata firmata da innumerevoli parlamentari di ogni schieramento: “No question time”. Si chiedeva di esprimere in italiano l’espressione con “cui si indicano da anni le risposte del governo alle interrogazioni parlamentari”. Ma ancora una volta non ha avuto un esito positivo.

In Svizzera, invece, senza troppe chiacchiere si dice molto semplicemente l’ora delle domande, in Parlamento e anche sui giornali (vedi Ticinonews o Tio).

È necessario superare le posizioni ideologizzate

Sono convinto che la lingua italiana sia un patrimonio di tutti, che dovremmo averne cura tutti e che la sua difesa, tutela e promozione non sia di destra né di sinistra. Per citare Annamaria Testa:

La nostra lingua è un bene comune. È un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica come individui, come cittadini e come Paese”.

E allora, la prima riflessione che vorrei porre è che per fare qualcosa di concreto, che non rimanga chiuso nei cassetti, sarebbe forse necessario puntare al supermento di ogni schieramento o partito per rivolgersi maggiormente a tutti in modo trasversale. Le posizioni in campo su questo tema non riguardano la destra o la sinistra, sono di altra natura. La sfida del presente e del futuro è un’altra: c’è chi è consapevole che la nostra lingua sia un patrimonio dal salvaguardare come si salvaguarda l’arte, la gastronomia e tutte le nostre eccellenze. E poi ci sono gli angloentusiasti, che non sono politicamente schierati, semplicemente vedono nella cultura e nella lingua angloamericana un modello superiore che vogliono scimmiottare, si vergognano di dirlo in italiano e preferiscono consapevolmente usare parole inglesi incuranti, a questo modo, di depauperare e fare regredire la nostra lingua. Questi signori si annidano soprattutto nella nostra classe dirigente che diffonde un linguaggio aziendale sempre più anglicizzato cui la formazione non sa fare altro che ammiccare (dal MIUR alle scuole di formazione private); sono tra i tecnoscienziati che teorizzano l’uso dell’inglese nella scuola e nella scienza; sono tra i giornalisti; lavorano per i colossi internazionali che ci propinano le interfacce dei programmi informatici in itanglese; sono anche tra i tanti linguisti scollati dalla realtà che sostengono che l’italiano non sia in pericolo e che ci dicono, senza essere supportati dai numeri, che non sta accadendo nulla di grave e che va tutto bene. Ma questa classe dirigente si annida anche nella politica, a destra e a sinistra.

Forse, allora, perché le proposte della costituzione del CSLI e della tutela dell’italiano abbiano un seguito e una realizzazione bisognerebbe uscire da ogni posizione ideologizzata per fare qualcosa di trasversale e di largamente condivisibile.

C’è una larga fetta della popolazione che non può più dell’insensata moda di ricorrere all’inglese che sta depauperando la nostra lingua. Ci sono linguisti del calibro di Luca Serianni che si sono espressi in modo favorevole all’istituzione del CSLI (“Ancora sul Consiglio Superiore della Lingua Italiana”, in Lingua Italiana d’Oggi, II, pp.55-66, 2005), ci sono le 70.000 persone che in un mese hanno firmato la petizione Dillo in italiano, ci sono “eroi” come Giorgio Pagano che è  arrivato al punto di fare lo sciopero della fame, per richiamare l’attenzione sulla questione. Ci sono i 126 docenti che hanno firmato una lettera di protesta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per opporsi alla decisione dell’ex Rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone di rendere obbligatorio l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti. Ci sono le proteste di quanti sono riusciti a fermare il progetto del 2015 di rinnovare il logo del comune di Roma sostituendo lo storico SPQR con il nuovo motto Rome and You…

Questa larga fetta di popolazione, di consumatori e di elettori non è inquadrabile attraverso la destra o la sinistra. E per rispondere alle loro esigenze bisognerebbe riuscire a creare proposte di legge allargate, a costo di attenuare e ammorbidire le soluzioni proposte dai singoli schieramenti.

Dare il buon esempio e iniziare da piccoli passi concreti

Sono convinto che, oltre ai disegni di legge, la politica dovrebbe cominciare forse con il dare il buon esempio.

È curioso, a questo proposito, che si usino due pesi e due misure per le pari opportunità della lingua e delle donne. Se nel 2007 la Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) è intervenuta sulla lingua (con l’ausilio dell’Accademia della Crusca) nel regolamentare la femminilizzazione delle cariche e se le pubbliche amministrazioni si sono adeguate ottenendo un cambiamento nella lingua istituzionale e addirittura influenzando quella dei giornali e dei dizionari (ministra, sindaca…), sul fronte degli anglicismi non solo non si sta facendo nulla di concreto, ma anzi, gli apparati dello Stato li introducono nel linguaggio istituzionale con grande disinvoltura.

Io non lo so, davanti al crollo del Partito Democratico, quanto abbia inciso anche il linguaggio anglicizzato renziano (dall’anglicizzazione istituzionale di jobs act, volountary disclousure e tax anziché tasse, al linguaggio fatto di slide, flexicurity o democratic party). Ma di certo per chi vuole raggiungere chi è infastidito dall’eccesso dell’inglese, e dargli voce, è necessario prima di tutto usare un linguaggio non anglicizzato anche nella propria comunicazione personale, politica e istituzionale.

È giusto guardare a quanto avviene negli altri Paesi europei, a cominciare dalla Francia, dove nella Costituzione è scritto che la lingua è il francese, mentre nella nostra l’Articolo 12 specifica i colori della nostra bandiera, ma non fa accenno alla nostra lingua istituzionale. Forse sarebbe allora interessante provare a riproporre per la terza volta (non c’è il due senza il tre) l’iniziativa dell’Accademia della Crusca che chiedeva che anche nella nostra Costituzione si inserisca che la lingua ufficiale è l’italiano (La Crusca lo ha proposto, invano, nel 2006 e nel 2014).

Sicuramente è giusto anche guardare al modello della legge Toubon, magari per prendere ciò che c’è di buono e per migliorarla, più che emularla semplicemente. Davanti alle soluzioni repressive, che nel vostro disegno di legge si esprimono per esempio attraverso le multe, qualcuno potrebbe facilmente invocare l’esempio sbagliato della politica linguistica fascista. A dire il vero non fu il fascismo a introdurle, erano già state proposte e approvate a fine Ottocento, anche se allora l’intento era quello di “battere cassa” tassando le insegne dei negozi in lingua straniera più che tutelare la nostra lingua (cfr. il portale storico della Camera dei Deputati, 2° Tornata del 13 maggio 1874, pp.3628-3629). Ma è strano che, davanti alle tasse sulle insegne straniere dei negozi, c’è chi è pronto a urlare che fu questo l’inizio della guerra ai barbarismi di epoca fascista ma non dice nulla a proposito del fatto che in molti comuni esiste già qualcosa di molto simile, basta qualche regola di buon senso.

A Bologna “dal 1° gennaio 2012 non sono autorizzabili insegne con scritte in lingua straniera che non siano accompagnate da contestuale traduzione letterale in italiano”. Ma anche a Torino (“Qualora i mezzi pubblicitari contengano un messaggio in lingua straniera o dialettale, si richiede la traduzione dello stesso in lingua italiana”), a Pistoia, a Prato e in molte altre città.

Naturalmente questi provvedimenti non hanno nulla a che vedere con la tasse sulle insegne di epoca fascista, sono fatti in nome della trasparenza che è dovuta ai cittadini italiani, per il loro rispetto, più che per dichiarare guerra ai barbarismi. E lo stesso dovrebbe avvenire nel caso del linguaggio istituzionale, nelle scuole, nel lavoro e nella politica…

Personalmente non sono favorevole alle misure costrittive e punitive, ben vengano le multe per ogni tipo di violazione, ma oltre alla legge Toubon ci sono altri esempi forse più virtuosi cui guardare, come quelli di Spagna e Svizzera, che puntano non alla repressione, ma alla promozione e alle campagne di sensibilizzazione. Proibire le insegne straniere genera malcontenti, promuovere una campagna per l’uso dell’italiano (campagne Pubblicità Progresso, interventi nelle scuole…) non avrebbe particolari costi e sarebbe forse più efficace: il modello che sogno non è quello di multare le insegne con scritto Wine bar, ma la speranza che la gente, opportunamente sollecitata, diserterà questo genere di esercizi preferendo le enoteche (nei ristoranti di lusso di New York si dice vino, perché è quella la parola più evocativa e di prestigio che ammicca all’eccellenza italiana). E allora le insegne saranno spontaneamente sostituite dai proprietari di questi locali, se non vogliono chiudere, senza bisogno di alcuna multa e costrizione.

Insomma, quello di cui abbiamo bisogno maggiormente in Italia è semplicemente una campagna culturale: siamo a un bivio e se non spezziamo la follia di dire le cose in inglese (la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese) non c’è futuro per l’italiano. Se non capiamo che la nostra lingua deve tornare a essere autonoma, se non ci riappropriamo della capacità di creare neologismi italiani, adattamenti e traduzioni che non violano le nostre regole grammaticali e fonetiche, il destino sarà l’itanglese. La nostra struttura grammaticale non è intaccata, ma il lessico sì, enormemente, e la lingua del Bel Paese si infarcirà solo di sostantivi e locuzioni che sono “corpi estranei”, che violano le nostre regole di pronuncia e di scrittura, si snaturerà sempre maggiormente e sarà in grado di esprimere in italiano solo ciò che appartiene alla storia; diventerà la “lingua dei morti” e perderà la capacità di descrivere il nuovo, il lavoro, la scienza, l’informatica… il futuro.

 

Gentile Giorgia Meloni e gentili deputati tutti, spero vivamente che anche queste mie parole siano lette e magari copiate in un futuro disegno di legge destinato, mi auguro, ad avere un seguito e una qualche forma di concretezza.

Distinti saluti,
antonio zoppetti

Il 4% delle parole del linguaggio comune è in inglese

La prima delle tante riflessioni e statistiche che si possono trarre dal Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA) riguarda la quantità degli anglicismi presenti nel linguaggio comune, cioè quelle parole che una persona di buona cultura dovrebbe conoscere o comprendere all’interno di un discorso (anche se non le usa attivamente), perché non sono tecnicismi o parole di settore specialistiche, e si ritrovano normalmente per esempio sui mezzi di informazione, senza necessità di spiegazioni.

Non mi risulta che esistano studi o calcoli recenti sulla questione, ma se qualcuno ne fosse a conoscenza lo invito a segnalarli.

Il linguaggio comune secondo Tullio De Mauro

Faccio riferimento al modello di Tullio De Mauro, il (grandissimo) linguista che negava che gli anglicismi costituissero un problema per la lingua italiana.

Secondo questo modello, ci sono circa 7.000 parole definite di base, cioè quelle che chiunque conosce e usa e che costituiscono le parole più frequenti (il linguaggio di base a sua volta è composto da circa 2.000 parole fondamentali, 2.300 di alta disponibilità e 2.750 di alto uso). Accanto a queste ci sono poi circa 40.000 parole che costituiscono il linguaggio comune, quelle che tutti conoscono, anche se non è detto che le usino attivamente.

Oltre a queste 47.000 parole (7.000 di base + 40.000 comuni), ci sono poi le altre (nei dizionari monovolume oscillano tra 50.000 e 100.00) che appartengono a linguaggi tecnici e settoriali, e non sono comprensibili a tutti: l’avvocato conosce i suoi tecnicismi ma non quelli del medico, che a sua volte non condivide quelli dell’avvocato e così via.

Nel negare l’anglicizzazione della lingua italiana, uno dei punti di forza di De Mauro (e dei negazionisti che continuano a ripetere queste stesse cose) era nell’escludere gli anglicismi dal linguaggio di base e da quello comune per relegarli nella sfera dei tecnicismi di settore. In questo modo l’italiano sembra salvo e l’itanglese lontano.

Ma questa teoria non è più sostenibile, come ho cercato di dimostrare nei miei lavori.

E allora il punto è: quanti sono, oggi, gli anglicismi nel linguaggio comune?


Perché le marche di De Mauro non sono più attuali

Nelle Avvertenze al dizionario Nuovo De Mauro (che risale al 2001)  il criterio usato nel marcare le parole è ben specificato:

CO: comune; sono così marcati i vocaboli che sono usati e compresi indipendentemente dalla professione o mestiere che si esercita o dalla collocazione regionale e che sono generalmente noti a chiunque abbia un livello mediosuperiore di istruzione;

TS: tecnico-specialistico; sono così marcati vocaboli legati a un uso marcatamente o esclusivamente tecnico o scientifico e noti soprattutto in rapporto a particolari attività, tecnologie, scienze;

Ma seguendo questo criterio, se cerchiamo “mouse” , vediamo che è marcato come TS dell’informatica, cioè come fosse un tecnicismo, e così “password“,  “scanner” (TS elettronica/medicina), “chat” (TS informatica), “hacker” (TS informatica), “laser” (TS fisica)  e altre centinaia e centinaia di anglicismi che sono invece alla portata di tutti.

Se la teoria che fa degli anglicismi termini di settore si basa su queste marche, molto semplicemente è priva di fondamento!

Nel 2018 non si può più sostenere che parole come queste siano fuori dal linguaggio comune. A dire il vero non era sostenibile nemmeno nel 2001, come ho provato a dimostrare nel mio libro, ma in ogni caso una lingua è viva e queste categorie si spostano velocemente: se non vengono aggiornate continuamente, rischiano di diventare presto obsolete e di restituire una fotografia della nostra lingua che non è reale.

Non sono il solo a manifestare perplessità davanti alle marche utilizzate nei dizionari di De Mauro. Nel 2015 Claudio Giovanardi notava che la distinzione delle fasce sembra arbitraria e contestabile, che i confini tra i livelli sono sfumati, che tra le parole fondamentali c’era software ma non hardware, offline ma non online, e non si spiegava l’assenza di parole popolari come big, mouse, news, jogging, day, wow, mobbing, stalking, ticket e selfie.

Claudio Giovanardi, “Un bilancio delle proposte di traduzioni degli anglicismi 10 anni dopo” in Claudio Marazzini e Alessio Petralli (a cura di), La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, Accademia della Crusca/goWare 2015, pp. 64-85 (e-book, formato epub).

Prima di lui, nel 2008, Andrea Bistarelli scriveva che le marche d’uso appaiono discutibili specialmente in casi come e-mail, che all’epoca era ancora classificata come tecnicismo informatico (TS).

Andrea Bistarelli, “L’interferenza dell’inglese sull’italiano. Un’analisi quantitativa e qualitativa” in inTRAlinea. Online translation journal, Volume 10, 2008, www.intralinea.org/archive/article/1644.

E allora come stanno le cose?


Gli anglicismi comuni in AAA

Nel classificare i circa 3.550 anglicismi inseriti in AAA ho provato a utilizzare marche (o categorie) un po’ più attuali. La categoria che include 155 Anglicismi fondamentali, per esempio, raccoglie gli anglicismi inseriti nel Nuovo vocabolario di base di Tullio De Mauro (circa 129 parole, quindi l’1,7%) integrati con quelli delle 10.000 parole fondamentali secondo il Devoto-Oli 2017 e delle 5.485 dello Zingarelli 2017 (se le parole fondamentali fossero 10.000, 155 costituirebbe l’1,55%).

I 1922 Anglicismi comuni, invece, sono una raccolta empirica e basata sul buon senso, ancora in via di revisione. Sicuramente sono stati inseriti un centinaio di anglicismi che potrebbero essere messi in discussione (qualcuno potrebbe obiettare che siano davvero comuni), ma il problema principale non è nell’inserimento di parole dubbie, ma nelle lacune: ci sono centinaia di parole che non sono state marcate così, per non calcare la mano portando acqua al mio mulino, per esempio curvy, cyber sex, account executivepre-shave (il prebarba contrapposto ad after-shave, che si trova normalmente nelle pubblicità o nei negozi)… che non sono certo “tecnicismi”.

In sintesi: anche se i criteri di demarcazione non sono sempre oggettivabili, gli ordini di grandezza che ne escono sono abbastanza affidabili, ritengo. E 1.900 anglicismi comuni, confrontati con le 47.000 parole che secondo De Mauro formano il linguaggio comune, costituiscono il 4%.

Dunque il 4% delle parole comuni è in inglese! E questo è un dato nuovo, pesante, accaduto negli ultimi 30 anni e destinato ad aumentare. Non è un caso che circa la metà dei neologismi del nuovo Millennio sia inglese, da quanto si ricava dallo spoglio di Devoto Oli e Zingarelli.

Concludendo: l’inglese non si traduce, non si adatta, non si coniano nuove parole ma si prende in prestito direttamente senza nessuno sforzo di dirlo in italiano… E allora come si fa ancora a negare che l’italiano si sta anglicizzando? Su quali basi? Su quali numeri?

E cosa accadrà fra 20 o 30 anni se non si spezza questa moda assurda e deleteria di dirlo in inglese?

Ai posteri la non così ardua sentenza.

Rassegna stampa e gagliardini

In questa prima settimana di vita, il dizionario AAA: Alternative Agli Anglicismi ha ricevuto più di 3.000 visitatori e ha erogato oltre 17.000 pagine. Ringrazio tutti i lettori e soprattutto i partecipanti che hanno portato una trentina di voci aggiunte e una quindicina di miglioramenti delle voci esistenti e di correzione di sviste.

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Sono anche usciti vari pezzi, tra cui un’intervista di Giacomo Russo Spena su MicroMega, una segnalazione di Loredana Lipperini su la Repubblica, una recensione di Luisa Carrada su il Mestiere di scrivere, un articolo sulla Comunità radiotelevisiva italofona, una riflessione di Armando Adolgiso su Cosmotaxi e varie altre segnalazioni in Rete.

Nei prossimi articoli rilascerò dati inediti, statistiche, analisi e riflessioni su questo enorme lavoro di ricerca e di classificazione in divenire. Intanto è stata inagurata una pagina provvisoria dove tutti coloro che ci vogliono aiutare nella diffusione del progetto possono adottare un gagliardino da esporre con un collegamento a AAA.italofonia.info.

Oltre ai primi gagliardini c’è anche qualche vignetta spiritosa che si può “facciabucare”, inoltrare, far circolare.

Grazie a tutti.

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AAA: il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi

Da oggi è in Rete AAA – il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi, un progetto gratuito a disposizione di tutti che raccoglie oltre 3.500 anglicismi – i più frequenti nella lingua italiana – affiancati da spiegazioni e, quando presenti, da alternative e sinonimi italiani in uso (con esempi concreti di utilizzo dalla stampa), senza alcun intento puristico né pretese di imporre alternative forzate.

Sono possibili ricerche per parola, a tutto testo e alfabetiche, e il contenuto è catalogato in 90 categorie ed etichette per una consultazione tematica, dall’informatica (570 voci) all’“aziendalese” (482), dallo sport (286) all’economia (283), sino alle curiosità come gli anglicismi culinari (122) o quelli del sesso (90). Oltre a questi ambiti, ci sono poi categorie di analisi con cui è stata quantificata  la presenza degli anglicismi per esempio nel linguaggio di base (Fondamentali: 154), nel linguaggio comune (1.922), oppure sono state raggruppate tutte le locuzioni (1.351), i derivati dai nomi comerciali, i principali pseudoanglicismi, anglolatinismi

Perché?

Davanti all’abuso sempre più dilagante di inglese e itanglese, l’obiettivo è di contribuire alla libertà di scelta di chi utilizza la lingua italiana. Molte parole inglesi risultano ostiche e difficili per tante persone e la loro comprensione necessita di spiegazioni (whistleblower, caregiver, spoils system, quantitative easing…). Soprattutto, nel linguaggio dei giornali e di alcuni settori come l’informatica o il mondo del lavoro, spesso si ricorre preferibilmente alle parole inglesi con il risultato che le alternative italiane regrediscono e non vengono più spontanee (competitor/competitore, budget/stanziamento, staff/personale, feedback/riscontro, trailer/anteprima…).

Ognuno parla come vuole, ma per poter scegliere in modo consapevole è necessario che le alternative vengano divulgate.

Dante e gli anglicismi

 

Un progetto aperto e collettivo

Questa prima versione Beta del dizionario non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza: l’intento è di dare vita a una comunità in Rete che sfrutti l’intelligenza collettiva e connettiva per arricchire il progetto giorno per giorno attraverso i contributi dei lettori.

Mi rivolgo a tutti coloro che consultando il dizionario lo troveranno utile; mi piacerebbe che i lettori diventassero partecipanti, spero che ognuno prenda da questo lavoro ciò che gli serve, ma allo stesso tempo lasci il proprio contributo per migliorarlo: la segnalazione di errori o lacune, di anglicismi mancanti o di nuove alternative attraverso esempi di uso contestualizzati…

Proviamo a spezzare la moda assurda di dirlo in inglese, opponiamoci al senso di inferiorità nei confronti dei modelli culturali angloamericani della nostra classe dirigente e intellettuale.

Invito tutti a diffondere l’esistenza di questo progetto, a partecipare, a farlo circolare e a “fare rete”.

Ringrazio il portale indipendente italofonia.info che ospita il mio lavoro e che lo ha realizzato dal punto di vista tecnico e grafico.

 

Lo dicono tutti in inglese?
Distinguiti, dillo in italiano!
Come?
AAA – il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi

Childfree e childless

Gentile Michela Andreozzi,

sul Corriere di ieri leggo che vorrebbe aprire un concorso per trovare un neologismo italiano per spiegare la differenza tra chi come lei si definisce childfree, consapevolmente senza figli, e chi invece è childless, cioè non ha figli suo malgrado.

Mi piacerebbe tanto partecipare a questo concorso, ma ci sono molti ma…

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La questione non è tanto che in italiano ci manchino le parole, il punto è che ci piace dirle in inglese.

Una donna che non ha uno spirito materno – o un uomo apaterno, non paterno, visto che questa scelta riguarda anche l’universo maschile – potrebbe essere benissimo definita come amaterna o non materna. E una donna che non ha figli suo malgrado potrebbe essere semplicemente una mamma mancata, che potremmo dire spiritosamente mammancata se proprio c’è la necessità di esprimere questo stato d’animo con una parola nuova.

Sono consapevole che queste alternative suonino ridicole. E proprio questo è il cuore della faccenda.

Si potrebbero inventare tantissime altre parole più evocative delle mie, ma probabilmente suonerebbero brutte, insolite, per il semplice fatto che le parole devono entrare nell’uso, non solo esistere, e come notava già Leopardi le parole che muovono le risa sono quelle che non siamo abituati a sentire. Solo l’abitudine ce le fa apparire belle o brutte.

La questione che lei pone è analoga a quella dei single.

Single per scelta.
Di chi? Tua o degli altri?

Questa è l’immancabile battuta che si sente ripetere chi si dichiara single, orgogliosamente oppure con la malcelata disperazione di una zitella. Anche in questo caso manca una parola per esprimere questa differenza non troppo sottile. Ma forse non si sente l’esigenza di coniarla.

Perché ricorriamo all’inglese?
Un tempo chi non era sposato era signorino e signorina, parole oggi cancellate anche dal linguaggio burocratico-amministrativo. C’era scapolo, nubile, celibe… Chi le usa più nel linguaggio di tutti i giorni? Al massimo circola singolo, inizialmente un falso amico, che per influsso dell’inglese ha cominciato a designare non più solo ciò che è unico, ma anche chi è single.

Ecco, tornando alla genitorialità mancata e non voluta, anche se avessimo parole italiane per esprimere questa differenza, mi permetta di dubitare che queste parole sarebbero preferite all’inglese.  Mi permetta di dubitare anche che dirle in inglese risolva tutto, perché un italiano medio non capisce affatto la distinzione tra childfree e childless, che infatti necessita di una spiegazione per risultare comprensibile.

Essere senza prole per scelta e trovarcisi nostro malgrado è come trovarsi senza parole (italiane) per scelta (perché si preferisce dirle in inglese), ed essere senza parole nostro malgrado, perché non ci sono. A volte usare locuzioni più lunghe può essere un buon inizio. In fondo childfree e childless, anche se si scrivono attaccate, in inglese sono parole composte: child + free o less. Questo è un aspetto dell’inglese che i linguisti hanno trascurato e non hanno mai approfondito né colto, probabilmente. Eppure basta consultare i dizionari: quasi la metà degli anglicismi in italiano sono locuzioni o parole composte, non sono affatto “prestiti isolati” come nel caso di tutti gli altri forestierismi. E per questo si moltiplicano e si intrecciano con un effetto domino sempre più contagioso. Se oggi si stanno imponendo nell’italiano è perché le loro radici circolano in tanti altri composti e locuzioni che si ricombinano tra loro in tutti i modi.

Less (= senza) ricorre in cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), in ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), in homeless (senzatetto)…  e free lo troviamo nei prodotti carbon free (privi di emissioni di carbonio), fat free, gluten free (senza grassi e senza glutine) e nei duty free (zone franche o negozi esentasse).

Questo è l’inglese che straripa nella nostra lingua sempre più incontrollato. Crediamo che gli anglicismi siano dei “prestiti” cui attingere quando non abbiamo le parole, e dunque qualche linguista definirebbe childfree e childlessprestiti di necessità“, usando categorie ridicole e obsolete di più di cent’anni fa che non sono in grado di dare una spiegazione al fenomeno dell’itanglese. Ma la realtà è un’altra. Gli anglicismi costituiscono una rete che si allarga nel nostro lessico, una lingua nella lingua, che spesso fa morire le parole italiane anche quando ci sono. È su questo sostrato che poi diventa impossibile proporre alternative italiane.

Chi dice più pluriomicida davanti a serial killer? E calcolatore/elaboratore davanti a computer? Stanziamento o tetto di spesa invece di budget? E notizie false invece di fake news? Questi sono prestiti sterminatori. Parole che sono entrate in modo dirompente e da “prestiti di lusso” si sono trasformati in “prestiti di necessità”, non perché ci manchino le parole, ma perché i parlanti – come lei che nell’articolo dice di avere fatto coming out, invece che per esempio una pubblica ammissione o dichiarazione – le vogliono dire in inglese.

In questo contesto, pensare di creare neologismi italiani suona utopistico. Il punto non è saperli creare, ma usarli! E invece, stando ai dati di Zingarelli e Devoto Oli, praticamente la metà dei neologismi del Nuovo millennio sono in inglese. Vero o presunto non importa. Basta che suoni inglese. Come i no vax, che in inglese sono gli anti-vaxxer, ma da noi si dice no vax perché abbiamo interiorizzato una regola: no global, no comment, no cost, no limits, no logo… dunque: vaccino si dice vax? E allora un bel no vax viene ormai spontaneo. Non ci mancano le parole in questo caso, ma invece di antivaccinisti preferiamo usare un inglese maccheronico.

Che cosa ne sarà della nostra lingua se andiamo avanti così? Diventerà la lingua dei morti, incapace di esprimere tutto ciò che è nuovo, che diremo in simil-inglese.

Venendo a childfree, l’unica possibilità è che chi si identifica in modo orgoglioso in questo concetto dovrebbe in modo altrettanto orgoglioso proporre un’alternativa italiana. In Francia circolano espressioni orgogliose come “Sans enfant par choix” o la “Fête des Non-Parents”. Da noi si potrebbe parlare di consapevolezza della procreazione, la scelta non procreativa è un fenomeno della società di oggi che merita di essere detto in italiano. Che ne dice delle posizioni dei non genitorialisti? Dei senza prole? Senza figli per scelta? Prole-scettici? Non bambinisti? Senza eredi? Senzabimbi? Solitari? Antiprole? Amaterni e apaterni?

Sono consapevole che le mie proposte non saranno soddisfacenti per vincere il suo concorso. Le propongo perciò di inventare lei una parola o un’espressione italiana che le piace di più e che sente di poter rivendicare con orgoglio. E la prossima volta che la intervisteranno su un giornale la gridi forte. Forse anche i giornalisti la ripeteranno. Forse si diffonderà. Non importa quale parola, l’unica cosa che importa è che si propaghi. La lingua italiana evolve o involve a questo modo. Non bisogna aspettare che qualche linguista ci dica qual è la parola adatta. Creare neologismi non è compito dei linguisti, caso mai dei giornalisti, e anche degli uomini di spettacolo come lei, di chi ha la possibilità di rivolgersi a un largo pubblico e di farsi ascoltare da tante persone.

La lingua la facciamo tutti noi parlanti e la fanno i mezzi di informazione. Il problema non è quello di inventare neologismi, il problema è smettere di preferire l’inglese. Dobbiamo cessare di vergognarci di dirlo in italiano e spezzare la convinzione che dirlo in inglese sia moderno e figo, mentre invece molto spesso è semplicemente deleterio e ridicolo.