La nostra legge per l’italiano su “France Culture”!

Venerdì 21 maggio France Culture – il servizio pubblico nazionale francese di RadioFrance – ha parlato della nostra petizione di legge sull’italiano con un articolo firmato da Bruce de Galzain, corrispondente da Roma e dal Vaticano, che voglio di seguito riassumere e commentare (per la lettura in lingua originale per intero → “Italie : trop d’anglicismes dans la langue de Dante”).

Il titolo è Italia: troppi anglicismi nella lingua di Dante e il sommario recita: Mentre quest’anno si celebrano i 700 anni dalla morte del padre della lingua italiana, Dante Alighieri, gli italiani utilizzano sempre più anglicismi. Al punto che c’è chi reclama una legge per difendere la lingua.

L’articolo riprende la recente esternazione del presidente del Consiglio Draghi davanti a parole come babysitting e smartworking – ma il giornalista scrive télétravail, ed è costretto ad aggiungere in una nota esplicativa che da noi viene detto smartworking – e riporta anche la successiva uscita ironica nei confronti di governance invece di un più semplice governo.
(Per saperene di più: → “Ben detto, presidente Draghi: perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” e → “Draghi torna a ironizzare sugli anglicismi…”).

Poi cita le dichiarazioni del presidente della Crusca Claudio Marazzini che ha manifestato il suo entusiasmo per le parole di Draghi, perché – ha sottolineato – quando si critica l’abuso dell’inglese in Italia si viene spesso accusati di provincialismo, ma è un po’ difficile che la stessa accusa sia mossa nei confronti del nostro presidente del Consiglio, vista la sua statura di carattere internazionale.

(Tra parentesi: Marazzini è intervenuto ancora sulla questione con un articolo sul sito dell’Accademia che è il “tema del mese” di maggio: “Perché è utile tradurre gli anglismi“, in cui riconosce esplicitamente che ormai gli anglicismi superano “le distinzioni tra prestiti di lusso e di necessità”).

Il passo di France Culture che più fa riflettere riguarda il lievitare delle parole inglesi durante la pandemia. Il giornalista scrive con un certo stupore: “Gli italiani usano il ‘computer’ [NdA in francese ordinateur] con il ‘mouse’ [in fr. souris, cioè topo] per fare ‘smartworking’ durante il ‘lockdown’”. E davanti a quest’ultima parola, di nuovo è necessaria una nota redazionale per spiegare al pubblico cosa significhi: il confinamento (confinement), come dicono anche in Spagna, del resto.

Per le nuove generazioni, scrive de Galzain che riporta alcune dichiarazioni di giovani intervistati, le parole inglesi suonano meglio. In realtà questo non vale solo per le nuove generazioni, purtroppo… E poi l’articolista mette il dito sul tema dell’inglese internazionale, e riporta le parole di una guida turistica di Venezia, Luca, che spiega che i giovani che viaggiano in Spagna o in Francia non usano più l’italiano, ma comunicano direttamente in inglese perché è la lingua che la gente conosce di più. Alla cultura dell’intercomprensione e del multilinguismo, si potrebbe riassumere, è ormai subentrata quella della lingua unica.

Dopo queste premesse, l’ultimo paragrafo intitolato “La metà dei neologismi sono parole inglesi” è dedicato ai miei dati tratti dallo spoglio dei dizionari. Il passaggio dai 1.700 anglicismi del Devoto Oli del 1990 agli attuali 4.000 del 2021, il fatto che quasi la metà delle parole del Nuovo millennio è in inglese crudo, la loro frequenza esagerata sui mezzi di informazione… Una situazione molto diversa da quella francese.

E la conclusione illustra la nostra petizione di legge per l’italiano e la diffonde così attraverso il canale nazionale!

Il tono del pezzo sembra abbastanza scandalizzato dal fatto che una figura istituzionale come Matteo Renzi abbia a suo tempo varato il Jobs act (che spiega ai francesi essere la réforme du marché du travail) o parlato di spending review (locuzione assente nella banca terminologica France Terme), cioè la réduction des dépenses budgétaires. De Galzain ricorda che dal 2015 l’Accademia della Crusca è intervenuta promuovendo alternative come centri d’identificazione dei migranti invece di hotspot. E nella chiusa rammenta che in Francia, nel 1992, è stato aggiunto nella Costituzione che la lingua è il francese, perché subito dopo il trattato di Maastricht si temeva che l’inglese potesse essere imposto come lingua dell’Unione europea.

Dopo aver letto questo pezzo, a parte rimarcare le grandi differenze culturali e sociali tra la Francia e l’Italia, devo constatare che la nostra iniziativa di legge ha ormai una risonanza internazionale, e infatti in agosto uscirà un articolo che ne parlerà anche su Wiener Sprachblätter – la più importante rivista della più grande associazione linguistica in Austria, il Verein Muttersprache – che sta preparando uno speciale sull’italiano e le celebrazioni dantesche.

Nel nostro Paese, al contrario, sinora i mezzi di informazione non ne hanno quasi parlato e mi chiedo se il “provincialismo” stia nel criticare l’abuso degli anglicismi o nel sciolinarli in modo irrefrenabile, e nel non dare spazio a ciò che all’estero viene invece considerato una notizia…

Ma forse qualcosa sta cambiando: alle 10,15 ne parlerò su Radio24, nella trasmissione Uno, nessuno, 100Milan (con Alessandro Milan e Leonardo Manera) dove interverrà anche uno studente russo, Grigory Revkov, che sta studiando l’italiano. Lo fa attraverso la Rete, frequentando canali su YouTube come quello di Roberto, più noto come UIV (Un Italiano Vero), un professore che insegna la nostra lingua soprattutto agli stranieri che si connettono alle sue dirette da tutto il mondo. È lui che ha scritto alla trasmissione chiedendo di segnalare l’esistenza della petizione di legge. Qualche tempo fa mi ha ospitato in una delle sue dirette, e ho avuto modo di confermare anche lì ciò che da tempo è per me sempre più evidente: chi ci guarda dall’estero non apprezza affatto tutti gli anglicismi che utilizziamo.

Come nell’articolo di France Culture, da tutto il mondo emerge lo stesso stupore davanti alla nostra anglomania. I commenti che arrivano da queste persone che amano l’italiano, e lo vogliono apprendere, sono rammaricati dall’abuso dell’inglese e c’è chi, come Dijana Josifoska, trova “presuntuoso” ricorrere agli anglicismi, o chi come Jonathan Leeming, madrelingua inglese, trova “strano” incontrarli così spesso nella nostra lingua…

Credo che ascoltare questi giudizi internazionali, e quello che dirà Grigory, serva a farci riflettere e non possa che farci del bene!

PS (aggiornamento delle 10,45)
Purtroppo nella diretta su Radio24 non si è fatto alcun accenno alla petizione, che avrebbe dovuto essere il motivo della mia presenza. Aspettavo la domanda, ma ho compreso troppo tardi che non sarebbe arrivata. Devo dunque rettificare il mio avventato “forse qualcosa sta cambiando”.

Una proposta di legge per l’italiano

Dopo le parole di Draghi sugli anglicismi che lasciano sperare in una maggiore sensibilità sulla questione rispetto alle precedenti legislature, e visto che a 4 mesi dal suo inoltro non è pervenuta alcuna risposta alla petizione sull’abuso dell’inglese al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ho provato un’altra via per rivolgermi alle istituzioni.


L’articolo 50 della Costituzione prevede che i cittadini possano rivolgere petizioni per provedimenti legislativi, e seguendo i canali previsti, insieme a qualche altro sottoscrittore, ho presentato oggi un proposta di legge alla Camera e al Senato.

Di seguito rendo pubblico il testo dell’iniziativa.

Questo è il mio modo di omaggiare i 700 anni dalla scomparsa di Dante: non con le celebrazioni retoriche, le chiacchiere e i musei, ma con i fatti e le iniziative concrete perché la nostra lingua possa continuare a vivere.
E prossimamente…
(continua).

________________________________________________________

Petizione per provvedimenti legislativi a tutela e promozione della lingua italiana minacciata dall’abuso dell’inglese

Petizione presentata e sottoscritta ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione da Antonio Zoppetti e da Daniele Tarricone, Giorgio Cantoni, Luigi Quartapelle, Giancarlo Consonni, Jean-Luc Laffineur, Bruna Zambrini.

Premessa

L’espansione dell’inglese globale legato ai fenomeni di mondializzazione sta stravolgendo in modo consistente l’assetto di tutte le lingue del mondo, ponendo gravi problemi di snaturamento delle identità linguistiche locali. Questo fatto ha delle ripercussioni concrete su molti aspetti della società, da quelli storico-culturali a quelli, molto più pratici, legati alla comprensione e alla trasparenza da parte dei cittadini di fronte alla comunicazione mediatica, lavorativa e anche istituzionale. Il fenomeno dell’anglicizzazione, in Italia molto pesante, non ha perciò nulla a che vedere con questioni astratte legate al “purismo”, alla “lotta ai barbarismi” o alle chiusure davanti all’internazionalizzazione che caratterizza la nostra epoca. È un problema di numeri e di buon senso.

Qualche dato

♦ Dallo spoglio dei dizionari risulta che dal 1990 a oggi, gli anglicismi non adattati sono passati da circa 1.700 a 4.000 (cfr. Devoto Oli).*
♦ Dalle analisi di dizionari come Devoto Oli e Zingarelli emerge che tra le parole che sono nate negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi crudi rappresentavano circa il 3,6%. Questo numero negli anni Sessanta è salito a quasi il 7%, negli anni Settanta ha superato il 9%, negli anni Ottanta il 16%, negli anni Novanta il 28% e oggi costituisce quasi il 50% delle parole nate negli anni Duemila. A preoccupare non sono solo la sproporzione e l’aumento esponenziale, ma il fatto che nel Nuovo millennio l’italiano sta cessando di evolvere per via endogena, e ciò che è nuovo viene espresso principalmente in inglese crudo.
♦ Passando dalla presenza delle parole inglesi alla loro frequenza, tutti i dati mostrano che gli anglicismi sono usati sempre più spesso dai mezzi di informazione, e hanno colonizzato il lessico di tanti ambiti strategici della nostra lingua: l’informatica, la formazione, il lavoro, l’economia, la tecnologia, la scienza… (in alcuni settori l’italiano ha perso la capacità di esprimersi con il proprio lessico) e sono entrati in modo molto ampio persino nel linguaggio politico, delle leggi e delle istituzioni.
♦ Dagli ambiti di settore gli anglicismi stanno poi penetrando sempre più anche nel linguaggio comune e addirittura in quello fondamentale: nel dizionario delle 7.000 parole “di base” di Tullio De Mauro (quelle che compongono oltre il 90% dei vocaboli utilizzati normalmente) nel 1980 si contavano una decina di inglesismi, ma nell’edizione del 2016 sono decuplicati e ce ne sono 129.

Il problema non sta nelle parole come bar, film, sport o scanner, che in buona sostanza si pronunciano e scrivono secondo le nostre regole e producono ibridazioni italiane (barista, filmare), né nell’accettazione di anglicismi ormai storici, bensì nella quantità e frequenza di quelli nuovi che violano il nostro sistema fono-ortografico e stanno creolizzando il nostro lessico e il nostro patrimonio linguistico.

* Per avere un parametro di riferimento: i francesismi erano e sono nell’ordine di un migliaio, gli ispanismi nell’ordine di un centinaio o poco più, lo stesso vale per i germanismi, mentre per le altre lingue l’interferenza si esprime attraverso le decine di parole.

La situazione negli altri Paesi

Il ricorso sistematico e compulsivo all’inglese da alcuni decenni sta portando a una trasformazione dell’italiano storico in una lingua ibrida che è stata definita itanglese,* sul modello del franglais di cui si parla in Francia. In Spagna il fenomeno è chiamato spanglish, in Germania Denglisch, e ovunque sono nate analoghe definizioni: il greenglish denunciato recentemente dall’ex ministro dell’Istruzione greco Georgios Babiniotis, il runglish della Russia post-comunista, mentre in Asia c’è l’hinglish per l’hindi, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, il japish o l’englanese per il giapponese, e via dicendo.

Stando a numerose ricerche effettuate attraverso l’analisi delle testate giornalistiche, che rispecchiano l’andamento più generale della lingua, tra le lingue romanze solo nel caso del romglese, la variante del rumeno, il numero degli anglicismi è simile al caso italiano, mentre la loro penetrazione in Francia e in Spagna non è paragonabile alla nostra, né per il numero né per il rilievo.

Le ragioni di questa diversa situazione sono storiche e culturali, ma soprattutto politiche. Lo spagnolo è parlato in una ventina di Paesi e le accademie di ognuno di questi lavorano in modo coordinato per mantenere l’uniformità della lingua sovranazionale anche con sostitutivi agli anglicismi. In Francia, la legge Toubon è arrivata dopo una serie di altri provvedimenti legislativi che hanno attraversato i governi di destra e di sinistra, dai tempi di De Gaulle a quelli dei mandati socialisti. All’estero in molti hanno da tempo compreso il problema e varato politiche linguistiche e provvedimenti. In Islanda esiste ufficialmente persino la figura del neologista, visto che l’islandese è una lingua davvero a rischio, in Europa. In Italia non siamo mai intervenuti, e l’approccio del “liberismo linguistico” si sta trasformando in un anarchismo selvaggio dove la nostra lingua è schiacciata dall’egemonia dell’inglese. L’italiano è paradossalmente più tutelato in Svizzera – dove il question time si chiama l’ora delle domande – che nel nostro Paese: lì negli ultimi anni si sono fatti enormi investimenti per la promozione dell’italiano visto che davanti al francese e al tedesco risulta in minoranza, nel loro modello plurilinguista.

* Dalla semplice importazione degli anglicismi stiamo passando alla nascita di nuove “regole” per la formazione delle parole: dilagano centinaia di ibridazioni come screenare; se usiamo work, di conseguenza paliamo anche di working e worker, spesso ormai declinato con la s del plurale workers; ricombiniamo le radici inglesi in espressioni come smart working o covid hospital e covid free, si afferma la regola del “no + inglese” in espressioni come no mask, e in pseudoanglicismi come no vax, no panic

In conclusione

Queste sono le premesse che ci hanno spinto a presentare la seguente proposta per la promozione della lingua italiana e un disegno di legge a sua tutela.
Il 2021 è l’anno delle celebrazioni dantesche e dell’istituzione del Ministero per la transizione ecologica: crediamo ci si debba finalmente occupare anche della tutela della lingua italiana in una prospettiva legata al tema dell’ecologia linguistica, oltre che ambientale. L’uscita del Regno Unito dall’Europa, infine, potrebbe essere l’occasione anche per rilanciare la nostra lingua come lingua di lavoro nella UE e promuoverla maggiormente all’estero.

Di fronte a un’anglicizzazione sempre meno sostenibile, chiediamo perciò che si intervenga a tutela dell’italiano con la costituzione di un organismo ufficiale dello Stato che operi almeno attraverso tre diverse prospettive: la promozione culturale, la legislazione e la valorizzazione all’estero che può rappresentare un’enorme risorsa economica.

Di seguito 11 punti concreti di intervento.

§ Misure di promozione della lingua italiana e contro l’abuso dell’inglese

1) Avviare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese

Lo hanno già chiesto oltre 4.000 persone in una petizione rivolta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori e i canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale e le “pubblicità progresso”, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

2) Dare il via a un’analoga campagna nelle scuole

Servirebbe a fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

3) Emanare linee guida e raccomandazioni per il linguaggio dell’amministrazione e quello istituzionale

Questo approccio è già stato inaugurato con un certo successo – e con la consulenza dell’Accademia della Crusca – per la femminilizzazione delle cariche lavorative. Si potrebbero emanare analoghe linee guida e raccomandazione anche per evitare l’abuso degli anglicismi, come è stato fatto per esempio in Svizzera (qui un esempio: https://www.bk.admin.ch/bk/it/home/documentazione/lingue/strumenti-per-la-redazione-e-traduzione/raccomandazioni.html).

§ Interventi legislativi

4) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro

In Francia è vietato e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per le loro violazioni. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro, mentre nascono i sindacati dei rider o dei pet sitter.
Con un approccio alla francese,* magari più moderato, dovremmo fare in modo che le mansioni di lavoro si esprimano in italiano, per rispetto della nostra lingua, dei cittadini e della trasparenza loro dovuta. Per le nuove professioni espresse solo con nomi in inglese, ancora una volta il ruolo della Crusca potrebbe essere strategico nell’individuazione e nella coniazione di sostitutivi italiani.

* Gli articoli 6, 7 e 8 della legge Toubon, volti alla tutela dei lavoratori, precisano che i contratti di lavoro, le offerte d’impiego e i documenti interni all’impresa, imposti ai lavoratori o a loro necessari per lo svolgimento del lavoro, siano compilati in francese.

5) Valorizzazione dell’Accademia della Crusca

Al contrario delle accademie di Francia e Spagna, la Crusca non ha oggi un ruolo “normativo” e la sua storica missione lessicografica della costituzione di un vocabolario ufficiale le è stata sottratta ai tempi del fascismo. Senza arrivare a una sua ricostituzione o rifondazione, in modo più morbido, si potrebbe però rifinanziarla e investirla di un potere più forte e più ufficiale, rendendola un punto di riferimento per la politica linguistica come organo principale di consulenza, e coinvolgendola in un’opera di individuazione, ma anche di creazione, di sostituivi italiani agli anglicismi, potenziando il Gruppo Incipit e ufficializzandolo. Le accademie di Francia e Spagna coniano neologismi alternativi a quelli inglesi che vengono poi promossi da campagne mediatiche, e molti di essi, anche se non tutti, vengono poi recepiti dai parlanti e dai giornali con successo. Ciò costituisce un arricchimento della lingua locale, invece che una sua regressione.

6) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano

Anche se la Corte Costituzionale si è espressa più volte sancendo che l’italiano è la lingua ufficiale, questo aspetto non è chiaramente espresso nella Costituzione e si potrebbe aggiungerlo come nella Costituzione francese, e come la Crusca ha proposto un paio di volte senza successo. Nell’articolo 12, dove si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, si potrebbe aggiungere che l’italiano è la lingua ufficiale. Ciò non pregiudica né l’utilizzo delle lingue regionali né le minoranze linguistiche già esplicitamente tutelate in altri articoli.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione

La lingua dell’università, della scuola e della formazione deve essere l’italiano, e l’insegnamento non può avvenire attraverso l’erogazione esclusiva di corsi in inglese, come di fatto sta accadendo in alcuni atenei (il caso del Politecnico di Milano è il più eclatante). Questo è un diritto degli studenti e degli italiani che non può essere cancellato, fatto salvo che le scuole straniere, pensate per accogliere studenti di cittadinanza straniera, o gli istituti che erogano insegnamenti a carattere internazionale, sono esclusi da questo obbligo.

8) Ripristinare l’italiano come lingua dei Prin

I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano, non solo in inglese (mentre l’italiano è ridotto a un’inutile opzione facoltativa); il diritto di rivolgersi alle istituzioni italiane o europee in italiano non può essere messo in discussione.

9) Cancellazione dell’obbligo di conoscere l’inglese, come unica seconda lingua, nella pubblica amministrazione

La riforma Madia (legge n. 124 del 7 agosto 2015, “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, articolo 17, lettera e) ha sostituito l’obbligo di conoscere una lingua straniera come requisito per i concorsi nella pubblica amministrazione con l’obbligo della sola lingua inglese. Si tratta di un principio che va contro il plurilinguismo inteso come valore e ricchezza culturale e porta all’affermazione della sola lingua inglese indipendentemente dall’ambito. L’obbligo di conoscere una seconda lingua, dunque, dovrebbe essere ripristinato, e solo a seconda dell’ambito si potrebbe specificare che coincide con l’inglese (laddove questa lingua è realmente un requisito), altrimenti si tratta di un provvedimento discriminatorio.

§Valorizzazione dell’italiano all’estero e sul piano internazionale

10) Adoperarsi perché l’italiano ritorni a essere lingua di lavoro in Europa

L’Italia dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea, e lavorare perché ritorni a essere lingua di lavoro, come lo era un tempo, e come oggi lo sono l’inglese, il francese e il tedesco. L’uscita del Regno Unito, oltretutto, rende di fatto l’inglese una lingua madre minoritaria rispetto a quelle comunitarie, parlata solo in Irlanda e a Malta, che hanno però indicato come lingua ufficiale il gaelico e il maltese; dunque è possibile spingere maggiormente verso un modello multilingue che non escluda l’italiano, nell’interesse del nostro Paese e di tutti i cittadini.

11) Trasformazione della lingua italiana in un bene da esportare

Il governo dovrebbe lavorare per promuovere maggiormente l’italiano all’estero, visto che gode di una nomea molto apprezzata. Basti pensare ai prodotti alimentari dal nome italofono – un fenomeno che non esiste per i prodotti francesi o spagnoli – che rappresentano una fetta di mercato enorme.
Questo progetto può attuarsi attraverso la creazione di posti di lavoro per l’insegnamento, ma anche attraverso la valorizzazione della cultura e della lingua italiana in tutto il mondo, che può trasformarsi in una grande risorsa economica. In questo processo, anche le denominazioni delle nostre manifestazioni, eventi e e iniziative dovrebbero essere in italiano, invece di puntare a progetti di cui ITsART, da poco presentato ufficialmente per promuovere la cultura italiana in tutte le sue forme (tranne la lingua), rappresenta l’ennesimo caso di rinuncia all’esportazione del nostro patrimonio linguistico.

Gli anglicismi non sono prestiti, ma trapianti!

Il 26 settembre del 1959, in un articolo su France-Soir (Maurice Rat, “Potins de la grammaire”) ha fatto la sua comparsa la parola franglais, formata dalla contrazione di français e anglais. Cinque anni dopo, è diventata il titolo di un celebre libro di René Étiemble, Parlez-vous franglais? (Gallimard, 1964) che denunciava esplicitamente la penetrazione delle parole inglesi nella lingua francese.

I nostri dirimpettai hanno sempre avuto a cuore la propria lingua e De Gaulle, già alla fine dalla Seconda guerra mondiale e dopo lo sbarco in Normandia, si era opposto a ogni tentativo di trasformare il suo Paese in una sorta di provincia sotto il controllo degli Usa, non solo politicamente, ma anche dal punto di vista culturale e linguistico. La contaminazione lessicale dell’inglese, che a quei tempi si poteva appena intravedere, non riguardava solo la Francia, era destinata a diventare un fenomeno mondiale.

Sul modello del franglese oggi parliamo di itanglese, ma circolano anche varie altre espressioni (itangliano, italiaricano, italiese…) tra cui itanglish, un costrutto volutamente ibrido che esprime il non essere più italiano, e a sua volta si riallaccia alle infinite neoconiazioni che sono spuntate in tutto il mondo, perché ovunque è nata l’esigenza di trovare il nome della “cosa”. In Francia circola anche il franricain, in Spagna tutto ciò si chiama spanglish (anche se l’origine della parola inizialmente indicava la contaminazione dell’inglese da parte dello spagnolo, e non viceversa), nel rumeno si parla del romglese, e fuori dalle lingue romanze in Germania c’è il Denglish (alla tedesca Denglisch), in Asia c’è l’hinglish per l’hindi, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, il japish o l’englanese per il giapponese (di cui ho già detto) e ci sono altri esempi ancora citati da Tullio De Mauro che ha definito tutto ciò uno “tsunami anglicus”.

Recentemente si è cominciato a parlare anche del runglish della Russia post-comunista, che prima non era stata toccata dal problema (cfr. “La panspermia del globalese”), mentre in un articolo su The Guardian (Helena Smith, “The Greeks had a word for it … until now, as language is deluged by English terms”, 31/01/202) il linguista Georgios Babiniotis (Γεώργιος Μπαμπινιώτης), ex ministro dell’Istruzione, ha denunciato l’enorme “focolaio di Greenglish” in gran parte correlato al Covid. La pandemia è un fenomeno globale, e ha indotto a usare un linguaggio globale in inglese che ha portato anche in Grecia il lockdown e una serie di altri anglicismi, in un’esplosione anglomane che ho denunciato anche a proposito dell’italiano (cfr. Treccani).

In sintesi, anche se siamo uno dei Paesi più anglicizzati rispetto agli altri, il fenomeno del globish-globalese che contamina ogni idioma, e rischia di snaturare l’identità linguistica locale, è mondiale. Continuare a parlare in modo astratto di “prestiti” come si legge nei manuali di linguistica, suona ogni giorno più ridicolo, perché queste categorie tutte teoriche non sono in grado di rendere conto dell’attuale interferenza dell’inglese. Come mai l’intera umanità ha cominciato improvvisamente a prendere in prestito solo dall’angloamericano?
Meno superficialmente, sarebbe ora di cominciare a chiamare le cose con il loro nome. L’anglicizzazione non ha a che fare con i “prestiti” ma con i trapianti lessicali che sono il frutto di una forte pressione esterna. L’economia e la cultura a stelle e strisce che si espandono con la globalizzazione del pensiero e delle merci impongono i propri concetti, le proprie parole e la propria lingua. In questa dittatura dell’inglese le lingue locali sono sempre meno caratterizzate dal “prendere in prestito” qualche parola, per loro volontà, e sempre più invase e schiacciate da una terminologia che non è più fatta dai nativi, è invece imposta dall’esterno e subita. Il lessico di questa neolingua orwelliana si esporta con la pubblicità, con la tecnologia, l’economia, la cultura, la scienza…

Parole come leasing o franchising si propagano in tutto il mondo intoccabili perché “le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale” (Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153).
E come ha osservato Alessandro Gilioli (“Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3) lo stesso processo di propagazione si può rintracciare nella diffusione di “factoring, joint venture, marketing, licensing, trust, performance bond, know-how, incoterms, merchandising, common law, civil law, buyer, competitor, consumer, delivery, welfare state, authority, devolution, spending review”, ma si potrebbero aggiungere tantissimi altri “internazionalismi forzati” come antitrust o dumping… Accanto a questi trapianti c’è tutta la terminologia del lavoro che spinge, a cominciare dalle mansioni contrattuali di un’azienda come McDonald’s che nelle sue succursali esporta figure come quelle dei crew (ma anche dei crew-delivery o dei crew-trainer) o dei guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager), per finire con i ruoli e il linguaggio di altre multinazionali, dalle cosiddette big pharma a quelle dell’informatica. Quando la Microsoft introduce i download nelle sue interfacce, Twitter i follower, Facebook la timeline, Google gli snippet e centinaia e centinaia di simili esempi, sono le multinazionali d’oltreoceano a imporre a tutti la propria terminologia, e la lingua non è più fatta dai nativi. Al massimo i nativi al soldo di queste imprese ratificano questi trapianti bollandoli come opportuni o “necessari” perché non vogliono tradurli, e spesso ne sono incapaci. In questo modo favoriscono l’occupazione dall’esterno, e c’è persino chi fa di questa prassi una massima di cui andar fiero, “i termini non si traducono”, come fosse un precetto: se ci sono già equivalenti forse si possono anche usare, altrimenti guai a creare nuove parole, si introduca la neolingua superiore: l’inglese! Una scelta deleteria per la nostra lingua, che impedisce di creare neologismi italiani e ci intasa con una creolizzazione lessicale e terminologica da Paese delle banane, con il risultato che gli anglicismi del sistema operativo di iPhone in italiano sono 10 volte superiori a quelli delle versioni in francese o spagnolo, dove la “necessità” di non tradurre il più delle volte non esiste affatto. Siamo un Paese linguisticamente occupato dove queste nuove parole che importiamo dall’esterno sono certificate da nativi colonizzati e collaborazionisti. Altro che prestiti!

Mentre all’estero si registrano delle resistenze, mentre le accademie linguistiche di Francia e Spagna producono alternative e arginano l’invasione, mentre la maggior parte degli altri Paesi mette in atto politiche linguistiche e misure per la tutela e la promozione della propria lingua, noi no. Noi agevoliamo dall’interno questo suicidio lessicale – specchio di un suicidio culturale e sociale – con anglicismi che in Francia e in Spagna non penetrano (lockdown) e con i nostri pseudoanglicismi personali (smart working), perché i trapianti imposti da fuori non ci bastano. Nella nostra follia di sentirci moderni e internazionali usiamo in modo compulsivo non l’americano, ma il “mericoniano” (da: Nando Mericoni, il personaggio interpretato da Alberto Sordi in Un Americano a Roma).

Le conseguenze dell’operato delle multinazionali sull’ecologia sono ormai evidenti a tutti. E il governo Draghi ha introdotto il ministro per la transizione ecologica. Purtroppo in Italia nessuno si occupa dell’ecologia linguistica e della distruzione del nostro sistema linguistico e culturale. Anzi, i nostri politici sono i primi a a distruggerlo, dal ministro della cultura Dario Franceschini che annuncia il progetto ItsArt e riduce le celebrazioni dantesche alla retorica che rischia di fatto di relegare l’italiano in un museo, al cashback di Stato di Conte, al navigator di Di Maio, al Jobs Act di Renzi…

Non c’è bisogno di avere alcun ministro per la transizione all’itanglese, insomma, questo processo è già perseguito spontaneamente dall’intera nostra classe dirigente.
Sarebbe invece ora di varare una legge perché il nostro Paese tuteli e promuova la nostra lingua, invece di distruggerla.

Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come “know how”

Sul sito dell’Accademia della Crusca, qualche giorno fa è stata pubblicata una consulenza linguistica di Claudio Giovanardi sulla traducibilità di know how che si conclude con “una prognosi infausta per qualsiasi ipotesi di traduzione italiana”.

Le motivazioni sono basate sul fatto che l’anglicismo veicolerebbe “una nozione complessa, bisognosa di una lunga perifrasi esplicativa” e che avrebbe una “collocazione iniziale” nei linguaggi tecnico-scientifici, anche se poi si è riversata nel linguaggio comune.

Credo però che si possano fare “prognosi” differenti.

Know how: è possibile tradurlo? Certo che sì: competenze

La traducibilità di know how in italiano si può constatare con qualche esempio contestualizzato tratto dai primi articoli che escono cercando la locuzione su Google notizie:

“Cooperazione, passione e motivazione le chiavi per diffondere il know-how finanziario e favorire la parità di genere” (Adnkronos, 9 maggio 2019).
Possibilità espressive diverse: competenze (conoscenze, esperienze) finanziarie.

“Gruppo Sme.UP: architetture IT, know-how dirompente al servizio delle aziende” (Data manager, 6 maggio 2019).
Possibilità espressive diverse: competenze (capacità, conoscenze, cognizioni, specializzazioni, esperienze) dirompenti.

“Sanità: incontri a Mosca per scambi know how e cooperazione tra la Russia e la Puglia” (L’obiettivo 28 aprile 2019).
Possibilità espressive diverse: competenze (conoscenze, cognizioni, specializzazioni, esperienze, tecniche).

In questi esempi i giornalisti hanno scelto l’inglese, ma è perfettamente lecito esercitare scelte differenti italiane esprimibili in una sola parola, come accade all’interno degli articoli, dove l’anglicismo dei titoloni è talvolta sostituito dai sinonimi italiani. Dunque non riesco a condividere l’affermazione che “in contesti di lingua comune dovremmo probabilmente usare conoscenze (o competenze, o esperienze) pregresse o qualcosa del genere”; non mi pare che ci sia bisogno di specificare “pregresse”, lo trovo inutile e ridondante (è evidente che le competenze siano già state acquisite). Togliendo l’aggettivo, rimangono numerose alternative di una parola sola, e se si guarda “l’economia linguistica” non risultano particolari svantaggi: know how non è “una sola parola”, soprattutto se scritto senza il trattino di unione, è solo un po’ più corto (8 caratteri, spazio o trattino incluso, contro 10 di competenze).

Nel linguaggio comune l’accezione tecnica non sembra caratterizzante: in molti esempi tratti dalla stampa si aggiunge l’aggettivo “tecnico” o “tecnologico” proprio per rimarcarne l’ambito:

“Dall’operaio al manager, tutti devono avere un solido know-how tecnico” (Corriere della Sera, 11/12/ 2018);
“Ingenti volumi con elevato know-how tecnico che garantisca la migliore qualità…” (La Repubblica, 3/11/2014);
“Sull’innovazione prodotta dal know-how tecnologico” (La Repubblica, 24/04/2019);
“Il progressivo abbandono della pratica del trasferimento forzato del know how tecnologico per le aziende Usa che vogliano lavorare in Cina” (Il Messaggero 4/4/2019).

La collocazione in ambiti tecno-scientifici, inoltre, non sembrerebbe appartenere all’inglese, ma sarebbe semmai il risultato della sedimentazione dell’anglicismo all’interno della nostra lingua, cioè un’accezione peculiare dell’italiano.
Know significa saperehow significa come.
L’Oxford english dictionary dà una definizione che rimanda alla conoscenza pratica, all’abilità e alla competenza (“Practical knowledge or skill; expertise”), tutte parole esistenti in italiano, e aggiunge tra gli esempi d’uso proprio: “technical know-how”.

La domanda che bisognerebbe rivolgere alla Crusca è allora molto semplice. Perché in italiano know how dovrebbe essere “intraducibile” (prognosi infausta) mentre in francese e in spagnolo è perfettamente tradotto (prognosi fausta) con espressioni comuni e non tecniche?


Perché in italiano è intraducibile, ma in francese e spagnolo si traduce?

bandiera franceseIn francese si dice semplicemente savoir-faire (ma da noi questa espressione si è acclimatata con un’accezione diversa legata al costume) come si può leggere sul Grand dictionnaire terminologique (GDT) del Québec. Cercando poi l’espressione inglese sulla Wikipedia si finisce sulla pagina del corrispondente francese.

wikipedia francia know how savoir fair

Andando a vedere gli esempi concreti di traduzioni francesi, quando si vuole rimarcare l’accezione tecnologica si aggiunge molto semplicemente savoir-faire technique, come negli esempi fatti sopra in italiano.

bandiera spagnolaAnche in spagnolo l’anglicismo viene affiancato senza problemi dall’espressione conocimiento fundamental, stando alla Wikipedia,  mentre nel Dizionario panispanico dei dubbi, come ricorda Gabriele Valle, si consiglia di tradurlo con saber hacer, cioè saper fare (che è poi il significato letterale di savoir-faire): “L’esistenza di questa locuzione spagnola rende non necessario l’uso dell’anglicismo know-how, molto usato nell’ambito imprenditoriale”.

A questo punto tutto è più chiaro: la prognosi di know how e di moltissime altre parole del genere non è la stessa ovunque, altrove non è affatto intraducibile. Siamo noi italiani che abbiamo qualche problemino a tradurre gli anglicismi, perché le condizioni culturali in cui viviamo sono molto diverse da quelle dei Paesi francofoni e ispanofoni: all’estero si va fieri della propria lingua, e non si registra un complesso di inferiorità davanti all’inglese. In Italia manca questa cultura, mancano queste condizioni sociali. Forse abbiamo qualche “patologia” (per seguire le metafore di Morbus anglicus e di prognosi) se persino il maggior organo che custodisce  la nostra lingua, la Crusca, assume posizioni inaudite nelle accademie spagnole o in quella francese.


I limiti di azione del Gruppo Incipit

Se know how non avesse equivalenti italiani perfetti, si potrebbero coniare, in teoria. Per esempio “competecnica” o qualcosa di meglio, visto che il suggerimento di esperienzativo proposto da un lettore viene bocciato. Ma la nostra accademia non segue questa via, e questo è un altro grande limite italiano che ci differenzia dai Paesi vicini: la volontà di non proporre neologie alternative da parte delle istituzioni, unita all’atteggiamento che  giustifica l’intraducibilità di certi anglicismi, ci sta riempiendo di parole inglesi.
Le campagne mediatiche e istituzionali contro l’abuso dell’inglese, in Francia e Spagna, promuovono e diffondono gli equivalenti autoctoni, ma quando mancano i traducenti coniano nuove parole.
La Crusca non opera in questo senso. Davanti all’inglese, l‘unica neoconiazione che si è registrata è quella di Francesco Sabatini che nel 2016 ha proposto “adozione del configlio” al posto di stepchild adoption (comunicato n. 5 del Gruppo Incipit), ma nel 2018 (comunicato n. 9) è stata fatta sparire e tra le alternative riassunte c’è solo adozione del figlio del partner, che ricorre a un anglicismo per sostituirne un altro, un modo di operare che ha suscitato non poche perplessità e critiche da parte di molti.  Tra le altre critiche mosse al gruppo c’è quella di aver rilasciato, dal 2015, soltanto 12 comunicati con le alternative a una ventina di parole inglesi, il che ha un valore soltanto simbolico che può essere molto importante, ma non ha prodotto strumenti di utilità pratica.

Comunque sia, la costituzione del Gruppo Incipit non ha come scopo quello di combattere gli anglicismi – questo va gridato molto forte – ma solo di frenare quelli incipienti, agendo quando appaiono e dando per scontato che se una parola si radica è poi impossibile scalzarla. Ciò non è vero, come sarà chiaro tra poco, ma soprattutto questa filosofia contiene anche altri elementi di debolezza.

Per prima cosa non è facile capire quando un forestierismo appare, siamo avvolti quotidianamente da nuvole di anglicismi, ma è difficile prevedere quali siano occasionalismi passeggeri e quali si stabilizzeranno. Tullio De Mauro ha notato come molte espressioni (per esempio benchmark) si fossero accreditate nell’uso tecnico già decenni prima che il termine si diffondesse nell’uso comune.

Questo non vale solo per gli anglicismi, anche tsunami (per fare un esempio giapponese che De Mauro ha usato per definire lo tsunami anglicus dei nostri giorni) era registrato nei dizionari dagli anni ’60 come tecnicismo, prima che si riversasse nell’uso comune e diventasse popolare in seguito alla tragedia che nel 2004 ha sconvolto l’oceano Indiano. Dunque, visto che prima di radicarsi gli anglicismi sono spesso preceduti da un “periodo di latenza” (come ha osservato Michele Cortelazzo), il Gruppo Incipit dovrebbe creare un doppio argine, per essere efficace: diffondere le alternative italiane innanzitutto nei linguaggi di settore, quando appaiono (ma anche questo è un compito arduo) e in seconda battuta alzare gli argini quando si riversano nel linguaggio comune per i motivi più disparati. Se non si crea il primo argine sarà più difficile che funzioni il secondo, perché quando una parola esce dal suo ambito specifico per diventare popolare, i giornali la ripropongono bella e pronta senza traduzioni. È così che i tecnicismi inglesi, che nei linguaggi di settore vengono tradotti sempre meno, tracimano poi nel linguaggio mediatico: know how oppure benchmark, spread, spending review

Ma da dove viene la strategia di contrastare solo gli anglicismi incipienti, invece di promuovere le alternative italiane di fronte all’interferenza dell’inglese come fenomeno complessivo?


Occorre guardare oltre la prospettiva del Gruppo Incipit

Scrive Giovanardi:

“Il DELI di Cortelazzo-Zolli ci dice che know how è diffuso in italiano a partire dal 1955 e che il vettore è stato la stampa periodica. La probabilità di successo di un traducente italiano è legata alla tempestività con cui viene proposto e usato. Se si dà all’anglicismo la possibilità di attecchire nella lingua (tanto più nella lingua comune) diventa difficile pensare di poterlo scalzare. Potremmo oggi sensatamente pensare di sostituire con un corrispondente italiano parole come film o sport? La risposta è no”.

Credo che nessuno voglia scalzare parole come film o sport, in primo luogo perché sono addirittura ottocentesche, ma soprattutto perché non violano il nostro sistema grafico e fonetico, e per questo sono state assimilate senza troppi problemi generando anche una serie di derivati perfettamente italiani nella loro struttura: filmino, filmare, sportivo, sportività… Lo stesso non si può dire di know how.

In ogni caso, affermare che non è possibile arginare un anglicismo ormai radicato può essere vero da un punto di vista statistico in Italia, ma non è affatto vero logicamente né è applicabile a quanto avviene all’estero. E qui si ritorna al solito problema: ha poco senso combattere i singoli anglicismi, bisogna creare un nuovo atteggiamento, tentare una rivoluzione culturale e lavorare per seminare le condizioni perché anche nel nostro Paese si spezzi la “strategia di dirlo in inglese” e si possa tornare a parlare in italiano senza vergogna e complessi di inferiorità. Questo è il terreno della battaglia, un terreno che dovrebbe essere salvaguardato dalla politica e dalle istituzioni, non solo dalla Crusca.

Gli anglicismi, incipienti o stagionati, non sono erbacce da estirpare dai dizionari, sono semi infestanti di cui bisogna denunciare gli effetti a catena nocivi (per la nostra lingua) per far sì che la gente non li coltivi. Non avrebbe senso bandire una parola radicata come meeting. Quello che ha senso è promuovere incontro, convegno, congresso, assemblea, e a seconda dei contesti riunione, raduno, conferenza, simposio, tavola rotonda… Davanti alla percezione che l’inglese sia più evocativo (l’inglese in generale, non un singolo anglicismo), bisognerebbe convincere i parlanti che la nostra lingua è bella e preferibile, per fare regredire le frequenze dell’inglese, non per cancellarlo.

Risultati del genere si possono ottenere solo attraverso una rivoluzione culturale basata sulla valorizzazione e la promozione del nostro patrimonio linguistico. Significa far capire ai politici che introdurre parole come jobs act e navigator sarà per loro controproducente, in termini elettorali. O ai giornalisti che i lettori preferiscono parole italiane e chiare, rispetto agli anglicismi. Significa creare le condizioni per cui un imprenditore parli con orgoglio di missione e visione, invece di mission e vision, che un parrucchiere o un truccatore si definiscano così, invece di hair stylist e makeup artist, che un aspirante attore preferisca iscriversi a un corso di recitazione e non di acting, o che un blogger si presenti come un bloggatore perché gli suona meglio. Significa far passare l’idea che gay non è politicamente più corretto di omosessuale, è solo più corto, che spread non è più preciso di differenziale, forbice o forchetta, e che parlare del giusto dressing non ci eleva rispetto a il saper vestire, ci rende semmai ridicoli, visto che in inglese indica una salsina per l’insalata (al massimo si dovrebbe parlare di clothing).

Solo cambiando le motivazioni sociolinguistiche che stanno impoverendo l’italiano potremmo assistere alla regressione dell’inglese, anche di quello radicato. Dare per scontato che è impossibile scalzare l’inglese, e arginarne la frequenza, significa assumere una posizione politica ben precisa: quella di non volere intervenire. Una strategia diversa rispetto a quelle di Francia e Spagna dove al contrario si lavora per creare una nuova cultura, e le accademie non sono lasciate sole, sono affiancate da altre istituzioni e dallo Stato. Ecco perché da loro le “prognosi” sono fauste e la regressione di anglicismi radicati è possibile!


La regressione dell’inglese in Francia e in Spagna

“L’Accademia di Francia ha proposto inutilmente di sostituire dopage a doping”, scriveva nel 1988 Gian Luigi Beccaria (Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano, p. 220).

A quei tempi era difficile misurare l’efficacia di questi provvedimenti, ma oggi, se si analizzano le frequenze di doping e dopage attraverso uno strumento statistico come Ngram Viewer di Google, vediamo che le cose si sono evolute diversamente.

dopage e doping in francese
La regressione di doping nel francese.

Come si può vedere l’anglicismo è regredito. Benché i provvedimenti per la difesa del francese esistessero da ben prima, nel 1994 è arrivata anche la legge Toubon a migliorare le cose (proprio da quell’anno il francesismo sale e l’anglicismo scende). E chi nega la validità delle indicazioni di Ngram (magari solo quando gli fa comodo) può trovare molte altre conferme di questa tendenza, a cominciare dalle ricerche che si possono fare su un giornale come Le Monde (al 12/5/2019 doping restituisce 261 articoli contro i 7.093 di dopage) per finire con la Wikipedia francese dove la voce doping non esiste: si è reindirizzati a dopage.

Tutto questo non può che avere una ricaduta su come i francesi parlano!
Gli italiani, invece, che cosa possono fare se non ripetere doping che leggono sui giornali e sentono in tv senza alternative? Drogaggio o dopaggio (quest’ultimo non è neppure riconosciuto dal mio correttore ortografico) esistono solo nei dizionari, ma non li usa nessuno perché nessuno li promuove.

Container
Un altro esempio è quello di container e conteneur. Cercando l’anglicismo sulla Wikipedia finiamo alla voce autoctona che recita:

“Nell’ambito dei trasporti, un conteneur (forma raccomandata in Francia dalla DGLFL e in Canada da l’OQLF) o container, è un cassone metallico…”.

Il DGLFL è sostanzialmente il ministero della cultura, e l’OQLF è un’organizzazione pubblica del Quebec, ma anche l’Accademia francese non si sognerebbe mai di proclamare container come intraducibile. Lì si opera per tradurlo (in questo caso con una parola di uso comune, in barba a chi lo etichetta come un tecnicismo o internazionalismo necessario) e per promuovere l’uso della traduzione senza vergognarsi della propria lingua. Il risultato è ancora una volta la regressione della frequenza dell’anglicismo, che esiste, non viene “estirpato”, ma si usa poco perché si preferisce il francese.

contanier in francese
La regressione di container nel francese.

 

Brainstorming
Un terzo caso emblematico, grazie alla politica linguistica e all’intervento dell’Académie française, è quello di brainstorming, un termine che ha cominciato a diffondersi negli anni ’50. Sul sito della Crusca si legge che è intraducibile, invece in  Francia, negli anni ’60, proprio un membro dell’Accademia, Louis Armand, ha coniato l’alternativa spremi-meningi (remue-méninges) che non ha soppiantato l’inglese, però esiste e ne ha arginato la diffusione.

brainstorming in francese
Brainstormnig e remue-mèninge nel francese.

Naturalmente, non tutte le alternative proposte hanno successo, alcune non sono recepite e praticate, ma comunque la gente può scegliere come parlare. In spagnolo, a riprova che non esiste nulla di intraducibile, brainstorming è stato tradotto con  pioggia di idee (lluvia de ideas) che ha avuto un certo successo.

barinastorming in spagna
Brainstormnig e lluvia de ideas in spagnolo.

Noi potremmo dire per esempio parole in libertà, ma chi proporrebbe questo equivalente? E, soprattutto, chi lo promuoverebbe se non abbiano un analogo delle accademie estere e non abbiamo una politica linguistica istituzionale? Il punto è racchiuso qui. Nel dotarci anche noi di organi istituzionali che vogliano promuovere la lingua.

After shave
Anche in Italia sono possibili regressioni dell’inglese, ed esistono dei precedenti, benché sporadici. Un esempio è quello di after shave di fronte a dopobarba.

afterf shave e dopobarba in italiano
La regressione di after shave in italiano.

Si vede chiaramente che l’anglicismo ha avuto un’impennata negli anni ’70, e cercando sugli archivi dei giornali si può scoprire che era dovuta soprattutto alle pubblicità, che in quel periodo avevano puntato sull’inglese. Poi, però, qualcosa è cambiato e le pubblicità sono tornate a preferire l’italiano, con la conseguenza che l’anglicismo è regredito, e ancora oggi è possibile trovare, nei reparti dei supermercati, le confezioni di prodotti che hanno più frequentemente una comunicazione in italiano. Se così non fosse ripeteremmo ciò che leggeremmo sulle scatole che ci vendono.


Come uscire dalla crisi dell’italiano?

A questo punto è evidente che l’operato della Crusca non è certo paragonabile a quello dell’Académie française o delle accademie spagnole (che sono una ventina). Il che non è un giudizio qualitativo, ma una constatazione politica. Quando il servizio di consulenza della nostra accademia scrive che know how, brainstorming o selfie (in francese égoportrait) sono intraducibili o non hanno “sinonimi perfetti” sta adoperando un criterio molto diverso dagli organismi analoghi degli altri Paesi, e con queste prese di posizione invece di favorire l’allargamento di significato delle parole italiane contribuisce a diffondere l’inglese.

La filosofia linguistica dominante nel nostro Paese ha un approccio descrittivo della lingua, più che prescrittivo/normativo. In altre parole, dopo secoli di purismo, la tendenza è quella di osservare come la lingua evolve senza intervenire, rinunciando sempre più all’idea di correggere, di prescrivere cosa è giusto e cosa è sbagliato, e davanti a questa prospettiva “osservatrice” e non interventista poi succede che i mezzi di informazione equivochino le cose traducendo questo approccio in titoloni semplicistici come “la Crusca sdogana scendi il cane” e simili. Ma di fronte all’inglese, bisognerebbe forse recuperare un po’ di normativismo e puntare maggiormente a una sintesi tra descrizione e prescrizione che permetta all’italiano di evolvere senza perdere la propria identità. Il liberismo linguistico ben sintetizzato da Gian Carlo Oli per cui la lingua non va difesa, ma va studiata, ha fallito. Ci sta portando verso l’itanglese e la regressione dell’italiano. Le pressioni esterne della globalizzazione, anche linguistiche, vanno contrastate, non aiutate dall’interno da una classe dirigente e da intellettuali che vedono nella cultura e nella lingua inglese il punto di riferimento. L’italiano ha bisogno di essere tutelato, perché da solo non ce la fa, senza snaturarsi.

Purtroppo non si vede nulla di istituzionale all’orizzonte (almeno di serio). Davanti all’abuso dell’inglese nascono al contrario tante iniziative private tra loro scollegate.

Penso agli scioperi della fame di Giorgio Pagano.
Penso all’iniziativa “Dillo in italiano” di una pubblicitaria come Annamaria Testa che nel 2015 ha raccolto 70.000 firme e che ha portato alla costituzione del Gruppo Incipit, che però non basta.
Penso al “foro Cruscate”, fondato dal professor Marco Grosso e da Paolo Matteucci, matematico e fonetista, che da anni è attivo nella lotta contro il morbus anglicus con una comunità di utenti che discutono di traducenti con enorme rigore e competenza.
Penso a Gabriele Valle e al suo sito e libro Italiano Urgente che invita a seguire i modelli delle alternative agli anglicismi che si adottano in Spagna.
Penso a un traduttore come Giulio Mainardi che ha messo in rete il proprio “Dizionarietto di traducenti”.
Penso a un avvocato come Maurizio Villani che ha denunciato e raccolto gli anglicismi che si moltiplicano nei documenti fiscali rivolgendosi con una petizione al Gruppo Incipit.
Penso a una professoressa come Giuliana Della Valle, una mamma di quattro figli che ha deciso di aprire un sito e lanciare il suo appello alla Crusca e all’onorevole Marco Bussetti.

Di appelli come questi ce ne sono anche tanti altri, ma forse non andrebbero rivolti alla Crusca, ma alla politica. E tutti questi tentativi di creare sostitutivi che possibilità hanno di entrare nell’uso, se manca una politica linguistica che li possa diffondere?

Creare alternative a tavolino è “un simpatico ma infruttuoso gioco di società”, per riprendere le parole di Claudio Giovanardi. Come dargli torto?

Senza un progetto più ampio che abbia al centro la tutela del nostro patrimonio linguistico la traduzione non ha alcun senso pratico. E se la Crusca non incarna questo ruolo lo dovrebbe incarnare lo Stato, oppure proprio lo Stato dovrebbe investire ufficialmente la Crusca di questo compito.

attvisti per l'italianoPer arginare l’avanzata dell’inglese e la regressione della lingua italiana, in questo momento storico, l’unica via che mi pare praticabile è un movimento dal basso, che unito, abbia la forza di chiedere alla politica e alle istituzioni un intervento concreto, dall’alto, per la tutela e la promozione del nostro patrimonio linguistico. Come avviene nei Paesi a noi vicini.

È questo il senso della comunità Attivisti dell’italiano.

La sostituibilità degli anglicismi e lo speciale Treccani sulla lingua italiana

L’articolo di oggi si intitola “La sostituibilità degli anglicismi con corrispettivi italiani” (vai all’articolo), ma invece di leggerlo qui lo potete fare sul sito Treccani (su questo sito è invece possibile lasciare eventuali commenti).

Treccani speciale lingua italiana Antonio Zoppetti

Lo speciale “Lingua italiana” uscito oggi è interamente dedicato al tema degli anglicismi: “Inglese – Italiano 2 a 1?” (vai allo speciale) e riprende il fortunato libro di Giovanardi-Gualdo-Coco: Inglese-italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi? (Manni, San Cesario di Lecce, 2003).

Come ha sottolineato lo stesso Giovanardi, la novità è che se questo titolo, nel 2003, aveva suscitato ilarità e accuse di neopurismo, oggi il tempo si è rivelato galantuomo, e sedici anni dopo l’attenzione sull’invadenza dell’inglese è completamente cambiata.

Ho già mostrato come studiosi del calibro di Luca Serianni, che ai tempi della denuncia di Arrigo Castellani sul “Morbus anglicus” non erano preoccupati dell’anglicizzazione della nostra lingua, in seguito hanno rivisto le loro posizioni. Persino Tullio De Mauro, dopo aver contrastato per una vita le tesi di Castellani, nel 2016 ha ammesso che nel nuovo Millennio la situazione si era ribaltata:

Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. (…) L’afflusso di parole inglesi dagli anni Ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami…

[Fonte: Internazionale, 14 luglio 2016]

Per conoscere altri pareri su questo tsunami vi invito a leggere lo speciale Treccani che raccoglie i contributi di:

Claudio Giovanardi: “Inglese – Italiano 2 a 0”;
Michele Cortelazzo: “Gruppo Incipit: l’alternativa c’è”;
Francesca Rosati, “Vogliamo davvero impoverire l’italiano (e imbastardire l’inglese)?”;
Francesca Vaccarelli, “Burocratese e gobbledygook: il linguaggio oscuro in italiano e in inglese”;
Antonio Zoppetti, “La sostituibilità degli anglicismi con corrispettivi italiani”.

 

[PS: questo è il centesimo articolo di questo sito]

Nasce la comunità “Attivisti dell’italiano” contro l’abuso dell’inglese

attvisti per l'italianoGli Attivisti dell’italiano sono una libera associazione di persone – apolitica e apartitica – che si oppone all’abuso dell’inglese e contrasta l’anglicizzazione della nostra lingua impegnandosi concretamente a utilizzare un lessico italiano nel linguaggio e nella comunicazione di tutti giorni. Davanti al numero sempre più crescente di parole inglesi utilizzate dai mezzi di informazione, fare circolare i sostitutivi italiani è fondamentale per la salvaguardia della nostra lingua e per il suo futuro.

Perché gli apparati mediatici, nel 2017, ci hanno imposto le fake news invece delle notizie false, bufale, mistificazioni o “notizie pacco”? Perché ripetono ossessivamente e senza alternative espressioni come spending review o flat tax invece di quelle che abbiamo come taglio (o revisione) della spesa e di tassa forfettaria, unica o piatta?

E soprattutto, quali sono le conseguenze di questa strategia comunicativa basata sul ricorso all’inglese sistematico  e vissuto come più evocativo e moderno?

La risposta è semplice: la regressione dell’italiano. Se le nostre parole vengono usate sempre meno, giorno dopo giorno suonano più obsolete e insolite, per finire con il diventare inutilizzabili. Quelle inglesi, al contrario, si acclimatano e si sedimentano come più precise e attuali trasformandosi in “prestiti sterminatori” che fanno morire gli equivalenti del bel paese dove il sì suona.

giornali2Se i titoli dei giornali non fanno altro che urlare pusher o killer, la gente li ripeterà sempre più frequentemente fino a quando spacciatore e assassino non ci verranno più spontanei o suoneranno antiquati. Come è accaduto a calcolatore ed elaboratore, in vita e normali sino agli anni ’90, ma oggi inutilizzabili e morti davanti a computer.
Se cessiamo di dire parrucchiere davanti al moltiplicarsi delle insegne con scritto hair stylist, o se trucco ci suona più svilente di makeup, per quanto tempo i nostri equivalenti potranno sopravvivere senza apparire un linguaggio da “vecchie signore cotonate”, come ha osservato Luisa Carrada?

Ecco perché gli Attivisti dell’italiano considerano fondamentale non abbandonare le nostre parole. Se vogliamo che rimangano vive, e che evolvano insieme all’evoluzione del mondo, le dobbiamo utilizzare.

etichettario antonio zoppetti cesati editore
Una pagina tratta da L’etichettario. Dzionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi, Franco Cesati Editore, 2018.

Noi “attivisti” non ci vergogniamo dell’italiano e ne siamo orgogliosi!
A chi dice che i nostri equivalenti suonano come “vecchi” o “non tecnici” rispondiamo che, proprio utilizzandoli, ci battiamo per svecchiarli e renderli attuali, in nome della libertà di espressione di ogni individuo.
A chi, in malafede, associa le nostre libere scelte alle epurazioni dei barbarismi di epoca fascista rispondiamo che ognuno è libero di parlare come vuole, e che nessuno – a proposito di libertà – ha il diritto di imporre agli altri il monolinguismo stereotipato basato sull’inglese contrabbandato come la scelta più appropriata o come l’unica forma di comunicazione possibile.

“La nostra lingua è un bene comune. È un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica come individui, come cittadini e come Paese. Dovremmo averne cura”, ha scritto Annamaria Testa. Ma ormai non viene più spontaneo parlare di tetto di spesa al posto di budget a disposizione, dire trasferimento invece di download, personale invece di staff, abbiamo dimenticato l’esistenza del verbo compitare al posto di fare lo spelling e di tanti altri nostri vocaboli. Stiamo insomma smettendo di “pensare” in italiano, prima ancora che di parlarlo! E allora, di fronte al dilagare dell’inglese, usare il lessico italiano in modo attivo è un atto civico, un dovere morale, perché è solo l’uso che fa la lingua:

L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.

[Giacomo Leopardi, Zibaldone, 2 luglio 1821, pag autogr. 1263, alla p. 1207. marg.]

Due secoli fa questa riflessione era volta ad aprire la nostra lingua all’italianizzazione delle parole straniere, come “precisazione”, all’epoca considerata un francesismo sconveniente. Ma oggi è la nostra lingua madre ad apparire “sconveniente” o “bruttissima”, davanti all’anglomania sempre più scriteriata. E le osservazioni di Leopardi si sono rovesciate e vanno applicate, tristemente, al nostro lessico storico, se lo vogliamo conservare.


Denuncia, alternative e attivismo

La costituzione della comunità degli Attivisti dell’italiano è la terza fondamentale tappa di un progetto culturale ben più ampio.

Attraverso il sito e il libro Diciamolo in italiano ho provato a dimostrare con i fatti e con i numeri che l’anglicizzazione è un’evidenza incontrovertibile, da troppo tempo negata e sottovalutata dai linguisti. Ma il fenomeno non è solo un fatto linguistico, bensì sociale. Per questo, dopo la denuncia di quanto sta accadendo, banner rosso 250la seconda tappa è stata la costituzione del dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi affiancato dal libro L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1.800 parole inglesi. In Francia e in Spagna, progetti come questi sono realizzati dalle accademie e dalle istituzioni, ma poiché in Italia nulla di tutto ciò è mai stato fatto, era necessario realizzarlo “dal basso” in modo indipendente. Oltre 3.600 anglicismi che circolano nella nostra lingua sono oggi affiancati dalle alternative e dai sinonimi italiani in uso o possibili. AAA è in questo modo diventato una comunità che vive e si alimenta delle segnalazioni dei lettori, e gli equivalenti italiani sono oggi finalmente accessibili a tutti. Ma anche questo non è sufficiente.
Perché le alternative entrino in uso, vengano utilizzate e praticate è necessaria una terza tappa. Occorre promuoverle, occorre sensibilizzare tutti sulla regressione dell’italiano, occorre dare vita a una vera e propria rivoluzione culturale per riappropriarci della nostra lingua in modo attivo e senza vergognarcene.

Non vogliamo fare alcuna “crociata”, vogliamo al contrario organizzare la resistenza di fronte alla colonizzazione della nostra bella lingua che rischia di soccombere davanti all’inglese globalizzato che si espande insieme alla lingua delle multinazionali e dei mercati.
Praticare l’italiano in modo attivo non significa essere ostili ai contributi delle altre lingue (di tutte le lingue, però), né essere retrogradi, conservatori, autarchici o sovranisti. Significa al contrario amare la nostra lingua e andarne fieri. Ricorrere esclusivamente all’inglese, e abusarne, è il sintomo di un complesso di inferiorità che colpisce soprattutto la nostra classe dirigente che preferisce “elevarsi” attraverso gli anglicismi, ma così facendo fa morire l’italiano, e di giorno in giorno lo sta trasformando nell’itanglese.

Alberto Sordi Un Americano a RomaCome si legge nel nostro Manifesto, noi non abbiamo alcun complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese, anzi, consideriamo sciocchi e ridicoli coloro che vi ricorrono per darsi un tono. Sono solo gli epigoni dell’Alberto Sordi di Un americano a Roma o di macchiette come quella della canzone di Renato Carosone, ma hanno  perso di vista la natura parodistica del voler “fare gli americani” e l’hanno elevata tragicamente a strategia comunicativa.

Gli Attivisti dell’italiano ridono della classe dirigente anglofila, “zerbinata” di fronte alla cultura angloamericana. Disprezzano il linguaggio anglicizzato dei mezzi di informazione e plaudono invece a nuovi modelli culturali che considerano decisamente superiori. Nella sezione “Hanno detto” sono raccolte le dichiarazioni di personaggi pubblici che si sono espressi contro l’abuso dell’inglese. Questi sono i nostri modelli di riferimento: linguisti come Tullio De Mauro, giornalisti come Corrado Augias, registi come Nanni Moretti, cantanti come Elio (delle Storie Tese), scrittori come Dacia Maraini, artisti come Riccardo Muti, personaggi di spicco come Annamaria Testa, scienziati come Maria Luisa Villa…


Dai lamenti all’azione: diventa Attivista dell’italiano e sostienici!

Per aderire al movimento non c’è da pagare alcuna quota né sbrigare alcuna formalità. Lo si può fare in modo spontaneo e “interiore”. Per diventare Attivisti dell’italiano è sufficiente impegnarsi anche solo simbolicamente, e mettere in pratica almeno uno dei punti del nostro Manifesto, attraverso piccoli gesti quotidiani che sono però quelli che contribuiscono a preservare la nostra lingua.

Per rimanere in contatto con la comunità  è sufficiente registrarsi in Rete lasciando il proprio indirizzo di posta elettronica, per ricevere un bollettino mensile sulle iniziative del gruppo e sui temi legati all’abuso dell’inglese.

Per esternare l’adesione al movimento ognuno può esporre il nostro “gagliardino” dalle proprie pagine personali e dalle piattaforme sociali che frequenta.

attvisti per l'italiano
Il logo che tutti gli Attivisti dell’italiano possono esporre possibilmente con un collegamento al sito: https://attivisti.italofonia.info/

Infine, per partecipare ancora più attivamente, in futuro sarà possibile sostenere gruppi di pressione collettivi e firmare petizioni. Come cittadini, oltre che come consumatori, possiamo infatti protestare unitamente per esempio contro il linguaggio anglicizzato dei giornali o delle istituzioni. Possiamo scrivere e manifestare il nostro dissenso nei confronti delle aziende che pubblicizzano i propri prodotti in inglese (limited edition, all inclusive…), come invitano a fare alcune associazioni di consumatori tedesche. Possiamo lamentarci con le Ferrovie dello Stato che hanno introdotto le tariffe economy o premium o le aree kiss&ride, o con l’azienda Italo che ha sostituito la figura del capotreno con quella del train manager, negli annunci a passeggeri e persino nei contratti di lavoro. Come elettori possiamo protestare contro l’introduzione di appellativi come navigator o jobs act, invece di corrispettivi italiani più trasparenti e onesti. In questo modo i politici, le aziende e i giornali forse rifletterebbero maggiormente sul linguaggio che conviene loro adottare, davanti allo spauracchio di perdere consensi e clienti.

Invito tutti coloro che hanno a cuore la nostra lingua a proclamarsi Attivisti dell’italiano, ad aderire al movimento, a iscriversi al nostro bollettino, a sottoscrivere il nostro manifesto e a diffondere in ogni modo l’esistenza di questa battaglia che ha come obiettivo quello di creare una nuova cultura.

Questa iniziativa è un punto di partenza per passare dai lamenti all’azione, è un modo per aggregarci in una comunità che tanto più sarà estesa e tanto più avrà la forza di farsi ascoltare.