Il disprezzo della propria lingua e i limiti dei linguisti

Anna Ravano mi ha segnalato un articolo dello scrittore Franco Javier Marías uscito ieri su El País intitolato “Il disprezzo della propria lingua” che riflette sugli anglicismi. Il catenaccio è molto eloquente: il disprezzo è collegato all’irrefrenabile desiderio di essere americani e di vivere come loro, e ciò, in questo secolo, è diventato “stupido”.

L’incipit del pezzo parte con una constatazione evidente e innegabile: “Che la lingua spagnola sia distrutta da suoi giornalisti e parlanti salta all’occhio e alle orecchie da decenni, e il danno è sempre maggiore.”

Fa effetto leggere queste parole. Per prima cosa perché la lingua spagnola è “destrozada” dagli anglicismi in modo irrisorio rispetto all’italiano. Per accedere all’articolo per intero ci si può iscrivere gratuitamente alla rivista, e la procedura è commovente rispetto a quelle delle piattaforme dell’italietta colonizzata. Il sistema chiede di registrarsi aprendo un “conto”, e non certo un account; basta immettere il “correo electrónico” e non certo l’email; e poi bisogna inserire la “contraseña”, non certo la password. Quelli che da noi sono considerati prestiti di necessità in spagnolo non lo sono affatto. La necessità è tutta italiota.
Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i militari c’erano le parole d’ordine, ma da quando le multinazionali d’oltreoceano ci hanno imposto il loro mondo fatto dei loro concetti-parole, noi pappagalli italiani ripetiamo password, e abbiamo dimenticato e buttato via espressioni come parola chiave, codice di accesso o segreto. Certi linguisti e terminologi da paese delle banane giustificano e sottoscrivono la “necessità” dell’inglese in nome di un descrittivismo ipocrita che postula un “uso” sovrano, che presuppone che la gente dica così. Peccato che l’apologia dell’uso non è qualcosa di “democratico” che arriva dal basso, è un uso imposto dall’alto, o per meglio dire dall’esterno, dal nuovo centro di irradiazione della lingua che arriva dagli Stati Uniti, visto che le parole del nuovo Millennio non sono più coniate dai nativi italiani. Questi ultimi le ripetono per forza di cose, e viene da chiedersi a che cosa servano i terminologi e i linguisti. Non ne abbiamo alcun bisogno. Se il loro ruolo è quello di ratificare questi usi, si può benissimo fare a meno di loro. La verità è che l’approccio descrittivista che sancisce la “necessità” degli anglicismi non corrisponde all’atteggiamento prescrittivo che si riscontra in altri casi. E l’uso sovrano che serve per giustificare gli anglicismi viene invece bollato come ignoranza quando si stigmatizzano espressioni errate come il “piuttosto che” usato come “oppure” invece di “anziché”, o il “qual è” con l’apostrofo e via dicendo. Senza voler giustificare questi obbrobri, non sono anche loro entrati – ahinoi – nell’uso?

E allora certi linguisti non fanno altro che ricalcare gli schemi denunciati da Javier Marías, e dietro i loro “ragionamenti” emerge proprio il disprezzo verso l’italiano, il senso di inferiorità e la vergogna di praticarlo davanti all’inglese, la lingua internazionale vissuta come superiore, più evocativa, solenne e appropriata.

Negare l’evidenza

C’è un’altra cosa che colpisce nell’incipit dell’articolo del País. L’evidenza, innegabile e sotto gli occhi di tutti, dell’anglicizzazione dello spagnolo, che nel caso dell’italiano è dieci volte più profonda. Un’evidenza che troppi linguisti italiani negano, mettono in discussione o sottovalutano, con lo stesso atteggiamento con cui fino a pochi anni fa molti pomposi “esperti” negavano il riscaldamento globale. Ripenso alle parole di un noto linguista che ripete che l’anglicizzazione della nostra lingua è tutta un’illusione ottica. È come la temperatura percepita – a suo dire – che non sarebbe quella reale, una moda passeggera come un tempo lo fu il francese, e “verrà un giorno” che torneremo a dire tesserino al posto di badge. Invece di rendersi conto di ciò che accade in tutto il mondo, invece di rendersi conto delle profonde e incolmabili differenze tra l’interferenza del francese e quella dell’inglese, moltissimi linguisti rimuovono e negano ciò che accade ed è sotto gli occhi di tutti. Qualcuno si è piccato per il fatto che li ho chiamati “negazionisti”. E così c’è chi scrive un pezzo intitolato “Chi ha paura degli anglicismi?”, chi li interpreta come “normale” evoluzione della lingua (della lingua inglese, però, non certo di quella italiana) e chi scrive che in fondo sullo Zingarelli del 2021 ce ne sono “solo” 3.000 di fronte a 145.000 lemmi, omettendo di dire che nello stesso dizionario del 1995 ce ne erano “solo” 1.800. Il tema è questo: il loro aumento impazzito. Il giochetto di confrontare il numero delle parole inglesi con l’intero lemmario storico della nostra lingua, non ha alcun senso. Era l’argomento che usava negli anni ’80 Tullio De Mauro per respingere l’allarme del “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani, un argomento che non teneva conto della progressione del fenomeno, un argomento vecchio e improponibile che proprio De Mauro ha poi abbandonato per parlare dello “tsunami anglicus” che oggi si riversa in ogni idioma.

Più leggo i libri dei linguisti e meno la linguistica mi appassiona, lo confesso. A parte le categorie esplicative vecchie di cent’anni e inadeguate, come quelle del “prestito linguistico”, e a parte le classificazioni a mio avviso spesso inutili e maniacali nell’etichettare i meccanismi della formazione delle parole, se si esce da questi schemi che spaccano l’atomo e si guarda alle analisi macroscopiche che i linguisti mediamente sanno esprimere, i giudizi su dove la nostra lingua sta andando e su come si sta evolvendo sono spesso imbarazzanti.

Con qualche eccezione, per fortuna, a comprendere come vanno le cose non sono di solito i linguisti – che talvolta ci arrivano dopo 50 anni – ma altri intellettuali capaci di cogliere una visione di insieme che va oltre il particolare. Ripenso a certe lungimiranti affermazioni di Gramsci, di Pasolini, di Umberto Eco o – a proposito dell’inglese – di Andrea Camilleri.

I negazionisti dell’inglese che ci travolge non sono in grado di spiegare ciò che sta succedendo e i loro giudizi ridicoli saranno spazzati via dalla storia insieme alla nostra lingua, temo. L’illusione ottica è nella loro testa, non nell’evidenza innegabile da cui parte Javier Marías, che non a caso non è un linguista astratto e avulso dalla realtà. È uno scrittore e un traduttore che della lingua ha fatto la sua professione, invece di analizzarla in modo sterile e astratto.

La lingua è di tutti, non dei linguisti

Anna Ravano è una mia “corrispondente” che ogni tanto mi segnala cose molto preziose sul tema dell’itanglese. Anche lei non è una linguista, bensì una traduttrice di primo piano tra l’altro proprio dall’inglese che ha anche insegnato, e spazia dalla saggistica alla narrativa e alla poesia (ha tradotto Sylvia Plath), e ha lavorato con editori come Adelphi, Mondadori e Zanichelli. La sua percezione di cosa accade all’italiano è di ben diverso spessore rispetto alle analisi di certi linguisti.

In un dibattito nei commenti sul sito della Crusca, ecco cosa scrive Giorgio Casacchia, un sinologo di acclarata fama, professore ordinario di Filologia cinese all’Università L’Orientale di Napoli: “Basti notare come in italiano si è praticamente interrotta la produzione di neologismi, un’infinità di termini non hanno una voce italiana (ingenerando l’improssione, o la consapevolezza, che non è all’altezza della contemporaneità), si preleva semplicemente il termine inglese, e s’aggiungono a quelli che sono esclusi solo perché l’inglese è percepito più efficace, elegante, uno status symbol (ecco, per esempio…). Il futuro ricalcherà probabilmente Via col Vento, dove la domestica negra, la mamie, probabilmente ottima parlante di bantù o hausa, è declassata a produttrice di enunciati come ‘zì badrona’ et similia, cioè a inadeguata e arretrata individualità.”

Meno male che non ci sono solo i linguisti, verrebbe da dire, e tornando all’articolo di partenza, Javier Marías ha colto perfettamente il punto. “Cosa c’è di sbagliato nella lingua del nostro Paese, perché la si considera così inferiore all’inglese dell’America (non è mai quello della Gran Bretagna), quale strano complesso ha preso piede nella nostra società?” Si domanda. E la risposta è nel “desiderio irrefrenabile di essere americani e di vivere come gli americani (…). Ci hanno esportato tutto attraverso i loro film e le loro serie: dall’ossessione caricaturale per il misconosciuto ‘gender’ alle feste di addio al celibato e ad Halloween.” Tutto ciò avviene oggi anche attraverso le pubblicità che sono sempre più spesso non in spagnolo, ma in inglese, a volte assurdamente sottotitolate, “per facilitare la comprensione (non avrebbe più senso che fossero direttamente in spagnolo?)” mentre altre sono fatte di frasi in inglese dove dire “Are you ready?” sembra meglio di dirlo in spagnolo. E così vedere una partita di calcio significa ormai anche ingozzarsi di birra e di popcorn, in un’anglicizzazione linguistica che è tutt’uno con un’americanizzazione sociale e totale.

Anche in Francia la questione è sentita, e voglio citare di nuovo un intellettuale come Michel Serres che nel libro Contro i bei tempi andati (Bollati Boringhieri, 2018) accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”

Il ruolo delle accademie linguistiche

Nelle tante differenze che riguardano l’anglicizzazione del francese e dello spagnolo, rispetto al caso italiano, conta molto anche l’operato delle accademie. Javier Marías non è un linguista, è uno scrittore, un saggista, un traduttore e giornalista. È uno che con la lingua ci vive, più che studiarla con distacco, ed è per questo e per i suoi meriti che nel 2006 è stato eletto membro della Real Academia Española.

Anche l’Académie française non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” – morto uno se ne elegge subito un altro – ci sono proprio illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

Da noi, la Crusca è fatta solo da linguisti, e credo che ciò sia un limite. Sono molto contento che il Gruppo Incipit si sia risvegliato questo mese diramando ben due comunicati, dopo che da giugno non dava più segni di vita. Settimana scorsa ha ricordato che la parola booster, usata in una circolare del ministero della salute del 27/9/21, in italiano si può dire più chiaramente richiamo; e poco prima il comunicato numero 17 ha deprecato l’uso di delivery nei prodotti postali (Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web) che sta sostituendo le denominazioni che una volta erano “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo.

Tempo fa ho analizzato gli anglicismi utilizzati dalle Poste “italiane” (mi pare doveroso usare le virgolette, visto che di italiano c’è sempre meno) e ho individuato almeno un centinaio di anglicismi che spiccano nel loro sito e nei loro servizi, insieme a delivery.

Il problema, allora, non sta nella doverosa condanna dei singoli anglicismi, perché sono come le formiche, per una che ne schiacci ne spuntano altre cento. Il problema sta nel condannare e combattere l’anglomania, la nevrosi compulsiva che ci spinge a ricorrere all’inglese indipendentemente da ciò che stiamo indicando. Come ha capito Javier Marías, come hanno capito tanti altri, come ripeto da anni.

Dovrebbero capirlo anche le nostre istituzioni, perché la tutela del nostro patrimonio linguistico si può fare solo attraverso un intervento sulle cause dell’itanglese, sul nostro complesso di inferiorità, e non brontolando sugli effetti.

Il “waning” e il metodo scientifico di distruzione dell’italiano

In che modo il nostro lessico viene distrutto sistematicamente attraverso i trapianti di parole inglesi e pseudo-inglesi che prendono il sopravvento e si trasformano in “prestiti sterminatori”?

Un articolo come quello pubblicato ieri sul Corriere, firmato da Paolo Giordano, è molto utile per svelare uno dei meccanismi più diffusi: “Waning, la parola chiave per capire quanto dura la protezione del vaccino”.

Gli anglicismi nei titoli: l’inglese al vertice della gerarchia concettuale

La prima fase coinvolge il titolista. La sua specialità è quella di creare titoli acchiapponi, sensazionalistici, concepiti per spingere alla lettura. Poco importa se spesso non sono affatto fedeli all’articolo. Nel fare ciò la strategia di puntare sulle parole inglesi incomprensibili è una delle più gettonate: sbatti il monster in prima pagina (ne ho parlato più volte, per esempio nel caso del South working). Il titolo introduce un nuovo anglicismo che – volutamente – non viene spiegato. Dalle buone prassi del vecchio giornalismo che puntavano alla chiarezza ed erano improntate all’uso di un linguaggio adatto al destinatario, siamo passati al linguaggio cialtrone che attraverso le parole vuole educare il popolino, e punta a farlo sentire ignorante. Il pezzo serve a indottrinare, ti spiega come sono le cose e come si dicono, e nella sua catechizzazione anglomane prepara il terreno per rendere il lettore suddito e succubo, un terreno dove è molto più facile trasformare chi non è d’accordo in chi non ha capito.

Inutile dire che l’impatto degli anglicismi urlati in questo modo nei titoloni è devastante. Tutti leggono i titoli, pochi entrano nel merito dell’articolo, e in questo modo si abituano agli anglicismi a caratteri cubitali che vengono assorbiti per osmosi, come è avvento con il lockdown o lo smart working.
Mentre c’è chi delira sulla presunta “ossessione” dei giornalisti a ricorrere ai sinonimi, tutti gli studi sul linguaggio giornalistico mostrano al contrario come sia caratterizzato dalle espressioni stereotipate e dai “picchi di stereotipia” che in certi periodi diffondono solo ed esclusivamente parole e frasi fatte che in questo modo finiscono inevitabilmente per entrare nell’uso senza alternative.

Gli anglicismi spacciati come tecnicismi necessari

Se si legge l’articolo di Giordano tutto si ribalta. Ciò che occorre capire riguarda come viene misurata la “graduale perdita di efficacia nel tempo (waning)” dei vaccini. Così scrive inizialmente l’autore nel suo pezzo. Il punto che il titolista ha stravolto non sta certo in una parola inglese, bensì in un concetto vecchio come il cucco che però si preferisce dire in inglese invece che in italiano, come fosse qualcosa di nuovo.

Ma nonostante la buona partenza che introduce una nozione molto semplice e in italiano – lo scemare dell’efficacia, e non del waning di cui possiamo tranquillamente fare a meno – Giordano si rivela il solito “untore” dell’inglese che procede alla sua diffusione con un’altra modalità più graduale e subdola.

Il concetto viene introdotto in un italiano che ne spiega il significato ma l’autore si guarda bene dal sostituirlo con un equivalente. L’anglicismo è posto all’inizio tra parentesi, ma subito dopo prende il sopravvento, è il figlio di una lingua superiore. Dopo una definizione in italiano sommaria, l’anglicismo esce dalle sue parentesi e, riga dopo riga, diventa il protagonista, è spacciato in modo sempre più prepotente come un tecnicismo che implica il “si dice così”, e l’italiano sparisce e gli cede il posto in un cresendo che culmina con l’incoronazione dell’anglicismo. Se lo dicono gli “americani”, cos’altro possiamo fare noi coloni se non ripeterlo con le loro parole? E alla fine dell’articolo il lettore che cosa trae da un pezzo che parte da un titolone con waning in primo piano e continua con un articolo che lo ripete come la parola più appropriata e normale? Ne ricava che sia il termine più adeguato. Apprende la nuova parola che la prossima volta che incontrerà sarà in grado di comprendere e viene educato e usare l’inglese, non l’italiano. E se i giornali continueranno a martellarci con questo termine anche in futuro, cominceremo non solo ad assorbirlo passivamente, ma anche a ripeterlo attivamente. Perché c’è solo quello e le alternative non esistono. È in questo modo che l’italiano muore.

La tabula rasa dei sinonimi e delle alternative italiane

Come si potrebbe rendere lo stesso concetto nella nostra lingua dimenticata? I sinonimi sono il tesoro della nostra lingua, la varietà delle espressioni e dello stile in cui sta la libertà espressiva, la ricchezza e la molteplicità del pensiero. Ma tutto ciò viene giorno dopo giorno appiattito dalla pochezza di una lingua anglicizzata e stereotipata che prevede una terminologia che per molti versi ricorda l’antilingua di Calvino e la neolingua di 1984 di Orwell che punta proprio alla distruzione delle parole.

Invece di waning il giornalista avrebbe potuto dire il calo dell’efficacia del vaccino, l’indebolimento, l’attenuazione, la riduzione, l’affievolimento, l’abbassamento, l’esaurimento, la flessione, la decrescita o il decremento… O anche lo scemare, il venir meno, l’esaurirsi, lo smorzarsi, l’attenuarsi… per ricorre ai verbi sostantivati.

La parola chiave per capire quanto dura la protezione del vaccino non è il waning, ma il calo, che è anche più corto, per chi starnazza che la causa del preferire gli anglicismi starebbe nella loro brevità.

Attribuire all’inglese una portata superiore

Davanti allo strano vezzo di usare la lingua di Dante, gli anglopuristi scuotono la testa. Sono quelli che vogliono ingessare l’italiano ai soli significati storici, quelli che negano la sua elasticità e argomentano che ciò che è nuovo si dice in inglese perché l’equivalente italiano “non è proprio come l’anglicismo”. L’indebolimento non è proprio come il waning… Questa schiera di anglomani “non-è-propristi” è incapace di cogliere che il lessico si allarga ed evolve per abbracciare ciò che è nuovo, nelle lingue vive. Sono gli stessi che stanno riscrivendo tutto con concetti e parole in inglese, perché dell’italiano si vergognano e fondamentalmente sono servi che vogliono ostentare la lingua superiore dei padroni in una gara a chi le spara più in inglese.

Waning in inglese indica solo un generico calare. Non è un tecnicismo che indica “il calo dell’efficacia di un vaccino”, e potremmo esprimere lo stesso uso estensivo in italiano. Invece non lo facciamo e ci aggrappiamo all’inglese attribuendogli un significato specifico e tecnico figlio della nostra alberto-sordità da provinciali colonizzati diffusa da giornalisti e scrittori collaborazionisti che uccidono la nostra lingua madre, perché non la vogliono usare e spesso ne sono incapaci. In questa solitudine del lessico primitivo, waning non è un segno di cultura, è al contrario l’espressione dell’ignoranza della nostra lingua. La nostra classe dirigente guarda solo ai modelli che arrivano dall’anglosfera e i nostri scienziati e tecnocrati che parlano l’inglese internazionale non sanno fare altro che ripetere a pappagallo ciò che sentono, incapaci di tradurlo, di rielaborarlo, di farlo nostro. Se la scienza si esprime in inglese e l’inglese diventa persino la lingua della formazione, gli anglicismi come waning sono le conseguenze. E lo stesso meccanismo si riscontra nell’informatica, nel modo del lavoro, nell’economia e in sempre più ambiti.

Il centro di irradiazione della lingua non è più fatto dai nativi

Ogni volta che riaffiora la questione della lingua – aveva ben compreso Gramsci – “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3). Nel nuovo cambio di paradigma e nell’attuale riorganizzazione dell’egemonia culturale, il nuovo principale centro di irradiazione della lingua – per usare le categorie di Pasolini – non è più fatto da nativi italiani. Tutto arriva dall’anglomondo e i nativi italiani che occupano le posizioni dominanti – la nostra classe dirigente – non fanno che ripeterlo, sottoscriverlo, diffonderlo e farlo entrare nell’uso. Queste scimmie scopiazzatrici hanno ormai perso ogni legame con le nostre radici, e sono coloro che diffondono la lingua-pensiero del nuovo colonialismo globalizzato che arriva d’oltreoceano e praticano una lingua bastarda chiamata itanglese. È così che i centri ospedalieri diventano hub, i focolai cluster, gli ospedali covid covid hospital, i tamponi in macchina drive through… e mentre il richiamo del vaccino – la terza dose aggiuntiva – sta diventando booster, davanti a questo tsunami anglicus l’italiano non ha più anticorpi.

L’eterno riposo della lingua di Dante

Ecco qualche titolone preso dalla prima pagina del Corriere in rete di oggi 2 novembre.

Anglicismi datati come summit, staff, raid, vip
Anglicismi giovani come social, low cost e soft skill
Anglicismi attuali come lockdown, smart working, green pass e no vax
Intanto il black friday prolungato diventa l’Everyday Black Friday con le sue belle maiuscole all’americana, mentre l’ecologico è green, la cucina è diventata Cook e spuntano il CampBus, il washing e il social washing come fosse la cosa più naturale del mondo.

“Le lingue evolvono, è sempre successo e sempre accadrà – sorride qualcuno allargando le braccia come fosse un fenomeno normale – altrimenti non sarebbero lingue vive.” Chissà se nella testa colonizzata di chi liquida tutto con queste banalità c’è la consapevolezza che lingue, proprio perché sono vive, si possono anche ammalare e morire. Chissà se chi la pensa a questo modo si pone il problema di come l’italiano sta evolvendo. Se questo è italiano… si potrebbe dire parafrasando First Levi.

L’itanglese, più che un’evoluzione, è la disfatta della lingua di Dante di cui si celebrano a vanvera le ricorrenze. Sembra di vivere in un Paese occupato. L’invasore arriva d’oltreoceano insieme all’espansione delle multinazionali e della lingua dei Paesi dominanti attraverso una nuova forma di colonialismo morbido che si chiama globalizzazione, che ha i suoi cardini nell’informatica, nel mondo del lavoro, della scienza, della tecnica, dei prodotti di intrattenimento… Gli anglicismi sono i detriti dell‘inglese internazionale che si vuole imporre in tutto il mondo per trasformare le lingue locali nei dialetti dell’anglomondo a venire. Ma i veri responsabili sono i collaborazionisti che si annidano nella nostra stessa classe dirigente di cui i giornalisti sono l’avanguardia più potente. Sono loro la prima linea della distruzione sistematica dell’italiano che un tempo hanno contribuito a unificare. Ci martellano con questa neolingua da colonizzati attraverso un lessico stereotipato che si diffonde fino a che non diventa normale – c’è solo quello – e dunque non può che essere ripetuto dalla gente fino a che non si abitua. Questi “prestiti” prima suonano nuovi e moderni, poi diventano comuni e normali, entrano nell’uso, e infine fanno regredire le parole italiane che in questo modo muoiono. Ai tempi del vaiolo c’erano gli antivaccinisti, oggi ci sono solo i no vax, in itanglese, visto che in inglese sarebbero anti-vaxxer.

L’itanglese è una lingua viva. L’italiano è una lingua morta. Non solo non è più in grado di coniare neologismi e tutto ciò che è nuovo lo importa solo dall’inglese in modo crudo, ma giorno dopo giorno va a finire che sostituisce anche le parole storiche con quelle in inglese. Si può ancora usare, senza sentirsi antiquati, personale al posto di staff, agguato (nel caso sopraccitato) invece di raid, competenze trasversali invece di soft skill? Fra quanti anni dire ecologico e cucina al posto di green e cook comincerà a suonare “un linguaggio da vecchie signore cotonate”?

Una lingua che non evolve, ma sa solo attingere dall’anglosfera, non può che trasformarsi in un ibrido per poi estinguersi. L’italiano è un cipresso avvizzito, che sta in piedi perché sorretto dalle radici e dal tronco che lo sosterranno ancora per decenni e decenni prima di crollare. Ma è cristallizzato. Le sue parole sono ingessate ai significati del passato, hanno perso l’elasticità che consente loro di di evolversi e le nuove foglie sono innesti in inglese, sono trapianti che stanno trasformando la nostra lingua in un sistema genicamente modificato.

Nel giorno dei morti mi pareva doveroso lasciare qualche crisantemo anche sulla tomba dell’italiano.

La traduzione: lezioni di accoglienza nel trattamento dei forestierismi

Davanti alle parole straniere che non hanno un traducente naturale e che non sono ancora entrate nei nostri vocabolari (e forse non ci entreranno mai), come si deve comportare un traduttore per compiere le proprie scelte consapevoli? Meglio accogliere lo “straniero” o difendere la “purezza” dell’italiano?

Questo è l’interrogativo che pone Ilide Carmignani, una delle più rinomate traduttrici italiane, celebre soprattutto per le sue traduzioni delle opere di Luis Sepúlveda. Il tema sarà affrontato in un incontro al salone del libro di Torino (16 ottobre 2021, Sala Ciano, Padiglione 3, ore 12.45) intitolato “La traduzione: lezioni di accoglienza. Il trattamento dei forestierismi” che vede la partecipazione dei responsabili editoriali del Devoto Oli e dello Zingarelli, rispettivamente Biancamaria Gismondi e Mario Cannella, e anche la mia.

La questione della “purezza della lingua” e dell’accoglienza dello “straniero” evoca pericolosamente, e in modo provocatorio, una serie di archetipi su cui è bene fare molta chiarezza.

L’accoglienza del diverso e l’imposizione delle lingue dominanti

Prima di tutto è bene precisare che non ha senso fare alcuna analogia tra l’accoglimento delle parole straniere e l’accoglimento degli immigrati. Più volte alcuni giornalisti hanno accostato, a sproposito, la massima “sovranista” – come è di moda dire oggi – “prima gli italiani” con “prima l’italiano”, riferendosi alle posizioni che ho espresso in Diciamolo in italiano (Hoepli, 2017). Ma le parole non sono persone, e in una città come Milano la fitta presenza sul territorio di migliaia di cinesi, rumeni, albanesi, arabi o africani da un punto di vista linguistico non ha alcun impatto. Gli italiani non conoscono una parola di queste lingue, e l’unico terreno di scambio è quello gastronomico. I wanton fritti, il kebap o i falafel, lo zighinì degli eritrei. C’è poco altro. L’italiano è impermeabile alle lingue degli immigrati, risente invece dei modelli culturali ed economici statunitensi, che non sono presenti sul territorio a questo modo, ci arrivano in altre forme molto più potenti, dall’alto, e hanno a che fare con l’inglese come lingua internazionale, con l’espansione delle multinazionali, la globalizzazione e anche con il senso di inferiorità culturale, prima che linguistico, di una classe dirigente fatta da giornalisti, imprenditori, tecnici, scienziati… che ostentano l’inglese con orgoglio. Tutto ciò ci porta a ricorrere agli anglicismi anche quando avremmo le nostre parole, che però non hanno il medesimo prestigio. Gli anglicismi, al contrario degli altri forestierismi, non hanno a che fare con l’accettazione delle culture deboli, minoritarie o discriminate, sono il risultato, spesso prepotente, dell’imposizione di una cultura dominante che ci sovrasta.

Dalla purezza della lingua all’ecologia linguistica

Anche la “purezza della lingua” e la “difesa dell’italiano” sono categorie che andrebbero ridefinite, nel nuovo Millennio, perché non hanno nulla a che vedere né con il vecchio concetto di “purismo” né con le prese di posizione legate alla guerra ai barbarismi di epoca fascista.
Nessuna lingua è pura, non c’è nulla di male né di strano nell’accattare parole altrui, come scriveva già Machiavelli nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua. Il punto oggi è un altro e ha a che fare con il tema dell’ecologia linguistica. È una questione di numeri e di modalità.

La prima edizione elettronica del Devoto Oli del 1990, di cui ho curato il riversamento digitale, conteneva circa 1.600 anglicismi, ma oggi sono diventati 4.000. La prima edizione dello Zingarelli digitale del 1995 (un prototipo fuori commercio) ne annoverava circa 1.800, mentre oggi sono 3.000.

Negli ultimi 30 anni, in sintesi, l’interferenza dell’inglese è cresciuta a dismisura e in modo incontrollabile, e gli anglicismi “hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi (…) anche nel vocabolario fondamentale”, come ha scritto Tullio De Mauro (Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136). Questa esplosione di parole inglesi è soprattutto cruda, e cioè senza adattamenti. Mentre l’influsso plurisecolare del francese ci ha arricchiti con migliaia di parole che sono state italianizzate, e i francesismi crudi sono oggi meno di un migliaio, l’inglese non si adatta e le migliaia di anglicismi sempre più frequenti e comuni sono dunque “corpi estranei”, come aveva compreso Arrigo Castellani nel suo “Morbus anglicus”, che violano le regole della nostra scrittura e pronuncia, e dunque se il loro numero diventa eccessivo finisce con lo snaturare l’identità linguistica “del bel paese là dove ‘l sì suona”.

Oggi le parole inglesi nei dizionari superano di gran lunga la somma di tutti gli altri forestierismi messi assieme, e tra le parole nate negli anni Duemila circa la metà sono in inglese crudo, una percentuale preoccupante anche perché tra le parole italiane mancano quelle primitive, come ha osservato Luca Serianni (Il lessico, vol. 2 della collana Le parole dell’italiano, Rcs Corriere della Sera, Milano 6/1/2020, pp. 53-54) e per la maggior parte sono derivate (come africaneria), o composte (come anarco-insurrezionalista).

Su questo scenario è evidente che la questione della “purezza della lingua” e della sua tutela ha tutta un’altra valenza rispetto al passato. La nuova “questione della lingua” si trasforma nella “questione delle lingue”, di tutto il pianeta, minacciate dall’invadenza dell’inglese che le schiaccia. È lo “tsunami anglicus” che Tullio De Mauro ha denunciato esplicitamente nel 2016 rivedendo totalmente le sue posizioni nei confronti del “Morbus anglicus” che negli anni Ottanta aveva negato.

Dopo aver fatto queste premesse è evidente che l’accoglimento dei forestierismi nelle traduzioni non può essere trattato alla pari. L’accoglimento di qualche parola straniera è il benvenuto, quando è il caso e quando non esistono alternative naturali. I forestierismi possono costituire un arricchimento, in queste circostanze. Ma il ricorso agli anglicismi, al contrario, rappresenta sempre più spesso un depauperamento della nostra lingua, è diventato una coazione a ripetere più simile a una nevrosi compulsiva, per cui tutto ciò che è nuovo si esprime direttamente in inglese, senza alcuna altra strategia: non si traduce, non si adatta, non si coniano nuove parole italiane… e quel che peggio si ricorre sempre più spesso all’inglese anche in presenza di parole italiane, e queste scelte generano numerosi “prestiti sterminatori” che scalzano e fanno morire le nostre parole storiche.

Per questi motivi sarebbe auspicabile spezzare questo ricorso all’inglese sistematico e distruttivo, e fare una distinzione tra l’accoglimento dei forestierismi, che in linea di principio può essere un’apertura positiva, e quello degli anglicismi che in sempre più ambiti sta trasformando la nostra lingua in itanglese.

Purtroppo in Italia non esistono punti di riferimento a cui i traduttori possono attingere soprattutto nel caso dei tecnicismi, e le scelte traduttive sono lasciate alla loro sensibilità e discrezione. In un contesto dove l’anglomania dilaga e l’inglese è preferito, è sempre più difficile proporre soluzioni italiane. Mentre in Francia e in Spagna le accademie coniano alternative e neologie autoctone e il ricorso all’inglese è una scelta, e mentre esistono banche dati terminologiche che fissano le traduzioni e rendono il francese e lo spagnolo lingue vive che si arricchiscono, in Italia non c’è nulla del genere. Davanti alle fortissime pressioni che arrivano dall’anglosfera il liberismo linguistico che parte dal presupposto che una lingua si difende da sé, che va studiata e non protetta, si trasforma in un anarchismo linguistico dove la lingua dei Paesi dominanti finisce per avere la meglio.

Queste sono le premesse del mio intervento e del confronto che avverrà a Torino, che si articolerà in modo meno generico soprattutto attraverso l’analisi di esempi lessicali molto concreti.

L’italiano non è resiliente (ed è poco proattivo)

Riparto dalla chiusa dell’ultimo articolo (“La sovralingua del green pass”), e cioè dal fastidio e dall’ostilità che generalmente suscitano le parole nuove, visto che come scriveva Leopardi non siamo abituati a sentirle. Un’idiosincrasia che però non si riscontra quando i neologismi sono in inglese crudo.

Questa accettazione priva di resistenze per il lessico del nuovismo espresso in inglese è spesso accompagnata dal rifiuto per una nuova parola corrispondente italiana, ed è soprattutto la combinazione di questo duplice sentimento (in inglese è bello, in italiano è brutto) a favorire la neolingua chiamata itanglese.

La traduzione letterale è poco in voga, ma è anche difficile che l’italiano riesca a generare neologismi alternativi all’inglese, e quando succede di solito non hanno grande successo, come nel caso di apericena (che molti considerano un “brutto” vocabolo) al posto di happy hour.

Gli adattamenti sono ancora più rari e disusati, dallo scevà che va tanto di moda (sono uno dei pochi che lo scrive in italiano) che per tutti è schwa (poco importa che sia parola ebraica, ci arriva dal dibattito d’oltreoceano), al luminolo, il composto chimico che rivela la presenza di sangue sui luoghi del delitto, e che tutti chiamano luminol.

C’è poi un’altra strategia che nelle lingue sane argina i forestierismi: l’allargamento di significato delle parole già esistenti – la risemantizzazione – che da noi ha poco successo. O meglio, è diffusa ma è a senso unico: realizzare qualcosa si amplia e diventa non più solo costruire ma comprendere; intrigare passa dal compiere intrighi a indicare qualcosa che ci attira; salvare diventa memorizzare (save the date)… parole come queste assumono nuovi significati per interferenza dell’inglese, ma viceversa difficilmente una parola italiana si amplia per sostituire un anglicismo in circolazione. E infatti ci sono schiere di anglomani pronte a perorare la necessità e l’intraducibilità di parole come selfie (autoscatto non va bene) o caregiver, cioè l’assistente familiare, che sostengono che non si possa rendere con badante, in quanto quest’ultimo lo farebbe a pagamento, al contrario del caregiver. Dove sta scritto che il participio presente di badare abbia a che fare con l’essere pagati? Da nessuna parte, naturalmente. Il significato (colui che bada) viene cancellato in nome di un uso, molto recente, che non si capisce perché non possa essere esteso. La retorica dell’uso farebbe di questa parola qualcosa di immutabile, alla faccia del suo significato secolare. Dove sta scritto poi che caregiver è slegato dall’essere una professione pagata? Da nessuna parte, ancora una volta. In inglese non c’è, gliela attribuiamo noi italioti questa accezione, perché quando importiamo una parola inglese, ridefiniamo tutta l’area semantica delle parole vicine (come aveva notato Roberto Gusmani, Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993) e le attribuiamo una nostra valenza assente nella lingua di origine.

In quest’ultimo processo c’è un meccanismo che mi pare poco indagato, e che porta a un restringimento dei significati storici dell’italiano (il contrario dell’allargamento), che in questo modo regrediscono in una ridefinizione delle cose attraverso le categorie della lingua inglese che fanno tabula rasa della nostra storia – e della nostra intelligenza – in una reinvenzione dell’acqua calda presentata come una sorprendente novità. Per esempio con il concetto di resilienza.

Resilienza e proattività

La parola resilienza non è nuova, ma in passato era usata in ambito tecnico ed era di bassissimo uso, prima che nel nuovo Millennio esplodesse con grande fortuna nel suo uso metaforico omnicomprensivo, proprio per interferenza dell’inglese. Il suo essere un neologismo (e dunque il suo creare un vespaio di oppositori e adulatori) è nella sua popolarità e frequenza.

In queste ridefinizioni, per evidenziare la presunta novità introdotta da un nuovo concetto, si compie di solito il giochetto di negare i significati storici, di far sparire e ridimensionare ciò che già c’era, per dare spazio alle pseudo-novità. Lo schema è quello di inventarsi una differenza che giustifichi la necessità della nuova parola-concetto. In questo tranello ci cade persino la Crusca quando, con un inno all’elasticità, scrive: “Resilienza non è quindi un sinonimo di resistenza: il materiale resiliente non si oppone o contrasta l’urto finché non si spezza, ma lo ammortizza e lo assorbe, in virtù delle proprietà elastiche della propria struttura.”

Mentre l’analisi e la storia di resilienza e resiliente dell’articolo sul sito della Crusca è ineccepibile, lo stesso non si può dire dell’analisi di resistenza e resistente, che non sono affatto slegati dal concetto di elasticità come si vuol far credere. Non c’è bisogno di consultare le tante pagine del Grande Dizionario Battaglia, in proposito. Basta pensare a un tessuto resistente, che ha proprio la proprietà di assorbire senza lacerarsi o senza deformarsi. Identificare la resistenza con la rigidità è semplicemente errato. Resistenza ha tante accezioni e include anche la resilienza, rendendola un concetto piuttosto vuoto soprattutto quando diventa una supercazzola da usare in senso figurato per esaltare l’importanza di essere flessibili. La resilienza si ritrova nella massima latina del fuscello che si piega ma non si spezza davanti alla quercia, forte e rigida, che però è soggetta a un punto di rottura (mi spezzo ma non mi piego). Dov’è la novità? Sono entrambe capacità di resistere. La novità è che si passa dal mi piego ma non mi spezzo a mi spezzo ma non mi spiego, facendo credere che l’unica accezione di resistenza sia quella della quercia.

Altrettanto insensato è lasciare intendere che la flessibilità sia qualcosa di nuovo e straordinario. Tutto ciò ci arriva dall’uso figurato di concetti che arrivano dalla medicina, dalla psicologia o dal marketing di testi angloamericani.

Non entro nella diatriba poco sensata delle parole belle o brutte, dei detrattori della parola resilienza, o degli adulatori venditori di fumo che ne esaltano la portata rivoluzionaria. Si può usare la parola che si preferisce, in un’epoca in cui la cooperazione è diventata sinergia. Tutto va bene, siamo di fronte a parole italiane, in fin dei conti. Voglio solo riflettere sul fatto che sotto certi cambiamenti linguistici non ci sono delle novità concettuali, ma delle ridefinizioni che importiamo perché stiamo solo ripetendo in modo acritico ciò che arriva da un modello culturale dominante che non sappiamo che scimmiottare.

Un percorso analogo è quello della parola proattivo (sul modello di proactive), dove quel pro sta per prima, davanti, e il neologismo indica la capacità di prevenire e anticipare gli effetti negativi. E la stucchevole retorica dell’importanza dell’essere proattivi che trasuda dal linguaggio aziendale è un’altra bufala del lessico del nuovismo che ci vende come chissà quale innovazione una strategia basata sull’importanza degli atteggiamenti proattivi che sono semplicemente preventivi.

Purtroppo, il più delle volte queste ridefinizioni concettuali si fanno direttamente con parole inglesi. Il pappagallo italiano non è più il molestatore delle belle ragazze che passeggiano per la via, quello si dice ormai catcalling. Il pappagallo italiano del nuovo Millennio è l’intellettuale, il giornalista, l’imprenditore, il politico, lo scienziato, il tecnocrate, l’insegnante… che non sa fare altro che ripetere le categorie d’oltreoceano facendo credere che siano novità, perché ha smarrito la propria cultura e le proprie radici, prima che la propria lingua.

In questo modo introduce direttamente in inglese ciò che non è più in grado di esprimere in italiano, come nel caso dello speed mentoring, del role model, del chunking, e di tutta una serie di anglicismi che rappresentano una nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza di un italiano che sembra essere sempre meno resiliente e proattivo.

La sovralingua del green pass

Ho scaricato la certificazione verde che attesta il mio vaccino e, incredibilmente, si chiama: “Certificazione verde COVID-19”.
Certo, il nome del documento in Pdf è “dgc certificate”, in inglese, come il nome del sito ministeriale che rilascia questo attestato provvisorio, dove dgc.gov.it sta per “Digital Covid Certificate”. Sul sito ci sono le Faq, non le domande frequenti, e si parla di QR code, e non di codice QR come dovrebbe essere naturale per chi non è malato di delirium anglicum. La nostra classe dirigente, a partire dalle istituzioni, ragiona e imposta ogni cosa non più in italiano, ma nella sovralingua di matrice anglofona.

Tuttavia, da questo impianto, molte cose vengono tradotte per il popolino italiano (magari parzialmente o malamente) e dunque il “green pass” non esiste, ufficialmente, non ricorre da nessuna parte. Il bilinguismo a base inglese concepito nei documenti europei recita: “La Certificazione verde COVID-19, in Europa ‘EU Digital COVID Certificate’, è rilasciata in Italia dal Ministero della Salute in formato digitale e stampabile.”

L’esistenza del certificato verde è già qualcosa, eppure i mezzi di informazione se ne fregano del nome ufficiale del documento, e continuano a parlare di “green pass” proprio negli articoli che spiegano cos’è e come procurarselo.

Questo linguaggio sta introducendo un nuovo elemento: stiamo passando a indicare il colore verde direttamente in inglese. Anche se il documento non è colorato come il foglio rosa delle patenti, il suo significato è quello di foglio verde, cioè di lasciapassare o di passi (chissà se i giornalisti sanno che sul vocabolario esiste passi, con lo stesso significato di pass) che non ha più l’accezione di verde legato all’ecologico che si rintraccia nei tanti anglicismi in circolazione composti da green. È semplicemente un colore, come nel total black, o nel red carpet di moda nel linguaggio della moda.

Questi giornalisti epigoni di Nando Mericoni usano l’inglese e lo pseudoinglese come gli adolescenti ricorrono a certe parole per identificarsi socialmente, è un segno di appartenenza, con la differenza che hanno i capelli grigi e non stanno parlando un gergo che usano tra loro e tra simili. Inconsapevoli, o più probabilmente incuranti, del fatto che si dovrebbero rivolgere a tutti gli italiani e della loro responsabilità nel fare la lingua, impongono il loro gergo a tutti attraverso la scrittura, oltre che l’oralità.
Così facendo, non sono più ridicoli, come lo era il loro papà Alberto Sordi, sono diventati cafoni e prepotenti. Il loro lessico da colonizzati viene indirizzato a tutta la comunità dei parlanti attraverso questi picchi di stereotipia che caratterizzano la pochezza del linguaggio giornalistico. In questo modo si introducono nella lingua di tutti parole come lockdown o smart working senza alternative e senza un perché. Dopo la prima fase incipiente, se si fa loro notare l’abuso dell’inglese, allargano le braccia e si difendono: “Ormai si dice così, cosa ci vuoi fare?” Come se l’anglicismo fosse qualcosa che ormai è necessario, insostituibile o intraducibile, come se non fossero loro ad aver detto così con un martellamento seriale che inevitabilmente ha portato a questo uso.

Gli hub vaccinali invece dei centri, i cluster invece dei focolai

Adesso “green pass” ha preso il sopravvento, ma fino a pochi mesi fa, prima che diventasse un documento reale – con un nome italiano che non usano – andava per la maggiore il “covid pass”. Ricordo Formigli che ogni volta che qualcuno accennava nella sua trasmissione al problema e alla necessità di un passaporto vaccinale o di una patente di immunità, sintetizzava tutto con: certo, il “covid pass”, ricorrendo all’espressione inglese in modo istintivo e privo di sinonimie, con una nevrosi compulsiva a ricorrere alla sintesi non in italiano, ma nella sovralingua concettuale.

Le ricadute di questo atteggiamento diffuso, che fuori dai giornali prevale nel mondo del lavoro, della scienza, delle tecnologie, della pubblicità e di sempre più ambiti, portano al tracimare dell’inglese nel linguaggio comune, e sono devastanti. Questo malcostume non si può separare dalla concezione dell’inglese come lingua sovranazionale, anche se molti credono, ingenuamente, che le due cose siano slegate: “Un conto è parlare l’inglese internazionale, un conto è mescolarlo con l’italiano”. Certo, in teoria, ma le due cose non sono così slegate, e questi documenti bilingui, in cui l’inglese è affiancato all’italiano come se fosse la lingua dell’Europa, spesso finisce col passare dall’affiancamento alla sovrapposizione.

È proprio la concezione dell’inglese come lingua superiore che porta a preferire l’anglicismo in ogni sua forma e a far regredire l’italiano. È proprio l’idea che l’inglese sia la lingua dell’Europa – un postulato presunto e privo di valore legale – che porta a concepire gli impianti comunicativi secondo la logica e la lingua inglese.

L’italian green pass

Ho cercato “green pass” sul giornale spagnolo El Pais, e non ci sono occorrenze. L’ho cercato su quello francese Le Monde, le occorrenze sono pochissime, e tra queste spicca un articolo sul “green pass italien” (dove l’anglicismo è tra virgolette) che parla del nostro certificato verde, perché siamo noi a chiamarlo così. Se cerchiamo “green pass” sul Corriere, nel 2021 è stato utilizzato circa 300 volte, mentre nello stesso anno sul New York Times si trova 33 volte, perché anche negli Stati Uniti non si dice così, e l’espressione si è diffusa invece in Israele.
Ma quanto siamo deficienti?

Da noi succede che un cinguettio di Ursula von der Leyen che scrive di aver verificato che il suo EUCOVID certificate funziona in Spagna sia riportato con queste parole: “Controllato il mio green pass in Spagna, funziona”.

Dietro questa sistematica distruzione dell’italiano non c’è solo la lingua dei mezzi di informazione, ma un intero Paese allo sbando, che ha perso le proprie radici, è incapace di ragionare e parlare con le proprie parole e si sta creolizzando, culturalmente e linguisticamente.

La giustificazione dell’abuso dell’inglese che striscia è sorretta da un’ipocrita e vergognosa mentalità – contrabbandata anche da certi linguisti – per cui la lingua la farebbero i parlanti. Questa menzogna (o questa verità molto parziale, sia storicamente sia oggi) è spacciata come un processo democratico invece che aristocratico. “E i giornalisti non sono parlanti?” mi ha risposto una volta un docente universitario di linguistica piccato dal fatto che mettessi in discussione le sue subdole affermazioni. Certo che lo sono, ovviamente, e purtroppo sono anche scriventi. Ma far credere che l’inglese sia preferito dai parlanti, intesi come le masse, è una bufala, il più delle volte. L’itanglese è la lingua dei padroni e dei loro organi di informazione, che sia chiaro. Sono loro a imporlo a tutti in una lingua creola, dove gli anglicismi si mescolano all’italiano e generano sempre più pseudoanglicismi incomprensibili per i madrelingua anglofoni. Al popolino non resta che ripetere ciò che passa dall’alto: green pass, hub vaccinali, fake news, lockdown, droplet

In questo modo l’idolatria dell’inglese viene trasmessa a tutti, e sotto le singole infinite espressioni c’è un atteggiamento che rivela tutto il nostro servilismo e il nostro complesso di inferiorità.

Da sempre c’è tra la gente una certa ostilità verso le parole nuove. Come aveva spiegato Leopardi solo l’uso e l’abitudine rendono una parola bella o brutta (quando non siamo abituati a sentirla e a intenderla). Basta cercare in Rete espressioni come “orribile neologismo” e simili per sondare con mano questa ostilità diffusa. Questo sentimento di fastidio, questo misoneismo lessicale, secondo Luca Serianni ha una funzione conservativa che una sua utilità per la coesione e la “fedeltà linguistica”.
L’anomalia è che nel caso dei neologismi in inglese non c’è un’analoga resistenza sociale, anzi, tutto il contrario: invece delle condanne abbondano giudizi come “c’è una bella parola in inglese per dire…” oppure semplicemente “in inglese si dice…” punto. La lingua superiore insegna, non c’è che da ripetere. Ecco perché italiano è finito, non è più in grado di evolversi autonomamente e il 50% dei neologismi del Nuovo millennio è in inglese crudo.

Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (seconda parte)

Se l’inglese diventa un idioma di rango superiore, tutte le altre lingue – a partire dall’italiano – diventano figlie di un dio minore, e rischiano di trasformarsi nei dialetti locali dell’anglomondo.

Nella prima parte di questo articolo ho mostrato che la soluzione del monolinguismo a base inglese per la comunicazione sovranazionale è una visione politica che si sta affermando, ma non è l’unica possibilità – come in Italia in molti credono – né la via più etica e per noi più conveniente.
Questa visione dell’inglese globale come lingua superiore è poi è alla base del fatto che, sul piano interno, molti anglicismi siano preferiti alle parole italiane e suonino più moderni e internazionali anche quando non lo sono.

Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione dell’italiano e con l’invadenza degli anglicismi. E c’è chi difende a spada tratta l’inglese come lingua veicolare, ma è contrario a mescolarlo con l’italiano. In realtà le due cose non sono così separate e hanno un forte legame, perché le lingue non sono sistemi a compartimenti stagni, e la loro interferenza è un fenomeno normale.

Non resta che vedere in che modo l’inglese internazionale si riversa nell’italiano e lo sta trasformando in itanglese.

Dall’inglese internazionale all’itanglese

La penetrazione degli anglicismi nell’italiano, ma più in generale in tutte le lingue, è spesso causata dall’espansione delle multinazionali angloamericane e del loro lessico. I casi più evidenti sono quelli del linguaggio della Rete o dell’informatica, dove la metà delle voci così marcate nei dizionari è in inglese non adattato; ma questo meccanismo di importazione si trova in ogni ambito. Nella giurisprudenza, per esempio, parole come copyright, leasing o franchising si propagano intoccabili in tutto il mondo (come hanno osservato Francesco Galgano o Alessandro Gilioli) per precise disposizioni che hanno a che fare con il diritto internazionale che parla inglese e che potrebbe scontrarsi con altri ordinamenti. Dunque la supremazia della terminologia inglese si impone su quella locale per questi motivi legati ai diversi rapporti di forza.

Dai linguaggi di settore, queste parole finiscono poi nel linguaggio comune.

Perché la pandemia ha portato al lievitare degli anglicismi in tutto il mondo? Perché è un fenomeno internazionale, perché l’Oms parla inglese, perché gli scienziati parlano in inglese. In italia il fenomeno è stato più pesante perché non abbiamo istituzioni che regolamentano la lingua, e dunque abbiamo assorbito senza resistenze il lockdown, il droplet, lo spillover, gli hub, i cluster

Lo stesso vale per le categorie culturali, dalla scienza allo sport. Perché importiamo gli anglicismi con questa frequenza inaudita? Perché pensiamo che sia la lingua internazionale e superiore. Se non ci fosse questa mentalità sottostante non ci vergogneremmo di usare l’italiano.

Burn-out, spike protein e mindfulness

Per comprendere questo processo, in ambito medico-scientifico si può citare il caso dell’Oms (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) che parla in inglese e in inglese decide per esempio di inserire nella sua lista il burn-out (esaurimento professionale) come una sindrome riconosciuta e distinta da altri tipi di esaurimento. La conseguenza di questa scelta è che il termine penetra ovunque in inglese.

Mentre in Spagna c’è la Reale Accademia Nazionale di Medicina che interviene indicando il sostitutivo spagnolo “ufficiale” e sconsigliando l’anglicismo, come avviene anche in Francia, da noi non esistono autorità del genere e siamo in mano ai giornalisti e agli specialisti che parlano l’inglese internazionale e ripetono l’anglicismo senza nemmeno porsi il problema di tradurlo. Il risultato è che le alternative possibili non sono regolamentate, e crediamo che ricorrere all’inglese renda tutto più tecnico. Ma questo liberismo linguistico, figlio della convinzione che la lingua si difenda da sé, non funziona davanti alle forti pressioni dell’inglese globale dominante. Occorre cambiare prospettiva, esattamente come non si può rispondere che i panda si difendono da sé, occorre tutelarli e proteggere la biodiversità.

Voglio fare un altro esempio che mi pare utile per comprendere le conseguenze pratiche di una mancanza di un’autorità e di un punto di riferimento che potrebbe arginare gli anglicismi in Italia.

Quando è arrivato il covid gli scienziati e i divulgatori hanno cominciato a parlare degli spike – cioè gli spuntoni che lo caratterizzavano – e anche di spike protein direttamente in inglese, come fosse normale importare la terminologia anglofona senza traduzione. Poiché in italiano esiste la parola spinula, che in ambito scientifico e biologico indica proprio una formazione anatomica o patologica a forma di spina, ho domandato all’immunologa Maria Luisa Villa se potesse essere una valida alternativa. Mi ha risposto che la trovava un’ottima traduzione e ha anche chiesto un parere al virologo Fabrizio Pregliasco a cui la proposta è piaciuta. Forte di questi pareri autorevoli ho divulgato questa possibilità in un articolo sul portale Treccani e l’ho inserita tra i sinonimi possibili sul dizionario AAA che ormai è diventato una fonte per molti professionisti, visto che è il più grande archivio di riferimento esistente nel nostro Paese e quasi l’unico. Il risultato è che oggi spinula comincia a circolare, e si ritrova per esempio anche in molte voci della Wikipedia. Insomma, se un’alternativa c’è, e viene promossa, è possibile che si affermi, ma se nessuno la individua e la divulga, entrerà nell’uso solo l’inglese senza la libertà di scegliere.
Se questo lavoro fosse fatto da enti istituzionali con una maggiore risonanza e autorevolezza, le cose potrebbero migliorare.

L’altro giorno mi è arrivata la segnalazione di un libro intitolato Diventare grandi con la mindfulness. La mindfulness è una tecnica meditativa che è stata importata dal buddismo, e in lingua indiana si esprime con la parola “sati”, ma negli Stati Uniti hanno ridefinito e riproposto tutto nella loro lingua, e non certo in lingua pāli!
Che cosa fa il francese? La traduce con piena coscienza e in altri modi ancora.
Che cosa fa lo spagnolo? La traduce con coscienza o attenzione piena.
Che cosa fa l’italiano? Nulla. Invece di usare analoghe traduzioni o sinonimie come piena consapevolezza o presenza mentale, ripete a pappagallo con servilismo la parola-concetto così come la si esporta e la si importa. E se qualcuno volesse esprimerlo in italiano? Dovrebbe ricorrere alla creatività espressiva individuale, che genera soluzioni diverse, e non codificate e uniche come nel caso dei tecnicismi inglesi. In questo modo mindfulness diventa il titolo di un libro e penetra nell’uso come fosse qualcosa di intraducibile, come se non fosse a sua volta una ridefinizione di un concetto orientale. È con queste modalità che gli anglicismi diventano “necessari” o “insostituibili”, solo da noi, ovviamente, visto che altrove non lo sono affatto.

In questo quadro, il globalese si riversa nell’italiano con una profondità che non è più possibile spiegare con le categorie del “prestito” che i linguisti continuano ancora a utilizzare senza riuscire a comprendere il fenomeno nella sua profondità.

La newlingua dei WeFood e degli showcooking

La curatrice del sito Buoneidee mi ha rigirato la newsletter della regione Friuli Venezia Giulia che per promuovere il territorio organizza il WeFood, il weekend enogastronomico con showcooking a cui possono aderire i “produttori di food equipment, dai forni alle cucine” pieno di eventi digitali tra cui Food & Wine: come ripartire dopo i lockdown? Il progetto si chiama Academy.

Quando la cucina italiana, che è una delle nostre più importanti eccellenze, diventa cooking (e suggerisco ad Academy di trasformare il lavaggio dei piatti in uno showcleaning che magari genera business), la gastronomia Food, il vino Wine… non stiamo importando anglicismi perché ci mancano le parole. Stiamo distruggendo l’italiano perché stiamo passando alla costruzione di categorie sovra-italiane in una gerarchia lessicale dove al vertice c’è la lingua internazionale. Siamo ben oltre il prestito, siamo alla formazione dell’itanglese da parte di nativi italiani che hanno rinunciato alla propria lingua.

Lettera aperta a Mario Draghi

Il presidente del Consiglio Draghi è finito su tutti i giornali per un paio di uscite contro l’abuso dell’inglese. Ha ironizzato sull’uso di governance invece di governo e, davanti a smartworking e babysitting ha sbottato: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?”.

In una “Lettera aperta a Mario Draghi” ho provato a rispondergli, a ringraziarlo per le sue dichiarazioni e anche a perorare la nostra causa di una legge per l’italiano.

Preferiamo gli anglicismi e li consideriamo più solenni proprio all’interno di una visione più ampia che considera l’inglese come la lingua internazionale e superiore. Non si può far finta di non vedere il legame tra itanglese e globalese!

C’è persino chi ormai lo teorizza esplicitamente e ha gettato la maschera.
In un articolo su Affari italiani (grazie ad Agostino che me lo ha segnalato) il giornalista esce allo scoperto e dice chiaramente “sì agli anglicismi” proclamando che Draghi “sbaglia” a ironizzare sulle parole inglesi, perché “i nostri giovani partecipano a un’agguerrita competizione globale utilizzando termini come advisor, asset, benchmark, board, CEO, CFO, chairman, cluster, compliance, governance, stakeholders, sales, skills, tools e via dicendo.” E allora i “nostri migliori giovani, la vera speranza del Paese (…) non si faranno condizionare da Draghi perché così prevede la globalizzazione.” Secondo l’autore del pezzo, “è sbagliato far passare simili messaggi: il progresso implica che il popolo (…) sia educato a piccoli passi, magari apprendendo gradualmente il significato degli anglicismi, e soprattutto, non avendo alibi per non apprezzare e beffeggiare chi sa ed è bravo.”

Eccolo il passaggio dall’anglofilia all’anglomania in nome del “progresso”, finalmente enunciato senza ipocrisie!
In questa visione allucinante che sta prendendo sempre più piede, l’italiano si deve buttare per parlare attraverso la sua contaminazione con l’inglese. Gli anglicismi educherebbero alla newlingua della globalizzazione un po’ come nel progetto colonialistico del basic english, la riduzione dell’inglese semplificato per le colonie che piaceva tanto a Churchill.
Meno male che c’è Draghi e che – dopo anni di jobs act, navigator, chasback di Stato e chi più ne ha più ne metta – per la prima volta emerge una diversa sensibilità per la questione della lingua da parte della politica e delle istituzioni. Ma invece di essere applaudito da tutti, Draghi viene attaccato da gironalistucoli figli di Nando Mericoni (l’Alberto Sordi di Un americano a Roma) che considerano l’italiano obsoleto, se ne vergognano e sono coloro che lo stanno uccidendo. Questi scribacchini teorici della rinuncia all’italiano sono quelli che prima introducono l’inglese in modo stereotipato e senza alternative – vedi lockdown – fino a farlo entrare nell’uso, subito dopo giustificano la parola dicendo che è ormai è entrata nell’uso (grazie a loro mica alla gente) e non si può più far niente, e nella terza fase ti dicono che se dici confinamento come in Francia e in Spagna sei retrogrado, o addirittura “ridicolo”.

Questa logica si deve spazzare via.

Per questo la nostra proposta di legge chiede campagne di promozione e “raccomandazioni” come quelle utilizzate per intervenire sull’uso – e cambiarlo – nel caso della femminilizzazione delle cariche. Se in un primo tempo “ministra” faceva ridere, adesso si è affermato, perché solo l’uso e l’abitudine fanno apparire una parola bella o brutta – per citare Leopardi – o anche ridicola, solo perché non siamo avvezzi a sentirla.

Non si può pensare di risolvere il problema delle formiche schiacciando quelle che passano, ma bisogna agire individuando il formicaio. Dunque, non ha tanto senso prendersela contro i singoli anglicismi, considerati in modo isolato, perché per uno che si argina a questo modo ne spuntano altri dieci. Bisogna agire sulle cause che inducono alla nevrosi compulsiva che porta a usare le parole inglesi, e sulla testa di certi giornalisti e intellettuali che dovrebbero “decolonizzare la mente”.

La battaglia per l’italiano e contro l’abuso dell’inglese si può condurre solo con questo spirito e su questo piano. E all’ideologia dell’inglese globale è necessario contrapporre un’altra visione politica basata sul plurilinguismo.

Massacrare l’italiano e parlare itanglese non significa “stare al passo con i tempi”!

Sono appena tornato da un viaggio di lavoro e ho ancora in testa il martellamento della comunicazione delle Ferrovie dello Stato dove, in tempi di pandemia, i biglietti sono in modalità conctaless, ed è attiva la nuova modalità del self check-in. Come si legge sul sito del Gruppo Fs itanglesi: “consente al viaggiatore di certificare con un click [con la “k”] la propria presenza a bordo, riducendo le verifiche fisiche del ticket da parte del controllore (…). Intelligenza artificiale, digitalizzazione e gestione dei dati sono driver per contenere l’emergenza” e la nuova app di Fs “è ormai pronta per il lancio negli store”.

Sul Frecciarossa mi hanno anche dato un sacchettino chiamato Health & safety kit, cioè una mascherina usa e getta, una lattina di acqua e una bustina di disinfettante. Potrei andare avanti a lungo a illustrare questa nuova comunicazione “al passo con i tempi” unita ai posti di blocco dei gate delle stazioni, tra esercito, polizia, uomini in giallo con la scritta cleaner service sulla tuta che si occupano della pulizia e altri con health service o cose del genere che prendono la temperatura. Tutto ciò lascia l’impressione di vivere in un Paese occupato. Non c’è alcuna polemica sulle misure contro il/la covid che tutti speriamo svanisca presto, sia chiaro. Ma l’occupazione linguistica è ormai innegabile. E non è affatto passeggera.

La cosa più grave è che arriva dalle istituzioni.

Vax manager e screenshot

Sul sito della regione Lombardia, che insieme alle Fs è un altro potente apparato che diffonde l’itanglese, possiamo leggere che “le ATS territoriali hanno individuato un referente vaccinazioni disabili territoriale, il Vax Manager.”

Vax manager? Non ci bastavano i no vax, il vax day… né i covid manager, i covid hospital, i covid pass, il covid free… e il qualunque cosa in inglese + covid!
Le radici inglesi (e pseudoinglesi) si ricombinano in tutti i modi e prendono vita. Questi non sono più prestiti isolati, sono una nuova grammatica generativa che sta stravolgendo la nostra lingua. Le porzioni di Dna linguistico inglesi sono sempre più prolifiche, e questo lessico del nuovismo in itanglese sta uccidendo l’italiano, che non sa più esprimere con le sue parole tutto ciò che è nuovo da almeno vent’anni. Gli anglicismi sono così tanti e si diffondono e allargano così rapidamente che non è più possibile farne una lista.

Carla Crivello mi segnala l’ultima sentenza della Cassazione: sancisce che gli screenshot hanno la stessa valenza documentale della fotografia, per cui la schermata, la cattura dello schermo, il fermo immagine di una chat, la sua fotografia, insomma, costituisce prova legale (Cass. Pen., sez. III, n. 8332/2020). Così screenshot è diventato ormai il nome uniforme e ufficiale delle sentenze. Il che è solo uno degli infiniti esempi di anglicismi anche in questo ambito (tra mobbing, stalking e tanti altri).


Senza un’istituzione che fissi le regole dell’italiano e le alternative all’ingese come nelle banche dati terminologiche e nelle leggi francesi o nelle prescrizioni che esistono nella lingua spagnola non ne usciamo.

Se leggiamo i giornali, la frequenza dell’inglese fa rabbrividire. Se accendiamo la televisione anche. Martedì scorso Giovanni Floris (Di martedì, La7) intervistava un espertone nutrizionista a proposito del comfort food. Il luminare rispondeva con sapienza che cosa significa, e spiegava perché certi alimenti hanno queste caratteristiche appaganti che inducono a non smettere come fosse una fondamentale scoperta degli ultimi tempi (una ciliegia tira l’altra si diceva nello scorso millennio) che evidentemente viene dall’America! A nessuno è venuto nemmeno in mente di dire semplicemente cibo consolatorio. No. Il cibo è ormai food, l’italiano non esiste e c’è solo l’inglese.

Vogliamo parlare della Rete?
In questo momento sto scrivendo un post per il mio blog su WordPress, che mi impone questo linguaggio, e le funzioni dell’interfaccia mi parlano di homepage, link, feedback, layout, widget, plugin


È tutto così. Il mondo in cui siamo immersi è questo e parla questa newlingua dal sapore orwelliano.

Che cosa può fare il cittadino? L’uomo della strada, la casalinga di Voghera… chiamatelo come volete. Non può che imparare dalle parole dell’esperto che sfoggiando l’inglese mostra la sua superiorità. E non può che ripetere le parole del giornalista che dovrebbe fare il divulgatore, ma dice solo comfort food, senza alternative, introducendo una sorta di termine-nome-proprio.
Come avviene con screenshot, con il linguaggio del Fs, con quello della regione Lombardia, dei giornali, della tv, della Rete, e delle merci.

Grow shop e canaperie

Le parole nuove sono inglesi, ma accanto a queste c’è una sostituzione sempre più ampia anche delle parole vecchie, del nostro lessico storico.

Un lettore mi segnala che i negozi di canapa legale e dei suoi derivati si chiamano grow shop.
Pochi sanno che sino ai primi del Novecento l’Italia era il primo produttore mondiale di canapa (secondo alla Russia per quantità, ma non per qualità) e che le distese di canapa si estendevano dall’Emilia sino al Veneto, ma anche al Sud. Con l’eccezione di qualche rimedio analgesico che era piuttosto comune preparare nelle farmacie (cfr. Giorgio Samorini, L’ erba di Carlo Erba, Nautilus Edizioni 1996), il principio psicoattivo della canapa era da noi più o meno sconosciuto, anche perché le varietà italiane avevano una percentuale di thc bassissima. I canapai vivevano su un’economia plurisecolare dove della canapa, come del maiale, non si buttava via niente. Si ricavavano i tessuti, la carta (senza il problema del disboscamento), le gomene delle navi, l’olio per le lampade, i semi erano usati per l’alimentazione del pollame… Pochi sanno che in tempi di autarchia fascista Mussolini creò il consorzio della canapa e nazionalizzò la produzione italiana per contrastare il mercato estero dei tessuti di cotone e juta e che era industrializzato e più conveniente. Intanto le gomene delle navi furono sostituite dai cavi di acciaio, la medicina erboristica fu sconfitta dalla farmacologia chimica. La Bayer a fine Ottocento brevettò e mise sul mercato un paio di farmaci da banco destinati a cambiare la storia. Uno era l’aspirina, l’altro l’eroina. Avete capito bene, sì, l’eroina! Presto fu però ritirata dal mercato per i suoi effetti devastanti e più tardi, negli Usa, dopo il fallimento del proibizionismo degli alcolici, nacque un potente movimento proibizionista contro le droghe e in particolare la marijuana, la droga dei “messicani e dei negri” di cui vennero denunciate le catastrofiche (e false) conseguenze sociali con una campagna mediatica di ampia portata. Circolavano pseudocumentari per le scuole e per i circuiti cinematografici che mostravano scenette come quella di un fratello e una sorella che dopo aver fumato marijuana si abbandonavano all’incesto per poi suicidarsi gettandosi dalla finestra. Per le pressioni americane, l’Onu sarebbe arrivata persino a perseguire esplicitamente l’intento di estirpare la pianta – sì: la pianta non la sostanza che se ne ricavava – dalla faccia della terra; e dietro non c’era solo la retorica fondamentalista del proibizionismo, c’erano anche ben altri interessi economici, visto che l’economia storica della canapa era in competizione con altre economie che riguardavano l’area angloamericana.

Ho divagato, lo so. Ma il punto è che oggi proprio dagli Stati Uniti importiamo una nuova prospettiva che recupera la canapa come prodotto ecologico e sostenibile, e in questa ventata di antiproibizionismo anche della sostanza psicoattiva per usi medici o ricreativi, tutto sembra una novità d’oltreoceano che si esprime con i loro “termini”. Canaperia non viene in mente a nessuno e la secolare storia produttiva dell’Italia è sepolta dall’anglonuovismo e dimenticata. Ma tanto ormai i negozi sono shop e store. E il cerchio si chiude.

Crocheter e knitter, caregiver e delivery…

In Rete e su YouTube si stanno affermando parole come crocheter e knitter per indicare chi lavora a maglia con uncinetto o ferri, e Irene, un’appassionata di queste pratiche, si chiede come si potrebbe dire in italiano.

Nell’italiano storico esiste magliaio/a per indicare chi lavora a maglia, e telarista che era però riferito a chi lavora al telaio. Il lavoro a maglia è antico, e lo è anche lo sferruzzare (verbo che compare abbondantemente nei testi letterari) da cui si può legittimamente ricavare sferruzzatore/trice, perfettamente comprensibile e che ha già una sua presenza. Storicamente lo sferruzzare era legato al “fare la calza” e per indicare le donne che sferruzzavano si parlava anche di “calzettaie”, oggi poco riproponibile. Esisteva anche “agucchiante” derivato da ago/agucchiare (dal diz Battaglia: Negri 2-837: “La donna del popolo agucchiante alla finestra appare come un’umile cosa”) e si usava anche “infilzare” (nel lavoro ai ferri: avviare la maglia, mettere i punti, sferruzzare). Nella nostra lingua ci sono i merletti ma non le merlettatrici e anche cucitore è un vocabolo più ampio, come tessitore. Sembra insomma che non ci sia mai stata l’esigenza di dare un nome alle lavoratrici a maglia, fuori da magliaia, lo stesso significato generico dell’inglese, mi pare, solo che oggi lo importiamo con una restrizione del suo significato come fosse un tecnicismo che indica una cosa ben precisa. Dunque magliaia non va bene. E quando si sente l’esigenza di una parola nuova l’italiano storico si butta, non si recupera.
Se si proponesse la parola infilzatrice si risponderebbe che è ridicola, o troppo generica o poco appropriata; se si proponesse sferruzzatrice l’obiezione potrebbe essere: “Sferruzzare non può essere che con i ferri. Inoltre adottare lo stesso termine creerebbe confusione.” Uncinettatrici? Uncinettole? Inventare parole sembra che non appartenga più alla nostra cultura. Adattare meno che mai. E allora suvvia… Importiamo dall’inglese!

Ma perché? Mi chiedo. Perché l’italiano non può evolvere, estendere il significato del suo lessico in senso lato come è avvenuto per secoli, e perché sferruzzare non si può recuperare, così come navigare oggi non significa tecnicamente solo “andar per mari” ma anche consultare la Rete? Non mi pare che ciò porti alcuna confusione. Da dove nasce l’idiozia che sia necessaria una parola specifica per ogni cosa, quando la lingua è metafora e le parole hanno un significato che non si può slegare dal contesto?

Un’altra lettrice ha rivendicato tutta la differenza tra badante, una professione, e caregiver, l’assistente familiare che bada ai parenti in difficoltà ma non è una figura riconosciuta ufficialmente. Ma perché badante – lett. colui che bada, participio presente di badare – non può estendersi a indicare in senso più ampio anche queste persone? Che cosa c’è di male se dico che faccio da badante ai miei genitori anziani? Dove sta scritto che il campo semantico di badante è solo nel prendersi cura a pagamento?

Certo, nell’uso questa è l’accezione che si è imposta, ma l’uso si cambia e si amplia, la lingua evolve. Perché dovrebbe evolversi solo attraverso l’inglese? E così i caregiver vogliono il loro riconoscimento in inglese, e lo stesso avviene quando nascono i sindacati dei rider o dei pet sitter, in un contesto sociale dove a nessuno viene neppure in mente di trovare parole italiane; e questo li danneggia, perché poi non riescono a far arrivare a tutti le loro legittime richieste, tanto che Zaia – dunque un presidente di regione, non propriamente l’uomo della strada – in una recente uscita televisiva ha definito un caregiver come un autista dei disabili, dando un’interpretazione tutta sua della parola che collegava forse a car, cioè automobile.

Cosa accomuna tutti questi anglicismi?

Sotto il proliferare di ogni singolo anglicismo c’è una mentalità ormai radicata che ci fa considerare l’italiano solo nei suoi significati storici, mentre ciò che è nuovo si deve differenziare attraverso una nomenclatura in inglese. È la logica per cui oggi, se diciamo calcolatore, pensiamo agli apparecchi di una volta, perché quelli moderni si chiamano computer. Eppure in inglese sono ancora computer come quelli di una volta, così come in francese erano e sono ordinateur, e in spagnolo computador. Solo in italiano abbiamo sostituito la parola che usavamo, altrove le parole si evolvono, da noi usarle viene spesso considerato ridicolo.

C’è persino un commentatore che ha osservato che delivery non è come la consegna a domicilio, in quanto ti possono portare la pizza anche in ufficio, non solo dove hai il domicilio!
Ci rendiamo conto del livello che stiamo rasentando?

Perché avviene tutto questo?
La risposta è nel linguaggio delle ferrovie, della Cassazione, della regione Lombardia, della tv, dei giornali, della Rete, della tecnologia, delle merci globalizzate… Stiamo al passo con i tempi! Usiamo l’inglese e massacriamo l’italiano! Facciamolo morire. C’è addirittura chi ha fatto della massima “i termini non si traducono”, la sua (pessima) prassi di lavoro terminologico. Se una parola esiste già, bene, altrimenti la si importa in inglese. Se l’inglese è già in uso, poi, questo uso diventa sacro e insostituibile! L’italiano, in altre parole è morto! La possibilità di creare un neologismo, di adattare o di allargare vecchi di significati e di intervenire sull’uso – come avviene nelle banche dati terminologiche francesi e spagnole – non è nemmeno contemplata.

Davanti alla retorica ipocrita dell’uso “sovrano”, sacro e inviolabile, gli anglomani anglopuristi non raccontano che l’uso non è affatto qualcosa di “democratico” e popolare che che viene dal basso, dalle esigenze dei parlanti, come fanno credere. L’uso che si impone dal basso è di solito bollato come errore, e dunque scrivere “qual’è” con l’apostrofo, o usare “piuttosto che” con il significato di “oppure” invece di “anziché” sono condannati (aggiungo per chiarezza: giustamente!), benché largamente diffusi. Invece l’altro uso, quello dell’inglese imposto dall’alto, dai mezzi di informazione alle istituzioni, viene osannato come tecnico, necessario, internazionale e al passo con i tempi. In questo caso l’uso è sacro. Persino quando a far la lingua non sono più i nativi italiani, ma le multinazionali d’oltreoceano che si espandono e ci impongono le loro parole come follower, snippet, leasing, cheeseburger… Invece, quando si deve intervenire sull’uso per cambiare la storia e introdurre il linguaggio inclusivo, il politicamente corretto (entrambi importati dagli Usa) o la femminilizzazione delle cariche, ecco che educare a parlare nel giusto modo diventa non solo possibile, ma auspicabile e doveroso. Due pesi e due misure che remano in un’unica direzione: importare il pensiero unico che sempre più spesso si esprime in una sola lingua.

La newlingua orwelliana

E nei Paesi anglofoni cosa accade? Pensate che anche loro non traducano i termini stranieri?

Ho appena letto uno studio specialistico sulla traduzione in inglese dei termini giuridici del codice penale italiano e del diritto romano, e le scelte traduttive sono orientate alla lingua del ricevente, mica attente a non profanare la lingua di provenienza. Visto che per loro non esiste il concetto di “ergastolo” non è che lo importano in italiano, non essendo deficienti lo traducono letteralmente con life sentence. La Corte di Cassazione è un organo che non esiste negli ordinamenti di common law, dunque il “ricorso per cassazione” diventa “appeal to the Court of Cassation”, adattato: non dicono certo Cassazione! Ma fuori dalla terminologia, anche l’inglese comune è richissimo di parole estere che però ha fatto sue attraverso l’adattamento (come avviene normalmente nelle lingue sane) a cominciare da quelle italiane. Disegno è diventato design, schizzo sketch, maschera mascara, maneggio ha generato manager, novella novel… mentre noi oggi reimportiamo queste nostre parole con il restyling in inglese. Siamo ormai colonizzati linguisticamente, e il nostro servilismo è sempre più assurdo.

Tra i consigli d’autore sulla scrittura, George Orwell, nel saggio La neolingua della politica (1946), consigliava: “Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o la parola di un gergo speciale se si riesce a trovare un equivalente nella lingua quotidiana” (p. 65). Inoltre, scriveva: “Non c’è davvero bisogno delle centinaia di espressioni straniere ormai di uso comune in inglese” e addirittura tuonava contro le radici latine e greche (p. 37) che suonavano più solenni di quelle anglosassoni.

Gli anglomani, se amano così tanto l’inglese, dovrebbero fare come gli inglesi! Dovrebbero riflettere maggiormente sulla necessità di recuperare la propria lingua, invece di trasformare l’angloamericano nella newlingua che ricorda proprio quella del grande fratello di 1984.

Voglio concludere con una citazione di Orwell tratta dal bel libro appena uscito a cura di Massimo Birattari (La neolingua della politica, Garzanti, Milano 2021, p. 59, grassetto mio):

“…la decadenza della nostra lingua è forse curabile. Coloro che lo negano sosterrebbero, se mai volessero produrre un’argomentazione, che la lingua si limita a riflettere le condizioni sociali presenti, e che non possiamo influenzare il suo sviluppo armeggiando direttamente con parole e costruzioni. Dal punto di vista del tono generale e dello spirito di una lingua, questo potrebbe essere vero ma non lo è nei dettagli. Parole ed espressioni sciocche sono spesso scomparse, non per mezzo di un processo evolutivo ma grazie all’azione consapevole di una minoranza.”

Anche l’italiano di oggi riflette le condizioni sociali presenti. Non so se l’itanglese è curabile. Di sicuro è necessario combatterlo attraverso una battaglia culturale non rivolta contro i singoli anglicismi, ma contro la nostra anglomania, il nostro servilismo e il nostro senso di inferiorità. Non è questione di fare i puristi, come lo era Orwell che se la prendeva con i cattivi scrittori e anche con le brutte espressioni angloamericane. La questione riguarda l’ecologia linguistica, e cioè la sproporzione dell’inglese e il numero degli anglicismi che ha ormai superato ogni limite tollerabile dal buon senso e sta snaturando completamente la nostra lingua.

È necessario promuovere e difendere l’italiano non per principio, ma perché sta soccombendo.

Lo abbiamo chiesto l’anno scorso al presidente Mattarella e oggi lo chiediamo in modo più articolato in una proposta di legge per l’italiano (ringrazio le oltre 650 persone che la stanno appoggiando con le loro firme).

E poiché lo Stato non fa alcuna campagna contro l’abuso dell’inglese, come accade invece in Francia o in Spagna, non resta che provare a fare qualcosa attraverso l’azione consapevole di una minoranza.

Questi sono i video di una campagna fatta dai volontari del portale Italofonia. Una minoranza senza finanziamenti né riconoscimenti, ma che non si arrende.

Congiunti, ristori e cashback: le parole firmate Giuseppe Conte

Ricoprire la carica di presidente del Consiglio implica grandi responsabilità non solo per le sorti del nostro Paese, ma in maniera indiretta anche per le sorti della nostra lingua. Chi è al centro dell’attenzione mediatica dovrebbe essere consapevole che ogni parola che proferisce o introduce è esposta a un esercito di virgolettatori, chiamati anche giornalisti, pronti a rilanciarla su tutti i mezzi di informazione, che a loro volta saranno ripresi dal tamtam delle piattaforme sociali e ripetuti dalla gente.

Le alte figure istituzionali fanno anche la lingua. E alcuni personaggi politici sono entrati nella storia anche per le parole che hanno lasciato. Poco importa se l’espressione convergenze parallele sia uscita dalla penna di Eugenio Scalfari negli anni Sessanta, è diventata celebre negli anni Settanta perché è stata utilizzata da Aldo Moro, e a lui associata. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga si può associare alle picconate, la ministra Elsa Fornero agli esodati
Certe espressioni hanno una circolazione effimera, sono parole usa e getta che scompaiono passata la loro attualità, altre volte dopo un periodo di alto uso sono riprese in altri contesti e si stabilizzano con una frequenza ben maggiore di prima, e in altri casi si affermano in modo ancora più stabile, come il jobs act renziano che ha portato a innumerevoli emulazioni; ormai è diventato normale parlar di act invece che di leggi, dal family act alla non traduzione del digital services act di matrice europea. Se queste nuove parole si esprimono in inglese, l’italiano regredisce proprio a partire dal linguaggio delle istituzioni.

In attesa delle misure dragoniane del nuovo futuro presidente del Consiglio, si può provare a fare un bilancio su ciò che l’ultimo governo Conte ci ha lasciato dal punto di vista lessicale. E la novità è che le parole congiunti, ristori e cashback, dopo essere state passate per la centrifuga mediatica, sono diventate popolari.

Congiunti

La parola congiunto appartiene a un ambito del linguaggio giuridico-burocratico che appare appositamente indeterminato. Calvino l’avrebbe forse inserita nel lessico dell’antilingua, un linguaggio che sembra fatto apposta per risultare incomprensibile, dove una semplice affermazione come: “Nel primo pomeriggio sono andato in cantina e ho trovato delle bottiglie di vino”, in un rapporto dei carabinieri si trasforma in: “Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato (…), dichiara d’esser casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli”.
Questa poca trasparenza talvolta è voluta; meglio essere vaghi quando è difficile dare indicazioni precise in un terreno fatto di sfumature. E così, davanti alle restrizioni, al confinamento e alle zone rosse (il lockdown non è stato importato da Conte, anche se successivamente l’ha usato), l’introduzione della possibilità di far visita ai “congiunti”, il cui significato ha suscitato interrogativi in tutti gli italiani, è stato un tentativo di salvare capra a cavoli, di mantenere il rigore, ma allo stesso tempo un po’ di permissività.

Giuridicamente si è sempre utilizzato in modo corrente come sinonimo di parenti in senso lato, in locuzioni come stretti congiunti o prossimi congiunti, e nei decreti è stato esteso anche ai conviventi, ma dopo le parole di Giuseppe Conte non era era chiaro se fosse riferibile anche ai fidanzati, tanto che il governo è dovuto intervenire a precisarne una nuova accezione che prima non era estesa anche ai legami stabili di questo tipo.

Congiunto era una parola molto usata nell’Ottocento, nell’ambito della giurisprudenza, ma poi ha registrato un forte calo, e negli anni Duemila si ritrova di rado e sempre in contesti dove è meglio essere generici, per esempio per indicare gli eredi, che possono essere parenti, affini o anche titolari di diritti per danni, risarcimenti e assicurazioni con altri legami (cfr. La nuova giurisprudenza civile commentata, Cedam, 2001; F. Caringella, Responsabilità civile e assicurazioni. Normativa e giurisprudenza ragionata, Giuffrè Editore. 2008). Una vaghezza che si ritrova anche nel linguaggio della Cassazione (cfr. Lattanzi, Lupo, Codice penale. Rassegna di giurisprudenza e di dottrina, Volume 5, Giuffrè Editore, 2010) e che è probabilmente legata all’allargamento del concetto di famiglia, oggi più difficile da definire rispetto al passato.

Comunque sia, nel 2020 la parola ha fatto il salto: dall’uso di settore al linguaggio comune. Attraverso il linguaggio di Conte è diventata frequente, anche se spesso è stata usata con ironia e sarcasmo. E sulla sua stabilità fuori dall’ambito giuridico non ci scommetterei. Di recente è stata sostituita da prescrizioni meno fumose anche nelle direttive sulle zone arancione, in cui è specificata la possibilità di far visita a parenti e amici.

Ristori

Nell’italiano storico ristoro ha proprio il senso principale di indennizzo, compensazione, rimborso e simili. È un significato che si trova nel Boccaccio e nell’Alfieri, che allo stesso modo impiegarono il verbo ristorare, come fecero anche Galilei, Tasso, Machiavelli (che l’ha usata come sinonimo di retribuzione, cfr. Grande dizionario della lingua italiana di Battaglia) e molti altri autori classici.
L’accezione di rifocillare con il cibo che oggi prevale, come in ristorante, è più recente, ma il primo significato non è del tutto scomparso (il dizionario Nuovo De Mauro lo registra come di basso uso), e in particolare circola nel linguaggio della giurisprudenza, da dove non è mai uscito. Anche se non tutti usano questa parola attivamente, tutti la intendono nel suo riferirsi a un indennizzo o a un rimborso. Era molto ricorrente nell’Ottocento, ma si ritrova anche nel Novecento e negli anni Duemila.
Non mi pare che il suo uso sia così limitato, come ha scritto sul portale Treccani Michele Cortelazzo, basta parlare con un avvocato esperto in indennizzi per rendersene conto. Hanno usato ristoro con questa accezione autorevoli giuristi come Francesco Galgano (per es. qui o qui), si ritrova nelle sentenze della Cassazione, e soprattutto è presente anche in altri decreti legge, prima di quelli di Conte, per esempio in quello del 24 gennaio 2012, del 27 settembre 2013 (titolato proprio: “Ripartizione del contributo ai comuni per il ristoro del minor gettito IMU 2013”) o del 2 aprile 2014.

E allora dov’è la novità?

Semplicemente, Giuseppe Conte ha annunciato i ristori in televisione rivolgendosi agli italiani e i giornali hanno subito parlato del decreto ristori. Questa parola che circolava in sordina e tra gli addetti ai lavori è finita così in primo piano e sulle prime pagine. È diventata un titolo, ed è per questo che avuto un forte impatto. Personalmente trovo molto bello che, grazie a Conte, un significato letterario storico regredito sia stato recuperato. Anche se esistono altri sinonimi utilizzabili, questo ripescaggio nel linguaggio comune mi pare un arricchimento lessicale, un segnale di rivitalizzazione linguistica che è sempre più raro in un “Conte-sto” dove tutto ciò che è nuovo diventa inglese e abbiamo perso la capacità di partire dalla riscoperta delle nostre radici.

Sono dunque molto “Conte-nto” se un rimborso diventa ristoro, e molto “s-Conte-nto” quando invece si trasforma in cashback.

Cashback

Su questa parola mi sono già espresso. Posso aggiungere solo che circolava già da qualche tempo, la sua frequenza d’uso ha cominciato a salire una decina di anni fa, e l’ho registrata sul dizionario AAA nel gennaio del 2019. Ma grazie a Conte, e ai giornalisti virgolettatori, è uscita dal suo ambito tecnico e commerciale ed è entrata nella disponibilità di tutti: l’ennesimo anglo-tecnicismo che è diventato comune, e dalla periferia della nostra lingua ha trasferito la sua residenza nel centro.

Dopo questi tre esempi, è molto più chiara la responsabilità che chi ricopre incarichi istituzionali ha nell’evoluzione della lingua. E forse un politico di spicco dovrebbe riflettere maggiormente sulle parole inglesi che usa, soprattutto quando introduce neologismi. Penso a quando Conte ha presenziato alla presentazione della prima card per il reddito di cittadinanza, da parte di Di Maio, che ha in questo modo fatto prevalere l’inglese sulla parola “carta” o “tessera”, per poi introdurre senza alternative la figura del navigator.

Tutti ci auguriamo che Mario Draghi ci possa ben governare, in questo momento difficile.
Mi domando però quali potranno essere le implicazioni lessicali che emergeranno da chi è abituato al linguaggio economico, sempre più anglicizzato soprattutto in ambito europeo.
Se nel lessico di Conte sono rintracciabili elementi che provengono dal settore della giurisprudenza, nelle sue conferenze stampa, quando ha parlato di economia è ricorso spesso ad anglicismi come stockholder (invece di azionisti), recovey plan o fund (invece di piano o fondi per la ripresa) oppure green economy, sharing economy e blue economy (cfr. discorso del 2 giugno 2018).

Draghi per il momento è legato lessicalmente all’inglese di ambito europeo, è associato all’introduzione del quantitative easing (cioè l’immissione di liquidità o allentamento quantitativo) come presidente della Bce, e ricordato per aver salvato l’euro e riscritto la storia dell’Unione Europea proferendo a Londra il suo Whatever it takes (costi quel che costi) riportato dai giornali in inglese.

Saprà essere un presidente del Consiglio in italiano invece di un premier?
Saprà parlare di economia invece che di economy e rinunciare a tutti gli anglicismi finanziari che in passato sono stati introdotti in questo ambito (spread, subprime, bailout, swap, default, bond, bad bank, rating, credit crunch…)?
E soprattutto, saprà evitare di introdurne di nuovi?

Il futuro dell’italiano, oltre che dell’Italia, dipende anche da queste scelte e dall’inaugurare, prima o poi, una politica attenta all’ecologia linguistica del nostro patrimonio lessicale.



“Le parole sono importanti!”
Nanni Moretti, Palombella rossa, 1898

Le parole del 2020: è anglodemia!

Nell’individuare le parole che si sono imposte in questo sciagurato 2020 è inutile dire che la maggior parte sono legate alle vicende della pandemia. Ed è altrettanto inutile sottolineare che la maggior parte ci arrivano dall’inglese, a cominciare da coronavirus e covid.

La più antica attestazione di coronavirus è nella lingua inglese, risale al 1968 (registrata anche dall’Oxford dictionary) ed è un composto dal latino con l’inversione del determinante corona all’inglese, come hanno ricostruito Salvatore Sgroi e Claudio Marazzini.
All’epoca non riguardava gli uomini, era un virus caratterizzato dalla struttura a corona (virus a corona potremmo dire più chiaramente in italiano, ma a nessuno viene in mente) individuato in alcune specie animali. Poi ha fatto il salto di specie, che nel 2020 si è detto soprattutto in inglese, spillover che infatti è stato inserito tra i neologismi del Devoto Oli 2021 appena uscito. Anche la struttura della corona che è fatta di spuntoni si esprime in inglese, e tra gli addetti si parla senza alternative di spike.
In italiano avremmo spinula che in ambito scientifico e biologico indica appunto una formazione anatomica o patologica a forma di spina. Ho domandato all’immunologa Maria Luisa Villa (corrispondente della Crusca) se fosse una traduzione corretta, proponendo di usarla. Mi ha risposto che la trovava ottima e ha subito scritto al virologo Fabrizio Pregliasco per sapere che ne pensasse, visto che nessuno l’aveva mai impiegata. È piaciuta anche a lui… ma qualcuno ha mai sentito parlare di proteina a spinula? Gli scienziati nemmeno si pongono il problema (con l’eccezione di Villa e pochi altri), importano dall’inglese e basta. Ma anche i divulgatori preferiscono riempirsi la bocca di spike protein.


Anche covid è una sigla che ci viene dall’inglese, è la denominazione ufficiale che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’11 febbraio 2020, ha attribuito alla malattia causata dal virus a corona, più precisamente COVID-19: COronaVIrus Disease 19, dove 19 indica l’anno di identificazione del virus. Questa parola si sta attestando soprattutto al maschile, perché confusa con il virus che la causa, ma lo stesso è accaduto per l’aids, che sarebbe una Sindorme da ImmunoDeficienza Acquisita che noi diciamo all’inglese, ma nelle lingue romanze si chiama di solito Sida secondo l’ordine naturale delle parole nelle rispettive lingue (noi no!); comunque ci sono altre malattie maschili, dal morbillo al vaiolo, e non mi pare un problema. Il problema è semmai che covid si porta poi con sé varie locuzioni anglicizzate, dai covid hospital ai covid pass di cui si è discusso quest’anno per indicare una sorta di patente di immunità, dai covid manager ai luoghi covid free (gli anglicismi non sono mai isolati, sono prolifici).

Coronavirus e covid sono il risultato dell’interferenza dell’inglese internazionale, ma non costituiscono un danno per la lingua italiana perché – anche se terminano per consonante – non violano le regole della nostra pronuncia e scrittura, dunque sono inglesi soltanto nella loro etimologia. A meno che non si dica “coronavàirus” come qualcuno ha fatto (e non solo Di Maio) per sentirsi più americano, ma l’effetto alla Nando Moriconi (interpretato da Alberto Sordi in Un americano a Roma, Steno 1954) è stato disincentivante.

Anche il distanziamento sociale è un calco dell’inglese di nuova coniazione, ma magari traducessimo o italianizzassimo più spesso! Purtroppo lo facciamo sempre meno (in meno del 30% dei casi stando al Gradit 2006), come nel caso di lockdown, la parola dell’anno secondo il dizionario Collins, che è un po’ il simbolo dell’anglodemia che caratterizza la lingua italiana. Da noi è arrivato sui giornali e in tv esattamente il 17 marzo 2020, prima parlavamo di blocco, isolamento, serrata, blindare, zona rossa, chiusura… Poi, siccome i giornali inglesi hanno chiamato tutto ciò italian lockdown, ecco che lo abbiamo importato bello, nuovo e crudo. Il 17 marzo scrivevo: “Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà «la» parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena?
Non mi ero sbagliato.

Tra gli altri neologismi inglesi più eclatanti legati alla pandemia ci sono droplet al posto di goccioline, wet market per indicare i mercati degli animali vivi come quello di Wuhan, si è cominciato a parlare di recovery fund, recovery plan e adesso anche di recovery next generation invece di piano o fondo per la ripresa o per le nuove generazioni; di drive in test o drive through per indicare molto più semplicemente i tamponi in macchina; si è imposto il contact tracing che sarebbe solo un tracciamento dei contatti (e che si affianca al tracking che già usavamo per esempio per il tracciamento dei pacchi postali), è esploso il preesistente smart working per designare il lavoro agile, da casa o a distanza, si è parlato di coronabond, termoscanner, e jogging ha avuto avere la meglio su runner e sulle corsette; il governo ha introdotto il cashback e diffonde il cashless, il click day che fa il paio con il family day e una serie sempre più alta di day, il cui ultimo della serie è il futuro v-day, il giorno in cui inizieranno i vaccini (il giorno del vaccino è troppo italiano).

Tra gli anglicismi meno stabili ci sono stati quelli come staycation, cioè il turismo di prossimità o le vacanze a casa e deliri tipicamente italioti come il south working che non sembra destinato a prendere piede.
Altri anglicismi come cluster si sono radicati con il nuovo significato di focolaio, mentre i centri ospedalieri sono diventati hub (“Il Sacco di Milano è ormai l’hub di riferimento della Lombardia per il coronavirus”). Ai no vax si sono aggiunti i no mask (la mascherina si mette quotidianamente, ma quando diventa una categoria alta nella gerarchia delle parole si esprime in inglese) e nella follia in cui si dice no + qualunque-cosa-suoni-inglese si parla anche dei no dad, che non sono gli orfani di padre ma i contrari alla didattica a distanza.

Molte parole inglesi che già c’erano si sono radicate, e la loro frequenza è salita, per esempio app (che però potrebbe essere l’abbreviazione di applicazione e dunque è una parola di fatto italiana, nonostante il suo etimo), trend, task force, screening che si porta con sé l’entrata nella lingua italiana di screenare in modo sempre più ufficiale; e poi voucher (“Coronavirus. Congedi parentali, legge 104 e voucher baby sitter” laRepubblica.it, 20/3/20; “Soggiorno annullato per coronavirus? Si ha diritto a voucher o rimborsi”, IlSole24ore, 22/3/20) e molte altre.

Non male come media! Tra neologismi inglesi e il radicamento degli anglicismi esistenti, il 2020 (come negli ultimi trent’anni del resto) registra il trionfo dell’itanglese e si dovrebbe parlare di anglodemia, che si appoggia bene alla pandemia (una delle parole più gettonate) e all’infodemia (information + epidemic), un neologismo fresco fresco per indicare l’esplodere incontrollato delle informazioni spesso poco attendibili, diffuso dall’Oms ai primi di febbraio.

L’anglodemia è appunto l’esplodere incontrollato dell’inglese, spesso poco attendibile perché fatto molte volte di pseudoanglicismi o di parole inglesi che diciamo solo noi, non sono “internazionalismi”, e non ricorrono affatto in Francia o in Spagna, per esempio.
E a proposito di altri Paesi dovremmo chiederci cosa è arrivato nel 2020, fuori dall’inglese.
Triage e plateau si sono usati molto, ma attenzione: sono francesismi solo nella forma, in realtà li usiamo perché li abbiamo importati dall’inglese, visto che sono in uso anche lì. Poi si è registrata l’impennata della movida mutuata dallo spagnolo, che era in auge negli anni Novanta ed è tornata di moda. Per il resto l’italiano si conferma una lingua colonizzata dal solo inglese.


“Chi dice forestierismo oggi dice anglicismo”, ha scritto Luca Serianni (Le parole dell’italiano. Il lessico, Rcs, 2019, p. 65) e nel Devoto Oli 2021 a parte l’inglese (tra le parole non inerenti al covid ci sono anche deepfake, cisgender, fooding…) non c’è molto di eclatante. Se non qualche nipponismo e qualcosa di gastronomico (dorayaki e ramen piatti tipici giapponesi o poke, un piatto hawaiano).

“Per le parole italiane, o ascrivibili all’italiano, spicca un dato: non c’è nessuna parola primitiva, del genere di naso, traccia, vigogna” ha notato Luca Serianni (ivi, p.53) riferendosi ai neologismi. Il che significa che le parole italiane nuove sono quasi solo composti o derivati.
Tra i composti più divertenti del 2020 c’è per esempio covidiota, oppure c’è l’emergere di paucisintomatico che già esisteva ma è diventato popolare, e tra le nuove entrate del Devoto Oli 2021 c’è autoquarantena o biocontenimento, mentre tra i derivati nasce quarantenare, e poi climaticida, denatalista, immigrazionismo, parlamentizzare ma nulla di significativo, né di paragonabile alla portata delle parole inglesi.
C’è qualcosa che arriva dal gergale come sbriluccicare, ci sono molte sigle nuove o divenute popolari come dad (didattica a distanza), fad (formazione a distanza), mes (meccanismo europeo di stabilità), dpcm, spid, dpi cioè dispositivi di protezione individuale che qualcuno pronuncia “di-pi-ài” nella follia anglomane che ci acceca. E poi c’è qualche neosemia, cioè l’emergere di nuovi significati di parole preesistenti, come tamponare che non significa più solo arginare qualcosa o sbattere contro l’auto davanti, ma diventa anche il far tamponi.

Le altre parole italiane che nel 2020 si sono usate più spesso non sono nuove. C’è negazionista che allarga un po’ il suo significato alla situazione pandemica, si conferma la popolarità di sovranista, si parla di ristori nel senso di rimborsi, di congiunti per indicare i familiari stretti, e poi dominano assembramento, igienizzare e sanificare, autocertificazione, quarantena, mascherina… tutta roba vecchia.

La lingua italiana pare morta, non produce nulla di endogeno che spicca.

Se guardiamo le 10 parole più cliccate del 2020 in Italia su GoogleTrends colpisce che a parte coronavirus (ed esclusi personaggi o eventi) ci siano Classroom, Meet e Weschool. Si tratta di tre piattaforme utili per la didattica a distanza, ma l’ultima ha un nome in inglese anche se è un’impresa italiana fondata nel 2016 da Marco De Rossi e si usa nella scuola pubblica di Stato!

Andate sul sito del Ministero dell’istruzione e leggete quali sono le principali funzionalità che offre questo sistema. Si chiamano: WallBoard – TestRegistroAula virtualeChat.
Su 6, 4 sono in inglese e solo 2 in italiano.
E ciò che nel 2020 è accaduto alla nostra lingua è coerente con questo dato. L’italiano muore e l’itanglese cresce.

Buone feste a tutti.

PS
Aderisci anche tu alla campagna:

Io gli auguri li faccio in italiano!

Basta merry ChristmasHappy New Year
Buon Natale, buone feste e un 2021 migliore per tutti.

Quando i rimborsi diventano cashback: l’attacco dello Stato al cuore dell’italiano

Quest’anno a Natale il governo italiano ci fa un regalo: il cashback, un bell’anglicismo istituzionale, quasi nuovo, che entra così formalmente nella lingua italiana. Si tratta semplicemente di un rimborso (fino a 1.500 euro, e valido sembra dall’8 al 31 dicembre) per chi durante le feste pagherà i suoi acquisti con sistemi elettronici. L’iniziativa è legata a un altro concetto che viene espresso in inglese, il cashless, cioè i pagamenti senza contanti, per esempio con carta di credito, bancomat e altre forme di transazione che si potrebbero definire più chiaramente virtuali.

Leggendo il nuovo decreto pubblicato il 28 novembre sulla Gazzetta Ufficiale, non c’è solo il “sistema cashback” o il “Rimborso cashback” (art. 4), si trova anche “acquirer convenzionato” (letteralmente acquirente, indica il gestore del servizio dei pagamenti virtuali) e “issuer convenzionato” (letteralmente emittente, indica chi emette le carte di credito e gli atri i sistemi di pagamento virtuale), si fa riferimento al “MerchantID“, per fortuna chiamato anche “identificativo univoco dell’esercente”. E per i reclami e gli aspetti relativi alla gestione dei profili degli utenti ci si può rivolgere a “un apposito servizio di help desk messo a disposizione da PagoPA SpA.

Non ci bastavano le tax e gli act al posto delle tasse e delle leggi, i ticket della sanità, l’austerity o l’authority per la privacy e il welfare. Anche click day, election day e familiy day sono poca cosa, né paiono sufficienti il quantitative easing, la spendig review, lo spoils system, i whistleblowing o i caregiver, e infatti i nostri politici hanno dovuto ricorrere anche alle card e ai navigator. La pandemia ha poi portato nel linguaggio istituzionale il lockdown, il contact tracing, lo smart working, il recovery fund… ma si può fare di meglio, ci si può spingere ben oltre. L’attacco dello Stato al cuore dell’italiano continua, e il progetto dell’itanglese – l’italiano 2.0 del presente e del futuro – è ormai sempre più ampio e sistematico. Le istituzioni si affiancano così al linguaggio dei giornali, del lavoro, dell’informatica, della scienza, della tecnologia… e l’italiano del XXI secolo è ormai ben rappresentato da titoli come quello che segue, dove a parte i verbi, le preposizioni e le congiunzioni, la metà dei sostantivi e la maggior parte dei concetti chiave si esprime con anglicismi:

Dal Corriere del 29 novembre 2020

Parole come cashback o cashless non sono semplici “prestiti”, come li definiscono i linguisti, una categoria di studiosi che in linea di massima appare piuttosto miope e incapace di rendersi conto di cosa sta accadendo al nostro idioma. Queste parole sono al contrario un fenomeno ben più profondo di sostituzione dei nostri vocaboli con quelli inglesi, un cedimento strutturale del nostro lessico dove le radici inglesi prendono il posto delle alternative italiane e si intrecciano in una rete di neoconiazioni sempre più fitta, che giorno dopo giorno si allarga nel nostro vocabolario e lo ibrida, snaturandolo.

Non occorre essere dei geni per comprendere che i cosiddetti “prestiti” dall’inglese non sono qualcosa di isolato, come è sempre avvenuto nel caso dei forestierismi francesi, spagnoli, tedeschi, giapponesi e di ogni altra lingua. L’interferenza dell’inglese è ben altro. Gli anglicismi sono così tanti che hanno fatto il salto che ci sta portando verso la creolizzazione lessicale, frutto del mescolare l’importazione delle radici inglesi crude con le loro ricombinazioni all’italiana.

Da tempo usiamo cash al posto di contante e pronta cassa (pagare cash), ma questa parola ha cominciato a ricombinarsi con le altre generando una serie di espressioni sempre più numerose, così numerose che è difficile conteggiarle. Penso alla combinazione con dispenser, che da tempo usiamo al posto di distributore, erogatore o anche dosatore (di sapone nei bagni). Queste due parole così popolari si uniscono nel cash dispenser, cioè un distributore di contanti, uno sportello automatico. Quando le radici inglesi prendono il sopravvento sull’italiano, succede poi che le vendite all’ingrosso diventino cash and carry, e che i dizionari registrino sempre più composti di cash; il cash flow si affianca al vecchio flusso di cassa, il cash management all’estratto conto, mentre si fa strada il cash mob (2012) per indicare un (gruppo di) finanziamento solidale, visto che mob si è già diffuso in espressioni come flash mob che usiamo al posto per esempio di raduno lampo o manifestazione estemporanea.
Nel nuovo anglicismo natalizio cash non è più il contante, sostituisce il concetto più generale di denaro, visto che si tratta di un rimborso che verrà accreditato. Il significato dell’inglese si estende ulteriormente, e sottrae un altro po’ di terreno all’italiano.

Cashless prende piede perché anche less si sta diffondendo sempre di più e ha la meglio sull’italiano “senza” in composti come i pagamenti contactless, i vecchi telefoni cordless e il nuovo wireless, o il ticketless al posto del biglietto virtuale; ma poi c’è anche genderless (visto che genere si dice ormai gender e si porta con sé transgender, gender fluid, agender, genderqueer), tubeless (pneumatici senza camera d’aria), childless che si distingue da childfree (in un contesto dove child rimpiazza i figli come in stepchild adoption).

Quanto al back di cashback è una delle radici inglesi più prolifiche e infestanti. Per il momento da solo non è in uso, ma è solo questione di tempo. La barretta rovesciata delle tastiere si chiama backslash (come la barra o sbarretta normale è detta slash), il dietro le quinte è diventato backstage, il retroterra culturale è background, la logistica si dice back-office in contrapposizione al front-office (che fanno il paio con il back-end e il front-end dei programmi informatici che sostituiscono l’interfaccia di amministrazione e quella utente), il ritorno a scuola e la fine delle vacanze è il back to school, e poi c’è flashback che ha sterminato l’analessi (e si appoggia a flash che è una notizia lampo, un ricordo improvviso, l’illuminazione della macchina fotografica, e si ritrova in flash news… dove le notizie sono news e le bufale fake news) e ancora playback e via dicendo. Quest’ultimo si sorregge su play che è il tasto di avvio, e ricorre in tanti altri composti con altri significati, da playstation a playboy, e boy in cowboy, toy boy, boy scout che si lega a sua volta a talent scout, scouting… e così via ad libitum sfumando, anzi no, ad libitum crescendo, purtroppo.

L’itanglese non è l’importazione di semplici anglicismi, è il frantumarsi delle dinamiche con cui l’italiano si è sempre evoluto. Nel Nuovo millennio la strategia prevalente – se non l’unica – di evoluzione della nostra lingua consiste nell’usare l’inglese per indicare ciò che è nuovo. Non c’è molto altro. E se le nostre istituzioni e il nostro governo, invece di tutelare e promuovere il nostro patrimonio linguistico, introducono anglicismi, siamo davvero alla fine.

L’anglicizzazione dell’italiano durante il coronavirus

Durante la pandemia, gli anglicismi hanno cambiato il nostro modo di parlare con un’intensità senza precedenti, per il numero e per la rapidità con cui molte parole si sono radicate. Ho trattato questo argomento più volte su questo diario, e in un articolo sul portale Treccani (“La panspermia del virus anglicus”) ho provato a ricostruirlo in modo più organico.

Noto che questa tendenza continua anche dopo il picco epidemico. Per esempio con il diffondersi di “staycation” per designare il turismo di prossimità. È un neologismo inglese che i giornali non si possono far scappare, occorre trapiantarlo al più presto, o almeno provarci. Esprimere lo stesso concetto con parole nostre più trasparenti non è altrettanto importante, evidentemente.

0000staycation

Tra i nuovi anglicismi che si sono affacciati negli ultimi dieci giorni, più o meno legati alla coda della crisi del coronavirus, c’è il family act, una rinuncia a usare l’italiano che si commenta da sola.

Sta prendendo piede anche il cashless. Si sente dire così dagli esperti che rivestono un concetto di cui si parla da molti anni di questo suono nuovo. La sua presa si basa sul fatto che cash al posto di contanti e liquidità è già in uso da tempo e che less è presente come suffisso in molte altre parole inglesi che non traduciamo: contactless, il pagamento senza contatto o a sfioramento, cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), homeless (senzatetto)…

A proposito della rete di anglicismi che si allarga, e che non sono affatto prestiti isolati, noto che il recovery sta prendendo vita; poche settimane fa è stato trapiantato il recovery fund (fondi per la ripresa), poi è arrivato il recovery plan. Un anglicismo tira l’altro, come le ciliegie, come le patatine: ancora uno e poi basta… Decurtato all’italiana, semplicemente recovery, sui giornali si impiega così per indicare un piano di recupero straordinario, che richiama un significato già da tempo circolante in informatica (il ripristino o recupero dei dati), e il disaster recovery, un sistema per il recupero dei dati e più in generale un protocollo o una procedura per emergenze o catastrofi.

Questo crescere dell’inglese è sotto gli occhi di tutti. Ma quello su cui vorrei riflettere è l’altra faccia della medaglia.

Davanti al pullulare degli anglicismi per descrivere tutto ciò che è nuovo, quante sono invece le nuove parole italiane che sono sorte? Qual è stata la capacità della nostra lingua di evolversi per via endogena, in questo periodo?

Questa mi pare che si possa considerare la prova del nove, molto utile per comprendere lo stato di morte dell’italiano.

I cambiamenti linguistici dell’italiano durante la pandemia

Per riflettere sulla cristallizzazione dell’italiano che si sviluppa quasi esclusivamente attraverso gli anglicismi, voglio partire da un’intervista a una sociolinguista che non ritiene che l’anglicizzazione costituisca un problema. Vera Gheno, in un articolo su Wired intitolato “La lingua della pandemia: come il coronavirus ha cambiato il nostro modo di parlare” non fa alcun accenno agli anglicismi. Davanti a un titolo del genere, mi ha davvero stupito che la cosa più eclatante sia stata ignorata, perché attraverso questa scelta si costruisce una narrazione che più che fotografare la realtà appare funzionale alle proprie tesi sul ruolo non devastante dell’inglese sull’italiano.

“Quando ci troviamo di fronte a un concetto nuovo – scrive giustamente Vera Ghenoabbiamo bisogno che la nostra lingua si modifichi per poterlo esprimere e quindi nascono parole nuove; oppure accade che parole che prima avevano un significato lo cambino e lo adattino a nuovi contesti (è il fenomeno che in linguistica si chiama slittamento semantico, o risemantizzazione funzionale).”

Ma passando da queste considerazioni astratte e ovvie alle cose concrete, quali sono queste parole nuove italiane?

Stando a quanto si legge nell’articolo, tutto si può riassumere nell’apparire di “paucisintomatico” e nella risemantizzazione di “tamponare” che non significa più solo incocciare la macchina davanti o arginare: adesso indica anche fare tamponi diagnostici.

Ecco come la nostra lingua si è saputa evolvere. Non c’è molto altro. Nell’articolo si parla dei mutamenti della connotazione di “positivo” associata ai risultati medici (una persona positiva evoca questo), che non è nulla di nuovo rispetto a quanto è accaduto con l’Hiv; della fortuna di “resilienza”, di un passaggio dal noi al voi che esprimerebbe la diffidenza verso l’altro, dell’aumento di parole di ambito domestico tra panificazione e cucina, delle metafore belliche (che però appartengono da sempre all’ambito della medicina, checché se ne dica) che rendono gli infermieri “eroi”. C’è il ritorno di parole manzoniane come untore, insomma, nulla di nuovo sotto il sole sul fronte interno, o comunque nulla di eclatante. È questa l’evoluzione della nostra lingua?

Di fronte a queste pochezze bisognerebbe pesare almeno neologismi come lockdown, droplet, recovey fund, staycation e bisognerebbe annoverare intere famiglie di anglicismi come covid hospital, covid pass, covid manager, covid like… Bisognerebbe sottolineare che lo smart working è passato da tecnicismo a parola comune e sta generando la smart didattica, bisognerebbe dire che si sono radicate parole come cluster, trial, screenare… e che sono aumentate le frequenze di trend, hub, conference call, voucher, delivery… Non sono questi, e moltissimi altri anglicismi, ciò che maggiormente ha cambiato il nostro modo di parlare, e soprattutto quello dei mezzi di informazione?

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Negli archivi del Corriere.it, nei primi 6 mesi del 2020 la frequenza di cluster è addirittura decuplicata rispetto all’intero 2018; quella di voucher spicca in modo significativo rispetto agli anni passati.

Fuori dai pochi esempi di Vera Gheno, se ampliamo le ricerche alle parole italiane nuove o evolute, rimane il vuoto, o comunque la rarefazione estrema.

Tra i neologismi ci sono cose insignificanti e di scarso peso come covidiota (calco dell’inglese covidiot) o lo scherzoso coglionavirus, titolo di un libro. C’è la comparsa del distanziamento sociale o di infodemia (altri calchi dall’inglese), e anche il nuovo significato di “goccioline” che – incredibilmente e in controtendenza – pare guadagnare terreno e avere la meglio su droplet (forse è questa l’unica vera novità dell’italiano). Ci sono questioni già esistenti che sono divenute più popolari come paziente zero, oppure la differenza di significato (non sempre scevra da disaccordi) tra mortalità e letalità. Tra le metafore manzoniane si può aggiungere lazzaretto… Ma queste bazzecole non sono incisive per la nostra lingua. Non esiste alcun segno di vitalità dell’italiano davanti a questa emergenza/novità; fuor dall’inglese l’italiano si conferma lingua morta, incapace di arricchirsi per via endogena.

In un altro recente articolo, Vera Gheno è entrata maggiormente nella questione dei forestierismi da covid, per poi concludere che il suo atteggiamento davanti agli anglicismi è “in medio stat virtus”. Viene da chiedersi dove sia “il medio” nel linguaggio della pandemia. Io vedo solo il dito medio nei confronti della lingua italiana. Se l’evoluzione si riduce all’allargamento di significato di “tamponare”, siamo fritti.

“Il miglior modo di amare la propria lingua è quello di perseguire la via del plurilinguismo” scrive Vera Gheno. Ma faccio fatica anche a ravvisare il plurilinguismo nel linguaggio della pandemia. Quali sono gli altri termini stranieri? A parte l’aumento di frequenza di movida, c’è solo l’inglese! Leggerei questo segnale come una creolizzazione lessicale, che non ha nulla a che vedere con il plurilinguismo. E il caso dei francesismi triage e plateau (che comunque sono solo due) è apparente, sono stati usati solo perché in uso anche in inglese, a parte la loro origine. In sintesi, mettere sullo stesso piano questi pochi esempi con il caso degli anglicismi, così tanti che non si riescono più nemmeno a contare, è un’operazione che non tiene conto della realtà e dei numeri.

A proposito del linguaggio dell’emergenza covid, mi hanno colpito anche le dichiarazioni di Giuseppe Antonelli – lo studioso che sostiene che l’anglicizzazione dell’italiano è solo un’illusione ottica – in un’intervista sulla televisione svizzera (“Le parole dell’emergenza coronavirus”).

Anche in questo caso il linguista evita accuratamente di parlare dell’invasione degli anglicismi, e sposta il problema su altre questioni secondarie, che non mi pare colgano il fulcro di quanto sta avvenendo. Antonelli spiega che “le parole hanno un grande potere e possono a loro volta avere delle pesanti conseguenze sul mondo”, ma non si riferisce agli anglicismi bensì a espressioni, che condanna, come l’uso iniziale di “influenza cinese” per indicare il coronavirus, perché ha fatto passare il messaggio di qualcosa di “lontano” e di “banale” come un’influenza. Non gli si può dare torto, a parte il fatto che con il senno di poi è facile fare queste considerazioni, ma sino ai primi di marzo nessuno, nemmeno i virologi, aveva previsto cosa ci stava per accadere. Più grave è semmai che Trump continui a usare questa formula con evidenti intenti politici, ma in Italia nessuno lo fa più, per fortuna.

Lo studioso critica poi l’espressione “distanziamento sociale” e ritiene più appropriato parlare per esempio di “distanza di sicurezza”. Questa considerazione si trova spesso, anche nei dibattiti in Francia e in Spagna. Ancora una volta queste riflessioni sono condivisibili. “Distanziamento sociale” è però entrato nell’uso, e viene da chiedersi: ma come? E la retorica “dell’uso” che fine ha fatto? L’uso così intoccabile e rispettato quando riguarda le parole inglesi che se entrano nell’uso bisogna accettarle, non condannarle o tradurle… perché “l’uso” con cui si giustificano e si dichiarano “necessari” gli anglicismi viene invece messo in discussione in altri casi?
Comunque sia, accanto a questo strano modo di essere descrittivi e di rinunciare a essere prescrittivi a seconda dei casi, siamo sicuri che siano queste le parole dell’epidemia e i problemi dell’italiano in questo momento di colonizzazione senza precedenti?

E infatti il conduttore, Lorenzo Buccella, incalza Antonelli chiedendogli qualcosa sull’inglese che “ha preso il sopravvento durante la pandemia”. Ma la risposta, ancora una volta, ignora la trave e si concentra sulle pagliuzze:

“Io credo che il problema non sia tanto il fatto che abbiamo usato molte parole inglesi, d’altronde questa era una situazione che coinvolgeva tutto il mondo, c’è un aspetto proprio di globalizzazione (…) e allora lockdown è il termine che ha utilizzato l’Oms, il discorso era una parola nuova straordinaria rispetto alla situazione nuova di emergenza…”.

Insomma, per Antonelli il problema della comunicazione della pandemia non è l’inglese, è più importante “utilizzare parole univoche”, anche perché in situazioni di emergenza chi comunica ha una responsabilità ancora più grande: “Le parole possono e probabilmente avrebbero potuto salvare vite umane.”

È curioso che venga riconosciuta ai mezzi di informazione questa “responsabilità” di salvare le vite umane, ma non quella di uccidere le parole italiane. La tesi di Antonelli è infatti che l’inglese sarebbe contenuto in una percentuale fisiologica che “viene avvertita come preoccupante perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa. Sono soprattutto radio, giornali e televisioni – infatti – a offrire l’immagine di un italiano (artificialmente) saturo di parole ed espressioni angloamericane” (Un italiano vero. La lingua in cui viviamo, Rizzoli p. 74).

Ma a parte questa oscillante concezione della responsabilità mediatica, ciò che è davvero insostenibile è la giustificazione del ricorso all’inglese con la favola della globalizzazione e quindi degli internazionalismi. Lockdown o droplet, che gli ha citato il conduttore, così come smart working e la maggior parte degli altri inglesismi e pseudoinglesismi che usiamo, sono penetrati solo nell’italiano, e non esistono né in Francia né in Spagna. E allora perché mai la globalizzazione “ingloba” solo l’italiano?

 

Il francese e lo spagnolo in epoca di covid

Il dibattito sull’evoluzione della lingua durante la pandemia, con riferimento soprattutto agli anglicismi, si è sviluppato anche in Francia. Ma la situazione non è nemmeno lontanamente paragonabile allo sfacelo dell’italiano.

Il francese è una lingua viva, dove si coniano neologismi, dove davanti all’espansione dell’inglese globale esiste una resistenza, che non è fatta da un cane sciolto come la mia, e come quella italiana, ma è istituzionale, supportata dalle leggi che vietano forestierismi nel francese ufficiale e dei contratti del lavoro, che si appoggia alla Costituzione, alle indicazioni del Journal officiel (la Gazzetta francese), all’operato dell’Académie française, e dei mezzi di informazione.

Anche in un articolo su Radio France (“La lingua francese ai tempi del coronavirus”) si registra il malcontento sul “distanziamento sociale”, interferenza dell’inglese, che sarebbe più appropriato rendere in altri modi, come distanza di sicurezza o fisica. Ma si lamentano anche gli anglicismi che si sono fatti strada, come cluster al posto di focolaio, con la differenza che rispetto a quanto avviene da noi dove le occorrenze sono decuplicate rispetto agli anni passati, ricorre molto meno, e spesso è tra virgolette. Ma, soprattutto, l’uso dell’inglese viene deprecato, non misconosciuto, giustificato o spacciato come internazionalismo necessario!

Mentre i nostri mezzi di informazione diffondono anglicismi – che in Francia non esistono – senza alternative, le Figaro sforna innumerevoli pezzi che condannano l’inglese e riprendono le direttive della Commissione per l’arricchimento della lingua francese che invita a usare foyer (épidémique) al posto di cluster: “Coronavirus: ne dites plus «cluster» mais…”, oppure infox al posto di fake news: “Coronavirus: des mots français pour en parler”.

Mentre da noi i politici coniano family act, trapiantano recovery fund, e in parlamento parlano con la massima naturalezza di lockdown e smart working, il sito del Ministero della cultura francese produce una guida alle parole francesi per esprimere il lessico del coronavirus (traçage e non tracking, faire-face e non coping) e un glossario della terminolgia medica che si appoggia a un ben più ampio dizionario terminologico con i corrispondenti francesi. Lo scopo è quello di “arricchire la lingua francese”, e gli esperti non si sognano né di negare o ignorare l’esistenza degli anglicismi, né di proclamarli “necessari” e in questo modo avallarli, ma si prodigano nel tradurli nel giusto modo e nel coniare nuove parole, operando scelte terminologiche autoctone per i vocaboli che non ci sono!

In Spagna gli anglicismi non sono penetrati durante la pandemia, e il dibattito sulla lingua del coronavirus che “infetta” il dizionario della lingua spagnola è commovente. Sul El País, in un articolo intitolato “La Real Academia busca una definición para el coronavirus” la questione non tocca l’interferenza dell’inglese, che non c’è, ma il maschile o femminile di covid, o mascherina che accanto a “mascarilla” registra sinonimi esotici come “barbijo” in Bolivia, “tapaboca” a Cuba o “nasobuco” in altri luoghi. La stesso dibattito che si ritrova leggendo un articolo di Abc intitolato “El coronavirus también infecta el Diccionario de la lengua española” che si pone il problema dell’uniformità di queste varianti per mantenere lo spagnolo omogeneo. Non possiamo che ridere (o piangere?) se paragoniamo tutto questo con la situazione italiana. Mentre da noi c’è solo il lockdown, lì le questioni linguistiche sono incentrate su come formare il giusto verbo da “cuarentena”: meglio “cuarentenar”, “cuarentenear” o “encuarentenar”? L’unico anglicismo che si trova nel pezzo è zoom: “quello che sino a poco tempo fa era solo un obiettivo a lunghezza focale variabile” lamenta l’articolo! Per noi è inimmaginabile che la lingua evolva senza importare l’inglese, ma in Spagna e in Francia, come in tutte le lingue sane, è normale!

Altro che internazionalismi e globalizzazione! In Italia bisogna parlare di colonizzazione.

Come nota Gabriele Valle, in Spagna non esiste il droplet, ci sono solo le gotas de saliva, non c’è il lockdown ma il confinamiento (come in francese e in tutta l’Europa latina, salvo da noi) e il deconfinamento progressivo, la nostra fase 2, 3 e quel che sarà, si può esprimere con desconfinamiento o desescalada.

E in portoghese? Provate a dare un’occhiata allo speciale covid sul quotidiano portoghese Publico, e provate a contare gli anglicismi, se li trovate. Poi fatevi un giro sul Corriere.it, e fate i vostri confronti.

A questo punto ognuno avrà qualche elemento in più per riflettere su cosa significhi “essere internazionali”, se significa fare come negli altri Paesi di lingua romanza o se significa essere colonizzati dalla sola lingua inglese. E anche per ragionare sulla “necessità” dei nostri anglicismi, bollati come necessari solo da noi e dai collaborazionisti di questa creolizzazione lessicale, visto che altrove la lingua nazionale evolve, si arricchisce, è difesa e promossa, mentre l’italiano è ormai ingessato nei suoi significati storici e destinato a trasformarsi in itanglese; soffocato da una quantità di anglicismi che qualcuno considera una ricchezza, ma non sono altro che l’impoverimento e la morte del nostro lessico sempre più mutilato.

 

PS
Come al solito rinnovo l’invito: chi è preoccupato e stufo può firmare e soprattutto diffondere la petizione #litalianoviva. Si riuscirà a fare qualcosa? Almeno proviamoci!

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Le 3000 firme della petizione a Mattarella

Continuo le mie riflessioni sui perché della petizione a Mattarella, #litalianoviva, che conta ormai 3.000 firme. Provo anche a rispondere ad alcune delle critiche basate sulle sciocchezze e sui luoghi comuni di chi non ha studiato e compreso il problema, né tanto meno lo spirito dell’iniziativa.

La nuova questione della lingua

Non se ne può più di sentir dire che è normale che le lingue evolvano o che il francese e tantissimi altri idiomi hanno influenzato l’italiano sin dai tempi di Dante. Queste sono banalità che non si possono che dare per scontate; bisognerebbe essere un po’ più seri e studiare come la nostra lingua si sta evolvendo.

È semplicemente una questione di numeri: dal secondo dopoguerra a oggi – nell’arco di una sola generazione – gli anglicismi sono almeno quintuplicati. Hanno colonizzato i centri di irradiazione della lingua (il lavoro, la scienza, la stampa, l’informatica, l’economia…), si riversano nel linguaggio comune, aumentano di frequenza, penetrano nel lessico di base e, soprattutto, tutto ciò che è nuovo viene sempre più introdotto in inglese crudo, con il risultato che il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è costituito da anglicismi. Il punto non è gridare alla morte dell’italiano per becero allarmismo, è constatare che di fatto è già morto, nel senso che ha cessato di evolvere per via endogena, e che registra una regressione davanti all’inglese anche quando esistono parole italiane che finiscono per essere dimenticate o diventare obsolete davanti ai “prestiti sterminatori”. Gli anglicismi non sono perciò una ricchezza, ma al contrario segnano l’impoverimento e la morte del nostro lessico. La loro penetrazione avviene in modo crudo, senza adattamenti, e dunque sta snaturando la nostra identità linguistica, che non è un concetto filosofico e astratto, ma una cosa molto semplice e concreta: nella maggior parte dei casi gli anglicismi costituiscono dei “corpi estranei” che violano le regole dell’ortografia e della pronuncia dell’italiano. Non c’è alcun problema ad accogliere forestierismi non adattati, se sono contenuti in una percentuale fisiologia, è un fenomeno normale che si riscontra in ogni lingua. Ma quando questa percentuale cresce a dismisura, supera nel giro di 70 anni quella di una lingua come il francese che ha una storia di substrati plurisecolari, quando la somma di tutti i forestierismi di ogni lingua del mondo non arriva alla metà degli anglicismi che abbiamo importato in un lasso di tempo così breve, e che usiamo così spesso, c’è un problema oggettivo. Non siamo più di fronte a un fenomeno normale, ma a una creolizzazione lessicale che stravolge la nostra lingua storica. Questi sono fatti. Ogni critica ne deve tenere conto.

Allora la questione, e il terreno del dibattito, è un altra. Dobbiamo chiederci quale italiano vogliamo. Crediamo che la modernità si esprima con l’inglese e vogliamo che la percentuale di anglicismi della nostra lingua diventi in ogni ambito quella del linguaggio del lavoro o dell’informatica?

Bene lo si dica chiaramente, invece di giocare a fare i negazionisti.

Questa idea dell’italiano, però, per me coincide con l’itanglese, e mi vede dall’altra parte della barricata a combattere quello che considero non un segno di modernità, ma il depauramento del nostro patrimonio culturale. Ciò è tutto il contrario del purismo, ostile da sempre ai neologismi. Viceversa, c’è da auspicare un italiano che si sappia evolvere per via endogena, creando le proprie parole e i propri neologismi, invece che importarli dall’inglese.

Chi ha un’altra idea dell’italiano getti la maschera, si schieri dall’altra parte, e difenda l’itanglese senza fare l’ipocrita. I nuovi puristi del Duemila, quelli che vogliono ingessare l’italiano nella sua forma storica senza farlo evolvere perché tutto ciò che è nuovo si dice in inglese, sono gli anglomani. Sono loro – li chiamo anglopuristi – che vogliono trasformare l’italiano nella “lingua dei morti”.

Questa è la nuova “questione della lingua”. Sarebbe ora di dirlo chiaramente.

Non si tratta di fare la guerra ai singoli anglicismi, si tratta di prendere posizione, e di spezzare la strategia comunicativa che spinge a importare l’inglese crudo senza alternative. Il problema non è linguistico, è culturale. Gli anglicismi non sono “prestiti”, con queste sciocche categorie obsolete non si può rendere conto dell’attuale fenomeno dell’interferenza dell’inglese. Quando il confinamento diventa lockdown, il lavoro da casa smart working, quando si coniano all’inglese espressioni come covid hospital, invece che ospedali covid, e si parla di covid pass, covid free, covid manager, covid like, covid test… il problema non è in questi trapianti e in queste ricombinazioni ridicole prese singolarmente; il punto è che abbiamo perso la volontà di parlare in italiano e siamo passati a una strategia compulsiva (la strategia degli Etruschi) che consiste nella scelta di parlare in itanglese.

Una questione politica, non linguistica

Oggi la nostra classe dirigente – dai mezzi di informazione alla politica, dalla scienza al mondo del lavoro – ha scelto l’itanglese, e in questo modo lo diffonde e lo impone a tutti. Per spezzare questa strategia occorre una rivoluzione culturale e politica. Nello scorso articolo ho mostrato perché non è certo alla Crusca che ci si può rivolgere per cambiare le cose. L’Accademia non ha né il potere né la missione di regolamentare la nostra lingua. Solo la politica potrebbe forse investirla di questo mandato, come avviene per le accademie spagnole e francesi. Lì si creano alternative agli anglicismi e la popolazione è libera di scegliere come parlare. Alcune proposte sono accolte ed entrano nell’uso, altre non vengono invece recepite, ma il risultato è che l’anglicizzazione di queste lingue non è minimamente paragonabile alla nostra. Ognuno è libero di usare il lessico che preferisce, ma la libertà sta nello scegliere, se mancano le alternative cade la scelta, e l’inglese diventa un automatismo senza altre possibilità, diventa la tirannia della minoranza che controlla i centri di irradiazione della lingua e che la impone a tutti.

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Le “reti sociali” o i “fondi di recupero” su Correre, El País e Le monde. Da noi sono anglicismi (i “gruppi tech” in spagnolo sono “grandes tecnologicas”, e persino gli Usa sono detti secondo l’ordine della loro lingua: EEUU).

La petizione per eliminare gli anglicismi almeno dal linguaggio istituzionale – una cosa che in Francia è espressamente vietata dalla legge, ma che non verrebbe nemmeno in mente ad alcun politico, come del resto in Spagna – va rivolta alla nostra classe politica. Ma rivolgersi al parlamento avrebbe senso?

Non mi pare.

Non dimentichiamo che i nostri politici son proprio coloro che contribuiscono a uccidere la nostra lingua storica. Se il politichese, sino a tutto il Novecento, era caratterizzato da formule ampollose, astruse o burocratiche, nel nuovo Millennio è diventato itanglese. Dal jobs act al navigator, il lavoro è job, le tasse sono tax, le leggi act, l’economia è economy, i fondi per la ripresa sono introdotti in inglese, recovery fund, e qualcuno parla di un recovery plan per la pandemia. Gli anglicismi politici registrano un aumento preoccupante: quantitative easing, voluntary disclousure, caregiver, stepchild adoption, spending review, spoils system, devolution e deregulation, election day e family day… E in questo linguaggio fatto di establishment, governance, leadership, impeachment, question time, moral suasion, premiership… ci sono anche figure istituzionali come il garante della privacy, o il ministro del welfare, alla faccia della salute del nostro lessico. I giornali rilanciano e amplificano questo vocabolario politicamente scrorrect, mentre si parla sempre più di premier al posto di presidente del consiglio come è scritto nella nostra Costituzione, o di governatori invece che presidenti delle regioni perché si vuol fare gli americani, anche se il nostro sistema non è federalista.

In questo contesto appare poco proficua una petizione rivolta ai politici. Senza scadere nel qualunquismo, bisogna ricordare che negli ultimi anni sono state presentate innumerevoli proposte di legge o di istituzione di un Csli (Consiglio Superiore della Lingua Italiana) che sono sempre rimaste nei cassetti, per riemergere ciclicamente senza che nulla di concreto sia mai stato fatto.

Nel 2012, una petizione dell’Era propose di dire in italiano “question time” e ricevette consensi da ogni parte politica, ma l’iniziativa lodata da tanti solo a parole, non ebbe nei fatti alcun seguito (in Svizzera si dice invece l’ora delle domande, in parlamento e sui giornali).

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“L’ora delle domande” sul Corriere del Ticino.

Nel 2018, Giulia Bongiorno, ministra della pubblica amministrazione del Governo Conte, scriveva:

“Nei primi giorni da Ministro mi sono stati sottoposti alcuni fascicoli – definiti dossier – dai quali emergeva che i problemi più urgenti da affrontare erano:
1) il blocco del turnover;
2) l’inadeguata valutazione della performance dei dirigenti;
3) il digital divide;
4) la scarsa applicazione (…) dello smart working;
4) l’uso improprio del badge per entrare nel luogo di lavoro.
Per affrontarli avrei dovuto partecipare a numerosi meeting; inoltre, mi si rendeva noto che il budget a mia disposizione era – purtroppo – limitato.
Amo l’inglese (…) Eppure credo sia sbagliato, e fuorviante, accettare questa sostituzione della lingua italiana; parlo di sostituzione perché l’uso reiterato delle parole inglesi fa sì che a volte il corrispettivo italiano si perda. Dunque dico basta, con forza, a questo ibrido che forse vorrebbe far sembrare l’italiano più moderno, ma in realtà lo sta svilendo.”

(Lettera aperta del 19 dicembre 2018 per denunciare l’abuso dell’inglese nel linguaggio amministrativo).

Che cosa è accaduto, da allora, è sotto gli occhi di tutti.

Anche le iniziative come Europarole del Dipartimento delle politiche europee, avviata nel 2018, che doveva tradurre gli anglicismi che circolano nell’ambito dell’Unione Europea si è rivelato un progetto vuoto, e da allora ha raccolto solo 37 parole!
Visto che le istituzioni non lo fanno – da quelle politiche alla Crusca – il più grande repertorio esistente nel nostro Paese è il Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA), che ne ha raccolti ormai 3.700, e nasce da un’iniziativa privata senza alcun finanziamento.

Da queste considerazioni è nata la decisione di rivolgere la petizione non alla politica, ma al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la massima carica dello Stato.

C’è chi ha storto il naso davanti all’opportunità di rivolgersi a lui in questo frangente in cui l’Italia versa in ben altri e più gravi problemi. Eppure il lievitare degli anglicismi ha raggiunto picchi inediti proprio durante la pandemia e, soprattutto, le nostre richieste sono davvero facili, e non costano nulla. Non abbiamo invocato leggi come quelle che ci sono in Francia, né domandato di attuare ciò che la politica ha più volte presentato senza che mai si sia realizzato.
Le richieste consistono, semplicemente, in una supplica, perché il capo dello Stato attui un simbolico richiamo alla politica di non utilizzare anglicismi almeno nel linguaggio istituzionale, per il rispetto, oltre che per la trasparenza, che le istituzioni dovrebbero avere nei confronti dei cittadini italiani e del nostro patrimonio linguistico (non dimentichiamocene, quando saremo chiamati alle urne!).
La seconda richiesta è di favorire una campagna di sensibilizzazione contro l’abuso dell’inglese. Anche questa preghiera non ci pare gravosa, e soprattutto non comporta alcuna spesa, visto che gli spazi delle pubblicità progresso sono già previsti. E come si fanno e si sono fatte contro il bullismo o contro la violenza delle donne, potrebbero farsi anche per promuovere la nostra lingua, di cui non è il caso di vergognarsi.

Crediamo che questa petizione chieda qualcosa che dovrebbe essere dato per scontato, qualcosa che nasce semplicemente dal buon senso e che dovrebbe appartenere a tutti. E facciamo fatica a comprendere come si possa non condividere questo appello.

Eppure, se la petizione #dilloinitaliano di cinque anni fa fu ripresa da tutta la stampa, oggi invece non c’è un solo giornale a tiratura nazionale che ne abbia accennato nemmeno con una sola riga. Le 3.000 firme raccolte nascono solo dal passaparola in Rete e tra la gente, mentre i mezzi di informazione e le istituzioni che dovrebbero occuparsi della nostra lingua in modo ufficiale lo hanno ignorato. Al contrario di quanto hanno fatto invece persone di primo piano della cultura nazionale e internazionale.

 

I firmatari e gli amici dell’italiano

Sin dai primi giorni, la notizia della petizione #litalianoviva è stata ripresa e diffusa dall’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook, oppure dal sito Corsica Oggi. In Svizzera è stata segnalata dal Forum per l’italiano in Svizzera, e dalla Rivista.ch. E così la notizia si è sparsa per il mondo, tra i firmatari ci sono italofoni tedeschi, dall’università di Barcellona ha firmato un’importantissima profesora emerita di Filologia Italiana, dall’Australia ha firmato la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day, per i suoi meriti nel tradurre in italiano. Voglio riportare qualche battuta tratta da un’intervista che rilasciò in quell’occasione:

Barbara McGilvray
Barbara McGilvray.

– Hai notato delle differenze nell’evoluzione della lingua italiana da quegli anni ’60 in cui eri a Roma all’italiano che si parla oggi? Magari il fatto che oggi sia infarcito di parole inglesi? Una volta non era così…
Io cerco di evitare e parole inglesi in italiano anzi sono iscritta a due o tre gruppi di traduttori in Italia, gruppi virtuali, sull’Internet e lottiamo tutti per evitare di usare neologismi inglesi, preferisco evitarli. (…) Spending review mi fa una rabbia (RIDE), ci sono espressioni perfettamente adeguate in italiano, perché usare quelle inglesi? Non lo so…

– O il jobs act…
Jobs act… un altro, no, no… non ne parliamo…

– La nostra rubrica si chiama La lingua più bella del mondo, sei d’accordo con il nome che abbiamo dato a questo segmento?
Assolutamente! Come no?

Se volte sentire queste parole dal suo delizioso accento anglofono, lo potete fare qui (al min, 4,30 circa).

Tra i tanti che hanno firmato e che mi hanno scritto dall’estero ci sono italofoni dall’Argentina, dal Canada, dalla Francia, e anche dal Regno Unito e dagli Stati Uniti.

Possibile che all’estero ci sia un’attenzione per l’italiano superiore alla nostra?

Evidentemente sì.

Ma non è del tutto esatto. Non bisogna confondere il silenzio stampa e delle istituzioni che si registra in Italia con il sentimento degli italiani. L’indifferenza mediatica non corrisponde alla sensibilità di tante persone di ogni fascia sociale (infermieri, medici, farmacisti, parrucchieri, avvocati, imprenditori, formatori, studenti, insegnanti, mamme, agenti immobiliari… c’è anche un suora). E tra i firmatari ci sono poi diversi politici che appartengono a ogni schieramento: da Potere al popolo e Sinistra alternativa passando per il Pd, i 5 stelle, la Lega, sino a Forza Italia, Fratelli d’Italia e alla destra. Ma soprattutto mi ha colpito la presenza di molti personaggi di spicco della cultura del nostro Paese. Non sempre mi è stato possibile verificare se certi nomi sono davvero illustri o se si tratta di omonimi, e non so se Elena Ferrante è veramente lei o se Paolo Repetti è davvero il fondatore e il direttore della collana Stile Libero di Einaudi. So però di certo che hanno firmato professori universitari o accademici come lo psicologo Fulvio Scaparro, il filosofo Fulvio Papi, scrittori come Elisabetta Bucciarelli (vincitrice del premio Scerbanenco) o come la docente Laura Margherita Volante, traduttori di primo piano come la poetessa Claudia Azzola direttrice della rivista TraduzioneTradizione, giornalisti come Alberto Giovanni Biuso, intellettuali che gravitano intorno alla rivista Odissea diretta da Angelo Gaccione, come il medico Teodosio De Bonis (“Ho deciso di iscrivermi ad un corso di lingua straniera: mi è stato consigliato l’Italiano”), lo scrittore Oliviero Arzuffi, i poeti Antonella Doria, Gabriella Galzio e Nicolino Longo… e una lunga lista di donne e uomini che fanno comprendere che esiste un’altra idea di lingua e di cultura, oltre a quella dominante. E che a opporsi all’insensato ricorso all’abuso dell’inglese siamo in tanti.

Per aiutarci a diffondere la nostra iniziativa, visto che i giornali non lo fanno, passa parola, per favore!

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I perché di una petizione a Mattarella (e le prime 2.500 firme)

La petizione #litalianoviva (che ha raggiunto le 2.500 firme) arriva cinque anni dopo quella, fortunatissima, lanciata da Annamaria Testa (#dilloinitaliano). Le quasi 70.000 firme di allora ebbero una risonanza senza precedenti e una rassegna stampa fitta e internazionale. Proprio in seguito a questo straordinario successo, l’Accademia della Crusca. a cui era rivolta, decise di dare vita al Gruppo Incipit, che aveva lo scopo “di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede.” Dunque: “monitorare” più che “arginare”, anche se nei comunicati sono sempre stati indicati dei sostitutivi italiani.

A cinque anni da questo evento, ho tentato di fare un bilancio di cosa sia accaduto e di che cosa sia cambiato. Purtroppo la risposta è che, nel concreto, non è accaduto nulla. Anzi, da allora le cose sono decisamente peggiorate. Ecco perché ho provato a immaginare un’iniziativa simile ma con altri interlocutori e altre richieste.

L’attuale ruolo della Crusca

Mi pare che l’importanza della petizione di Annamaria Testa si possa riassumere nella presa di coscienza del fastidio verso l’abuso dell’inglese di una grande fetta degli italiani. La svolta che ha segnato è stata proprio l’emergere di questo nuovo modo di sentire nell’opinione pubblica, un cambio di paradigma storico molto importante: per la prima volta, parlare di tutela dell’italiano non veniva più associato alla politica linguistica del fascismo, alla guerra ai barbarismi, e neanche alle prese di posizione “puriste” o “neopuriste” che avevano caratterizzato la denuncia del “morbus anglicus” di Arrigo Castellani negli anni Ottanta.

accademia della cruscaNon è un fatto da poco. Bisogna tenere presente che Francesco Sabatini, quando era il presidente della Crusca, fondò nel 2001 il Clic (Centro di consulenza sulla lingua italiana contemporanea), che si interruppe presto anche per le reazioni ostili dei mezzi di informazione davanti alla “difesa della lingua”, un argomento ancora tabù. Con la costituzione del Gruppo Incipit, l’Accademia si aspettava analoghi attacchi e resistenze culturali, ma la cosa più sorprendente fu che non ce ne furono affatto. Il vento era cambiato, la petizione #dilloinitaliano fu come una gigantesca manifestazione di piazza, seppur virtuale, che lanciò questo importantissimo segnale.

Eppure la timidezza della Crusca nello schierarsi a favore della difesa della lingua è rimasta.
Anche se nella percezione della gente l’Accademia è ancora associata alle attività del passato, quando questa antichissima e prestigiosa istituzione pubblicava il vocabolario della lingua italiana e aveva un atteggiamento prescrittivo nei confronti della lingua, oggi non è più così. Fu proprio durante il fascismo che l’attività lessicografica della Crusca fu soppressa, con il Regio Decreto del ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile nel 1923, e fu invece la Reale Accademia d’Italia (Rai) a essere in seguito incaricata di compilare il dizionario della lingua italiana del regime, che si interruppe (alla lettera C) con la caduta del fascismo. Negli anni Sessanta, quando il presidente della Crusca era Giacomo Devoto si delineò molto chiaramente il nuovo spirito dell’Accademia di rinunciare agli intenti normativi e prescrittivi in favore del descrittivismo, cioè di esaminare l’evoluzione dell’italiano senza intervenire, perché la lingua non va difesa, va studiata, per citare Giancarlo Oli. Questa prospettiva è quella dominante anche oggi, e poco si concilia con il volere arginare gli anglicismi.

Il Gruppo Incipit

Nel contrastare le parole inglesi, il Gruppo Incipit ha giocato un ruolo simbolico ma non ha raggiunto obiettivi concreti. A parte qualche presa di posizione dei suoi membri in occasioni pubbliche o interviste, si è limitato a diramare 13 comunicati che complessivamente hanno indicato le alternative a qualche manciata di parole, a fronte delle centinaia che si sono affermate. Non sono al corrente del loro lavoro di “monitoraggio” (studi quantitativi o altre analisi organiche), ma stando ai comunicati si evince che il problema è stato affrontato a sprazzi, e non certo in modo sistematico. Alla fine del 2016 sono entrate prepotentemente nel linguaggio comune fake news, grazie ai giornali che hanno virgolettato senza tradurre un’espressione di Trump (per far cadere le virgolette il giorno dopo e introdurre nella nostra lingua l’inglese crudo invece che “notizie false” o “bufale”). Nel 2017 è esploso il black friday, grazie al trapianto di una consuetudine statunitense nel nostro Paese. E di anno in anno, anglicismo dopo anglicismo, si può arrivare alla pandemia del 2020 che ci ha regalato il lockdown (insieme a droplet e tantissimi altri che ho ricostruito in un articolo Treccani). Dunque stupisce la mancata presa di posizione davanti a questi esempi eclatanti che hanno stravolto il nostro modo di parlare.

L’attività della Crusca non è insomma minimamente paragonabile a quella delle accademie di Spagna e Francia, che non hanno paura di essere prescrittive o di proporre alternative, anzi, ciò rientra nei loro compiti e nella loro missione. L’Académie française, inoltre, non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” ci sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

A parte queste diverse prospettive, bisogna anche riconoscere che i comunicati del Gruppo Incipit, benché esigui, non hanno sortito alcun effetto tangibile.

I limiti di Incipit e della Crusca

Incipit parte dal presupposto che quando un anglicismo si afferma è poi molto difficile da sradicare. Ciò è vero soltanto in Italia, bisogna precisarlo, perché in Francia molti sostitutivi introdotti in seguito alla legge Toubon hanno fatto regredire l’inglese. Ma questo approccio, che se non è supportato da una politica linguistica risulta poco efficace, ha anche un altro forte elemento di debolezza. Lo aveva sollevato sin dall’inizio Tullio De Mauro. Davanti alle proposte sostitutive per esempio di analisi on desk, benchmark, tool, distance learning o peer review (comunicato n. 6), “se l’obiettivo dell’Accademia è ottenere gli applausi della stampa, l’obiettivo è in gran parte raggiunto”. Altrimenti queste parole non erano affatto incipienti, visto che erano registrate dai dizionari già da decenni, per cui “se c’è (e c’è) abuso di anglismi nella comunicazione universitaria, l’imputato chiamato alla sbarra da Incipit, l’aziendalese, va assolto: non è lui che ha commesso il fatto” ( → “È irresistibile l’ascesa degli anglicismi?”).

Insomma, se i linguaggi di settore vengono colonizzati sempre più dall’inglese, poi è inevitabile che da lì straripino nella lingua comune. E allora l’argine a ciò che è in fase incipiente dovrebbe semmai essere doppio. Bisognerebbe operare scelte terminologiche traduttive innanzitutto quando gli anglicismi entrano nei linguaggi specialistici, ma è un po’ difficile visto che la scienza, la tecnologia, l’informatica, il lavoro, l’economia e quasi ogni ambito culturale si studiano sempre più in inglese con il risultato di trapiantare i tecnicismi in modo crudo invece di saperli interpretare autonomamente. Il secondo argine dovrebbe essere eretto quando queste parole, magari dopo molti anni, si riversano nella lingua comune. Ma siamo sicuri che questo sistema funzioni?

Direi di no. Nella realtà, giornalisti e politici se ne fregano dei sostitutivi promossi dalla Crusca, ammesso che li conoscano, e puntano ad attingere al linguaggio specialistico invece che al lessico della divulgazione. “Smart working”, per esempio, era uno pseudoanglicismo presente già prima della pandemia del coronavirus, anche se la sua frequenza era bassa e la sua circolazione era ristretta al mondo lavorativo degli addetti ai lavori. Incipit, nel 2016, ha promosso l’alternativa in circolazione nel linguaggio contrattuale di “lavoro agile” (comunicato n. 3) quando ancora la parola non era così comune. Ciononostante, da qualche mese l’espressione ha fatto il salto di specie: i giornali, i politici e i tecnici hanno usato l’inglese ripetuto in modo ossessivo fino a farlo diventare la parola più gettonata, che ha scalzato non solo l’equivalente tecnico di lavoro agile, ma anche quelli possibili nella lingua comune, cioè il lavoro da casa, da remoto, a distanza o il telelavoro. Lo stesso si può dire di caregiver, che circolava come tecnicismo già ben prima del 2018 quando è entrato nella legge di bilancio e quando Incipit lo ha affiancato a “familiare assistente”, “prestatore di cure o “assistente domestico” (comunicato n. 9).

Vale la pena di ricordare che caregiver è diventato un tecnicismo solo in italiano, in inglese non ha questa specificità, e la parola non si trova né in spagnolo – si parla di “curatore”, cuidador (familiar) – né in francese – “aiutante”, aidant familial o informal, proche aidant –. Lo stesso vale per per smart working, che non esiste in francese, in spagnolo né in inglese (remote working).

E allora la strada per fermare l’anglicizzazione è forse un’altra rispetto a quella prospettata da Incipit, e implica l’essere meno provinciali, tradurre o inventare neologismi italiani (qualora le parole ci mancassero) invece che importare parole inglesi crude (se va bene, altrimenti si inventano pseudoanglicismi). Insomma, davanti alle migliaia di parole inglesi il punto non è quello di sostituirle nella fase incipiente, ma agire alla base: è necessario creare un nuova cultura, spezzare l’anglomania da colonizzati che porta a preferire i suoni inglesi a prescindere dalle singole parole, riappropriarci con orgoglio della nostra lingua e della capacità di generare neologismi su base endogena. Dobbiamo superare il nostro senso di inferiorità che ci fa vedere l’inglese come una cultura e una lingua superiori, dobbiamo smettere di confondere l’inglese con l’essere moderni o internazionali. Per essere moderni dovremmo fare evolvere l’italiano, e per essere internazionali dovremmo fare come si fa all’estero, dove si usa maggiormente la propria lingua.

E soprattutto, dovremmo cessare di aver paura di essere prescrittivi. Come fanno le accademie francese e spagnole.

Un po’ di sano prescrittivismo

Se la strada di Incipit non è stata produttiva, non è all’Accademia della Crusca che ci si deve rivolgere per cambiare le cose. Forse l’Accademia andrebbe rifondata, e investita di un po’ di sano prescrittivismo proprio dalla politica che un tempo le ha sottratto questo ruolo. Davanti all’espansione dell’inglese globale che minaccia molte lingue, il liberismo linguistico rischia di trasformarsi in un anarchismo nel senso più negativo, uno stato di natura selvaggio e senza regole che coincide con la sopraffazione del più debole (homo homini wolf).
La difesa della lingua, un tempo invocata per purismo o per motivi di principio esterofobi, è oggi da rivedere da un altro punto di vista basato sui numeri. Qui si tratta di proteggere il nostro patrimonio culturale esattamente come si difendono i panda e le balene che rischiano l’estinzione.

Andrea Camilleri protezione lingua italianaQualche anno fa, Andrea Camilleri ha sintetizzato tutto ciò in modo meraviglioso in un brevissimo video, che vi invito a vedere, in cui sviscerava il tema-tabù della “protezione della lingua” davanti all’inglese. Spiega che da quando la lingua dell’Europa, per le leggi e il lavoro, ha cessato di essere tradotta in italiano e riporta i documenti solo in inglese, francese e tedesco, la nostra lingua è regredita. I nostri politici avrebbero dovuto opporsi, ma non l’hanno fatto. Per Camilleri, se dalla terminologia tecnica (sempre più in inglese crudo) le parole entrano poi nella lingua comune è per “provincialismo assoluto”, e sfoggiare questo lessico inglese non è cultura. Il rischio lucidamente intravisto era che l’italiano diventasse una lingua morta, che ha la sua tradizione storica congelata nella letteratura del passato, ma senza sapere evolversi. Per lo scrittore, la soluzione non è certo l’autarchia come ai tempi del fascismo, ma una “giusta difesa della lingua andrebbe fatta”, smettendo di essere provinciali e recuperando “le bellissime parole della nostra lingua”.

Come si può non essere d’accordo? Come possono i linguisti italiani non comprendere che tra l’autarchia linguistica e l’essere normativi nel modo più rigido e antistorico ci sono delle vie di mezzo necessarie e sane, come hanno capito in Francia, in Spagna o in Svizzera?

Per tutelare l’italiano, l’attuale atteggiamento descrittivo della Crusca non basta. Visto che i linguisti non si fanno problemi a prescrivere le giuste parole nel caso del linguaggio non discriminante per le cariche femminili e sono intervenuti nello schierarsi a favore di parole come ministra o sindaca modificando l’uso – come stanno facendo anche davanti a quisquilie come scrivere “sé stesso” invece di “se stesso” senza accento che si era affermato nell’editoria del Novecento – perché non dovrebbero avere lo stesso atteggiamento davanti agli anglicismi in nome delle pari opportunità dell’italiano, oltre che delle donne?

Per contrastare l’abuso dell’inglese basterebbe agire con coerenza e nello stesso modo, invece di usare due pesi e due misure. Proprio dalla politica, e dalle raccomandazioni delle amministrazioni supportate dalla consulenza Crusca sono arrivate le direttive del linguaggio non discriminante. La promozione di questo lessico e la campagna culturale che c’è stata in proposito hanno dato i loro frutti, e hanno portato i giornali a utilizzare le nuove parole e i dizionari ad accoglierle e a registrarle.

vivalitaliano 300 x 145Queste sono le due vie proposte dalla petizione per promuovere l’italiano e spezzare l’abuso dell’inglese. L’eliminazione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e l’avvio di una campagna di sensibilizzazione.
L’interlocutore non può che essere la politica…

 

Continua.

La temperatura percepita, la scure del tempo… e i numeri degli anglicismi

“Espressioni inglesi ne sentiamo molte: dalla radio, dalla tv, dai giornalisti, dai politici. Ma quante ne usiamo davvero nel nostro parlato quotidiano?
La situazione può essere paragonata alla temperatura percepita (…). Come ci hanno spiegato più volte i meteorologi, a una temperatura obiettiva (misurabile con il termometro), corrisponde – nelle calde giornate d’estate – una temperatura percepita più alta, perché condizionata dal notevole tasso di umidità. Quello che avviene per gli anglicismi non è molto diverso: una presenza obiettiva contenuta in percentuali fisiologiche viene avvertita come preoccupante, perché amplificata dal frastuono mediatico.”
Dalla prefazione di Giuseppe Antonelli a Gli anglicismi, di Riccardo Gualdo a p. 8.

Giuseppe Antonelli ha ribadito questa interpretazione in innumerevoli altri scritti, e la sua conclusione è che è tutta “un’illusione ottica”.

Ho sempre trovato l’analogia con la “temperatura percepita” infelice e controproducente. È infatti la temperatura percepita a farci stare male. Non a caso, nelle giornate estive più infernali, i ricoveri e i decessi aumentano proprio durante i picchi di calore umido. Il termometro non è lo strumento più adatto per stabilire la “realtà” delle cose nel caso della salute, segna una misura che non è affidabile perché mancano i parametri che contano.

Non lo so quanti anglicismi si usino nel “parlato quotidiano”, io ne sento tanti. E poi quale parlato? Quello familiare dove a volte si usa il dialetto? Quando andiamo al lavoro dove l’aziendalese coincide ormai con l’itanglese puro? In quali zone geografiche? In quali fasce sociali?

Comunque sia, questa idea per cui la nostra lingua sarebbe salva perché nel “parlato quotidiano” non useremmo anglicismi si scontra con il fatto che l’italiano è una lingua tradizionalmente scritta, e l’unificazione del parlato è un fatto recente che ha meno di un secolo. Nasce con l’epoca del sonoro, con la radio, il cinematografo e poi la televisione. Solo intorno agli anni Cinquanta si registra un sostanziale abbandono dei dialetti (che poi questo sia un bene o un male è un’altra faccenda). E i mezzi di informazione non si possono liquidare come qualcosa di marginale e a sé stante. Sono loro che hanno unificato l’italiano parlato e che oggi lo stanno anglicizzando.
Un gigante come Pasolini, in questo filmato del 1968. ha sintetizzato benissimo la differenza tra italiano parlato, letterario e il ruolo dei mezzi di informazione.

Allora l’italiano era ancora “unitario” e tutto sommato basato sui modelli letterari del passato, ma Pasolini rilevava che il cambiamento in atto era l’apparire di un nuovo italiano tecnologizzato, che arrivava soprattutto dai centri industriali del Nord, i nuovi centri di irradiazione della lingua. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese e il linguaggio tecnologico è fatto di parole inglesi. Se Pasolini fosse vivo lo potrebbe spiegare molto meglio di me.

Per capire cosa sta succedendo basta guardare l’informatica. La metà delle parole così marcate nel Devoto Oli sono in inglese puro, e da lì si sono riversate nel linguaggio comune (mouse, computer, web, tablet, chat…).

Se negli anni Sessanta furono proprio i linguisti a dare addosso a Pasolini per la sua lucida intuizione sul nuovo italiano tecnologizzato, con il senno di poi oggi sono tutti concordi con lui nel riconoscere che la lingua comune si sta arricchendo sempre più di parole che provengono dai lessici specialistici. E dire che l’italiano non è intaccato dall’inglese tranne in alcuni settori come l’informatica e il linguaggio mediatico, a cui bisogna aggiungere almeno quello economico, del lavoro, della scienza, della pubblicità, del cinema… mi sembra un po’ bizzarro. Se si tolgono tutti questi ambiti cosa rimane dell’italiano? La risposta si può trovare nelle parole di Luca Serianni:

“Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali”.

Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015.

Le stesse cose che scrive anche Gian Luigi Beccaria:

“Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina”.

Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116.

Il numero e la frequenza delle parole inglesi

Nel 2016 Antonelli scriveva:

“All’inizio degli anni Settanta, l’incidenza degli anglicismi integrali era al di sotto dell’1% del patrimonio lessicale dell’italiano; oggi – stando a quanto si può ricavare da tutti i principali dizionari dell’uso – non raggiunge il 2%”.
L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino 2016, seconda edizione p. 19.

Ma non era preoccupato per questo raddoppio, la conclusione era che si trattava di numeri contenuti. Oggi però, nel 2020, scrive:

“La percentuale complessiva di parole inglesi presente nei principali dizionari italiani non supera il 3%.
Prefazione” a Gli anglicismi, di Riccardo Gualdo a p. 7.

Nel 2016 gli anglicismi erano meno del 2% e oggi sono meno del 3%, i numeri cambiano, raddoppiano, triplicano, ma la conclusione è sempre la stessa: niente di cui preoccuparsi! Anche Serianni e De Mauro non erano preoccupati dai numeri, negli anni Ottanta, ma dalla metà del Duemila hanno cambiato idea, visto che la situazione è completamente mutata.
Antonelli riconosce che il 50% dei neologismi del Nuovo millennio sono parole inglesi, ma più che essere allarmato si chiede: “Ma quante di queste rimarranno nell’uso?”

La domanda retorica sottinende: pochissime! Eppure non trovo i dati per giustificare questa ipotesi.

È vero invece, per citare Serianni, che tutti i neologismi – non solo gli anglicismi – sono effimeri, come girini di cui solo pochi riusciranno a diventare rane adulte (Luca Serianni, Il lessico, Rcs, 2020). Si potrebbe allora concludere che l’obsolescenza non riguarda solo gli anglicismi, ma anche le parole italiane, e in questa ipotesi il rapporto del 50% rimarrebbe invariato. Purtroppo non credo che sia così. Sono più pessimista.

Se andiamo a vedere quali sono questi neologismi e questi nuovi anglicismi scopriamo che le parole inglesi appaiono ben più solide dei neologismi a base italiana. Serianni analizza a campione i neologismi della lettera A del Devoto Oli che ha curato, mostrando che non ci sono parole primitive, sono tutte composte (anarco-inserruzionalista) o derivate (africaneria). Se non siamo più capaci di inventare parole nostre, a mio parere, è proprio perché le importiamo dall’inglese e basta, e infatti gli anglicismi della lista sono quasi tutti “primitivi” e tra questi spiccano “i termini legati all’informatica e all’elettronica, tutti di origine inglese” (ivi, p. 55). Dunque, se la metà dei 608 neologismi dell’ultimo Devoto-Oli è in inglese, bisognerebbe aggiungere che rispetto alle nostre parole sembrano ben più stabili.

“Forse tra un paio di generazioni anche badge, competitor, sneaker saranno diventate parole ‘vintage’ e finalmente torneremo a dire tesserino, concorrente, scarpe da ginnastica”.
Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Mondadori 2018.

Non riesco a comprendere da dove venga questo ottimismo che presuppone che la “scure del tempo” falcidierà le parole inglesi, perché non è supportato da alcun dato. Pensare che quello che accade oggi con l’inglese sia paragonabile all’epoca in cui era il francese la lingua che ci ha influenzati maggiormente non è sostenibile. I due fenomeni sono profondamente diversi, per numero, penetrazione, ambito, diffusione e rapidità. Le parole inglesi entrate negli ultimi 50 anni non stanno affatto scomparendo. Ho confrontato l’elenco dei 1.600 anglicismi del Devoto-Oli 1990 con gli oltre 3.500 dell’edizione 2017, e ho scoperto che sono più che raddoppiati ma ne sono usciti solo meno di 70 (Diciamolo in italiano, Hoepli 2017 p. 96). Non vedo questa obsolescenza presunta. Anzi: nel 1990 erano spesso dei tecnicismi (dal gioco del golf o del bridge al linguaggio militare); quelli del 2017 sono invece maggiormente parole comuni, si trovano tranquillamente sui giornali, e sono sempre meno specialistici.

Se si passa dal loro numero alle loro frequenze, cioè a quanto si usano, le cose non vanno meglio.

Nel 2016 Antonelli (L’italiano nella società della comunicazione 2.0) si appoggiava alle marche del Gradit di De Mauro (credo l’edizione del 1999) e concludeva che gli anglicismi erano solo lo 0,08% delle parole comuni. Ma questo numero oggi va rivisto totalmente, gli anglicismi comuni, secondo i miei calcoli, sono quasi 2.000 (li potete trovare qui), ma anche a dire che i miei criteri son partigiani, sfido chiunque a trarne una lista che ne annoveri meno di 1.500. Dunque, se le parole comuni, come stimava De Mauro, sono circa 40.000, le percentuali sono molto più alte, intorno al 3% o 4%.
Se si passa dalle parole comuni a quelle “di base” cioè quelle poche che formano oltre il 90% dei nostri discorsi, secondo gli studi sulle frequenze di De Mauro, oggi sono decuplicati rispetto agli anni Ottanta e rappresentano l’1,7% o l’1,8% (sono 129 su 7/7.500 parole, come ho calcolato io stesso e come è riportato proprio nel libro di Gualdo di cui Antonelli ha scritto la prefazione).

Se è difficile dire come parliamo, è più facile vedere come scriviamo, soprattutto in Rete, dove ciò che si legge è spesso molto simile a quello che nota Giorgio Comaschi.

 

Gli anglicismi dei giornali

Tornando ai giornali e al loro ruolo di irradiazione dell’inglese nel “linguaggio parlato”, basta vedere cosa è successo nel 2017 con l’espressione “fake news”, nata dal virgolettare un’espressione di Trump (che oggi le bufale le fabbrica con l’ipotesi del “virus cinese”). L’espressione è finita sulla bocca di tutti nel giro di poche settimane proprio perché i giornali da quel momento in poi hanno detto solo così. La stessa cosa è accaduta nell’ultimo mese con parole come lockdown o smart working. Il picco di stereotipia mediatico ossessivo ci ha fatto perdere la cognizione del tempo, al punto che ci chiediamo come tradurre queste espressioni senza nemmeno più ricordarci come parlavamo due mesi fa! Ho ricostruito questa storia in un articolo sul sito Treccani, ma basta aprire i giornali per rendersi conto di come influenzino il nostro modo di parlare.

corriere 9 maggio

Questa fotografia mostra la reale successione di tre articoli del Corriere.it (9/5/20).

Smartworking, bonus (sarebbe latino, ma l’abbiamo importato dall’inglese), under + qualcosa, ok, crash test, bipartisan, selfie, lockdown, leader. Non si può sostenere che non siano parole comuni.

La correlazione tra lingua dei giornali e lingua che usiamo mi pare evidente e innegabile. Così come l’invadenza dell’inglese che raggiunge l’apice proprio perché è urlata nei titoli. Questa rassegna stampa di Giorgio Comaschi è significativa, e sottoscrivo ogni sua parola, turpiloquio compreso (come mi ha confessato anche un amico linguista dai modi di solito molto urbani).

Di queste pillole si potrebbe fare un vocabolario in video, il dizionario dello “squasso delle pugnette inglesi” come dice l’autore: dalle notizie in primo piano come il lockdown o il body shaming della Bottero, alle parole comuni e meno comuni come wedding planning, brieffing e advertising, recovery, endorsement e crodwfunding, influenzer, drescod, lochescion e pugnette.

Ma se Comaschi esercita la sua comicità boccaccesca con la veemenza di Cecco Angiolieri e un linguaggio che piacerebbe all’Aretino, a prendere posizione contro l’abuso dell’inglese c’è anche chi ha fatto dell’eleganza e della raffinatezza la propria immagine, con uno stile più simile a quello di Giovanni Della Casa autore del Galateo. Sto parlando del Tubista influente Fabio Bernieri (temo che non mi perdonerebbe mai questa etichetta al posto di youtuber e influencer), dallo pseudonimo di sapore anglofono Douglas Mortimer (ma è un riferimento a un personaggio dei film di Leone). Non è certo un tipo che si fa problemi a usare qualche anglicismo, eppure anche lui si è reso conto dell’esagerazione in atto, e anche se di solito si occupa di tutt’altro, ci ha regalato una divulgazione del problema di rara chiarezza e di grande spessore.

Che cosa hanno in comune questi due Tubisti dallo stile così agli antipodi? Entrambi percepiscono la stessa “temperatura”, e forse non sono loro le vittime di un’illusione ottica. La stessa temperatura è sempre più avvertita da qualche tempo con fastidio anche nella Rete e tra la gente. Lo hanno capito tutti che l’inglese ha sorpassato ogni limite, tutti tranne forse solo quelli che continuano a usarlo e ad abusarlo per ostentare la loro superiorità che appare sempre più ridicola, invece che autorevole e moderna. A cominciare dai giornalisti, i politici e i collaborazionisti dell’inglese globale che occupano i posti di prestigio nel mondo professionale.

E allora…

e allora continua nella prossima puntata.

Aggiornamenti sul contagio lessicale del virus a corona

Nei giorni scorsi è uscito sul Corriere.it un riepilogo delle tappe della pandemia da virus a corona (con tanto di linea del tempo denominata naturalmente timeline). Lo trovo molto utile per riflettere sui cambiamenti linguistici che, nel giro di un mese, hanno portato a un’anglicizzazione senza precedenti, per rapidità e dimensioni.

L’incipit è significativo: (23 gennaio 2020) “Wuhan in lockdown. Il mondo scopre il coronavirus”. Successivamente si legge: (8 marzo 2020) “La Lombardia in lockdown”; mentre il giorno dopo, forse per evitare la ripetizione dell’anglicismo, si titola: “Chiude tutta l’Italia” e “lockdown” finisce subito sotto nella spiegazione: “Passano 24 ore e dalla Lombardia il lockdown si estende a tutta l’Italia” (“chiude”, da solo, era forse poco chiaro senza l’inglese).

A due mesi dalla comparsa del virus la lingua dei giornali somiglia sempre più a un pastrocchio che non si può che definire itanglese, e oggi reinterpreta il proprio linguaggio di gennaio e febbraio con queste nuove parole e categorie che prima non usava.

Ecco come titolavano i giornali il 24 gennaio davanti a quelle che per un certo periodo sono state denominate “le misure cinesi”.

24 gennaio cina isolata

Isolamento, chiusura, quarantenalockdown non esisteva ancora, al contrario della sintesi che oggi ne fa il Corrierone.

Anche quando il virus è arrivato da noi si sono dichiarati alcuni comuni (tra cui Codogno) “zone rosse”, poi si è blindata la Lombardia, e il 9 marzo si è chiusa tutta l’Italia, e di “lockdown” non si parlava affatto. Il lessico si appoggiava al “tutto chiuso” (chiusura, chiudere), al blocco, alla quarantena, all’isolamento, alle serrate e persino al coprifuoco risemantizzato con perdita del significato letterale legato alle ore serali (ma anche quarantena ha del resto perso l’originario riferimento alla durata di “40” giorni).

giornali e coronavirus prima del lockdown

Poi è successo che il virus ha interessato anche i Paesi anglofoni, e l’11 marzo l’Oms (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e ha cominciato a parlare di “lockdown”. Mentre, dopo le “misure cinesi”, i provvedimenti del nostro governo diventavano per molti Paesi il “modello italiano” da seguire nelle democrazie, noi abbiamo pensato bene di rinominare il nostro modello in inglese!

Successivamente ai primi casi più o meno isolati (occasionalismi), il 17 marzo “lockdown” ha fatto la sua comparsa nei titoli del Corriere e di altri giornali. La stessa sera ha fatto capolino in televisione, era una parola ancora sconosciuta, così sconosciuta che nel pronunciarla, nella puntata di Dimartedì, Giovanni Floris ha detto “lockout”. “Lockout” circola da tempo e con bassa frequenza soprattutto nel linguaggio della “pallacanestro” [antica espressione per designare il basket, Ndr] per indicare gli scioperi (lett. serrate) di giocatori o dirigenti della NBA (National Basketball Association). Forse per questo si è generato qualche qui pro quo che si trova anche in Rete, per esempio in un articolo della Stampa (“Cercano eventuali trasgressori del «lockout», trovano alcuni spacciatori di droga”). Ma questi lapsus testimoniano la volontà di usare un inglese forzato di cui non si sente proprio il bisogno.

Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti. Da quel 17 marzo si parla solo di lockdown, nelle timeline del Corriere e in televisione. L’italiano, con tutti i suoi sinonimi e sfaccettature, è relegato a sinonimia secondaria.

Nella foto è possibile vedere, a titolo puramente evocativo, una delle più autorevoli fonti giornalistiche che si adopera per il sistematico genocidio delle nostre parole in nome della stereotipia a base inglese, facendo in questo modo vivere – più che morire – le “fake news” e uccidendo invece le “bufale”, le ”notizie false” e il nostro lessico.

gabanelli

Cercando “lockdown” sul sito del Corriere.it, si nota che a oggi ci sono quasi 600 articoli che impiegano questo termine, e i raffronti con gli anni precedenti si possono vedere nell’immagine qui sotto (nel 2018 non era mai stato usato).

lockdown

Una curiosità: provate a cercare parole come “lockdown” o “droplet” in un giornale di lingua spagnola come El País o in uno di lingua francese come Le Monde, oppure sulla Wikipedia spagnola o francese così diverse da quella italiana

Credo che questi confronti siano molto utili per chi crede che certe parole siano “internazionalismi”.

L’imposizione dall’alto della terminologia in inglese

Qualche sera fa ho sentito in televisione qualcuno, con tono da scienziato, dispensare perle di cultura sulla differenza tra il “droplet” e le “goccioline” con arrampicamenti di specchi che ne fissavano impalpabili limiti nel fatto che le seconde cadono a terra, le prime sarebbero più piccole e rimarrebbero nell’aria e altre simili fesserie. Dall’iniziale “distanza droplet” con cui in un primo tempo i mezzi di informazione hanno iniziato gli italiani, in un baleno queste “goccioline” inglesi sono diventate un tecnicismo che ci viene calato dall’alto come la parola giusta, esatta, scientifica, che per i profani e la fabrizio pregliasco dropletsplebe si può solo avvicinare con un goffo “gocciolina”. Droplet ricorre nelle conferenze stampa della Protezione civile con alta frequenza, e in bocca ai tanti che mostrano con queste scelte lessicali di essere dei veri esperti. Significativa è l’uscita del virologo Fabrizio Pregliasco, nella trasmissione “Quarto grado” del 17 aprile scorso: “Le goccioline, ormai lo sanno tutti, si chiamano droplets…”. Lo sanno tutti perché non fate che ripeterle. Un po’ come Mentana, che qualche sera fa, durante il suo telegiornale, dopo aver pronunciato “lockdown” si è fermato un attimo a pensare, per poi aggiungere: “Come ormai si dice”.
mentana lockdown“Come ormai si dice?” Si dice perché voi lo avete detto fino alla nausea senza alternative al punto che sembra che ormai non si possa farne più a meno! Prima si inroduce l’anglicismo e lo si diffonde, poi ci si nasconde dietro l’alibi dell’uso. Un bel corto circuito vizioso!
Dire che le goccioline si chiamano “droplets” è un’affermazione “criminale”, da un punto di vista della nostra lingua, e rivela un’inconsapevole quanto precisa e pericolosa visione del mondo: l’inglese è “la” lingua superiore della scienza e della verità, che si può adattare solo in una sorta di impreciso italiano vissuto come dialetto locale (da notare la “s” del plurale sempre più spesso pronunciata negli anglicismi da personaggi che finiranno per imporla come si imporrà il “qual’è” con l’apostrofo, di cui si intravedono già i primi segnali).

È la stessa logica distruttiva degli esperti che ci spiegano che la proteina di superficie del virus a corona si chiama “spike protein”, come ho sentito in un servizio televisivo. “Spike” lo avevo già segnalato: in inglese è semplicemente uno “spuntone”, e così è stato chiamato lo “spuntone” che caratterizza la corona del virus (nessun tecnicismo, in inglese). In un primo tempo è arrivato non tradotto, perché la scienza parla l’inglese, e non c’è un ricercatore che voglia tradurre il sacro dio inviolabile di questa lingua irraggiungibile. Dunque si importa spike come fosse il verbo divino, e quando subito dopo si scopre la proteina di superficie del coronavirus, viene divulgata in inglese: si è scoperta la spike protein. Anche questo ho sentito, quando un esperto, dall’alto delle sue competenze, ha spiegato agli spettatori che si chiama così. Si battezza ciò che è nuovo in inglese, con una terminologia che diffonde il lessico dell’Italia e incolla (in italiano c’è anche spinula, per indicare le formazioni appuntite in ambito zoologico, biologio e patologico).

La nuvola degli anglicismi che ci avvolge

Accanto agli anglicismi più nuovi e frequenti, come droplet o smart working ce ne sono innumerevoli altri nel lessico ai tempi del coronavirus. Così tanti che sono “incontabili”. Sono occasionalismi, uscite estemporanee che portano a un travaso dell’inglese invece che alla sua traduzione; sono parole di bassa frequenza che circolano nelle bocche di giornalisti, esperti, politici, virologi, bloggatori, tronisti… e di quanti cercano di darsi un tono di maggior precisione usando parole dal suono inglese, spesso incomprensibili o sparate a vanvera. È un malcostume che ricorre spesso anche nei “servizi televisivi” di chi invita a scegliere la propria “informazione responsabile” che di responsabile ha sempre meno. Ogni conduttore e giornalista alza il tiro in una gara a chi ne spara di più in itanglese. Questo fenomeno è difficile da quantificare, ma complessivamente porta l’inglese in primo piano, e anche quando non afferma un singolo anglicismo, che rimane solo un’espressione usa e getta, fa dell’inglese la lingua superiore.

formigliA “Piazza pulita” del 17 aprile, Corrado Formigli ha cominciato a parlare di “covid pass” per indicare ciò che fino a settimana scorsa era detto “patente di immunità”. Un’espressione che ben si sposa con i covid hospital, e che a sua volta si appoggia a day hospital… in un’abitudine a dire hospital al posto di ospedale.

Questo percolare dell’inglese, talvolta con ricombinazioni all’italiana, è difficile da quantificare, perché si tratta sempre meno di singoli “prestiti”, e sempre più di un ricorso immotivato all’inglese puro o impuro sempre più ampio, che complessivamente forma una “nuvola di anglicismi” – come l’ho chiamata altre volte – che avvolge molti discorsi in modo sempre più denso. Tra questa moltitudine di parole inutili, anche se molte rimangono nell’aria come goccioline solo per poco tempo, prima di svanire, ci abituiamo sempre più ai suoni inglesi come fossero la cosa più naturale. E qualcuna di queste parole, inevitabilmente, finisce per affermarsi, pianta i suoi “spuntoni” e si radica. È la panspermia dell’inglese che si riversa ovunque e che attecchisce dove trova le condizioni per farlo. L’Italia è una sorta di colonia economica e cultuale degli Stati Uniti caratterizzata dal terreno più fertile. Siamo privi di anticorpi. Così, le parole inglesi, dopo aver messo radici al posto delle nostre (o aver fatto morire le nostre), sempre più spesso si moltiplicano, si strutturano in famiglie. Le obbligazioni sono bond, e quindi dopo gli eurobond questo virus ci ha portato i coronabond e ora i recovery bond, i “buoni per la ripresa”.

Scherzavo, un mesetto fa, quando scrivevo “strano che non si dica smart learning, per coerenza con lo smart working”, eppure una ricercatrice del Politecnico di Torino, intervistata nell’ennesima trasmissione sulla pandemia l’altro giorno parlava, con la massima serietà e naturalezza, di “smart didattica”, e non di didattica a distanza; la stessa espressione che si ritrova con grande disinvoltura sulla pagina di una docente dell’Università di Perugia (“studenti tutti pronti e reattivi nella nuova modalità di smart-didattica. Buon lavoro!!?”).

L’aumento di frequenza degli anglicismi

Insieme ai vari anglicismi che coincidono sempre più con i neologismi (la nostra lingua è sempre meno capace di produrne di autonomi, su base endogena, e non fa che importare dall’angloamericano a costo di inventarseli), in questo momento così buio per il nostro Paese, ma anche per la nostra lingua, aumentano anche le frequenze degli anglicismi già radicati. In questo modo l’inglese è sempre più invadente, sempre più pervasivo. Gli anglicismi diventano degli automatismi, che saliviamo in riflessi incondizionati come il cane di Pavlov. Invece di dire che è necessario mappare, monitorare, fare controlli a campione o di massa della popolazione, nelle parole di Luca Zaia (sabato 18 aprile, “Petrolio” Rai 2) c’è solo lo screening, per due o tre volte ribadito anche con lo “screenare la popolazione attraverso i kit sierologici”.

zaia

Il conduttore gli rispondeva parlando di “app per il contact tracing”, e non per il tracciamento dei contatti, in un guazzabuglio di altri anglicismi ben radicati, da privacy a welfare, che aumentano di giorno in giorno la loro frequenza.

Ancora una volta può essere utile vedere l’aumento di occorrenze di questo tipo di anglicismi sul sito del Corriere. Basta fare un po’ di ricerche per scoprire che cluster è ormai usato al posto di focolaio, e che in soli 3 mesi e mezzo la frequenza di alcuni anglicismi ha superato abbondantemente quella dell’intero anno scorso. Nei picchi di stereotipia anglicizzata che caratterizzano i primi 3 mesi del 2020, screening è stato usato quasi il doppio delle volte rispetto all’intero 2019; così come voucher. Lievitano anche i test, gli hospital, e persino il jogging, dopo le polemiche sul vietare o meno le corsette, in un lessico che è sempre meno italiano e sempre più itanglese.

frequenze anglicismi corrirere della sera
Ricerche effettuate il 19 aprile 2020.

Virus a corona: diamo il benvenuto al nuovo anglicismo “wet market”

– Dobbiamo mettere online le news del coronavirus. Ce la fai a farmi un pezzo sulla chiusura dei wet market entro due ore?
– Web market?! Ma non si diceva e-commerce? Chiudono Amazon perché non rispetta le direttive per i lavoratori? O intendevi il web marketing?
– Ma che stai dicendo? Wet market! Il mercato degli animali vivi di Wuhan! Si sta muovendo Animal Equality e anche l’Onu… Sveglia!
– Ah, il mercato del pesce di Huanan, non avevo capito.
– Ma qu
wet market1ale mercato del pesce? Wet market! Devi titolarlo wet market.
– Lo abbiamo sempre chiamato mercato della città di Wuhan, mercato del pesce, o a cielo aperto… temo che non lo capisca nessuno. E se scrivessimo “il mercato degli animali vivi”, come nella petizione italiana di due mesi fa? Io ve l’avevo segnalata, ma mi avete bocciato il pezzo…
– Non rompere i coglioni come al solito, lascia stare le petizioni italiane. Adesso ci son quelle internazionali. E mettici qualcosa anche sullo spillover.
– Il salto di specie dei virus? In italiano sarebbe zoonosi se vogliamo usare una parola scientifica.
– Zoonosi non lo capisce nessuno, troppo tecnico!
– Be’ neanche spillover se è per questo… tanto vale usare una parola italiana visto che…
– Ma ci fai o ci sei? Il titolo è Coronavirus: il grido di Animal Equality: “chiudete i wet markets, paradiso degli spillover”.
– Markets? Ma la s del plur…
– Sbrigati! E che non ti venga in mente di cambiare una virgola. Se vuoi spiegare lo fai all’interno dell’articolo; il titolo lo lasci così, deve catturare l’attenzione, se glielo spieghi subito capiscono al volo, e col cazzo che lo leggono poi.
– Be però anche zoonosi, allora, potrebbe richiamare l’attenz…
– Se non fossimo in modalità smart working ti metterei le mani addosso! Tu da domani finisci a scrivere necrologi! Non capisci un cazzo di giornalismo…

* * *

Sulla stampa l’avevano fino a ieri chiamato il “mercato” di Huanan della città di Wuhan.
La seconda definizione più gettonata era “mercato del pesce”, in qualche caso anche “ittico”. Qualcuno aveva azzardato “il mercato a cielo aperto di Wuhan”, i più pignoli parlavano di “mercato di animali selvatici” o di “specie selvatiche”.
Poi sono cominciate a circolare le prime sporadiche traduzioni di “mercato umido” o “bagnato” (“Il virus ha avuto origine nella città cinese di Wuhan, forse in un ‘mercato umido’, uno dei mercati di prodotti alimentari freschi di origine animale…”). All’inizio i giornalisti usavano l’italiano, ma è stato solo uno sprazzo, e verso fine marzo l’anglicismo ha cominciato a comparire come tecnicismo tra parantesi: “La pandemia da Covid-19 avrebbe preso il via dal ‘mercato bagnato’ (Wet market) di Wuhan, in Cina, uno dei numerosi luoghi di commercio di…” (Altreconomia, 25/3/2020). Subito dopo è arrivata l’inversione di prospettiva, prima l’inglese e poi, tra parentesi, l’italiano.  In un bell’esempio di prosa giornalistica nell’itanglese che caratterizza una testata come Il Sole 24 ore, il 28 marzo si leggeva questo titolone: Dal “wet market” allo “spillover”: come nasce una pandemia. All’interno del pezzo l’inglese era in primo piano, come fosse la terminologia intraducibile di cui non si può fare a meno: “…si ipotizzava che sarebbe successo in un ‘wet market’, un mercato di animali (esotici e selvatici) venduti e mangiati in Brasile o in Cina…”.
E adesso? Pesce d’aprile, il mercato del pesce è definitivamente wet market, siamo diventati “internazionali”, anzi, statunitensi.
2 aprile: “Chiudiamo per sempre i wet market! La petizione con le scioccanti immagini dei mercati umidi asiatici” (greenMe.it); 3 aprile: “Le crude immagini dei ‘wet market’ in Cina. Gli animalisti: ‘L’Onu li vieti per sempre’” (Adnkronos)…

Il 6 aprile i wet market sono ormai su tutti i giornali, sul Corriere, La Stampa, il blog di Beppe Grillo… la frittata sembra fatta.

wet market

E pensare che solo un paio di mesi fa una poverina italiana che si chiama Vera Catalano aveva lanciato una petizione per chiudere “i mercati che vendono animali vivi”; ci rendiamo conto di quanta arretratezza, ingenuità e ignoranza nello scrivere queste cose in italiano (che tra l’altro è molto più lungo)?
Per fortuna adesso ci sono l’Onu e le organizzazioni internazionali a spiegarci quali sono le parole che i nostri giornalisti devono usare.
Wet market. La mia previsione è che entro stasera o domani tutta la nostra bella schiera di giornalisti televisivi non dirà altro. Già mi pregusto come si riempiranno la bocca le Lilli Gruber, i Floris, i Formigli, i virologi e gli esperti degli speciali Mentana, negli approfondimenti di tg 1, 2, 3… stella! Tutti tronfi di usare il loro amato itanglese, per poi rivolgersi sornioni alla telecamera spiegando all’italietta analfabeta che non padroneggia i loro tecnicismi da esperti: letteralmente “mercati umidi”, sono i mercati dove bla bla bla. Spiegazione effettuata! Poi basta, si procede con l’inglese.

Mi piacerebbe essere lì con loro e domandare: scusate… mi chiedevo… ma come lo chiameranno in Cina un wet market? Qualcuno se lo sarà chiesto? No? Non vi interessa la parola cinese? Capisco, non ve ne frega niente del cinese e preferite importare dall’inglese… Speriamo che presto lo dicano anche loro così, i cinesi dico… se non altro per vietare questi mercati in modo comprensibile a tutti, se li devono chiudere i cinesi, forse loro sanno come si dice…

Ci rendiamo conto di quanti anglicismi assurdi stiamo importando in quest’emergenza? E con che rapidità si radicano? Nel giro di una settimana siamo travolti dalla frequenza dei picchi di sterotipia ed è come se li usassimo da sempre.

Il 17 marzo, davanti al timido comparire di lockdown, scrivevo: “Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà ‘la’ parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena?”. Sembra passato un secolo, eppure prima del 17 marzo ancora non si usava. Adesso non si sente dire altro in tv.

Il 25 marzo, nel segnalare l’avvistamento di anglicismi come smart working, spillover, spike, covid hospital e gli altri, scrivevo: “Finché il problema era solo cinese non si è registrata alcuna interferenza linguistica proveniente dall’Oriente; e anche quando è esploso da noi, la comunicazione era prevalentemente in italiano. Poi l’Organizzazione mondiale della sanità (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e il virus ha contagiato i Paesi anglofoni, dunque tutto è improvvisamente cambiato, e la mia previsione è che sia destinato ad anglicizzarsi sempre più.”

Oggi mi verrebbe da prevedere che a esplodere sarà il wet market, che probabilmente qualcuno non aveva ancora sentito prima di oggi. Ma di sicuro mi sbaglierò, anche perché, come ha osservato qualche grande linguista poco preoccupato per le sorti dell’italiano, queste parole sono solo espressioni usa e getta che passata l’emergenza sono destinate a scomparire. Peccato che il punto è un altro: tutto ciò che è nuovo, persino se viene dalla Cina, diventa inglese. Poco importa che di un centinaio di anglicismi legati al virus a corona (scusate, al coronavirus) la maggior parte passeranno, la verità è che migliaia di altre parole “usa e getta” sono destinate a entrare nella nostra lingua, in un flusso continuo sempre in inglese e sempre più numericamente significativo. Qualunque cosa accadrà in futuro. Molte passano, certo, ma molte altre attecchiscono, si radicano e germogliano. Il linguista replicherà a questo punto che non è grave, perché sono solo i mezzi di informazione a usarle… hai detto niente! Sono quelli che hanno unificato l’italiano, e quelli che oggi lo stanno distruggendo. Come si fa a non capirlo?
Mentre i linguisti di questo tipo ci spiegano che l’interferenza dell’inglese non è reale, è solo una nostra distorsione delle cose perché è limitata ai giornali, o perché è confinata nei settori come quelli della Rete, della tecnologia, della scienza, dell’economia, della moda, dello sport, del cinema, della pubblicità… mi domando, se togliamo tutti questi ambiti, cosa altro rimanga dell’italiano.

anglicismi giornali

Il lessico contagioso del coronavirus

virtual clinic
Coronavirus: telemedicina e virtual clinic, come aiutare i pazienti a distanza. Roberto Chifari 23 marzo 2020 – 18:22

“Misure draconiane”, “città spettrali”… espressioni codificate del genere, in questo periodo, rimbalzano negli articoli di giornali e sulle bocche dei conduttori con una frequenza esasperante. Sono i picchi di stereotipia (ne ho argomentato qui) tipici dell’informazione, che ama sguazzare nelle frasi fatte, nelle facili espressioni idiomatiche, nel lessico precotto privo di quella che Gramsci chiamava “individualità espressiva”, cioè la capacità di ognuno di usare una personale soluzione creativa nell’esprimersi, che è la vera ricchezza e bellezza del linguaggio.
In questi picchi di stereotipia ben si inserisce l’uso e l’abuso degli anglicismi, sempre più spesso spacciati per “la parola giusta”, quella più tecnica, moderna o internazionale, anche quando non lo è (magari è solo una reinvenzione all’italiana che ha un sapore ridicolo), o anche quando dietro l’alibi dell’internazionalismo si nasconde una ben precisa ideologia: essere internazionali non vuol dire multilinguismo, bensì esprimersi nel solo idioma inglese, il monolinguismo che la globalizzazione vorrebbe imporre a tutti, di cui gli anglicismi che percolano nell’italiano sono solo i detriti.

Nell’attuale momento di emergenza, i mezzi di informazione sono concentrati solo sul tema del coronavirus, e questa amplificazione permette di decifrare meglio il loro ruolo nella formazione del lessico e i meccanismi di evoluzione del linguaggio. Quando tutti gli italiani pendono dalla bocca dei giornalisti e degli esperti che hanno il compito di informare e anche di spiegare ciò che accade, è evidente che non potranno che ripetere ciò che viene loro impartito dall’alto. Se i tecnici e i giornalisti ricorrono all’inglese, le nuove “cose” vengono battezzate attraverso queste parole che vengono introdotte e diffuse, e che finiranno per radicarsi in inglese in modo profondo.

Finché il problema era solo cinese non si è registrata alcuna interferenza linguistica proveniente dall’Oriente; e anche quando è esploso da noi, la comunicazione era prevalentemente in italiano. Poi l’Organizzazione mondiale della sanità (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e il virus ha contagiato i Paesi anglofoni, dunque tutto è improvvisamente cambiato, e la mia previsione è che sia destinato ad anglicizzarsi sempre più.

Poco importa che l’Italia sia diventato il modello per arginare la malattia cui tutta l’Europa guarda, mentre nei Paesi extracomunitari come gli Stati Uniti e il Regno Unito sembra prevalere un’altra concezione dello Stato sociale, quella che ha dichiarato lucidamente per esempio un personaggio come l’economista Edward Luttwak con ragionamenti che avrebbero avuto il plauso di Hitler, una posizione appena ribadita anche da Trump nel biasimare i provvedimenti restrittivi che danneggiano l’economia. Siamo di fronte allo scontro tra due diverse visioni del mondo e dell’etica sociale, quella Europea mette al primo posto la vita e la salute dei cittadini, quella anglosassone vede al primo posto la salute delle Borse e l’interesse del capitalismo, come si sarebbe detto una volta.
Vedremo come andrà a finire e per quanto tempo le posizioni d’oltreoceano potranno essere sostenute; Boris Johnson ha dovuto fare retromarcia molto in fretta, e adesso segue la via italiana, forse non per motivi “umanitari”, ma perché si è reso conto che, davanti al numero dei morti, la strategia di non far nulla lo avrebbe travolto e sepolto politicamente. In questo scenario, il paradosso è che dal punto di vista lessicale continuiamo invece a vedere l’America come il modello da emulare, e non come qualcosa cui contrapporci con orgoglio. Se i giornali, fino a quindici giorni fa, parlavano delle restrizioni nell’area di Wuhan, dei provvedimenti restrittivi di Conte, di zone rosse e Italia protetta, adesso che tutto si è riversato nei Paesi di area anglofona parlano di lockdown. Questa espressione era praticamente sconosciuta ai più sino a pochi giorni fa, e di scarsissima frequenza mediatica, ma nel giro di una settimana è diventata sempre più contagiosa e sta soppiantando le alternative italiane che abbiamo sempre usato. Altri anglicismi, come smart working, registrato nel dizionario AAA da molto tempo, ma di bassa frequenza, sono esplosi e sono improvvisamente finiti sulla bocca di tutti i giornalisti, persino in quella del nostro Presidente del consiglio Giuseppe Conte che l’ha impiegata senza alternative nella conferenza stampa rivolta a tutti noi di sabato scorso, dando ormai per scontato che sia comprensibile a tutti e la parola più efficace. Poco importa che sia uno pseudoanglicismo e che in inglese si usino espressioni come home o remote working o che in italiano ci sia il telelavoro, il lavoro da casa, a distanza, da remoto, o lavoro agile, come si legge nei contratti. Da qualche giorno c’è solo lo smart working, nei titoloni dei giornali e nei dibattiti televisivi.

Il Gruppo incipit dell’accademia della Crusca, prima di svanire e di non dare più segni di vita, si proponeva di arginare gli anglicismi nel momento della loro fase incipiente, visto che una volta radicati poi sono impossibili da estirpare (il che vale solo per l’Italia, naturalmente, non è così né in Francia né in Spagna, dove le analoghe accademie non hanno paura di avere un ruolo prescrittivo e sono spesso in grado di cambiare le cose anche senza questa teorica tempestività). Davanti a questo progetto Tullio De Mauro aveva manifestato fondati dubbi, sollevando un problema serio: molti anglicismi entrano come tecnicismi per addetti ai lavori e vengono registrati nei dizionari ben prima che diventino parole ad alta frequenza, dunque la prospettiva di Incipit aveva un elemento di debolezza. In effetti, come ho già detto altre volte, l’argine agli anglicismi incipienti dovrebbe essere elevato con una doppia operazione protettiva: innanzitutto quando entrano come tecnicismi tra gli addetti ai lavori, e poi a maggior ragione quando dai settori si riversano, grazie ai giornali, nel linguaggio comune.
Fermarli come tecnicismi è però sempre più impossibile, visto che l’inglese è diventato la lingua della scienza e di ogni disciplina tecnica con conseguenze devastanti per la nostra ingua sempre più mutilata nei linguaggi di settore. Studiare in inglese, come avviene al Politecnico di Milano, o in ambiti come per esempio la medicina, porta a pensare in inglese, a usare la terminologia inglese, e a perdere la capacità di tradurre, usare (e pensare) l’italiano. Quando poi, nelle situazioni come quella che viviamo, la parola passa ai tecnici e agli esperti, ecco che tutto si anglicizza, e che i giornali riportano – senza nemmeno porsi il problema dell’italiano – la terminologia inglese che entra così nel linguaggio comune. Nelle quotidiane conferenze stampa della protezione civile si sente parlare di cluster, hub, call per nuovi medici, covid hospital, droplet, smart working… quando la parola va agli esperti il disastro del contagio lessicale straripa e diventa uno tsunami anglicus, sempre per citare De Mauro. A proposito: anche il nipponismo tsunami era registrato dai dizionari dagli anni ’60 prima che, da tecnicismo, si riversasse nel linguaggio comune dopo la tragedia del 2006. Il che aiuta meglio a comprendere il fenomeno dei tecnicismi e della terminologia che è ormai in inglese, dall’informatica al lavoro, dalla scienza al cinema

Di seguito voglio abbozzare una specie di dizionarietto del fenomeno dell’interferenza linguistica dell’inglese che si sta verificando ai tempi del coronavirus.

A

app, abbreviazione di application, parola già da tempo diffusa e inarginabile, ormai utilizzata nelle interfacce informatiche per indicare un semplice programma.
Grado di pericolosità: basso, in fin dei conti sembra un’abbreviazione di applicazione, e a parte il fatto che termina in consonante non viola il nostro sistema di pronuncia e scrittura. Ultimamente ricorre soprattutto a proposito dell’ipotesi di un’app per tracciare gli spostamenti della popolazione o per individuare chi è positivo al virus, come avvenuto in Sud Corea. Al momento si parla ancora di app per il tracciamento, ma il rischio è che se questo dibattito si scatenerà nei Paesi anglofoni presto si parlerà di app di tracking esattamente come si parla del tracking dei bagagli e della corrispondenza (sbagliati zoppaz! Sbagliati! Spera che non sia così!).

B

burden è comparso quando Bonaccini, il presidente della regione Emilia Romagna, ha blindato il comune di Medicina, vicino a Bologna, a causa dell’elevata “diffusibilità correlata all’alto burden microbico”. Tutti i giornali hanno virgolettato queste stesse parole, forse perché non si capiva bene di che cosa si stesse parlando. Nessuno ha pensato di scrivere carica microbica, meglio non infettare con l’italiano queste espressioni che suonano tecniche, nella loro poca trasparenza.
Grado di pericolosità: bassissimo, a parte questo precedente non si registrano altri avvistamenti, almeno per ora. Ma questo episodio è da tenere d’occhio, costituisce un precedente che potrebbe diventare un focolaio nel caso di un futuro picco di stereotipia.

C

■ call, le chiamate, i concorsi o gare pubbliche alla ricerca disperata di nuovi medici per arginare il collasso negli ospedali, nel linguaggio istituzionale e dei tecnici, sono call. Non si tratta di qualcosa di nuovo, circola da tempo negli ambienti, ma attualmente la sua diffusione sale.
■ conference (call), impazza al posto di teleconferenza, ma niente di nuovo sotto il sole…
■ covid hospital, neologismo fresco fresco per indicare strutture dedicate al coronavirus e alla cura dei contagiati. Ma del resto si dice anche day hospital… mica ospedale diurno, la parola ospedale è evidentemente obsoleta e dovremmo vergognarcene (parlare di centri, strutture, ricoveri dedicati… neanche a pensarci).
Grado di contagiosità: medio-alto. Hospital ha tutte le caratteristiche per diventare un “anglicismo prolifico” foriero di prossime coniazioni (i linguisti parlano di “produttività”, personalmente preferisco parlare di prolificità, ma anche contagiosità rende bene, in quesro frangente).
■ cluster, anglicismo che circola da tempo in tanti contesti, con tante accezioni dall’uso spesso confuso. Adesso si comincia a usare al posto di focolaio: “Coronavirus, a Latina 10 nuovi casi. Fondi e il capoluogo sono ormai un cluster” (Il Messaggero, 13 marzo 2020); oppure: “Nuovo cluster nel molisano”; “Il cluster più numeroso è quello di Padova”…
Grado di pericolosità e di contagiosità: medio-alto.
■ coronabond, si appoggia al radicato bond, che non si riferisce a James Bond, ma indica soltanto un’obbligazione. Segue eurobond e altre variazioni sul tema.
Grado di contagiosità e radicamento: medio-alto.

D

■ drive in test, “mutazione” di un anglicismo ben radicato nell’italiano che un tempo indicava i cineparchi, il cinema che (al cinema più che nel nostro Paese) si vedeva dall’automobile; ultimamente drive in si è evoluto per indicare i servizi di ristorazione in automobile che le multinazionali statunitensi stanno esportando anche da noi, e lo fanno usando la propria nomenclatura, non li chiamano certo risto-parcheggi. In Sud Corea hanno inaugurato i tamponi di massa fatti alla popolazione dall’automobile, per evitare le code negli ospedali e mantenere il distanziamento sociale, ma ora che anche negli Usa si parla di questa pratica sono diventati i drive in test.
Grado di pericolosità e radicamento su lungo periodo: basso. Ha l’aria di essere un’espressione usa e getta che passata la buriana svanirà, al contrario dei risto-parcheggi.
■ drone, sarebbe una parola inglese, ma poiché termina per vocale e sembra italiana è stata assimilata perfettamente: al plurale fa droni e se pronunciata all’italiana ha un grado di pericolosità pari a zero. Se ne parla molto in questi giorni come strumento di dissuasione e di controllo della popolazione.
■ droplet, significa gocciolina, ma adesso – con decurtazione di distanza droplet – si usa al posto di distanza di sicurezza (a prova di contagio, sputacchi, inalazione…).
Grado di pericolosità: alto, viene spacciato come tecnicismo e viene sputazzato dagli addetti ai lavori persino della protezione civile.

E

■ e-learning, ormai è radicato e si registra solo un’impennata della frequenza, visto che le scuole sono chiuse e si tenta, dove si può, la didattica a distanza, la telescuola e via dicendo (strano che non si dica smart learning, per coerenza con lo → smart working… e spero che questa considerazione non sia presto presa sul serio da qualche imbecille).

F

■ fake news in italiano sono più chiaramente le notizie (o informazioni) false, fasulle, inventate, prive di autenticità, manipolate, contraffatte, quindi contraffazioni, bufale, frottole, bugie, panzane o menzogne spacciate per notizie: un imbroglio costruito in modo consapevole per manipolare la realtà, orientare l’opinione pubblica o semplicemente per aumentare il traffico di certi siti in Rete che campano su questo tipo di informazione. L’espressione è arrivata nel 2017 perché i mezzi di informazione hanno pensato bene di virgolettare senza tradurre le parole di Trump; nel giro di poche settimane la sua carica virale (vedi → burden) è stata così ampia che abbiamo cominciato a pensare che indicasse qualcosa di nuovo, magari associato all’informazione che si propaga attraverso la Rete. Anche questa è una panzana o una bufala, e a proposito di epidemie vorrei ricordare la fake news contenuta nei Promessi sposi che riguardava i presunti “untori”. In questi giorni le bufale sul coronavirus abbondano non solo in Rete, ma anche in molte trasmissioni di disinformazione televisiva (vedi → infodemia).
■ flashmob, anglicismo radicato da tempo con altro significato, ai tempi del coronavirus si usa sui giornali per indicare le improvvisazioni alle finestre di quanti cantano, applaudono o si esibiscono affacciati sulla strada e rivolti ai dirimpettai.

H

■ hub, anglicismo radicato per indicare i grandi aeroporti che fungono da snodo, oppure in informatica per designare una centralina che connette più elaboratori. In questi giorni si sentono sempre più frasi come: “Il Sacco di Milano è ormai l’hub di riferimento della Lombardia per il coronavirus”. Centro, snodo sono roba vecchia.
Grado di infettività: alto (rafforzato anche dalla popolarità di Pornhub?).

I

■ infodemia, neologismo formato da information e epidemic per indicare l’esplodere delle informazioni spesso poco attendibili, ne ha parlato l’Oms ai primi di febbraio. Al contrario di analoghe parole macedonia come infotainment (information = informazione + entertainment = intrattenimento), in questo caso si scrive e si legge come fosse una parola italiana, dunque il grado di pericolosità è nullo.

J

■ jogging, diffuso e radicato, negli ultimi tempi ha soppiantato il footing, pseudoanglicismo di origine francese addirittura ottocentesco. Rimbalza da vari giorni, insieme a → running, a proposito della possibilità di uscire di casa nonostante le restrizioni per fare attività fisica e motoria… podismo e corsette appartengono al passato.

L

■ lockdown, negli Usa è un protocollo di emergenza che blinda e impedisce di uscire da una determinata area, e può essere riferito alle persone, ma anche alle notizie, oppure alle merci. In un baleno è passato da parola sconosciuta e di bassissima frequenza a una delle più gettonate e diffuse. Attualmente si sta usando al posto di misure restrittive, restrizioni, blocchi, quarantena, coprifuoco, zona rossa o protetta… ogni volta che si può si sbatte il “monster” in prima pagina. W la stereotipa basata sull’inglese, abbasso i sinonimi e le alternative italiane!
Grado di contagiosità e pericolosità: altissimo.

Q

■ quantitative easing, ormai radicato al posto di immissione di liquidità o alleggerimento (o allentamento) quantitativo o monetario, facilitazione (o espansione) quantitativa in questi giorni è salito di frequenza a proposito dei provvedimenti che l’Europa sta prendendo o dovrebbe prendere per far fronte alla crisi.

R

■ runner, dire corridore è antico, podista è forse addirittura ridicolo… quanto a running → vedi jogging.

S

■ smart working, di bassa circolazione fino a qualche giorno fa, è ormai salito nelle vette del lessico da coronavirus, e ha soppiantato lavoro agile, telelavoro, lavoro a distanza, da casa, da remoto.
Grado di contagiosità e pericolosità: altissimo.
■ spillover, indica il passaggio di un virus da una specie all’altra, in particolare da un animale all’uomo. Non è un fenomeno nuovo e tipico del coronavirus, che arriva dal salto dal pipistrello all’uomo, anche l’hiv è arrivato dalle scimmie, e risalendo la catena di migliaia di anni, ai tempi della scoperta dell’allevamento da parte dei nostri antenati, il morbillo ci è arrivato dai bovini. L’unica novità è che oggi il passaggio o il salto di specie si chiama in inglese, e sembra un tecnicismo bio-medico insostituibile.
Grado di diffusione: basso, a meno che qualche servizio televisivo di approfondimento non lo renda popolare come l’imprinting.
■ spike, in ambiente bio-medico indica le punte, spine, chiodini, spuntoni, in italiano anche spicole che caratterizzano la struttura del coronavirus, detta appunto corona.
Grado di diffusione: bassissimo, a meno che… vedi sopra.

T

■ task force, per estensione, dall’originario senso militare è da tempo usata per unità di emergenza, squadra di esperti, ma attualmente la sua frequenza più alta si riferisce ai bisogni di rinforzo delle forze speciali dei medici in prima linea negli ospedali.
■ trend
, i tempi in cui Nanni Moretti tuonava contro la giornalista che parlava di trend negativo, e la ridicolizzava, sono solo un ricordo. A partire dagli anni Novanta si è radicato e ormai non esiste più andamento, tendenza, evoluzione… in ambito tecnico-statistico sembra che ci sia solo trend, se non lo ostenti a proposito dei picchi epidemici sei un coglione, o uno che non sa niente di statistiche.
■ triage, è francese, come provenienza e per come lo pronunciamo, ma non facciamoci ingannare, lo diciamo solo perché lo usano anche negli Stati Uniti; indica semplicemente la scelta, la cernita, la selezione, la valutazione, la classificazione che negli ospedali si fa per stabilire quali siano i pazienti più bisognosi di cure. Le strutture di triage e pre-triage, oggi, sono l’unica alternativa in voga, quanti sinonimi italiani inutili ci sarebbero!

V

■ virtual clinic, avvistato proprio poco fa (vedi figura in alto). Vuoi mettere con ospedale o visita a distanza, da remoto, telemedicina e via dicendo?
■ voucher, già radicato al posto di tagliando, buono, o come ricevuta di pagamento delle prestazioni occasionali, con il coronavirus è rimborso o buono: “Coronavirus. Congedi parentali, legge 104 e voucher baby sitter” (laRepubblica.it, 20/3/20); “Soggiorno annullato per coronavirus? Si ha diritto a voucher o rimborsi” (IlSole24ore, 22/3/20).


PS

jenner e vaccinoUna buona notizia alla lettera V di vaccino.

Di questi tempi sono scomparsi i no-vax che in italiano sarebbero antivaccinisti.

Per la cronaca: la parola vaccino deriva da vacca e risale ai tempi del vaiolo. Questo virus mieteva vittime in modo pesante, e in Oriente si era diffusa la pratica della “variolizzazione” che consisteva nell’infettarsi attraverso rimedi a base di croste essiccate e altri stratagemmi empirici per contrarne una forma leggera che aveva esito benigno. Non funzionava sempre e aveva i suoi rischi, ma un’aristocratica inglese illuminata, Mary Wortley Montagu, nel 1718 fece “variolizzare” in questo modo il figlio di sei anni da una vecchia praticona di Costantinopoli e divenne paladina di questo rimedio che accese forti dibattiti per tutto l’Illuminismo. Il medico Edward Jenner studiò questa prassi con approccio più scientifico, e quando si rese conto che esisteva una forma leggera del vaiolo che colpiva i bovini e che talvolta contagiava gli allevatori con una forma dall’esito benigno che però immunizzava dalla malattia con esito nefasto, decise di “vaccinare”, cioè di contagiare appositamente con materiale infetto prelevato dalle vacche. Nel 1796 mise a punto la prima vera e propria vaccinazione inoculando non più l’agente virulento in modo diretto, ma una dose attenuata e innocua. Questa pratica considerata negli ambienti ecclesiastici, e non solo, qualcosa di sacrilego e immorale generò enormi movimenti di protesta e di indignazione degli antivaccinisti, che perdurarono con alti e bassi anche per tutto il secolo successivo e che si riverberano anche oggi nelle resistenze dei movimenti “no-vax” che in inglese sarebbero anti-vaxxer. In attesa di un vaccino anche per il/la covid19 sarebbe bene ricordare che il vaiolo, dopo avere ucciso milioni di persone per secoli, grazie al vaccino, nel 1980 è stato dichiarato dall’Oms definitivamente debellato.

PPSS
Se qualcuno ha da segnalare altri anglicismi legati al coronavirus lo può fare nei commenti; la mia sensazione è che questa lista sia destinata ad allungarsi, la mia speranza è che siano poi stroncati insieme al virus che ci ha messo in ginocchio.

Coronavirus, lockdown (e tutto ciò che bisogna sapere su tamponing, disinfetting e mask-down)

All’inizio c’è stato il blocco, l’isolamento, la quarantena cinese di Wuhan. Poi è toccato all’Italia, e il governo ha varato provvedimenti restrittivi per il contenimento, proclamando zone rosse, mentre grandi testate giornalistiche italiane attaccavano il governo che uccideva la nostra economia per qualcosa che era poco più di un’influenza, per poi accusarlo, il giorno dopo, di essere intervenuto troppo tardi. Intanto in Europa aleggiavano i sorrisini tipici di capi di Stato come Macron e Merkel, mentre Trump assumeva posizioni negazioniste e nel Regno Unito qualcuno (Christian Jessen) ha liquidato i nostri blocchi come una scusa per non andare a lavorare e qualcun altro (Boris Johnson) ha pensato bene di non fare nulla, se non anticipare agli inglesi che avrebbero perso i loro cari, ma che si sarebbero salvati grazie all’immunità di gregge. Poi ha cambiato idea, sembra; finirà forse per imparare da noi?

Oggi molti sorrisini si sono trasformati in una smorfia di terrore, la risposta italiana è diventata un modello che tutti gli altri Paesi si apprestano a seguire, una soluzione da studiare, utile per salvare il proprio culo, per imparare quali siano le soluzioni che funzionano e anche quali siano gli errori da evitare. Errori in cui mi pare sia più che comprensibile incorrere davanti a qualcosa di nuovo che ci sta travolgendo come un’onda anomala devastante. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato la pandemia e ha elogiato i provvedimenti italiani invitando a seguirli.

Finalmente Trump è corso a farsi un tampone e finalmente adesso entrano in gioco anche gli “americani”, con il loro bel modello sanitario che negli ultimi 20 anni abbiamo cercato di imitare tagliando la sanità di almeno 37 miliardi e riducendo i posti letto del 30%. Grazie a questi provvedimenti ci siamo finalmente avvicinati ai numeri di Paesi avanzati come gli Stati Uniti che hanno ben 2,8 posti letto di terapia intensiva ogni 1.000 abitanti, e del Regno Unito che ne ha 2,5. Purtroppo il coronavirus è arrivato prima che potessimo smantellare altri posti letto, e al momento eravamo sopra questi dati, con il nostro 3,2, mentre in Germania ne hanno ben 8! Sono risorse molto diverse per far fronte all’epidemia, e fanno la differenza, perché da questi numeri dipenderà anche il tasso di mortalità dei contagiati e il punto di collasso dei reciproci sistemi sanitari.

Anche se adesso ci affanniamo a raddoppiare questi numeri con uno sforzo eroico per “dis-americanizzarci” al più presto, la buona notizia è che continueremo a fare gli “americani” almeno linguisticamente.

lockdown
Dal Corriere.it di oggi: lockdown strillato senza virgolette né spiegazioni.

Finalmente sui giornali arrivano le giuste parole, e ora che anche negli Stati Uniti l’emergenza sta esplodendo si può finalmente parlare di lockdown. Se penso che fino a ieri il problema era cinese e italiano ed eravamo qui a parlare ancora di blocchi, isolamenti, persino quarantena… mi vergogno profondamente. Quarantena non è nemmeno una parola italiana! È dialetto veneto, in italiano sarebbe semmai quarantina, e comunque è roba arcaica, che risale addirittura a un periodo di tempo di digiuno (un arcaismo che significa non-food) di Gesù nel deserto. E poi se un tempo questo nome era legato ai 40 giorni di isolamento delle persone e delle merci esotiche che arrivavano via mare, oggi il periodo varia a seconda dei casi e delle malattie, dunque “quarantena” che evoca il numero “40” è assolutamente fuorviante, sarebbe più opportuno usare una terminologia più rigorosa, per esempio quattordicena, nel caso del coronavirus.  Ma non vale la pena di discuterne, tutto si può risolvere passando all’inglese. Meglio un bel lockdown.

Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà “la” parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena? Per non parlare di sinonimi poco rigorosi come, che ne so, segregazione, che evoca quella razziale… mi vengono i brividi al solo pensarci. Lockdown è un protocollo di emergenza che blinda e impedisce di uscire da una determinata area. Non se ne era mai parlato sui giornali, se non ai tempi dell’11 settembre e in pochissime altre occasioni in cui era stato virgolettato. In questi giorni viene sbattuto nei titoloni senza virgolette e senza spiegazioni. Eccolo il nuovo anglicismo, il nuovo tecnicismo, il neologismo che ci serviva! Diffondiamolo. Speriamo che lo usino presto anche i nostri politici, a cominciare dai nostri “governatori” delle regioni, anche se in italiano sarebbero i presidenti, visto che il modello federalista che attinge dal lessico d’oltreoceano non hai mai preso piede. Ma tanto anche il Presidente del consiglio è il premier nel linguaggio giornalistico, e il nostro stato sociale (almeno quel che ne resta) è il welfare.

smartworkingSe è pandemia che si usi il linguaggio internazionale, che si usi l’inglese!
Come nel caso dello smart working. O si scrive tutto attaccato smartworking? La risposta è che è lo stesso, tanto in inglese mica si dice così. Milena Gabanelli – grande giornalista ma allo stesso tempo grande massacratrice della lingua italiana, fomentatrice di anglicismi nella propria comunicazione e nei nomi delle sue trasmissioni, da Report a Data room – ieri ne discuteva con Mentana con la massima disinvoltura, senza troppe alternative, come se fosse la cosa più naturale e comprensibile del mondo. E sul Corriere si scrive tuttoattaccato (certe volte).
Un comune vicino a Bologna, Medicina, da ieri è stato chiuso e blindato dall’esercito perché zona particolarmente contaminata, e tutti i giornali riportano virgolettata la stessa fonte che parla “dell’elevata diffusibilità correlata all’alto burden microbico” di quel paese. Frasi copiaincollate con lo stampino che rimbalzano dall’Ansa a tutti i giornali, senza che qualcuno si prenda la briga di tradurre “burden” con carico o con qualcosa d’altro che serva a spiegare di che cacchio si stia parlando, diffondendo burden come un tecnicismo intraducibile e tecnico.

Tra anglicismi e pseudoanglicismi, adesso che il coronavirus non è più roba da cinesi o da italiani, sarà bene adeguare la nostra terminologia. Siam tutti qui che aspettiamo il picco del virus, abbiamo problemi perché le mascherine di protezione sono finite, non sappiamo come sanificare ciò che viene dall’esterno… Questi problemi li avranno presto anche gli altri Paesi. In attesa che i giornali diffondano la nuova terminologia per queste cose che in italiano cerchiamo di esprimere in modo confuso e con parole nostre, propongo ai mezzi di informazione di giocare di anticipo e di aiutarci nel ridefinire tutto con qualcosa di più sintetico, moderno e anglomane.

Basta con ‘sti picchi, che poi magari qualcuno pensa agli uccellini, cerchiamo di darci un tono scientifico e rigoroso e di creare una parola per ogni cosa! Vogliamo parlare, che ne so… del pick-down? Si ha quando un trend (positivo o negativo) raggiunge il culmine e poi discende. E vediamo come risolvere anche il problema del mask-down, una buona volta (la carenza di mascherine), varando qualche provvedimento per lo smart-mask, la produzione italiana intelligente di mascherine, di cui un tempo eravamo ottimi fabbricatori, prima che tutto fosse esternalizzato – scusate: dato in outsourcing – per esigenze produttive funzionali alla logica della globalizzazione e del risparmio. Per non parlare del tamponing. È giusto fare i tamponi a tutti, asintomatici compresi? Da un punto di vista epidemiologico ci aiuterebbe a  capire meglio la diffusione del virus, ma dal punto di vista diagnostico c’è il problema che l’attendibilità dei risultati in assenza di sintomi è bassina, e poi una volta fatto il tampone, per essere tranquilli, lo dovremmo rifare ogni tre giorni…
Soprattutto, invito i giornali a spiegarci come comportarci nel disinfetting (sanificazione suona male, nasconde al suo interno la parola “fica”, e disinfezione evoca i rimedi della nonna, quelli di una volta), di questi tempi ci può salvare la vita. Forse c’è chi crede che questo linguaggio possa salvare la vita anche ai quotidiani che vendono sempre meno…

Forse interrogarsi se l’anglicizzazione sia da mettere in correlazione con il press-down (il calo delle vendite dei giornali) non salverà i quotidiani ma aumenterà la qualità dell’informazione.

Orribili neologismi e seducenti anglicismi: dal purismo all’anglopurismo

Il nuovo Governo ci sta regalando in questi giorni due nuovi meravigliosi anglicismi, la plastic tax e la sugar tax.
Da quando le tasse sono diventate tax?
Dopo le timide prime entrate storiche mutuate dall’inglese (minimum tax o carbon tax), il nuovo Millennio ha prodotto la city tax (tassa di soggiorno, 2006), la local tax (al posto di IMU e TASI, 2014), e poi la web tax, computer tax, Google tax, flat tax, Robin tax e decine di altre ancora. Un buon sistema per non fare pagare le tasse, questo. Basta sostituirle con tax e son belle che abolite, almeno nella lingua italiana.

I giornali riprendono queste espressioni e le sbattono in bella vista nei titoloni, affinché tutti le vedano e le ripetano senza alternative. Sbatti il monster in prima pagina. È così che, giorno dopo giorno, si diffonde l’itanglese e si distrugge l’italiano.

Inglese è bello. Inglese è il nuovo.
E le neologie in italiano? Sono brutte. Orrende e orribili.


“Mi si perdoni l’orrendo neologismo” italiano

I mezzi di informazione sono i principali spacciatori di anglicismi – o forse è più moderno dire pusher come si legge nei titoli dei giornali – ma allo stesso tempo condannano i neologismi creati con elementi italiani per motivi “estetici” (sono “brutti”), e li usano chiedendo licenza. Frasi come “Mi si perdoni l’orrendo neologismo” ricorrono frequentemente e in ogni variante:

● “Noi non vogliamo rischiare… l’alberobellizzazione, mi passi l’orrendo neologismo…” (Corriere della Sera, 9/12/2018);
● “Assolutamente libero lei e chiunque di poter esprimere opinioni, semplicemente credo che fare del benaltrismo (scusi l’orrendo neologismo)… (Il Fatto Quotidiano, 26/6/2019).

Certo, parole come queste più che essere neologismi sono espressioni usa e getta, occasionalismi coniati in un contesto per farsi capire; quando manca la parola si può sempre inventare – forse lo abbiamo dimenticato, ma va gridato forte e chiaro – e se l’invenzione è fatta seguendo le regole della nostra lingua ed è comprensibile a tutti non c’è nulla di male a inventare le parole, fa parte dell’individualismo espressivo. L’evoluzione di una lingua passa proprio attraverso la creazione di nuove parole, davanti ai cambiamenti del mondo. Molti neologismi che poi si affermano e registrano successo e circolazione hanno, o forse dovrebbero avere, proprio questo tipo di struttura italiana. Eppure c’è una grande resistenza a questi tipi di neologie.

Cercando su “Google notizie” l’espressione “brutto neologismo” si trovano circa 123 risultati, per esempio:

● “nutraceutico, brutto neologismo farmaceutico…” (SassariNotizie.com, 29/10/2019);
● “Per descrivere questa situazione si parla ormai con un brutto neologismo di urbanicidio” (Toscana24, 27/9/2019);
● “Qualche anno fa andava di moda un brutto neologismo: glocalizzazione” (Esquire.com, 16/5/2019);
● “20 mesi fa, in Italia il sovranismo era un brutto neologismo poco praticato” (Globalist.it, 23/2/2019);
● “diramazioni e obliquazioni (si potrà scrivere? è un brutto neologismo?)” (Il Foglio, 3/1/2019);
● “connessività: brutto neologismo per dire che oggi non basta… (La Repubblica, 29/2/2016);
● “alternatività, se così si può definire per usare un brutto neologismo (Onstage, 2/2/2018);
● “licenzismo (perdonate il brutto neologismo)” (Il Foglio, 9/7/2019);
● “con un brutto neologismo si potrebbe definire una pioniera” (Il Sussidiario.net, 11/1/2016);
● “Non passava giorno, in quegli anni, che non venisse ucciso o gambizzato (brutto neologismo dell’epoca) qualcuno” (Corriere della Sera, 24/5/2010);
● “per definire questo duplice processo, sociologi e demografi hanno coniato il brutto neologismo degiovanimento del Sud” (Quotidiano di Puglia, 15/6/2019);
● “ ingredientistica (brutto neologismo)…” (Newsfood.com, 8/9/ 2010);
● “Rileva quella che si potrebbe definire con un brutto neologismo, le tecnicalità del prodotto… (Il Secolo d’Italia, 8/11/2018).

Molte altre volte i neologismi non sono solo “brutti”, sono addirittura “orribili” (87 risultati circa):

● “attenzionate (orribile neologismo)” (Il Messaggero, 9/1/2019);
● “… giovani e – oggi si direbbe con orribile neologismo – caucasiche” (AGI – Agenzia Giornalistica Italia, 4/4/2018);
● “Sembra proprio che l’emergenza nazionale paventata da alcuni media, con tanto di creazione dell’orribile neologismo femminicidio, esista (Il Primato Nazionale, 3/3/2017);
● “halloweeniana (perdonateci l’orribile neologismo)” (Multiplayer.it, 3 dic 2009);
● “ci si passi l’orribile neologismo, performante… (La Repubblica, 7/12/2015);
● “un meccanismo che chiamerei, con un orribile neologismo, di interessanza” (Linkiesta.it, 2 giu 2014).

Oppure sono “orrendi” (circa 78 risultati):

● “…un orrendo neologismo – femminicidi” (Corriere della Sera, 5/4/2017);
● “…buonisti: l’orrendo neologismo abusato da anni…” (La Repubblica, 25/10/2013);
● “movimentista (orrendo neologismo)” (Corriere della Sera, 28/3/2015);
● “Anzi, causalizzarli, se mi passate l’orrendo neologismo (Il Sussidiario.net, 26/9/2019)…

E i neologismi belli quali sono? Esisteranno?
Pare di no.


C’è una bella parola in inglese per esprimere…

La ricerca di “ottimo neologismo” e “buon neologismo” tra le testate giornalistiche non è fruttuosa, mentre “bel neologismo” riporta solo 37 risultati, ma andando a leggere gli articoli si vede che spesso l’espressione ricorre nei commenti dei lettori, e non nel pezzo dei giornalisti. E poi salta all’occhio un altro fatto singolare: si elogia qualche neologismo d’autore (“Gianni Brera per lei ha coniato un bel neologismo ‘dolcenergica’”, Italnews, 4/10/2014; “dispatriare, per usare il bel neologismo di Luigi Meneghello”, La Repubblica, 22/3/2019), ma con poche eccezioni (Islamofobiabel neologismo, motivo già più che sufficiente a votare Trump; Il Fatto Quotidiano, 9/11/2016) si elogiano soprattutto gli anglicismi, che sono sì neologismi, ma non sono parole italiane:

● “C’è un bel neologismo inglese a cui si può far riferimento e che descrive bene il fenomeno, che dal punto di vista sociale occorre sempre più contrastare, che è ‘ageism’, vale a dire la discriminazione tra persone a causa dell’età” (Startupitalia.eu, 29/8/2018).
● “Scoppia a ridere, il fotografo ha detto qualcosa sui danni della cheesefication, il forzare ghigni davanti a una macchina fotografica, un bel neologismo (La Repubblica, 2 ago 2013).

Ma che “bel neologismo” cheesfication! Ne sentivamo la mancanza (quanto ci piacciono i suoni in “éscion”) e di sicuro la nostra lingua non sarebbe in grado di produrre nuove parole così evocative. Mettiamo subito cheesfication nell’elenco degli anglicismi “insostituibili”, “necessari”, “utili”… le nostre parole per indicare il sorriso forzato o sforzato, tirato, di plastica, imbalsamato… non sono altrettanto “belle”, e creare una ricombinazione nostrana produrrebbe di sicuro “orribili neologismi”, a quanto pare. A un giornalista non viene neppure in mente di provarci, c’è già l’inglese, mica si può alterarne la sacra inviolabilità di idioma superiore!
E ageism? Certo ci sarebbe ageismo, mi si consenta l’adattamento considerato ormai una consuetudine “medioevale”. Almeno in Italia, perché all’estero e nelle lingue sane è normale, a cominciare proprio dalla lingua inglese che anglicizza gli italianismi senza scrupoli.
E davanti ai neologismi italiani alternativi all’inglese come apericena?

● “Orrendo neologismo la cui morale è sempre la stessa: l’aperitivo che si ‘mangia’ la cena” (Bergamo Post, 15/11/2016);
● “In tempi in cui apericena era solo un brutto neologismo di là da venire”, Il Friuli, 23/8/2015).

Naturalmente, questo atteggiamento non si ritrova solo sui giornali, e cercando le stesse espressioni non solo sulla stampa, ma in tutta la Rete, le occorrenze di questo tipo si moltiplicano a dismisura e diventano migliaia. Questo sentimento moralistico e misoneista – ma solo per le neoconiazioni italiane, non certo per le parole inglesi – striscia anche tra i tanti insopportabili tronisti linguistici della Rete. Apericena… per carità! Vuoi mettere un bell’happy hour? E che dire di colanzo come sostituzione di brunch (breakfast “prima colazione” + lunchpranzo”) che sta prendendo sempre più piede anche nelle offerte dei locali? Che brutto! Riporto in proposito un paio di commenti reali di utenti della Rete:

● Una parola “forzata a mio avviso è anche poco melodicabrunch è più immediata … anche più intuitiva”.
● “Noooo, sono riusciti a italianizzare l’orrendo ‘brunch’. ‘Sta roba fa coppia con l’obbrobrioso ‘apericena’; chi s’inventa questi termini assurdi farebbe meglio a rimanere a dieta pane e acqua, anzi, anche senza pane, anzi, anche senz’acqua!”

Questa ostilità per i neologismi italiani affonda le sue radici negli atteggiamenti puristici più beceri. I puristi però non avrebbero apprezzato questi registri linguistici da fumetto e questa punteggiatura casuale da oralità che si esprime attraverso la tastiera. E soprattutto i puristi si scagliavano con la stessa veemenza anche contro i “barbarismi” e con i regionalismi non toscani. Per preservare la purezza della lingua delle tre corone fiorentine rischiavano di cristallizzare l’italiano nella “lingua dei morti”, nei significati storici, e in questo modo di soffocarlo e di impedirne l’evoluzione per esprimere il nuovo. Questo moderno atteggiamento che preferisce gli anglicismi “intoccabili” ai neologismi, che si potrebbe definire “anglopurismo”, è un’immondizia che sta uccidendo l’italiano in modo ben più pericoloso.
Quanto alle argomentazioni di carattere “estetico” così diffuse – parola bella, brutta, orribile… – basta citare Leopardi, che aveva ben compreso:

solo “l’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.”

Dire che colanzo o apericena sono belli o brutti è solo questione di diffusione e di abitudine. Dire che odiatore è brutto o meno preciso ed evocativo di hater è una sciocchezza, è una presa di posizione soggettiva di chi disprezza la lingua italiana. E dopo che Crozza ha cominciato a usare l’alternativa italiana più frequentemente dell’inglese non suona più così strano, si sta diffondendo anche sui giornali e tra la gente, anche se in un primo tempo suonava fuori luogo usare la nostra lingua. Lo stesso varrebbe per influente al posto di influencer, per notizie false invece che fake news o per tassa sulla plastica e sullo zucchero invece di plastic e sugar tax.

Ma gli anglopuristi sono ostili alle neologie italiane, per costoro è bello solo ciò che suona inglese. Purtroppo questo giudizio estetico da coloni e collaborazionisti della dittatura dell’inglese è esteso. E mentre in Islanda esiste la figura del “neologista” che davanti al proliferare dell’inglese costruisce ufficialmente alternative islandesi, o mentre in Francia e in Spagna le accademie della lingua creano e promuovono neologismi autoctoni, in Italia la lingua è fatta solo dai mezzi di informazione, e le prese di posizione anglopuriste si rintracciano persino all’interno della Crusca. E così, dai giornalisti, che con le parole che pubblicano contribuiscono a formare la lingua, ai più beceri tuttologi che in Rete si autoproclamano castigamatti delle parole belle e brutte, la metà dei neologismi del nuovo Millennio è ormai in inglese. Come se tra anglicismi e neologismi non ci fosse differenza. E il futuro dell’italiano sarà l’itanglese, se non cambiamo atteggiamento.