L’italiano non puzza

A ognuno puzza questo barbaro dominio” scriveva Machiavelli nel Principe, auspicando che i Medici potessero liberare il nostro Paese dalle occupazioni straniere e anticipando un tema che sarebbe esploso nel Risorgimento.

Questo motto fu ripreso nel 1933, con un’accezione linguistica, da Paolo Monelli nel libro Barbaro dominio che processava i forestierismi. All’epoca erano pochi, circa 500, ed erano per la maggior parte francesi. Dieci anni dopo, in una seconda edizione ampliata, diventarono 650, ma questa ostilità alimentata dalla politica fascista non nasceva affatto con il fascismo e riprendeva le ben più antiche polemiche dei puristi e di una “questione della lingua” che dal Cinquecento all’Ottocento si è nutrita anche delle invettive contro le parole straniere.

Il purismo teorizzato da Pietro Bembo, che è diventato il punto di riferimento delle prime grammatiche della nostra lingua e del primo vocabolario della Crusca, condannava i barbarismi insieme alle voci dialettali, ai neologismi e alle parole tecniche e meno letterarie, e respingeva il lessico di derivazione straniera più che i pochi “prestiti” non adattati. Alla fine dell’Ottocento in un dizionario dei neologismi di Giuseppe Rigutini venivano rigettate parole come emozione, dal francese émotion, o deragliare, dall’inglese raile, al posto di “uscir dalle rotaie”. Scorrendo opere come queste colpisce il fatto che nell’elenco dei neologismi e dei forestierismi i vocaboli non adattati si contano sulle dita delle mani, il processo alle maleparole riguardava soprattutto le italianizzazioni bollate come illecite per motivi di principio.

Nei dizionari del Duemila la metà dei neologismi è invece in inglese crudo, e l’italiano è sempre meno in grado di evolversi in modo autonomo, in sempre più settori ci mancano le parole italiane per esprimere il nuovo. Gli oltre 4.000 anglicismi registrati che si sono accumulati perlopiù dagli anni Cinquanta superano di gran lunga la somma di tutti gli altri forestierismi di ogni lingua del mondo. Le parole francesi, una lingua che ci ha influenzati per secoli, sono solo un migliaio, gli ispanismi e i germanismi non adattati sono meno di duecento, e per gli altri idiomi tutto si riduce a una manciata di parole o al massimo a poche decine per lingua.

Il problema non sta nei forestierismi, ma nella sproporzione degli anglicismi, e solo quelli: il loro numero impazzito sta snaturando la nostra lingua, la sta facendo regredire e trasformando in itanglese.

Oggi a puzzare è l’italiano. Accecati dal mito americano, plagiati dall’inglese internazionale, dalla lingua delle multinazionali statunitensi che esporta con le sue parole i nuovi oggetti e concetti, siamo inebriati dal profumo dei suoni inglesi che importiamo e sostituiamo ai nostri in modo dissennato, senza renderci conto che stiamo distruggendo, giorno dopo giorno, il nostro patrimonio linguistico così amato in tutto il mondo, e la nostra ecologia linguistica.

Mentre le istituzioni e gli studiosi, in Francia, Spagna, Islanda, Svizzera e in moltissimi altri Paesi sono in prima linea per la tutela del proprio idioma minacciato dallo tsunami anglicus globale, da noi vige l’anarchismo linguistico e la legge del più forte, per cui l’italiano non può che soccombere davanti al globalese. E la politica sembra più attenta a tutelare l’inglese che non la nostra lingua madre.

Il nostro ecosistema linguistico è schiacciato da uno squilibrio che va invece regolamentato. Il nostro patrimonio linguistico e la nostra identità linguistica vanno promossi e tutelati. Lo ripeto da un lustro dalle pagine di questo sito che ha appena compiuto 5 anni di vita. E passando dai lamenti all’azione, in questi anni, tra le tante iniziative, ho dato vita al più ampio repertorio di alternative agli anglicismi in Italia, ho lanciato una petizione a Mattarella sottoscritta da più di 4.000 persone, e ho presentato una petizione di legge alla Camera e al Senato sostenuta da oltre 2.000 cittadini.

Grazie al portale Italofonia.info e alla comunità degli Attivisti dell’italiano, in vista delle elezioni del 25 settembre, stiamo scrivendo ai parlamentari chiedendo loro, come elettori, di prendere in considerazione la nostra petizione di legge e di discuterla in Parlamento nel prossimo esecutivo.

Invito tutti coloro che hanno a cuore l’italiano a unirsi a noi e a fare sentire la propria voce. Lo si può fare in pochi minuti utilizzando questo modulo.

Un grazie di cuore alle oltre 350 persone che hanno già inviato la propria lettera e ai 2.100 elettori che hanno sottoscritto la petizione di legge. Queste firme saranno inviate in Parlamento non appena si insedierà il nuovo governo.

La favola dei prestiti linguistici: un concetto da buttar via

Tappolet! Chi era costui?
Pochi in Italia conoscono e citano questo studioso di cui non esiste nemmeno una voce sulla Wikipedia (tranne nella versione in tedesco), eppure tutti ripetono, spesso a vanvera, e danno per scontata una sua riflessione.

Enrst Tappolet (1870-1939) era uno studioso svizzero che tra le altre cose si occupò delle motivazioni culturali che portavano ad utilizzare certe parole tedesche nelle aree dove si parlavano i dialetti francofoni. E in un libro del 1914 (Die alemannischen Lehnwörter in den Mundarten der französischen Schweiz) fece una distinzione tutta teorica per distinguere i prestiti di cui esiste già un corrispondente, che interpretava dunque come scelte “di lusso” (Luxuslehnwort) da quelli che portano qualcosa di nuovo di cui non c’è già un corrispondente, e che venivano perciò considerati una “necessità” (Bedürfnislehnwort).

Questa distinzione era destinata a conoscere un’inesplicabile fortuna, in Italia, dove i linguisti l’hanno ripetuta facendola diventare un dogma e un postulato dalla validità universale, dimenticando l’autore, il contesto storico in cui si inseriva, e trascurando ogni atteggiamento critico sul senso della sua suddivisione. Ma prima di entrare nel merito di questa classificazione delle parole straniere, è utile domandarsi perché vengono definite impropriamente “prestiti”.
Negli anni Ottanta Gian Luigi Beccaria scriveva: “Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non è obbligata a restituirlo” (Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241).

L’origine del concetto di prestito linguistico

L’origine della metafora del prestito, un tempo chiamato anche imprestito (ma alcuni puristi di fine Ottocento condannavano queste espressioni in favore di presto o impresto) è datata, e ha a che fare con l’imitazione degli elementi culturali e dei costumi altrui che vengono assimilati. Carducci, per esempio, si scagliava contro il “paletot” (più tardi italianizzato in paltò), un soprabito che i sarti parigini avevano “tolto a prestito dai marinai della Bretagna” e che avevano “trovato il mezzo di far pagare (…) infinitamente più caro delle stoffe più fine”. Prima di lui anche Anton Maria Salvini (1653-1729) aveva parlato di “prestito” a proposito delle maniere “prese in prestito o da altri dialetti d’Italia o dalle altre due lingue sorelle, francese e spagnuola.”
Con il tempo la metafora è stata usata sempre più spesso anche per descrivere il ricorso a parole straniere, a lungo chiamate barbarismi, e uno dei primi scritti tecnici che ricorreva a questa formula risale all’epoca del fascismo: “Sull’imprestito linguistico” di Vittore Pisani (Ulrico Hoepli. Milano 1939). Ma la fortuna dell’espressione “prestito linguistico” è cominciata dopo il fascismo, negli anni ’50, ed è esplosa tra gli anni ’70 e gli anni ’90.

La similitudine del prestito si trova anche fuori dalla lingua italiana, nello spagnolo préstamo lingüístico, nel francese emprunt linguistique, nell’inglese loanword e anche nel tedesco, per tornare a Tappolet.

Ernst Tappolet e i prestiti di lusso e di necessità

La distinzione tra prestiti di lusso e di necessità è una semplicistica e arbitraria suddivisione come se ne possono fare tante altre, un po’ come dire che le donne si possono distinguere in due insiemi: le bionde e le brune, tralasciando le differenze tra castane e corvine, escludendo le rosse, le brizzolate, quelle dai capelli bianchi, quelle calve, e rendendo problematica l’attribuzione a uno dei due insiemi nei casi di chi si tinge o usa una parrucca (ogni riferimento ai peggiori stereotipi sulla visione della donna è voluto).

Il punto è che questo tipo di distinzioni sono legittime e possono avere anche la loro utilità, se contestualizzate, ma se diventano delle regole universali e delle categorie a cui si attribuisce una portata reale che esce dai distinguo concettuali non possono che produrre pseudoragionamenti.
Basta un minimo di buon senso per comprendere i limiti e le problematicità di simili definizioni. Come aveva scritto negli anni ’70 Paolo Zolli, il concetto di “necessità” non ha alcun fondamento né logico né storico. Davanti a una parola che non c’è, non è affatto “necessario” importarla da un’altra lingua così com’è (da filosofo sono abituato a dare a questa parola il suo significato di ciò che è, e non può non essere), visto che è possibile anche tradurla con elementi endogeni (es. revolver diventa rivoltella), oppure adattarla ai propri suoni (beafsteak diventa bistecca), coniare una nuova parola (tramezzino davanti a sandwich) o recuperare una parola già esistente con un nuovo significato (singolo che, di fronte a single, assume anche il significato di scapolo). Ma anche tralasciando l’abc della logica e della storia delle lingue, la distinzione di Tappolet non aveva la portata dogmatica “universale” che ha assunto in Italia, era solo una semplificazione per distinguere due concetti in modo teorico, perché l’oggetto dello studio stava nelle motivazioni, pragmatiche o affettive, che portano ad adottare una parola straniera. E infatti lo svizzero spiegava che alla base del ricorso alle parole straniere non c’era in gioco solo “il nome della cosa”, perché a essere decisivo era il ricorso a una determinata parola nella prassi comunicativa. A proposito di certe parole tedesche che si erano affermate nelle aree francofone Tappolet scriveva: “Come si può immaginare la ‘necessità’ di un’espressione straniera in questi casi? Presumibilmente, il termine tedesco si è affermato rapidamente perché giocava un ruolo più importante nei rapporti con i tedeschi che in quelli con i francesi”. (Tappolet 1913, p. 54; citato in: De Gruyter, Entlehnung in der Kommunikation und im Sprachwandel Theorie und Analysen zum Französischen, Edition Niemeyer, Göttingen 2011).

Lessico e bufale

Nei libri di linguistica, mediamente, oggi la distinzione tra lusso e necessità è introdotta omettendo l’autore e in modo acritico, come un postulato. Ma ogni ragionamento che parte da un postulato errato è destinato a crollare. E così si trovano definizioni dogmatiche come: “Si distinguono i prestiti di lusso e di necessità”. Chi e perché fa queste distinzioni viene taciuto. La categoria del prestito di necessità è solitamente impiegata per indicare una parola straniera che si porta con sé un concetto o un oggetto di cui non esiste una parola italiana. Ma anche tralasciando le osservazioni di Zolli e del buon senso, ci sono molti altri limiti logici che dovrebbero fare abbandonare questo strampalato criterio.


Proviamo a chiederci: mouse è un prestito di lusso o di necessità? Qualunque risposta rischia di trascinarci in qualcosa di simile alle antinomie della ragione di Kant, perché è possibile argomentare in modo apparentemente logico entrambe le posizioni.

A) Mouse è un oggetto nuovo di cui non esisteva un corrispondente italiano = necessità.
B) Mouse, e cioè “topo”, esisteva in italiano e si poteva benissimo usare la stessa metafora come è accaduto in francese (souris), spagnolo (ratón), tedesco (Maus) e nella maggior parte delle lingue del mondo = lusso.

La conclusione è che la necessità è solo italiana. Questa necessità non è una conclusione che si ricava per via deduttiva dalla definizione, è un’affermazione che presuppone ciò che vorrebbe dimostrare, visto che il lusso e la necessità riguardano le motivazioni che portano all’adozione di un anglicismo. Basta tornare all’origine della metafora del prestito, che si basa sull’imitazione e sull’assimilazione per imitazione, per svelare la bufala e il circolo vizioso del ragionamento. Avrebbe senso parlare di imitazione di necessità?

L’applicazione delle categorie dei prestiti di lusso e di necessità agli esempi concreti mostra tutta l’insensatezza della questione, e infatti non esiste alcun accordo e criterio oggettivo per stilare delle liste di esempi condivisi, e chiunque tenti di separare i due insiemi è destinato a controversie che ricordano quelle del sesso degli angeli, perché rimangono nella sfera delle opinioni da tronisti, più che da linguisti.
Ho trovato spesso la parola computer tra gli esempi che i linguisti fanno dei presunti prestiti di necessità, il che è un falso storico. Fino agli anni ’90 utilizzavamo normalmente la parola calcolatore (e anche elaboratore) che poi è stata progressivamente sostituita dall’anglicismo che è diventato un “prestito sterminatore”, entrato come “prestito di lusso” e finito per diventare un “prestito di necessità”, perché ormai i calcolatori evocano la macchine di una volta e non i nuovi dispositivi. Anche in questo caso la necessità è solo italiana, visto che in inglese, francese e tedesco si usava e si usa ancora oggi la stessa parola: computer, ordinateur, computador

Prendo “in prestito” uno schemino reale che per esemplificare la presunta necessità usa questi esempi:
Pacemaker: qualsiasi traduzione aggiungerebbe complessità.
Sauna perché non c’è corrispondente.
Selfie? Diverso da autoscatto.
Taggare: concetto difficile da spiegare se non con circonlocuzioni.
Whistleblower non è delatore”.

I giudizi che giustificano la “necessità” del ricorso a queste parole sono molto opinabili.
Pacemaker inizialmente era indicato in italiano con segnapassi, e faccio fatica a ravvisare la “complessità” della traduzione, riportata su tutti i dizionari anche oggi. Il fatto che si sia abbandonata in favore dell’anglicismo ha a che fare con altri fattori che non c’entrano nulla con la necessità di non tradurre.

Sauna non mi pare affatto un prestito di necessità, è una parola a tutti gli effetti integrata nella lingua italiana, che non viola le nostre regole di pronuncia e ortografia, e al plurale fa saune. È dunque un adattamento e il suo provenire dal finlandese è ormai racchiuso solo nella sua storia etimologica.
Taggare non mi sembra un prestito di necessità, è una parola ibrida derivata da tag che a sua volta è un’etichetta o un marcatore, e se non fossimo colonizzati dal linguaggio delle multinazionali informatiche che impongono la loro lingua invece che tradurre decentemente le interfacce, diremmo forse etichetta/etichettare e marca/marcare, come diremmo scaricare invece che downloadare, un altro bel prestito di “necessità” che deriva dal fatto che ripetiamo ciò che leggiamo: download. Facciamo il download delle immagini in allegato (e non in attachment), perché download non è stato tradotto, ma attachment sì. Li definirei “prestiti d’obbligo”, perché siamo indotti e obbligati a utilizzarli per forza di cose, e sono trapiantati nella nostra lingua dall’esterno, più che per nostra volontà. Forse la necessità è tutta qui.
Selfie e autoscatto sono tra gli esempi più controversi che ben illustrano l’impossibilità logica e l’inutilità pratica di distinguere i prestiti di lusso da quelli di necessità. Il motivo del contendere è nello stabilire se una parola esisteva già o meno, che è un’altra trappola senza via di uscita. Quando si cercano solo i significati storici è evidente che non si trovano esempi legati alle nuove tecnologie, ma si trascura un particolare fondamentale nelle lingue vive: le parole sono elastiche e si evolvono. Se l’autoscatto in un primo tempo era legato allo scatto automatico temporizzato, nulla vieta di usare questa parola in un nuovo senso, dove “auto” si può impiegare per indicare che lo faccio da solo (io mi autoriprendo) e non si capisce perché oggi non dovrebbe indicare le nuove modalità di farsi una fotografia da soli, soprattutto perché questo uso come sinonimo secondario è documentato sui giornali. Ecco un altro ginepraio da cui non si esce. Ammesso che autoscatto sia “di necessità” che cosa accade se una nuova parola italiana si evolve e diventa un equivalente? Se accanto a happy hour si diffonde l’alternativa apericena il prestito di necessità viene retrocesso a prestito di lusso?

Ma soprattutto: che senso ha dividere i prestiti negli insiemi di lusso e di necessità? A cosa serve impantanarsi in simili diatribe prive di utilità?

Il vicolo cieco tutto italiano del lusso e della necessità

In Italia, la classificazione attraverso le categorie dei prestiti di lusso e di necessità ha avuto la sua fortuna dagli anni Ottanta agli anni Duemila, anche se viene ripetuta anche oggi, fuori tempo massimo.

Provate a spiegare a un inglese che ci sono i “prestiti di necessità”… provate a leggere le voci della Wikipedia che parlano dei prestiti linguistici in spagnolo, in francese o in inglese. Nessuno distingue i prestiti attraverso queste bislacche categorie, una classificazione che è presente invece nella versione italiana. Ma persino sulla bistratta e inaffidabile Wikipedia, frutto di voci popolari di autori ignoti, si critica duramente questa distinzione che invece molti manuali scritti da blasonati linguisti italiani (e le tantissime tesi e tesine dei loro studenti) ripetono in modo talebano.

Mi sono chiesto più volte il perché di questo pasticciaccio italiano. E forse c’è una motivazione storica che ci ha indotti a infilarci in questo vicolo cieco. Dopo la messa al bando dei forestierismi di epoca purista e soprattutto fascista, avevamo bisogno di un nuovo criterio per non respingere in blocco tutte le parole straniere. La distinzione manichea tra lusso e necessità apriva una porta all’accoglimento e alla giustificazione di alcuni forestierismi. Non tutti, certo, ma la presunta necessità permetteva un certo aperturismo, per quanto patetico, che consentiva (almeno in modo astratto) di legittimare i buoni e i cattivi da scrivere sulla lavagna. L’opinabile giudizio di buon senso è così stato eletto a dogma.

Ma una volta individuati i prestiti di lusso che cosa si risolve? Il fatto che un prestito di lusso sia superfluo non ne giustifica l’inutilità, e ancora una volta tornano in mente le osservazioni di Paolo Zolli che poneva l’accento sul fatto che spesso la parola straniera contiene delle sfumature diverse rispetto a quella corrispondente in italiano (Paolo Zolli, Come nascono le parole italiane, Rizzoli, Milano 1989, p. 7).
D’altronde i sinonimi perfetti sono molto rari, e per qualsiasi parola è sempre possibile sostenere che “non è proprio” come l’alternativa possibile. Ancora una volta la distinzione tra lusso e necessità è un’opinione, non un fatto, anche se viene spacciata per tale.

Davanti a un’interferenza dell’inglese sempre più ampia e profonda, invece di rimanere invischiati in queste classificazioni, i linguisti dovrebbero prendere atto che la favola dei “prestiti linguistici” si sta rivelando una categoria concettuale fuorviante che non è più in grado di rendere conto della complessità delle cose. Basta provare ad applicare la teoria del “prestito” agli esempi reali per comprenderlo.

Trapianti, innesti linguistici e pseudoanglicismi

Torniamo alla radice della metafora del prestito, l’imitazione di elementi culturali, prima che linguistici. E chiediamoci: cosa stiamo prendendo in prestito, di preciso? Cosa stiamo imitando? Siamo sicuri che stiamo prendendo in prestito semplicemente delle singole parole che corrispondono a oggetti o a concetti?

Facciamo un altro paio di esempi controversi. Un caregiver è un assistente familiare, che letteralmente potrebbe esprimersi con badante. Ma poiché il participio presente del verbo badare (= colui che bada) ha assunto un significato legato a una professione (il che è un fatto accidentale, non una necessità), ecco che gli assistenti familiari e i “non-è-proposti” rivendicano l’anglicismo come un necessario elemento che distingue il loro ruolo da quello di chi lo fa per lavoro. Potrebbero anche rivendicare un nuovo significato per l’italiano badante, potrebbero definirsi assistenti familiari, ma non lo fanno e si trincerano dietro un’espressione in inglese.
Secondo esempio: la pretesa intraducibilità di mobbing che non sarebbe proprio come vessazioni (o comportamento vessatorio). Mentre ci si può accapigliare su ciò che parole come queste evocherebbero, per assegnare a ciascun anglicismo il bollino blu di lusso o di necessità, c’è un piccolo particolare che sfugge ai più. Sia caregiver sia mobbing in inglese non hanno affatto il significato che si sono ricavati in italiano. Sono pseudoanglcismi. E allora cosa stiamo prendendo in prestito? Un suono, non il suo significato, perché quest’ultimo glielo attribuiamo noi in modo arbitrario.


Nel nuovo Millennio parole come basket o volley stanno soppiantano l’italiano pallacanestro e pallavolo. Ancora una volta sono pseudoanglicismi, visto che in inglese si parla di basketball e volleyball, parole che non si possono decurtare. Dov’è il prestito? Ha senso classificarli come prestiti parziali o decurtati?
Gli pseudoanglicismi sono tantissimi. Qualcuno, per conservare la categoria del “prestito” invece di buttarla via come sarebbe ora, ha dovuto inventare etichette come “prestiti apparenti”. Ancora una volta sono solo imitazioni. Goffe o ridicole? Provinciali? Frutto di moda o di un complesso di inferiorità? Non importa. Footing è uno pseudoanglicismo antico che ci arriva dal francese, e nasce dall’applicare alla radice foot una desinenza -ing che segue le regole a orecchio dell’inglese, ma in inglese non esiste, o meglio ha tutt’altro significato, perché si parla di jogging. Più recentemente ci siamo inventati lo smart working, unendo due radici all’italiana, ma per un inglese si tratta di un’espressione incomprensibile rispetto al significato che le diamo noi.
In questi casi non prendiamo in prestito delle parole, ma delle radici o degli elementi che ricombiniamo a orecchio. Perché quel che conta è il suono, non l’oggetto o il concetto. E allora mi parrebbe più sensato cambiare metafora, e invece che parlare di prestiti dovremmo forse parlare di trapianti e di innesti, per attingere dalla biologia foriera di molte metafore linguistiche, a partire dal concetto di lingue vive.
A volte si trapiantano le parole, ma più spesso si trapiantano delle radici e si fanno innesti.
Come si spiegano le centinaia e centinaia di parole ibride a base inglese che si moltiplicano nella lingua italiana e che non hanno simili corrispondenti nel caso dei francesismi e degli altri forestierismi? Chattare, shampista, scoutismo, computerizzazione, baby-calciatore, zanzare killer, libro-game… che razza di prestiti sono queste parole bastarde che si scrivono e pronunciano in un modo che non è più italiano, ma non è nemmeno inglese? L’itangese ha ormai travalicato abbondantemente i limiti del prestito linguistico e sta prendendo vita.

L’itanglese non è fatto da semplici prestiti

Analizziamo qualche titolo di giornale. Adesso si parla del long covid, ma è davvero un prestito?

Sarei curioso di chiedere a qualche espertone se si tratta di un prestito di lusso o di necessità. È forse un concetto nuovo? Perché non dovremmo usare la nostra lingua e parlare semplicemente e naturalmente per esempio di covid lungo? Perché se tutti lo dicono in inglese la necessità è tutta qui. Certo, se l’inglese diventa la lingua della scienza poi accade che non solo si perda la terminologia in italiano – l’inglese si è rivelato un processo sottrattivo non aggiuntivo – e che si introducano i nuovi concetti in inglese e si ripetano in modo automatico (vedi la “necessità” di pacemaker) anche quando sarebbe naturale tradurli, nelle lingue sane. Ma a proposito di covid c’è qualcosa in più da rilevare: è diventato una specie di calamita che si porta con sé una regola istintiva e non scritta, quella di associarlo sempre e solo a parole inglesi con l’inversione della sua collocazione all’inglese. E dunque si parla di covid free, di covid center, di covid manager…, e in questi e molti altri casi non abbiamo più a che fare con prestiti lessicali isolati, ma con il prestito o trapianto di una grammatica formativa per le neologie (come lo pseudoanglicismo no vax che segue la regola del no + inglese: no mask, no global…). E così, visto che due terzi degli anglicismi che ci siamo fatti “prestare” sono costituiti da parole composte o locuzioni, spesso ognuno di due elementi formativi prende vita autonoma (smart, baby, cyber, food…) e si ricombina con altri elementi in circolazione (smart city, baby-gang, cybersecurity, pet food…) in una rete di anglicismi interconnessi che si espande nel nostro lessico a prescindere dal fatto che sia inglese ortodosso o reinventato e accostato a parole italiane (cybercriminale, babypensionato, salvaslip…).

Proviamo a vedere un altro titolo del Corriere: “Dal skimmer per la piscina allo shampoo per la barba”. Chissà se “dal skimmer” invece di “dallo skimmer” come vorrebbe la lingua italiana è solo un refuso o il segnale di uno sfacelo linguistico su cui l’inglese e lo pseudoinglese che innestiamo trova il terreno più fertile per germogliare.
Quando ero ragazzo ho fatto il bagnino in una piscina e tra le mansioni più noiose c’era quella di pulire i filtri a bordo-vasca. Oggi sembra che Amazon li venda chiamandoli skimmer. Letteralmente si può dire anche schiumatoio, deschiumatore o più in generale depuratore, ma alle multinazionali che esportano i loro prodotti nella loro lingua non conviene affatto tradurre in italiano, la tendenza è quella di imporre la loro lingua, dai titoli dei film alle confezioni del Monopoly, oggi scritto con la ipsilon finale. A dare manforte alla colonizzazione linguistica ci pensano i giornalisti che abbandonano l’italiano e ripetono gli anglicismi (skimmer ha anche altri significati legati al crimine informatico). Sono prestiti questi? Skimmer sarà un lusso o una necessità? Opterei per un lusso che diventa necessità quando si compila l’ordine di acquisto.


Quando Sky, all’interno dell’offerta del Pass Entertainement, offre gratuitamente anche il Pass Kids (declinato al plurale con la “s”) abbiamo a che fare con dei prestiti?

A me paiono trapianti dove la lingua non è fatta più dai nativi italiani ma dalle multinazionali che ci vendono i loro prodotti con i loro nomi, seguendo le proprie “necessità” commerciali davanti alle quali a noi sudditi non resta che ripetere ciò che leggiamo sulle scatole. Questi esempi travalicano le singole parole per diventare prestiti di pezzi di inglese ben più complessi, dal long covid alle mansioni lavorative di un social media manager, “prestiti sintattici” dal costrutto invertito.


In un altro titolo vediamo che chiudono le strutture sanitarie che avevano nomi italiani come il Galeazzi e apre Mind. Si tratta forse di un prestito? A me pare solo l’abbandono dell’italiano per aderire alla lingua delle multinazionali che viene perpetrato anche dalle nostre stesse istituzioni. E così c’è il politico che introduce il Jobs act, ci sono i servizi Delivery delle Poste Italiane, i Gate delle stazioni, Rai Gulp che propone il TG Kids, mentre Alitalia diventa ITA Airways, a Milano il Salone del mobile diventa la Fashion Week, il quartiere della ex Fiera campionaria diventa Citylife… e vogliamo spiegare tutto questo con le categorie dei prestiti?

E che dire della business school Rcs Academy e del suo master con il “metodo Corriere”? Nel pacchetto metodologico c’è anche imparare a scrivere in itanglese, suppongo, per educare all’abbandono dell’italiano e far diventare un incrocio pericoloso un incrocio killer da inserire nei black points da scrivere con la “s” del plurale!


Chissà, quando il Politecnico di Milano ha deciso di erogare la formazione universitaria solamente in lingua inglese, estromettendo l’italiano, forse era solo un banale prestito linguistico “totale”, dove a essere presa in prestito è la lingua inglese nella sua interezza. E sarà un lusso o una necessità per fare dell’ateneo un polo internazionale?

Credo che possa bastare. L’itanglese non si può spiegare con la favola dei prestiti. E quando certi linguisti, davanti all’attuale tsunami anglicus, pensano di interpretare l’interferenza dell’inglese con la tassonomia dei prestiti linguistici e delle categorie del lusso e della necessità che Tappolet ha immaginato ormai ben più di un secolo fa, mi ritorna alla mente il ritornello di una canzone di Jannacci rivisitata con un gioco di parole alla Bartezzaghi:

Lessico e nuvole
la faccia triste dell’America…
che voglia di piangere ho!

L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese

Mentre la nostra Gazzetta Ufficiale si “arricchisce” di anglicismi istituzionali di giorno in giorno, lo scorso 29 maggio, sulla Gazzetta Ufficiale francese, le alternative a molti anglicismi dell’ambito dei videogiochi e degli audiovisivi sono ufficialmente entrate nella lingua di Moliére.

Il processo di regolamentazione della lingua e la creazione di neologismi autoctoni è coordinato dalla Délégation générale à la langue française et aux langues de France, che coinvolge non solo la Commissione per l’arricchimento della lingua francese dell’Accademia di Francia (che sarebbe il corrispondente della nostra Accademia della Crusca), ma anche il Ministero della Cultura, visto che l’organo si muove all’interno dell’autorità del Presidente del Consiglio dei Ministri.
In questa cornice istituzionale ben coesa, sono state coniate le alternative ufficiali a molti termini. Si tratta di soluzioni codificate, chiare e precise, che permettono di esprimere in francese tutta una serie di concetti che in italiano si esprimono solo in inglese.

Un “cloud gaming” diventa semplicemente un videogioco in nuvola (jeu video en nuage), uno “streamer” un giocatore/animatore in diretta (joueur/animateur en direct) e un “pro-gamer” un giocatore professionista (joueur professionnel).

Questa terminologia non è solo fortemente raccomandata – in altre parole consigliata a chi vuole parlare in francese, prima di tutto i giornali – ma è anche il punto di riferimento ufficiale che i funzionari pubblici devono seguire. Il che non significa che i videogiocatori non possano comunicare tra loro nel proprio gergo, visto che ognuno parla come vuole, significa al contrario che esistono delle parole ufficiali da usare nei registri alti e nella comunicazione istituzionale.


Avere simili punti di riferimento permette di arginare il depauperamento della lingua davanti all’invasione di parole inglesi, un fatto su cui l’Accademia francese e le istituzioni hanno espresso grandi preoccupazioni perché, oltre a impoverire il francese, crea fratture sociali e barriere generazionali che portano all’incomprensione, alla mancanza di chiarezza e trasparenza, e dunque al venir meno della lingua come collante sociale (cfr.”Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata“).

Questo atteggiamento di tutela del proprio idioma in Francia fa parte di una politica linguistica che esiste da decenni e che è volta anche ad arginare gli anglicismi in ogni settore, non solo quello dei videogiochi. La terminologa Maria Teresa Zanola, studiando la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private in ambito tecnologico, ha osservato che questa continua coniazione di neologismi sta rendendo il francese una lingua molto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008). La nostra lingua, al contrario regredisce proprio a causa dell’inglese, e la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo perché l’italiano non sta producendo più nulla, si limita a importare anglicismi che spesso finiscono per soppiantare le nostre parole anche quando già esistono.

La notizia di questo ultimo arricchimento del francese è rimbalzata non solo in Francia, ma persino su The Guardian. In Italia, invece, è uscita su piccole riviste magari di settore, e un giornale come il Corriere della Sera, non l’ha minimamente ripresa.
Sulla pagina principale del Corriere.it di oggi c’è invece un pezzo, alla sezione “videogame”, che parla di “Spiderman Remastered”, perché l’Uomo ragno che leggevo da bambino oggi si dice in inglese, una riedizione diventa “remastered”, mentre i giocatori sono “gamer” e le scarpe da ginnastica sono diventate “sneakers” “super tech”. Nel pezzo accanto si legge del “mermaiding” che da giorni il Corriere promuove come lo sport dell’estate con vari articoli, un orologio subacqueo diventa uno “sport watch da marine”, e non parliamo di diodi luminosi, ma soltanto di “led”.

A parte il numero di parole inglesi abnorme, quello che impressiona è che gli anglicismi diventano “prestiti sterminatori” che uccidono le nostre parole.
“Mermading” non circola sui giornali francesi che parlano di nuoto a sirena (nage sirene) o di tenuta da sirena, ma non si trova nemmeno in quelli spagnoli, siamo solo noi che ci riempiamo la bocca di queste americanate, incapaci di usare la nostra lingua di cui ormai ci vergogniamo.

I pochi articoli italiani che hanno riportato la notizia che arrivava dalla Francia l’hanno presentata come una bizzarria, come qualcosa di assurdo o di anacronistico tipico dello sciovinismo francese, commentando con il solito guazzabuglio di luoghi comuni: tutto ciò ricorda la guerra ai barbarismi di epoca fascista; l’inglese è più corto, è moderno e internazionale; tradurre è ridicolo; non si può imporre alla gente come deve parlare…

Questa sciocchezza dell’inglese più corto e maneggevole dovrebbe davvero finire. Prima dell’avvento del computer, la scrittura avveniva con la “macchina da scrivere”, una locuzione certamente lunga, ma che nessuno ha mai messo in discussione perché mancava una parola “corta”. Al suo apparire, le polemiche iniziali riguardavano il fatto che sarebbe più corretto dire “macchina per scrivere”, ma alla fine i “puristi” hanno dovuto arrendersi davanti all’uso dilagante dell’espressione meno corretta. Eppure nessuno ha mai sentito l’esigenza di abbandonare l’italiano per usare una parola sola, magari in inglese come typewriter. Sarebbe stato inconcepibile e avrebbe suscitato reazioni negative.

Le resistenze davanti ai neologismi sono una costante che deriva anche da secoli di purismo. Ogni nuova parola, inizialmente, ci appare brutta solo perché non siamo abituati a sentirla, come aveva capito Leopardi. Come ha osservato Luca Serianni, questa resistenza alle neologie ha una sua funzione utile alla conservazione della lingua e alla sua coesione. Il fatto grave è che questa ostilità per i neologismi, nella colonia Italia, non è affiancata da un’analoga resistenza di fronte alle parole nuove in inglese, che al contrario ogni volta ci appaiono belle, utili, necessarie, intraducibili, o in grado di evocare qualcosa di diverso dall’equivalente italiano. La combinazione di questi due fattori risulta micidiale (ne ho già parlato in “Orribili neologismi e sedicenti anglicismi: dal purismo all’anglopurismo”), perché mentre l’inglese è sempre accolto tra i plausi, i neologismi italiani e le traduzioni ci schifano. Le conseguenze sono il collasso degli ambiti, la perdita dell’identità dell’italiano, l’itanglese che diventa la lingua della modernità e l’italiano che perde il suo suono storico e muore senza sapersi rinnovare.

La questione della guerra ai barbarismi non c’entra nulla con l’evoluzione e l’arricchimento del francese. Il problema non sono i forestierismi, da condannare per motivi di principio, sono gli anglicismi, e solo quelli, che per il loro numero e la loro invadenza stanno snaturando e colonizzando le lingue locali.
E non è vero che le alternative raccomandate in Francia sono coercizioni che impediscono alla gente di parlare come vuole. Se le alternative vengono coniate, esistono, e vengono promosse, ricorrere all’inglese diventa una scelta sociolinguistica, non una necessità, come in Italia. In Francia, al contrario, sono liberi di scegliere! A proposito di “libertà”, dovremmo renderci conto che da noi avviene tutto il contrario: la gente finisce per parlare come ci impongono i giornali e il linguaggio istituzionale. Quando i politici legiferano attraverso il jobs act, i caregiver, il cashback… quando si introducono il lockdown, il green pass, le dosi booster… quando i giornali annunciano il marmaiding, il gaslighting o il body shaming, non stanno utilizzando il linguaggio “della gente” stanno educando gli italiani a parlare in itanglese. E quando le multinazionali americane ci impongono il loro linguaggio fatto di snippet, widget, follower… e tutta una serie di termini che noi accettiamo con servilismo senza tradurre e adattare, la lingua non è più fatta dai nativi italiani.

L’idea che la lingua italiana sia un processo naturale, nato dal basso e dall’uso popolare è una convinzione falsa e antistorica. La lingua è un fatto politico; e non solo si può orientare, si orienta e si è sempre orientata dall’alto, ma è necessario orientarla per mantenere l’identità linguistica e la coesione sociale. L’italiano è una lingua letteraria nata dall’alto, orientata per secoli prima dall’Accademia della Crusca e poi dagli interventi amministrativi, politici e istituzionali. E soprattutto, l’unificazione dell’italiano è avvenuta solo nel Novecento proprio grazie alla lingua dei mezzi di informazione, che oggi la stanno al contrario distruggendo e trasformando in itanglese.

Non si può negare la storia e far credere che non sia così e che in Francia siano matti. I malati siamo noi! Il liberismo linguistico per cui una lingua va studiata, non va difesa, si sta trasformando in un anarchismo linguistico dove, con la scusa di essere descrittivi e non prescrittivi, in assenza di regole finiamo schiacciati dalla lingua dominante e cannibale che ci fagocita.

“L’assalto senza fondo alla lingua italiana”

Una voce autorevole e fuori dal coro si è fatta sentire lo scorso 16 maggio dalle pagine de Il fatto quotidiano. In un pezzo intitolato “Insidiarsi, schernirsi ed essere afferrati. L’assalto senza fondo alla lingua italiana”, Nando Dalla Chiesa ha denunciato una “guerra invisibile” che è in corso “con grande dispendio di mezzi”, uno stillicidio dilagante che avviene senza spargimenti di sangue, perché l’aggredito è l’italiano.

Cito le sue parole:

L’esercito che attacca è numeroso ma composto da unità agilissime, che si muovono d’istinto, per spirito dei tempi. Si mimetizza dietro titoli di studio superiori, l’ignoranza colta è la sua bandiera. È una guerra di posizione, a pensarci, dove le sortite dalle trincee non sono però mai seguite da arretramenti. Una volta che l’attacco è partito va poi avanti indefessamente, senza che nessuno possa o voglia fermarlo. Né ci sono alleanze o patti sovranazionali che ti possano aiutare. Perché l’aggressione, appunto, nasce dentro i confini. (…) Non si pensi però questa guerra singolare possa contare poche conquiste. Da qualche tempo le truppe dell’ignoranza colta stanno espugnando una roccaforte dopo l’altra.
È così che da almeno un paio d’anni si fa largo tra i giovani più altamente istruiti, quelli capaci di dire “euristico” e “controintuitivo”, l’insidia suprema: usare, appunto, “insidiarsi” per “insediarsi”. Gli americani si erano “insidiati” in Afghanistan, i clan calabresi si sono insidiati in Emilia e in Lombardia, la finanza cinese si insidia nel mondo del calcio. Il grottesco non viene nemmeno percepito dagli oratori o dagli scrittori. Che volte anzi, affettando eleganza oratoria, ti sbattono l’orrore in faccia già ad inizio di discorso. Senza parlare del delicato, timido “schermirsi”, che – perso ogni pudore – diventa (un giorno ben due volte sullo stesso quotidiano) “schernirsi”. E l’esperta di libri che ti confessa di non essere “afferrata” in materia? Sulle prime non ci credi. Poi si ripete
.

Si potrebbero aggiungere molti altri errori che nascono da un uso dell’italiano a orecchio senza cognizione di causa. Personalmente mi è capitato più di una volta di imbattermi nell’incapacità di distinguere tra “non c’entra” (non è inerente) e “non centra” (come fosse centrare un bersaglio), e non tra fasce di persone di bassa istruzione, bensì tra gli studenti diplomati o laureati che frequentano le scuole di scrittura creativa e “storytelling”, dunque una platea selezionata che dovrebbe essere di fascia alta. Spesso gli studenti di questo tipo, non certo privi di cultura, hanno però problemi con gli accenti e gli apostrofi e non controllano parole di altissima frequenza e di base come le voci dei verbi dare e fare (scrivono “fa” con l’accento o egli “dà” senza, ignorano che all’imperativo si usa invece l’apostrofo, “fa’”) e via dicendo.

Senza alcun purismo e rimpianto per i bei tempi andati – quando queste basi erano fornite in modo abbastanza solido dalla scuola primaria, oltre che secondaria – il punto è che simili strafalcioni circolano non di rado non solo tra i laureati, ma persino sui giornali, comunicati stampa, tesi di laurea, siti…
Nando Dalla Chiesa conclude il suo pezzo sventolando bandiera bianca davanti a questa “ignoranza colta” che pare essere “spirito dei tempi”, e si stupisce con amarezza per l’assenza di reazioni e di indignazioni davanti a tanto scempio:

Ti chiedi come mai nessuno metta un argine, eriga una linea Maginot. Come mai non si formino battaglioni di volontari in difesa della vittima, la Lingua, che ha pur sempre un valore storico e collettivo.

Come mai? Perché?

È lo stesso interrogativo che ricorre ogni volta, davanti alla regressione dell’italiano.
Ritornano in mente le parole di Draghi: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” E l’accostamento tra lo sfascio dell’italiano e gli anglicismi non è affatto casuale.

Nelle sue sacrosante analisi sociologiche Nando Dalla Chiesa punta il dito su un assalto alla lingua che è tutto interno. Ma per dare una risposta al suo “come mai?” bisogna guardare anche all’assalto che arriva dall’esterno.

L’assalto dall’esterno: l’italiano di fronte alla globalizzazione linguistica

Il disegno di fare dell’inglese la lingua planetaria è un progetto politico ed economico (dagli introiti incalcolabili) sollecitato, promosso e finanziato dall’esterno, che stiamo agevolando dall’interno anche se non ci conviene affatto.
L’assalto alla nostra lingua nasce anche dal voler fare dell’inglese la lingua della formazione universitaria, della scienza, del lavoro, dal suo essere diventato un obbligo (e non una scelta) nella scuola di base, un requisito per l’assunzione nella pubblica amministrazione (riforma Madia), la lingua obbligatoria per la presentazione dei progetti di ricerca italiani (i Prin e i Fis)… mentre allo stesso tempo assistiamo all’estromissione dell’italiano come lingua di lavoro in Europa.
Le fragilità tutte interne dell’italiano nascono da tutto ciò, e su questo processo si innestano le pressioni esterne dell’inglese inernazionale, dell’espansione delle multinazionali, della terminologia tecnica nel solo inglese… e tra strafalcioni, anglicismi e pseudoanglicismi che ci inventiamo da soli la combinazione di queste due pressioni è micidiale.


Nando Dalla Chiesa depreca infastidito l’uso di “finalizzare” nel nuovo significato di “concludere”, invece che “dare un finalità”, un vezzo che è partito dall’ambito sportivo, dove qualche telecronista ha cominciato a usarlo al posto di tirare in porta o segnare una rete, ma che poi si è allargato fuori da questo ambito e si ritrova addirittura tra gli accademici (“non ho finalizzato il rapporto di ricerca”) o nell’editoria. Questo uso era già registrato nel dizionario storico di Battaglia e attestato nel De Sanctis, ma era definito “raro”. Se oggi dilaga è proprio per l’interferenza dell’inglese “to finalize” che ha questa accezione. La stessa interferenza che ci porta a dire “impattare” invece che “incidere”, un altro uso che infastidisce Dalla Chiesa, ma che ancora una volta deriva dall’inglese “to impact”.

Nel distinguere gli errori oggettivi (insediarsi e insidiare) da questi ultimi slittamenti di significato delle parole che – per quanto possano essere fastidiosi – sono un fenomeno normale nella storia delle lingue, per loro natura mutevoli, il punto è che l’assalto all’italiano è l’altra faccia della medaglia dell’idolatria dell’inglese planetario, il globalese. È per questo che l’italiano va alla deriva, perché non è più in primo piano. La nuova classe dirigente è figlia dell’anglocentrismo più totale, dalla politica alla cultura, e dunque l’italiano si abbandona perché non è più al centro di questi processi, a partire dalla scuola e dalla formazione, per finire con il linguaggio mediatico. La mancanza di indignazione di fronte allo sfregio della nostra lingua nasce da un disinteresse connesso al servilismo davanti all’inglese considerato il fulcro della nuova cultura.

La linea di Maginot dovrebbe essere oggi eretta a difesa dello tsunami anglicus, l’effetto collaterale dell’inglese internazionale, della globalizzazione linguistica, della riconcettualizzazione della nostra storia in chiave anglocentrica che avviene con il linguaggio dell’anglosfera. L’anglicizzazione della nostra lingua germoglia proprio perché trova un terreno fertile nel panorama desolante di una classe dirigente che ha problemi con l’italiano perché guarda solo al globalese, e invece di comprendere che entra in conflitto con le lingue locali e le minaccia, lo considera il nuovo totem e il nuovo modello culturale, anche linguistico, destinato a schiacciare la nostra lingua. Siamo di fronte a un cambio di paradigma in cui rischiamo di fare la fine degli Etruschi, fagocitati, senza guerre, dalla romanizzazione e assimilati fino a scomparire.

Prese di posizione come quelle di Nando Dalla Chiesa sono preziose per provare a innescare almeno un dibattito che attualmente non si vede nella nostra intellighenzia che guarda solo alla nuova cultura dell’inglese, la causa principale dell’abbandono dell’italiano.

PS
Da anni scrivo a tutte le persone influenti che esternano preoccupazioni per la nostra lingua, o che la distruggono introducendo anglicismi fuori luogo. A parte la petizione a Mattarella, ho scritto a Draghi, a Di Maio, a Franceschini, a Nanni Moretti, a Elio (delle Storie tese), a Riccardo Muti…

Nessuno mi ha mai risposto.
Non potevo non scrivere le parole di questo articolo anche a Nando Dalla Chiesa, ma questa volta un riscontro è arrivato:
Sono del tutto d’accordo con Lei. Non devo dire altro.

Il gaslighting e l’arte della manipolazione dell’italiano

Lo scorso 12 maggio il gregge dei giornalisti ha colpito ancora. Tutti compatti – dalle testate locali a quelle nazionali, sia conservatrici sia progressiste – hanno dato vita a un nuovo momentaneo picco di stereotipia destinato a diffondere l’ennesimo anglicismo. Parola d’ordine: gaslighting!

Il termine è sempre stato di bassa frequenza sui giornali, circolava prevalentemente negli ambienti degli psicanalisti, ma all’improvviso la stampa deve aver pensato bene che è arrivato il momento di rompere gli argini e di procedere con lo tsunami anglicus.

Il Corriere ha persino utilizzato la locandina del film (in lingua originale) per far arrivare il messaggio e per educare il lettore al nuovo termine anche emotivamente.

Che cosa sarebbe il gaslighting

Letteralmente significa solo “illuminazione a gas”, nessun neologismo tecnico, dunque, è solo un’espressione metaforica che deriva dal titolo di un vecchio film, Gaslight (George Cukor, 1944, a sua volta un rifacimento che nasce da un pezzo teatrale del 1938 di Patrick Hamilton). A quei tempi non eravamo ancora stati colonizzati dalle pressioni di Hollywood che impongono in tutto il pianeta i titoli originali, e in Italia è noto come Angoscia.
Si tratta di un bellissimo film che ha valso un Oscar a Ingrid Bergman, la protagonista vittima delle manipolazioni psicologiche del marito che la isola in casa e approfitta di un suo stato di debolezza nel tentativo di farla impazzire, distorcendone i ricordi e la percezione in modo sistematico fino a farla dubitare di sé.
L’episodio simbolo è appunto quello delle lanterne a gas. L’uomo ne affievolisce di nascosto l’intensità, facendo credere alla moglie che quella mancanza di luce sia solo nella sua testa, in un’alterazione della realtà fatta di negazioni dell’evidenza che la inducono a concludere di essere in preda a uno stato allucinatorio privo di riscontri oggettivi.
Stando alla Treccani, negli Stati Uniti, il termine gaslighting si è cominciato a diffondere con questo significato di plagio psicologico a partire dagli anni Settanta, quando il noto criminale Charles Manson penetrava nelle case vuote spostando le cose senza rubare nulla, per generare nelle vittime lo sgomento e l’angoscia. Ma è solo nel 2012 che la parola si è diffusa in senso tecnico tra gli analisti, quando l’ordine degli psicologi l’ha inserita nelle linee guida per la valutazione dei danni psichici che questa violenza mentale comportava.

Il reato di manipolazione psicologica e plagio mentale: italiano, ciao ciao!

Nel nostro ordinamento giuridico la questione della punizione del plagio psicologico e della manipolazione mentale è problematica. Il Codice Penale prevedeva la reclusione da cinque a quindici anni per chi soggiogava una persona al proprio potere riducendola in un grave stato di soggezione (art. 603), ma nel 1981 la Corte Costituzionale ha dichiarato questo articolo illegittimo perché i suoi contorni non erano definibili in modo netto. Nel diritto penale, infatti, solo ciò che è specificato in modo chiaro e oggettivo, cioè “determinato” invece che soggetto a interpretazioni, può essere soggetto a norma incriminatrice. Esiste il reato di circonvenzione di incapace (art 643) che è punito con la reclusione da due a sei anni e con multa da euro 206 a euro 2.065, ma tutela i minori e chi si trova in uno stato di infermità o deficienza psichica e viene indotto a compiere qualcosa di dannoso per sé o per gli altri. È dunque un concetto più ampio e po’ diverso, e solo in parte sovrapponibile. Sulla questione del reato di manipolazione mentale o psicologica, come si dice in italiano, rimane perciò un vuoto legislativo che in più occasioni ha portato a dibattiti e proposte di legge per esempio davanti al fenomeno delle sette che condizionano le persone con tecniche collaudate.

Questo è il nostro quadro concettuale, e questo è il dibattito in corso da noi da svariati anni.
E allora da dove nasce che una testata come QuiComo parli di “denuncia per gaslighting” invece che di maltrattamenti, lesioni e gli altri capi d’accusa possibili in Italia?

Le tecniche di plagio dell’italiano e il reato di manipolazione della lingua

Si tratta del solito meccanismo di riconcettualizzazione alimentato dai tecnici “non-è-propristi”.

Al vertice c’è il globalese, l’inglese internazionale che punta a essere legittimato come la lingua unica della scienza, della formazione, del lavoro e di sempre più ambiti. Ma formarsi e studiare in inglese non è un particolare neutrale e innocente, induce a pensare in inglese; non si è rivelato un processo aggiuntivo, ma sottrattivo: porta a un bilinguismo squilibrato che in buona sostanza fa regredire le lingue locali sia dal punto di vista dell’elaborazione dei concetti e dei pensieri complessi, sia dal punto di vista lessicale. Le parole inglesi in questi casi non sono affatto un arricchimento, che qualcuno chiama “doni”, si trasfomano al contrario in “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita delle parole italiane e costituiscono un depauperamento linguistico e concettuale.
Quando l’Oms, che pensa e parla inglese, introduce nella lista delle malattie riconosciute il burnout, favorisce l’inglese al posto della sindrome dell’esaurimento professionale, così come quando la pratica indiana della piena consapevolezza viene ridefinita in inglese attraverso la mindfulness in italiano c’è solo quest’ultima, visto che non abbiamo una Reale Accademia di Medicina come quella spagnola, né banche dati terminologiche che, come quelle francesi, fissano e istituzionalizzano le alternative locali di piena coscienza (ne avevo già parlato qui). Noi abbiamo solo una classe dirigente anglomane che ripete a pappagallo in inglese tutto ciò che arriva in questa lingua e cultura considerata superiore.
Basta leggere qualche articolo in Rete degli psicanalisti italiani che parlano di gaslighting per rendersi conto che stanno introducendo un concetto in inglese attribuendogli un significato tecnico e peculiare che non riconoscono alla nostra lingua, e non perché non lo possiede, ma perché viene da loro negato con tecniche appunto di gaslighting, e cioè di manipolazione della realtà, di annullamento psicologico, di rimozione dei significati, di sostituzioni e distorsioni che portano a concludere che la parola inglese “non è proprio come le nostre”, e dunque è “necessaria”.
Questo subdolo metodo di condizionamento linguistico si basa su tecniche ben precise.

Il primo assunto è di considerare una parola italiana solo nel suo significato storico, e non come qualcosa di elastico che può ampliare i suoi significati, visto che il lessico delle lingue vive si evolve insieme al mondo. Questo atteggiamento, che ho chiamato “anglopurismo”, prevede che, se non esiste già una parola, ciò che è nuovo si debba esprimere in inglese. È una sorta di “purismo” rivolto contro le neologie a base italiana che cristallizza il nostro lessico solo al passato. Ma se i significati sono solo quelli di un volta e non si possono estendere, una lingua non si può evolvere, e finisce con il morire. Invece, se prima della pandemia “tamponare” indicava un incidente stradale, oggi si usa anche per il fare i tamponi clinici, così come dopo l’avvento di Internet “navigare” significa andare in Rete oltre che solcare i mari. Se davanti all’inglese neghiamo alle nostre parole questa possibilità di risemantizzazione, per cui badante non può diventare caregiver, autoscatto non è come selfie… succede ciò che è successo a calcolatore: la nostra parola autoctona è stata relegata al vecchio e alle macchine di una volta, mentre i nuovi dispositivi sono solo i computer. Il che non si è verificato in inglese, francese, tedesco… dove gli equivalenti si sono ampliati per indicare anche i modelli portatili e di ultima generazione senza alcun bisogno di usare nuove parole.

Il secondo passo è quello di concentrarsi sulle diverse sfumature che l’inglese veicolerebbe, per differenziarlo dalle nostre parole e dai nostri significati. La tesi è sempre la stessa: l’italiano non avrebbe parole altrettanto precise o capaci di rendere tutte le sfumature che vengono attribuite all’anglicismo. E così si afferma che il gaslighting non è proprio come il plagio psicologico o la manipolazione mentale, sarebbe qualcosa di più specifico: una “forma” di manipolazione che implicherebbe la negazione della realtà o di aver fatto e detto delle cose con lo scopo di minare la percezione della vittima e soggiogarla.

Se la manipolazione psicologica dovrebbe essere un reato, anche la manipolazione psicologica dell’italiano dovrebbe essere trattata alla stessa stregua.
Anche perché, se proprio non si vuole allargare il significato delle nostre parole in senso moderno o nuovo, non dovremmo dimenticare le altre strategie che le lingue vive possiedono per evolversi, oltre a importare dall’inglese, e cioè adattare, tradurre o inventare parole nuove. Anche la rimozione di queste possibilità storiche fa parte dell’attuale gaslighting linguistico.

Fare dell’anglosfera il solo modello culturale universalizzante

Affermare che il gaslighting è una tecnica di distorsione della realtà che si differenzia dal plagio o dalla manipolazione è una definizione che viene inventata, introdotta e imposta, è un battezzare e un riconcettualizzare qualcosa che già abbiamo attraverso l’inglese.

Nei titoli di giornale, però, gaslighting non viene affatto usato in questo supposto senso differente (che la metafora inglese non possiede), e si legge: “Finti furti, dispetti e maltrattamenti fino a fare impazzire la compagna” (QuiComo); “Furti simulati e gomma bucata, una trappola psicologica” (Corriere); “Violenze psicologiche sulla compagna con finti furti e vandalismi” (La Repubblica)… Ma tutto ciò è affiancato alla parola gaslighting, per educarci a usarla al posto di manipolazione mentale o plagio psicologico, facendo credere che esista addirittura un (inesistente) “reato di gaslighting“. E inducendo a pensare che tutto ciò sia qualcosa di “nuovo” che proviene dalle sublimi analisi dell’anglosfera (dunque si esprime nella loro lingua), quando un decennio prima prima che gli psicologici d’oltreoceano istituzionalizzassero questo fenomeno, Amélie Poulin (ne Il favoloso mondo di Amelie, J.P. Jeunet 2001) faceva le stesse cose (con un diverso intento): rovesciava le maniglie delle porte o scambiava i tubetti di creme e dentifrici alla sua vittima che voleva allo stesso tempo punire ed educare. Ma forse anche rubare i nanetti da giardino sarà presto etichettato dai giornali come gaslighting.

Dietro l’inglese planetario non c’è solo l’aspetto linguistico, il progetto del globalese è funzionale anche a rendere tutta la letteratura e la cultura in lingua inglese un capitale condiviso dall’umanità che diviene in questo modo il principale punto di riferimento a cui guardare, come se ogni altra cultura non esistesse o non fosse altrettanto importante. Ed ecco che da un film di Hollywood si estrapola una metafora da esportare in tutto il mondo, come se quella pellicola fosse un bene comune dell’umanità, e non un prodotto culturale di un Paese e di una cultura come tutte le altre. Come se il pianeta intero dovesse conoscere il particolare delle lanterne a gas di una trama utilizzata istintivamente dagli psicologi statunitensi solo perché fa parte della loro cultura.

Il gaslighting in Francia e Spagna

Sulla Wikipedia in italiano la voce gasligthing riporta l’alternativa “manipolazione psicologica maligna”, ma su quella in spagnolo si viene indirizzati alla voce “luz de gas“, perché gli spagnoli hanno fatto la cosa più semplice che si possa fare: invece di importare una metafora direttamente in inglese – pensate un po’! – l’hanno tradotta e dicono “luce del gas” come nella lingua originale (incredibile!). Alla voce “luce” del Dizionario della Reale Accademia Spagnola si legge: “Gettare luce del gas su qualcuno (hacer luz de gas a alguien) significa cercare di fargli dubitare della sua ragione o del suo giudizio con uno sforzo prolungato per screditare le sue percezioni e i suoi ricordi.”

E su un giornale come El País si trovano articoli che usano questa espressione normalmente!

Nel dizionario della lingua francese del Quebec, invece, usano l’espressione “deviazione cognitiva” (détournement cognitif) e dunque hanno impiegato risorse francesi già esistenti per formulare in modo ben più comprensibile lo stesso concetto che i nostri giornali vogliono diffondere in inglese, buttando alle ortiche le espressioni che abbiamo sempre utilizzato. Perché la nostra classe dirigente e i nostri intellettuali sono piccoli uomini (e piccole donne, per carità!) che si limitano a ripetere in modo acritico, come scolaretti, il pensiero dell’anglosfera nella stessa lingua, con la stessa terminologia, incapaci non solo di tradurre una metafora, ma più in generale di elaborare una propria visione del mondo e una propria cultura a livello sia concettuale sia linguistico.

Una previsione

Ho già parlato più volte dei picchi di stereotipia giornalistici che ci hanno imposto la lingua del lockdown, del green pass e delle fake news. Di solito sono caratterizzati da cicli che per un certo periodo martellano in modo ossessivo con una stessa parola fino a quando cessa di essere l’argomento in primo piano. Il risultato sulle frequenze, quando si tratta di anglicismi, è che dopo un primo picco si abbassano, ma rimangono mediamente più alte di prima: è la prima fase in cui una parola inglese è così introdotta, magari con le virgolette e le spiegazioni.
A distanza anche di anni arriva spesso un altro picco e questa volta la parola già introdotta perde le virgolette o non è più affiancata dalle spiegazioni, si dà per scontata. E in questo modo la frequenza sale ulteriormente e si radica.

Gaslighting si sta facendo strada da anni, e ha tutte le caratteristiche per affermarsi (lo tenevo d’occhio da tempo, ma ora l’ho dovuto per forza aggiungere sul Dizionario AAA).

Con il nuovo picco mediatico del 2022 il dibattito già esistente sull’introduzione del reato di manipolazione psicologica rischia di trasformarsi presto in una legge sul gaslighting, magari sull’onda di qualche campagna internazionale legata ai diritti delle donne che ne può orientare il significato su alcuni aspetti più ristretti.
Dal linguaggio mediatico l’anglicismo rischia di finire in quello politico e delle sentenze, come è già avvenuto nel caso dello stalking (persecuzione), del mobbing (le vessazioni che sono un itanglismo non in uso in inglese) del bossing (vessazioni dei superiori) o dello straining (soprusi).

Se dall’espressione iniziale del film Gaslight si è passati alla desinenza in -ing che porta dalla lanterna a gas all’attività di fare luce, si affermerà anche il gaslighter, di cui si intravedono le prime occorrenze, invece di manipolatore, così come si parla ormai di stalker, al posto di persecutore.

Non ho la sfera di cristallo, ma accetto scommesse sul fatto che la luce di questo tipo di lampade finirà, come al solito, per oscurare l’italiano.

Anglicismi e forestierismi: le abissali differenze

La guerra ai barbarismi del ventennio fascista fu fatta per motivi di principio e di autarchia e non certo perché le parole straniere – che a quei tempi erano soprattutto francesi – rappresentassero una reale minaccia per l’italiano.

L’ostilità verso i forestierismi affondava le sue radici nel pensiero risorgimentale e patriottico legato all’unità d’Italia e alle invasioni straniere che da secoli rendevano il nostro Paese una terra di conquista. E il motto di un libro come Barbaro dominio di Paolo Monelli (1933) riprendeva proprio una citazione del Principe di Machiavelli che veniva applicata alla lingua: “Ad ognuno puzza questo barbaro dominio” (cap. XXVI).
Sul piano linguistico questo sentimento si intrecciava con secoli di “purismo” e di dibattiti sulla questione della lingua, dove nel separare metaforicamente il fior di farina dalla crusca che aveva guidato la nascita dell’omonima Accademia, insieme ai neologismi, ai tecnicismi e alle parole non toscane si condannavano in blocco anche i forestierismi; persino quelli adattati come “precisazione” citata da Leopardi, o “emozione”, che in un popolare dizionario di Rigutini di fine Ottocento era bollata come un gallicismo da evitare (Giuseppe Rigutini, I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, Roma, Libreria editrice Carlo Verdesi, 1886).

“Scusate il francesismo”, che si usa ancora a oggi in modo spiritoso davanti a una parolaccia, deriva proprio da questo contesto, dal chiedere venia davanti all’uso di parole francesi come fossero offensive. E lo stesso atteggiamento di repulsione si registra anche per molti neologismi italiani, a cui non siamo avvezzi.

Di fronte alle odierne denunce per l’abuso dell’inglese, molti credono che la questione sia ancora di questo tipo. Non si sono accorti che la storia ha voltato pagina in un cambio di paradigma che rappresenta un salto e una discontinuità rispetto al passato.

Numeri, mancato adattamento e velocità di penetrazione

Il numero degli anglicismi non adattati accolti nei dizionari è attualmente superiore alla somma di tutti gli altri forestierismi crudi provenienti da tutte le lingue del pianeta messe assieme, compresi i francesismi.
Sul Devoto Oli ce ne sono 4.000, sullo Zingarelli sono 3.000, ma lo scarto è dovuto solo ai diversi criteri di classificazione: il primo dizionario tende a fare di ogni locuzione una voce a sé, mentre il secondo tende a registrarla all’interno della voce madre, per cui marketing mix si trova sotto il lemma principale marketing e non viene conteggiato dalle ricerche automatiche. Ma a parte ciò, i numeri delle voci non sono poi molto diverse se si confrontano i due vocabolari.

I francesismi crudi sono invece meno di 1.000, gli ispanismi meno di 150, altrettanti sono i germanismi. Seguono un’ottantina di parole giapponesi non adattate, una trentina arabe, una trentina portoghesi, e le voci delle altre lingue, dal russo al cinese, sono ognuna nell’ordine della decina o di poche manciate (Cfr. “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo“).

A impressionare non ci sono solo queste enormi differenze numeriche. Anche la velocità di diffusione è preoccupante. Il 90% delle parole inglese è penetrata nell’italiano negli ultimi 70 anni, fondamentalmente dal dopoguerra in poi. Nel 1990, la prima edizione digitale del Devoto Oli registrava solo 1.600 parole inglesi crude, e nel 1995, quella dello Zingarelli ne conteneva 1.800.
I meno di 1.000 francesismi non adattati, al contrario, sono l’eredità storica di substrati plurisecolari di influenza del francese. Ma vista l’affinità con l’italiano, l’interferenza del francese nel complesso ha subito un adattamento e oggi le parole di origine francese, come “emozione” sono a tutti gli effetti parole italiane, al contrario di espressioni come fake news che rimangono “corpi estranei” nel loro suono e nella loro ortografia che violano la nostra identità linguistica. Stando alle marche di un dizionario specialistico come il Gradit del 2007, oltre il 70% dei gallicismi sono stati assimilati, mentre nel caso dell’inglese le parole penetrano quasi sempre senza adattamenti e le italianizzazioni costituiscono meno del 30% dei casi. E da allora le cose sono peggiorate. Tullio De Mauro, nel confrontare i numeri del Gradit del 1999 con quelli del 2007 ha dichiarato:

Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del GRADIT mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale.
(Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136.)

In altre parole, nell’arco di una sola generazione l’interferenza dell’inglese ha raggiunto e superato quella del francese che è avvenuta in un lasso di tempo di secoli e secoli raggiungendo anche il lessico comune.

Frequenze e ambiti

Un’altra spropositata differenza tra gli anglicismi e gli altri forestierismi sta nella frequenza con cui li utilizziamo. Basta scorrere la pagina principale di un qualsiasi giornale in Rete e contare le parole inglesi. Mediamente se ne trovano a decine e le loro percentuali sono altissime, mentre nel caso delle altre lingue se ne trovano al massimo solo una o due, di solito.
Quando “chef” era solo un francesismo e si usava al posto di “cuoco” per moda e snobismo, la sua diffusione era bassa. Nel nuovo Millennio, da quando la stessa parola ci è arrivata dall’angloamericano dell’era dei MasterChef e dei FoodNetwork, la sua frequenza è decuplicata! E oggi l’italiano evoca una professione di serie B: il cuoco è quello delle trattorie e delle mense aziendali – la manovalanza – mentre nei ristoranti stellati o di lusso ci sono solo gli chef.


La cosa grave è che gli anglicismi non riguardano solo la cucina, la moda, il costume o gli ambiti marginali della società, sono penetrati senza alternative nel lessico di tutti i giorni e nei settori strategici della modernità, dove l’italiano è ormai mutilato, incapace di esprimere con parole sue – senza la stampella dell’inglese – i settori come l’informatica, la tecnologia, il lavoro, la scienza, l’economia… e da computer a marketing, da spread a lockdown, le parole italiane sono venute a mancare.

Dalla quantità al salto verso l’itanglese

L’attuale interferenza dell’inglese non ha nulla a che fare con quella del francese o delle altre lingue anche nell’impatto che sta stravolgendo la nostra lingua. Se i forestierismi si possono ancora considerare “prestiti” lessicali isolati, gli anglicismi non lo sono affatto. L’inglese produce il fenomeno delle ibridazioni e la nascita di centinaia e centinaia di parole come chattare, backuppare, downloadare, hackerare, twittare, whatsappare… ma anche zoomabile, fashionista, scoutismo… mentre le radici inglesi si accostano a quelle italiane (clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…) e parole come killer, o confissi come baby, cyber, over… si trasformano in regole generative foriere potenzialmente di infinite ricomposizioni (killer sassi killer, zanzare killer, squalo killer, cellule killer, batterio killerbaby-calciatore, cyber-criminale, over-ottantenne…). Le parole inglesi si accostano poi tra di loro in una rete sempre più fitta di ricombinazioni che si allargano nel nostro lessico con un effetto domino: food fast food, street foodpet pet food, pet sittersmart smart working, smartphone
Ci sono intere famiglie di parole declinate nelle desinenze in –ing e –er: surf/surfing/surfer, work/working/worker, shop/shopping/shopper… e tra blogger e rapper invece di bloggatori e rappatori l’inglese si trasforma in una grammatica inconscia che genera anglicismi e pseudanglicismi che vivono di vita autonoma: no global, no vax… → no + qualsiasi cosa in inglese; covid hospital, covid free… → covid + qualsiasi cosa in inglese

Tutto ciò non si vede nel caso degli altri forestierismi. L’interferenza dell’inglese si sta trasformando in una neolingua ibrida che sta producendo anche i primi prestiti sintattici dove la collocazione delle parole italiane si scombina: social media manager, green economy o green pass non seguono l’ordine di responsabile della comunicazione digitale ed economia o certificazione verde.

Negli ultimi anni stiamo assistendo alla crescita di enunciazioni mistilingue che alternano all’italiano codici in inglese sempre più complessi come off course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, last but not least, the best, real time… Questo fenomeno è in fase embrionale, ma si sta allargando e la mia impressione è che sia destinato ad ampliarsi in modo sempre più veloce e profondo. Ultimamente, nel parlato, si sentono sempre più spesso enunciazioni come too much per dire “questo è troppo”. E in questo vezzo anche i verbi cominciano a fare la loro comparsa e si infilano nell’italiano come fosse un normale intercalare, per esempio remember, don’t worry¸ stop, relax, save the datefuck you!

Dalla “questione della lingua” alla questione delle lingue

Questi sono i fatti. Continuare a blaterare che è normale che le lingue si evolvano, come si sono sempre evolute, e concludere che l’interferenza dell’inglese non è preoccupante, significa non comprendere come stiano le cose.

“Tsunami” è un nipponismo, ma non c’è alcun problema a usare un forestierismo del genere, perché è un “prestito” isolato che non rappresenta alcuna minaccia per l’italiano. Certo, qualcuno che si scaglia con l’inglese per motivi che hanno a che fare con il purismo ci sarà sempre. Ma chi non capisce la portata dell’attuale tsunami anglicus rischia di essere l’altra faccia della medaglia di questo purismo anacronistico di cui fa il controcanto. I due atteggiamenti sono altrettanto stupidi.

Il problema non sono i forestierismi, il problema è il numero degli anglicismi, e solo quelli, che hanno preso il sopravvento e non costituiscono più un arricchimento, ma un depauperamento dell’italiano. La questione non è più quella “della lingua”, ma delle lingue di tutto il pianeta minacciate dall’interferenza dell’inglese globale. Quelle minori rischiano di scomparire, ma anche quelle più forti ne escono snaturate. E in Italia, dove non c’è alcuna attenzione per l’ecologia linguistica, dove non esiste alcuna politica linguistica, e dove la nostra classe dirigente diffonde l’itanglese ed è schierata a favore del globalese, siamo messi molto male.

Millennial(s) e Gen Z: la nostra identificazione attraverso le categorie d’oltreoceano

In un articolo sul Corriere di ieri (Diana Cavalcoli, 3/4/2022) intitolato “Millennials, Gen Z, boomer: chi perde la sfida delle generazioni tra pandemia, guerra (e incertezza)”, si può leggere:

“Tacciate per molto tempo di essere delle generazioni di «bamboccioni» dalla vita facile, i Millennial e la Gen Z si trovano ad affrontare oggi sfide e complessità senza precedenti. Si pensi solo ai due anni di emergenza sanitaria, tra Dad e lockdown, seguiti dallo scoppio della guerra in Ucraina…”

Ragionamenti come questi si possono trovare un po’ dappertutto, non solo sui giornali, ma anche nei libri, nei rotocalchi televisivi chiamati talk show, sulle piattaforme sociali, chiamate social, e nelle chiacchiere dei tronisti del Web che si definiscono influencer, Youtuber e via dicendo. Sono analisi tipiche di un Paese culturalmente e socialmente colonizzato, e dietro il ricorso ai numerosi anglicismi c’è semplicemente questo fatto: non siamo più in grado di elaborare nulla, non siamo più in grado di pensare con la nostra testa. L’apparato mediatico e culturale si limita a ripetere e a diffondere il pensiero d’oltreoceano in modo acritico e pappagallesco, trapiantando categorie che non ci appartengono e facendole diventare nostre. In questo modo si attua un’opera di catechizzazione che riguarda la nostra identità.

Chi sono i Millenial(s)? Che cavolo è la Gen Z? Perché mai, per motivi anagrafici, dovrei appartenere alla X generation? È un’etichetta astratta pensata nel mondo anglosassone con cui non mi identifico affatto, che non mi descrive e mi risulta aliena e alienante.

Chi ha inventato queste categorie e questa discutibile tassonomia dalla nomenclatura in inglese piuttosto arbitraria e soggettiva? Alcuni sociologi statunitensi, ovviamente. E noi, succubi, incapaci di elaborare la nostra società, non facciamo altro che trapiantare questi concetti astratti e regalare loro un’aura di realtà, come se i millennial fossero delle entità biologiche. L’articolo in questione, del resto, non fa che ripetere le analisi di un giornalista della testata Bloomberg, Mark Gongloff, che riflette sui giovani statunitensi, e non certo italiani. Lì, anche se l’occupazione è attualmente inferiore alle media pre-pandemica, negli ultimi due anni si è registrata una forte crescita da noi sconosciuta. La giornalista, nel riprendere le stesse analisi, le applica alla realtà italiana aggiungendo che da noi è molto peggio perché “sono in aumento i «Neet», acronimo di «Not in Employment, Education or Training». Parliamo cioè dei giovani nella fascia 15-34 anni che non studiano e non lavorano e che sono saliti a 3 milioni, di questi 1,7 sono ragazze.”

In un Paese culturalmente sovrano, un intellettuale, o un giornalista, dovrebbe essere in grado di elaborare il dramma del lavoro e delle nuove generazioni in Italia. Ma poiché siamo sempre più una colonia, non ci resta che partire da ciò che si elabora negli Stati Uniti e provare ad applicarlo nella nostra provincia, attraverso concetti e categorie espresse in inglese. Ed ecco il lockdown, i Neet, la gen Z… e la miriade di anglicismi che ci schiacciano.
Io non ce l’ho con questo articolo del Corriere in particolare, è solo un esempio di una cultura e un’informazione che è ormai omologata a questi canoni in ogni ambito. È tutto così. Basta leggere sulla Wikipedia voci come Generazione Y per rendersene conto:

“Con i termini Generazione Y o Millennial si indica la generazione dei nati tra il 1981 e la metà degli anni ’90. La Generazione Y ha seguito la Generazione X ed è seguita dalla Generazione Z. (…) I membri della Generazione Y vengono detti Millennial, anche se nel linguaggio giornalistico italiano il termine è stato spesso usato erroneamente, stravolgendone il significato originale, per indicare i nati dal 2000 in poi.”

Perché mai un giornalista italiano userebbe “erroneamente” una categoria espressa in inglese come “Millennial” interpretandola diversamente da quanto scritto nei testi sacri originali? Dove sta l’errore? L’errore, il male, sta nel non identificarsi con ciò che arriva dagli Usa, come per un tolemaico non era possibile mettere in discussione ciò che attribuiva ad Aristotele, nemmeno se cozzava con l’esperienza. Personalmente parlerei per esempio di nati del nuovo millennio, per riferirmi ai figli del Duemila, e delle elucubrazioni dei sociologi americani francamente me ne infischio. E parlerei dei giovani disoccupati, come si faceva una volta, o dei tassi di abbandono dello studio per descrivere i disastri politici, sociali, economici e culturali italiani.
Ma in questo vuoto di cultura, stiamo confondendo la nostra realtà con delle categorie che vogliono descrivere e interpretare la realtà, ma che sono state concepite altrove. Queste dottrine vengono ripetute come fossero oro colato e non interpretazioni che si possono mettere in discussione o sostituire con altre più appropriate alla nostra povera Italia.

La tassonomia divulgata dalla Wikipedia, ci spiega che “Con il termine Generazione Z (o Centennial, Digitarian, Gen Z, iGen, Plural, Post-Millennial, Zoomer) ci si riferisce alla generazione dei nati tra il 1995 e il 2010”. A parte “generazione Z” invece di “Z geneation” non c’è un nome in italiano! E questo è ciò che passa il convento e genera la nuova cultura, di cui la Wikipedia non è la causa, ma l’espressione.
Prima dei Millennial (1980-1990) e della Gen Z (1995-2010) c’era la Generazione X “coloro che sono nati tra il 1965 e il 1980”.
Prima ancora c’erano i figli del Baby Boom, oggi chiamati spregiativamente boomer per indicare chi è nato tra il 1946 e il 1964 (negli anni ’60 i giovani parlavano di matusa per bollare le generazioni che li avevano preceduti).

E i nati ai giorni nostri che generazione sono? Semplice: si chiamano Generazione Alpha, sempre stando alla Wikipedia, che recita: i “membri della Generazione Alpha sono per la maggior parte i figli dei membri della Generazione X e dei Millennial. Mark McCrindle, durante un discorso a un evento TEDx nel 2015, chiamò ‘Generation Alpha’ coloro nati dal 2010 in poi.”

Tutto chiaro? Se Mark McCrindle durante un evento al Ted li ha chiamati così, non ci resta che trascrivere tutto sulla Wikipedia e farlo diventare il nostro nuovo modo di identificarci, in attesa che qualcuno, dall’altra parte del mondo, ci spieghi chi siamo (e chi saremo anche nel futuro) attraverso dei nuovi anglicismi che non sono “universali”, bensì “universalizzanti”: più che descrivere la realtà ne danno una rappresentazione concettuale ideologizzata che ci ingloba in una visione omologante, anche se ci è estranea.

Da noi un tempo c’erano i Sessantottini, che avevano fatto il ’68, poi ci sono stati gli anni di piombo, e poi quelli che erano stati chiamati gli anni del riflusso… (e c’erano anche analisi sociologiche di primo piano di intellettuali di primo piano come Gramsci, Pasolini, Umberto Eco… e non i nuovi intellettuali-satrapi). Ma queste categorie legate alle vicende generazionali italiane le possiamo ormai buttare nel cesso, perché nelle colonie è necessario riscrivere la storia con le categorie e i concetti delle società dominanti. E quando queste categorie concettuali espresse in inglese arrivano a definirci e a identificarci come generazioni, la faccenda è grave. Non stiamo importando oggetti nuovi inventati negli Usa come il mouse o il computer, stiamo americanizzando noi stessi nella newlingua che esprime il pensiero globale unico da esportare in tutto il mondo. Ma del resto ciò che caratterizza il made in Italy è l’italian design. E l’Italia è questa qua.

La creolizzazione culturale e l’educazione all’itanglese (il perché degli anglicismi)

Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” si chiedeva Draghi qualche tempo fa. È una domanda che si fanno in molti e che si sente spesso. Perché?

La risposta esce dall’ambito della linguistica. Sotto il ricorso compulsivo agli anglicismi ci sono fenomeni profondi, che sono allo stesso tempo culturali, economici ma anche psico-sociali. Hanno a che fare con una creolizzazione ben più ampia di quella linguistica, e non coinvolgono solo il nostro Paese, ma il mondo intero, travolto da una “globalizzazione” che coincide sempre più con “americanizzazione”.

Naturalmente non esistono culture pure, isolate o vergini. Tutte sono ibridate, meticce e influenzate dall’esterno, ed è un bene che lo siano, perché gli scambi portano arricchimenti. Il punto è che attualmente non si assiste ad alcuno scambio significativo, bensì a un’affermazione unidirezionale dei modelli angloamericani che si espandono in tutto il mondo e schiacciano le altre culture. Questi valori non sono “universali” ma “universalizzanti”: diventano universali perché si riescono a esportare con successo. Il motore di questo processo è l’espansione delle multinazionali angloamericane e delle loro merci, e le conseguenze culturali, sociali e linguistiche sono solo le sovrastrutture.

Dagli hamburger si passa così alla mcdonaldizzazione del mondo. Il monopolio cinematografico, televisivo e di internet produce un mondo virtuale in cui siamo immersi che finisce per inglobarci facendoci assorbire ben precisi comportamenti sociali; le pratiche di consumo indotte dalle pubblicità si trasformano in luoghi appositamente concepiti per metterle in pratica, dai fast food ai cinema multisala dove ciò che si guarda è soprattutto la produzione hollywoodiana e ciò che e si mangia è il popcorn che si appoggia negli appositi spazi previsti dalle poltrone in sala. In questo modo si arriva all’esportazione-importazione persino delle festività come Halloween, dei riti come quello del black friday, delle tradizioni come l’addio al celibato o dei conigli pasquali che affiancano le uova di cioccolato.

Senza tenere presente questo scenario non è possibile comprendere il perché degli anglicismi e dell’anglicizzazione dell’italiano.

L’alienazione culturale e linguistica

La creolizzazione è un concetto molto fumoso e di difficile definizione teorica. Dal punto di vista linguistico si riferisce ai territori coloniali dei Caraibi o dell’India, dove l’imposizione dell’inglese, a contatto con le culture locali, ha portato all’emergere di lingue miste. In Italia non esiste alcun bilinguismo a base inglese sul territorio (per adesso), e il contatto con la lingua e la cultura angloamericana è il risultato di un “sovramondo” virtuale costruito su quello locale. Basta accendere la tv, guardare un film o connettersi a internet per immergersi in questo sovramondo che non è la proiezione della realtà italiana, bensì quella della società americana che lo ha costruito e lo esporta.
Le conseguenze socio-culturali portano alla formazione di nuove generazioni globalizzate e omologate sui gusti delle pressioni universalizzanti statunitensi.

E così capita che uno studente di “storytelling” di Parma scriva racconti dove le automobili sono le Cadilllac, non le Fiat Punto che circolano per la sua città, mentre i nomi dei protagonisti delle sue storie sono in inglese, non sono certo Anna e Marco. Invece di essere in grado di raccontare e di esprimere la vita reale con la sua narrativa, questo aspirante scrittore “medio” non fa altro che proiettare la sua storia nel mondo virtuale che lo ha nutrito e cresciuto. Il mondo dei film e delle serie televisive che lo hanno formato e che ha introiettato, un mondo che nella realtà quotidiana non gli appartiene affatto, ma che scimmiotta inconsapevolmente e gli appare reale e migliore di quello che vive. In questo processo di alienazione culturale il terreno su cui si inseriscono gli anglicismi è molto fertile.

Dall’altra parte, secoli di speculazioni sull’arte della retorica – dai sofisti alle scuole di scrittura creativa che fino a qualche anno fa erano ancora in voga – sono state spazzate via dal piattume di uno “storytelling” di matrice americana in una riconcettualizzazione della scrittura persuasiva e delle tecniche di narrazione di natura pragmatica, e spesso becera, che annulla la storia profonda della nostra cultura e la riscrive spacciandola come una tecnica nuova e priva di legami con quelle che sono sempre state le nostre radici. E così il circolo si chiude e tutto torna. Ma la storia del colonialismo ripercorre proprio gli stessi schemi.

Il colonialismo culturale

Il colonialismo dei secoli passati, imposto con le armi, ha lasciato il posto a una nuova forma morbida di colonialismo culturale che salta la fase della spada, ma alla fine non fa che produrre con altre forme il medesimo processo di assimilazione.
Lo aveva capito Agricola, elogiato da Tacito per aver saputo romanizzare i Britanni, dopo la loro sottomissione militare. Senza questa fase, la conquista non avrebbe potuto avere alcun effetto duraturo.
Il “Tacito asservimento” è avvento attraverso l’edificazione di tipo romano (oggi sono invece i grattacieli di una città come Milano a ridisegnarne lo skyline), attraverso l’importazione delle toghe (oggi c’è l’outfit fatto di T-Shirt, jeans e sneaker). E poi attraverso il trapianto dei costumi romani (oggi lo si fa attraverso Netflix, Google e via dicendo), o con il diffondere le “squisite mense” romane (oggi i fast food e i MasterChef che trasformano la cucina in cook). E infine tutto si è compiuto con l’imposizione della lingua romana a partire dai figli dei capitribù (cioè i rampolli della classe dirigente), in modo che da “disprezzata” divenisse “bramata”. La conclusione di Tacito è che i Britanni alla fine chiamavano la romanizzazione “cultura”, ma era al contrario il loro asservimento.

Sedotti dai valori universalizzanti del nuovo impero globale, un sovramondo virtuale che ricopre ogni territorio, oggi ci asserviamo da soli, come forse hanno fatto gli Etruschi che si sono romanizzati senza guerre sino a scomparire in un’assimilazione con la civiltà che li ha fagocitati.

L’italia creola che crede di essere internazionale

Se lo scrittore africano Thiong’O ha raccontato il dramma delle scuole coloniali inglesi che hanno fatto di questa lingua il requisito della cultura, uccidendo le culture locali e impedendone ogni altra, noi oggi spendiamo delle fortune per mandare i figli dell’alta borghesia nelle scuole di lingua inglese che sono spacciate per internazionali, invece che coloniali, e suonano blasonate e superiori.

Nelle università, nel mondo del lavoro o in quello della scienza il monolinguismo dell’inglese internazionale spazza via tutto il resto, e rende l’apprendimento di ogni altra lingua e cultura qualcosa di superfluo come saper suonare il pianoforte. Ma essere internazionali ed esseri anglofoni sono concetti molto diversi. Il mondo non coincide affatto con l’anglosfera come si vorrebbe far credere, è ben più ampio, complesso e sfaccettato. Identificare la cultura e la lingua inglese con l’internazionalità fa parte di un progetto neocolonialista che prevede l’americanizzazione del mondo, un progetto funzionale agli interessi dei Paesi anglofoni che non ci conviene affatto, anche se facciamo di tutto per perseguirlo senza comprendere che ci sta distruggendo.

Eppure, basterebbe studiare la storia delle imposizioni colonialistiche di una lingua, per comprendere cosa sta avvenendo: prima si conquistano le istituzioni, poi l’intellighenzia, la classe dirigente e dunque l’università; seguono le grandi città, e alla fine tutto si espande anche nei centri periferici e rurali.

I collaborazionisti dell’inglese

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” diceva Churchill nel 1943 (Discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre).

E mezzo secolo dopo, l’ex funzionario dell’amministrazione Clinton, David Rothkop, ha dichiarato:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Invece di contrastare questo disegno perseguendo i nostri interessi e ponendo l’italiano al centro di una politica linguistica che sia in grado di proiettarlo sul piano internazionale, in Italia, ma anche in Europa, da decenni i ministeri dell’Istruzione investono una quantità spropositata di risorse per promuovere l’inglese globale dall’interno, a scapito del multilinguismo. Il risultato delle pressioni esterne globalizzanti, e di questi sforzi interni, ha già conquistato le nuove generazioni, educate al solo inglese nella scuola sin dall’infanzia, e americanizzate attraverso il linguaggio dei film, dei videogiochi, dell’intrattenimento… E poi ha conquistato i professori, la classe dirigente e gli intellettuali che hanno perso ogni ruolo critico in grado di esprimere il dissenso per diventare il principale strumento di omologazione. Costoro son diventati i principali “collaborazionisti” dell’inglese, per riprendere un’espressione del filosofo francese Michel Serres, si annidano nelle élites e sono i primi a identificarsi con i concetti d’oltreoceano

Ecco perché “dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi”, vorrei rispondere a Draghi. Perché la catechizzazione all’inglese e all’itanglese è sorretta e predicata proprio dalla classe dirigente che lui rappresenta. E per comprenderlo basta togliersi i paraocchi e vedere cosa accade quotidianamente con qualche esempio molto concreto.

Educare all’inglese

Nella nuova riconcetualizzazione e rimappatura della realtà veicolata dai giornali non si fa altro che educare all’inglese e promuovere la cancellazione dell’italiano e delle nostre radici storiche. Questo approccio catechizzante prevede che ogni genere di cosa o concetto si introduca o ribattezzi ripetendo l’inglese a pappagallo e spacciandolo come qualcosa di reale o di necessario. Si trapianta l’inglese e lo si sostituisce all’italiano, perché l’inglese è il nuovo totem da cui attingere, e c’è solo quello: la lingua e la cultura italiana si riducono a ripetere e importare in modo servile e acritico tutto ciò che arriva da un unico modello socioculturale, quello dei Paesi dominanti.

IL DRILLING
E così su Orizzonte Scuola si può leggere: “Inglese: il drilling per entrare in sintonia con la lingua. Cos’è e come usarlo in classe”.

Di che cosi si parla? In cosa consiste questa innovativa e straordinaria pratica? Semplice:

“Esiste una metodologia didattica di insegnamento della lingua straniera che più delle altre consente agli studenti di entrare in sintonia con la lingua studiata, nel nostro caso l’inglese. Si tratta del drilling, che favorisce l’assimilazione delle strutture grammaticali, il miglioramento della pronuncia e dell’intonazione. Essa consiste nella ripetizione ad alta voce delle frasi o delle parole pronunciate dall’insegnante.”

Ci rendiamo conto della pochezza che si cela sotto la solennità dell’inglese? La ripetizione ad alta voce delle frasi, la stessa tecnica secolare impiegata dai talebani per imparare a memoria il Corano, viene nobilitata attraverso l’ennesimo anglicismo-supercazzola che la rende innovativa. E nell’assenza di spirito critico, si ripete questa geniale metodologia andando sempre più a fondo:

“Adesso è arrivato il momento di presentarvi tre tecniche specifiche di drilling: repetition drill, substitution drill e backchaining drill. Vediamole nel dettaglio…”

Queste tre pratiche introdotte in inglese sono semplicemente la ripetizione della parola, la ripetizione con sostituzione, e la ripetizione al contrario. E con un’anglo-idiozia dopo l’altra, il corso prosegue con analoghe banalità che non sono più espresse in italiano, ma attraverso un lavaggio del cervello fatto di concetti come “il guessing game (Indovina cos’è) oppure il disappearing text (Testo che scompare).”

Quando invece di tradurre e reinterpretare questo tipo di metodologie le ripetiamo e “drilliamo” attraverso i concetti e i termini in inglese, ci stiamo comportando da colonizzati.

IL DOOMSCROLLING
Passando dalla scuola alla divulgazione scientifica, ecco come la rivista Focus ci colonizza con il doomscrolling:

Si tratta della ricerca compulsiva di cattive notizie e viene presentato in inglese, la lingua superiore da ripetere senza volere né essere in grado di reinterpretare con i nostri concetti:

“Il doomscrolling è un neologismo inglese entrato nell’Oxford Dictionary nel 2020: la parola indica la tendenza a cercare in modo ossessivo cattive notizie online, scorrendo (scrolling) sullo schermo del nostro telefonino (o tablet, o pc) per informarci sulle sventure (dooms) che accadono nel mondo.”

L’inglese è dio, è la nuova religione, e lo si deve trapiantare e ripetere, mentre l’italiano è una lingua inferiore e impotente di cui vergognarsi.

IL CORE TRAINING
Su AtuttoNotizie possiamo imparare che cos’è il core training:

La risposta è banalmente negli esercizi dei muscoli stabilizzatori:

“Desiderate rafforzare i muscoli dell’area addominale, lombare e del bacino? Il core stability training è ciò che fa al caso vostro. Si tratta infatti di una tecnica pensata proprio per allenare il “core”, il “nucleo del corpo“, ovvero quella zona compresa tra la porzione inferiore del busto e il margine inferiore del bacino. Scopriamo insieme in cosa consiste e quali sono i suoi benefici…”

IL SUNDAYRESET E IL PEARLCORE
Io Donna riconcettualizza il mettere in ordine la casa, il riordinare – una mania che aveva anche mia nonna! – con il nuovo e intraducibile concetto del sundayreset con cui ci educa.

Amica ci insegna un’altra cosa nuova e fondamentale: se vanno di moda le collane di perle siamo di fronte a una tendenza pearlecore.

E così lo studio del nome diventa naming (“Logo e naming per una brand identity efficace”), chi fa formazione introduce gli speed mentoring, gli psicologi parlano di mindfulness e di token economy

La colonia Italia

Con questa classe dirigente, intellettuale e politica l’italiano è finito. Perché è finita la nostra capacità di pensare – e dunque parlare – in modo autonomo. Dovremmo avere il coraggio di dire la verità: queste cose mostrano che l’Italia è una colonia.
I giornali anglofoni hanno chiamato le nostre restrizioni anticovid lockdown, e dal giorno dopo abbiamo ripetuto anche noi questa parola senza più alternative! Trump ha parlato di fake news, e da quel giorno, come sudditi, lo abbiamo fatto anche noi!

Questi non sono semplici prestiti, sono il sintomo del tracollo della nostra lingua, e questo inglese è la diffusione dell’ignoranza della nostra storia e cultura.
La nostra creolizzazione lessicale non ha che fare solo con i cosiddetti “prestiti linguistici”. Siamo in presenza di una creolizzazione culturale ben più ampia di cui gli anglicismi non sono la causa, ma l’effetto. Ubriachi di inglese, lo facciamo nostro, e in preda alla nostra alberto-sordità che ha perso ogni componente comica ci inventiamo da soli suoni-concetti risemantizzati in modo maccheronico che non appartengono né all’italiano né all’inglese: il green pass al posto del certificato verde, il telelavoro è detto smart working, gli assistenti familiari sono caregiver, le vessazioni mobbing, gli orientatori navigator… E mentre i neologismi sono sempre più in inglese, i “prestiti sterminatori” uccidono le nostre parole storiche e completano il quadro.

Su questo scenario, il problema non sono i singoli anglicismi, alcuni dei quali non sono destinati a radicasi, ma il fatto che non ci sia giornalista, tecnico, scienziato, intellettuale, personaggio pubblico, politico… che non introduca un nuovo concetto in inglese per designare qualcosa di nuovo o presunto tale. Questa nuvola anglicizzata, che ho definito la panspermia del virus anglicus, ci avvolge con un’intensità di un ordine di grandezza superiore al numero delle parole inglesi registrate sui dizionari.

È una follia collettiva irrefrenabile, una nevrosi compulsiva che diffonde i suoni inglesi anche quando siamo di fronte all’aria fritta. E infatti friggere con l’aria diventa Air fry, secondo Paolo Giordano il Waning è la parola chiave per comprendere quanto dura l’effetto di un vaccino, una camminata per raccogliere i rifiuti è il plogging, lavorare dal sud è il South Working


E l’italiano ciao ciao!

La grammatica dell’itanglese

Chi non conosce il fenomeno dell’exploring nell’innamoramento?
È un concetto che in italiano potremmo tradurre con “fase iniziale di esplorazione conoscitiva nella formazione di una coppia”. La durata di questo periodo può variare, ma si tratta di un processo delicato e determinante per il successivo consolidarsi del legame di coppia.

Non lo avevate mai sentito?
Ci siete cascati?

L’exploring l’ho inventato io in questo momento e non esiste, come non esiste il libro in figura. Ma il punto è un altro. È vero che la fase iniziale della conoscenza è importante. E anche se battezzare tutto ciò con “exploring” è un falso, suonerebbe serio, plausibile e anche suadente, nella bocca del sedicente esperto.

Perché?
Perché nella “fase iniziale della formazione” di una parola-concetto, basta che suoni inglese per apparire fondamentale; e anche perché la suffissazione in “-ing” è diventata così frequente da essere non solo normale, ma foriera di infinite possibili neo-coniazioni ibride.
È arduo quantificare tutte le forme in “-ing” che ci tocca ing-oiare, ma basta fare zapping sui dizionari e sui giornali per fare un po’ di “chiaring” sull’attuale restyling dell’italiano.

I suoni in “-ing”

Nel mondo del lavoro, dopo l’epoca dei meeting, le riunioni creative sono spacciate per brainstorming, una prenotazione è booking, la pianificazione il planning, la tempistica il timing, l’esternalizzare è outsourcing, la pubblicità advertising, le confezioni packaging; si parla come fosse normale di branding e briefing, di merchandising e di franchising, e tra parole come platforming, engineering, manufacturing e tante altre, nell’era del marketing questa è la lingua che si impiega per indurre allo shopping.
Vanno di moda il counseling e il coaching, nell’editoria le revisioni sono diventate l’editing, lo scrivere è il writing, e c’è anche il ghostwriting, oltre allo stoytelling. Mentre le letture diventano reading e la scelta del carattere è il lettering, l’inglese è ormai overbooking.

Nel linguaggio informatico, per essere multitasking, si impone lo “switching alla terminologia inglese: lo scrollare le pagine è lo scrolling, i grafici utilizzano il morphing, bisogna stare attenti allo spamming e al phishing, e poi c’è il debugging, l’hosting e l’housing, lo streaming, il podcasting e il webcasting. Sul cellulare c’è il roaming, e le piattaforme di dating ci permettono di cercare partner nella speranza di fare almeno un po’ di petting.

Le parole in “-ing” spopolano nel linguaggio economico (trading o dumping), persino in quello della giurisprudenza che dovrebbe stare un po’ più al sicuro (dai contratti leasing allo stalking e al mobbing) e in ogni ambito. Nel casting degli anglicismi ci sono i fenomeni di costume come fare outing, c’è il bookcrossing, il caravanning, la cucina è cooking e richiede il catering, l’assistenza infermieristica è il nursing, la pesca incontrollata è l’overfishing, nelle “beauty farm” si offre il peeling, nelle palestre si fa bodybuilding… Nello sport, dopo il dribbling e il pressing, oggi va forte il curling, ma c’è anche il trekking, il surfing e il windsurfing, il canyoning e il rafting, lo spinning, l’acquaspinning e l’aquaplaning e poi il Nordic Walking, il footing, il jogging e il running.


L’italiano si sta facendo proprio un bel lifting. Tutto chiaro o devo fare lo spelling?

Lo pseudo-anglicisming

Queste sono solo le parole più popolari, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre, meno frequenti o più tecniche. E un fenomeno come questo non si può spiegare con la favola dei prestiti linguistici. Non stiamo importando parole isolate, stiamo trapiantando un preciso suono e una precisa suffissazione che si trasforma in una grammatica inconscia e in una regola formativa.

Tra queste parole, infatti, ce ne sono molte che sono pseudoanglicismi assenti nell’inglese. Si tratta di veri e propri itanglismi, apparentemente inglesi, costruiti su quel modello linguistico, invece che sui nostri suoni.
In inglese il lifting non è un ritocchino, ma un “sollevare” e un campeggio non è un camping. Camping è l’atto di dormire in tenda o all’aperto, mentre il luogo dove ciò avviene si chiama camping site o campsite. Lo stesso si può dire di parking, che è il parcheggiare e non il parcheggio (car park cioè parco auto).
Anche il mobbing che in italiano indica i comportamenti vessatori sul lavoro, in inglese indica invece un “assalto di gruppo” e l’accezione italiana è incomprensibile per un anglofono. Eppure su questo modello si sono poi sviluppate parole come straining (forma di mobbing leggero o attenuato: sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19 febbraio 2018) o bossing (soprusi del capoufficio o dei superiori).

La suffissazione istintiva: petaloso, footing ed escalering

Stando alla Treccani, la parola “petaloso” era comparsa in un articolo di Michele Serra nel 1991. Ma la storia di questa “non-parola” deve la sua fortuna alla stessa suffissazione apposta a petalo da parte di un bambino delle elementari che l’ha impiegata nel 2016. Se avesse avuto un’altra maestra il suo tema sarebbe forse finito in un libro di “errori” come E io speriamo che me la cavo che raccoglieva gli strafalcioni di 60 temi. Ma l’insegnante di turno rimase invece colpita dalla creatività dell’alunno – il sentimento fu espresso in itanglese con un bell’OK – e la segnalò alla Crusca. I cruscanti, gentilmente, risposero che il neologismo era ben formato, ma che non era in uso. La verità è che certe suffissazioni in “-oso” sono diffuse da decenni nelle pubblicità (morbidoso, comodoso, scattoso) e proprio in quegli anni spopolava l’inzupposo del Mulino Bianco in bocca ad Antonio Banderas. Che cos’hanno in comune uno straniero e un bambino? Entrambi costruiscono la loro grammatica per analogia, senza sapere che certe parole non esistono, e non sono in uso, anche se ben congegnate. Perché la loro padronanza del lessico è scarsa.
Ecco, la stessa cosa si può applicare a molti degli pseudanglicismi all’italiana. E dopo petaloso, il prossimo neologismo da rotocalco potrebbe essere per esempio petalosity, invece di petalosità, visto che l’inglese è il nuovo modello formativo a orecchio e istintivo per ogni neologia.

I meccanismi sottostanti ai neologismi a base inglese non coinvolgono solo l’italiano; nell’attuale “tsunami anglicus” globalizzato si ritrovano (in maniera ridotta) anche altrove. La traduttrice Anna Ravano mi ha girato un articolo spagnolo che segnala proprio l’invenzione di “escalering” per indicare la pratica sportiva del salir le scale.

E, passando al francese, molto probabilmente è da lì che abbiamo importato lo pseudoanglicismo footing (cfr. “All’origine degli pseudoanglicismi: footing e autostop”), uno dei più antichi, che risale alla fine dell’Ottocento ed è stato ricavato arbitrariamente dalla radice foot (piede).
Se in francese e in spagnolo questi fenomeni sono ben più sporadici, in italiano sono oramai inarginabili, e non accadono solo per i suoni in “-ing”. Stiamo assistendo a un numero sempre più ampio di radici inglesi che si ibridano, si ricombinano tra loro, si espandono nel nostro lessico e si trasformano così in qualcosa che è più ampio del “prestito lessicale”: diventano regole formative costruite sull’imprinting dell’inglese.

Suffissazioni in “-er”

Nel 1966, nel finale del film di Sergio Leone Il buono, il brutto, il cattivo, c’era la scena del triello, il duello a tre che è diventato il titolo della colonna sonora di Ennio Morricone. La parola è stata poi annoverata nei dizionari ed è persino diventata una popolare fase di gioco del programma L’eredità su Rai 1, attualmente condotto da Flavio Insinna.

Nella puntata del 9 marzo scorso, lanciando il gioco, il conduttore ha parlato scherzosamente di “triellers” per indicare i triellanti, come si potrebbe costruire per analogia sul modello di duellanti. Ma la cosa che mi ha colpito è che #triellers è davvero un’etichetta usata su Twitter dai fanatici del programma che si cimentano in diretta nell’indovinare le soluzioni (traduzione dell’ultimo periodo un po’ difficile e da “boomer”: l’hashtag dei tweet dei fan per i contest online in real time).

Perché accadono queste cose? Perché ci vien da dire triellers invece di triellanti?

Perché i ciclisti e motociclisti diventano biker, i ciclofattorini sono detti rider, gli autisti driver, gli scrittori writer, i creativi pubblicitari copywriter e i parolieri song writer, i giocatori e anche i protagonisti della scena sono player, i diretti interessati sono stakeholder, gli influenti sono infuencer, gli odiatori hater, gli spacciatori pusher, gli artisti perfomer, gli inviati reporter e i fotografi fotoreporter, gli allibratori bookmaker, gli agenti di cambio broker, i padroni o i timonieri di un’imbarcazione skipper, i persecutori stalker, gli allenatori trainer, i transessuali transgender, gli addetti ai lavori insider e i vincitori inaspettati outsider, i controllori controller, gli escursionisti trekker, i corridori runner, i disegnatori industriali designer, gli annunciatori speaker, i navigatori surfer, i guerrieri fighter… E così tra bomber, stopper, hipster, hacker, youtuber… accade che chi fa spam non sia uno spammatore ma uno spammer, così come un rocchettaro è un rocker, un bloggatore un blogger… in attesa che i lavoratori diventino forse jobber, i saltatori jumper, i pattinatori roller, e gli acquirenti shopper… e già si vedono le prime tracce anche di questi usi.

L’italiano evolve quasi solo anglicizzandosi, ed ecco perché poi spuntano, seppur scherzosamente i triellers, perché abbiamo abbandonato il suono dell’italiano per fare nostro quello inglese, e ci stiamo dirigendo forse verso l’assimilazione delle “s” per indicare i plurali che prendono piede sempre di più anche sui giornali e in altri linguaggi di settore (soft skills, stakeholders…).

C’è un caso davvero emblematico che ben rappresenta lo stato della nostra lingua nella sua transizione verso l’italiano newstandard, quello degli umarells.

Anglicizziamo anche i dialetti: l’itangletto degli umarells

Da qualche tempo si è diffusa una voce di origine dialettale per indicare quei pensionati che guardano con le mani dietro la schiena gli scavi nei cantieri, controllando lo stato dei lavori, disapprovando le modalità di intervento o erogando consigli su come si dovrebbe intervenire nel giusto modo. La parola umarell (con due elle), registrata dallo Zingarelli nel 2007, nasce dal dialetto bolognese umarèl, cioè un dispregiativo di “uomo” che corrisponderebbe in italiano a ometto, omiciattolo o omarello, volendo adattarlo. Si tratta di una voce recente, visto che non è contemplata dai dizionari dialettali ottocenteschi che riportano invece termini come umêtt, umarêtt, umein, umarein e uminein (cfr. Marco Brando, “Umarèll, la parola in cantiere“, Treccani, 10/1/22). La voce si è poi diffusa un po’ in tutta Italia ed è diventata un internazionalismo annoverato addirittura nella Wikipedia in inglese.

A scatenare la fortuna della parola è stato Danilo Masotti, un simpatico personaggio che nel 2015 ha preso “umarel” e gli ha attribuito il nuovo significato da macchietta in articolo del suo blog Spettro della bolognesità per poi aprire un sito dedicato all’argomento che si chiamava “umarells”, con la geniale pensata di raddoppiare la “l” finale e di appiccicare alla voce bolognese la “s” del plurale all’inglese che dava al tutto una patina di moderna pseudointernazionalità. Ne è scaturito anche un libro intitolato Umarells forever (dove la dicitura “per sempre” seguiva il titolo in inglese come una didascalia, anche se nell’ultima edizione è stata anticipata). Questo episodio non è isolato. Con il pretesto di essere spiritosi spuntano i triellers e gli umarells, ma ci sono anche gli youtuber vibonesi che si chiamano “Terrons” come ci sono gli “italians” di Beppe Severgnini. Forse sarebbe ora di cominciare a parlare anche di bolognesity, invece che di bolognesità, e di usare un più moderno ghost, al posto di un arcaico spettro.

Tutto ciò per ora è un vezzo comico estemporaneo e occasionale – si potrebbe forse dire one shot che tende a rimpiazzare una tantum nell’attuale sostituzione del latinorum con l’inglesorum – ma ridendo e scherzando è anche la spia di un processo psicolinguistico ben più profondo.

Che cosa si agita nella testa di chi ricorre a queste commistioni?
Lo stesso processo mentale che senza alcuna ironia ci fa dire writing invece di scrivere, reading invece di declamare, blogger invece di bloggatore, hater invece di odiatore, economy invece di economia, green invece di verde, smart invece di intelligente… in una catena di espressioni che travalicano il concetto ingenuo del “prestito”.
Io non ce l’ho con Masotti o i triellers, sia chiaro, ma una mente linguisticamente “sana” – o “decolonizzata” per usare l’espressione di Ngũgĩ wa Thiong’o – partorirebbe triellanti e omarelli, o lascerebbe una voce dialettale senza anglicizzarla con la “s” e gli accostamenti a forever.

Il problema dell’italiano 2.0 sta tutto qui: i nostri suoni non ci vengono più spontanei, non ci piacciono più, li dobbiamo abbandonare o mescolare a quelli inglesi creando di continuo nuovi itanglismi.

È una nevrosi compulsiva irrefrenabile in ogni ambito. Per questo ogni titolo di manifestazione culturale o gastronomica si esprime ormai in inglese – come nei titoli dei film – o con giochi di parole che ammiccano all’inglese; per questo Alitalia è diventata ITA Airwais (con la “s” del plurale), per questo il portale per celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme tranne la lingua si chiama ITsART, per questo l’italiano sta morendo e si sta trasformando in una lingua creola.

L’identità dell’italiano davanti allo tsunami anglicus

Fino a che punto una lingua può importare voci da un’altra senza snaturarsi?
Davanti all’interferenza dell’inglese, fino a che punto il nostro idioma può evolversi senza trasformarsi in qualcosa di altro, che si chiama itanglese e porta a una creolizzazione, invece che a un’evoluzione?

La risposta sta nel riflettere sull’identità di una lingua. Una questione che nel caso dell’italiano è emersa sin dal suo apparire, e si ritrova in Dante, alla ricerca di un volgare “illustre” in grado di superare ogni “municipalità” territoriale e di essere inteso in tutto il Paese.
Nel lessico della Commedia si trovano parole di altri dialetti insieme a quelle di origine provenzale, latina, araba e di varie altre provenienze, ma tutto è stato divinamente toscanizzato, e cioè adattato a un preciso “suono” destinato a diventare quello che caratterizza la lingua del bel paese là dove ‘l sì suona.
Quel suono che all’estero gode di una nomea e di un’ammirazione che poche altre lingue vantano. Quel suono che stiamo gettando via con una certa alberto-sordità per passare all’english sound con cui crediamo di farci belli – ma spesso siamo semplicemente ridicoli – nella convinzione di essere internazionali. Dante avrebbe di sicuro bollato l’itanglese come “un’orribile favella” e una “spaventevole” commistione di diverse lingue tipica del tumulto infernale.

Oggi il problema dell’identità linguistica sembra essere sottaciuto da molti studiosi che sottovalutano la nostra anglicizzazione o considerano gli anglicismi dei doni e degli arricchimenti. Eppure, in passato, tutti avevano ben presente la differenza tra “arricchimento” e “snaturamento”. Anche i più agguerriti critici del purismo. Anche i più grandi teorici favorevoli all’accoglimento delle parole straniere.

L’identità linguistica in una prospettiva storica

Nel Cinquecento, mentre i puristi censuravano ogni parola dialettale, ogni barbarismo e ogni neologismo in nome della purezza della lingua delle tre corone toscane (Dante, Petrarca e Boccaccio), molti altri autori si schieravano sul fronte oppposto, e proclamavano che senza un’evoluzione che accogliesse ciò che era nuovo o arrivava da fuori, l’italiano si sarebbe ridotto alla lingua dei morti. In virtù della sua presunta “perfezione” avrebbe finito per cristallizzarsi in una lingua immobile, incapace di evolvere.

Niccolò Machiavelli
Nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, Niccolò Machiavelli (molto probabilmente) sosteneva la necessità di “accatar” parole dalle altre lingue.
Ma una lingua “convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, ed è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro; perché quello ch’ella reca da altri, lo tira a sé in modo che par suo.”

Machiavelli si poneva dunque il problema di importare senza “disordinare” la propria identità linguistica, cioè di far diventare ciò che importiamo “parole nostre”, adattandole ai nostri suoni. Era dunque “necessario” importare nuovi vocaboli, “ma riducendosi, nel parlare, con i modi, con i casi, con le differenze e con gli accenti, fanno una medesima consonanza con i vocaboli di quella lingua che trovano, e così diventano suoi; perché, altrimenti, le lingue parrebbono rappezzate e non tornerebbono bene.”

E nel dialogo che immaginava di avere con Dante, l’autore gli metteva in bocca queste parole, a proposito dei latinismi utilizzati nella Divina Commedia: “Perché le dottrine varie di che io ragiono, mi costringono a pigliare vocaboli atti a poterle esprimere; e non si potendo se non con termini latini, io gli usavo, ma li deducevo in modo, con le desinenze, ch’io gli facevo diventare simili alla lingua del resto dell’opera.”

Ludovico Antonio Muratori
Un paio di secoli dopo, nel 1706, anche Ludovico Antonio Muratori, in Della perfetta poesia italiana, scriveva cose molto simili: “Nel secolo supposto d’oro, in cui gli Scrittori e dalla stessa Latina, e dalla Provenzale, e da i vari Dialetti d’Italia presero non pochi vocaboli, e modi di parlare, e li fecero divenir propri dell’Italiana.” E nel suo criticare il purismo di Bembo e dell’accademico della Crusca Salviati, che consideravano il modello dell’italiano quello dei grandi classici del Trecento, replicava: “Basta leggerli, e prender le mosse dal mezzo del cammin di nostra vita, ove son mille e mille rancidumi, e vocaboli affatto Latini, crudi, e oscuri, condannati dal Bembo stesso.” E quindi si domandava perché mai gli autori moderni non dovessero fare come gli antichi. Le parole nuove arricchiscono una lingua, invece di imbarbarirla: “Che se dopo la morte del Boccaccio si sono aggiunti alla Lingua molti vocaboli, e non poche locuzioni nuove: tanto è lontano, che la Lingua possa perciò dirsi intorbidata, che piú tosto dee confessarsi, esserne ella rimasa maggiormente arricchita, inleggiadrita, e nobilitata.”

Ancora una volta, la questione dell’identità linguistica era semplice e scontata: l’evoluzione passava per l’adattamento e il far divenire italiano ogni barbarismo.

Alessandro Verri
Sessant’anni più tardi, Alessandro Verri, dalle pagine del Caffè, lanciò la celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”, un vero e proprio manifesto contro il conservatorismo linguistico in nome della modernità: “Se il Mondo fosse stato sempre regolato dai Grammatici” non avremmo né case, né carrozze, né industria, scriveva. La conclusione fu la “solenne rinunzia” alla pretesa purezza della toscana favella: “Se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone, noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo.”

Anche Verri, con la parola “italianizzando” dava per scontato ciò che molti linguisti di oggi fanno finta di non capire. Ma se l’articolo del Caffè era solo una provocazione, alla fine del Settecento la questione fu ripresa da Melchiorre Cesarotti con ben altro spessore teorico.

Melchiorre Cesarotti
Nel Saggio sulla filosofia delle lingue, Cesarotti mostrava che non esiste alcuna lingua “pura” né inalterabile, e tutte, inizialmente, sono “barbare”, perché nascono dall’uso e dalla contaminazione, e non dai principi di autorità o da ordini prestabiliti. L’autore era favorevole ai francesismi che imperavano nel secolo dell’Illuminismo, e anche ai neologismi e ai tecnicismi, diremmo oggi. Ma distingueva il “genio grammaticale“, cioè la struttura di una lingua che deve rimanere immutabile (per esempio il sistema dei casi e delle declinazioni del latino), da quello “retorico” cioè la parte che si può e si deve cambiare, e che comprendeva il lessico, i prestiti, le parole derivate e gli usi traslati dello stile. E su quest’ultimo punto ricordava che gli scrittori sono liberi di ampliare i significati e di creare neologismi per analogia, per cui, nell’accettare parole come magnetismo, elettricità o chimica in senso tecnico, è poi normale che nascano usi metaforici e per estensione, come “sguardo magnetico”, “elettrizzar gli spiriti” o “chimica intellettuale” (cioè affinità).
Insomma, non c’è nulla di male ad adottare parole straniere – ma come male necessario e con cautela – e non si può sostenere che i forestierismi “guastino” una lingua. Ma ciò deve avvenire solo a determinate condizioni. Queste parole non devono intaccare la struttura della lingua e non devono entrare in contrasto con il genio grammaticale: “Quando un termine è conveniente all’idea, quando rappresenta vivamente l’oggetto o colla struttura de’ suoi elementi, o con qualche somiglianza o rapporto; quando inoltre è ben derivato, analogo nella formazione, non disacconcio nel suono, di qualunque autore egli siasi, a qualunque data appartenga, sia esso parlato, o scritto, o immaginato, sarà sempre ottimo, e da preferirsi ad altri insignificanti, strani, disadatti, che non abbiano altra raccomandazione che quella del Vocabolario.”

Giacomo Leopardi
Tutte queste riflessioni sono alla base anche delle posizioni di Leopardi. Nello Zibaldone scriveva che benché gli “europeismi” scientifici, e altre parole come “precisazione”, fossero spesso bollati come “barbarismi” provenienti dal francese, non erano affatto da condannare. E un vocabolo, “venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo.”

Anche per Leopardi, il criterio di demarcazione tra i prestiti che “corrompono” una lingua e quelli che la “arricchiscono” era molto chiaro: l’adattamento, l’italianizzazione. E venendo alla nostra lingua, scriveva: “Questo appunto è ciò di cui è capace, e non di perderla ed alterare il suo carattere per prenderne un altro forestiero, del che non fu e non è capace nessuna lingua senza corrompersi. E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili.”

L’identità linguistica oggi

Oggi i linguisti si pongono nei confronti della lingua in modo descrittivo e il loro approccio si può riassumere nella massima per cui una lingua non va difesa, va studiata. Ma sembra che, nel far ciò, troppo spesso dimentichino che nell’evoluzione linguistica dei paletti vanno mantenuti.
Le migliaia di anglicismi che importiamo, reinventiamo e utilizziamo in modo crudo non hanno la “consonanza” auspicata da Machiavelli che li rende parole “nostre”: invece di “disordinare” la lingua di provenienza, “disordinano” la nostra che ne risulta “rappezzata”. Se non li facciamo “divenir nostri” come spiegava Muratori, invece di “arricchire, inleggiadrire, e nobilitare” il nostro idioma, lo rendono “intorbidato”. Se non li “italianizziamo” come proponeva Verri, rimangono “disacconci nel suono” e nella formazione come diceva Cesarotti, ed entrano perciò in contrasto con “il genio grammaticale” che dovrebbe invece rimanere immutato; e anche il pregio della lingua italiana di “non corrompersi” e di “non alterare” la sua “indole” invocato da Leopardi svanisce, se assume un “carattere straniero”.

Ecco perché, nel suo “Morbus Anglicus”, Arrigo Castellani definiva gli anglicismi “corpi estranei”. Ecco perché scriveva: “I principali responsabili delle violazioni subite dalle regole fondamentali dell’italiano son forse i giornalisti (compresi naturalmente quelli televisivi). Per pigrizia, si dirà, per mancanza di fantasia, per desiderio di dare ad intendere che conoscono bene l’inglese. Io aggiungerei per un altro motivo: perché nella gran maggioranza dei casi non si rendono conto di come stiano le cose; perché al liceo nessuno gli ha detto quali sono i caratteri fondamentali dell’italiano, quali sono i cambiamenti ch’esso può subire e quali invece sono contrari alla sua natura.”

Posso capire “l’ignoranza” di un giornalista italiano davanti alla questione, e posso capire che “non si renda conto di come stiano le cose”.
Quello che non posso comprendere è come uno studioso o uno specialista non abbia presente secoli di riflessioni sulla nostra identità linguistica.
L’attuale fenomeno dell’itanglese è uno “tsunami anglicus” che non ha precedenti storici per numero, per profondità e per conseguenze: ibrida la nostra lingua e sta cominciando a sovvertire la sintassi (Cfr. Peter Doubt, “Oltre il lessico: 8 esempi strutturali di creolizzazione” da cui rubo la seguente immagine).

Quando qualcuno risponde che le lingue evolvono come è sempre accaduto… quando dice che tutto ciò è “normale” e mescola in un calderone le parole adattate e quelle crude confondendo le acque, bisogna fare attenzione. O non ha studiato come stanno le cose, o è in malafede.

Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata

Nel gennaio del 2020 l’Académie française ha dato vita a una commissione incaricata di esaminare la comunicazione istituzionale francese, e l’ultimo rapporto appena uscito (15 febbraio 2022), ha denunciato la “sensibile e preoccupante” anglicizzazione e le sue conseguenze.

Voglio diffondere i risultati di questo studio con qualche riflessione e comparazione con ciò che accade in Italia, dove il fenomeno è ben più ampio e profondo.

Il Rapporto sulla comunicazione istituzionale francese

Il Rapporto parte con una notevole raccolta di esempi. Sono tutti documenti copia-incollati da siti ministeriali, di amministrazioni locali, organismi territoriali, scuole, enti di formazione, musei, manifestazioni culturali, grandi gruppi pubblici e privati.

POSTE
Uno dei casi che si presta maggiormente a una comparazione con ciò che avviene in Italia è forse quello delle Poste. In Francia viene denunciato l’uso di “Pickup”, la denominazione di una gamma di servizi per le spedizioni che si declina in locuzioni come “Pickup Logistics”, destinata alla logistica urbana, o “Pickup Station” invece di punto di spedizione.
Tutto il mondo è paese? Non esattamente. In Italia le cose sono molto più gravi.

Proprio un anno fa avevo pubblicato l’elenco sterminato di anglicismi che si trovano sul sito delle Poste italiane, e più di recente anche il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca (Comunicato n. 17) è intervenuto per ricordare che quelli che poco tempo fa erano contraddistinti dalle diciture “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo oggi si chiamano “Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web, con un ordine dei componenti dei sintagmi che non pare rispettare sempre alla perfezione quello reale della lingua inglese.”

AIR FRANCE/ALITALIA/ITA AIRWAYS
Il confronto Francia/Italia appare impietoso anche nel caso delle compagnie aeree di bandiera. Bisogna specificare che nella locuzione “Air France” la parola ”air” è francese e non inglese, dunque si pronuncia pressappoco “er frans” e non “air” all’inglese come capita di sentir dire in Italia. L’Académie denuncia che lo slogan storico “Rendere il cielo il posto più bello della terra” è stato sostituito da “Air France, France is in the air” dove l’accento sui valori tricolori francesi è in inglese. Da noi, invece, il “restyling” non ha coinvolto il motto, bensì la stessa denominazione di Alitalia che è diventata direttamente ITA Airways, una svolta che si è aggiudicata il primo premio come peggior cambio di marchio del 2021 a livello mondiale.

ALTRI ESEMPI
Tra i tantissimi anglicismi presi in considerazione dall’Accademia francese ce ne sono molti che circolano anche in Italia, e sono la conseguenza dell’espansione delle multinazionali d’oltreoceano (e della loro lingua) in tutto il mondo, per esempio food (il programma “Act For Food” di Carrefour), hub e team (“Hub de la compagnie nationale Air France et principal hub européen de l’alliance Sky Team”). Questa pressione esterna fortissima è alimentata anche dalla diffusione dell’inglese interazionale delle pubblicità o delle realtà lavorative, e si riflette poi sulle scelte di Canal+ di introdurre espressioni come “My Canal” e di parlare di canali “en live et en replay”, oppure nell’anglicizzazione di eventi e manifestazioni pubbliche.
Ma, ancora una volta, gli esempi riportati ci fanno sorridere davanti a Rai Movie, Rai News, Ray Play…, alle trasmissioni dove persino l’italianità è espressa in inglese (Italia’s got talent) o ai progetti come quello annunciato l’anno scorso da Dario Franceschini di una piattaforma per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” che però si chiama ITsART, come se la lingua italiana non facesse parte del patrimonio culturale.

Osservazioni e riflessioni dell’Académie française

Nelle osservazioni sugli esempi raccolti, l’Académie française spiega che l’interferenza dell’inglese riguarda molteplici aspetti del lessico che vanno oltre i singoli termini per trasformarsi in “scelte ripetute” e “tic linguistici” che finiscono col produrre una vastità di terminazioni in -ing (es. coworking) che porta all’affermarsi di una suffissazione che ha la meglio su quella francese (tracking, invece di traçage, upcycling invece di surcyclage). Sono gli stessi meccanismi che ho rilevato in italiano (cfr. “Anglomania compulsiva: dai singoli ‘prestiti’ alle regole dell’itanglese”): “Se c’è il working e il co-working ci sono poi i worker e i co-worker, come ci sono i rocker e i rapper (non i rocchetari e i rappatori), i blogger (non i bloggatori), i rider…”.

OLTRE IL “PRESTITO” E IL LESSICO
Questi fenomeni finiscono così per stravolgere la morfologia di una lingua, soprattutto davanti alle “forme ibride” che l’Accademia francese bolla come vere e proprie “chimere lessicali” che “non appartengono più né al francese né all’inglese”: i verbi e i nomi derivati (brainstormingbrainstormer, start-upstartupper). Tutto ciò esiste da tempo anche da noi, ma mi pare di un ordine grandezza superiore (ho provato a classificare e quantificare le nostre ibridazioni nell’articolo sulla Treccani “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione“). L’interferenza dell’inglese, inoltre, per gli studiosi francesi esce ormai dalla sfera del lessico per coinvolgere anche la “struttura della lingua” (cioè la sintassi) sia per l’inversione dell’ordine delle parole (un business model, un QR code) sia per gli accostamenti dove tendono a cadere le preposizioni e gli articoli, per esempio in espressioni come “le Manager Travaux” invece del “lavoro del manager” o “un coach produit” invece del “prodotto di un coach”, un fenomeno che anche noi ben conosciamo.

Il Rapporto spiega che tutti questi e anche altri fenomeni incidono molto sulla stesura dei testi francesi. E benché analoghi processi di interferenza linguistica, in passato, con il tempo siano spariti e si siano fusi in un adattamento che li ha resi francesi dal punto di vista grafico e fonologico, attualmente il numero sempre più crescente di anglicismi rende difficile l’assimilazione e la francesizzazione. L’inglese, al contrario, sta producendo “effetti sulla struttura stessa della frase: la sintassi è sconvolta, il che costituisce un vero e proprio attacco alla lingua, in quanto è colpita la logica stessa del pensiero, e la struttura analitica della frase francese è soppiantata dalla struttura sintetica dell’inglese.”

RIFLESSIONI
Le riflessioni che concludono il rapporto parlano dunque di “un’evoluzione preoccupante”, perché “l’entrata quasi immediata nella vita pubblica di parole inglesi o presunte tali, attraverso i mass media, senza adattamento alle caratteristiche morfologiche e sintattiche del francese, porta alla saturazione, soprattutto perché molti anglicismi sono usati al posto di parole o espressioni francesi esistenti, con l’inevitabile conseguenza che gli equivalenti francesi sono gradualmente cancellati.”

Mentre in Italia c’è chi considera gli anglicismi solo come un “arricchimento”, dovremmo invece riflettere maggiormente sul fatto che possono costituire un depauperamento pericoloso, che scalza le parole italiane e le fa morire sostituite da quelle inglesi (i “prestiti sterminatori“), e impedisce alla nostra lingua di evolvere per via endogena e creare neologismi italiani. E anche se alcuni linguisti negano il fenomeno dell’itanglese e la validità delle mie analisi, nel rapporto dell’Accademia francese, in sintesi, trovo ciò che da tempo denuncio e sostengo nel caso dell’italiano, ma da noi tutto sembra essere ben più pesante.
Sul sito Campagna per difendere l’italiano è in atto da qualche tempo un’osservazione dei giornali italiani, francesi, spagnoli e tedeschi. Il numero degli anglicismi che compaiono da noi non è paragonabile a ciò che si registra sulle testate straniere. Nell’immagine si può vedere l’ultimo grafico inerente al periodo gennaio-febbraio:

UN DIVERSO TESSUTO SOCIALE E ISTITUZIONALE
Nel confronto con il francese, però, non c’è da tenere conto solo di questo divario numerico, ma anche del ben diverso contesto sociale, visto che lì esistono da tempo delle leggi e una politica linguistica che da noi non solo sono sconosciute, ma appaiono persino un tabù, perché evocano il fascismo.

La politica linguistica francese è poi intrecciata con l’opera sociale e culturale di innumerevoli istituzioni che promuovono e arricchiscono la lingua. E infatti il Rapporto ricorda che per molti degli anglicismi in circolazione esistono – e sono raccomandati nel linguaggio istituzionale – equivalenti francesi ufficiali fissati dalla Commissione per l’Arricchimento della Lingua Francese (CELF) ministeriale, che sono pubblicati sulla Gazzetta ufficiale con la consulenza dell’Académie française. E non solo, nel caso dei tecnicismi, gli equivalenti sono anche disponibili nella banca dati “FranceTerme“, messa a disposizione del pubblico dalla Delegazione generale per la lingua francese e le lingue di Francia (DGLFLF), “un servizio interministeriale collegato al Ministero della Cultura e incaricato di dirigere e coordinare la politica linguistica dello Stato, orientandola in una direzione favorevole al mantenimento della coesione sociale”.

In Italia nulla di tutto ciò esiste, e la nostra Gazzetta ufficiale ratifica gli anglicismi introdotti dai nostri politici o che arrivano dagli ambiti tecnologici. Privi di reti di protezione istituzionali e di una politica linguistica, siamo in balia di un liberismo linguistico che si trasforma in un anarchismo linguistico. E in questa situazione, dove i linguisti partono di solito dal presupposto di essere solo descrittivi, perché la lingua non va difesa, ma va studiata, il nostro ecosistema linguistico è schiacciato e rischia la frantumazione e la perdita della propria identità, perché si impone la lingua del più forte, l’inglese internazionale delle multinazionali e delle culture egemoni e dominanti.
Una terminologa seria come Maria Teresa Zanola ha notato come la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private ha favorito la coniazione di neologismi e che l’evoluzione della lingua francese è in questo modo piuttosto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008, p. 90). Ricorrere all’inglese, in Francia, diventa perciò una scelta sociolinguistica culturale o politica, tutto il contrario della situazione italiana dove la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo, gli anglicismi, da mouse a computer, sono presentati come “prestiti di necessità” e l’italiano non ha alcuna vitalità, perché ciò che è nuovo coincide sempre più con l’inglese.

Le conclusioni: perdita d’identità, nessuna trasparenza e fratture sociali

Unde malum? Che male c’è nell’usare gli anglicismi? Qual è il problema? Quali sono i rischi dell’interferenza denunciati dal Rapporto?
Il fenomeno è mondiale – scrive l’Accademia francese – e uno dei rischi è quello di una riduzione di tutte le lingue sotto un denominatore comune uniforme, artificiale e robotizzato.

“Mentre l’aggiunta di parole straniere per riempire le lacune evidenti nel lessico francese è benvenuta e a volte anche necessaria, è ormai chiaro che il loro afflusso massiccio, instabile e incontrollato sta danneggiando l’identità e forse il futuro della nostra lingua, come quella della maggior parte delle altre lingue.”

Il problema (lo ripeto anch’io da tempo) non sono i singoli anglicismi, ma la “propagazione massiccia e continua” di un vocabolario anglo-americano che produce un impoverimento del lessico francese, ma anche una discriminazione crescente tra la popolazione. Il lessico anglicizzato è spesso considerato a torto “universale” e comprensibile al grande pubblico, ma al contrario non è affatto accessibile a tutti né trasparente. Ciò porta al rischio di una frattura linguistica che è doppia: da una parte è sociale, perché esclude una parte della popolazione, e dall’altra parte è generazionale, perché “i più giovani sono particolarmente permeabili agli usi digitali e meglio in grado di assimilarli, ma tanto più esposti al rischio di essere confinati in un vocabolario limitato e approssimativo e di avere solo una scarsa padronanza della lingua” madre.

La conclusione del Rapporto è che “sembra esserci un rischio reale, non solo di una ridotta comprensione dei messaggi della comunicazione istituzionale da parte del pubblico a cui sono destinati, ma anche di una perdita di punti di riferimento linguistici. (…) Non si tratta di opporsi all’evoluzione del francese e al suo arricchimento attraverso il contatto con altre lingue. Spetta a tutti coloro che lo utilizzano prendere coscienza di questa proliferazione” di parole inglesi. Il fenomeno deve essere perciò oggetto di studi e di ricerca, e al di là delle mode, bisogna riflettere sulla reale efficacia del linguaggio istituzionale e agire “attraverso un’azione determinata, continua e diffusa, trasmessa spontaneamente da una molteplicità di agenti diversi per riconoscere, avvertire convertire.”

E in Italia? Una chiacchierata con Massimo Arcangeli

Peter Doubt è un traduttore madrelingua inglese che vive in Spagna, e gestisce il sito Campagna per Salvare l’italiano e l’osservatorio che confronta gli anglicismi sui giornali italiani con quelli degli altri Paesi. Qualche giorno fa mi ha invitato a una chiacchierata insieme al linguista Massimo Arcangeli, professore di linguistica all’Università di Cagliari, di recente sulle cronache di tutti i giornali per la sua petizione contro lo scevà.

A proposito dell’interferenza dell’inglese Arcangeli ha posto soprattutto il problema della trasparenza nella comunicazione, ha riconosciuto che il fenomeno non ha precedenti nella sua attuale dimensione, e ha lamentato una storica mancanza di una politica linguistica nel nostro Paese, soprattutto in una visione in grado di proiettarsi sul piano internazionale. Sulle sorti dell’italiano di fronte all’inglese sembra molto meno preoccupato di me, ed è più colpito dall’impoverimento del lessico delle nuove generazioni dove molte parole storiche che usiamo da secoli sembrano non solo essere usate sempre meno, ma persino sempre meno comprese, e dunque rischiamo di perderle insieme a un’ampia gamma di sinonimi che l’italiano ha a disposizione per descrivere uno stesso concetto con diverse sfumature.
Credo che il lessico dell’inglese attecchisca molto facilmente su un simile terreno.
Il dialogo tra il linguista, il traduttore e il “filosofo” (ma solo per il mio titolo di studi e per pormi nei confronti della questione della lingua con un approccio diverso da quello dei linguisti) si è poi allargato ad altri temi come quello della definizione dell’identità linguistica, del nostro tutelare la gastronomia ma non la lingua, dello scevà, dell’inglese internazionale…

Lo si può seguire a questo indirizzo.



Il disprezzo della propria lingua e i limiti dei linguisti

Anna Ravano mi ha segnalato un articolo dello scrittore Franco Javier Marías uscito ieri su El País intitolato “Il disprezzo della propria lingua” che riflette sugli anglicismi. Il catenaccio è molto eloquente: il disprezzo è collegato all’irrefrenabile desiderio di essere americani e di vivere come loro, e ciò, in questo secolo, è diventato “stupido”.

L’incipit del pezzo parte con una constatazione evidente e innegabile: “Che la lingua spagnola sia distrutta da suoi giornalisti e parlanti salta all’occhio e alle orecchie da decenni, e il danno è sempre maggiore.”

Fa effetto leggere queste parole. Per prima cosa perché la lingua spagnola è “destrozada” dagli anglicismi in modo irrisorio rispetto all’italiano. Per accedere all’articolo per intero ci si può iscrivere gratuitamente alla rivista, e la procedura è commovente rispetto a quelle delle piattaforme dell’italietta colonizzata. Il sistema chiede di registrarsi aprendo un “conto”, e non certo un account; basta immettere il “correo electrónico” e non certo l’email; e poi bisogna inserire la “contraseña”, non certo la password. Quelli che da noi sono considerati prestiti di necessità in spagnolo non lo sono affatto. La necessità è tutta italiota.
Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i militari c’erano le parole d’ordine, ma da quando le multinazionali d’oltreoceano ci hanno imposto il loro mondo fatto dei loro concetti-parole, noi pappagalli italiani ripetiamo password, e abbiamo dimenticato e buttato via espressioni come parola chiave, codice di accesso o segreto. Certi linguisti e terminologi da paese delle banane giustificano e sottoscrivono la “necessità” dell’inglese in nome di un descrittivismo ipocrita che postula un “uso” sovrano, che presuppone che la gente dica così. Peccato che l’apologia dell’uso non è qualcosa di “democratico” che arriva dal basso, è un uso imposto dall’alto, o per meglio dire dall’esterno, dal nuovo centro di irradiazione della lingua che arriva dagli Stati Uniti, visto che le parole del nuovo Millennio non sono più coniate dai nativi italiani. Questi ultimi le ripetono per forza di cose, e viene da chiedersi a che cosa servano i terminologi e i linguisti. Non ne abbiamo alcun bisogno. Se il loro ruolo è quello di ratificare questi usi, si può benissimo fare a meno di loro. La verità è che l’approccio descrittivista che sancisce la “necessità” degli anglicismi non corrisponde all’atteggiamento prescrittivo che si riscontra in altri casi. E l’uso sovrano che serve per giustificare gli anglicismi viene invece bollato come ignoranza quando si stigmatizzano espressioni errate come il “piuttosto che” usato come “oppure” invece di “anziché”, o il “qual è” con l’apostrofo e via dicendo. Senza voler giustificare questi obbrobri, non sono anche loro entrati – ahinoi – nell’uso?

E allora certi linguisti non fanno altro che ricalcare gli schemi denunciati da Javier Marías, e dietro i loro “ragionamenti” emerge proprio il disprezzo verso l’italiano, il senso di inferiorità e la vergogna di praticarlo davanti all’inglese, la lingua internazionale vissuta come superiore, più evocativa, solenne e appropriata.

Negare l’evidenza

C’è un’altra cosa che colpisce nell’incipit dell’articolo del País. L’evidenza, innegabile e sotto gli occhi di tutti, dell’anglicizzazione dello spagnolo, che nel caso dell’italiano è dieci volte più profonda. Un’evidenza che troppi linguisti italiani negano, mettono in discussione o sottovalutano, con lo stesso atteggiamento con cui fino a pochi anni fa molti pomposi “esperti” negavano il riscaldamento globale. Ripenso alle parole di un noto linguista che ripete che l’anglicizzazione della nostra lingua è tutta un’illusione ottica. È come la temperatura percepita – a suo dire – che non sarebbe quella reale, una moda passeggera come un tempo lo fu il francese, e “verrà un giorno” che torneremo a dire tesserino al posto di badge. Invece di rendersi conto di ciò che accade in tutto il mondo, invece di rendersi conto delle profonde e incolmabili differenze tra l’interferenza del francese e quella dell’inglese, moltissimi linguisti rimuovono e negano ciò che accade ed è sotto gli occhi di tutti. Qualcuno si è piccato per il fatto che li ho chiamati “negazionisti”. E così c’è chi scrive un pezzo intitolato “Chi ha paura degli anglicismi?”, chi li interpreta come “normale” evoluzione della lingua (della lingua inglese, però, non certo di quella italiana) e chi scrive che in fondo sullo Zingarelli del 2021 ce ne sono “solo” 3.000 di fronte a 145.000 lemmi, omettendo di dire che nello stesso dizionario del 1995 ce ne erano “solo” 1.800. Il tema è questo: il loro aumento impazzito. Il giochetto di confrontare il numero delle parole inglesi con l’intero lemmario storico della nostra lingua, non ha alcun senso. Era l’argomento che usava negli anni ’80 Tullio De Mauro per respingere l’allarme del “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani, un argomento che non teneva conto della progressione del fenomeno, un argomento vecchio e improponibile che proprio De Mauro ha poi abbandonato per parlare dello “tsunami anglicus” che oggi si riversa in ogni idioma.

Più leggo i libri dei linguisti e meno la linguistica mi appassiona, lo confesso. A parte le categorie esplicative vecchie di cent’anni e inadeguate, come quelle del “prestito linguistico”, e a parte le classificazioni a mio avviso spesso inutili e maniacali nell’etichettare i meccanismi della formazione delle parole, se si esce da questi schemi che spaccano l’atomo e si guarda alle analisi macroscopiche che i linguisti mediamente sanno esprimere, i giudizi su dove la nostra lingua sta andando e su come si sta evolvendo sono spesso imbarazzanti.

Con qualche eccezione, per fortuna, a comprendere come vanno le cose non sono di solito i linguisti – che talvolta ci arrivano dopo 50 anni – ma altri intellettuali capaci di cogliere una visione di insieme che va oltre il particolare. Ripenso a certe lungimiranti affermazioni di Gramsci, di Pasolini, di Umberto Eco o – a proposito dell’inglese – di Andrea Camilleri.

I negazionisti dell’inglese che ci travolge non sono in grado di spiegare ciò che sta succedendo e i loro giudizi ridicoli saranno spazzati via dalla storia insieme alla nostra lingua, temo. L’illusione ottica è nella loro testa, non nell’evidenza innegabile da cui parte Javier Marías, che non a caso non è un linguista astratto e avulso dalla realtà. È uno scrittore e un traduttore che della lingua ha fatto la sua professione, invece di analizzarla in modo sterile e astratto.

La lingua è di tutti, non dei linguisti

Anna Ravano è una mia “corrispondente” che ogni tanto mi segnala cose molto preziose sul tema dell’itanglese. Anche lei non è una linguista, bensì una traduttrice di primo piano tra l’altro proprio dall’inglese che ha anche insegnato, e spazia dalla saggistica alla narrativa e alla poesia (ha tradotto Sylvia Plath), e ha lavorato con editori come Adelphi, Mondadori e Zanichelli. La sua percezione di cosa accade all’italiano è di ben diverso spessore rispetto alle analisi di certi linguisti.

In un dibattito nei commenti sul sito della Crusca, ecco cosa scrive Giorgio Casacchia, un sinologo di acclarata fama, professore ordinario di Filologia cinese all’Università L’Orientale di Napoli: “Basti notare come in italiano si è praticamente interrotta la produzione di neologismi, un’infinità di termini non hanno una voce italiana (ingenerando l’improssione, o la consapevolezza, che non è all’altezza della contemporaneità), si preleva semplicemente il termine inglese, e s’aggiungono a quelli che sono esclusi solo perché l’inglese è percepito più efficace, elegante, uno status symbol (ecco, per esempio…). Il futuro ricalcherà probabilmente Via col Vento, dove la domestica negra, la mamie, probabilmente ottima parlante di bantù o hausa, è declassata a produttrice di enunciati come ‘zì badrona’ et similia, cioè a inadeguata e arretrata individualità.”

Meno male che non ci sono solo i linguisti, verrebbe da dire, e tornando all’articolo di partenza, Javier Marías ha colto perfettamente il punto. “Cosa c’è di sbagliato nella lingua del nostro Paese, perché la si considera così inferiore all’inglese dell’America (non è mai quello della Gran Bretagna), quale strano complesso ha preso piede nella nostra società?” Si domanda. E la risposta è nel “desiderio irrefrenabile di essere americani e di vivere come gli americani (…). Ci hanno esportato tutto attraverso i loro film e le loro serie: dall’ossessione caricaturale per il misconosciuto ‘gender’ alle feste di addio al celibato e ad Halloween.” Tutto ciò avviene oggi anche attraverso le pubblicità che sono sempre più spesso non in spagnolo, ma in inglese, a volte assurdamente sottotitolate, “per facilitare la comprensione (non avrebbe più senso che fossero direttamente in spagnolo?)” mentre altre sono fatte di frasi in inglese dove dire “Are you ready?” sembra meglio di dirlo in spagnolo. E così vedere una partita di calcio significa ormai anche ingozzarsi di birra e di popcorn, in un’anglicizzazione linguistica che è tutt’uno con un’americanizzazione sociale e totale.

Anche in Francia la questione è sentita, e voglio citare di nuovo un intellettuale come Michel Serres che nel libro Contro i bei tempi andati (Bollati Boringhieri, 2018) accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”

Il ruolo delle accademie linguistiche

Nelle tante differenze che riguardano l’anglicizzazione del francese e dello spagnolo, rispetto al caso italiano, conta molto anche l’operato delle accademie. Javier Marías non è un linguista, è uno scrittore, un saggista, un traduttore e giornalista. È uno che con la lingua ci vive, più che studiarla con distacco, ed è per questo e per i suoi meriti che nel 2006 è stato eletto membro della Real Academia Española.

Anche l’Académie française non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” – morto uno se ne elegge subito un altro – ci sono proprio illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

Da noi, la Crusca è fatta solo da linguisti, e credo che ciò sia un limite. Sono molto contento che il Gruppo Incipit si sia risvegliato questo mese diramando ben due comunicati, dopo che da giugno non dava più segni di vita. Settimana scorsa ha ricordato che la parola booster, usata in una circolare del ministero della salute del 27/9/21, in italiano si può dire più chiaramente richiamo; e poco prima il comunicato numero 17 ha deprecato l’uso di delivery nei prodotti postali (Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web) che sta sostituendo le denominazioni che una volta erano “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo.

Tempo fa ho analizzato gli anglicismi utilizzati dalle Poste “italiane” (mi pare doveroso usare le virgolette, visto che di italiano c’è sempre meno) e ho individuato almeno un centinaio di anglicismi che spiccano nel loro sito e nei loro servizi, insieme a delivery.

Il problema, allora, non sta nella doverosa condanna dei singoli anglicismi, perché sono come le formiche, per una che ne schiacci ne spuntano altre cento. Il problema sta nel condannare e combattere l’anglomania, la nevrosi compulsiva che ci spinge a ricorrere all’inglese indipendentemente da ciò che stiamo indicando. Come ha capito Javier Marías, come hanno capito tanti altri, come ripeto da anni.

Dovrebbero capirlo anche le nostre istituzioni, perché la tutela del nostro patrimonio linguistico si può fare solo attraverso un intervento sulle cause dell’itanglese, sul nostro complesso di inferiorità, e non brontolando sugli effetti.

Il “waning” e il metodo scientifico di distruzione dell’italiano

In che modo il nostro lessico viene distrutto sistematicamente attraverso i trapianti di parole inglesi e pseudo-inglesi che prendono il sopravvento e si trasformano in “prestiti sterminatori”?

Un articolo come quello pubblicato ieri sul Corriere, firmato da Paolo Giordano, è molto utile per svelare uno dei meccanismi più diffusi: “Waning, la parola chiave per capire quanto dura la protezione del vaccino”.

Gli anglicismi nei titoli: l’inglese al vertice della gerarchia concettuale

La prima fase coinvolge il titolista. La sua specialità è quella di creare titoli acchiapponi, sensazionalistici, concepiti per spingere alla lettura. Poco importa se spesso non sono affatto fedeli all’articolo. Nel fare ciò la strategia di puntare sulle parole inglesi incomprensibili è una delle più gettonate: sbatti il monster in prima pagina (ne ho parlato più volte, per esempio nel caso del South working). Il titolo introduce un nuovo anglicismo che – volutamente – non viene spiegato. Dalle buone prassi del vecchio giornalismo che puntavano alla chiarezza ed erano improntate all’uso di un linguaggio adatto al destinatario, siamo passati al linguaggio cialtrone che attraverso le parole vuole educare il popolino, e punta a farlo sentire ignorante. Il pezzo serve a indottrinare, ti spiega come sono le cose e come si dicono, e nella sua catechizzazione anglomane prepara il terreno per rendere il lettore suddito e succubo, un terreno dove è molto più facile trasformare chi non è d’accordo in chi non ha capito.

Inutile dire che l’impatto degli anglicismi urlati in questo modo nei titoloni è devastante. Tutti leggono i titoli, pochi entrano nel merito dell’articolo, e in questo modo si abituano agli anglicismi a caratteri cubitali che vengono assorbiti per osmosi, come è avvento con il lockdown o lo smart working.
Mentre c’è chi delira sulla presunta “ossessione” dei giornalisti a ricorrere ai sinonimi, tutti gli studi sul linguaggio giornalistico mostrano al contrario come sia caratterizzato dalle espressioni stereotipate e dai “picchi di stereotipia” che in certi periodi diffondono solo ed esclusivamente parole e frasi fatte che in questo modo finiscono inevitabilmente per entrare nell’uso senza alternative.

Gli anglicismi spacciati come tecnicismi necessari

Se si legge l’articolo di Giordano tutto si ribalta. Ciò che occorre capire riguarda come viene misurata la “graduale perdita di efficacia nel tempo (waning)” dei vaccini. Così scrive inizialmente l’autore nel suo pezzo. Il punto che il titolista ha stravolto non sta certo in una parola inglese, bensì in un concetto vecchio come il cucco che però si preferisce dire in inglese invece che in italiano, come fosse qualcosa di nuovo.

Ma nonostante la buona partenza che introduce una nozione molto semplice e in italiano – lo scemare dell’efficacia, e non del waning di cui possiamo tranquillamente fare a meno – Giordano si rivela il solito “untore” dell’inglese che procede alla sua diffusione con un’altra modalità più graduale e subdola.

Il concetto viene introdotto in un italiano che ne spiega il significato ma l’autore si guarda bene dal sostituirlo con un equivalente. L’anglicismo è posto all’inizio tra parentesi, ma subito dopo prende il sopravvento, è il figlio di una lingua superiore. Dopo una definizione in italiano sommaria, l’anglicismo esce dalle sue parentesi e, riga dopo riga, diventa il protagonista, è spacciato in modo sempre più prepotente come un tecnicismo che implica il “si dice così”, e l’italiano sparisce e gli cede il posto in un cresendo che culmina con l’incoronazione dell’anglicismo. Se lo dicono gli “americani”, cos’altro possiamo fare noi coloni se non ripeterlo con le loro parole? E alla fine dell’articolo il lettore che cosa trae da un pezzo che parte da un titolone con waning in primo piano e continua con un articolo che lo ripete come la parola più appropriata e normale? Ne ricava che sia il termine più adeguato. Apprende la nuova parola che la prossima volta che incontrerà sarà in grado di comprendere e viene educato e usare l’inglese, non l’italiano. E se i giornali continueranno a martellarci con questo termine anche in futuro, cominceremo non solo ad assorbirlo passivamente, ma anche a ripeterlo attivamente. Perché c’è solo quello e le alternative non esistono. È in questo modo che l’italiano muore.

La tabula rasa dei sinonimi e delle alternative italiane

Come si potrebbe rendere lo stesso concetto nella nostra lingua dimenticata? I sinonimi sono il tesoro della nostra lingua, la varietà delle espressioni e dello stile in cui sta la libertà espressiva, la ricchezza e la molteplicità del pensiero. Ma tutto ciò viene giorno dopo giorno appiattito dalla pochezza di una lingua anglicizzata e stereotipata che prevede una terminologia che per molti versi ricorda l’antilingua di Calvino e la neolingua di 1984 di Orwell che punta proprio alla distruzione delle parole.

Invece di waning il giornalista avrebbe potuto dire il calo dell’efficacia del vaccino, l’indebolimento, l’attenuazione, la riduzione, l’affievolimento, l’abbassamento, l’esaurimento, la flessione, la decrescita o il decremento… O anche lo scemare, il venir meno, l’esaurirsi, lo smorzarsi, l’attenuarsi… per ricorre ai verbi sostantivati.

La parola chiave per capire quanto dura la protezione del vaccino non è il waning, ma il calo, che è anche più corto, per chi starnazza che la causa del preferire gli anglicismi starebbe nella loro brevità.

Attribuire all’inglese una portata superiore

Davanti allo strano vezzo di usare la lingua di Dante, gli anglopuristi scuotono la testa. Sono quelli che vogliono ingessare l’italiano ai soli significati storici, quelli che negano la sua elasticità e argomentano che ciò che è nuovo si dice in inglese perché l’equivalente italiano “non è proprio come l’anglicismo”. L’indebolimento non è proprio come il waning… Questa schiera di anglomani “non-è-propristi” è incapace di cogliere che il lessico si allarga ed evolve per abbracciare ciò che è nuovo, nelle lingue vive. Sono gli stessi che stanno riscrivendo tutto con concetti e parole in inglese, perché dell’italiano si vergognano e fondamentalmente sono servi che vogliono ostentare la lingua superiore dei padroni in una gara a chi le spara più in inglese.

Waning in inglese indica solo un generico calare. Non è un tecnicismo che indica “il calo dell’efficacia di un vaccino”, e potremmo esprimere lo stesso uso estensivo in italiano. Invece non lo facciamo e ci aggrappiamo all’inglese attribuendogli un significato specifico e tecnico figlio della nostra alberto-sordità da provinciali colonizzati diffusa da giornalisti e scrittori collaborazionisti che uccidono la nostra lingua madre, perché non la vogliono usare e spesso ne sono incapaci. In questa solitudine del lessico primitivo, waning non è un segno di cultura, è al contrario l’espressione dell’ignoranza della nostra lingua. La nostra classe dirigente guarda solo ai modelli che arrivano dall’anglosfera e i nostri scienziati e tecnocrati che parlano l’inglese internazionale non sanno fare altro che ripetere a pappagallo ciò che sentono, incapaci di tradurlo, di rielaborarlo, di farlo nostro. Se la scienza si esprime in inglese e l’inglese diventa persino la lingua della formazione, gli anglicismi come waning sono le conseguenze. E lo stesso meccanismo si riscontra nell’informatica, nel modo del lavoro, nell’economia e in sempre più ambiti.

Il centro di irradiazione della lingua non è più fatto dai nativi

Ogni volta che riaffiora la questione della lingua – aveva ben compreso Gramsci – “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3). Nel nuovo cambio di paradigma e nell’attuale riorganizzazione dell’egemonia culturale, il nuovo principale centro di irradiazione della lingua – per usare le categorie di Pasolini – non è più fatto da nativi italiani. Tutto arriva dall’anglomondo e i nativi italiani che occupano le posizioni dominanti – la nostra classe dirigente – non fanno che ripeterlo, sottoscriverlo, diffonderlo e farlo entrare nell’uso. Queste scimmie scopiazzatrici hanno ormai perso ogni legame con le nostre radici, e sono coloro che diffondono la lingua-pensiero del nuovo colonialismo globalizzato che arriva d’oltreoceano e praticano una lingua bastarda chiamata itanglese. È così che i centri ospedalieri diventano hub, i focolai cluster, gli ospedali covid covid hospital, i tamponi in macchina drive through… e mentre il richiamo del vaccino – la terza dose aggiuntiva – sta diventando booster, davanti a questo tsunami anglicus l’italiano non ha più anticorpi.

L’eterno riposo della lingua di Dante

Ecco qualche titolone preso dalla prima pagina del Corriere in rete di oggi 2 novembre.

Anglicismi datati come summit, staff, raid, vip
Anglicismi giovani come social, low cost e soft skill
Anglicismi attuali come lockdown, smart working, green pass e no vax
Intanto il black friday prolungato diventa l’Everyday Black Friday con le sue belle maiuscole all’americana, mentre l’ecologico è green, la cucina è diventata Cook e spuntano il CampBus, il washing e il social washing come fosse la cosa più naturale del mondo.

“Le lingue evolvono, è sempre successo e sempre accadrà – sorride qualcuno allargando le braccia come fosse un fenomeno normale – altrimenti non sarebbero lingue vive.” Chissà se nella testa colonizzata di chi liquida tutto con queste banalità c’è la consapevolezza che lingue, proprio perché sono vive, si possono anche ammalare e morire. Chissà se chi la pensa a questo modo si pone il problema di come l’italiano sta evolvendo. Se questo è italiano… si potrebbe dire parafrasando First Levi.

L’itanglese, più che un’evoluzione, è la disfatta della lingua di Dante di cui si celebrano a vanvera le ricorrenze. Sembra di vivere in un Paese occupato. L’invasore arriva d’oltreoceano insieme all’espansione delle multinazionali e della lingua dei Paesi dominanti attraverso una nuova forma di colonialismo morbido che si chiama globalizzazione, che ha i suoi cardini nell’informatica, nel mondo del lavoro, della scienza, della tecnica, dei prodotti di intrattenimento… Gli anglicismi sono i detriti dell‘inglese internazionale che si vuole imporre in tutto il mondo per trasformare le lingue locali nei dialetti dell’anglomondo a venire. Ma i veri responsabili sono i collaborazionisti che si annidano nella nostra stessa classe dirigente di cui i giornalisti sono l’avanguardia più potente. Sono loro la prima linea della distruzione sistematica dell’italiano che un tempo hanno contribuito a unificare. Ci martellano con questa neolingua da colonizzati attraverso un lessico stereotipato che si diffonde fino a che non diventa normale – c’è solo quello – e dunque non può che essere ripetuto dalla gente fino a che non si abitua. Questi “prestiti” prima suonano nuovi e moderni, poi diventano comuni e normali, entrano nell’uso, e infine fanno regredire le parole italiane che in questo modo muoiono. Ai tempi del vaiolo c’erano gli antivaccinisti, oggi ci sono solo i no vax, in itanglese, visto che in inglese sarebbero anti-vaxxer.

L’itanglese è una lingua viva. L’italiano è una lingua morta. Non solo non è più in grado di coniare neologismi e tutto ciò che è nuovo lo importa solo dall’inglese in modo crudo, ma giorno dopo giorno va a finire che sostituisce anche le parole storiche con quelle in inglese. Si può ancora usare, senza sentirsi antiquati, personale al posto di staff, agguato (nel caso sopraccitato) invece di raid, competenze trasversali invece di soft skill? Fra quanti anni dire ecologico e cucina al posto di green e cook comincerà a suonare “un linguaggio da vecchie signore cotonate”?

Una lingua che non evolve, ma sa solo attingere dall’anglosfera, non può che trasformarsi in un ibrido per poi estinguersi. L’italiano è un cipresso avvizzito, che sta in piedi perché sorretto dalle radici e dal tronco che lo sosterranno ancora per decenni e decenni prima di crollare. Ma è cristallizzato. Le sue parole sono ingessate ai significati del passato, hanno perso l’elasticità che consente loro di di evolversi e le nuove foglie sono innesti in inglese, sono trapianti che stanno trasformando la nostra lingua in un sistema genicamente modificato.

Nel giorno dei morti mi pareva doveroso lasciare qualche crisantemo anche sulla tomba dell’italiano.

La traduzione: lezioni di accoglienza nel trattamento dei forestierismi

Davanti alle parole straniere che non hanno un traducente naturale e che non sono ancora entrate nei nostri vocabolari (e forse non ci entreranno mai), come si deve comportare un traduttore per compiere le proprie scelte consapevoli? Meglio accogliere lo “straniero” o difendere la “purezza” dell’italiano?

Questo è l’interrogativo che pone Ilide Carmignani, una delle più rinomate traduttrici italiane, celebre soprattutto per le sue traduzioni delle opere di Luis Sepúlveda. Il tema sarà affrontato in un incontro al salone del libro di Torino (16 ottobre 2021, Sala Ciano, Padiglione 3, ore 12.45) intitolato “La traduzione: lezioni di accoglienza. Il trattamento dei forestierismi” che vede la partecipazione dei responsabili editoriali del Devoto Oli e dello Zingarelli, rispettivamente Biancamaria Gismondi e Mario Cannella, e anche la mia.

La questione della “purezza della lingua” e dell’accoglienza dello “straniero” evoca pericolosamente, e in modo provocatorio, una serie di archetipi su cui è bene fare molta chiarezza.

L’accoglienza del diverso e l’imposizione delle lingue dominanti

Prima di tutto è bene precisare che non ha senso fare alcuna analogia tra l’accoglimento delle parole straniere e l’accoglimento degli immigrati. Più volte alcuni giornalisti hanno accostato, a sproposito, la massima “sovranista” – come è di moda dire oggi – “prima gli italiani” con “prima l’italiano”, riferendosi alle posizioni che ho espresso in Diciamolo in italiano (Hoepli, 2017). Ma le parole non sono persone, e in una città come Milano la fitta presenza sul territorio di migliaia di cinesi, rumeni, albanesi, arabi o africani da un punto di vista linguistico non ha alcun impatto. Gli italiani non conoscono una parola di queste lingue, e l’unico terreno di scambio è quello gastronomico. I wanton fritti, il kebap o i falafel, lo zighinì degli eritrei. C’è poco altro. L’italiano è impermeabile alle lingue degli immigrati, risente invece dei modelli culturali ed economici statunitensi, che non sono presenti sul territorio a questo modo, ci arrivano in altre forme molto più potenti, dall’alto, e hanno a che fare con l’inglese come lingua internazionale, con l’espansione delle multinazionali, la globalizzazione e anche con il senso di inferiorità culturale, prima che linguistico, di una classe dirigente fatta da giornalisti, imprenditori, tecnici, scienziati… che ostentano l’inglese con orgoglio. Tutto ciò ci porta a ricorrere agli anglicismi anche quando avremmo le nostre parole, che però non hanno il medesimo prestigio. Gli anglicismi, al contrario degli altri forestierismi, non hanno a che fare con l’accettazione delle culture deboli, minoritarie o discriminate, sono il risultato, spesso prepotente, dell’imposizione di una cultura dominante che ci sovrasta.

Dalla purezza della lingua all’ecologia linguistica

Anche la “purezza della lingua” e la “difesa dell’italiano” sono categorie che andrebbero ridefinite, nel nuovo Millennio, perché non hanno nulla a che vedere né con il vecchio concetto di “purismo” né con le prese di posizione legate alla guerra ai barbarismi di epoca fascista.
Nessuna lingua è pura, non c’è nulla di male né di strano nell’accattare parole altrui, come scriveva già Machiavelli nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua. Il punto oggi è un altro e ha a che fare con il tema dell’ecologia linguistica. È una questione di numeri e di modalità.

La prima edizione elettronica del Devoto Oli del 1990, di cui ho curato il riversamento digitale, conteneva circa 1.600 anglicismi, ma oggi sono diventati 4.000. La prima edizione dello Zingarelli digitale del 1995 (un prototipo fuori commercio) ne annoverava circa 1.800, mentre oggi sono 3.000.

Negli ultimi 30 anni, in sintesi, l’interferenza dell’inglese è cresciuta a dismisura e in modo incontrollabile, e gli anglicismi “hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi (…) anche nel vocabolario fondamentale”, come ha scritto Tullio De Mauro (Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136). Questa esplosione di parole inglesi è soprattutto cruda, e cioè senza adattamenti. Mentre l’influsso plurisecolare del francese ci ha arricchiti con migliaia di parole che sono state italianizzate, e i francesismi crudi sono oggi meno di un migliaio, l’inglese non si adatta e le migliaia di anglicismi sempre più frequenti e comuni sono dunque “corpi estranei”, come aveva compreso Arrigo Castellani nel suo “Morbus anglicus”, che violano le regole della nostra scrittura e pronuncia, e dunque se il loro numero diventa eccessivo finisce con lo snaturare l’identità linguistica “del bel paese là dove ‘l sì suona”.

Oggi le parole inglesi nei dizionari superano di gran lunga la somma di tutti gli altri forestierismi messi assieme, e tra le parole nate negli anni Duemila circa la metà sono in inglese crudo, una percentuale preoccupante anche perché tra le parole italiane mancano quelle primitive, come ha osservato Luca Serianni (Il lessico, vol. 2 della collana Le parole dell’italiano, Rcs Corriere della Sera, Milano 6/1/2020, pp. 53-54) e per la maggior parte sono derivate (come africaneria), o composte (come anarco-insurrezionalista).

Su questo scenario è evidente che la questione della “purezza della lingua” e della sua tutela ha tutta un’altra valenza rispetto al passato. La nuova “questione della lingua” si trasforma nella “questione delle lingue”, di tutto il pianeta, minacciate dall’invadenza dell’inglese che le schiaccia. È lo “tsunami anglicus” che Tullio De Mauro ha denunciato esplicitamente nel 2016 rivedendo totalmente le sue posizioni nei confronti del “Morbus anglicus” che negli anni Ottanta aveva negato.

Dopo aver fatto queste premesse è evidente che l’accoglimento dei forestierismi nelle traduzioni non può essere trattato alla pari. L’accoglimento di qualche parola straniera è il benvenuto, quando è il caso e quando non esistono alternative naturali. I forestierismi possono costituire un arricchimento, in queste circostanze. Ma il ricorso agli anglicismi, al contrario, rappresenta sempre più spesso un depauperamento della nostra lingua, è diventato una coazione a ripetere più simile a una nevrosi compulsiva, per cui tutto ciò che è nuovo si esprime direttamente in inglese, senza alcuna altra strategia: non si traduce, non si adatta, non si coniano nuove parole italiane… e quel che peggio si ricorre sempre più spesso all’inglese anche in presenza di parole italiane, e queste scelte generano numerosi “prestiti sterminatori” che scalzano e fanno morire le nostre parole storiche.

Per questi motivi sarebbe auspicabile spezzare questo ricorso all’inglese sistematico e distruttivo, e fare una distinzione tra l’accoglimento dei forestierismi, che in linea di principio può essere un’apertura positiva, e quello degli anglicismi che in sempre più ambiti sta trasformando la nostra lingua in itanglese.

Purtroppo in Italia non esistono punti di riferimento a cui i traduttori possono attingere soprattutto nel caso dei tecnicismi, e le scelte traduttive sono lasciate alla loro sensibilità e discrezione. In un contesto dove l’anglomania dilaga e l’inglese è preferito, è sempre più difficile proporre soluzioni italiane. Mentre in Francia e in Spagna le accademie coniano alternative e neologie autoctone e il ricorso all’inglese è una scelta, e mentre esistono banche dati terminologiche che fissano le traduzioni e rendono il francese e lo spagnolo lingue vive che si arricchiscono, in Italia non c’è nulla del genere. Davanti alle fortissime pressioni che arrivano dall’anglosfera il liberismo linguistico che parte dal presupposto che una lingua si difende da sé, che va studiata e non protetta, si trasforma in un anarchismo linguistico dove la lingua dei Paesi dominanti finisce per avere la meglio.

Queste sono le premesse del mio intervento e del confronto che avverrà a Torino, che si articolerà in modo meno generico soprattutto attraverso l’analisi di esempi lessicali molto concreti.

L’italiano non è resiliente (ed è poco proattivo)

Riparto dalla chiusa dell’ultimo articolo (“La sovralingua del green pass”), e cioè dal fastidio e dall’ostilità che generalmente suscitano le parole nuove, visto che come scriveva Leopardi non siamo abituati a sentirle. Un’idiosincrasia che però non si riscontra quando i neologismi sono in inglese crudo.

Questa accettazione priva di resistenze per il lessico del nuovismo espresso in inglese è spesso accompagnata dal rifiuto per una nuova parola corrispondente italiana, ed è soprattutto la combinazione di questo duplice sentimento (in inglese è bello, in italiano è brutto) a favorire la neolingua chiamata itanglese.

La traduzione letterale è poco in voga, ma è anche difficile che l’italiano riesca a generare neologismi alternativi all’inglese, e quando succede di solito non hanno grande successo, come nel caso di apericena (che molti considerano un “brutto” vocabolo) al posto di happy hour.

Gli adattamenti sono ancora più rari e disusati, dallo scevà che va tanto di moda (sono uno dei pochi che lo scrive in italiano) che per tutti è schwa (poco importa che sia parola ebraica, ci arriva dal dibattito d’oltreoceano), al luminolo, il composto chimico che rivela la presenza di sangue sui luoghi del delitto, e che tutti chiamano luminol.

C’è poi un’altra strategia che nelle lingue sane argina i forestierismi: l’allargamento di significato delle parole già esistenti – la risemantizzazione – che da noi ha poco successo. O meglio, è diffusa ma è a senso unico: realizzare qualcosa si amplia e diventa non più solo costruire ma comprendere; intrigare passa dal compiere intrighi a indicare qualcosa che ci attira; salvare diventa memorizzare (save the date)… parole come queste assumono nuovi significati per interferenza dell’inglese, ma viceversa difficilmente una parola italiana si amplia per sostituire un anglicismo in circolazione. E infatti ci sono schiere di anglomani pronte a perorare la necessità e l’intraducibilità di parole come selfie (autoscatto non va bene) o caregiver, cioè l’assistente familiare, che sostengono che non si possa rendere con badante, in quanto quest’ultimo lo farebbe a pagamento, al contrario del caregiver. Dove sta scritto che il participio presente di badare abbia a che fare con l’essere pagati? Da nessuna parte, naturalmente. Il significato (colui che bada) viene cancellato in nome di un uso, molto recente, che non si capisce perché non possa essere esteso. La retorica dell’uso farebbe di questa parola qualcosa di immutabile, alla faccia del suo significato secolare. Dove sta scritto poi che caregiver è slegato dall’essere una professione pagata? Da nessuna parte, ancora una volta. In inglese non c’è, gliela attribuiamo noi italioti questa accezione, perché quando importiamo una parola inglese, ridefiniamo tutta l’area semantica delle parole vicine (come aveva notato Roberto Gusmani, Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993) e le attribuiamo una nostra valenza assente nella lingua di origine.

In quest’ultimo processo c’è un meccanismo che mi pare poco indagato, e che porta a un restringimento dei significati storici dell’italiano (il contrario dell’allargamento), che in questo modo regrediscono in una ridefinizione delle cose attraverso le categorie della lingua inglese che fanno tabula rasa della nostra storia – e della nostra intelligenza – in una reinvenzione dell’acqua calda presentata come una sorprendente novità. Per esempio con il concetto di resilienza.

Resilienza e proattività

La parola resilienza non è nuova, ma in passato era usata in ambito tecnico ed era di bassissimo uso, prima che nel nuovo Millennio esplodesse con grande fortuna nel suo uso metaforico omnicomprensivo, proprio per interferenza dell’inglese. Il suo essere un neologismo (e dunque il suo creare un vespaio di oppositori e adulatori) è nella sua popolarità e frequenza.

In queste ridefinizioni, per evidenziare la presunta novità introdotta da un nuovo concetto, si compie di solito il giochetto di negare i significati storici, di far sparire e ridimensionare ciò che già c’era, per dare spazio alle pseudo-novità. Lo schema è quello di inventarsi una differenza che giustifichi la necessità della nuova parola-concetto. In questo tranello ci cade persino la Crusca quando, con un inno all’elasticità, scrive: “Resilienza non è quindi un sinonimo di resistenza: il materiale resiliente non si oppone o contrasta l’urto finché non si spezza, ma lo ammortizza e lo assorbe, in virtù delle proprietà elastiche della propria struttura.”

Mentre l’analisi e la storia di resilienza e resiliente dell’articolo sul sito della Crusca è ineccepibile, lo stesso non si può dire dell’analisi di resistenza e resistente, che non sono affatto slegati dal concetto di elasticità come si vuol far credere. Non c’è bisogno di consultare le tante pagine del Grande Dizionario Battaglia, in proposito. Basta pensare a un tessuto resistente, che ha proprio la proprietà di assorbire senza lacerarsi o senza deformarsi. Identificare la resistenza con la rigidità è semplicemente errato. Resistenza ha tante accezioni e include anche la resilienza, rendendola un concetto piuttosto vuoto soprattutto quando diventa una supercazzola da usare in senso figurato per esaltare l’importanza di essere flessibili. La resilienza si ritrova nella massima latina del fuscello che si piega ma non si spezza davanti alla quercia, forte e rigida, che però è soggetta a un punto di rottura (mi spezzo ma non mi piego). Dov’è la novità? Sono entrambe capacità di resistere. La novità è che si passa dal mi piego ma non mi spezzo a mi spezzo ma non mi spiego, facendo credere che l’unica accezione di resistenza sia quella della quercia.

Altrettanto insensato è lasciare intendere che la flessibilità sia qualcosa di nuovo e straordinario. Tutto ciò ci arriva dall’uso figurato di concetti che arrivano dalla medicina, dalla psicologia o dal marketing di testi angloamericani.

Non entro nella diatriba poco sensata delle parole belle o brutte, dei detrattori della parola resilienza, o degli adulatori venditori di fumo che ne esaltano la portata rivoluzionaria. Si può usare la parola che si preferisce, in un’epoca in cui la cooperazione è diventata sinergia. Tutto va bene, siamo di fronte a parole italiane, in fin dei conti. Voglio solo riflettere sul fatto che sotto certi cambiamenti linguistici non ci sono delle novità concettuali, ma delle ridefinizioni che importiamo perché stiamo solo ripetendo in modo acritico ciò che arriva da un modello culturale dominante che non sappiamo che scimmiottare.

Un percorso analogo è quello della parola proattivo (sul modello di proactive), dove quel pro sta per prima, davanti, e il neologismo indica la capacità di prevenire e anticipare gli effetti negativi. E la stucchevole retorica dell’importanza dell’essere proattivi che trasuda dal linguaggio aziendale è un’altra bufala del lessico del nuovismo che ci vende come chissà quale innovazione una strategia basata sull’importanza degli atteggiamenti proattivi che sono semplicemente preventivi.

Purtroppo, il più delle volte queste ridefinizioni concettuali si fanno direttamente con parole inglesi. Il pappagallo italiano non è più il molestatore delle belle ragazze che passeggiano per la via, quello si dice ormai catcalling. Il pappagallo italiano del nuovo Millennio è l’intellettuale, il giornalista, l’imprenditore, il politico, lo scienziato, il tecnocrate, l’insegnante… che non sa fare altro che ripetere le categorie d’oltreoceano facendo credere che siano novità, perché ha smarrito la propria cultura e le proprie radici, prima che la propria lingua.

In questo modo introduce direttamente in inglese ciò che non è più in grado di esprimere in italiano, come nel caso dello speed mentoring, del role model, del chunking, e di tutta una serie di anglicismi che rappresentano una nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza di un italiano che sembra essere sempre meno resiliente e proattivo.

La sovralingua del green pass

Ho scaricato la certificazione verde che attesta il mio vaccino e, incredibilmente, si chiama: “Certificazione verde COVID-19”.
Certo, il nome del documento in Pdf è “dgc certificate”, in inglese, come il nome del sito ministeriale che rilascia questo attestato provvisorio, dove dgc.gov.it sta per “Digital Covid Certificate”. Sul sito ci sono le Faq, non le domande frequenti, e si parla di QR code, e non di codice QR come dovrebbe essere naturale per chi non è malato di delirium anglicum. La nostra classe dirigente, a partire dalle istituzioni, ragiona e imposta ogni cosa non più in italiano, ma nella sovralingua di matrice anglofona.

Tuttavia, da questo impianto, molte cose vengono tradotte per il popolino italiano (magari parzialmente o malamente) e dunque il “green pass” non esiste, ufficialmente, non ricorre da nessuna parte. Il bilinguismo a base inglese concepito nei documenti europei recita: “La Certificazione verde COVID-19, in Europa ‘EU Digital COVID Certificate’, è rilasciata in Italia dal Ministero della Salute in formato digitale e stampabile.”

L’esistenza del certificato verde è già qualcosa, eppure i mezzi di informazione se ne fregano del nome ufficiale del documento, e continuano a parlare di “green pass” proprio negli articoli che spiegano cos’è e come procurarselo.

Questo linguaggio sta introducendo un nuovo elemento: stiamo passando a indicare il colore verde direttamente in inglese. Anche se il documento non è colorato come il foglio rosa delle patenti, il suo significato è quello di foglio verde, cioè di lasciapassare o di passi (chissà se i giornalisti sanno che sul vocabolario esiste passi, con lo stesso significato di pass) che non ha più l’accezione di verde legato all’ecologico che si rintraccia nei tanti anglicismi in circolazione composti da green. È semplicemente un colore, come nel total black, o nel red carpet di moda nel linguaggio della moda.

Questi giornalisti epigoni di Nando Mericoni usano l’inglese e lo pseudoinglese come gli adolescenti ricorrono a certe parole per identificarsi socialmente, è un segno di appartenenza, con la differenza che hanno i capelli grigi e non stanno parlando un gergo che usano tra loro e tra simili. Inconsapevoli, o più probabilmente incuranti, del fatto che si dovrebbero rivolgere a tutti gli italiani e della loro responsabilità nel fare la lingua, impongono il loro gergo a tutti attraverso la scrittura, oltre che l’oralità.
Così facendo, non sono più ridicoli, come lo era il loro papà Alberto Sordi, sono diventati cafoni e prepotenti. Il loro lessico da colonizzati viene indirizzato a tutta la comunità dei parlanti attraverso questi picchi di stereotipia che caratterizzano la pochezza del linguaggio giornalistico. In questo modo si introducono nella lingua di tutti parole come lockdown o smart working senza alternative e senza un perché. Dopo la prima fase incipiente, se si fa loro notare l’abuso dell’inglese, allargano le braccia e si difendono: “Ormai si dice così, cosa ci vuoi fare?” Come se l’anglicismo fosse qualcosa che ormai è necessario, insostituibile o intraducibile, come se non fossero loro ad aver detto così con un martellamento seriale che inevitabilmente ha portato a questo uso.

Gli hub vaccinali invece dei centri, i cluster invece dei focolai

Adesso “green pass” ha preso il sopravvento, ma fino a pochi mesi fa, prima che diventasse un documento reale – con un nome italiano che non usano – andava per la maggiore il “covid pass”. Ricordo Formigli che ogni volta che qualcuno accennava nella sua trasmissione al problema e alla necessità di un passaporto vaccinale o di una patente di immunità, sintetizzava tutto con: certo, il “covid pass”, ricorrendo all’espressione inglese in modo istintivo e privo di sinonimie, con una nevrosi compulsiva a ricorrere alla sintesi non in italiano, ma nella sovralingua concettuale.

Le ricadute di questo atteggiamento diffuso, che fuori dai giornali prevale nel mondo del lavoro, della scienza, delle tecnologie, della pubblicità e di sempre più ambiti, portano al tracimare dell’inglese nel linguaggio comune, e sono devastanti. Questo malcostume non si può separare dalla concezione dell’inglese come lingua sovranazionale, anche se molti credono, ingenuamente, che le due cose siano slegate: “Un conto è parlare l’inglese internazionale, un conto è mescolarlo con l’italiano”. Certo, in teoria, ma le due cose non sono così slegate, e questi documenti bilingui, in cui l’inglese è affiancato all’italiano come se fosse la lingua dell’Europa, spesso finisce col passare dall’affiancamento alla sovrapposizione.

È proprio la concezione dell’inglese come lingua superiore che porta a preferire l’anglicismo in ogni sua forma e a far regredire l’italiano. È proprio l’idea che l’inglese sia la lingua dell’Europa – un postulato presunto e privo di valore legale – che porta a concepire gli impianti comunicativi secondo la logica e la lingua inglese.

L’italian green pass

Ho cercato “green pass” sul giornale spagnolo El Pais, e non ci sono occorrenze. L’ho cercato su quello francese Le Monde, le occorrenze sono pochissime, e tra queste spicca un articolo sul “green pass italien” (dove l’anglicismo è tra virgolette) che parla del nostro certificato verde, perché siamo noi a chiamarlo così. Se cerchiamo “green pass” sul Corriere, nel 2021 è stato utilizzato circa 300 volte, mentre nello stesso anno sul New York Times si trova 33 volte, perché anche negli Stati Uniti non si dice così, e l’espressione si è diffusa invece in Israele.
Ma quanto siamo deficienti?

Da noi succede che un cinguettio di Ursula von der Leyen che scrive di aver verificato che il suo EUCOVID certificate funziona in Spagna sia riportato con queste parole: “Controllato il mio green pass in Spagna, funziona”.

Dietro questa sistematica distruzione dell’italiano non c’è solo la lingua dei mezzi di informazione, ma un intero Paese allo sbando, che ha perso le proprie radici, è incapace di ragionare e parlare con le proprie parole e si sta creolizzando, culturalmente e linguisticamente.

La giustificazione dell’abuso dell’inglese che striscia è sorretta da un’ipocrita e vergognosa mentalità – contrabbandata anche da certi linguisti – per cui la lingua la farebbero i parlanti. Questa menzogna (o questa verità molto parziale, sia storicamente sia oggi) è spacciata come un processo democratico invece che aristocratico. “E i giornalisti non sono parlanti?” mi ha risposto una volta un docente universitario di linguistica piccato dal fatto che mettessi in discussione le sue subdole affermazioni. Certo che lo sono, ovviamente, e purtroppo sono anche scriventi. Ma far credere che l’inglese sia preferito dai parlanti, intesi come le masse, è una bufala, il più delle volte. L’itanglese è la lingua dei padroni e dei loro organi di informazione, che sia chiaro. Sono loro a imporlo a tutti in una lingua creola, dove gli anglicismi si mescolano all’italiano e generano sempre più pseudoanglicismi incomprensibili per i madrelingua anglofoni. Al popolino non resta che ripetere ciò che passa dall’alto: green pass, hub vaccinali, fake news, lockdown, droplet

In questo modo l’idolatria dell’inglese viene trasmessa a tutti, e sotto le singole infinite espressioni c’è un atteggiamento che rivela tutto il nostro servilismo e il nostro complesso di inferiorità.

Da sempre c’è tra la gente una certa ostilità verso le parole nuove. Come aveva spiegato Leopardi solo l’uso e l’abitudine rendono una parola bella o brutta (quando non siamo abituati a sentirla e a intenderla). Basta cercare in Rete espressioni come “orribile neologismo” e simili per sondare con mano questa ostilità diffusa. Questo sentimento di fastidio, questo misoneismo lessicale, secondo Luca Serianni ha una funzione conservativa che una sua utilità per la coesione e la “fedeltà linguistica”.
L’anomalia è che nel caso dei neologismi in inglese non c’è un’analoga resistenza sociale, anzi, tutto il contrario: invece delle condanne abbondano giudizi come “c’è una bella parola in inglese per dire…” oppure semplicemente “in inglese si dice…” punto. La lingua superiore insegna, non c’è che da ripetere. Ecco perché italiano è finito, non è più in grado di evolversi autonomamente e il 50% dei neologismi del Nuovo millennio è in inglese crudo.

Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (seconda parte)

Se l’inglese diventa un idioma di rango superiore, tutte le altre lingue – a partire dall’italiano – diventano figlie di un dio minore, e rischiano di trasformarsi nei dialetti locali dell’anglomondo.

Nella prima parte di questo articolo ho mostrato che la soluzione del monolinguismo a base inglese per la comunicazione sovranazionale è una visione politica che si sta affermando, ma non è l’unica possibilità – come in Italia in molti credono – né la via più etica e per noi più conveniente.
Questa visione dell’inglese globale come lingua superiore è poi è alla base del fatto che, sul piano interno, molti anglicismi siano preferiti alle parole italiane e suonino più moderni e internazionali anche quando non lo sono.

Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione dell’italiano e con l’invadenza degli anglicismi. E c’è chi difende a spada tratta l’inglese come lingua veicolare, ma è contrario a mescolarlo con l’italiano. In realtà le due cose non sono così separate e hanno un forte legame, perché le lingue non sono sistemi a compartimenti stagni, e la loro interferenza è un fenomeno normale.

Non resta che vedere in che modo l’inglese internazionale si riversa nell’italiano e lo sta trasformando in itanglese.

Dall’inglese internazionale all’itanglese

La penetrazione degli anglicismi nell’italiano, ma più in generale in tutte le lingue, è spesso causata dall’espansione delle multinazionali angloamericane e del loro lessico. I casi più evidenti sono quelli del linguaggio della Rete o dell’informatica, dove la metà delle voci così marcate nei dizionari è in inglese non adattato; ma questo meccanismo di importazione si trova in ogni ambito. Nella giurisprudenza, per esempio, parole come copyright, leasing o franchising si propagano intoccabili in tutto il mondo (come hanno osservato Francesco Galgano o Alessandro Gilioli) per precise disposizioni che hanno a che fare con il diritto internazionale che parla inglese e che potrebbe scontrarsi con altri ordinamenti. Dunque la supremazia della terminologia inglese si impone su quella locale per questi motivi legati ai diversi rapporti di forza.

Dai linguaggi di settore, queste parole finiscono poi nel linguaggio comune.

Perché la pandemia ha portato al lievitare degli anglicismi in tutto il mondo? Perché è un fenomeno internazionale, perché l’Oms parla inglese, perché gli scienziati parlano in inglese. In italia il fenomeno è stato più pesante perché non abbiamo istituzioni che regolamentano la lingua, e dunque abbiamo assorbito senza resistenze il lockdown, il droplet, lo spillover, gli hub, i cluster

Lo stesso vale per le categorie culturali, dalla scienza allo sport. Perché importiamo gli anglicismi con questa frequenza inaudita? Perché pensiamo che sia la lingua internazionale e superiore. Se non ci fosse questa mentalità sottostante non ci vergogneremmo di usare l’italiano.

Burn-out, spike protein e mindfulness

Per comprendere questo processo, in ambito medico-scientifico si può citare il caso dell’Oms (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) che parla in inglese e in inglese decide per esempio di inserire nella sua lista il burn-out (esaurimento professionale) come una sindrome riconosciuta e distinta da altri tipi di esaurimento. La conseguenza di questa scelta è che il termine penetra ovunque in inglese.

Mentre in Spagna c’è la Reale Accademia Nazionale di Medicina che interviene indicando il sostitutivo spagnolo “ufficiale” e sconsigliando l’anglicismo, come avviene anche in Francia, da noi non esistono autorità del genere e siamo in mano ai giornalisti e agli specialisti che parlano l’inglese internazionale e ripetono l’anglicismo senza nemmeno porsi il problema di tradurlo. Il risultato è che le alternative possibili non sono regolamentate, e crediamo che ricorrere all’inglese renda tutto più tecnico. Ma questo liberismo linguistico, figlio della convinzione che la lingua si difenda da sé, non funziona davanti alle forti pressioni dell’inglese globale dominante. Occorre cambiare prospettiva, esattamente come non si può rispondere che i panda si difendono da sé, occorre tutelarli e proteggere la biodiversità.

Voglio fare un altro esempio che mi pare utile per comprendere le conseguenze pratiche di una mancanza di un’autorità e di un punto di riferimento che potrebbe arginare gli anglicismi in Italia.

Quando è arrivato il covid gli scienziati e i divulgatori hanno cominciato a parlare degli spike – cioè gli spuntoni che lo caratterizzavano – e anche di spike protein direttamente in inglese, come fosse normale importare la terminologia anglofona senza traduzione. Poiché in italiano esiste la parola spinula, che in ambito scientifico e biologico indica proprio una formazione anatomica o patologica a forma di spina, ho domandato all’immunologa Maria Luisa Villa se potesse essere una valida alternativa. Mi ha risposto che la trovava un’ottima traduzione e ha anche chiesto un parere al virologo Fabrizio Pregliasco a cui la proposta è piaciuta. Forte di questi pareri autorevoli ho divulgato questa possibilità in un articolo sul portale Treccani e l’ho inserita tra i sinonimi possibili sul dizionario AAA che ormai è diventato una fonte per molti professionisti, visto che è il più grande archivio di riferimento esistente nel nostro Paese e quasi l’unico. Il risultato è che oggi spinula comincia a circolare, e si ritrova per esempio anche in molte voci della Wikipedia. Insomma, se un’alternativa c’è, e viene promossa, è possibile che si affermi, ma se nessuno la individua e la divulga, entrerà nell’uso solo l’inglese senza la libertà di scegliere.
Se questo lavoro fosse fatto da enti istituzionali con una maggiore risonanza e autorevolezza, le cose potrebbero migliorare.

L’altro giorno mi è arrivata la segnalazione di un libro intitolato Diventare grandi con la mindfulness. La mindfulness è una tecnica meditativa che è stata importata dal buddismo, e in lingua indiana si esprime con la parola “sati”, ma negli Stati Uniti hanno ridefinito e riproposto tutto nella loro lingua, e non certo in lingua pāli!
Che cosa fa il francese? La traduce con piena coscienza e in altri modi ancora.
Che cosa fa lo spagnolo? La traduce con coscienza o attenzione piena.
Che cosa fa l’italiano? Nulla. Invece di usare analoghe traduzioni o sinonimie come piena consapevolezza o presenza mentale, ripete a pappagallo con servilismo la parola-concetto così come la si esporta e la si importa. E se qualcuno volesse esprimerlo in italiano? Dovrebbe ricorrere alla creatività espressiva individuale, che genera soluzioni diverse, e non codificate e uniche come nel caso dei tecnicismi inglesi. In questo modo mindfulness diventa il titolo di un libro e penetra nell’uso come fosse qualcosa di intraducibile, come se non fosse a sua volta una ridefinizione di un concetto orientale. È con queste modalità che gli anglicismi diventano “necessari” o “insostituibili”, solo da noi, ovviamente, visto che altrove non lo sono affatto.

In questo quadro, il globalese si riversa nell’italiano con una profondità che non è più possibile spiegare con le categorie del “prestito” che i linguisti continuano ancora a utilizzare senza riuscire a comprendere il fenomeno nella sua profondità.

La newlingua dei WeFood e degli showcooking

La curatrice del sito Buoneidee mi ha rigirato la newsletter della regione Friuli Venezia Giulia che per promuovere il territorio organizza il WeFood, il weekend enogastronomico con showcooking a cui possono aderire i “produttori di food equipment, dai forni alle cucine” pieno di eventi digitali tra cui Food & Wine: come ripartire dopo i lockdown? Il progetto si chiama Academy.

Quando la cucina italiana, che è una delle nostre più importanti eccellenze, diventa cooking (e suggerisco ad Academy di trasformare il lavaggio dei piatti in uno showcleaning che magari genera business), la gastronomia Food, il vino Wine… non stiamo importando anglicismi perché ci mancano le parole. Stiamo distruggendo l’italiano perché stiamo passando alla costruzione di categorie sovra-italiane in una gerarchia lessicale dove al vertice c’è la lingua internazionale. Siamo ben oltre il prestito, siamo alla formazione dell’itanglese da parte di nativi italiani che hanno rinunciato alla propria lingua.

Lettera aperta a Mario Draghi

Il presidente del Consiglio Draghi è finito su tutti i giornali per un paio di uscite contro l’abuso dell’inglese. Ha ironizzato sull’uso di governance invece di governo e, davanti a smartworking e babysitting ha sbottato: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?”.

In una “Lettera aperta a Mario Draghi” ho provato a rispondergli, a ringraziarlo per le sue dichiarazioni e anche a perorare la nostra causa di una legge per l’italiano.

Preferiamo gli anglicismi e li consideriamo più solenni proprio all’interno di una visione più ampia che considera l’inglese come la lingua internazionale e superiore. Non si può far finta di non vedere il legame tra itanglese e globalese!

C’è persino chi ormai lo teorizza esplicitamente e ha gettato la maschera.
In un articolo su Affari italiani (grazie ad Agostino che me lo ha segnalato) il giornalista esce allo scoperto e dice chiaramente “sì agli anglicismi” proclamando che Draghi “sbaglia” a ironizzare sulle parole inglesi, perché “i nostri giovani partecipano a un’agguerrita competizione globale utilizzando termini come advisor, asset, benchmark, board, CEO, CFO, chairman, cluster, compliance, governance, stakeholders, sales, skills, tools e via dicendo.” E allora i “nostri migliori giovani, la vera speranza del Paese (…) non si faranno condizionare da Draghi perché così prevede la globalizzazione.” Secondo l’autore del pezzo, “è sbagliato far passare simili messaggi: il progresso implica che il popolo (…) sia educato a piccoli passi, magari apprendendo gradualmente il significato degli anglicismi, e soprattutto, non avendo alibi per non apprezzare e beffeggiare chi sa ed è bravo.”

Eccolo il passaggio dall’anglofilia all’anglomania in nome del “progresso”, finalmente enunciato senza ipocrisie!
In questa visione allucinante che sta prendendo sempre più piede, l’italiano si deve buttare per parlare attraverso la sua contaminazione con l’inglese. Gli anglicismi educherebbero alla newlingua della globalizzazione un po’ come nel progetto colonialistico del basic english, la riduzione dell’inglese semplificato per le colonie che piaceva tanto a Churchill.
Meno male che c’è Draghi e che – dopo anni di jobs act, navigator, chasback di Stato e chi più ne ha più ne metta – per la prima volta emerge una diversa sensibilità per la questione della lingua da parte della politica e delle istituzioni. Ma invece di essere applaudito da tutti, Draghi viene attaccato da gironalistucoli figli di Nando Mericoni (l’Alberto Sordi di Un americano a Roma) che considerano l’italiano obsoleto, se ne vergognano e sono coloro che lo stanno uccidendo. Questi scribacchini teorici della rinuncia all’italiano sono quelli che prima introducono l’inglese in modo stereotipato e senza alternative – vedi lockdown – fino a farlo entrare nell’uso, subito dopo giustificano la parola dicendo che è ormai è entrata nell’uso (grazie a loro mica alla gente) e non si può più far niente, e nella terza fase ti dicono che se dici confinamento come in Francia e in Spagna sei retrogrado, o addirittura “ridicolo”.

Questa logica si deve spazzare via.

Per questo la nostra proposta di legge chiede campagne di promozione e “raccomandazioni” come quelle utilizzate per intervenire sull’uso – e cambiarlo – nel caso della femminilizzazione delle cariche. Se in un primo tempo “ministra” faceva ridere, adesso si è affermato, perché solo l’uso e l’abitudine fanno apparire una parola bella o brutta – per citare Leopardi – o anche ridicola, solo perché non siamo avvezzi a sentirla.

Non si può pensare di risolvere il problema delle formiche schiacciando quelle che passano, ma bisogna agire individuando il formicaio. Dunque, non ha tanto senso prendersela contro i singoli anglicismi, considerati in modo isolato, perché per uno che si argina a questo modo ne spuntano altri dieci. Bisogna agire sulle cause che inducono alla nevrosi compulsiva che porta a usare le parole inglesi, e sulla testa di certi giornalisti e intellettuali che dovrebbero “decolonizzare la mente”.

La battaglia per l’italiano e contro l’abuso dell’inglese si può condurre solo con questo spirito e su questo piano. E all’ideologia dell’inglese globale è necessario contrapporre un’altra visione politica basata sul plurilinguismo.

Massacrare l’italiano e parlare itanglese non significa “stare al passo con i tempi”!

Sono appena tornato da un viaggio di lavoro e ho ancora in testa il martellamento della comunicazione delle Ferrovie dello Stato dove, in tempi di pandemia, i biglietti sono in modalità conctaless, ed è attiva la nuova modalità del self check-in. Come si legge sul sito del Gruppo Fs itanglesi: “consente al viaggiatore di certificare con un click [con la “k”] la propria presenza a bordo, riducendo le verifiche fisiche del ticket da parte del controllore (…). Intelligenza artificiale, digitalizzazione e gestione dei dati sono driver per contenere l’emergenza” e la nuova app di Fs “è ormai pronta per il lancio negli store”.

Sul Frecciarossa mi hanno anche dato un sacchettino chiamato Health & safety kit, cioè una mascherina usa e getta, una lattina di acqua e una bustina di disinfettante. Potrei andare avanti a lungo a illustrare questa nuova comunicazione “al passo con i tempi” unita ai posti di blocco dei gate delle stazioni, tra esercito, polizia, uomini in giallo con la scritta cleaner service sulla tuta che si occupano della pulizia e altri con health service o cose del genere che prendono la temperatura. Tutto ciò lascia l’impressione di vivere in un Paese occupato. Non c’è alcuna polemica sulle misure contro il/la covid che tutti speriamo svanisca presto, sia chiaro. Ma l’occupazione linguistica è ormai innegabile. E non è affatto passeggera.

La cosa più grave è che arriva dalle istituzioni.

Vax manager e screenshot

Sul sito della regione Lombardia, che insieme alle Fs è un altro potente apparato che diffonde l’itanglese, possiamo leggere che “le ATS territoriali hanno individuato un referente vaccinazioni disabili territoriale, il Vax Manager.”

Vax manager? Non ci bastavano i no vax, il vax day… né i covid manager, i covid hospital, i covid pass, il covid free… e il qualunque cosa in inglese + covid!
Le radici inglesi (e pseudoinglesi) si ricombinano in tutti i modi e prendono vita. Questi non sono più prestiti isolati, sono una nuova grammatica generativa che sta stravolgendo la nostra lingua. Le porzioni di Dna linguistico inglesi sono sempre più prolifiche, e questo lessico del nuovismo in itanglese sta uccidendo l’italiano, che non sa più esprimere con le sue parole tutto ciò che è nuovo da almeno vent’anni. Gli anglicismi sono così tanti e si diffondono e allargano così rapidamente che non è più possibile farne una lista.

Carla Crivello mi segnala l’ultima sentenza della Cassazione: sancisce che gli screenshot hanno la stessa valenza documentale della fotografia, per cui la schermata, la cattura dello schermo, il fermo immagine di una chat, la sua fotografia, insomma, costituisce prova legale (Cass. Pen., sez. III, n. 8332/2020). Così screenshot è diventato ormai il nome uniforme e ufficiale delle sentenze. Il che è solo uno degli infiniti esempi di anglicismi anche in questo ambito (tra mobbing, stalking e tanti altri).


Senza un’istituzione che fissi le regole dell’italiano e le alternative all’ingese come nelle banche dati terminologiche e nelle leggi francesi o nelle prescrizioni che esistono nella lingua spagnola non ne usciamo.

Se leggiamo i giornali, la frequenza dell’inglese fa rabbrividire. Se accendiamo la televisione anche. Martedì scorso Giovanni Floris (Di martedì, La7) intervistava un espertone nutrizionista a proposito del comfort food. Il luminare rispondeva con sapienza che cosa significa, e spiegava perché certi alimenti hanno queste caratteristiche appaganti che inducono a non smettere come fosse una fondamentale scoperta degli ultimi tempi (una ciliegia tira l’altra si diceva nello scorso millennio) che evidentemente viene dall’America! A nessuno è venuto nemmeno in mente di dire semplicemente cibo consolatorio. No. Il cibo è ormai food, l’italiano non esiste e c’è solo l’inglese.

Vogliamo parlare della Rete?
In questo momento sto scrivendo un post per il mio blog su WordPress, che mi impone questo linguaggio, e le funzioni dell’interfaccia mi parlano di homepage, link, feedback, layout, widget, plugin


È tutto così. Il mondo in cui siamo immersi è questo e parla questa newlingua dal sapore orwelliano.

Che cosa può fare il cittadino? L’uomo della strada, la casalinga di Voghera… chiamatelo come volete. Non può che imparare dalle parole dell’esperto che sfoggiando l’inglese mostra la sua superiorità. E non può che ripetere le parole del giornalista che dovrebbe fare il divulgatore, ma dice solo comfort food, senza alternative, introducendo una sorta di termine-nome-proprio.
Come avviene con screenshot, con il linguaggio del Fs, con quello della regione Lombardia, dei giornali, della tv, della Rete, e delle merci.

Grow shop e canaperie

Le parole nuove sono inglesi, ma accanto a queste c’è una sostituzione sempre più ampia anche delle parole vecchie, del nostro lessico storico.

Un lettore mi segnala che i negozi di canapa legale e dei suoi derivati si chiamano grow shop.
Pochi sanno che sino ai primi del Novecento l’Italia era il primo produttore mondiale di canapa (secondo alla Russia per quantità, ma non per qualità) e che le distese di canapa si estendevano dall’Emilia sino al Veneto, ma anche al Sud. Con l’eccezione di qualche rimedio analgesico che era piuttosto comune preparare nelle farmacie (cfr. Giorgio Samorini, L’ erba di Carlo Erba, Nautilus Edizioni 1996), il principio psicoattivo della canapa era da noi più o meno sconosciuto, anche perché le varietà italiane avevano una percentuale di thc bassissima. I canapai vivevano su un’economia plurisecolare dove della canapa, come del maiale, non si buttava via niente. Si ricavavano i tessuti, la carta (senza il problema del disboscamento), le gomene delle navi, l’olio per le lampade, i semi erano usati per l’alimentazione del pollame… Pochi sanno che in tempi di autarchia fascista Mussolini creò il consorzio della canapa e nazionalizzò la produzione italiana per contrastare il mercato estero dei tessuti di cotone e juta e che era industrializzato e più conveniente. Intanto le gomene delle navi furono sostituite dai cavi di acciaio, la medicina erboristica fu sconfitta dalla farmacologia chimica. La Bayer a fine Ottocento brevettò e mise sul mercato un paio di farmaci da banco destinati a cambiare la storia. Uno era l’aspirina, l’altro l’eroina. Avete capito bene, sì, l’eroina! Presto fu però ritirata dal mercato per i suoi effetti devastanti e più tardi, negli Usa, dopo il fallimento del proibizionismo degli alcolici, nacque un potente movimento proibizionista contro le droghe e in particolare la marijuana, la droga dei “messicani e dei negri” di cui vennero denunciate le catastrofiche (e false) conseguenze sociali con una campagna mediatica di ampia portata. Circolavano pseudocumentari per le scuole e per i circuiti cinematografici che mostravano scenette come quella di un fratello e una sorella che dopo aver fumato marijuana si abbandonavano all’incesto per poi suicidarsi gettandosi dalla finestra. Per le pressioni americane, l’Onu sarebbe arrivata persino a perseguire esplicitamente l’intento di estirpare la pianta – sì: la pianta non la sostanza che se ne ricavava – dalla faccia della terra; e dietro non c’era solo la retorica fondamentalista del proibizionismo, c’erano anche ben altri interessi economici, visto che l’economia storica della canapa era in competizione con altre economie che riguardavano l’area angloamericana.

Ho divagato, lo so. Ma il punto è che oggi proprio dagli Stati Uniti importiamo una nuova prospettiva che recupera la canapa come prodotto ecologico e sostenibile, e in questa ventata di antiproibizionismo anche della sostanza psicoattiva per usi medici o ricreativi, tutto sembra una novità d’oltreoceano che si esprime con i loro “termini”. Canaperia non viene in mente a nessuno e la secolare storia produttiva dell’Italia è sepolta dall’anglonuovismo e dimenticata. Ma tanto ormai i negozi sono shop e store. E il cerchio si chiude.

Crocheter e knitter, caregiver e delivery…

In Rete e su YouTube si stanno affermando parole come crocheter e knitter per indicare chi lavora a maglia con uncinetto o ferri, e Irene, un’appassionata di queste pratiche, si chiede come si potrebbe dire in italiano.

Nell’italiano storico esiste magliaio/a per indicare chi lavora a maglia, e telarista che era però riferito a chi lavora al telaio. Il lavoro a maglia è antico, e lo è anche lo sferruzzare (verbo che compare abbondantemente nei testi letterari) da cui si può legittimamente ricavare sferruzzatore/trice, perfettamente comprensibile e che ha già una sua presenza. Storicamente lo sferruzzare era legato al “fare la calza” e per indicare le donne che sferruzzavano si parlava anche di “calzettaie”, oggi poco riproponibile. Esisteva anche “agucchiante” derivato da ago/agucchiare (dal diz Battaglia: Negri 2-837: “La donna del popolo agucchiante alla finestra appare come un’umile cosa”) e si usava anche “infilzare” (nel lavoro ai ferri: avviare la maglia, mettere i punti, sferruzzare). Nella nostra lingua ci sono i merletti ma non le merlettatrici e anche cucitore è un vocabolo più ampio, come tessitore. Sembra insomma che non ci sia mai stata l’esigenza di dare un nome alle lavoratrici a maglia, fuori da magliaia, lo stesso significato generico dell’inglese, mi pare, solo che oggi lo importiamo con una restrizione del suo significato come fosse un tecnicismo che indica una cosa ben precisa. Dunque magliaia non va bene. E quando si sente l’esigenza di una parola nuova l’italiano storico si butta, non si recupera.
Se si proponesse la parola infilzatrice si risponderebbe che è ridicola, o troppo generica o poco appropriata; se si proponesse sferruzzatrice l’obiezione potrebbe essere: “Sferruzzare non può essere che con i ferri. Inoltre adottare lo stesso termine creerebbe confusione.” Uncinettatrici? Uncinettole? Inventare parole sembra che non appartenga più alla nostra cultura. Adattare meno che mai. E allora suvvia… Importiamo dall’inglese!

Ma perché? Mi chiedo. Perché l’italiano non può evolvere, estendere il significato del suo lessico in senso lato come è avvenuto per secoli, e perché sferruzzare non si può recuperare, così come navigare oggi non significa tecnicamente solo “andar per mari” ma anche consultare la Rete? Non mi pare che ciò porti alcuna confusione. Da dove nasce l’idiozia che sia necessaria una parola specifica per ogni cosa, quando la lingua è metafora e le parole hanno un significato che non si può slegare dal contesto?

Un’altra lettrice ha rivendicato tutta la differenza tra badante, una professione, e caregiver, l’assistente familiare che bada ai parenti in difficoltà ma non è una figura riconosciuta ufficialmente. Ma perché badante – lett. colui che bada, participio presente di badare – non può estendersi a indicare in senso più ampio anche queste persone? Che cosa c’è di male se dico che faccio da badante ai miei genitori anziani? Dove sta scritto che il campo semantico di badante è solo nel prendersi cura a pagamento?

Certo, nell’uso questa è l’accezione che si è imposta, ma l’uso si cambia e si amplia, la lingua evolve. Perché dovrebbe evolversi solo attraverso l’inglese? E così i caregiver vogliono il loro riconoscimento in inglese, e lo stesso avviene quando nascono i sindacati dei rider o dei pet sitter, in un contesto sociale dove a nessuno viene neppure in mente di trovare parole italiane; e questo li danneggia, perché poi non riescono a far arrivare a tutti le loro legittime richieste, tanto che Zaia – dunque un presidente di regione, non propriamente l’uomo della strada – in una recente uscita televisiva ha definito un caregiver come un autista dei disabili, dando un’interpretazione tutta sua della parola che collegava forse a car, cioè automobile.

Cosa accomuna tutti questi anglicismi?

Sotto il proliferare di ogni singolo anglicismo c’è una mentalità ormai radicata che ci fa considerare l’italiano solo nei suoi significati storici, mentre ciò che è nuovo si deve differenziare attraverso una nomenclatura in inglese. È la logica per cui oggi, se diciamo calcolatore, pensiamo agli apparecchi di una volta, perché quelli moderni si chiamano computer. Eppure in inglese sono ancora computer come quelli di una volta, così come in francese erano e sono ordinateur, e in spagnolo computador. Solo in italiano abbiamo sostituito la parola che usavamo, altrove le parole si evolvono, da noi usarle viene spesso considerato ridicolo.

C’è persino un commentatore che ha osservato che delivery non è come la consegna a domicilio, in quanto ti possono portare la pizza anche in ufficio, non solo dove hai il domicilio!
Ci rendiamo conto del livello che stiamo rasentando?

Perché avviene tutto questo?
La risposta è nel linguaggio delle ferrovie, della Cassazione, della regione Lombardia, della tv, dei giornali, della Rete, della tecnologia, delle merci globalizzate… Stiamo al passo con i tempi! Usiamo l’inglese e massacriamo l’italiano! Facciamolo morire. C’è addirittura chi ha fatto della massima “i termini non si traducono”, la sua (pessima) prassi di lavoro terminologico. Se una parola esiste già, bene, altrimenti la si importa in inglese. Se l’inglese è già in uso, poi, questo uso diventa sacro e insostituibile! L’italiano, in altre parole è morto! La possibilità di creare un neologismo, di adattare o di allargare vecchi di significati e di intervenire sull’uso – come avviene nelle banche dati terminologiche francesi e spagnole – non è nemmeno contemplata.

Davanti alla retorica ipocrita dell’uso “sovrano”, sacro e inviolabile, gli anglomani anglopuristi non raccontano che l’uso non è affatto qualcosa di “democratico” e popolare che che viene dal basso, dalle esigenze dei parlanti, come fanno credere. L’uso che si impone dal basso è di solito bollato come errore, e dunque scrivere “qual’è” con l’apostrofo, o usare “piuttosto che” con il significato di “oppure” invece di “anziché” sono condannati (aggiungo per chiarezza: giustamente!), benché largamente diffusi. Invece l’altro uso, quello dell’inglese imposto dall’alto, dai mezzi di informazione alle istituzioni, viene osannato come tecnico, necessario, internazionale e al passo con i tempi. In questo caso l’uso è sacro. Persino quando a far la lingua non sono più i nativi italiani, ma le multinazionali d’oltreoceano che si espandono e ci impongono le loro parole come follower, snippet, leasing, cheeseburger… Invece, quando si deve intervenire sull’uso per cambiare la storia e introdurre il linguaggio inclusivo, il politicamente corretto (entrambi importati dagli Usa) o la femminilizzazione delle cariche, ecco che educare a parlare nel giusto modo diventa non solo possibile, ma auspicabile e doveroso. Due pesi e due misure che remano in un’unica direzione: importare il pensiero unico che sempre più spesso si esprime in una sola lingua.

La newlingua orwelliana

E nei Paesi anglofoni cosa accade? Pensate che anche loro non traducano i termini stranieri?

Ho appena letto uno studio specialistico sulla traduzione in inglese dei termini giuridici del codice penale italiano e del diritto romano, e le scelte traduttive sono orientate alla lingua del ricevente, mica attente a non profanare la lingua di provenienza. Visto che per loro non esiste il concetto di “ergastolo” non è che lo importano in italiano, non essendo deficienti lo traducono letteralmente con life sentence. La Corte di Cassazione è un organo che non esiste negli ordinamenti di common law, dunque il “ricorso per cassazione” diventa “appeal to the Court of Cassation”, adattato: non dicono certo Cassazione! Ma fuori dalla terminologia, anche l’inglese comune è richissimo di parole estere che però ha fatto sue attraverso l’adattamento (come avviene normalmente nelle lingue sane) a cominciare da quelle italiane. Disegno è diventato design, schizzo sketch, maschera mascara, maneggio ha generato manager, novella novel… mentre noi oggi reimportiamo queste nostre parole con il restyling in inglese. Siamo ormai colonizzati linguisticamente, e il nostro servilismo è sempre più assurdo.

Tra i consigli d’autore sulla scrittura, George Orwell, nel saggio La neolingua della politica (1946), consigliava: “Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o la parola di un gergo speciale se si riesce a trovare un equivalente nella lingua quotidiana” (p. 65). Inoltre, scriveva: “Non c’è davvero bisogno delle centinaia di espressioni straniere ormai di uso comune in inglese” e addirittura tuonava contro le radici latine e greche (p. 37) che suonavano più solenni di quelle anglosassoni.

Gli anglomani, se amano così tanto l’inglese, dovrebbero fare come gli inglesi! Dovrebbero riflettere maggiormente sulla necessità di recuperare la propria lingua, invece di trasformare l’angloamericano nella newlingua che ricorda proprio quella del grande fratello di 1984.

Voglio concludere con una citazione di Orwell tratta dal bel libro appena uscito a cura di Massimo Birattari (La neolingua della politica, Garzanti, Milano 2021, p. 59, grassetto mio):

“…la decadenza della nostra lingua è forse curabile. Coloro che lo negano sosterrebbero, se mai volessero produrre un’argomentazione, che la lingua si limita a riflettere le condizioni sociali presenti, e che non possiamo influenzare il suo sviluppo armeggiando direttamente con parole e costruzioni. Dal punto di vista del tono generale e dello spirito di una lingua, questo potrebbe essere vero ma non lo è nei dettagli. Parole ed espressioni sciocche sono spesso scomparse, non per mezzo di un processo evolutivo ma grazie all’azione consapevole di una minoranza.”

Anche l’italiano di oggi riflette le condizioni sociali presenti. Non so se l’itanglese è curabile. Di sicuro è necessario combatterlo attraverso una battaglia culturale non rivolta contro i singoli anglicismi, ma contro la nostra anglomania, il nostro servilismo e il nostro senso di inferiorità. Non è questione di fare i puristi, come lo era Orwell che se la prendeva con i cattivi scrittori e anche con le brutte espressioni angloamericane. La questione riguarda l’ecologia linguistica, e cioè la sproporzione dell’inglese e il numero degli anglicismi che ha ormai superato ogni limite tollerabile dal buon senso e sta snaturando completamente la nostra lingua.

È necessario promuovere e difendere l’italiano non per principio, ma perché sta soccombendo.

Lo abbiamo chiesto l’anno scorso al presidente Mattarella e oggi lo chiediamo in modo più articolato in una proposta di legge per l’italiano (ringrazio le oltre 650 persone che la stanno appoggiando con le loro firme).

E poiché lo Stato non fa alcuna campagna contro l’abuso dell’inglese, come accade invece in Francia o in Spagna, non resta che provare a fare qualcosa attraverso l’azione consapevole di una minoranza.

Questi sono i video di una campagna fatta dai volontari del portale Italofonia. Una minoranza senza finanziamenti né riconoscimenti, ma che non si arrende.

Congiunti, ristori e cashback: le parole firmate Giuseppe Conte

Ricoprire la carica di presidente del Consiglio implica grandi responsabilità non solo per le sorti del nostro Paese, ma in maniera indiretta anche per le sorti della nostra lingua. Chi è al centro dell’attenzione mediatica dovrebbe essere consapevole che ogni parola che proferisce o introduce è esposta a un esercito di virgolettatori, chiamati anche giornalisti, pronti a rilanciarla su tutti i mezzi di informazione, che a loro volta saranno ripresi dal tamtam delle piattaforme sociali e ripetuti dalla gente.

Le alte figure istituzionali fanno anche la lingua. E alcuni personaggi politici sono entrati nella storia anche per le parole che hanno lasciato. Poco importa se l’espressione convergenze parallele sia uscita dalla penna di Eugenio Scalfari negli anni Sessanta, è diventata celebre negli anni Settanta perché è stata utilizzata da Aldo Moro, e a lui associata. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga si può associare alle picconate, la ministra Elsa Fornero agli esodati
Certe espressioni hanno una circolazione effimera, sono parole usa e getta che scompaiono passata la loro attualità, altre volte dopo un periodo di alto uso sono riprese in altri contesti e si stabilizzano con una frequenza ben maggiore di prima, e in altri casi si affermano in modo ancora più stabile, come il jobs act renziano che ha portato a innumerevoli emulazioni; ormai è diventato normale parlar di act invece che di leggi, dal family act alla non traduzione del digital services act di matrice europea. Se queste nuove parole si esprimono in inglese, l’italiano regredisce proprio a partire dal linguaggio delle istituzioni.

In attesa delle misure dragoniane del nuovo futuro presidente del Consiglio, si può provare a fare un bilancio su ciò che l’ultimo governo Conte ci ha lasciato dal punto di vista lessicale. E la novità è che le parole congiunti, ristori e cashback, dopo essere state passate per la centrifuga mediatica, sono diventate popolari.

Congiunti

La parola congiunto appartiene a un ambito del linguaggio giuridico-burocratico che appare appositamente indeterminato. Calvino l’avrebbe forse inserita nel lessico dell’antilingua, un linguaggio che sembra fatto apposta per risultare incomprensibile, dove una semplice affermazione come: “Nel primo pomeriggio sono andato in cantina e ho trovato delle bottiglie di vino”, in un rapporto dei carabinieri si trasforma in: “Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato (…), dichiara d’esser casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli”.
Questa poca trasparenza talvolta è voluta; meglio essere vaghi quando è difficile dare indicazioni precise in un terreno fatto di sfumature. E così, davanti alle restrizioni, al confinamento e alle zone rosse (il lockdown non è stato importato da Conte, anche se successivamente l’ha usato), l’introduzione della possibilità di far visita ai “congiunti”, il cui significato ha suscitato interrogativi in tutti gli italiani, è stato un tentativo di salvare capra a cavoli, di mantenere il rigore, ma allo stesso tempo un po’ di permissività.

Giuridicamente si è sempre utilizzato in modo corrente come sinonimo di parenti in senso lato, in locuzioni come stretti congiunti o prossimi congiunti, e nei decreti è stato esteso anche ai conviventi, ma dopo le parole di Giuseppe Conte non era era chiaro se fosse riferibile anche ai fidanzati, tanto che il governo è dovuto intervenire a precisarne una nuova accezione che prima non era estesa anche ai legami stabili di questo tipo.

Congiunto era una parola molto usata nell’Ottocento, nell’ambito della giurisprudenza, ma poi ha registrato un forte calo, e negli anni Duemila si ritrova di rado e sempre in contesti dove è meglio essere generici, per esempio per indicare gli eredi, che possono essere parenti, affini o anche titolari di diritti per danni, risarcimenti e assicurazioni con altri legami (cfr. La nuova giurisprudenza civile commentata, Cedam, 2001; F. Caringella, Responsabilità civile e assicurazioni. Normativa e giurisprudenza ragionata, Giuffrè Editore. 2008). Una vaghezza che si ritrova anche nel linguaggio della Cassazione (cfr. Lattanzi, Lupo, Codice penale. Rassegna di giurisprudenza e di dottrina, Volume 5, Giuffrè Editore, 2010) e che è probabilmente legata all’allargamento del concetto di famiglia, oggi più difficile da definire rispetto al passato.

Comunque sia, nel 2020 la parola ha fatto il salto: dall’uso di settore al linguaggio comune. Attraverso il linguaggio di Conte è diventata frequente, anche se spesso è stata usata con ironia e sarcasmo. E sulla sua stabilità fuori dall’ambito giuridico non ci scommetterei. Di recente è stata sostituita da prescrizioni meno fumose anche nelle direttive sulle zone arancione, in cui è specificata la possibilità di far visita a parenti e amici.

Ristori

Nell’italiano storico ristoro ha proprio il senso principale di indennizzo, compensazione, rimborso e simili. È un significato che si trova nel Boccaccio e nell’Alfieri, che allo stesso modo impiegarono il verbo ristorare, come fecero anche Galilei, Tasso, Machiavelli (che l’ha usata come sinonimo di retribuzione, cfr. Grande dizionario della lingua italiana di Battaglia) e molti altri autori classici.
L’accezione di rifocillare con il cibo che oggi prevale, come in ristorante, è più recente, ma il primo significato non è del tutto scomparso (il dizionario Nuovo De Mauro lo registra come di basso uso), e in particolare circola nel linguaggio della giurisprudenza, da dove non è mai uscito. Anche se non tutti usano questa parola attivamente, tutti la intendono nel suo riferirsi a un indennizzo o a un rimborso. Era molto ricorrente nell’Ottocento, ma si ritrova anche nel Novecento e negli anni Duemila.
Non mi pare che il suo uso sia così limitato, come ha scritto sul portale Treccani Michele Cortelazzo, basta parlare con un avvocato esperto in indennizzi per rendersene conto. Hanno usato ristoro con questa accezione autorevoli giuristi come Francesco Galgano (per es. qui o qui), si ritrova nelle sentenze della Cassazione, e soprattutto è presente anche in altri decreti legge, prima di quelli di Conte, per esempio in quello del 24 gennaio 2012, del 27 settembre 2013 (titolato proprio: “Ripartizione del contributo ai comuni per il ristoro del minor gettito IMU 2013”) o del 2 aprile 2014.

E allora dov’è la novità?

Semplicemente, Giuseppe Conte ha annunciato i ristori in televisione rivolgendosi agli italiani e i giornali hanno subito parlato del decreto ristori. Questa parola che circolava in sordina e tra gli addetti ai lavori è finita così in primo piano e sulle prime pagine. È diventata un titolo, ed è per questo che avuto un forte impatto. Personalmente trovo molto bello che, grazie a Conte, un significato letterario storico regredito sia stato recuperato. Anche se esistono altri sinonimi utilizzabili, questo ripescaggio nel linguaggio comune mi pare un arricchimento lessicale, un segnale di rivitalizzazione linguistica che è sempre più raro in un “Conte-sto” dove tutto ciò che è nuovo diventa inglese e abbiamo perso la capacità di partire dalla riscoperta delle nostre radici.

Sono dunque molto “Conte-nto” se un rimborso diventa ristoro, e molto “s-Conte-nto” quando invece si trasforma in cashback.

Cashback

Su questa parola mi sono già espresso. Posso aggiungere solo che circolava già da qualche tempo, la sua frequenza d’uso ha cominciato a salire una decina di anni fa, e l’ho registrata sul dizionario AAA nel gennaio del 2019. Ma grazie a Conte, e ai giornalisti virgolettatori, è uscita dal suo ambito tecnico e commerciale ed è entrata nella disponibilità di tutti: l’ennesimo anglo-tecnicismo che è diventato comune, e dalla periferia della nostra lingua ha trasferito la sua residenza nel centro.

Dopo questi tre esempi, è molto più chiara la responsabilità che chi ricopre incarichi istituzionali ha nell’evoluzione della lingua. E forse un politico di spicco dovrebbe riflettere maggiormente sulle parole inglesi che usa, soprattutto quando introduce neologismi. Penso a quando Conte ha presenziato alla presentazione della prima card per il reddito di cittadinanza, da parte di Di Maio, che ha in questo modo fatto prevalere l’inglese sulla parola “carta” o “tessera”, per poi introdurre senza alternative la figura del navigator.

Tutti ci auguriamo che Mario Draghi ci possa ben governare, in questo momento difficile.
Mi domando però quali potranno essere le implicazioni lessicali che emergeranno da chi è abituato al linguaggio economico, sempre più anglicizzato soprattutto in ambito europeo.
Se nel lessico di Conte sono rintracciabili elementi che provengono dal settore della giurisprudenza, nelle sue conferenze stampa, quando ha parlato di economia è ricorso spesso ad anglicismi come stockholder (invece di azionisti), recovey plan o fund (invece di piano o fondi per la ripresa) oppure green economy, sharing economy e blue economy (cfr. discorso del 2 giugno 2018).

Draghi per il momento è legato lessicalmente all’inglese di ambito europeo, è associato all’introduzione del quantitative easing (cioè l’immissione di liquidità o allentamento quantitativo) come presidente della Bce, e ricordato per aver salvato l’euro e riscritto la storia dell’Unione Europea proferendo a Londra il suo Whatever it takes (costi quel che costi) riportato dai giornali in inglese.

Saprà essere un presidente del Consiglio in italiano invece di un premier?
Saprà parlare di economia invece che di economy e rinunciare a tutti gli anglicismi finanziari che in passato sono stati introdotti in questo ambito (spread, subprime, bailout, swap, default, bond, bad bank, rating, credit crunch…)?
E soprattutto, saprà evitare di introdurne di nuovi?

Il futuro dell’italiano, oltre che dell’Italia, dipende anche da queste scelte e dall’inaugurare, prima o poi, una politica attenta all’ecologia linguistica del nostro patrimonio lessicale.



“Le parole sono importanti!”
Nanni Moretti, Palombella rossa, 1898