Elogio dell’ironia di Elio contro gli anglicismi (Uaired, La nave di Teseo, 2018)

Davanti all’abuso dell’inglese che in certe fasce sociali è vissuto come la strategia comunicativa della modernità, occorre una rivoluzione che deve passare per nuovi modelli culturali e soprattutto sociali. Se la nostra classe dirigente, i politici, i giornalisti, i protagonisti del mondo del lavoro o della Rete ostentano il loro itanglese con orgoglio, c’è anche chi lo percepisce come una scelta fastidiosa e ridicola.

Con la leggerezza dell’elio che fa volare in alto i palloncini, Elio (delle storie tese) e Franco Losi sollevano questo tema che spicca tra le tante chiavi di lettura del romanzo di fantascienza Uaired (La nave di Teseo, 2018). L’ironia e la satira sono tra le armi più forti per schernire e smascherare l’alberto-sordità di questo itanglese che si sta imponendo nel nuovo Millennio.

elio

Il senso di Elio per l’inglese “cambierà il mondo” e ci salverà?

Uaired, sì, scritto come lo leggiamo in italiano. Sono contro gli anglicismi inutili” ha dichiarato Elio. “Questa è una vendetta nei confronti degli americani e degli inglesi e in generale degli stranieri, che non si preoccupano mai minimamente di pronunciare in modo corretto i termini italiani. Diciamo che gli abbiamo restituito il favore, nel solco della luminosa traduzione del water pronunciato vater, all’italiana, e poi del colgate e del palmolive“.

[“La fantascienza di Uaired: gli alieni secondo Elio”, Corriere del Veneto, 31/01/2019].

Spiritosamente, in questo romanzo una gran parte degli anglicismi sono proprio scritti così come si leggono, a cominciare dai nomi dei protagonisti Toni (e non Tony) e Gec (che ricorda geek, il secchione informatico). A dire il vero si salvano i nomi propri come WhatsApp o Twitter, e anche molte parole di uso comune come computer (scriverlo compiuter forse sarebbe stato più coerente), designer, shampoo, copy, shuttle, mentre il problema non si pone per gli anglicismi che non violano le nostre regole grafo-fonetiche, come art director. Ma venendo ai neologismi della terminologia informatica e digitale la nuvola è il claud (non cloud), la massima di Steve Jobs siate affamati, siate visionari è stei angry, stei fulisc (e non stay hungry, stay foolish) e l’organo impiantato negli alieni che sono tra noi (“i Uaired“ che ricorda i cablati, cioè wired) è il breinplag (molto meglio di brian-plug). E questo perché l’intento del libro, oltre a quello di “cambiare il mondo” è quello di interpretare la rivoluzione del digitale:

“Oggi siamo nel mezzo di una evoluzione antropologica: il digitale non è più solo uno strumento, ma è una nuova realtà che ci stiamo costruendo” e la tecnologia digitale “ha creato una sorta di metamondo, una sovrastruttura digitale di quello reale e che ne regola l’accesso”

[Stefano Spataro, “Uaired, Elio e Losi scrivono un romanzo di fantascienza tesa”].

elio losi uaired nave di teseoIn questo sovramondo dove l’innovazione si espande con la propria tecnologia imposta senza traduzioni (soprattutto in Italia) la scelta provocatrice di Elio e di Losi è una strategia di adattamento ironica che assurge a nuovo modello culturale, e crea un precedente che entra così nella letteratura scritta, che come è noto gode di una maggiore importanza linguistica rispetto all’oralità.

E se questo libro diventasse il capostipite di un modello da imitare sempre meno ironicamente?

L’ironia, dal basso, anche in Rete ha già prodotto scherzosi adattamenti gergali come Facciabuco e Faccialibro, mentre YouTube è anche detto il Tubo (che dietro l’ironia è ineccepibile, visto che il riferimento del sito statunitense era al tubo catodico) e un cinguettio, come alternativa a tweet, è uno dei pochi timidi segnali di adattamento della nomenclatura delle piattaforme sociali.

Uaired, oltre a essere un romanzo divertente, fa riflettere sulla necessità di spezzare la vergogna di italianizzare e di considerare l’angloamericano la “lingua sacra” da non violare. Se in Francia e in Spagna è normale pronunciare wi-fi “uifì” e “uìfi”, da noi no, perciò Elio-Losi lo scrivono invece uai-fai, così come un device è un devais!
Fa ridere? È il surrealismo demenziale tipico di Elio? E se invece, fuori dall’ironia, fosse un strategia sana di adattamento e di sopravvivenza? E se dietro la provocazione ci fosse un grido di allarme per scuoterci un po’ dal nostro senso di inferiorità che ci riempie supinamente di anglicismi imposti dalla lingua dei mercati e dall’espansione delle multinazionali?

Gli anglicismi sono come gli alieni che ci hanno invaso, “i Uaired” che sono mescolati tra noi, però sono meno invisibili di loro che si nascondono perfettamente, perché questi “corpi estranei” linguistici, per dirla con Arrigo Castellani, ci invadono senza confondersi come facevano gli ultracorpi, stanno invece imponendosi con la loro invadenza e cambiando il volto della dolce lingua dove il sì suonava.

Non dovremmo avere vergogna di pronunciare all’italiana certi  anglicismi, un tempo era normale e a proposito di puzzle, nel 1933 Paolo Monelli scriveva che è un termine “inglese di brutto suono così come è pronunciato generalmente da noi” (Barbaro dominio, Hoepli, Milano 1933, p. 256). Ma oggi abbiamo cambiato la pronuncia, non certo per correggere il “brutto suono”, mbig babola perché dobbiamo ostentare l’inglese che invece non sappiamo, stando alle statistiche. E meno lo sappiamo più lo sbandieriamo a costo di inventarcelo o di stravolgerlo in un’ampia serie di pseudoanglicismi. Negli anni Settanta i bambini cantavano ancora “la macchina del capo ha un buco nella gomma” che si riparava con il chewingum, pronunciato “cevingùm” e non di certo “ciùingam” come forse si canta oggi. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, in un ritornello pubblicitario che spopolava in televisione delle gomme da masticare Big Babol – scritte così come si dovrebbero pronunciare in inglese – Daniela Goggi cantava: “Il pallone più grande lo fa questo bubble gum”, pronunciato come si scrive.
Gian Luigi Beccaria ha citato l’esempio di jumbo, che inizialmente si pronunciava con la u, quando era solo il nome di un grande elefante ottocentesco del circo Barnum, entrato attraverso i giornali per via scritta, ma quando è arrivato l’aereo, in epoca televisiva, si è cominciato a pronunciare “giambo” (Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, 1988, p. 243).
E così oggi si dice “clab” e non più “club”, e guai a dire “cult” invece di “calt”… Mandrake è diventato “mandréic” (e da quando hanno ucciso l’Uomo ragno si dice ormai Spiderman). Per quanto tempo continueremo a dire come facciamo da oltre un secolo tunnel e recital invece di “tannel” e “resaitl” per sentirci più angloamericani e moderni? E se invece di considerare le pronunce all’italiana come un segno di ignoranza le considerassimo un sano adattamento?

L’italianizzazione dei forestierismi ha permesso alla nostra lingua di evolvere nella storia senza snaturarsi. Se non lo si vuole più fare forse tanto vale seguire Elio e Losi e scrivere gli anglicismi così come si pronunciano, anche la traslitterazione, se pur provocatoria e di difficile affermazione, mi pare un segno di resistenza e di autostima preferibile all’importazione dell’inglese crudo.

“Rimpiango l’autostima degli italiani, che in preda a una specie di attacco di panico collettivo oggi si rivolgono a chi promette di ridare dignità all’Italia partendo da basi talmente basse…” dice Elio. E passando dai contenuti alla forma, queste “bassizie” hanno proprio a che fare con l’abuso dell’inglese. Gli italiani sono quelli che pensano che autogrill sia un termine inglese e poi, aggiunge Elio:

“C’è l’altra storia che mi irrita sempre, quella del junior pronunciato all’inglese. Cioè un termine che parte dal latino, va in America, si trasforma e torna: e noi qui come dei c…, a dire giunior

[“La fantascienza di Uaired: gli alieni secondo Elio”, Corriere del Veneto, 31/01/2019].

A questo esempio di “prestito di ritorno” se ne possono fare seguire tantissimi, i media che diciamo “midia”, il disegno che è diventato design, lo schizzo che è diventato sketch, il manager che deriva da maneggio, i jeans da Genova, la novella di Boccaccio che origina l’inglese novel (romanzo) e che ci ritorna nelle graphic novel simbolo della vergogna di parlare di fumetti come aveva fatto invece con orgoglio Dino Buzzati con il suo Poema a fumetti (1969) quasi mezzo secolo prima che il romanzo a fumetti diventasse un genere chiamato in inglese. L’inglese è una lingua ricca che ha accolto e accoglie da ogni altra. Ma lo fa adattando le parole ai propri suoni, come accade in tutte le lingue sane. Noi invece non solo non lo facciamo più ma americanizziamo persino le nostre parole, e così la commedia di Dante nei palinsesti televisivi diventa comedy,  e in questo modo l’Italia diventa la terra dei cachi e gli italiani diventano servi della gleba e della globalizzazione…

Il libro di Elio e Losi, nelle sue molteplici letture, attraverso la sua ironia ci fa riflettere e ci insegna anche questo e se vuoi saperne di più:SCHIACCIAper rubare il tasto che si trova sul sito di Elio e le storie tese che nella sua disarmante chiarezza e semplicità ci appare invece geniale nell’assuefazione davanti a play, clicca, link e tante altre balle.

10, 100, 1.000 Elii

elii

Servirebbero tantissimi Elii, servirebbero molti più modelli culturali e sociali in grado, ognuno a suo modo, di porre l’accento sull’abuso dell’inglese per creare un nuovo clima, culturale e sociale. Ben venga Mara Maionchi quando sbotta contro gli anglicismi e strappa gli applausi, anche se era solo uno sfogo estemporaneo fatto all’interno di una trasmissione anglicizzata, che però raggiunge un pubblico di massa. Ben venga Enrico Mentana che, nonostante il suo linguaggio giornalistico molto anglicizzato, si scaglia contro caregiver e promette di non utilizzarlo per non contribuire alla sua diffusione, uno sprazzo e un caso simbolico sono sempre meglio di niente.

Il mio sogno è di organizzare un manifesto e un cartello di tutti i personaggi pubblici che si sono espressi contro l’abuso dell’inglese, da Elio a Nanni Moretti, da Dacia Maraini a Corrado Augias… per porre la questione sotto gli occhi di tutti, per passare dalle lamentele isolate a un movimento culturale nuovo, di resistenza all’invasione dell’inglese che sia un inno alla creatività italiana che ci ha sempre contraddistinti.
Solo così si può cambiare il vento. Coinvolgendo quelli che la lingua la possono fare davvero, creando modelli che poi la gente possa ripetere, e con un appello alla politica,  perché rinunci simbolicamente all’inglese nei contesti istituzionali come buon esempio e perché promuova campagne di sensibilizzazione culturale come esistono all’estero.

Il ruolo dei linguisti nella battaglia contro l’itanglese e la colonizzazione dell’italiano non basta.

L’Académie Française è composta dagli “immortali” (quando ne scompare uno viene subito rimpiazzato da un altro) che sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza del mondo politico e

“non sono, se non occasionalmente, linguisti. Sono uomini di cultura che hanno scritto romanzi, poesie, saggi storici e politici, trattati scientifici, discorsi politici, diari. Sono persone che debbono il successo della loro vita all’uso della lingua francese. Nel loro modo di lavorare al dizionario vi è quindi un elemento che non esiste negli accademici della Crusca e che potremmo definire ‘gusto’”.

[Sergio Romano, “Académie française e Crusca, come difendere la lingua”, Corriere della Sera, 1 novembre 2009, p. 33].

Ci vogliono meno traduzioni funzionali e più traduzioni creative, per citare Massimo Arcangeli, ci vorrebbero più Bergonzoni” inventatori” di parole e meno “terminologi” anglofili. Il punto è che l’italiano deve ricominciare a coniare nuove parole attingendo dalla propria storia e dalla propria creatività che stiamo buttando nel cesso (o nel “uòter”) perché non sappiamo fare altro che importare anglicismi integrali, senza tradurre e adattare foneticamente e graficamente.

Per cambiare avremmo bisogno di modelli popolari, ma ce ne sono sempre meno visto che la classe dirigente e chi ha ruoli chiave nell’informazione va fiera dell’itanglese che diffonde. Prendiamo hater, per esempio.

crozza iene

Crozza nei suoi meravigliosi siparietti ha parlato spesso di hater senza alternative, ma per fortuna in molte altre occasioni ha cambiato linguaggio parlando di odiatori seriali. Una scelta che non si ritrova invece nel linguaggio delle Iene che contribuiscono all’affermazione di hater (spesso declinato in modo ridicolo al plurale) e del monolinguismo stereotipato basato sull’inglese senza mai far circolare odiatore.
Ognuno parla come vuole, naturalmente, ma chi fa informazione, anche attraverso la satira, dovrebbe essere conscio delle proprie responsabilità comprese quelle che scaturiscono dalle parole che impiega. Se si parla solo di hater, la gente li chiamerà così. Privata della libertà di scegliere, fino a che odiatore sarà considerato “non funzionale”, “poco comprensibile” e alla fine “obsoleto”.

Gli esempi dei comici sono importanti soprattutto perché l’ironia è un’arma molto efficace per fare riflettere, per spezzare lo snobismo che caratterizza l’uso e l’abuso dell’inglese e anche per delegittimare chi usa questo linguaggio che spesso non è trasparente, facendolo sentire per quello che è: ridicolo. Chi manda messaggini con le k e le abbreviazioni come il tvtb (ti voglio tanto bene) su cui proprio Elio scherzava negli anni Novanta, è oggi etichettato come un bimbominkia, un neologismo accolto anche nel Devoto-Oli. Un simile appellativo è più forte di qualunque tentativo di convincimento razionale: scrivere a quel modo è semplicemente da sfigati. Ecco, davanti a chi dice che deve fare un brief in conference call con la business unit, quando poi si limita a parlarne al telefono con Carmelo e Giuseppe, per riprendere un esempio di Annamaria Testa, non resta che fargli capire quanto questo “minkia language” sia da sfigati.

Il Consiglio superiore per gli audiovisivi francese, nel 2015, ha avviato la campagna “Ditelo in francese” (Dites le en français) proprio con questo spirito: con divertenti filmati in cui si prende in giro chi impiega il franglais. E lo stesso è accaduto in Spagna nel 2016 quando la Real Academia Española in collaborazione con l’Academia de la Publicidad hanno dato vita a gustosissime finte pubblicità che mettono alla berlina l’abuso degli anglicismi. C’è per esempio un falso carosello che pubblicizza gli occhiali da sole con effetto blind (Sunset Style with Blind Effect) che una volta acquistati e ricevuti a casa si rivelano essere con le lenti che non permettono di vedere nulla, perché blind significa cieco. Oppure un’allettante promozione del profumo Swine (New Fragance, New Woman) dalla confezione ricercata e affiancato dal volto di una bellissima modella, un nome che suona molto bene ma odora molto male, perché swine in inglese significa maiale.

swine new fragrance

Bisognerebbe che anche da noi si facessero campagne simili, bisognerebbe che i comici, e non solo loro, imparassero da Elio, che è anche un gas esilarante oltre che nobile.

 

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9 pensieri su “Elogio dell’ironia di Elio contro gli anglicismi (Uaired, La nave di Teseo, 2018)

  1. Mitico Elio! E divertentissimi gli spot che citi, davvero una bella idea ^_^
    Il mio amico Cassidy del blog “La Bara Volante” si diverte molto spesso a italianizzare gli inglesismi di moda, da faccialibro fino a salta-paura (jumpscare), cioè quella vergognosa tecnica abusata con cui i registi che non sanno mettere paura preferiscono mettere spavento. Dovremmo tutti un po’ sfottere gli inglesismi, visto che proprio dell’italiano è anche un certo umorismo sbarazzino. Per esempio al posto di “Ti ho messo un Like” spesso mi sono divertito a dire “Ti ho piaciato”, ma temo dall’altra parte non si sia capita la frase 😀

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  2. Il fatto è anche che molti di quelli che usano ‘sti anglicismi/anglismi spesso sono nel settore affari e mi sembra che a parecchi l’aspetto culturale in genere non gliene freghi per niente, perché la cultura non fa soldo.
    Mitico Elio. Mi ricordo di quando era a X factor, diversi anni fa, che aveva fatto cambiare nome a uno dei suoi gruppi perché diceva che era ora di finirla con ‘sti nomi inglesi, tutti simili poi. Il gruppo era molto simpatico e aveva proposto anche dei nomi pazzeschi tipo, se non sbaglio, Cassapanche Tonanti, però poi avevano preso un nome più normale.
    Sul discorso della italianizzazione della grafia ci devo pensare, credo di essere d’accordo in parte, a seconda dei casi. Ad esempio, quando vedo uno che si chiama Maicol, mi parte il tic all’occhio come a Ciuchino.

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    • l’italianizzazione della grafia è una provocazione naturalmente, non credo sia una via praticabile, l’italianizzazzione delle pronunce è già più seria, all’estero si usa, e gli inglesi sono i primi a inglesizzare il suono delle parole che accolgono.
      Nel mondo del lavoro la sensibilità per l’italiano tende allo zero, hai ragione, se però ci fosse come in Germania, un movimento di consumatori che si schierano e preferiscono comprare prodotti pubblicizzati in lingua tedesca, se ci fossero gruppi di pressione che come compratori potrebbero diventare una fetta di mercato di cui tenere presente… o che come elettori diventassero una fascia sociale da conquistare… ecco che allora qualcosa potrebbe cambiare.

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  3. Grande articolo! Grazie! Ci vorrebbe più creatività linguistica: il coraggio di inventare nuove parole italiane (o italofone) per riferirsi a quegli aspetti del mondo contemporaneo che non sono contemplati dal lessico italiano tradizionale. Nel caso in cui invece le alternative italiane agli anglicismi esistano già, una “sana ironia” potrebbe promuovere meccanismi di autocorrezione dei parlanti, attraverso il timore del giudizio di riprovazione sociale. In fondo, l’adozione dell’itanglese funziona psicologicamente proprio sulla base del fatto che “dirlo in inglese” è valutato socialmente come segno di modernità e di appartenenza alla classe vincente.

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