Da oggi un nuovo anglicismo è obbligatorio per legge: l’eCall

Da oggi eCall obbligatorio in auto
Al via il sistema che chiama i soccorsi

Così il Corriere del 31 marzo 2018, annuncia il giorno in cui scatta l’obbligo del sistema di chiamate di emergenza sulle nuove automobili immatricolate.

Nell’articolo si ripete eCall senza alcuna alternativa, e dunque si battezza in questo modo un nuovo anglicismo (al posto di chiamata salvavita, telesoccorso o teleallarme) destinato a entrare nell’uso grazie alla politica linguistica dei mezzi di informazione e della legge che recepisce le direttive dell’Unione europea, cioè le:

Misure per l’innovazione dei sistemi di trasporto”, art. 8, comma 5, che al punto d) recita: “la predisposizione armonizzata di un servizio elettronico di chiamata di emergenza (eCall) interoperabile”.

A dire il vero, anche se da oggi entra in vigore la legge, se ne parlava già da tempo.

 

Che cos’è l’eCall?

Semplicemente un sistema automatico di chiamata d’emergenza, che in caso di incidenti provvede a inoltrare una chiamata automatica a una centrale operativa per i soccorsi o per fini assicurativi.

Il sistema denominato dalla legge e dai giornali eCall non potrà in questo modo che entrare anche nella bocca dei parlanti, che non faranno altro che ripeterlo inevitabilmente, perché da oggi si chiama così, perché è un internazionalismo (almeno questo è l’alibi), e soprattutto perché siamo abituati a chiamare le cose non con le nostre parole, ma in inglese, e preferiamo ripetere quello che c’è scritto sulla scatola dei prodotti che ci vendono. Come è avvenuto per airbag, a proposito di sistemi di sicurezza automobilistici, che il GRADIT (e qualche dizionario dei sinonimi e contrari) definisce con l’espressione cuscino salvavita (come si può anche dire insieme a pallone salvavita, di frequenza infima).

Eppure l’Italia è in prima linea da tempo nei sistemi di sicurezza di telesoccorso. Aziende come Brondi o Beghelli promuovono da decenni analoghi prodotti per la persona che hanno sempre chiamato per es. “telefono salvavita”, “telesoccorso” o “teleallarme”.

Ma queste alternative sono ignorate dai giornali e anche dal legislatore; eCall è più figo, come al solito. Per chi volesse dirlo in italiano comunque queste espressioni sono del tutto legittime, come la definizione più chiara e trasparente di “(sistema di) chiamata salvavita”.

Naturalmente la mia battaglia per dirlo in italiano è persa in partenza, sono consapevole che l’anglicismo sarà destinato a imporsi, per ricavarsi il proprio spazio nei dizionari e da oggi forse a soppiantare definitivamente le alternative italiane. Però non rinuncio a protestare e a segnalarlo.

L’accademia della Crusca tace in proposito, sul loro sito non ho trovato nulla su eCall. A dire il vero mi domando che cosa (e quanto) abbia prodotto di concreto il gruppo Incipit dopo più di 2 anni dalla sua costituzione, a parte diramare qualche comunicato e alternativa che mi paiono davvero poco significativi davanti al numero delle parole inglesi in circolazione.

Anzi, già mi immagino che nel fronte degli angloentusiasti ci sarà qualcuno pronto a difendere l’opportunità di usare eCall. Diranno che non è proprio come telesoccorso, teleallarme o chiamata salvavita… Finirà per essere venduto da qualcuno come “prestito di necessità” o utile.

E così, oggi 31 marzo 2018,  l’ennesimo anglicismo si insinua e penetra nella nostra lingua.

* * *

Con l’occasione, buona Pasqua a tutti.
Anzi, per essere moderni forse è meglio abituarsi a dire Happy Easter, come già avviene per gli auguri di Natale anglicizzati, e visto che ormai spopolano ovunque i conigli pasquali.

La storia di “jeans” e “blue jeans”

L’espressione blue jeans è entrata nell’italiano nel 1956, stando alle datazioni di Devoto Oli, Zingrarelli e Nuovo De Mauro, mentre la sua abbreviazione jeans risale al 1960 (o 1959 secondo lo Zingarelli).

Guardando le statistiche di GoogleBooks Ngram Viewer le cose non sono molto diverse, anche se le prime occorrenze compaiono nel 1954.

jeans e bluejeans su GoogleBooks Ngram Viewer
La fequenza di jeans e blue jeans su GoogleBooks Ngram Viewer (1950-2008)

Scartabellando nell’archivio storico de La Stampa, il primo articolo che parla di blue jeans (scritto blu jeans) risale al 1951, quando Riccardo Aragno, in un articolo che riferisce del Belgio scriveva:

“Calze, frigoriferi, radio, mutande, dischi, carta da lettere, gomma da masticare, occhiali da sole: la quantità di roba che arriva qui dall’America è a prima vista invidiabile. Dopo qualche giorno stucchevole. (…) Si arriva ad eccessi di una ingenuità provinciale che sta tra il commovente e l’irritante: un negozio di articoli sportivi offre in bella mostra – come se si trattasse di un prodotto favoloso – i «blu jeans» venuti dal Texas.”

[La Stampa, giovedì 26 luglio 1951, p. 3, Riccardo Aragno, “L’uranio è un lusso per il ricchissimo Belgio”]

Cinque anni dopo, lo stesso giornalista parla semplicemente di jeans, ormai approdati anche in Italia, e il tono scandalizzato del primo articolo si è ormai stemperato:

“Il «jazz» accomuna ogni sera (…) i giovani aristocratici e i guidatori di camion, le ragazze del bel mondo e le apprendiste di fabbrica, i funzionari statali che – abbandonata la bombetta e la giacca nera con i pantaloni a righe – si adattano al costume americano della camicia a scacchi e dei «jeans» neri o blu…”

[La Stampa, sabato 19 maggio 1956, p. 5, Riccardo Aragno “Una rivoluzione chiamata jazz”]

Nel 1953 era infatti uscito Il selvaggio, di László Benedek, in cui Marlon Brando, con i suoi jeans, era diventato un’icona, caricaturata nel 1954 da Alberto Sordi di Un americano a Roma (Steno), mentre nel 1955 era uscito Gioventù bruciata (Nicholas Ray), con i jeans di James Dean, un altro mito destinato a diventare un simbolo della ribellione giovanile e del nuovo abbigliamento.

Marlon Brando Il Selvaggio 1953Sordi Un americano a Roma 1954jamesdean

Negli anni Sessanta la popolarità di blue jeans e jeans cresce per esplodere negli anni Settanta, quando nasce il termine jeanseria  (1978) per indicare i negozi specializzati nella vendita di questo indumento, che nel 1984 (stando allo Zingarelli) viene anche adattata in ginseria, espressioni oggi cadute abbastanza in disuso.

Ancora nel 1986, il giornalista Sergio Lepri, ragionando sulle buone regole del giornalismo, e preoccupato dalla buona norma di utilizzare parole comprensibili dalla gente comune, divideva i forestierismi “inutili” da quelli “necessari”, e distingueva quelli ormai assimilati da quelli di “probabile assimilazione”, cioè “parole di largo uso”, ma legate a cose che sarebbero potute scomparire, e dunque non necessariamente destinate a entrare nella lingua italiana in modo definitivo. Tra queste includeva appunto i bluejeans (Sergio Lepri, Medium e messaggio, Gutenberg 2000, Torino, 1986, pp. 192), mentre jeanseria veniva inclusa tra i forestierismi “ammissibili con licenza”, cioè usati nei linguaggi specialistici, e dunque che si possono usare anche nel linguaggio comune, ma “con appropriata spiegazione” (ivi, p. 194).

Se negli anni Ottanta Arrigo Castellani proponeva inutilmente di adattare jeans in ginsi, oggi l’anglicismo è ormai assimilato e incluso tra le parole fondamentali della nostra lingua da tutti i dizionari senza un’alternativa italiana in circolazione.

Eppure, stando ai dizionari, l’etimo più probabile dell’anglicismo deriva dall’italiano Genova, dove questo tessuto un po’ ruvido e resistente veniva impiegato per i pantaloni da lavoro: attraverso il francese, che chiamava Gênes la nostra città, il termine sarebbe poi passato nell’inglese, tanto che la Wikipedia britannica annovera jeans tra gli italianismi.

Questioni di punti di vista, ma anche di adattamenti di una parola al suono della propria lingua. E di un orgoglio nel parlare il proprio idioma che non ci appartiene più, ma che per esempio caratterizza fortemente la Spagna, dove si dice vaqueros (alternativa che stando a Google Books Ngram Viewer sembrerebbe molto più usata dell’anglicismo) o anche il meno frequente tejanos (cfr. Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 754).

La maledizione della baby sitter (e i composti di baby)

Mary_Poppins_la maledizione di baby sitterNel 1933, nel pieno della politica linguistica del fascismo che metteva al bando i forestierismi, Paolo Monelli aveva raccolto 500 esotismi (perlopiù francesi) che condannava dispensando gli equivalenti italiani attraverso il famigerato libro Barbaro dominio. In quest’opera se la prendeva con il termine inglese nurse e con il francese bonne (che poco dopo era attaccato anche dal linguista Bruno Migliorini), usati al posto di bambinaia.

Per la cronaca, agli inizi del Novecento circolava in proposito anche un’alternativa tedesca, Fräulein, letteralmente signorina, ma con un’accezione di bambinaia o di istruttrice di lingua e formazione teutonica. L’espressione baby sitter, invece, non era ancora stata importata, ma esisteva già una sorta di “maledizione” destinata a far preferire gli equivalenti stranieri alle espressioni italiane di bambinaia, balia, governante o tata.

Bonne è oggi una parola disusata; nurse, al contrario, rimane, e riecheggia in derivati come nursing (in italiano assistenza infermieristica) e nursery, il locale attrezzato per la custodia di neonati e bambini molto piccoli che in italiano si dice nido (es. asilo nido), reparto o ricovero dei neonati o neonatale (per es. la nursery o nido degli ospedali dove si custodiscono i neonati dopo il parto) o in generale locale riservato ai bambini, attrezzato per la loro custodia e vigilanza.

L’espressione babysitter (altre volte baby sitter o anche baby-sitter) è arrivata negli anni Cinquanta, e non da sola, i composti di baby si sono da allora moltiplicati in un modo che vale la pena di analizzare nei dettagli, per comprendere come l’italiano stia evolvendo attraverso un’anglicizzazione sempre più massiccia e incontrollata.

baby sitter tata bambinaia nurse
Le frequenze di baby sitter, tata, bambinaia e nurse nel corpus italiano di GoogleBooks Ngram Viewer (1950-2008)

 

L’esplosione dei baby

Nel 1956, la pellicola di Elia Kazan Baby doll, la bambola viva (letteralmente la bambola-neonata) ha reso popolare questo indumento femminile, e proprio attraverso le espressioni dei film, negli anni Sessanta baby è diventato un modo di dire usato anche in modo autonomo (Hey baby!). Intanto si è cominciato a parlare anche del baby boom, l’incremento delle nascite a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, e baby sitter ha incrementato la sua frequenza anche durante gli anni Settanta e Ottanta.

Nel 1983, lo Zingarelli annoverava tra i suoi lemmi solo 3 anglicismi di questa famiglia: baby, baby-doll e baby-sitter, oltre al semiadattamento babysitteraggio.

Nel 1990, nel Devoto-Oli, accanto a quest’ultimo adattamento veniva registrata anche la versione non adattata, baby-sitting, e poi si aggiungeva baby boom, un’espressione ormai stabilizzata. Le parole che contenevano baby erano in totale 6: c’era anche baby market, che però è poi scomparso dai dizionari più recenti, perché non ha avuto fortuna.

Ma per un aglicismo uscito, moltissimi altri della famiglia sono entrati, e nel Devoto-Oli 2017 sono 13: baby (che dopo essere stato anticipato dai composti è diventato un lemma autonomo che il Devoto-Oli e il Vocabolario di base di De Mauro annoverano tra le parole fondamentali della nostra lingua), baby bonus, baby boom, baby boomer, baby criminalità, baby doll, baby gang, baby-parking, babysitteraggio, babysitting, baby sitter, baby soldato e baby talk.

Lo Zingarelli 2017 nel complesso è più parco nell’accogliere questi composti, e ne ammette solo 9, ma tra questi ne annovera 2 che mancano sul Devoto-Oli: baby pensionato e baby killer.

E siccome vocabolario che vai e lemma che trovi, nel Gabrielli la famiglia baby sale a 18 componenti, e si trovano anche babycalciatore, babycampione, babyconsumatore, babycriminale, babydelinquente, babydelinquenza, babypensione e babyspacciatore.

Sul vocabolario  Treccani dei neologismi in Rete vengono registrati anche baby-cantante, baby-lavoratore, baby-paziente, baby-divo, baby-modella, baby azzurro (riferito alla nazionale di calcio), calcio-baby (il calcio giovanile), babygiocatore, baby-atleta, baby-consigliere, baby-discoteca, baby-carnevale, baby-consumista, baby fenomeno e baby-lavoro. Tra le varianti criminose ci sono inoltre baby-ladro, baby-bandito, baby-pirata, baby-estorsore, baby-kamikaze, baby-boss, baby scippatore, baby-prostituta e baby-prostituto, baby-escort e anche baby cliente, e poi baby-accattone. E per finire, ma forse non si finisce affatto, nel 2013 ecco comparire il royal baby, l’erede al trono appena nato.

Baby è diventato un prefissoide che si può appiccicare a qualunque cosa. E in tutta questa anglofilia insensata, va detto che l’uso dell’anglicismo nella lingua italiana spesso non corrisponde affatto ai significati che circolano in inglese. Baby significa neonato, ma da noi diventa un modo per indicare una porzione alcolica ridotta, e come sinonimo di piccolo si ricompone in una serie di parole macedonia affiancando termini italiani, ma anche inglesi, che sono una nostra invenzione, come baby-boss o baby-killer, che in inglese sono espressioni sconosciute (si parla di teenager o juvenile gang leader, o di underage killer e juvenile murderer/killer).

Ma chi se ne frega? L’importante è che suoni inglese, non che sia veramente inglese.

baby
La frequenza di baby nel corpus italiano di Ngram Viewer (1900-2008).

 

Perché preferiamo i suoni inglesi?

In questo contesto, l’affermazione di babysitter si è ormai radicata in modo sempre maggiore.

Negli anni Ottanta il linguista neopurista Arrigo Castellani che proponeva alternative italiane come  fubbia (fumo + nebbia) al posto di smog (smoke + fog), ha coniato guardabimbi al posto di babysitter (cfr. Arrigo Castellani, “Morbus Anglicus”, in Studi linguistici italiani, n. 13, 1987, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153), una parola di immediata comprensibilità e perfetta dal punto di vista della sua struttura, ma che non ha mai attecchito, perché la strada di proporre alternative a tavolino imposte dall’alto nella speranza che i parlanti la utilizzino non è una buona strategia.

“Nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutto quei suoni che non sono propri della nostra”, notava Leopardi.

Giacomo Leopardi, Zibaldone, 17 ottobre 1821, p. [1938].

Anche Ivan Klajn (autore del primo importante studio sugli anglicismi nell’italiano: Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze 1972) insisteva sul forte richiamo di ciò che è straniero, soprattutto nelle attività commerciali. E davanti alle proposte di Arrigo Castellani di adattare o tradurre certe espressioni, Anna Laura e Giulio Lepschy osservavano che era proprio per il loro suono e fascino esotico se gli anglicismi erano preferiti (Anna e Giulio Lepschy, “L’italiano visto dall’estero”, in Lettera dall’Italia, anno V, n. 20, ottobre-dicembre 1990, pp. 53-54).

Ed eccola la maledizione di babysitter, simbolo di ciò che succede con moltissimi altri anglicismi: li preferiamo agli equivalenti nostrani anche quando esistono (tata, bambinaia, balia, governante, “guardabimbi”), figuriamoci quando non esistono: l’alibi del prestito di necessità (che ritengo essere una notizia falsa, bufala o fake news, come è di moda dire adesso) apre le porte a ogni genere di anglicismo. Il problema è la quantità eccessiva che ci sta travolgendo e sta completamente ridisegnando il lessico dei nostri sostantivi.

Quando un anglicismo entra nell’italiano si fa posto tra le alternative e ne soffoca alcune accezioni preesistenti, in modo insensato da un punto di vista logico.

“Vi sono delle situazioni in cui un prestito considerato di lusso assume le vesti di un prestito di necessità in quanto il significato denota una differenza simbolica e semantica ormai affermata. È, ad esempio, il caso della baby-sitter. L’anglicismo in questione indica una persona, che custodisce i bambini durante l’assenza dei genitori, con la connotazione verso le persone piuttosto giovani, mentre ‘bambinaia’ connota una persona, di solito avanzata negli anni, che si occupa dei bambini per professione.”

(Anna Grochowska, “La pastasciutta non e più trendy? Anglicismi di lusso nell’italiano contemporaneo” in Annales Univerisitatis Mariae Curie Sklodowska, Lublin, Polonia 2010, Vol. XXVIII. z.2 sectio FF, pp. 49-50).

Ma tutto ciò non ha alcun senso, e in inglese non è affatto così. Questo è il risultato dell’acclimatamento dell’anglicismo che è avvenuto in Italia, perché in inglese non esiste questa accezione. Ed ecco che la maledizione della baby sitter porta a uno strano fenomeno: l’anglicismo assume una connotazione che non ha in inglese, diventa un termine più moderno ed elastico, mentre gli equivalenti italiani vengono considerati come parole rigide e immutabili (e se una lingua non evolve muore): bambinaia evoca, immotivatamente, il “vecchio” e non gode dell’elasticità moderna di baby sitter.

Così come per autoscatto, lo si vuole far diventare immobile e relegato ai vecchi sistemi di fotografia con un dispositivo a tempo o peggio ancora con il filo per l’autoscatto, mentre selfie, etimologicamente identico, si carica di una modernità per cui alcuni studiosi (come Vera Gheno dell’accademia della Crusca) sostengono che sia una parola più ampia e utile dell’equivalente italiano (ma non è di questo parere il Devoto Oli di Serianni e Trifone, per fortuna). Questo è vero solo perché a selfie si concede il diritto di evolvere, mentre si vuole mantenere cristallizzato autoscatto nel suo significato storico, senza la possibilità di allargare il suo uso e di abbracciare le nuove tecnologie, che si preferiscono invece esprimere in inglese.

Questa è la “maledizione di baby sitter”, una mentalità che dilaga e avvolge tutto il nostro accogliere senza criteri circa 3.500 anglicismi nei nostri vocabolari  (sono tanti, sono una lingua nella lingua!). E a chi dice che bisogna guardare alle parole incipienti e che è ridicolo rimettere in discussione termini entrati da decenni e ormai affermati, rispondo che il problema degli anglicismi è nella rete che formano e che si espande nel nostro lessico. Non c’è solo la moltiplicazione dei baby, c’è anche il fatto, nuovissimo, che sul modello di baby sitter sono nate nuove parole per nuove professioni come quella del dog sitter, del cat sitter o del pet sitter. Basta andare sul sito di un’associazione che tenta di creare un albo per queste nuove attività che devono avere certi requisiti formativi e non possono essere lasciate all’improvvisazione, per vedere che la rinuncia a dirlo in italiano è data per scontata. Nessuno sembra nemmeno porsi il problema di dare a queste professioni un nome italiano. Dog, cat e pet sitter si stanno affermando senza alternative. Ma non sono prestiti “di necessità”, sono prestiti “di incapacità” e “di moda”.

Se Arrigo Castellani fosse vivo forse proporrebbe un guardagatti, un governacani o un curapelosi. Ma tanto davanti a queste soluzioni l’italiano medio ride, insieme al linguista medio, anche se forse bisognerebbe piangere davanti alla constatazione del nostro senso di inferiorità verso tutto ciò che americano e che ciò che è nuovo è meglio dirlo in inglese.

E così, parola dopo parola, la metà dei neologismi del nuovo Millennio è ormai in inglese. E l’italiano, incapace di creare nuove parole in modo autonomo, è destinato a diventare la lingua dell’arcaico, sempre più inadatto a esprimere il quotidiano e il futuro.

 

PS
In Spagna, al posto di baby-sitter si dice niñera e anche canguro, una parola che richiama attraverso una metafora un senso di protezione e un’ironia meravigliose, che non hanno bisogno di spiegazioni. Se la maledizione di baby sitter implica dirlo in una lingua straniera, mi piacerebbe imparare dagli spagnoli.

L’informatica e l’itanglese

Sono tanti i linguaggi di settore in cui l’itanglese è ormai una realtà.

Oltre al linguaggio della moda, uno dei più contaminati è quello dell’informatica.

La manutenzione del computer (fino agli anni Novanta si diceva calcolatore o elaboratore, ma oggi è sempre meno possibile) o qualche problema con virus e antivirus, è qualcosa che riguarda tutti. Cercando informazioni in Rete, si finisce in siti che spiegano le cose perlopiù in questi termini:

“Oggigiorno, purtroppo, oltre ai cosiddetti virus, esistono numerose altre varianti di infezioni che possono creare problemi ad un qualsiasi computer collegato ad Internet: spyware, adware, dialer, rootkit, trojan, worm, keylogger, hijacker, e chi più ne ha più ne metta.”

Fonte: https://www.informaticapertutti.com/i-10-migliori-anti-malware-free

Quello che mi colpisce maggiormente, negli articoli di settore come questo (che però volenti o nolenti riguardano tutti, non solo gli addetti ai lavori), è l’elenco di nomi dei programmi maligni: 8 anglicismi seguiti da un “chi più ne ha più ne metta”, ma purché siano in inglese, si potrebbe aggiungere (non ce ne è uno in italiano).

La rinuncia a parlare in italiano e a ripetere a pappagallo tutto ciò che viene da oltreoceano con le stesse parole è evidente. Virus è una parola latina, anche se nel significato informatico ci arriva dall’inglese, e tralasciandola, ci sono 10 anglicismi su 38 parole (il 26,3%).

Ma questo modo di calcolare le percentuali è poco indicativo, come si può capire meglio con qualche altro esempio: se eslcudiamo dai conteggi le parole ripetute, le congiunzioni o le preposizioni (per non “salvare” la nostra lingua conteggiando le “e” o i “di”), le prcentuali salgono.

Qual è la percentuale di anglicismi in un articolo di informatica?

Cercando cosa sia uno spyware – che per la cronaca in italiano è semplicemente un programma spia –, frugando in Rete si nota subito che fornire l’alternativa italiana è qualcosa che non viene nemmeno in mente agli autori della maggior parte degli articoli. Al massimo si spiega la pronuncia in inglese, ma quasi mai si fanno circolare le alternative. Un esempio concreto:

“Che cos’è lo spyware?
Lo spyware (si pronuncia spàiuer) non è un virus ma più che altro una particolare tipologia di software malevolo, cioè di malware, progettata con il solo scopo di raccogliere senza il tuo consenso il maggior numero di informazioni possibili quando navighi su Internet, tipo siti web visitati, indirizzi email, password, dati di home banking, numeri di carte di credito, e così via dicendo. Questo con il solo scopo di inviare successivamente tali preziose informazioni a qualcuno che le userà per trarne profitto in qualche modo.

Come hai fatto a prenderlo? 
Esistono principalmente due modalità attraverso le quali puoi averlo contratto:
– la prima, avviene quando, navigando su particolari siti web, o accetti volutamente di installare determinati plugin e/o estensioni per il tuo browser preferito, oppure perché, più semplicemente, vengono sfruttate delle vulnerabilità già presenti nel tuo browser non aggiornato;
– la seconda, invece, avviene inconsapevolmente quando installi programmi e/o giochi gratuiti, di tipo freeware o shareware, scaricati da determinati siti Internet, ma anche da altre fonti quali, ad esempio, software di P2P.”

Fonte: https://www.informaticapertutti.com/come-eliminare-spyware-e-malware-dal-pc/

Questo breve testo è formato da 176 parole, di cui 18 anglicismi (considerando home banking come una sola parola), cioè il 10,2% delle occorrenze.

Detto così sembra una percentuale preoccupante, ma le cose stanno molto peggio, perché non è questo il modo migliore di stabilire le percentuali: per un calcolo sensato, non basta contare le occorrenze a questo modo, bisogna invece lemmatizzare, cioè andare a vedere quanti sono i lemmi, cioè le “parole madre”. Per es. la parola “siti” ricorre 3 volte ed è riconducibile al lemma “sito” (dunque si tratta di una sola parola madre, o lemma, che ha 3 occorrenze). Se non si compiono questi passaggi le cose si annacquano, perché la presenza di un solo anglicismo (invariabile) non va confrontata con le tutte occorrenze delle parole flesse, ma con le parole lemmatizzate (per es.: è, era, sarà vanno tutte ricondotte al lemma essere). Inoltre, ha poco senso anche includere nei conteggi la presenza di innumerevoli preposizioni come di (che ricorre 11 volte, ma si tratta di una parola sola). E allora le percentuali aumentano…

C’è un’altra cosa che sarebbe utile considerare per comprendere come stanno esattamente le cose: fare delle comparazioni grammaticali.

Come ho già detto, l’inglese sta colonizzando il nostro lessico non in ogni sua parte, sta intaccando soprattutto i sostantivi e, in maniera minore gli aggettivi, mentre i verbi o le altre parti del discorso non sono in pericolo.

In sintesi se, nell’articolo citato, si prova a calcolare la frequenza dei sostantivi in inglese rispetto a quelli italiani, si può avere un’idea della reale penetrazione degli anglicismi. Se si estraggono solo i nomi (dunque non si conteggiano parole come freeware o shareware usate in funzione di aggettivo) si ottiene una lista di 40 occorrenze (ho eliminato la parola latina virus, né italiana né inglese) di cui 16 sono parole inglesi (il 40%), mentre se le parole vengono lemmatizzate si ottiene una lista di 29 lemmi di cui 11 sono anglicismi (il 37,9%). In ordine alfabetico:

browser, browser
carte
consenso
credito
dati
email
estensioni
indirizzi
informazioni,  informazioni
Internet, Internet
fonti
giochi
home banking
malware

modalità
numero, numeri
P2P
password
plugin
profitto
programmi
pronuncia
scopo, scopo
siti, siti, siti
software
, software
spyware,
spyware
tipologia
vulnerabilità
web, web

Queste sono le percentuali: più di un terzo dei sostantivi di questo articolo campione è in inglese.  Questo è l’itanglese. Questa è la realtà.

La lingua batte (radio 3) e la vicenda dell’inglese al Politecnico di Milano e nella scienza

Ho partecipato insieme a Licia Corbolante a una puntata de La lingua batte, su radio 3 intitolata “Italiano e inglese. Relazioni pericolose?”.

Chi fosse interessato può ascoltarla in differita (puntata dell’11/03/2018):

italiano_alla_prova_dell_internalizzazione_di_Maria Agostina Cabiddu

Ma a parte i contributi di Licia Corbolante e il mio (nella seconda parte), segnalo che la trasmissione ha raccolto diversi interessanti interventi sull’argomento, a partire da quello di Maria Agostina Cabiddu (docente di Diritto Pubblico al Politecnico di Milano) che ha curato l’ottimo libro L’italiano alla prova dell’internazionalizzazione (Guerini e Associati, Milano 2017) ed è intervenuta sulla questione dell’insegnamento in inglese nelle università e sulla vicenda del Politecnico di Milano.

 

L’inglese nell’università e nella scienza

Per chi non sapesse di che cosa si tratta:

L’ex rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone aveva deciso di rendere obbligatorio a partire dall’anno accademico 2013-2014 l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti.

La decisione ha sollevato l’indignazione di molte persone e anche di 126 docenti che hanno firmato una lettera di protesta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La Crusca è intervenuta sulla vicenda con una serie di interventi e dibattiti confluiti in una pubblicazione. La decisione del Politecnico è stata poi dichiarata illegittima dal Tar della Lombardia che ha sancito che la lingua italiana debba mantenere il “primato in ogni settore dello Stato.” (…) Nel febbraio del 2017 la Corte costituzionale si è pronunciata sull’inglese nell’università ritenendo “non condivisibili le considerazioni sulle quali si fonda la sentenza impugnata del Tar Lombardia.” Anche se ha riconosciuto che la lingua italiana è “nella sua ufficialità, e quindi primazia, vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 Cost.”, ha ritenuto “ragionevole che, in considerazione delle peculiarità e delle specificità dei singoli insegnamenti, le università possano, nell’ambito della propria autonomia, scegliere di attivarli anche esclusivamente in lingua straniera.” Ma “gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.” Con un colpo al cerchio e uno alla botte, la strada all’attivazione ai corsi inglese è così aperta, sono leciti, anche se in modo non esclusivo, perché la lingua di insegnamento sarebbe solo un mezzo, e non un fine, nell’apprendimento. E contro questo “semaforo giallo” invece che verde si sono già schierati alcuni tecno-scienziati anglofili come per esempio il medico Alberto Mantovani, docente dell’Humanitas University, in un articolo su La Repubblica, “Perché insegnare in inglese significa difendere l’italianità” [La Repubblica, 18 marzo 2017, p. 31].

A dire il vero l’articolo disattende completamente quanto invocato nel titolo, e non contiene alcun ragionamento razionale, a parte le solite prese di posizione soggettive di questo tipo di opinioni diffuse. La conclusione è l’ossimoro per cui “l’insegnamento in lingua inglese, all’interno di corsi altamente qualificati, è il modo migliore con cui possiamo non solo difendere, ma anche promuovere l’italianità”, che in questo modo viene invece uccisa e identificata con il parlare un’altra lingua. La tesi è che sia un bene soprattutto per gli studenti, che mediamente non sanno parlare bene l’inglese e hanno perciò difficoltà a inserirsi all’estero. In questa confusione tra l’apprendimento della lingua e della medicina, due cose da tenere ben separate e distinte, sembra che l’unica prospettiva, rivendicata con orgoglio, sia quella di insegnare in inglese in vista della fuga di cervelli, per cui ci si forma in Italia per poi finire in contesti internazionali, se si è tra i migliori. Una rinuncia all’italiano data per scontata in modo sconcertante, sostenuta solo dalla costatazione che “l’inglese è infatti la lingua della Scienza. Così come il greco e il latino sono stati in passato la koinè, ossia la lingua comune ed accettata dalla cultura classica: nessun autore spagnolo, africano o inglese si sarebbe mai sognato di metterlo in discussione.”

Ma questa considerazione affonda le sue radici proprio nel pensiero prescientifico medievale, quando nelle scuole si studiavano in latino la teologia e l’aristotelismo, e dimentica che la scienza nasce con Galileo, e che la medicina scientifica si è sviluppata anche grazie ai contributi di naturalisti e medici come Redi, Vallisneri e Spallanzani, che scrissero nella loro lingua esattamente come fecero altri grandi scienziati francesi e inglesi, proprio abbandonando il latino. Le apologie del monolinguismo tecno-scientifico, che credono di essere moderne e internazionali, sono invece la faccia nascosta del nuovo oscurantismo più retrogrado, vogliono ritornare a un “new-latino” globale cancellando secoli di storia, ciechi davanti al fatto che il plurilinguismo è una ricchezza. Come lo è la biodiversità, come lo sono le varietà dei prodotti della terra locali davanti agli organismi geneticamente modificati che le multinazionali vorrebbero imporre uguali in tutto il mondo attraverso la grande distribuzione globalizzata. Le lingue nazionali non sono un segno di arretratezza, l’arretratezza sta nel volersi sottomettere alla lingua totalitaria di una sola cultura dominante, nell’adottare la strategia degli etruschi, che si sono sottomessi con entusiasmo alla romanità abbandonando le proprie radici fino a scomparire.

[Tratto da: Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli, Milano 2017, pp. 154-158]

 

L’italiano come lingua della scienza

Galileo Galilei dialogo sopra i massimi sitemiSull’italiano nella lingua della scienza vorrei aggiungere una riflessione storica.

Un tempo la lingua internazionale del sapere era il latino, e Galileo fu il primo a rompere questa tradizione con il Saggiatore e soprattutto con il Dialogo sopra i due massimi sistemi, in cui sostenne la teoria dell’eliocentrismo che si impose in tutto il mondo. Colui che è da molti considerato il fondatore della scienza ha saputo creare una prosa scientifica in italiano basata sulla chiarezza, la precisione e l’evidenza. Nel lessico delle sue opere compaiono nuovi termini tecnici (pendolo, bilancetta, cannocchiale) e scientifici sempre definiti in modo rigoroso e utilizzati in modo univoco (momento, forza, gravità, impeto, resistenza, potenza, rifrazione), mentre altri acquistano nuovi significati (candore riferito alla luna e non più in senso metaforico, macchie solari).

Questo ricorso all’italiano diventò un modello imitato poi da Francesco Redi, scienziato, umanista e accademico della Crusca, e da Antonio Vallisneri, medico e naturalista che scelse il volgare in modo patriottico con l’obiettivo di dare dignità alla lingua del nostro Paese. Altri scienziati continuarono a scrivere in latino ancora sino all’Ottocento, ma nel Settecento Lazzaro Spallanzani si ispirò ai francesi che avevano già dato vita a una prosa scientifica madrelingua, e in lingua italiana confutò la teoria della generazione spontanea di uno dei più grandi luminari internazionali di quei tempi: Buffon.

Alessandro Volta scrisse anche in latino e in inglese, ma chiamò la sua invenzione pila, e in tante sue opere è evidente lo sforzo di coniare i nomi più giusti e precisi: “Due terzi d’aria infiammabile metallica, ed uno di deflogisticata (…) formano un miscuglio assai acconcio, e tutt’insieme un’aria, che io amo chiamare tuonante.”
Questo impegno linguistico si vede bene anche in un passo in cui lo scienziato riflette sul nome più appropriato per uno strumento chiamato elettroforo, elettroscopio e microelettroscopio: “Ma io amo meglio di chiamarlo condensatore per l’elettricità, per usare un termine semplice e piano, e che esprime a un tempo la ragione e il mondo dei fenomeni di cui si tratta.

E per venire al Novecento, la parola neutrino fu coniata da Enrico Fermi nel 1934, come diminutivo di neutrone.

Oggi invece l’italiano è stato abbandonato, si stanno cancellando secoli di storia per tornare a una lingua sovranazionale. Gli scienziati scrivono e pubblicano in inglese per rivolgersi alla comunità mondiale, con il rischio, per l’ennesima volta, di perdere la capacità di dirlo in italiano, come lamenta la scienziata Maria Luisa Villa, preoccupata per la comprensione pubblica della scienza:

“Nel giro di pochi lustri la lingua italiana potrebbe essere mutilata e inadatta alla trasmissione del sapere scientifico.”

[Maria Luisa Villa, L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori-Pearson, Milano 2013, p. 95].

L’itanglese è la lingua di moda nella moda

Il linguaggio della moda un tempo era dominato dal francese, ma ormai questa lingua è sempre più démodé e il settore ha subito un totale restyling anglicizzato. Nel Duemila è l’inglese a essere trendy e cool. Quelli che un tempo si chiamavano fuseaux adesso sono i leggins, dalle paillette si passa al glitter, dalle culottes a slip, boxer e push-up. I colori: dal blue e dal marron di derivazione francese al green ecologico, al red carpet, al total white e al total black. Agli indumenti ormai storici come cardigan, montgomery, pullover, golf (di cashmire, shetland e via dicendo), bluejeans, t-shirt e moonboot, si aggiungono shorts, bag e tutta una serie di outfit nelle taglie obbligatoriamente small, medium, large o extralarge, mentre le scarpe da ginnastica sono diventate le sneaker. Il settore intero si colorisce sempre più di fashion e di glamour. I parrucchieri sono hair stylist, la bellezza è beauty, fatta di makeup, lipgloss, peeling, lifting e fitness. Non importa se alcune di queste parole non siano inglesi (per es. lifting si dice face lift), ciò che più importa è che suonino inglesi.

Il settore della moda è sempre stato infarcito di esotismi, perché per evocare ciò che è nuovo e di moda non c’è niente di meglio di qualche parola straniera che nasconda dietro il suo suono spesso poco comprensibile chissà quali novità. E i primi anglicismi del settore sono arrivati proprio attraverso il francese. In un articolo de La Stampa del 1914 che riferiva delle mode di Parigi, all’epoca il modello culturale più forte, si può leggere:

“Una partita di polo (…) o almeno di footing o di tennis è necessaria. Beninteso, occorre prima passare da Strom a provvedersi del costume di circostanza: i tacchi alti per il footing, lo sweater col taschino visibile a distanza per il tennis, il golf per il golf, e via di seguito”.

La Stampa, martedì 10 febbraio 1914, “Lettere da Parigi Il Galanteo”, p. 3.

In queste righe si vede come dalla Francia abbiamo importato pseudoanglicismi come footing (in inglese jogging) o come golf, cioè la maglia che si usava per giocare a golf (“il golf per il golf”) che in seguito si sono ampliati di molte parole dal suono inglese ma che non sono in uso nei Paesi anglosassoni, come slip o pile. Ma questo articolo centenario aveva un tono ironico che adesso non c’è più. Il nuovo linguaggio della moda si prende terriblmente sul serio, e suona comico – anzi ridicolo – solo alle orecchie di un profano:

Ormai sta sostituendo tracolle, hand bag e clutch, dopo decenni in cui è stato annoverato tra i fashion horribilia, retaggio degli anni ’90, oggi la waist bag torna protagonista sulle passerelle delle collezioni primavera-estate 18, conquista star (…) e invade le gallery dedicate allo street style. Versione vintage per Gucci che punta su pelle e tessuti logati. In nappa con lunghe frange per Alexander Wang. Colorata e sporty per Marc Jacobs. (…) Insomma ormai sdoganata come accessorio casual e sportivo, la waist bag conquista per la sua praticità e non si indossa solo ed esclusivamente alla cintola.

Tratto da Vogue

Il senso di questo pezzo, per chi come me fatica a comprenderlo, è che il marsupio è tornato di moda, purché lo si chiami waist bag, naturalmente, altrimenti rimane qualcosa di cafone. Tolte le preposizioni, le congiunzioni e i verbi, la metà dei sostantivi e degli aggettivi, in questa lingua della vergogna, è in inglese. L’intero sito di Vogue è in inglese o itanglese (come è facile constatare), dagli articoli all’interfaccia. E quando il marsupio tornerà a essere out, di sicuro sarà sostituito con qualcosa di nuovo, ma sempre espresso in inglese.

“I look così realizzati presentano uno stile gentleman all’americana tra elementi preppy e dandy, attraverso una scala di grigi che abbraccia texture a contrasto e trame materiche (MF Fashion-7 feb 2018).

Questa è la lingua dei giornali di settore e delle fashion blogger.

Se un giornalista finisce a lavorare nel settore deve usare questo linguaggio suo malgrado. Perché questa è LA lingua imposta dall’alto delle strategie editoriali che puntano a un destinatario, anzi target,  per cui non è più possibile usare l’italiano.

“Ieri sono impazzita per capire se la clutch è una borsetta a mano o con la chiusura a scatto – mi ha detto avvilita un’amica che è finita a scrivere per una rivista del genere – “Qui è un orrore: il rosa è immancabilmente pink, una cosa luminosa è sunny, la tracolla è saddle bag e così via…”

Per la cronaca: clutch in italiano è una borsetta senza manici, fino al secolo scorso indicata preferibilmente con il francesismo pochette. L’etimo indicato dai dizionari è: ellissi di clutch (bag) “borsetta senza manici”.

Un ultimo esempio eclatante:

La pink obsession nel mondo food sta raggiungendo livelli altissimi. Prima il purple bread in stile mossa di avvicinamento, poi le rape rosse assurte a livello di superfood senza rivali (per i dolci e anche per i salati). Il picco con il cioccolato rosa che ha mandato in tilt tutte le foodies del mondo, instagrammabilissimo, perfetto in ogni sua sfumatura, derivato da una speciale fava di cacao coltivata in Costa D’Avorio e sopratutto poco zuccherato

da MarieClaire: La limited edition del Kit-Kat rosa vi farà desiderare tantissimo di vivere in Giappone (eeeeh!)

Se dalla moda si passa ad altri linguaggi di settore come quello dell’informatica, del marketing o dell’aziendalese le cose non sono molte diverse.

L’itanglese sta colonizzando settore dopo settore moltissimi ambiti dove non è più possibile dirlo in italiano, e non perché ci manchino le parole, ma perché dell’italiano ci si vergogna e l’inglese è trendy, o forse è un po’ troppo incool!