La storia di “jeans” e “blue jeans”

L’espressione blue jeans è entrata nell’italiano nel 1956, stando alle datazioni di Devoto Oli, Zingrarelli e Nuovo De Mauro, mentre la sua abbreviazione jeans risale al 1960 (o 1959 secondo lo Zingarelli).

Guardando le statistiche di GoogleBooks Ngram Viewer le cose non sono molto diverse, anche se le prime occorrenze compaiono nel 1954.

jeans e bluejeans su GoogleBooks Ngram Viewer
La fequenza di jeans e blue jeans su GoogleBooks Ngram Viewer (1950-2008)

Scartabellando nell’archivio storico de La Stampa, il primo articolo che parla di blue jeans (scritto blu jeans) risale al 1951, quando Riccardo Aragno, in un articolo che riferisce del Belgio scriveva:

“Calze, frigoriferi, radio, mutande, dischi, carta da lettere, gomma da masticare, occhiali da sole: la quantità di roba che arriva qui dall’America è a prima vista invidiabile. Dopo qualche giorno stucchevole. (…) Si arriva ad eccessi di una ingenuità provinciale che sta tra il commovente e l’irritante: un negozio di articoli sportivi offre in bella mostra – come se si trattasse di un prodotto favoloso – i «blu jeans» venuti dal Texas.”

[La Stampa, giovedì 26 luglio 1951, p. 3, Riccardo Aragno, “L’uranio è un lusso per il ricchissimo Belgio”]

Cinque anni dopo, lo stesso giornalista parla semplicemente di jeans, ormai approdati anche in Italia, e il tono scandalizzato del primo articolo si è ormai stemperato:

“Il «jazz» accomuna ogni sera (…) i giovani aristocratici e i guidatori di camion, le ragazze del bel mondo e le apprendiste di fabbrica, i funzionari statali che – abbandonata la bombetta e la giacca nera con i pantaloni a righe – si adattano al costume americano della camicia a scacchi e dei «jeans» neri o blu…”

[La Stampa, sabato 19 maggio 1956, p. 5, Riccardo Aragno “Una rivoluzione chiamata jazz”]

Nel 1953 era infatti uscito Il selvaggio, di László Benedek, in cui Marlon Brando, con i suoi jeans, era diventato un’icona, caricaturata nel 1954 da Alberto Sordi di Un americano a Roma (Steno), mentre nel 1955 era uscito Gioventù bruciata (Nicholas Ray), con i jeans di James Dean, un altro mito destinato a diventare un simbolo della ribellione giovanile e del nuovo abbigliamento.

Marlon Brando Il Selvaggio 1953Sordi Un americano a Roma 1954jamesdean

Negli anni Sessanta la popolarità di blue jeans e jeans cresce per esplodere negli anni Settanta, quando nasce il termine jeanseria  (1978) per indicare i negozi specializzati nella vendita di questo indumento, che nel 1984 (stando allo Zingarelli) viene anche adattata in ginseria, espressioni oggi cadute abbastanza in disuso.

Ancora nel 1986, il giornalista Sergio Lepri, ragionando sulle buone regole del giornalismo, e preoccupato dalla buona norma di utilizzare parole comprensibili dalla gente comune, divideva i forestierismi “inutili” da quelli “necessari”, e distingueva quelli ormai assimilati da quelli di “probabile assimilazione”, cioè “parole di largo uso”, ma legate a cose che sarebbero potute scomparire, e dunque non necessariamente destinate a entrare nella lingua italiana in modo definitivo. Tra queste includeva appunto i bluejeans (Sergio Lepri, Medium e messaggio, Gutenberg 2000, Torino, 1986, pp. 192), mentre jeanseria veniva inclusa tra i forestierismi “ammissibili con licenza”, cioè usati nei linguaggi specialistici, e dunque che si possono usare anche nel linguaggio comune, ma “con appropriata spiegazione” (ivi, p. 194).

Se negli anni Ottanta Arrigo Castellani proponeva inutilmente di adattare jeans in ginsi, oggi l’anglicismo è ormai assimilato e incluso tra le parole fondamentali della nostra lingua da tutti i dizionari senza un’alternativa italiana in circolazione.

Eppure, stando ai dizionari, l’etimo più probabile dell’anglicismo deriva dall’italiano Genova, dove questo tessuto un po’ ruvido e resistente veniva impiegato per i pantaloni da lavoro: attraverso il francese, che chiamava Gênes la nostra città, il termine sarebbe poi passato nell’inglese, tanto che la Wikipedia britannica annovera jeans tra gli italianismi.

Questioni di punti di vista, ma anche di adattamenti di una parola al suono della propria lingua. E di un orgoglio nel parlare il proprio idioma che non ci appartiene più, ma che per esempio caratterizza fortemente la Spagna, dove si dice vaqueros (alternativa che stando a Google Books Ngram Viewer sembrerebbe molto più usata dell’anglicismo) o anche il meno frequente tejanos (cfr. Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 754).

3 pensieri su “La storia di “jeans” e “blue jeans”

  1. Povero termine, che ognuno considera straniero: in pratica è una parola apolide!
    Ricordo che nel DVD di “Totòtruffa ’62” (1961) viene raccontato che Franco Castellano e Giuseppe Moccia andarono da Totò per sapere cosa ne pensasse del soggetto che gli avevano sottoposto per un film, e il celebre comico espresse il suo guidizio lapidario: “E’ una schifezza”. Vado a memoria ma pare che l’impressione fu così devastante che quando poi la produzione chiamò i due a lavorare di nuovo con Totò, si preferì dare loro degli pseudonimi perché il Principe non li associasse agli autori di quel copione così brutto. Nacquero così Castellano e Pipolo. (Non è detto che sia andata proprio così, è la storia che uno dei due, non ricordo quale, racconta in questa intervista da contenuto speciale.)
    Ti racconto questo perché il copione che il Principe trovò “una schifezza” e che in effetti non venne mai girato si intitolava: “Totò in jeans”…

    "Mi piace"

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