Lo spanglish e l’itanglese

spanglishLo spanglish è nato e si è diffuso nelle aree negli Stati Uniti con una forte presenza della cultura ispanica, portoricana, messicana o cubana. In altre parole ha preso piede dove era presente un bilinguismo di base (spagnolo e inglese) che ha poi generato un’ibridazione gergale basata sull’alternare e mescolare le due lingue all’interno di una stessa frase spagnola, per esempio show, shopping o training invece di espectàculo, compras o entrenar. A questo primo livello, che coinvolge solo il lessico, il fenomeno non è poi così diverso da quello che possiamo bollare come itanglese, che si trova però non solo nel parlare, ma anche nello scrivere:

Raccontare e raccontarsi (…) è ormai una necessità ineludibile, non solo per le attività commerciali e di branding, ma per la governance complessiva delle relazioni comunicazionali (…) per la creazione di progetti di storytelling che possano generare una narrability organizzativa efficace.

[esempio reale tratto dalla presentazione in rete di un corso di “Corporate Storytelling” che dovrebbe insegnare l’arte del parlare, dello scrivere e del comunicare]

Lo spanglish è tuttavia un fenomeno ben più profondo e complesso, genera spesso neologismi che costituiscono calchi e adattamenti misti, come socketines invece di calcetines (cioè “calzini” derivato dall’inglese sock), parkear o parquear invece di estacionar (“parcheggiare”, da park), e il mescolamento durante le conversazioni prevede frasi in cui convivono non solo questo tipo di parole, ma anche parti importanti della frase che si alternano in un continuo cambiamento di codice linguistico.

[Gli esempi sono stati tratti da un lemmario riportato nella tesi di laurea di Stefania Teodora Anna, “Inglese e spagnolo a contatto: lo spanglish e il bilinguismo negli Stati Uniti”, anno accademico 2003/2004, Relatore prof. Gerardo Mazzaferro, Laurea in Storia della lingua inglese, Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, Facoltà di Lettere e Filosofia – Vercelli, pagg. 26-28].

Lo spanglish americano è prevalentemente orale, è un modo di parlare gergale diffuso soprattutto negli strati sociali poco acculturati o nella bocca dei giovani che lo impiegano come un linguaggio distintivo, e rivendicano l’orgoglio ispanico per differenziarsi da altri gruppi etnici che a loro volta lo indicano in modo dispregiativo.

Ci sono studiosi che hanno bollato il fenomeno come un miscuglio di errori e alterazioni che costituisce un grave pericolo per la lingua spagnola e anche per quella inglese. Altri lo studiano e difendono, per esempio Ilan Stavans che ha provocatoriamente tradotto in spanglish il primo capitolo del Don Chisciotte.

[Pubblicato in Ilan Stavans, Spanglish. The Making of New American Language, New York, Haper Collins, 2003 pp. 253-258].

Secondo lo studioso “non è ancora una lingua, ma un idioma di passaggio che va convertendosi in dialetto e insediandosi stabilmente nella cultura popolare”

[“A New York si ‘Vacuna la Carpeta’”, Il Manifesto, 28 dicembre 2000].

Conta circa 6.000 parole e rappresenterebbe l’emergere della forza della lingua spagnola che resiste — non si è mai fatta cancellare, irrompe nell’inglese contaminandolo — più che costituire un depauperamento della lingua natia attraverso l’importazione di anglicismi. Anche se è un fenomeno che riguarda il parlato, non manca una tradizione letteraria che risale al teatro campesino degli anni Cinquanta e Sessanta, e in seguito ha dato vita a poesie, canzoni e fumetti. Nell’era di Internet si sta diffondendo da città come New York, Miami e Los Angeles, in una versione che travalica i confini locali che è stata definita cyberspanglish. E alcuni personaggi di fama internazionale sono diventati veri e propri punti di riferimento di questo modo di parlare, per esempio Jennifer Lopez o Ricky Martin che in molte canzoni mescolano inglese e spagnolo, un po’ come da noi aveva fatto Pino Daniele con l’inglese napoletano di “Yes I know my way, ma nun’ è addò m’aie purtato tu”.

La differenza più evidente tra spanglish e itanglese è che da noi non esiste alcun bilinguismo. Dalle statistiche, anzi, solo il 43,7% della popolazione tra i 18 e i 74 anni conosce almeno un po’ di inglese (Istat 2012), mentre secondo altre fonti (Comissione Europea 2012) solo il 34% sarebbe in grado di sostenere una conversazione (ma le percentuali sono più alte nelle giovani generazioni). Proprio il fatto che non sappiamo l’inglese ci porta a voler fare gli americani impiegandolo per moda o snobbismo, spesso in modo ridicolo, con neoconiazioni all’italiana che non esistono nella lingua originale: beauty case, bomber nel senso di cannoniere, mister per allenatore, barwoman (ma in inglese si dice barmaid) costruito sul calco di barman; altre volte gli anglicismi sono accorciati all’italiana (Roberto Gusmani parlava di “prestiti decurtati”): basket, cioè cesto, per basketball, spending per spendig review, strip per striptease… E allora mi pare che si possa intravedere in questi esempi un passaggio alla fase due dell’ibridismo: dal mescolamento di termini italiani e inglesi e dall’adozione delle parole inglesi, si sta passando alle neocomposizioni e all’alternanza non più solo di parole, ma di elementi più complessi. Espressioni come: no problem, too mutch, step by step, vote for, back to school… sono un segnale.

GRAFICO1

Un altro ancora è costituito dalle ricombinazioni, talvolta importate, talvolta fai-da-te, di elementi inglesi formanti che si ricombinano con effetto domino creando un rete di anglicismi tra loro connessi che si espande sempre più nel nostro lessico, per cui dalle numerose locuzioni inglesi si ricavano le voci madre, disponibili a tutti anche se non registrate nei dizionari come voci autonome, che a loro volta si ricombiano con le altre generando centinaia di parole: up si ritrova per esempio in set-up e checkup, a sua volta check si ritrova in check point, che si combina con set in set point

Annunci