Tullio De Mauro e gli anglicismi, anzi gli anglismi (a due anni dalla sua scomparsa)

Il 5 gennaio di due anni fa ci ha lasciato uno dei più importanti linguisti italiani.
Lo voglio ricordare ricostruendo le sue posizioni sugli anglicismi, anzi sugli anglismi.


Per Tullio De Mauro si dice anglismi e non anglicismi

Tullio tullio de mauroDe Mauro si è sempre battuto per chiamarli anglismi, perché è la derivazione corretta dalla radice anglo: l’inserimento di ci è una forma che sarebbe a sua volta un inglesismo (da anglicism).
Questa argomentazione non teneva conto del fatto che non c’è nulla di male a prendere dall’inglese, quando lo si adatta, e non teneva conto dell’affermazione storica della parola “anglicismo”, attestata sin dal Settecento persino da un purista come Giuseppe Baretti che con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue si scagliava contro le maleparole dalle pagine della sua rivista la Frusta letteraria. Comunque la pensiate, va detto che nonostante la maggiore frequenza storica di anglicismi, in seguito alle considerazioni di De Mauro, negli ultimi anni la variante anglismi si sta diffondendo sempre più soprattutto tra i linguisti, come variante “colta”.

De Mauro, il falsificatore del “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani

Tullio De Mauro è sempre stato un noto “negazionista”, per quasi tutta la vita non ha mai creduto che l’interferenza dell’inglese rappresentasse un problema per la lingua italiana, ed è celebre in proposito la sua polemica con il neopurista Arrigo Castellani. Quest’ultimo, in un articolo del 1987 che sarebbe passato alla storia, il “Morbus anglicus” (in Studi linguistici italiani, n. 13, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153), aveva denunciato l’invasione sempre più consistente delle parole inglesi che come un virus stavano intaccando la nostra lingua italiana. A suo vedere, bisognava in qualche modo intervenire per curare lo stato di salute dell’italiano, altrimenti il rischio sarebbe stato che i tessuti vitali ne venissero intaccati.
Tullio De Mauro si oppose a questo allarmismo, che confutò statistiche alla mano. La sua posizione si rivelò perciò vincente, tra i linguisti, e divenne quella del pensiero dominante che solo di recente si è incrinata e sta andando ormai in frantumi.
Tutto ebbe forse inizio nel 1980…

1980: il Vocabolario di base della lingua italiana senza anglicismi

De Mauro compì vari studi statistici senza precedenti nell’italiano. Nel 1980 pubblicò il primo Vocabolario di base della nostra lingua, che includeva le circa 7.000 parole che si usano più di frequente.
Queste, a loro volta si possono distinguere in 2.000 parole fondamentali, quelle che da sole costituiscono il 90% dei discorsi e dei testi (e, di, perché, essere, avere…), altre 2.300 definite ad alta disponibilità, che tutti conoscono (per cui sono disponibili nella nostra testa), ma che si usano poco, per esempio forchetta, che non compare spesso nei libri né nei discorsi, anche se è di base. E poi altre 2.750 ad alto uso, e cioè che si usano moltissimo, ma non come le prime, e che comunque sono molto più frequenti delle ulteriori 40.000 parole che formano il linguaggio comune, cioè quelle che tutti conoscono, anche se non è detto che le usino attivamente.
Da questa classificazione è emerso perciò un modello e una mappatura della lingua italiana “a strati” molto interessante: al centro ci sono le parole più frequenti, attorniate da quelle comuni, e attorno a queste sono rappresentate tutte le altre che appartengono a linguaggi tecnici e settoriali, e non sono comprensibili a tutti: l’avvocato conosce i suoi tecnicismi ma non quelli del medico, che a sua volte non condivide quelli dell’avvocato e così via.

vocabolario di base
Una rappresentazione del modello “a strati” del lessico della lingua secondo De Mauro.

In questo schema interpretativo, che sin dal suo apparire registrò anche pesanti critiche e perplessità, De Mauro mostrò come, negli anni Ottanta, gli anglicismi fossero confinati nella parte esterna, e non intaccassero affatto il nucleo centrale dell’italiano. Inoltre, dalle statistiche basate sui lemmi dei dizionari, allora i vocaboli inglesi costituivano ancora percentuali bassissime, intorno all’1% delle parole e anche meno. Dunque l’allarmismo di Castellani appariva ingiustificato, e non era il caso di preoccuparsi…

1989: gli anglicismi sono il 2% del Vocabolario elettronico della lingua italiana (Veli)

Nel 1989 vide la luce il Veli, il Vocabolario elettronico della lingua italiana, un lavoro immenso basato sulla statistica e sull’uso del calcolatore – De Mauro all’epoca non usava la parola computer – che lo studioso curò in collaborazione con IBM partendo dallo spoglio di alcuni testi giornalistici (ANSA, Il Mondo, Europeo e Domenica del corriere) pubblicati tra il 1985 e il 1987. Per quell’epoca in cui i testi non erano disponibili in digitale fu una rivoluzione; il lavoro analizzò circa 26 milioni di parole, che vennero lemmatizzate, cioè ricondotte dalle loro flessioni al lemma (per esempio vanno era ricondotto ad andare) con sistemi automatici poi raffinati manualmente. Successivamente furono scelti i 10.000 lemmi più frequenti e significativi e ne nacque un prototipo di dizionario pubblicato su due dischetti (all’epoca erano i cosiddetti floppy disc rigidi).

veli vocabolario elettronico dell alingua italiana di ibm e de mauro 2
Il Veli, curato da De Mauro, consisteva in un volume introduttivo che riportava anche gli indici lessicali e due dischetti con il primo prototipo di dizionario elettronico basato sulle 10.000 parole più frequenti.

Tra queste 10.000 parole più utilizzate nella stampa, gli anglicismi costituivano circa il 2%, una percentuale decisamente più alta di quella dei dizionari, che era invece della metà, e anche di quella che veniva attribuita all’uso degli anglicismi nell’italiano in generale.

In altre parole, passando dai dizionari allo studio delle frequenze giornalistiche le cose cambiavano sensibilmente. De Mauro, ancora una volta non se ne preoccupò: il 2% era ancora una percentuale fisiologicamente sopportabile, che non rappresentava di certo un pericolo per la nostra lingua. Ma negli anni Novanta le cose erano destinate a cambiare…

1999-2007: il Gradit e l’aumento degli anglicismi

Curato da De Mauro, nel 1999 uscì il Gradit, cioè il Grande dizionario italiano dell’uso in 6 volumi, che raccoglie circa 260.000 parole (più del doppio di quelle dei vocabolari monovolume), classificate attraverso i criteri di frequenza già adottati nel Vocabolario di base del 1980 (parole di base, comuni e settoriali) e da altre marche che ne identificavano i settori (economia, informatica…). Gli anglicismi non adattati erano 4.300, quindi rappresentavano solo l’1,6% dei lemmi. Stavano aumentando, certo, ma ancora una volta niente di troppo preoccupante, in fin dei conti.

Nel 2007, la nuova edizione del Gradit, però, ne registrava ben 6.000 e la loro percentuale saltava al 2,3% (un incremento del 39,5%, 1.700 in più in soli 8 anni).

patole straniere nella lingua italiana de mauro manciniLa cosa si stava facendo imbarazzante e preoccupante, per il più importante sostenitore delle tesi negazioniste. Ma, a onor del vero, l’aumento così eccessivo non dipendeva tanto da una reale entrata di nuovi anglicismi in questo breve lasso di tempo, bensì da una ristrutturazione interna del dizionario. Nella nuova edizione erano infatti confluiti i risultati di un lavoro specialistico sui forestierismi: Parole straniere nella lingua italiana (Tullio De Mauro e Marco Mancini, Garzanti, Milano 2001, e seconda edizione ampliata del 2003) che aveva raccolto oltre 10.000 parole da più di 60 lingue (dall’albanese al vietnamita, passando per il russo, il giapponese, il tedesco fino al francese e all’inglese). E queste sono poi state immesse nella nuova edizione del Gradit 2007, che è passato così da 7.000 a 10.000 forestierismi, e si è arricchito soprattutto da questo punto di vista.

Tuttavia, qualcosa si stava incrinando nelle tesi negazioniste: mentre l’incremento dei francesismi era contenuto, da 4.982 (sommando quelli adattati e quelli “crudi” come abat-jour) si passava a 5.345 (372 in più e un incremento del 7,4%), gli anglicismi erano “impazziti”:  sommando quelli adattati e non adattati sono passati da circa 6.300 a circa 8.400 (un incremento del 33,3%, 2.100 in più, cioè una media di circa 262 all’anno). Scorporando i dati, quelli non adattati sono passati da 4.300 a 6.000 (un incremento del 39,5%, 1.700 in più) e quelli adattati da 2.000 a 2.400 (incremento del 20%, 400 in più). Ho provato a ricostruire questo aumento con un grafico.

aumento anglicismi nel gradit
Fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 88.

La cosa più preoccupante, per De Mauro, fu che complessivamente nel nuovo Millennio l’interferenza dell’inglese sulla nostra lingua aveva, in pochissimo tempo, superato il ruolo dei substrati plurisecolari del francese. Ciononostante, intorno al 2010 lo studioso era ancora serafico e poco preoccupato, perché nonostante l’aumento del numero delle parole inglesi nei dizionari, la loro frequenza era ancora poco diffusa, secondo le sue marche. In un’intervista che in Rete è diventata una sorta di manifesto del negazionismo, “Gli anglicismi? No problem my dear”, ribadiva perciò le sue posizione storiche.

Ma pochi anni dopo la situazione mutò…

2015: il vento è cambiato

storia lingusitica de mauroNel 2014, a p. 136 della Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni (Laterza, Bari 2014), De Mauro sembra assumere una posizione diversa e più preoccupata sulla questione dell’inglese, quando scrive:

“Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del Gradit mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale”.

Lo studioso, dunque, non solo stava elaborando l’aumento degli anglicismi del Gradit, ma stava anche lavorando sulle marche delle parole, in via di revisione e di aggiornamento. Gli anglicismi, anticipava in questo passo, sono sempre meno tecnicismi o di bassa frequenza e stanno penetrando nel nucleo della nostra lingua. Davanti a questi nuovi fatti, sembra proprio che De Mauro in questo periodo stesse abbandonando la sua storica indifferenza verso gli anglicismi.

Intanto, anche il panorama del pensiero dominante cominciava a cambiare.
Il 2015 fu un anno cruciale. Uscì una pubblicazione frutto di un convegno presso l’Accademia della Crusca con la collaborazione dell’associazione Coscienza Svizzera e della Società Dante Alighieri (La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi) in cui molti linguisti cominciarono a esprimere le proprie preoccupazioni, da Claudio Marazzini a Claudio Giovanardi (già autore nel 2003 insieme ad Alessandra Coco e Riccardo Gualdo di un preoccupato Inglese-italiano 1 a 1: tradurre o non tradurre le parole inglesi? Ediz. Manni).
Il linguista Luca Serianni, che nel “Morbus anglicus” era citato da Arrigo Castellani tra i “negazionisti” non preoccupati, aveva cambiato idea sul proliferare degli anglicismi.
Quello stesso anno, la petizione di Annamaria Testa “Dillo in italiano” aveva creato un caso mediatico e l’accademia della Crusca aveva dato vita al Gruppo Incipit per monitorare i forestierismi incipienti e arginarli con sostituivi italiani, almeno negli intenti.
Insomma, qualcosa nell’aria stava cambiando. E anche Tullio De Mauro stava rivedendo le sue posizioni.

2016: la svolta di De Mauro e l’ammissione dello “tsunami anglicus”

La svolta, del tutto inaspettata, arrivò nel 2016, quando lo studioso scrisse la prefazione a Italiano Urgente di Gabriele Valle (Reverdito editore, 2016), una raccolta di 500 anglicismi che venivano spiegati e affiancati da possibili sostituzioni basate sul modello della lingua spagnola. L’opera si apriva con una citazione tratta proprio dal “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani e De Mauro sembrava essersi reso conto della profonda differenza tra l’anglicizzazione arginata dello spagnolo e quella abissale dell’italiano che definiva esplicitamente come uno tsunami:

“è indubbio: quel che altrove appare o è uno tsunami appare invece ed è una fronteggiabile ondata sui lidi ispanici (…). È indubbio che lo tsunami anglicizzante va quasi guadagnando terreno nell’uso italiano: non si segnala tanto per il numero di lessemi analizzanti registrabili in un grande dizionario (…) ma per altri due aspetti: l’uso in locuzioni formali e ufficiali (education, jobs act, spending review e via governando) e  la penetrazione degli anglismi nel vocabolario fondamentale e d’alto uso, dove prima c’erano solo pochi esemplari, bar, film, sport, tram, e oggi si affolla un più folto manipolo…” (p. 17)

Sembra incredibile che queste parole siano state scritte dal massimo esponente del “negazionismo”, eppure sono state ribadite e approfondite in un articolo sul sito Internazionale poco meno di un mese dopo: “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”, dove persino il giudizio sull’avversario Arrigo Castellani sembra rivisto, davanti alla dimensione internazionale dell’espansione dell’inglese:

“Non è un fatto nuovo: da alcuni decenni impetuose ondate di anglismi si riversano nell’uso di chi parla e scrive le più varie lingue del mondo. Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. (…) L’afflusso di parole inglesi dagli anni Ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami…”.

Il 23 dicembre 2016 il Nuovo vocabolario di base di Tullio De Mauro venne pubblicato in Rete sul sito Internazionale, e dal confronto con quello del 1980 spicca subito che l’inglese è penetrato anche qui: gli anglicismi sono decuplicati.

Nel 1980, alla lettera B era presente solo bar, mentre nel 2016 gli anglicismi sono 13: baby, babydoll, band, bar, basket, bikini, bit, blog, boss, box, boxer, brand, business. E in tutto il vocabolario di base, se nel 1980 gli anglicismi non adattati erano poco più di una decina, nel 2016 sono 129 su meno di 7.500 parole, cioè almeno l’1,7% (se non me ne è scappato qualcuno e senza conteggiare parole macedonia come salvaslip).

Le parole con cui, pochi mesi prima, De Mauro chiudeva l’anticipazione in Rete di questi risultati sono queste:

“L’accentuata frequenza di anglismi è certamente uno dei tratti in cui si sedimenta la storia linguistica italiana degli ultimi decenni.
A voler bandire l’uso degli anglismi dalle lingue del mondo e dall’italiano c’è lavoro, se non gloria, per tutti.”

Poco dopo la pubblicazione del Nuovo vocabolario di base, il 5 gennaio del 2017, Tullio De Mauro se n’è andato.

nuovo vocabolario di nase de mauro

 

Anche se ne ho più volte criticato le posizioni e anche se ho provato a confutare molte delle sue argomentazioni passate, lo voglio oggi ricordare, rendendogli onore per l’onestà intellettuale di aver saputo rivedere, davanti ai fatti, le convinzioni di una vita. Una cosa che tanti piccoli linguisti ancora non hanno saputo fare.

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Italiano, francese, spagnolo e tedesco di fronte agli anglicismi

Davanti all’interferenza dell’angloamericano e agli anglicismi, non c’è confronto tra ciò che sta accadendo in Italia e quanto accade in Francia e Spagna.

Ho già mostrato la grande differenza tra il francese e l’italiano che si evince dall’analisi della Wikipedia, dal fatto che c’è la legge Toubon e che esiste una politica linguistica. La sensibilità verso l’italiano sembra più spiccata anche in Svizzera che da noi, e le politiche linguistiche che in Italia sono un tabù esistono in tanti Paesi, persino in Cina.

Nel caso dello spagnolo, la differenza è ancora più evidente, ma su questo tema non potrei aggiungere molto al saggio di Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore”: è lo studio comparativo più esaustivo e inoppugnabile in circolazione.

L’orgoglio ispanico

Non resta che invidiare la fierezza e l’orgoglio degli spagnoli che sanno ancora tradurre e adattare le parole – come accade nelle lingue sane – che da noi vengono spacciate per necessarie o intraducibili, solo perché la nostra classe dirigente non le vuole o non le sa italianizzare e preferisce inseguire la strategia comunicativa di dire le cose in inglese.
E così, mentre noi diciamo baby sitter in spagnolo si dice canguro, una bellissima metafora che non ha bisogno di spiegazioni nel suo sapere evocare il concetto, e mentre noi sin dagli anni Sessanta andiamo fieri di indossare i jeans (che parola intraducibile, anche se deriva dall’italiano!) in Spagna li chiamano vaqueros. E infatti lo spanglish, al contrario dell’itanglese, non è il cedimento dello spagnolo davanti agli anglicismi, viceversa è un ibrido dove è lo spagnolo a irrompere e a ritornare nell’angloamericano delle comunità ispaniche d’oltreoceano.

Quando una parola inglese si impone nel mondo spagnolo di solito la si pronuncia alla spagnola, come nel caso di wi-fi (pronunciato alla francese anche in Francia) ricordato anche dal presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini nel suo recente intervento agli Stati generali della lingua italiana.

Da noi no. Ci vergogniamo a storpiare l’inglese. E così noi utilizziamo un verbo come whatsappare  mantenendo la sacralità inviolabile della radice inglese, e gli spagnoli adattano in wasapear, come nota Serena Casagrande  (“Gli anglicismi nella lingua spagnola: quando e come usarli”) a cui rubo una citazione:

Ogni lingua ha qualcosa che la rende unica, porta con sé un’espressività diversa da quella delle altre lingue. Diventare parlanti esclusivi di una lingua globale a discapito della diversità ci farà prima o poi perdere il contatto con le nostre radici linguistiche e con la cultura di cui ogni lingua è il veicolo principale.

In Italia “il contatto con le nostre radici” in troppi casi è perduto, e come mi ha fatto notare Gabriele Valle, un libro spagnolo come quello di Alicia Giménez-Bartlett: Mi querido asesino en serie, (Destino, 2017) nella traduzione italiana di Sellerio diventa Mio caro serial killer… perché “assassino seriale” da noi non si può più proporre: serial killer è diventato simbolicamente un prestito sterminatore.

mio caro serial killer

E se guardiamo le classifiche dei libri su Amazon in spagnolo possiamo leggere:
“Clasificación en los más vendidos de Amazon” mentre da noi “i più venduti” cede il posto all’immancabile bestseller: “Posizione nella classifica Bestseller di Amazon”.

Una tesi di laurea di Cinzia Filannino

Su questi confronti, segnalo la tesi fresca di discussione di Cinzia Filannino: “Gli anglicismi nella stampa. Italia, Spagna e Francia: tre realtà a confronto”, l’ho trovata molto esaustiva (chi volesse vederne un video riassuntivo molto semplice e divulgativo lo può fare sul Tubo).

Questo lavoro si basa sull’analisi di alcune parole della politica presenti sul Corriere della Sera, che sono state confrontate con le occorrenze di El País e de Le Monde. Per esempio Jobs Act che sul Corriere della Sera compare in 2.320 articoli, dal 2014 a oggi, ma analizzando un campione di 10 articoli, solamente in 3 il termine viene tradotto o spiegato. Al contrario, “nel quotidiano El País, tutti gli articoli contengono il termine accostato alla traduzione o alla spiegazione anche quando si tratta di articoli scritti dagli stessi giornalisti a distanza di mesi (…). Per quanto riguarda il quotidiano francese Le Monde, gli articoli che parlano della riforma italiana sono 30. Su un campione di 10 articoli, il termine Jobs Act e le sue varianti sono affiancate dalla spiegazione o dalla traduzione in 8 articoli”.

Un altro esempio: stepchild adoption:

“L’espressione è citata in 288 articoli del Corriere della Sera. Su un campione di 10 articoli analizzati, l’espressione è stata tradotta e spiegata in 4 articoli su 10 (…). Digitando nella barra di ricerca dei siti di entrambi i quotidiani spagnolo e francese, stepchild adoption non compare in nessun articolo in riferimento all’Italia. Quello che è presente sotto questa voce riguarda i Paesi anglofoni, mentre quando si parla dell’istituto giuridico italiano gli articoli contengono la perifrasi usata sia per indicare il nome dell’istituto giuridico sia il tipo di adozione” e cioè la adopción del hijo del cónyuge.

Coniuge e consorte, due belle parole applicabili sia al maschile sia al femminile (dunque rispettose anche della non discriminazione del genere) che sembra che il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca non abbia preso in considerazione nel condannare l’espressione inglese proponendo come alternative adozione del figlio del partner (non commento il paradosso di sostituire un anglicismo con un altro, ma provo un senso di vergogna e non posso che constatare la grande differenza di spessore e di stile delle accademie spagnole) o adozione del configlio (un bel neologismo coniato da Francesco Sabatini).

Tornando alla tesi di Cinzia Filannino, il totale degli articoli che ha analizzato nel dettaglio è 50 per l’Italia, 30 per la Spagna e 38 per la Francia. La motivazione del minor numero di articoli nei giornali francesi e spagnoli è disarmante:

“Mi ero riproposta di analizzare dieci articoli per ogni termine e per ciascuno dei Paesi presi in considerazione per il confronto, ma non è stato possibile in quanto gli argomenti scelti non venivano trattati nei quotidiani stranieri o presentavano pochi articoli a riguardo. Avendo scelto il quotidiano italiano come partenza per l’indagine, non era possibile fare in altro modo.”

In sintesi:

El País ha affiancato ai termini analizzati la spiegazione o la traduzione 28 volte su 30; in due casi, in quello di stepchild adoption e caregiver, l’anglicismo non era presente se non esclusivamente nella sua traduzione o eventuale spiegazione. Le Monde ha tradotto gli anglicismi 32 volte su 38. Come nel caso del quotidiano El País, gli articoli in riferimento alla stepchild adoption e al caregiver contenevano la traduzione senza termine inglese.”

Nella tabella questi numeri sono riportati nei dettagli.

Tabella_p59_tesi_Filannino
Cinzia Filannino: “Gli anglicismi nella stampa. Italia, Spagna e Francia: tre realtà a confronto”, 2018, p. 59: la percentuale di traduzioni/spiegazioni degli anglicismi che ricorrono negli articoli.

“Si può trarre la conclusione che nel Corriere della Sera, e di conseguenza nella lingua italiana, si tende a usare un gran numero di anglicismi che, quasi sempre, non vengono affiancati dalla traduzione o dalla spiegazione. Lo spagnolo è la lingua che traduce di più; il francese si trova nel mezzo.”

Sono le stesse conclusioni che, partendo da altri dati, ho sostenuto anche nel mio saggio. Le stesse che chiunque abbia un minino di onestà intellettuale non può che riconoscere, invece di negare arrampicandosi sui vetri.

E in Germania?

In Diciamolo in italiano, scherzosamente, ho usato una metafora calcistica nel fare i miei confronti tra l’italiano e le lingue dei Paesi vicini. Il risultato? Italia-Spagna 0 a 2, Italia-Francia 0 a 1. Solo nel caso di Italia-Germania ho registrato uno 0 a 0: anche il tedesco è invaso dagli anglicismi, con un paio di differenze da non trascurare, però. Per prima cosa si tratta di due lingue dello stesso ceppo per cui molte parole inglesi si mimetizzano, non costituiscono corpi estranei che violano le regole di grafia e pronuncia e passano quasi inosservati.

Inoltre, la reattività dei tedeschi è maggiore della nostra:

“Da un sondaggio del 2016 è emerso che quasi il 71% dei tedeschi è fortemente infastidito dall’abuso degli anglicismi nella comunicazione quotidiana. Ad avvalorare questo sentore c’è per esempio il caso delle ferrovie tedesche Deutsche Bahn, che proprio per il loro uso eccessivo di parole inglesi sono state accusate di parlare il “Bahnglisch” o di ostacolare la comprensione, e da qualche anno sono state costrette ad attuare una revisione del loro linguaggio. Davanti alle proteste dei cittadini, il capo dell’azienda, Rüdiger Gruber, si era impegnato già nel 2010 a restituire alle stazioni tedesche la loro impronta “germanica” e a far tornare servicepunkte quelli che erano diventati i service point. Nel 2013 l’azienda ha poi deciso di rivedere totalmente la terminologia non tedesca con cui si rivolge ai viaggiatori decidendo di eliminare parole come highlights, hotlines o bonus, per ricorrere alle alternative locali, e ha così fornito ai dipendenti un glossario di circa 2.200 termini sul tema degli anglicismi, proprio per evitarli nella comunicazione e sostituirli nell’uso quotidiano della lingua.”

Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli 2017, pp. 24-25.

Da noi, invece, le Ferrovie di Stato usano un linguaggio sempre più anglicizzato che impongono a tutti.
Dunque siamo ultimi nel torneo: lo 0 a 0 con la Germania è una partita che abbiamo perso ai rigori, in definitiva. E spero che queste metafore calcistiche servano a riscuotere il nostro orgoglio italiano, che fuori dal calcio, sembra venire sempre meno.

Il 4% delle parole del linguaggio comune è in inglese

La prima delle tante riflessioni e statistiche che si possono trarre dal Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA) riguarda la quantità degli anglicismi presenti nel linguaggio comune, cioè quelle parole che una persona di buona cultura dovrebbe conoscere o comprendere all’interno di un discorso (anche se non le usa attivamente), perché non sono tecnicismi o parole di settore specialistiche, e si ritrovano normalmente per esempio sui mezzi di informazione, senza necessità di spiegazioni.

Non mi risulta che esistano studi o calcoli recenti sulla questione, ma se qualcuno ne fosse a conoscenza lo invito a segnalarli.

Il linguaggio comune secondo Tullio De Mauro

Faccio riferimento al modello di Tullio De Mauro, il (grandissimo) linguista che negava che gli anglicismi costituissero un problema per la lingua italiana.

Secondo questo modello, ci sono circa 7.000 parole definite di base, cioè quelle che chiunque conosce e usa e che costituiscono le parole più frequenti (il linguaggio di base a sua volta è composto da circa 2.000 parole fondamentali, 2.300 di alta disponibilità e 2.750 di alto uso). Accanto a queste ci sono poi circa 40.000 parole che costituiscono il linguaggio comune, quelle che tutti conoscono, anche se non è detto che le usino attivamente.

Oltre a queste 47.000 parole (7.000 di base + 40.000 comuni), ci sono poi le altre (nei dizionari monovolume oscillano tra 50.000 e 100.00) che appartengono a linguaggi tecnici e settoriali, e non sono comprensibili a tutti: l’avvocato conosce i suoi tecnicismi ma non quelli del medico, che a sua volte non condivide quelli dell’avvocato e così via.

Nel negare l’anglicizzazione della lingua italiana, uno dei punti di forza di De Mauro (e dei negazionisti che continuano a ripetere queste stesse cose) era nell’escludere gli anglicismi dal linguaggio di base e da quello comune per relegarli nella sfera dei tecnicismi di settore. In questo modo l’italiano sembra salvo e l’itanglese lontano.

Ma questa teoria non è più sostenibile, come ho cercato di dimostrare nei miei lavori.

E allora il punto è: quanti sono, oggi, gli anglicismi nel linguaggio comune?


Perché le marche di De Mauro non sono più attuali

Nelle Avvertenze al dizionario Nuovo De Mauro (che risale al 2001)  il criterio usato nel marcare le parole è ben specificato:

CO: comune; sono così marcati i vocaboli che sono usati e compresi indipendentemente dalla professione o mestiere che si esercita o dalla collocazione regionale e che sono generalmente noti a chiunque abbia un livello mediosuperiore di istruzione;

TS: tecnico-specialistico; sono così marcati vocaboli legati a un uso marcatamente o esclusivamente tecnico o scientifico e noti soprattutto in rapporto a particolari attività, tecnologie, scienze;

Ma seguendo questo criterio, se cerchiamo “mouse” , vediamo che è marcato come TS dell’informatica, cioè come fosse un tecnicismo, e così “password“,  “scanner” (TS elettronica/medicina), “chat” (TS informatica), “hacker” (TS informatica), “laser” (TS fisica)  e altre centinaia e centinaia di anglicismi che sono invece alla portata di tutti.

Se la teoria che fa degli anglicismi termini di settore si basa su queste marche, molto semplicemente è priva di fondamento!

Nel 2018 non si può più sostenere che parole come queste siano fuori dal linguaggio comune. A dire il vero non era sostenibile nemmeno nel 2001, come ho provato a dimostrare nel mio libro, ma in ogni caso una lingua è viva e queste categorie si spostano velocemente: se non vengono aggiornate continuamente, rischiano di diventare presto obsolete e di restituire una fotografia della nostra lingua che non è reale.

Non sono il solo a manifestare perplessità davanti alle marche utilizzate nei dizionari di De Mauro. Nel 2015 Claudio Giovanardi notava che la distinzione delle fasce sembra arbitraria e contestabile, che i confini tra i livelli sono sfumati, che tra le parole fondamentali c’era software ma non hardware, offline ma non online, e non si spiegava l’assenza di parole popolari come big, mouse, news, jogging, day, wow, mobbing, stalking, ticket e selfie.

Claudio Giovanardi, “Un bilancio delle proposte di traduzioni degli anglicismi 10 anni dopo” in Claudio Marazzini e Alessio Petralli (a cura di), La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, Accademia della Crusca/goWare 2015, pp. 64-85 (e-book, formato epub).

Prima di lui, nel 2008, Andrea Bistarelli scriveva che le marche d’uso appaiono discutibili specialmente in casi come e-mail, che all’epoca era ancora classificata come tecnicismo informatico (TS).

Andrea Bistarelli, “L’interferenza dell’inglese sull’italiano. Un’analisi quantitativa e qualitativa” in inTRAlinea. Online translation journal, Volume 10, 2008, www.intralinea.org/archive/article/1644.

E allora come stanno le cose?


Gli anglicismi comuni in AAA

Nel classificare i circa 3.550 anglicismi inseriti in AAA ho provato a utilizzare marche (o categorie) un po’ più attuali. La categoria che include 155 Anglicismi fondamentali, per esempio, raccoglie gli anglicismi inseriti nel Nuovo vocabolario di base di Tullio De Mauro (circa 129 parole, quindi l’1,7%) integrati con quelli delle 10.000 parole fondamentali secondo il Devoto-Oli 2017 e delle 5.485 dello Zingarelli 2017 (se le parole fondamentali fossero 10.000, 155 costituirebbe l’1,55%).

I 1922 Anglicismi comuni, invece, sono una raccolta empirica e basata sul buon senso, ancora in via di revisione. Sicuramente sono stati inseriti un centinaio di anglicismi che potrebbero essere messi in discussione (qualcuno potrebbe obiettare che siano davvero comuni), ma il problema principale non è nell’inserimento di parole dubbie, ma nelle lacune: ci sono centinaia di parole che non sono state marcate così, per non calcare la mano portando acqua al mio mulino, per esempio curvy, cyber sex, account executivepre-shave (il prebarba contrapposto ad after-shave, che si trova normalmente nelle pubblicità o nei negozi)… che non sono certo “tecnicismi”.

In sintesi: anche se i criteri di demarcazione non sono sempre oggettivabili, gli ordini di grandezza che ne escono sono abbastanza affidabili, ritengo. E 1.900 anglicismi comuni, confrontati con le 47.000 parole che secondo De Mauro formano il linguaggio comune, costituiscono il 4%.

Dunque il 4% delle parole comuni è in inglese! E questo è un dato nuovo, pesante, accaduto negli ultimi 30 anni e destinato ad aumentare. Non è un caso che circa la metà dei neologismi del nuovo Millennio sia inglese, da quanto si ricava dallo spoglio di Devoto Oli e Zingarelli.

Concludendo: l’inglese non si traduce, non si adatta, non si coniano nuove parole ma si prende in prestito direttamente senza nessuno sforzo di dirlo in italiano… E allora come si fa ancora a negare che l’italiano si sta anglicizzando? Su quali basi? Su quali numeri?

E cosa accadrà fra 20 o 30 anni se non si spezza questa moda assurda e deleteria di dirlo in inglese?

Ai posteri la non così ardua sentenza.

La presenza di anglicismi e altri forestierismi dallo spoglio del Devoto Oli

I linguisti che si dichiarano “non preoccupati” per la presenza degli anglicismi nella lingua italiana hanno una visione “statica” del fenomeno. Se si mostra loro che un dizionario come il Devoto Oli registra attualmente circa 3.500 parole inglesi, rispondono che comunque rappresentano solo il 2 o 3% di tutte le voci presenti in un vocabolario. Ma questo modo di annacquare gli anglicismi e di spalmarli su tutti i lemmi di un dizionario (quelli monovolume raccolgono dalle 100.000 alle 150.000 voci) non è un criterio utile per comprendere come stanno le cose, per molte ragioni.

Occorre un’analisi lessicale storica e per categorie grammaticali

Per prima cosa i dizionari registrano molte voci arcaiche, disusate, poetiche… e queste andrebbero tolte dai conteggi delle percentuali degli anglicismi, che sono invece parole moderne. Ma, soprattutto, va detto che per oltre il 90% dei casi, le parole inglesi sono sostantivi e in maniera minore aggettivi e un’infiltrazione concentrata in questi ambiti non può essere trascurata.

Se si analizzano per esempio i verbi, il Devoto Oli  ne registra circa 10.000 e tra questi ce ne sono solo un centinaio costituiti da semiadattamenti come googlare, downloadare, backuppare… che complessivamente non rappresentano una percentuale preoccupante e tale da modificare il nostro sistema verbale: si attestano intorno all’1% dei verbi.

Nello stesso dizionario, al contrario, i sostantivi registrati sono più o meno 65.000 (cifra che include circa 900 francesismi e 3.000 anglicismi) e se si escludono le voci “morte” il loro numero scende ben al di sotto di 60.000.

Comunque sia, considerando circa 3.000 sostantivi inglesi su un totale di 60.000, ecco che la percentuale dei sostantivi inglesi diventa circa del 5%, che comincia a essere un numero molto invadente, soprattutto perché, se si vanno a guardare i neologismi del Nuovo millennio, gli anglicismi rappresentano ben la metà delle parole nuove!

E allora conviene passare da una visione statica a una dinamica: bisogna cioè analizzare il fenomeno dell’inglese che penetra nella nostra lingua non come un’istantanea, ma come un flusso che cresce in modo esponenziale, ed è per questo che è preoccupante.


L’aumento degli anglicismi dall’Ottocento a oggi

L’entrata delle parole inglesi è un fenomeno che comincia a diventare massiccio dal secondo dopoguerra. Dal grafico costruito sulla base dello spoglio di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti si può capire meglio come stanno le cose: nella prima colonna gli anglicismi datati prima dell’Ottocento, nella seconda quelli dell’Ottocento e nella terza quelli del Novecento.

 

GRAFICO 4.1
Le datazioni e il numero degli anglicismi non adattati di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti sino al Novecento (A. Zoppetti, Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 81).

Davanti a questi dati non si può fare finta di niente e rispondere che l’influsso dell’inglese è ancora poca cosa: la nave imbarca acqua, e bisogna capire come arginare la falla invece di dire che ci sono solo 2 o 3 dita, se non si vuole finire con l’andare a fondo!

Per comprendere meglio i numeri, è utile fare un confronto tra forestierismi analizzando anche i francesismi e gli ispanismi, che rappresentano le due lingue che storicamente ci hanno maggiormente influenzati (al quarto posto ci sono i germanismi, mentre il contributo delle altre lingue si attesta su valori molto più insignificanti). Dalle datazioni che si ricavano dal Devoto Oli, risulta che fino all’Ottocento era il francese a costituire la lingua con un maggiore apporto di forestierismi non adattati, e che dopo la seconda metà del Novecento è successo qualcosa di anomalo e grave che non ha precedenti storici!

Va precisato che i numeri che emergono dalle datazioni digitali sono grezzi, in altre parole hanno margini di errore stimabili intorno al 10% rispetto a quelli che si possono ottenere da analisi raffinate e più ponderate. Più nel dettaglio, nelle analisi grezze, quando una parola non ha indicata una data precisa, ma solo un riferimento al secolo, può capitare che una stessa voce compaia sia nella prima metà del Novecento sia nella seconda (è il caso di “access provider”, per esempio), il che spiega perché la somma dei forestierismi di prima e seconda metà del Novecento non corrisponda esattamente al numero degli anglicismi dell’intero Novecento, ma si tratta di un margine di errore trascurabile, visti gli ordini di grandezza. Ecco perché dal Devoto Oli risulta che nell’Ottocento sono entrati 187 anglicismi (contro i 244 francesismi e i 75 ispanismi) di cui 42 nella prima metà del secolo (contro 79 dal francese e 36 dallo spagnolo) e 152 nella seconda metà (contro 173 dal francese e 53 dallo spagnolo).

Questo equilibrio si spezza nella prima metà del Novecento quando, con il finire dell’epoca della Belle époque, entrano 747 anglicismi (contro 366 francesismi e 6 ispanismi), per poi impazzire definitivamente nella seconda metà del Novecento con 2.077 parole inglesi non adattate (contro 296 francesi e 32 spagnole).

Nel Nuovo millennio (al 2017) gli anglicismi accolti sono 509 (contro 12 francesismi e 5 ispanismi) e nel grafico ho provato a ricostruire la situazione in modo visivo.

Anglicismi entrati storicamente
Le datazioni e il numero di francesismi, ispanismi e anglicismi non adattati nel Devoto Oli 2017.

Per la cronaca: i neologismi del nuovo Millennio sono in tutto 1.049, dunque la metà di essi sono parole inglesi. Ma passando dai dati grezzi a ricerche raffinate, le cose stanno anche peggio, perché sotto gli anglicismi non sono incluse parole semiadattate come i verbi switchare, spoilerare e via dicendo, né le altre parole derivate dall’inglese (selfone, customizzazione, fashionista…) che farebbero salire di non poco le statistiche e porterebbero il numero degli anglicismi del Duemila a essere maggiore di quello dei neologismi autoctoni che riusciamo a produrre.

E allora qual è il destino del lessico italiano davanti a questi dati?
Quale sarà l’italiano del futuro se le cose non cambiano?

La mia previsione è che sarà itanglese. In sintesi: la struttura dell’italiano, la sintassi e i verbi saranno sostanzialmente quelli di ieri e di oggi, mentre i sostantivi saranno in percentuale sempre più ampia parole inglesi, dalle regole ortografiche e fonetiche diverse dall’italiano storico. La nostra lingua sarà sempre più inadatta a descrivere le cose nuove, che si diranno in inglese, soprattutto negli ambiti tecnologici, scientifici e lavorativi.

Si può ancora definire “italiano” un simile idioma? Per gli anglopuristi probabilmente sì, per me no. In gioco c’è l’identità dell’italiano del futuro!

Chi definisce i forestierismi come dei “doni” e li vede come un arricchimento dovrebbe guardare il fenomeno dell’inglese nel suo divenire. Allora si renderebbe conto che il problema non è nel purismo o nel neopurismo, ma è semplicemente nel loro numero! L’esplosione dell’inglese è impazzita e non ha più controllo: sette secoli di influenza del francese hanno generato migliaia e migliaia di francesismi italianizzati, ma meno di 1.000 francesismi non adattati. Invece, in soli 70 anni, nell’arco cioè di una sola generazione, abbiamo importato 3.000 parole inglesi (e solo un ulteriore migliaio di parole inglesi italianizzate)! Non siamo più capaci di tradurre e di adattare, non sappiamo (o non vogliamo) creare neologismi al posto degli anglicismi e spesso preferiamo usare l’inglese anche in presenza di parole italiane che in questo modo regrediscono.

Una lingua è in grado di sopportare una proliferazione così massiccia e rapida senza snaturarsi e perdere la propria identità?

Anglicismi in Francia e in Italia: non c’è partita

A Milano, la capitale dell’itanglese, il servizio delle biciclette condivise si chiama BikeMi, e sul sito dedicato la parola bicicletta è assente (si parla solo di bici come sinonimo secondario in fondo, nell’ultima riga) dando per scontato che si chiami servizio di bike sharing. La stessa filosofia adottata sul sito del comune sulla pagina intitolata Bike sharing.

Sulla Wikipedia francese, al contrario di quella italiana, se si cerca bike sharing si viene dirottati alla pagina vélos en libre-service, come si dice in francese, e lo stesso accade per il car sharing che rimanda ad autopartage, così come internet provider è una voce inesistente, perché in francese si dice fournisseur d’accès à Internet.

Ma per fare un confronto tra la situazione degli anglicismi in Francia e in Italia non basta fare qualche esempio, perché si possono scegliere gli esempi favorevoli alle proprie tesi in qualunque direzione, occorre invece fare confronti più sistematici.

Gli anglicismi sono più frequenti in Francia solo in pochi casi

In un curioso articolo dell’Accademia francese, Dominique Fernandez esalta la creatività linguistica italiana e scrive che, anche se siamo un Paese sottomesso agli Stati Uniti (a proposito: in Francia si chiamano EU = États-Unis e non USA come in originale e in italiano), noi diciamo calcio invece di football, campeggio invece di camping (che però in Francia si pronuncia alla francese), panino imbottito invece di sandwich e giro della morte invece di looping.

Queste osservazioni riguardano la frequenza delle parole. Ed è vero: si tratta di esempi in cui gli anglicismi sono preferiti dai francesi, come si evince anche dai grafici Ngram Viewer che, alla faccia di chi nega siano affidabili, funzionano anche nei (non frequenti) casi in cui l’Italia è messa meglio dei Paesi vicini:

football e camping in italiano e francese
La frequenza di football in Francia è estremamente più alta che in Italia, e anche camping è molto più utilizzato che da noi.

È risaputo che in Francia si dica preferibilmente football, e la conferma dei dati del servizio di GoogleBooks arriva anche dalla comparazione tra le frequenze della parola su Le Monde (ricorreva 18.655 volte al 30/5/2017) e su La Stampa (7.846 volte).

Gli esempi fatti dall’Accademia francese sono perciò veri, ma non dimostrano che la situazione da noi sia più rosea, e soprattutto sono vecchi: appartengono al passato. Football, e in generale molta della terminologia calcistica e sportiva (non tutta però) era stata già italianizzata con un certo successo ai tempi del fascismo (la cui politica linguistica fu molto più complessa della semplice messa al bando dei forestierismi, e rappresenta un modello da studiare, oltre che da biasimare in modo chiaro e forte come una via da non ripercorrere). A quell’epoca d’Annunzio inventò la parola tramezzino come alternativa a sandwich, ma purtroppo la creatività linguistica italiana oggi non esiste più e invece di creare alternative alle parole inglesi le importiamo in modo succubo. Infatti, la metà dei neologismi del Nuovo millennio di Zingarelli e Devoto Oli sono in inglese (più precisamente: dalle ricerche grezze sono meno della metà, ma se si aggiungono i derivati semiadattati come whatsappare, downoladare, googleare… superano il 50%). E davanti a questo dato viene da chiedersi quale sia il futuro dell’italiano, se non cambia il vento.


Un confronto all’americana

Ho già pubblicato una comparazione tra francese e italiano, a proposito degli anglicismi, ma voglio aggiungere qualche dato inedito, visto che c’è chi continua a negare che l’italiano sia messo peggio.

Basta cercare sulla Wikipedia francese e italiana gli anglicismi con la lettera A.

VOCE

ITALIANO

FRANCESE

abstract

voce esistente

voce non esistente

ace (tennis)

voce esistente
NOTA: riportata senza alternative italiane

voce esistente
NOTA: esiste l’alternativa as

access point

voce esistente
NOTA: senza alternative italiane

voce non esistente, esiste invece: point d’accès sans fil

account

voce esistente

voce non esistente

account manager

voce esistente  senza alternative

voce non esistente

advergame

 

voce esistente
NOTA: non è riportata l’alternativa per es. di videogioco promozionale o gioco pubblicitario

voce esistente
NOTA: è riportata l’alternativa francese jeu vidéo publicitaire

adware

voce esistente
NOTA: il corrispondente indicato  (“software sovvenzionato da pubblicità”) non è in italiano né adeguato

voce esistente
NOTA: ci sono ben 2 alternative: logiciel publicitaire o publiciel

aids

voce esistente

voce non esistente
NOTA: si è reinderizzati automaticamente alla voce francese sida

airbag

voce esistente
NOTA: viene indicata l’alternativa di cuscino salvavita che però non è in uso

voce esistente
NOTA: vengono indicate le alternative di coussin gonflable (o coussin gonflable de sécurité) in uso

aka

voce esistente

voce esistente

all inclusive

voce esistente
(con traduzione)

voce non esistente
si è reinderizzati automaticamente alla voce fancese tout inclus

angel investor

voce esistente

si rimanda all’espressione inglese equivalente business angel (dunque come fosse una voce esistente)

antidoping

 

si è reindirizzati all’anglicismo doping
NOTA: si riporta l’alternativa drogaggio ma non dopaggio

voce non esistente (in francese antidoping è il nome di un complesso musicale) e la voce doping non esiste: si è reindirizzati a dopage

antitrust

voce esistente
NOTA: è riportata l’alternativa anti-monopolio, che non è una voce (l’alternativa italiana è reindirizzata sull’anglicismo)

voce definita come anglicismo con rimando alla voce francese droit de la concurrence

apartheid

voce esistente

voce esistente

assist

voce esistente
senza alternativa

voce non esistente

autofocus

voce esistente

voce esistente

 

In sintesi: su 17 anglicismi con la A presenti nella Wikipedia italiana, solo 8 esistono anche in quella francese. In generale, a parte il caso di apartheid, tutti gli anglicismi in francese hanno un corrispettivo autoctono, mentre solo 8 di quelli in italiano riportano equivalenti o traduzioni utilizzabili.

Queste percentuali non cambiano se si procede a cercare gli anglicismi con le altre lettere dell’alfabeto. Ma se qualcuno volesse ancora negare l’evidenza e sostenere il contrario, lo invito a fornire un elenco di anglicismi in francese con la A che non esistono in italiano.

 

Perché queste differenze oggettive?

A fare la differenza non c’è solo la politica linguistica francese e la legge Toubon, c’è anche il fatto che in Francia, come in Spagna, le accademie creano le alternative agli anglicismi, che raccomandano e pubblicizzano.

È interessante dare uno sguardo alle proposte francesi del 2018 (e vedere il video promozionale in proposito):

smartphone (che da noi è a volte spacciato per “prestito di necessità”) è affiancato da mobile multifunction;
net neutralityneutralité de l’internet;
smart tvtéleviseur connecté;
blockchainchaîne de blocs;
deep webtoile profonde;
peer-to-peerpair à pair;
back officearrière-guichet;
thumbnailimagette;
e le fake news che da noi circolano come fosse l’unica espressione possibile (notizie false o bufale? Che vergogna! Che parole antiche!) in Francia si sono trasformate anche in infox (info = informazione + faux = falso).

Naturalmente, va detto che non tutte le alternative prodotte hanno successo, alcune funzionano, altre meno. Ma complessivamente il numero e la frequenza degli anglicismi sono arginati, rispetto all’Italia, e anche quando una proposta sostitutiva non entra nell’uso esiste almeno la possibilità dei parlanti di scegliere, che da noi manca.

E allora la libertà è più tutelata dalla legge Toubon, che alcuni vendono come qualcosa che impedisce ai francesi di parlare come vogliono, ma che offre la possibilità di dirlo in francese, o in Italia, dove si fanno circolare solo gli anglicismi?

L’informatica e l’itanglese

Sono tanti i linguaggi di settore in cui l’itanglese è ormai una realtà.

Oltre al linguaggio della moda, uno dei più contaminati è quello dell’informatica.

La manutenzione del computer (fino agli anni Novanta si diceva calcolatore o elaboratore, ma oggi è sempre meno possibile) o qualche problema con virus e antivirus, è qualcosa che riguarda tutti. Cercando informazioni in Rete, si finisce in siti che spiegano le cose perlopiù in questi termini:

“Oggigiorno, purtroppo, oltre ai cosiddetti virus, esistono numerose altre varianti di infezioni che possono creare problemi ad un qualsiasi computer collegato ad Internet: spyware, adware, dialer, rootkit, trojan, worm, keylogger, hijacker, e chi più ne ha più ne metta.”

Fonte: https://www.informaticapertutti.com/i-10-migliori-anti-malware-free

Quello che mi colpisce maggiormente, negli articoli di settore come questo (che però volenti o nolenti riguardano tutti, non solo gli addetti ai lavori), è l’elenco di nomi dei programmi maligni: 8 anglicismi seguiti da un “chi più ne ha più ne metta”, ma purché siano in inglese, si potrebbe aggiungere (non ce ne è uno in italiano).

La rinuncia a parlare in italiano e a ripetere a pappagallo tutto ciò che viene da oltreoceano con le stesse parole è evidente. Virus è una parola latina, anche se nel significato informatico ci arriva dall’inglese, e tralasciandola, ci sono 10 anglicismi su 38 parole (il 26,3%).

Ma questo modo di calcolare le percentuali è poco indicativo, come si può capire meglio con qualche altro esempio: se eslcudiamo dai conteggi le parole ripetute, le congiunzioni o le preposizioni (per non “salvare” la nostra lingua conteggiando le “e” o i “di”), le prcentuali salgono.

Qual è la percentuale di anglicismi in un articolo di informatica?

Cercando cosa sia uno spyware – che per la cronaca in italiano è semplicemente un programma spia –, frugando in Rete si nota subito che fornire l’alternativa italiana è qualcosa che non viene nemmeno in mente agli autori della maggior parte degli articoli. Al massimo si spiega la pronuncia in inglese, ma quasi mai si fanno circolare le alternative. Un esempio concreto:

“Che cos’è lo spyware?
Lo spyware (si pronuncia spàiuer) non è un virus ma più che altro una particolare tipologia di software malevolo, cioè di malware, progettata con il solo scopo di raccogliere senza il tuo consenso il maggior numero di informazioni possibili quando navighi su Internet, tipo siti web visitati, indirizzi email, password, dati di home banking, numeri di carte di credito, e così via dicendo. Questo con il solo scopo di inviare successivamente tali preziose informazioni a qualcuno che le userà per trarne profitto in qualche modo.

Come hai fatto a prenderlo? 
Esistono principalmente due modalità attraverso le quali puoi averlo contratto:
– la prima, avviene quando, navigando su particolari siti web, o accetti volutamente di installare determinati plugin e/o estensioni per il tuo browser preferito, oppure perché, più semplicemente, vengono sfruttate delle vulnerabilità già presenti nel tuo browser non aggiornato;
– la seconda, invece, avviene inconsapevolmente quando installi programmi e/o giochi gratuiti, di tipo freeware o shareware, scaricati da determinati siti Internet, ma anche da altre fonti quali, ad esempio, software di P2P.”

Fonte: https://www.informaticapertutti.com/come-eliminare-spyware-e-malware-dal-pc/

Questo breve testo è formato da 176 parole, di cui 18 anglicismi (considerando home banking come una sola parola), cioè il 10,2% delle occorrenze.

Detto così sembra una percentuale preoccupante, ma le cose stanno molto peggio, perché non è questo il modo migliore di stabilire le percentuali: per un calcolo sensato, non basta contare le occorrenze a questo modo, bisogna invece lemmatizzare, cioè andare a vedere quanti sono i lemmi, cioè le “parole madre”. Per es. la parola “siti” ricorre 3 volte ed è riconducibile al lemma “sito” (dunque si tratta di una sola parola madre, o lemma, che ha 3 occorrenze). Se non si compiono questi passaggi le cose si annacquano, perché la presenza di un solo anglicismo (invariabile) non va confrontata con le tutte occorrenze delle parole flesse, ma con le parole lemmatizzate (per es.: è, era, sarà vanno tutte ricondotte al lemma essere). Inoltre, ha poco senso anche includere nei conteggi la presenza di innumerevoli preposizioni come di (che ricorre 11 volte, ma si tratta di una parola sola). E allora le percentuali aumentano…

C’è un’altra cosa che sarebbe utile considerare per comprendere come stanno esattamente le cose: fare delle comparazioni grammaticali.

Come ho già detto, l’inglese sta colonizzando il nostro lessico non in ogni sua parte, sta intaccando soprattutto i sostantivi e, in maniera minore gli aggettivi, mentre i verbi o le altre parti del discorso non sono in pericolo.

In sintesi se, nell’articolo citato, si prova a calcolare la frequenza dei sostantivi in inglese rispetto a quelli italiani, si può avere un’idea della reale penetrazione degli anglicismi. Se si estraggono solo i nomi (dunque non si conteggiano parole come freeware o shareware usate in funzione di aggettivo) si ottiene una lista di 40 occorrenze (ho eliminato la parola latina virus, né italiana né inglese) di cui 16 sono parole inglesi (il 40%), mentre se le parole vengono lemmatizzate si ottiene una lista di 29 lemmi di cui 11 sono anglicismi (il 37,9%). In ordine alfabetico:

browser, browser
carte
consenso
credito
dati
email
estensioni
indirizzi
informazioni,  informazioni
Internet, Internet
fonti
giochi
home banking
malware

modalità
numero, numeri
P2P
password
plugin
profitto
programmi
pronuncia
scopo, scopo
siti, siti, siti
software
, software
spyware,
spyware
tipologia
vulnerabilità
web, web

Queste sono le percentuali: più di un terzo dei sostantivi di questo articolo campione è in inglese.  Questo è l’itanglese. Questa è la realtà.

Come (e quanto) entrano gli anglicismi nell’italiano: analisi di “manager”

L’analisi storica dei dizionari è molto utile per capire con quali modalità, e con quale penetrazione sempre maggiore, gli anglicismi entrano e si radicano nella nostra lingua. Naturalmente questo è solo uno dei parametri per comprendere cosa sta accadendo all’italiano, insieme all’analisi della frequenza delle parole che è oggi possibile grazie alla Rete, agli archivi digitali dei giornali e a nuovi strumenti di misurazione della lingua. Le mie ricerche e analisi partono da queste fonti che vengono incrociate e valutate attentamente, badando anche alla coerenza dei risultati che emergono.

A titolo di esempio, per mostrare come sto procedendo nel documentare le mie affermazioni, voglio proporre la storia della parola manager.

Premessa: manager è un anglicismo che deriva dall’italiano maneggiare.

Fino al Settecento non avevamo alcun rapporto culturale diretto con l’Inghilterra. Anche gli italianismi che si ritrovano nell’inglese sino al Cinquecento riguardano solo i termini della finanza, tanto che ancora oggi a Londra c’e la Lombard Street, perche lombard indicava i commercianti del Nord Italia, e termini come cash, bank e bankrupt derivano, per mediazione del francese, dall’italiano cassa, banca e bancarotta. Esattamente come è successo per manager.

Il verbo italiano maneggiare era presente già nell’italiano del Trecento, ma si riferiva al governare i cavalli, e oggi di questa antica accezione rimane solo il termine maneggio. Con il tempo,  maneggiare ha cominciato a riferirsi non più solo ai cavalli, ma anche al denaro (nel dialetto milanese il “manegiun” cioè maneggione è chi maneggia i soldi) e il termine è passato nell’inglese antico generando to manage, che alla fine dell’Ottocento (1895 secondo il Devoto Oli e 1888 secondo lo Zingarelli) è ritornato nell’italiano attraverso management e manager, connessi con il dirigere le aziende.

Ma la frequenza di manager, sino al 1960, era praticamente nulla nella nostra lingua, come si evince dai grafici di Ngram Viewer (in generale non molto affidabili per le occorrenze basse, ma piuttosto significativi e coerenti con tutti gli altri parametri analizzati nel caso di parole di alta frequenza).

 

fequenza di MANAGER in italiano
La frequenza di manager nel corpus italiano di GoogleBooks dal 1940 al 2008

 

Per la cronaca: un confronto con quanto accade in Francia (dove esistono una politica linguistica e una serie di leggi a tutela della lingua francese) e in Spagna (dove l’orgoglio nazionale e il lavoro di una ventina di accademie rendono superflue le leggi a tutela dello spagnolo) può essere indicativo.

 

fequenza di MANAGER in italiano francese e spagnolo
La frequenza di manager in italiano, francese e spagnolo

 

1995-2017: il raddoppio delle locuzioni con “manager”

Nel 1995, un secolo dopo la datazione di manager del Devoto Oli, sullo stesso vocabolario le locuzioni composte da questa parola, erano diventate 8 (7 lemmi + 1 accezione) e precisamente:

manager, area manager, brand manager, credit manager, general manager, marketing manager (che però non era un lemma a sé bensì si trovava come locuzione sotto la voce marketing), sales manager e top manager.

Nel 2017, lo spoglio dello stesso dizionario restituisce invece 17 parole (16 lemmi + 1 accezione) dunque un raddoppio in circa 20 anni, e cioè (in grassetto le nuove entrate):

manager, area manager, brand manager, city manager, community manager, content manager, credit manager, energy manager, general manager, marketing manager (sempre sotto la voce marketing), mobility manager, product manager, project manager, sales manager, risk manager, security manager, top manager.

Un confronto con lo spoglio dello Zingarelli 2017 si arricchisce di altre 2 registrazioni: facility manager e money manger: se sommiamo anche queste voci le locuzioni diventano 19.

 

La nuvola di anglicismi fuori dai dizionari

Quanto registrato dai dizionari è però una fotografia molto diversa da quello che accade nel linguaggio di tutti i giorni. I dizionari registrano le parole che si sono affermate e che presumibilmente non sono occasionalismi effimeri, cioè parole che si usano per un certo periodo ma che poi possono decadere e passare di moda.

Per avere un quadro di ciò che avviene nel linguaggio di tutti i giorni può allora essere utile cercare manager in Rete, attraverso Google, nelle notizie dei giornali e soprattutto negli annunci di lavoro. E qui la situazione si complica terribilmente, perché viviamo immersi in una nuvola di anglicismi diffusi nella stampa e nel linguaggio aziendale e non registrati dai dizionari davvero molto alta.

Di seguito riporto alcune tra le locuzioni più diffuse non presenti nei dizionari ma che si trovano in Rete e nelle notizie dei giornali in lingua italiana:

country manager
station manager
temporary export manager
junior business development manager
real estate development manager
digital ecobrand manager
business control manager
department manager
net manager…

La faccenda si aggrava cercando manager nelle offerte di lavoro dei siti specializzati, dove tra le figure ricercate si trovano per esempio (provare per credere):

account manager
engineering manager
project engineering manager
delivery manager
SEO manager
store manager
temporary supply chain manager
district manager
academy manager
restaurant manager
network project manager
maintenance manager
transport manager
store manager fashion luxury
IT manager
quality manager
export manager
finance manager
technical supervior manager
sub-agenti team manager
transport manager support
program manager
site manager/capocantiere
technical manager tlc di cantiere
yield manager / revenue manager
application manager…

Qui mi fermo, non per mancanza di altri esempi (e ce ne sono), ma perché ormai vivono di vita propria e manager si ricombina con le più disparate altre parole inglesi, al punto che non è più possibile registrare tutte le locuzioni e gli occasionalismi. Tra questi ci sono di sicuro molti lemmi dei dizionari del futuro. Ma purtroppo questa è la lingua che, fuori dai dizionari, si parla nel presente.

PS
Molte di queste locuzioni mi risultano oscure e incomprensibili, ma so per certo che un content manager non è un “dirigente contento” (magari di avere un lavoro), ma chi gestisce i contenuti.

L’itanglese è la lingua del mondo del lavoro di oggi, non solo di domani

Il mondo del lavoro è qualcosa di terribilmente concreto, che riguarda tutti, adesso, oltre che domani. E il linguaggio aziendale è diventato questo: itanglese allo stato puro, dove la trasparenza non esiste, non è chiaro (forse volutamente) quali siano di preciso i ruoli ricercati, quali le mansioni, e tutto si ricombina spesso in neoconiazioni estemporanee a scapito dei significati.

Ai “linguisiti” che continuano a ripetere che nella lingua italiana non sta accadendo nulla di pericoloso, e che quello che vado denunciando è il solito grido di allarme privo di fondamento come se ne son già visti in passato rispondo che non si può più negare: se i numeri e i conteggi che ho pubblicato non sono veri li smentiscano numeri alla mano, se ne sono capaci. Altrimenti tacciano. Perché, davanti ai fatti, continuare a ripetere “secondo me non è vero” è esattamente come dire “secondo me la terra è piatta”.