La presenza di anglicismi e altri forestierismi dallo spoglio del Devoto Oli

I linguisti che si dichiarano “non preoccupati” per la presenza degli anglicismi nella lingua italiana hanno una visione “statica” del fenomeno. Se si mostra loro che un dizionario come il Devoto Oli registra attualmente circa 3.500 parole inglesi, rispondono che comunque rappresentano solo il 2 o 3% di tutte le voci presenti in un vocabolario. Ma questo modo di annacquare gli anglicismi e di spalmarli su tutti i lemmi di un dizionario (quelli monovolume raccolgono dalle 100.000 alle 150.000 voci) non è un criterio utile per comprendere come stanno le cose, per molte ragioni.

Occorre un’analisi lessicale storica e per categorie grammaticali

Per prima cosa i dizionari registrano molte voci arcaiche, disusate, poetiche… e queste andrebbero tolte dai conteggi delle percentuali degli anglicismi, che sono invece parole moderne. Ma, soprattutto, va detto che per oltre il 90% dei casi, le parole inglesi sono sostantivi e in maniera minore aggettivi e un’infiltrazione concentrata in questi ambiti non può essere trascurata.

Se si analizzano per esempio i verbi, il Devoto Oli  ne registra circa 10.000 e tra questi ce ne sono solo un centinaio costituiti da semiadattamenti come googlare, downloadare, backuppare… che complessivamente non rappresentano una percentuale preoccupante e tale da modificare il nostro sistema verbale: si attestano intorno all’1% dei verbi.

Nello stesso dizionario, al contrario, i sostantivi registrati sono più o meno 65.000 (cifra che include circa 900 francesismi e 3.000 anglicismi) e se si escludono le voci “morte” il loro numero scende ben al di sotto di 60.000.

Comunque sia, considerando circa 3.000 sostantivi inglesi su un totale di 60.000, ecco che la percentuale dei sostantivi inglesi diventa circa del 5%, che comincia a essere un numero molto invadente, soprattutto perché, se si vanno a guardare i neologismi del Nuovo millennio, gli anglicismi rappresentano ben la metà delle parole nuove!

E allora conviene passare da una visione statica a una dinamica: bisogna cioè analizzare il fenomeno dell’inglese che penetra nella nostra lingua non come un’istantanea, ma come un flusso che cresce in modo esponenziale, ed è per questo che è preoccupante.


L’aumento degli anglicismi dall’Ottocento a oggi

L’entrata delle parole inglesi è un fenomeno che comincia a diventare massiccio dal secondo dopoguerra. Dal grafico costruito sulla base dello spoglio di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti si può capire meglio come stanno le cose: nella prima colonna gli anglicismi datati prima dell’Ottocento, nella seconda quelli dell’Ottocento e nella terza quelli del Novecento.

 

GRAFICO 4.1
Le datazioni e il numero degli anglicismi non adattati di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti sino al Novecento (A. Zoppetti, Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 81).

Davanti a questi dati non si può fare finta di niente e rispondere che l’influsso dell’inglese è ancora poca cosa: la nave imbarca acqua, e bisogna capire come arginare la falla invece di dire che ci sono solo 2 o 3 dita, se non si vuole finire con l’andare a fondo!

Per comprendere meglio i numeri, è utile fare un confronto tra forestierismi analizzando anche i francesismi e gli ispanismi, che rappresentano le due lingue che storicamente ci hanno maggiormente influenzati (al quarto posto ci sono i germanismi, mentre il contributo delle altre lingue si attesta su valori molto più insignificanti). Dalle datazioni che si ricavano dal Devoto Oli, risulta che fino all’Ottocento era il francese a costituire la lingua con un maggiore apporto di forestierismi non adattati, e che dopo la seconda metà del Novecento è successo qualcosa di anomalo e grave che non ha precedenti storici!

Va precisato che i numeri che emergono dalle datazioni digitali sono grezzi, in altre parole hanno margini di errore stimabili intorno al 10% rispetto a quelli che si possono ottenere da analisi raffinate e più ponderate. Più nel dettaglio, nelle analisi grezze, quando una parola non ha indicata una data precisa, ma solo un riferimento al secolo, può capitare che una stessa voce compaia sia nella prima metà del Novecento sia nella seconda (è il caso di “access provider”, per esempio), il che spiega perché la somma dei forestierismi di prima e seconda metà del Novecento non corrisponda esattamente al numero degli anglicismi dell’intero Novecento, ma si tratta di un margine di errore trascurabile, visti gli ordini di grandezza. Ecco perché dal Devoto Oli risulta che nell’Ottocento sono entrati 187 anglicismi (contro i 244 francesismi e i 75 ispanismi) di cui 42 nella prima metà del secolo (contro 79 dal francese e 36 dallo spagnolo) e 152 nella seconda metà (contro 173 dal francese e 53 dallo spagnolo).

Questo equilibrio si spezza nella prima metà del Novecento quando, con il finire dell’epoca della Belle époque, entrano 747 anglicismi (contro 366 francesismi e 6 ispanismi), per poi impazzire definitivamente nella seconda metà del Novecento con 2.077 parole inglesi non adattate (contro 296 francesi e 32 spagnole).

Nel Nuovo millennio (al 2017) gli anglicismi accolti sono 509 (contro 12 francesismi e 5 ispanismi) e nel grafico ho provato a ricostruire la situazione in modo visivo.

Anglicismi entrati storicamente
Le datazioni e il numero di francesismi, ispanismi e anglicismi non adattati nel Devoto Oli 2017.

Per la cronaca: i neologismi del nuovo Millennio sono in tutto 1.049, dunque la metà di essi sono parole inglesi. Ma passando dai dati grezzi a ricerche raffinate, le cose stanno anche peggio, perché sotto gli anglicismi non sono incluse parole semiadattate come i verbi switchare, spoilerare e via dicendo, né le altre parole derivate dall’inglese (selfone, customizzazione, fashionista…) che farebbero salire di non poco le statistiche e porterebbero il numero degli anglicismi del Duemila a essere maggiore di quello dei neologismi autoctoni che riusciamo a produrre.

E allora qual è il destino del lessico italiano davanti a questi dati?
Quale sarà l’italiano del futuro se le cose non cambiano?

La mia previsione è che sarà itanglese. In sintesi: la struttura dell’italiano, la sintassi e i verbi saranno sostanzialmente quelli di ieri e di oggi, mentre i sostantivi saranno in percentuale sempre più ampia parole inglesi, dalle regole ortografiche e fonetiche diverse dall’italiano storico. La nostra lingua sarà sempre più inadatta a descrivere le cose nuove, che si diranno in inglese, soprattutto negli ambiti tecnologici, scientifici e lavorativi.

Si può ancora definire “italiano” un simile idioma? Per gli anglopuristi probabilmente sì, per me no. In gioco c’è l’identità dell’italiano del futuro!

Chi definisce i forestierismi come dei “doni” e li vede come un arricchimento dovrebbe guardare il fenomeno dell’inglese nel suo divenire. Allora si renderebbe conto che il problema non è nel purismo o nel neopurismo, ma è semplicemente nel loro numero! L’esplosione dell’inglese è impazzita e non ha più controllo: sette secoli di influenza del francese hanno generato migliaia e migliaia di francesismi italianizzati, ma meno di 1.000 francesismi non adattati. Invece, in soli 70 anni, nell’arco cioè di una sola generazione, abbiamo importato 3.000 parole inglesi (e solo un ulteriore migliaio di parole inglesi italianizzate)! Non siamo più capaci di tradurre e di adattare, non sappiamo (o non vogliamo) creare neologismi al posto degli anglicismi e spesso preferiamo usare l’inglese anche in presenza di parole italiane che in questo modo regrediscono.

Una lingua è in grado di sopportare una proliferazione così massiccia e rapida senza snaturarsi e perdere la propria identità?

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Anglicismi in Francia e in Italia: non c’è partita

A Milano, la capitale dell’itanglese, il servizio delle biciclette condivise si chiama BikeMi, e sul sito dedicato la parola bicicletta è assente (si parla solo di bici come sinonimo secondario in fondo, nell’ultima riga) dando per scontato che si chiami servizio di bike sharing. La stessa filosofia adottata sul sito del comune sulla pagina intitolata Bike sharing.

Sulla Wikipedia francese, al contrario di quella italiana, se si cerca bike sharing si viene dirottati alla pagina vélos en libre-service, come si dice in francese, e lo stesso accade per il car sharing che rimanda ad autopartage, così come internet provider è una voce inesistente, perché in francese si dice fournisseur d’accès à Internet.

Ma per fare un confronto tra la situazione degli anglicismi in Francia e in Italia non basta fare qualche esempio, perché si possono scegliere gli esempi favorevoli alle proprie tesi in qualunque direzione, occorre invece fare confronti più sistematici.

Gli anglicismi sono più frequenti in Francia solo in pochi casi

In un curioso articolo dell’Accademia francese, Dominique Fernandez esalta la creatività linguistica italiana e scrive che, anche se siamo un Paese sottomesso agli Stati Uniti (a proposito: in Francia si chiamano EU = États-Unis e non USA come in originale e in italiano), noi diciamo calcio invece di football, campeggio invece di camping (che però in Francia si pronuncia alla francese), panino imbottito invece di sandwich e giro della morte invece di looping.

Queste osservazioni riguardano la frequenza delle parole. Ed è vero: si tratta di esempi in cui gli anglicismi sono preferiti dai francesi, come si evince anche dai grafici Ngram Viewer che, alla faccia di chi nega siano affidabili, funzionano anche nei (non frequenti) casi in cui l’Italia è messa meglio dei Paesi vicini:

football e camping in italiano e francese
La frequenza di football in Francia è estremamente più alta che in Italia, e anche camping è molto più utilizzato che da noi.

È risaputo che in Francia si dica preferibilmente football, e la conferma dei dati del servizio di GoogleBooks arriva anche dalla comparazione tra le frequenze della parola su Le Monde (ricorreva 18.655 volte al 30/5/2017) e su La Stampa (7.846 volte).

Gli esempi fatti dall’Accademia francese sono perciò veri, ma non dimostrano che la situazione da noi sia più rosea, e soprattutto sono vecchi: appartengono al passato. Football, e in generale molta della terminologia calcistica e sportiva (non tutta però) era stata già italianizzata con un certo successo ai tempi del fascismo (la cui politica linguistica fu molto più complessa della semplice messa al bando dei forestierismi, e rappresenta un modello da studiare, oltre che da biasimare in modo chiaro e forte come una via da non ripercorrere). A quell’epoca d’Annunzio inventò la parola tramezzino come alternativa a sandwich, ma purtroppo la creatività linguistica italiana oggi non esiste più e invece di creare alternative alle parole inglesi le importiamo in modo succubo. Infatti, la metà dei neologismi del Nuovo millennio di Zingarelli e Devoto Oli sono in inglese (più precisamente: dalle ricerche grezze sono meno della metà, ma se si aggiungono i derivati semiadattati come whatsappare, downoladare, googleare… superano il 50%). E davanti a questo dato viene da chiedersi quale sia il futuro dell’italiano, se non cambia il vento.


Un confronto all’americana

Ho già pubblicato una comparazione tra francese e italiano, a proposito degli anglicismi, ma voglio aggiungere qualche dato inedito, visto che c’è chi continua a negare che l’italiano sia messo peggio.

Basta cercare sulla Wikipedia francese e italiana gli anglicismi con la lettera A.

VOCE

ITALIANO

FRANCESE

abstract

voce esistente

voce non esistente

ace (tennis)

voce esistente
NOTA: riportata senza alternative italiane

voce esistente
NOTA: esiste l’alternativa as

access point

voce esistente
NOTA: senza alternative italiane

voce non esistente, esiste invece: point d’accès sans fil

account

voce esistente

voce non esistente

account manager

voce esistente  senza alternative

voce non esistente

advergame

 

voce esistente
NOTA: non è riportata l’alternativa per es. di videogioco promozionale o gioco pubblicitario

voce esistente
NOTA: è riportata l’alternativa francese jeu vidéo publicitaire

adware

voce esistente
NOTA: il corrispondente indicato  (“software sovvenzionato da pubblicità”) non è in italiano né adeguato

voce esistente
NOTA: ci sono ben 2 alternative: logiciel publicitaire o publiciel

aids

voce esistente

voce non esistente
NOTA: si è reinderizzati automaticamente alla voce francese sida

airbag

voce esistente
NOTA: viene indicata l’alternativa di cuscino salvavita che però non è in uso

voce esistente
NOTA: vengono indicate le alternative di coussin gonflable (o coussin gonflable de sécurité) in uso

aka

voce esistente

voce esistente

all inclusive

voce esistente
(con traduzione)

voce non esistente
si è reinderizzati automaticamente alla voce fancese tout inclus

angel investor

voce esistente

si rimanda all’espressione inglese equivalente business angel (dunque come fosse una voce esistente)

antidoping

 

si è reindirizzati all’anglicismo doping
NOTA: si riporta l’alternativa drogaggio ma non dopaggio

voce non esistente (in francese antidoping è il nome di un complesso musicale) e la voce doping non esiste: si è reindirizzati a dopage

antitrust

voce esistente
NOTA: è riportata l’alternativa anti-monopolio, che non è una voce (l’alternativa italiana è reindirizzata sull’anglicismo)

voce definita come anglicismo con rimando alla voce francese droit de la concurrence

apartheid

voce esistente

voce esistente

assist

voce esistente
senza alternativa

voce non esistente

autofocus

voce esistente

voce esistente

 

In sintesi: su 17 anglicismi con la A presenti nella Wikipedia italiana, solo 8 esistono anche in quella francese. In generale, a parte il caso di apartheid, tutti gli anglicismi in francese hanno un corrispettivo autoctono, mentre solo 8 di quelli in italiano riportano equivalenti o traduzioni utilizzabili.

Queste percentuali non cambiano se si procede a cercare gli anglicismi con le altre lettere dell’alfabeto. Ma se qualcuno volesse ancora negare l’evidenza e sostenere il contrario, lo invito a fornire un elenco di anglicismi in francese con la A che non esistono in italiano.

 

Perché queste differenze oggettive?

A fare la differenza non c’è solo la politica linguistica francese e la legge Toubon, c’è anche il fatto che in Francia, come in Spagna, le accademie creano le alternative agli anglicismi, che raccomandano e pubblicizzano.

È interessante dare uno sguardo alle proposte francesi del 2018 (e vedere il video promozionale in proposito):

smartphone (che da noi è a volte spacciato per “prestito di necessità”) è affiancato da mobile multifunction;
net neutralityneutralité de l’internet;
smart tvtéleviseur connecté;
blockchainchaîne de blocs;
deep webtoile profonde;
peer-to-peerpair à pair;
back officearrière-guichet;
thumbnailimagette;
e le fake news che da noi circolano come fosse l’unica espressione possibile (notizie false o bufale? Che vergogna! Che parole antiche!) in Francia si sono trasformate anche in infox (info = informazione + faux = falso).

Naturalmente, va detto che non tutte le alternative prodotte hanno successo, alcune funzionano, altre meno. Ma complessivamente il numero e la frequenza degli anglicismi sono arginati, rispetto all’Italia, e anche quando una proposta sostitutiva non entra nell’uso esiste almeno la possibilità dei parlanti di scegliere, che da noi manca.

E allora la libertà è più tutelata dalla legge Toubon, che alcuni vendono come qualcosa che impedisce ai francesi di parlare come vogliono, ma che offre la possibilità di dirlo in francese, o in Italia, dove si fanno circolare solo gli anglicismi?

L’informatica e l’itanglese

Sono tanti i linguaggi di settore in cui l’itanglese è ormai una realtà.

Oltre al linguaggio della moda, uno dei più contaminati è quello dell’informatica.

La manutenzione del computer (fino agli anni Novanta si diceva calcolatore o elaboratore, ma oggi è sempre meno possibile) o qualche problema con virus e antivirus, è qualcosa che riguarda tutti. Cercando informazioni in Rete, si finisce in siti che spiegano le cose perlopiù in questi termini:

“Oggigiorno, purtroppo, oltre ai cosiddetti virus, esistono numerose altre varianti di infezioni che possono creare problemi ad un qualsiasi computer collegato ad Internet: spyware, adware, dialer, rootkit, trojan, worm, keylogger, hijacker, e chi più ne ha più ne metta.”

Fonte: https://www.informaticapertutti.com/i-10-migliori-anti-malware-free

Quello che mi colpisce maggiormente, negli articoli di settore come questo (che però volenti o nolenti riguardano tutti, non solo gli addetti ai lavori), è l’elenco di nomi dei programmi maligni: 8 anglicismi seguiti da un “chi più ne ha più ne metta”, ma purché siano in inglese, si potrebbe aggiungere (non ce ne è uno in italiano).

La rinuncia a parlare in italiano e a ripetere a pappagallo tutto ciò che viene da oltreoceano con le stesse parole è evidente. Virus è una parola latina, anche se nel significato informatico ci arriva dall’inglese, e tralasciandola, ci sono 10 anglicismi su 38 parole (il 26,3%).

Ma questo modo di calcolare le percentuali è poco indicativo, come si può capire meglio con qualche altro esempio: se eslcudiamo dai conteggi le parole ripetute, le congiunzioni o le preposizioni (per non “salvare” la nostra lingua conteggiando le “e” o i “di”), le prcentuali salgono.

Qual è la percentuale di anglicismi in un articolo di informatica?

Cercando cosa sia uno spyware – che per la cronaca in italiano è semplicemente un programma spia –, frugando in Rete si nota subito che fornire l’alternativa italiana è qualcosa che non viene nemmeno in mente agli autori della maggior parte degli articoli. Al massimo si spiega la pronuncia in inglese, ma quasi mai si fanno circolare le alternative. Un esempio concreto:

“Che cos’è lo spyware?
Lo spyware (si pronuncia spàiuer) non è un virus ma più che altro una particolare tipologia di software malevolo, cioè di malware, progettata con il solo scopo di raccogliere senza il tuo consenso il maggior numero di informazioni possibili quando navighi su Internet, tipo siti web visitati, indirizzi email, password, dati di home banking, numeri di carte di credito, e così via dicendo. Questo con il solo scopo di inviare successivamente tali preziose informazioni a qualcuno che le userà per trarne profitto in qualche modo.

Come hai fatto a prenderlo? 
Esistono principalmente due modalità attraverso le quali puoi averlo contratto:
– la prima, avviene quando, navigando su particolari siti web, o accetti volutamente di installare determinati plugin e/o estensioni per il tuo browser preferito, oppure perché, più semplicemente, vengono sfruttate delle vulnerabilità già presenti nel tuo browser non aggiornato;
– la seconda, invece, avviene inconsapevolmente quando installi programmi e/o giochi gratuiti, di tipo freeware o shareware, scaricati da determinati siti Internet, ma anche da altre fonti quali, ad esempio, software di P2P.”

Fonte: https://www.informaticapertutti.com/come-eliminare-spyware-e-malware-dal-pc/

Questo breve testo è formato da 176 parole, di cui 18 anglicismi (considerando home banking come una sola parola), cioè il 10,2% delle occorrenze.

Detto così sembra una percentuale preoccupante, ma le cose stanno molto peggio, perché non è questo il modo migliore di stabilire le percentuali: per un calcolo sensato, non basta contare le occorrenze a questo modo, bisogna invece lemmatizzare, cioè andare a vedere quanti sono i lemmi, cioè le “parole madre”. Per es. la parola “siti” ricorre 3 volte ed è riconducibile al lemma “sito” (dunque si tratta di una sola parola madre, o lemma, che ha 3 occorrenze). Se non si compiono questi passaggi le cose si annacquano, perché la presenza di un solo anglicismo (invariabile) non va confrontata con le tutte occorrenze delle parole flesse, ma con le parole lemmatizzate (per es.: è, era, sarà vanno tutte ricondotte al lemma essere). Inoltre, ha poco senso anche includere nei conteggi la presenza di innumerevoli preposizioni come di (che ricorre 11 volte, ma si tratta di una parola sola). E allora le percentuali aumentano…

C’è un’altra cosa che sarebbe utile considerare per comprendere come stanno esattamente le cose: fare delle comparazioni grammaticali.

Come ho già detto, l’inglese sta colonizzando il nostro lessico non in ogni sua parte, sta intaccando soprattutto i sostantivi e, in maniera minore gli aggettivi, mentre i verbi o le altre parti del discorso non sono in pericolo.

In sintesi se, nell’articolo citato, si prova a calcolare la frequenza dei sostantivi in inglese rispetto a quelli italiani, si può avere un’idea della reale penetrazione degli anglicismi. Se si estraggono solo i nomi (dunque non si conteggiano parole come freeware o shareware usate in funzione di aggettivo) si ottiene una lista di 40 occorrenze (ho eliminato la parola latina virus, né italiana né inglese) di cui 16 sono parole inglesi (il 40%), mentre se le parole vengono lemmatizzate si ottiene una lista di 29 lemmi di cui 11 sono anglicismi (il 37,9%). In ordine alfabetico:

browser, browser
carte
consenso
credito
dati
email
estensioni
indirizzi
informazioni,  informazioni
Internet, Internet
fonti
giochi
home banking
malware

modalità
numero, numeri
P2P
password
plugin
profitto
programmi
pronuncia
scopo, scopo
siti, siti, siti
software
, software
spyware,
spyware
tipologia
vulnerabilità
web, web

Queste sono le percentuali: più di un terzo dei sostantivi di questo articolo campione è in inglese.  Questo è l’itanglese. Questa è la realtà.

Come (e quanto) entrano gli anglicismi nell’italiano: analisi di “manager”

L’analisi storica dei dizionari è molto utile per capire con quali modalità, e con quale penetrazione sempre maggiore, gli anglicismi entrano e si radicano nella nostra lingua. Naturalmente questo è solo uno dei parametri per comprendere cosa sta accadendo all’italiano, insieme all’analisi della frequenza delle parole che è oggi possibile grazie alla Rete, agli archivi digitali dei giornali e a nuovi strumenti di misurazione della lingua. Le mie ricerche e analisi partono da queste fonti che vengono incrociate e valutate attentamente, badando anche alla coerenza dei risultati che emergono.

A titolo di esempio, per mostrare come sto procedendo nel documentare le mie affermazioni, voglio proporre la storia della parola manager.

Premessa: manager è un anglicismo che deriva dall’italiano maneggiare.

Fino al Settecento non avevamo alcun rapporto culturale diretto con l’Inghilterra. Anche gli italianismi che si ritrovano nell’inglese sino al Cinquecento riguardano solo i termini della finanza, tanto che ancora oggi a Londra c’e la Lombard Street, perche lombard indicava i commercianti del Nord Italia, e termini come cash, bank e bankrupt derivano, per mediazione del francese, dall’italiano cassa, banca e bancarotta. Esattamente come è successo per manager.

Il verbo italiano maneggiare era presente già nell’italiano del Trecento, ma si riferiva al governare i cavalli, e oggi di questa antica accezione rimane solo il termine maneggio. Con il tempo,  maneggiare ha cominciato a riferirsi non più solo ai cavalli, ma anche al denaro (nel dialetto milanese il “manegiun” cioè maneggione è chi maneggia i soldi) e il termine è passato nell’inglese antico generando to manage, che alla fine dell’Ottocento (1895 secondo il Devoto Oli e 1888 secondo lo Zingarelli) è ritornato nell’italiano attraverso management e manager, connessi con il dirigere le aziende.

Ma la frequenza di manager, sino al 1960, era praticamente nulla nella nostra lingua, come si evince dai grafici di Ngram Viewer (in generale non molto affidabili per le occorrenze basse, ma piuttosto significativi e coerenti con tutti gli altri parametri analizzati nel caso di parole di alta frequenza).

 

fequenza di MANAGER in italiano
La frequenza di manager nel corpus italiano di GoogleBooks dal 1940 al 2008

 

Per la cronaca: un confronto con quanto accade in Francia (dove esistono una politica linguistica e una serie di leggi a tutela della lingua francese) e in Spagna (dove l’orgoglio nazionale e il lavoro di una ventina di accademie rendono superflue le leggi a tutela dello spagnolo) può essere indicativo.

 

fequenza di MANAGER in italiano francese e spagnolo
La frequenza di manager in italiano, francese e spagnolo

 

1995-2017: il raddoppio delle locuzioni con “manager”

Nel 1995, un secolo dopo la datazione di manager del Devoto Oli, sullo stesso vocabolario le locuzioni composte da questa parola, erano diventate 8 (7 lemmi + 1 accezione) e precisamente:

manager, area manager, brand manager, credit manager, general manager, marketing manager (che però non era un lemma a sé bensì si trovava come locuzione sotto la voce marketing), sales manager e top manager.

Nel 2017, lo spoglio dello stesso dizionario restituisce invece 17 parole (16 lemmi + 1 accezione) dunque un raddoppio in circa 20 anni, e cioè (in grassetto le nuove entrate):

manager, area manager, brand manager, city manager, community manager, content manager, credit manager, energy manager, general manager, marketing manager (sempre sotto la voce marketing), mobility manager, product manager, project manager, sales manager, risk manager, security manager, top manager.

Un confronto con lo spoglio dello Zingarelli 2017 si arricchisce di altre 2 registrazioni: facility manager e money manger: se sommiamo anche queste voci le locuzioni diventano 19.

 

La nuvola di anglicismi fuori dai dizionari

Quanto registrato dai dizionari è però una fotografia molto diversa da quello che accade nel linguaggio di tutti i giorni. I dizionari registrano le parole che si sono affermate e che presumibilmente non sono occasionalismi effimeri, cioè parole che si usano per un certo periodo ma che poi possono decadere e passare di moda.

Per avere un quadro di ciò che avviene nel linguaggio di tutti i giorni può allora essere utile cercare manager in Rete, attraverso Google, nelle notizie dei giornali e soprattutto negli annunci di lavoro. E qui la situazione si complica terribilmente, perché viviamo immersi in una nuvola di anglicismi diffusi nella stampa e nel linguaggio aziendale e non registrati dai dizionari davvero molto alta.

Di seguito riporto alcune tra le locuzioni più diffuse non presenti nei dizionari ma che si trovano in Rete e nelle notizie dei giornali in lingua italiana:

country manager
station manager
temporary export manager
junior business development manager
real estate development manager
digital ecobrand manager
business control manager
department manager
net manager…

La faccenda si aggrava cercando manager nelle offerte di lavoro dei siti specializzati, dove tra le figure ricercate si trovano per esempio (provare per credere):

account manager
engineering manager
project engineering manager
delivery manager
SEO manager
store manager
temporary supply chain manager
district manager
academy manager
restaurant manager
network project manager
maintenance manager
transport manager
store manager fashion luxury
IT manager
quality manager
export manager
finance manager
technical supervior manager
sub-agenti team manager
transport manager support
program manager
site manager/capocantiere
technical manager tlc di cantiere
yield manager / revenue manager
application manager…

Qui mi fermo, non per mancanza di altri esempi (e ce ne sono), ma perché ormai vivono di vita propria e manager si ricombina con le più disparate altre parole inglesi, al punto che non è più possibile registrare tutte le locuzioni e gli occasionalismi. Tra questi ci sono di sicuro molti lemmi dei dizionari del futuro. Ma purtroppo questa è la lingua che, fuori dai dizionari, si parla nel presente.

PS
Molte di queste locuzioni mi risultano oscure e incomprensibili, ma so per certo che un content manager non è un “dirigente contento” (magari di avere un lavoro), ma chi gestisce i contenuti.

L’itanglese è la lingua del mondo del lavoro di oggi, non solo di domani

Il mondo del lavoro è qualcosa di terribilmente concreto, che riguarda tutti, adesso, oltre che domani. E il linguaggio aziendale è diventato questo: itanglese allo stato puro, dove la trasparenza non esiste, non è chiaro (forse volutamente) quali siano di preciso i ruoli ricercati, quali le mansioni, e tutto si ricombina spesso in neoconiazioni estemporanee a scapito dei significati.

Ai “linguisiti” che continuano a ripetere che nella lingua italiana non sta accadendo nulla di pericoloso, e che quello che vado denunciando è il solito grido di allarme privo di fondamento come se ne son già visti in passato rispondo che non si può più negare: se i numeri e i conteggi che ho pubblicato non sono veri li smentiscano numeri alla mano, se ne sono capaci. Altrimenti tacciano. Perché, davanti ai fatti, continuare a ripetere “secondo me non è vero” è esattamente come dire “secondo me la terra è piatta”.

 

 

Interferenza linguistica [4] Tutti i tipi di forestierismi

Una lingua viva cambia continuamente e si evolve con il mutare dei tempi, ed è un bene che lo faccia, altrimenti perderebbe la sua capacità di descrivere il presente e morirebbe.

Questa evoluzione consiste non solo nella capacità di creare neologismi, ma anche di assorbire gli influssi che vengono da fuori. Nel corso della storia, l’italiano si è sempre arricchito di parole straniere, dal francese, dallo spagnolo, dall’arabo e da ogni altra lingua.

E allora dov’è il problema degli anglicismi?

La risposta è semplice:
♦ il loro numero sproporzionato e
♦ la loro frequenza d’uso sempre più ampia,
due fattori innegabili che stanno stravolgendo il nostro lessico e trasformando l’italiano in itanglese.

Dopo avere mostrato l’inconsistenza e l’inutilità delle classificazioni dei forestierismi in
prestiti di lusso e di necessità,
prestiti insostituibili, utili e superflui
prima di introdurre un diverso criterio di classificazione che sia più utile, misurabile e oggettivo, vale la pena di riassumere le possibilità logiche e storiche che permettono a una lingua di evolvere.

1) Importare un forestierismo senza adattamento per colmare una lacuna linguistica
non è la sola scelta possibile, come ci vorrebbe far  credere chi parla di prestiti di “necessità”, “insostituibili” o addirittura “intraducibili”. Si può anche:
2) creare un neologismo (autoctono = italiano, e non alloglotta = importato, per es. apericena di fronte a happy hour);
3) adattare al suono italiano (cioè italianizzare, es. bondaggio da bondage);
4) tradurrre (es. mi piace al posto di like);
5) usare una parola già esistente ampliandola di nuovi significati (es. sito, per influsso di site inglese, nell’era di Internet subisce un allargamento di significato, da luogo fisico a luogo virtuale in Rete).

Il problema è che queste alternative oggi non sono più praticate, sembrano essere decadute, e il risultato è che l’evoluzione (o involuzione a seconda dei punti di vista) dell’italiano procede quasi esclusivamente attraverso l’importazione non adattata di anglicismi che sono perlopiù impiegati e preferiti anche in presenza di alternative italiane (che di conseguenza tendono a regredire e a diventare obsolete).

I neologismi del nuovo Millennio sono in prevalenza anglicismi

Dallo spoglio del Devoto Oli 2017 risultano 1.049 parole datate XXI secolo, di cui 509 (quasi la metà) sono parole inglesi. Se includiamo anche le parole semiadattate dall’inglese come customizzare, downloadare, googlare, hackerare, switchare, twittare e ritwittare, whatsappare  e qualche altra decina, vediamo che ben più della metà dei neologismi sono inglesi.

Un confronto con le altre lingue è significativo. Nel nuovo Millennio sono entrate:
14 parole dal giapponese,
12 parole dal francese,
5 parole dallo spagnolo
0 parole dal russo e dal tedesco.

E i neologismi italiani di che tipo sono?
Sfogliando l’elenco delle nuove parole italiane (come ecovettura, enopirateria, grillino, pizzata, squillino, tesoretto…) salta all’occhio in modo evidente che la maggior parte riguardano questioni “interne”, e sono quasi del tutto assenti i termini per indicare le cose nuove (che sono quasi sempre inglesi con qualche eccezione come geolocalizazzione o teleprenotazione).

Tra le pochissime eccezioni di neoconiazioni italiane al posto degli anglicismi si può segnalare la comparsa di apericena al posto di happy hour, ma non c’è molto altro (colanzo al posto di brunch, benché presente sui mezzi di informazione, non è stato registrato).

In conclusione: complessivamente l’italiano non è in grado di inventare neologismi per adeguarsi ai cambiamenti e stare al passo con i tempi o con l’innovazione tecnico-scientifica, e nella grandissima maggioranza dei casi evolve ricorrendo solo a termini inglesi. Se questa tendenza non si spezza, presto diventerà una lingua incapace di esprimere il contemporaneo che si potrà dire soltanto in itanglese.

Adattare e italianizzare? Per carità! Che vergogna!

La tendenza a italianizzare le parole è un fenomeno antico e un tempo istintivo. Londra (London) e il Tamigi (Thames), per esempio, mentre Nuova York, dove l’aggettivo serviva a distinguere la città americana dall’omonima inglese, è ormai New York sin dalla fine dell’Ottocento. Se una volta si aggiustavano al nostro suono (in modo esagerato) persino alcuni nomi propri (Tommaso Moro invece di Thomas More) oggi non lo si fa più, e tende a scomparire anche l’adattamento dei nomi comuni che fino al secolo scorso era abbastanza diffuso e normale (rivoltella da revolver, pigiama da pyjamas, gincana da gymkhana e gol da goal).

Tra i neologismi del Devoto Oli 2017 non si trovano adattamenti e italianizzazioni, con l’eccezione di blogosfera sul modello dell’inglese blogosphere e poco altro. I pochi adattamenti di oggi, di solito provengono dal basso, ma appartengono esclusivamente al gergo parlato della Rete e sono ironici o scherzosi, oltre che sporadici e fuori dai testi ufficiali, per es. ti lovvo, facciabuco o faccialibro al posto di Facebook, il tubo invece di YouTube, o lo scherzoso topo invece di mouse. Viceversa, oggi i mezzi di informazione si vergognano di “storpiare” la purezza dell’inglese, che invece preferiscono statisticamente (leader al posto di capo, pusher per spacciatore, fake news per bufale…) e ostentano più che possono.

In conclusione: italianizzare e adattare l’inglese ai nostri suoni è oggi un fenomeno sempre più raro, al contrario di quanto avviene per es. nella lingua spagnola. Se continueremo a vergognarci di questa strategia che storicamente ha generato numerosi adattamenti, l’importazione delle parole inglesi non adattate o le loro reinvenzioni all’italiana (baby gang, fidaty card…) si amplierà in modo sempre più profondo.

Traduzioni e calchi? Sembra sia meglio evitarlo…

Le traduzioni dei forestierismi sono definite dai linguisti calchi strutturali o formali, perché ricalcano la struttura originaria di una parola con elementi autoctoni che ne riproducono forma e significato.

Possono essere rovesciati per meglio rispondere alla logica italiana (key word diventa parola chiave, brain drain diventa fuga di cervelli, basket-ball diventa pallacanestro) oppure perfetti quando l’ordine delle parole è mantenuto come nell’inglese (pubbliche relazioni e public relations, videogioco e videogame, supermercato e supermarket), ma in tutti i casi si tratta di adattamenti invisibili che non sono percepiti come corpi estranei.

Ma, ancora una volta, esaminando i neologismi del Duemila del Devoto Oli 2017 queste traduzioni non ci sono, e le uniche registrate sono mi piace al posto di like, riferito alla funzione delle reti sociali, e la bomba tagliamargherite che ricalca fedelmente l’anglicismo daisy cutter.

In conclusione: anche la traduzione (o il calco) delle parole inglesi è sempre più in declino, con il conseguente ricorrere agli anglicismi non integrati. Continuiamo a preferire l’inglese, e per es. la frequenza di parole come hater o influencer è molto più alta delle traduzioni come odiatore o influente anche se questi esempi sono al confine con gli allargamenti di significato.

Calchi semantici e allargamenti di significato

I linguisti chiamano calchi semantici l’estensione del significato di parole che già esistono, ma che si arricchiscono di una nuova accezione per l’influsso di un forestierismo.

Per esempio realizzare, che originariamente voleva dire solo rendere reale (“ho realizzato un prototipo”), per l’interferenza di to realize oggi si impiega anche nel senso di rendersi conto, accorgersi (“ho realizzato di aver sbagliato strada”). E così radicale, un tempo interpretato alla francese come sinonimo di liberale, diventa sempre più spesso estremista, all’inglese; digitale, derivato da dito (“le impronte digitali”), per l’effetto dell’informatica si trasforma in un dato registrato con la logica binaria del calcolatore (in inglese digit è cifra); basico, in chimica il contrario di acido, passa a significare di base; e intrigante (cioè avvezzo a compiere intrighi, trame e congiure) si capovolge in stuzzicante e coinvolgente. Altre volte questi anglicismi camuffati derivano da quelli che si chiamano falsi amici, cioè parole dal suono simile ma dal significato differente, per esempio singolo (unico) diventa celibe o scapolo per l’analogia con single; autorità (colui che detiene il potere) diventa un organismo di controllo (l’autorità della privacy, per l’influsso di autorithy), mentre il baco informatico (in inglese bug, cioè cimice) è una traduzione approssimativa, basata sulla somiglianza fonetica.

Se guardiamo il significato di parole esistenti come odiatore o influente nel Devoto Oli 2017 vediamo che mancano gli allargamenti di significato che invece hanno assunto i corrispondenti hater e inluencer, parole del tutto equivalenti che però nell’acclimatarsi in italiano hanno assunto l’accezione riferita alla Rete, che invece non è indicata per i corrispettivi italiani, il che, a mio avviso, è una grossa lacuna del dizionario che inserisce gli anglicismi, ma non ritocca le voci autoctone. Esattamente come la definizione generica di autoscatto è ferma al dispositivo per fotografare sé stessi, mentre selfie, del tutto equivalente, include i riferimenti alla Rete e alle nuove tecnologie.

In conclusione: sembra proprio che nell’italiano del nuovo Millennio gli allargamenti di significato siano abbastanza diffusi per l’effetto dei falsi amici (realizzare, singolo, radicale…) ma siano abbastanza rari ed evitati nel caso dei corrispondenti italiani autonomi (odiatore, influente, autoscatto…).

Se non si creano neologismi, se non si italianizzano le parole, se non si traduce, se non si allargano i significati delle nostre parole… l’unica evoluzione dell’italiano passa per l’importazione dell’inglese e il futuro della nostra lingua sarà l’itanglese.

E tornando ai criteri di classificazione dei forestierismi, credo che un buon approccio sia quello di dividerli in forestierismi compatibili e integrabili con il nostro sistema morfosintattico e forestierismi che lo violano, dunque corpi estranei, che non sono un problema in sé (l’epoca del purismo è finita) ma diventano un problema quando il loro numero e la loro frequenza è tale da snaturare il nostro lessico.

(continua)

2017: più di metà delle parole dell’anno sono in inglese

Qualche giorno fa la Repubblica ha lanciato il sondaggio aperto ai lettori per individuare la parola dell’anno 2017, cioè quella che dovrebbe risultare maggiormente impressa nell’immaginario collettivo degli italiani. Si tratta di un giochetto che ammicca per esempio alla tradizione dell’Oxford Dictionary che quest’anno ha eletto come parola dell’anno youthquake, il terremoto dei giovani, e cioè il ritorno alla loro spinta propulsiva nella politica e nel mobilitarsi.

La cosa interessante del sondaggio di Repubblica è che si può votare tra una rosa di 15 parole già selezionate dal giornale come le più gettonate, e che tra queste 7 sono inglesi (tra cui fake news, come prevedibile) e 6 italiane (una è in latino, ius solis, e un’altra araba, intifada). Mi pare inquietante, ma allo stesso tempo significativo, che più di metà delle potenziali parole dell’anno siano in inglese. Questo la dice lunga sulla pervasività degli anglicismi e sulla loro frequenza, ma anche su dove sta andando la lingua italiana: anno dopo anno scivola inesorabilmente verso l’itanglese.

Possibile che più della metà delle parole più importanti del 2017 siano inglesi?

Certo, e i dati che si ricavano dai neologismi del nuovo Millennio registrati dai dizionari vanno nella stessa direzione: la metà sono anglicsmi. Nel Devoto Oli 2017 sono registrate 1.049 parole datate negli anni Duemila, e 509 sono inglesi, cioè quasi la metà. Se a queste si aggiungono gli anglicismi parzialmente adattati come whatsappare, googlare, spoilerare… la metà si supera decisamente. L’analisi dello Zingarelli 2017 restituisce dati leggermente più bassi ma simili: 178 parole inglesi su 412 parole datate XXI secolo, cui bisogna aggiungere i verbi  semiadattati.

Questo è lo specchio dell’italiano del Duemila, c’è poco da fare e poco da contestare.

Tornando alla Repubblica e alla parola dell’anno, ecco la rosa delle 15 parole più significative da votare:

■ biotestamento
curvy (perché non dire maggiorata, prosperosa, giunonica, tutta curve, curvilinea…?)
■ fake news (perché non dire bufale, false notizie, falsi…?)
■ femminicidio
■ hater (perché non dire odiatori, insultatori, provocatori, seminatori di zizzania, avvelenati…?)
■ impresentabile
■ influencer (perché non dire influenti, importanti, autorevoli, trascinatori…?)
■ intifada
■ ius soli

■ omofobia
■ paradise paper (perché non dire lista degli evasori e paradisi fiscali…?)
■ sexgate (perché non dire scandali sessuali…?)
■ spelacchio
■ vaccino
■ voucher (perché non dire tagliando, buono, cedola, ricevuta…?)

 

Comunque la pensiate… Auguri e buon Natale a tutti.

Aderisci alla compagna:

Io gli auguri li faccio in italiano!

(perché dire Merry Christmas, Happy christmas, Merry Xmas and happy new year e tutte queste analoghe formule aliene e insensate?)

Fake news è l’anglicismo dell’anno?

 

Ogni anno, nei dizionari, vengono registrati numerosi nuovi anglicismi, ma non è facile stabilire esattamente quanti siano, perché le cose variano a seconda dei vocabolari e dei criteri lessicografici che vengono impiegati.

Ogni anno entrano nella nostra lingua dai 30 ai 74 anglicismi

Da un confronto tra gli anglicismi registrati nel Devoto Oli 1990 e quello del 2017, per esempio, si è passati da circa 1.600 a 3.500, il che porta a una media di 74 all’anno (se guardiamo ai dati grezzi). Dal confronto tra lo Zingarelli 1995 e 2017, invece, da circa 1.800 si passa a 2.750, e quindi la media è di 43 all’anno. L’analisi del Gabrielli 2011 e quello del 2015, vede invece un aumento da 2.428 a 2.547, e quindi una media di 30 all’anno (come ho provato a ricostruire nel grafico).

grafico entrata anglicismi

Queste differenze dipendono anche dai criteri lessicografici impiegati: è possibile fare di ogni anglicismo una voce (o meglio un lemma), come tende a fare il Devoto Oli  che per esempio registra computer art o computer music come voci a sé, oppure registrare queste due espressioni all’interno della voce computer, come fa lo Zingarelli, con il risultato che le locuzioni non sono considerate lemmi a sé stanti e i numeri cambiano.

Un altro modo per indagare sulla questione è quello di lanciare delle ricerche incrociate sugli archivi digitali utilizzando le datazioni, per esempio richiedendo tutti gli anglicismi del nuovo Millennio.

Se cerchiamo gli anglicismi del nuovo Millennio del Devoto Oli vediamo perciò che sono “solo” 509 (una media di 29 l’anno), mentre per lo Zingarelli sono 178 (circa 10 l’anno). Ma le ricerche per datazione non restituiscono dati attendibili: questo criterio di indagine presenta molte lacune, perché le datazioni indicate dai dizionari non corrispondono all’anno in cui il dizionario ha registrato la parola, bensì a quando la parola è comparsa nelle fonti scritte, il che è ben diverso. Per capirci: nel Devoto Oli 2017 le parole account e accountability sono datate rispettivamente 1984 e 1988, ma controllando sull’edizione del 1995 si vede che nessuna delle due era stata ancora registrata. Ciò è avvenuto successivamente. Il motivo è che, per entrare nel dizionario, una parola deve non solo circolare, ma anche stabilizzarsi; non deve essere un occasionalismo passeggero, ma deve avere una diffusione tale da farla ritenere destinata a durare. Per questo motivo alcune parole possono circolare anche per un decennio prima di essere annoverate. E così cd-rom, datato 1988, è stato registrato solo nel 2005, esattamente come blog, datato 2000. Dunque, questo criterio di ricerca fornisce numeri molto più bassi di quelli reali: account, accountability, cd-rom… di fatto sono stati inclusi nel nuovo Millennio, eppure dalle datazioni sembrerebbero essere lemmi del secolo scorso, quando erano in realtà poco più di occasionalismi non ancora stabilizzati.

Fatte queste precisazioni, e al di là delle datazioni indicate, in un dizionario entra una quantità annuale di anglicismi compresa tra 74 (media del Devoto Oli 1990-2017) e 30 del Gabrielli (media calcolata su soli 4 anni), e dunque da 6 a 2,5 al mese. Ma fuori dai dizionari la nuvola delle parole inglese che ci avvolge è più vasta.

Qual è l’anglicismo dell’anno?

Mi chiedevo quale tra gli anglicismi non registrati dai dizionari si sia imposto nel 2017 con maggiore frequenza e pervasività.

Tra i più diffusi e coriacei c’è sicuramente black friday, apparso timidamente da qualche anno, emerso l’anno scorso, ma quest’anno esploso oltre ogni misura sulle vetrine dei negozi, al punto che è ormai impossibile che non venga registrato dai dizionari futuri. Eppure, a pelle, l’anglicismo più pervasivo è un altro: fake news.

L’analisi degli archivi del Corriere della Sera è impressionante: dalle 13 occorrenze del 2016 si è passati a 410 del 2017 (a oggi, ma l’anno non è ancora finito), mentre le ricerche nelle pagine in italiano su Google presentano 68.600 pagine datate 2017 contro 85.100 nell’intervallo tra il 2000 e il 2016 (da spalmare su 16 anni!).

FakeNews

Se sul Corriere cerchiamo invece una delle possibili alternative italiane, per esempio bufale (pur tenendo conto dell’approssimazione dovuta alla sinonimia del termine che in qualche caso potrebbe indicare anche gli animali, invece delle false notizie), si vede che nel 2017 il termine ricorre 178 volte, mentre nel 2016 ricorreva 98 volte. In sintesi: fino all’anno scorso si usavano termini italiani, ma improvvisamente da quest’anno si è cominciato a dirlo in inglese, proprio mentre il tema delle bufale aumentava di rilevanza, soprattutto nei titoli dei giornali.

Questo fenomeno della “stereotipia” del linguaggio mediatico, che usa preferibilmente le stesse espressioni, invece di usare i sinonimi (il concetto di “stereotipia” nei media è stato enunciato da Maurizio Dardano, ne: Il linguaggio dei giornali italiani, Laterza, Bari-Roma, 1986, p. 236) non è dovuto certo alla mancanza di alternative (bufale, falsi, false notizie…) e nemmeno al solito “alibi” per cui l’inglese sarebbe preferito per la sua sinteticità (bufale è più corto di fake news, e in teoria dovrebbe essere più funzionale nei titoli dei giornali, che però preferiscono l’inglese).

I motivi sono altri, per prima cosa la preferenza nasce dal fatto che i giornali partono tutti dalle stesse fonti, per lo più americane, che tendono a ripetere senza porsi il problema di tradurle (per pigrizia o fretta), ma soprattutto perché l’inglese è una moda e suona più evocativo e funzionale alla diffusione delle novità. E se questa moda insensata non cambierà, continueremo a importare anglicismi in modo sempre più massiccio mentre l’italiano si trasformerà progressivamente sempre più in itanglese.

Se qualcuno ha da segnalare altri anglicismi più eclatanti di fake news, esplosi nel 2017, è il benvenuto: il titolo dell’anglicismo dell’anno è aperto!

 

PS
Le bufale o le notizie false non sono affatto qualcosa di nuovo: una delle più antiche si potrebbe individuare nella battaglia di Qadesh, nel 1200 a.C., che Ramses II presentò come la sua grande vittoria contro gli Ittiti attraverso un’epica pomposa e autocelebrativa rappresentata sui piloni dei maggiori templi egizi, anche se in realtà l’esito della battaglia fu un pareggio, e gli Egizi non ottennero affatto il loro scopo: il controllo della zona rimase ittita.