Lingua e politica: “Una legge per l’italiano” supera i 2.000 sostenitori

Nel 2020, insieme ad altre 11 persone, ho lanciato una petizione rivolta al presidente della Repubblica Mattarella in cui chiedevamo un intervento simbolico davanti all’abuso dell’inglese nella politica italiana e nel Paese.

Nonostante più di 4.000 firme raccolte non ci mai pervenuta alcuna risposta, e così il 22 marzo 2021 – insieme ad altri 6 firmatari – ho presentato ai due rami del Parlamento una petizione di legge di iniziativa popolare sullo stesso tema strutturata in 11 punti concreti su cui agire. La proposta è stata assegnata al Senato (24 marzo, n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali) e alla Camera (20 aprile, n. 727, VII Commissione cultura).

Ancora una volta, però, i tentativi di coinvolgimento di qualche gruppo parlamentare non hanno avuto alcun riscontro. Nel nostro ordinamento, infatti, anche se i cittadini hanno la possibilità di presentare petizioni di legge, nulla obbliga i parlamentari a discuterle e a metterle all’ordine del giorno; perciò, nella speranza di convincere qualche politico a prendere in considerazione le nostre istanze, abbiamo dato vita a una nuova raccolta di firme di altri cittadini che sottoscrivono l’iniziativa.

A oggi ci sono due novità. La prima è che il numero delle firme ha superato il traguardo simbolico di 2.000, e l’altra è che siamo entrati in campagna elettorale e forse la politica diventerà più sensibile nel dare una risposta a 2.000 elettori.

La speranza è che qualcuno cominci a prendere in considerazione e riflettere sull’opportunità di varare una politica linguistica per tutelare e promuovere l’italiano, che è un bene collettivo e contemporaneamente un risorsa su cui fare leva soprattutto all’estero.

Il tabù della politica linguistica

Il tabù tutto italiano di regolamentare la lingua ha delle motivazioni storico-sociali che risalgono al fascismo.
A dire il vero la questione era già sorta all’indomani dell’unità d’Italia che non corrispondeva a un’unità linguistica compiuta, visto che l’italiano si era affermato come lingua letteraria che viveva nelle pagine dei libri, ma di fatto le masse – in larga parte analfabete – parlavano nei loro dialetti. Nel 1868 il ministro Broglio istituì una commissione presieduta da Alessandro Manzoni che aveva lo scopo di risolvere la questione e di “ricercare e di proporre tutti i provvedimenti e i modi coi quali si possa aiutare e rendere più universale in tutti gli ordini di popolo la notizia della buona lingua e della buona pronunzia”. Ma fu un’esperienza fallimentare, perché non c’era un accordo su come dovesse essere l’italiano, che Manzoni identificava con la lingua viva della classe colta di Firenze, per cui lo scrittore si dimise, e anche se negli anni successivi sarebbe uscito il vocabolario di Emilio Broglio e Giovan Battista Giorgini, l’opera passò inosservata e a imporsi sul mercato furono altri dizionari di maggior successo che nascevano dalle imprese editoriali private.
Quello che invece ebbe maggior successo fu il nuovo programma scolastico per valorizzare la lingua unitaria varato con la legge Coppino del 1877 che introduceva l’obbligo della frequenza scolastica elementare e insegnava l’italiano con criteri prescrittivi uniformi.

Mezzo secolo dopo fu il fascismo a inaugurare una ben precisa politica linguistica, perché il controllo della lingua era strategico per la difesa del nazionalismo e la coesione sociale. La politica linguistica fascista intervenne nuovamente sui programmi scolastici, normò la nascita del sonoro, della radio e poi del cinematografo, diffondendo i canoni uniformi della pronuncia che si formò a Roma, dove dopo l’EIAR, l’ente radiofonico di Stato, sorse Cinecittà e la scuola di dizione e di doppiaggio alla base di quella moderna. Il fascismo si caratterizzò anche per la lotta conto i dialetti, estromessi dalla scuola e visti come un ostacolo all’affermazione della lingua nazionale. Cercò di imporre l’uso del “voi” anziché del “lei”, considerato come un retaggio della dominazione straniera, e si distinse soprattutto nella guerra ai barbarismi, che venivano messi al bando e sostituiti con le alternative italiane del ventennio.

Curiosamente, crollato il regime, fu solo questo ultimo aspetto a diventare un tabù che fu identificato con il fascismo. L’avversione per i dialetti – visti come un segno di ignoranza di chi non sapeva parlare l’italiano – continuò normalmente fino agli Sessanta. Nei film degli anni Cinquanta l’uso del “voi” rimase in auge per un decennio, eppure nessuno, davanti al doppiaggio di pellicole come Vacanze romane (Roman Holiday, 1953) in cui Audrey Hepburn e Gregory Peck si davano del “voi”, si sognò mai di bollare questo uso come “fascista”. Al contrario, qualunque riferimento al tema dei forestierismi ha suscitato fino a qualche decennio fa reazioni ideologizzate di scandalo, soprattutto negli ambienti di sinistra. Eppure l’ostilità nei confronti delle parole straniere non era un’ideologia intrinseca al fascismo, esisteva da secoli nelle prese di posizioni dei puristi, circolava negli scritti patriottici risorgimentali, e persino la tassa sulle insegne in lingua straniera del 1923 che inaugurò la campagna contro il “barbaro dominio” era stata già proposta a fine Ottocento.

Lingua, politica e potere: le lezioni di Gramsci e Pasolini

Antonio Gramsci, dal carcere dove il fascismo lo aveva rinchiuso, tra i tanti suoi scritti aveva dedicato alla lingua italiana delle riflessioni davvero acute e moderne. Fu il primo a interessarsi dell’italiano popolare che solo negli ani Settanta è stato preso in considerazione dagli studiosi, ed era ben consapevole della frattura tra la lingua delle masse e l’italiano che le classi dirigenti volevano imporre. Nel 1935, guardava alla grammatica che “opera spontaneamente in ogni società” e tende a unificarsi in un territorio come fatto culturale solo perché esiste un ceto dirigente che la impiega facendola divenire in questo modo un modello riconosciuto e seguito. Ma ogni “grammatica normativa scritta è quindi sempre una ‘scelta’, un indirizzo culturale, e cioè sempre un atto di politica culturale-nazionale.” Dunque ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale.”

Gramsci era consapevole della natura politica della lingua e i “focolai di irradiazione” erano per lui la scuola, i giornali, gli scrittori sia d’arte sia popolari, il teatro e il cinematografo sonoro, la radio, le riunioni pubbliche di qualunque natura, anche religiosa, oltre alle conversazioni tra ceti colti e meno colti e ai dialetti. Dopo la sua morte, il fenomeno delle migrazioni interne al Paese avrebbe accentuato il ruolo di queste “conversazioni” che tendevano all’italiano per superare le barriere di incomprensione e mettevano i dialetti ai margini. E il ruolo della televisione avrebbe inciso in modo ancora più determinante rispetto a quello di radio, cinema e teatro.

A comprendere dove stava andando l’italiano del Novecento in modo ancora più attuale, negli anni Sessanta, fu Pier Paolo Pasolini che aveva colto la fine del ruolo dominante degli scrittori, nel modellare la lingua. “I centri creatori, elaboratori e unificatori del linguaggio” non erano più le università, ma le aziende, in un mondo dove al centro della nuova lingua ci sono i prodotti di consumo e tecnologici. Erano ormai gli imprenditori, gli scienziati e i giornalisti (nella loro accezione anche televisiva) coloro che avevano sempre più il potere di decidere della sorte della nostra lingua. Il nuovo italiano era tecnologizzato, invece che umanista e raccoglieva gli influssi del modo di parlare dell’asse industriale Torino-Milano che si sostituivano ai modelli basati sull’asse Firenze-Roma. Si trattava di un italiano pratico, poco letterario e poco estetico, dove la comunicazione contava molto più dell’espressività, e dove nell’omologazione e nell’appiattimento linguistico mancavano la vitalità e la creatività espressive che caratterizzavano i dialetti. Questo italiano che tendeva alla semplificazione sintattica, alla diminuzione dei latinismi e al lessico tecnico più che letterario esprimeva il linguaggio della nuova classe egemone, la “borghesia capitalista” la cui influenza unificatrice assumeva il ruolo delle monarchie aristocratiche nella formazione delle grandi lingue europee. Le riflessioni pasoliniane partivano dall’analisi di un discorso di Aldo Moro, perché anche la politica si era appropriata di questo linguggio.

Dalla diffusione dell’italiano a quella dell’itanglese

E nel nuovo Millennio cosa sta accadendo?

La lingua tecnologica non arriva più dal nord del nostro Paese, ma si è spostata fuori dall’Italia e ci arriva direttamente in inglese, in un passaggio dalla lingua della borghesia padronale alla lingua dei manager e dei tecnocrati che si esprimono attraverso gli anglicismi.
Quello che sta avvenendo è che i nuovi focolai e i nuovi centri di irradiazione della lingua, per dirla con Gramsci e Pasolini, stanno diffondendo l’itanglese, la lingua delle aziende e della terminologia tecnica, che è anche la lingua sempre più usata dalla stampa giornalistica e televisiva, nella formazione, nelle università e nella nuova politica basata sulle regole del marketing. La lingua modello che la nuova classe dirigente sta imponendo è quella del nuovo modello di cultura che importa concetti e parole direttamente dall’angloamericano, mentre l’italiano è la lingua-cultura imitatrice che ripete in modo supino senza tradurre, adattare e rielaborare tutto ciò che è nuovo. In questa anglicizzazione compulsiva non ci limitiamo solo a importare anglicismi crudi senza saperli reinventare, quel che è peggio è che le parole-concetti inglesi si sovrappongono ai nostri e li fanno regredire. Sono i “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita dell’italiano, i killer di assassino, di calcolatore davanti a computer, di dirigente davanti a manager, di guida davanti a leader

Una legge per l’italiano

L’assenza di una politica linguistica per tutelare e promuovere l’italiano si traduce in un anarchismo dove vige la legge del più forte, quella della globalizzazione e dell’espansione delle multinazionali, e il fatto che il linguaggio istituzionale diffonda e difenda l’inglese invece della nostra lingua è qualitativamente grave e quantitativamente pesante. Il problema non sono i singoli anglicismi, ma il fatto che i nuovi centri di irradiazione della lingua che un tempo hanno unificato l’italiano oggi lo stanno distruggendo e ci stanno educando all’itanglese. E i politici sono in prima linea in questo percorso.

Non fare nulla e stare a guardare come fanno i nuovi linguisti descrittivi non significa né essere neutrali né essere liberali. Significa schierarsi dalla parte del più forte ed essere complici dell’itanglese e del globalese che stanno snaturando e depauperando il nostro patrimonio linguistico con cui entrano in conflitto.

Per questo, in vista delle elezioni, stiamo cercando di coinvolgere i politici a riflettere su questi problemi e a comprendere che è più che mai necessario ricominciare a parlare di una politica linguistica in modo serio, lasciandoci alle spalle quella del fascismo e guardando a ciò che avviene in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e in molti altri Paesi dove le istituzioni arginano l’anglicizzazione e deprecano gli anglicismi, invece di favorirli. La politica linguistica italiana, al contrario, è ormai da tempo volta alla tutela dell’inglese, prima che alla nostra lingua, mentre si vogliono anglificare i corsi universitari, si introduce l’inglese come obbligo – e non più come scelta – nella scuola e nei concorsi pubblici, nella presentazione dei progetti di ricerca (Prin) e per i fondi sulla scienza (Fis) che discrimina, insieme all’italiano, anche la conoscenza delle altre lingue che diventano di serie B, in un passaggio dal plurilinguismo, inteso come valore e ricchezza, a un monolinguismo a base inglese che schiaccia ogni altra lingua e cultura e ci appiattisce e uniforma sul modello del globalese.

La nostra proposta di legge chiede di evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale e nei contratti di lavoro, di avviare campagne mediatiche e nelle scuole contro l’abuso dell’inglese e per la promozione dell’italiano, di emanare linee guida nell’amministrazione esattamente come si è fatto per il linguaggio non sessista, per non discriminare in modo analogo il nostro patrimonio linguistico. E di rivalutare il ruolo di un’istituzione come l’Accademia della Crusca e considerare l’italiano come un bene da tutelare, promuovere ed esportare.

Attualmente, approfittando della campagna elettorale, stiamo riprovando a contattare vari parlamentari nella speranza che nel prossimo governo anche l’italiano sia posto all’ordine del giorno. A ottobre, quando il nuovo governo sarà formato, invieremo le firme raccolte in parlamento.
Intanto, sul portale Italofonia.info, oltre a continuare la raccolta firme a sostegno della nostra iniziativa, qualche giorno fa sono stati predisposti dei moduli con cui ogni firmatario può contattare direttamente alcuni parlamentari che in passato si sono contraddistinti per avere manifestato una certa sensibilità su questo tema. Non sono molti, e appartengono a schieramenti politici diversi, ma ognuno può rivolgersi al politico che sente più affine alle proprie posizioni e scrivergli direttamente chiedendogli, come elettore sensibile a questo tema, di fare qualcosa perché la nostra proposta di legge venga portata in Parlamento e discussa. Naturalmente ognuno è libero di contattare anche altri politici, visto che la proposta di legge è trasversale a ogni schieramento e fuori da ogni ideologia.

Al momento già più di 200 persone hanno utilizzato questo modulo e inviato la loro lettera. È una battaglia difficile, ne siamo consapevoli, ma bisogna almeno provarci. E più saremo più avremo la forza di farci ascoltare. In ogni caso, ringrazio di cuore gli oltre 2.000 cittadini che hanno firmato e quelli che hanno già scritto al loro politico di riferimento.



Per firmare e sottoscrivere la petizione di legge:
https://attivisti.italofonia.info/proposte/legge-vivalitaliano-2021/

Per scrivere direttamente a un parlamentare:
https://italofonia.info/una-legge-per-litaliano/#scrivi

La “S” di governance (Grammatichetta di itanglese)

Una recente consulenza della Crusca spiega che governance è una parola “di origine straniera ma è ormai divenuta italiana”, quindi non presenta problemi, mentre l’adattamento governanza dà “l’impressione di un termine antiquato, più adatto a un romanzo cavalleresco che a un consiglio di amministrazione o al testo di un decreto”. Del resto, nota l’autore del pezzo a proposito delle parole inglesi ormai italiane, “è difficile sostenere che titoli di leggi non possano contenere” parole come computer.

Questo giudizio si basa un approccio descrittivo e quantitativo, e anche il Devoto Oli – che nell’edizione del 1995 marcava computer, mouse e un altro centinaio di simili voci di alta frequenza come parole inglesi – nelle nuove edizioni ha tolto la marca di anglicismo, e la loro origine inglese è stata spostata nello spazio dedicato all’etimologia, come fossero parole italiane di origine inglese. Il nuovo approccio descrittivo va tanto di moda e guida i linguisti di ultima generazione che hanno smarrito un punto di partenza fondamentale, quello dell’identità linguistica: il sistema orto-fonologico che caratterizza l’italiano, e cioè il modo di scriverlo e di pronunciarlo.
C’è infatti una bella differenza tra l’italianizzazione di una parola e il trapianto di una voce non adattata. Quest’ultima rappresenta il più delle volte un “corpo estraneo” che non si amalgama con il tessuto linguistico, per dirla con Castellani. Sottolineare questa differenza non è un atteggiamento da puristi, visto che è un “paletto” dato per scontato da tutti i più aperturisti teorici dell’accoglimento delle parole straniere: Machiavelli, Muratori, Cesarotti, Leopardi, persino Alessandro Verri, autore della celebre Rinunzia al vocabolario della Crusca. Nessuno di loro ignorava questa fondamentale distinzione.

Accantonare la questione dell’identità linguistica e proclamare italiane le parole inglesi che la violano porta alla legittimazione dell’itanglese, in un atteggiamento solo descrittivo che non tiene conto della norma e dei giudizi qualitativi. Se si adotta questo criterio, bisogna però andare fino in fondo. In gioco c’è la definizione di che cosa sia l’italiano: se computer e governance sono parole italiane, per coerenza si riscrivano anche le grammatiche!

La “S” di governance

Le grammatiche tradizionali distinguono due suoni per la “S”, quello sordo di parole come sasso, e quello sonoro di sbaglio, chiamato così perché nell’emettere il suono facciamo vibrare le corde vocali. Ma passando dai fonemi ai grafemi sono rimaste a un sistema di trascrizione dei suoni inadeguato al nuovo “italiano” sancito dai nuovi linguisti.

Se governance è parola italiana, prendiamo atto che il suono “S” si può trascrivere anche con il grafema CE. È lo stesso suono che si ritrova all’interno di parole ormai “italiane” come city, suspance (forma inesistente al posto di suspense), compliance, concept, iceberg, influecer, intelligence, dance e lapdance, residence, service

Ma allora la S si può anche scrivere Z, come nel caso del citizien journalism. Altri esempi: magazine, apetizer, friendzone e friendzonare… diversi dalla Z di zapping, zip, zoom o zombie… pronunciata come in italiano.

Anche il suono SCE, che una volta si scriveva così e con le eccezioni come coscienza, scienza e derivati (fantascienza, pseudoscienza…), oggi va rivisto, nelle sue formulazioni.

Se si abbandona l’identità linguistica e si passa all’analisi esclusivamente descrittiva e quantitativa delle parole inglesi accolte nell’italiano, allora prendiamo atto che il suono è espresso anche con SH, e altre volte con i grafemi CHE, TION e SION.

Vediamo la situation con degli esempi di altissima frequenza: show, shock, flash, shampoo, trash, hashtag, leadership, marshmallow, milk-shake, shaker, shopper, shop, shopping, pusher, push up, refresh, slash… L’elenco è sterminato, non si tratta di qualche esempio one shot!

Altre volte il suono SC si può rendere in itanglese con CHE, come nel caso della cache, la memoria che ogni tanto è bene svuotare facendo il cleaning al computer, quella che mostra Google nelle copie cache dei documenti che archivia. Da non confondere con il cash, quello che un tempo si diceva anche contante e che nel nuovo “italiano” ha prodotto il cashback.


Un altro modo per trascrivere SC è quello contenuto nelle parole in -TION, come la svalutation di Celentano, e nei suoni in escion che ci piacciono tanto e vanno ormai di gran moda: location, nomination, compilation, deregulation, corporation, education… e in questa escalation ci sono suoni rafforzati dall’apposizione della C come ele-c-tion day, collection… Passando dalla E alle altre vocali tematiche ci sono la fiction, gli optional e tante altre belle parole. Tra queste bisogna ricordare almeno le extension, e anche la vision, dove al suono SC si aggiunge una sfumatura che tende verso SG, un meraviglioso suono che ci mancava e che dimostra una cosa molto semplice: gli anglicismi sono da intendersi come un arricchimento della nostra vecchia lingua, sono qualcosa che si aggiunge come un dono!

Ma cominciare con le S e Z sorde e sonore e con queste considerazioni disordinate non si conviene a una grammatica che si rispetti, forse è meglio fare un rewind per un restart più poderato, magari partendo dalle vocali, dove il concept del dono si ricava forse meglio.

Ispirato dalla prima grammatichetta descrittiva della lingua toscana che compose nel Quattrocento Leon Battista Alberti, nel mio piccolo, sto provando anch’io a stendere le linee guida di una prima Grammatichetta dell’itanglese, con le regole che chi proclama italiane le parole inglesi dovrebbe aggiungere alle grammatiche tradizionali.

Chi è curioso può leggere di seguito la prima bozza ancora incompleta e un po’ rozza.

Buone vacanze a tutti.

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GRAMMATICHETTA DI ITANGLESE


PARTE I: la fonologia

§ Come si legge il grafema A

In italiano A = A
In itanglese A = A, ma anche E, O, EI


A si legge A in parole come abaco, spam, hardware
• A si legge E in parole come back, badge, band, baseball, brandy, candid camera, cracker, dandy, lady, stand, range, flashback, gangster, glamour, happy hour

In parole come airbag (pron. àir-bèg) la e è aperta, ma in altre come baby, si legge chiusa (béby).
Esempio per comprendere la differenza di pronuncia della E:
“In men (pron. chiusa mén) che non si dica arriva superman (pron. aperta mèn)”.

• A si legge O in parole come call, hall

• A si legge EI in parole come case quando non è il plurale dell’italiano casa.
Es. case history, case sensitive, case study… e anche nello pseudoanglicismo beauty case.

CONSIGLIO DI STILE: anche se l’italiano database si può leggere come si scrive, il consiglio per gli amanti dell’itanglese è di sfoggiare una dizione più inglese (pron. databèis).

Altri esempi di alta frequenza di parole ormai italiane: container, fake, frame, game, hit parade, nickname, pacemaker, cake designer, home page

ATTENZIONE: le parole in AY si leggono EI (es. gay, day, display, layout…) tranne nel caso di spray, che in itanglese è un’eccezione: si pronuncia sprài.

§ Come si legge il grafema E

In italiano E = E aperta o chiusa
In itanglese E = E aperta o chiusa, ma anche I o muta


E si legge E in parole come elefante, election day, best seller, top ten, export, executive
• E si legge I in parole come email e i derivati di electronic abbreviato (ebook, e-reader…), ma spesso la pronuncia in itanglese oscilla e viene detta E soprattutto nel caso di e-commerce. Invece è obbligatorio pronunciarla I in altri casi, es.: Peter (pron. pìter) Parker è Spiderman (un tempo era l’Uomo Ragno).
• E non si legge (è muta) a fine parola in casi come bike, slide, home e home page… e all’interno delle parole quando è seguita da “i”, es.: piercing, brief.

§ Come si legge il grafema I

In italiano I = I
In itanglese I = I, ma anche AI, EA

I si legge I in parole come: imbuto, identikit, import, impeachment, imprinting, all inclusive, indoor

La “i” è però infida (pronuncia italiano: infìda) perché altre volte si pronuncia all’inglese, es.: industrial design → nella prima parola le i sono i, nella seconda sono ai.

I si legge AI in parole ed espressioni di alta frequenza come I love New York, ma anche iceberg, bastardo insight, firewall


Le file e le pile in italiano sono il plurale di fila e pila, ma nella transizione dall’italiano all’itanglese il pile e il file, parole a tutti gli effetti italiane vista la loro frequenza e datazione, si pronunciano invece fàile e pàile.

Pile è uno pseudoanglicismo che in inglese non si usa: questa è la prova che l’itanglese è una lingua autonoma e nuova, è l’evoluzione dell’italiano che si modernizza, ed è tutto normale perché le lingue si evolvono da sempre, come aveva capito Lapalisse (pronuncia in itanglese: lapalàis)!


PRIVACY: Anche se gli inglesi dicono “prìvasi”, il consiglio è di dire “pràivasi” come fanno gli statunitensi. In caso di difformità di pronuncia è sempre bene fare come gli americani, per citare i pionieri dell’itanglese Nando Mericoni e Renato Carosone. Dunque meglio scrivere humor invece di humour all’inglese!

I si legge con un suono simile a EA in parole come birdwatching.

Anche la Y talvolta si legge AI e cyber non si sa bene sempre se dirlo all’italiana o all’inglese; per non sbagliare il consiglio per gli anglomani è di dirlo sempre sàiberg anche nei composti! Es.: cybersicurezza, cybercriminale, cybersex

§ Come si legge il grafema O

In italiano O = O aperta o chiusa
In itanglese O = O aperta o chiusa, ma anche U

O si legge O in parole come obbligo, offshore, on demande, over 60, computer, top model, social

La O – come la E – in italiano ha due pronunce per cui le domande da pórci (pronuncia chiusa, da “porgere”) non sono come le domande da pòrci (cioè da maiali). Ma forse è tutto più chiaro facendo esempi in itanglese: la O chiusa è quella di QR code o pole position mentre usiamo la pronuncia aperta quando diciamo I love you ascoltando un podcast.

• O si legge U in parole come movie, back to school, peer to peer

§ Come si legge il grafema U

In italiano U = U
In itanglese U = U ma anche A, I, IU

• U si legge U (es.) in parole di alta frequenza come uva, usability, utility, username, pullman, o ancora in enunciazioni mistilingue come “a poker ho fatto un full” o “sono fuori dal tunnel”.


ATTENZIONE: tunnel in itanglese è un’ECCEZIONE che si legge come si scrive, al contrario dell’inglese in cui si pronuncia pressapoco “tànel”. Anche bus a volte è detto all’italiana (soprattutto nei composti come autobus) e a volte con sfoggio della A di America.

U si legge A in parole di alta frequenza come brunch, club, budget, cult, cutter, customer care, customizzare, just in time, under 21, upgradare, uploadare, check-up, pub, pulp, runner, running, rush finale, top gun…

Puzzle una volta si diceva all’italiana, ma così aveva un “brutto suono”, per citare Paolo Monelli, che ricorda cose poco profumate: adesso finalmente tutti dicono pàsol!

ATTENZIONE: altre volte la U in itanglese si legge più simile alla E come nel caso di bluff.

• La U si legge I nel caso di business e dei suoi derivati (businessman, business plan, business class…).

• La U si legge IU, e si comporta da dittongo, nel caso di computer e computerizzare, humour, community, consumer, duty free shop


PARTE II: l’ortografia

§ Come si scrive il suono A

In italiano A = A
In itanglese A = A, U


• Il suono A si scrive con la lettera A in parole come amore, acquascooter, scanner, tag, pancake (a volte è una pronuncia diversa rispetto a quella degli anglofoni).
• Il suono A si scrive con la lettera U in parole ed espressioni di alta frequenza come fuck you, bundle, customer care, customizzare

§ Come si scrive il suono E

In italiano E = E
In itanglese E = E, ma anche A


Il suono E si scrive E in parole di alta frequenza come energia, escort, emoticon, endorsement, editor… e nel plurale men (es. “Ho visto il film Men in black, un vero cult!”). Ma al singolare, man, il suono E si scrive con la A, come nei casi badge, happening, hater, home banking, make up, plaid, tasto play, player, playback, play boy, playlist, snack, takeway

§ Come si scrive il suono I

In italiano I = I
In itanglese I = I, ma anche E, EA, EE, IE, Y


In italiano c’è una sola i al contrario dell’inglese, dunque in itanglese la pronuncia di bitch (= puttana, es. “Son of a bitch!”) e di beach (= spiaggia, es. beach volley) sono identiche.
Ma andiamo con ordine.

Il suono I si scrive I in parole di alta frequenza come istrice, sprint, infopoint, influencer, instant book, internet, interpol, intelligence, salvaslip e i composti di slip (pseudoanglicismo da non confondere con to sleep = dormire, es.: “Chi sleep non piglia fish”)…
Il suono I si scrive EA in parole come appeal, easy, leader, leasing, reading, release, sneaker, speaker, team, striptease, streaming


ATTENZIONE: spread è un’eccezione! Non dite MAI “sprid”, si pronuncia sprèd!

• Il suono I si scrive EE in parole come street (street art, street food, Wall street…), green, agreement, engineering, free, freezer, meeting, weekend, pedegree, screening, screenshot, screensaver, roastbeeff, teenager
• Il suono I si scrive E in parole come e-book, top secret, Peter Pan, ground zero
• Poiché la E finale è muta, il suono I si scrive IE in parole come movie (action movie, B movie…), barbie o hippie, che si può scrivere anche con la Y (hippy).

Talvolta, infatti, I si scrive con la Y per esempio in canyon, e in tutte le parole che terminano in Y come boy scout, gallery, curvy, history, papy, mamy, baby, happy, copy, austerity, authority, whisky

Ci sarebbe anche la J che un tempo da noi si chiamava i lunga, ma adesso non è più vocale e si pronuncia gèi.
In attesa di poter dire leggittimamente: “Sono andato a Gesolo con Giacopo e Giolanda che tifano Giuventus”, per ora ci si può limitare all’ostentazione di giunior al posto di junior.

ATTENZIONE: TROJAN è un’eccezione e in itanglese si sente dire con la i, solitamente.

§ Come si scrive il suono O

In italiano O = O
In itanglese O = O, ma anche OA, A, AU

Oltre che con la O, come in italiano (es. self control), in itanglese il suono O si può rendere anche con la A (call center, small, talkshow…), oppure con la OA di toast. Es.: roastbeef, broadcast, download, coach e coaching, board editoriale, skateboard


ATTENZIONE: c’è anche la possibilità di usare AU come nel caso di audience (pron. odiens) che però è considerata un’eccezione: infatti automotive, austerity, authority… si leggono AU come in italiano.

§ Come si scrive il suono U

In italiano U = U
In itanglese U = U, ma anche O, OO


• U si scrive U in parole come ufo, utility, usability
• U si scrive O in espressione come Basilicata coast to coast, movie
• U si scrive OO in very good, bazooka, zoom, book, boom, room food, look, motoscooter


ATTENZIONE: davanti a due OO bisogna stare attenti alle eccezioni perché mica sempre si dice U, a volte si dice A, per es.: “Barman, mi porti un cocktail, please! Vorrei un bloody mary!”
Anche la trasmissione di Bruno Vespa Porta a porta in inglese sarebbe Door to door (dove le doppie O si leggono O e la O di to si legge U), e lo stesso vale per le coltivazioni di marijuana o le gare ciclistiche indoor e outdoor.


ECCEZIONE: in itanglese anche shampoo si pronuncia con la O finale, e non con la U come in inglese!

§ Dittonghi, iati e oltre

In italiano AU = AU
in itanglese AU = OU
ma anche OW

In italiano ci sono i dittonghi, quando due vocali sono pronunciate con una sola emissione di fiato come fossero un tutt’uno (es. piede), e gli iati (es. po-eta), ma l’itanglese ci porta ben oltre.

Il suono AU di causa e di mouse si può rendere con OU o OW.
Es.: account, bounty killer, out, compound, house, happy hour, fare outing, outfit, outsider, outsourcing, scout e scouting
Oppure: clown, down, download, browser, brownies, countdown

Un tempo la W era da noi pronunciata come V in parole come Wagner o W l’Italia. Ma nel passaggio da Walter e Uolter, ormai l’interferenza dell’inglese l’ha trasformata in vocale, es.: weekend, new, new entry, news, newsletter, password, network, software, hardware, spending review, workstation, web community, webcam

ATTENZIONE ALL’ARTICOLO!
Il suono UO di uomo in italiano richiede l’articolo LO (es. l’uovo), ma in itanglese il sono UO di work richiede l’articolo IL, dunque si dice il walkie talkie, il work in progress, come davanti alla lettera V di vip e di viral marketing. Lo stesso vale per il wiskhy e il water (che si pronuncia uoter nell’espressione water polo).

Anche il dittongo IU di chiuso in itanglese si può scrivere in altre modalità, es. lo IU di beauty o di computer.


§ Altri suoni in consonante

Chi si ricorda la favola della C dura (velare) che si pronuncia dolce (ma vale anche per la G) davanti alle vocali E e I? E la regola che per renderle dure si rafforzano con l’H come in chiave o pieghe?

In itanglese non è affatto così e può avvenire tutto il contrario: basta un’H per addolcire i suoni come in chat, cheap e chip, check in e checkout, coach, coaching

L’H si usa anche in tante altre parole come thriller, formaggio light, pet therapy, bluetooth… e a inizio parola, oltre ai casi del verbo avere (ho, hai, ha) ricorre in hard disk, hacker, happening, hot spot, help desk, hipster

In itanglese il suono C duro si può rendere anche con la K (killer, work in progress, basket, pink, punk, milkshake, film maker, book, look, lo pseudoanglicismo parking…), che talvolta si può marcare con il CK (backup, click) e talvolta con la doppia K (trekking).

Allo stesso modo la G dura di targhe o di ghiro in itanglese non ha bisogno dell’H, es.: target, caregiver
A volte per rendere la pronuncia dura ci si appoggia alla U, es.: guinness.

In italiano le parole che terminano in GE si leggono GE, es: silloge, strage… ma in itanglese la E finale in questi casi è muta, es.: vintage, bondage o extralarge

Il suono della G si può rendere anche con la I lunga: deejay, jeep, junior, jet, jingle, job, jogging, jolly jukebox, jumbo, junk food, just in time

In itanglese GLI non si legge come in italiano “gli” di fermagli e appigli, ma in modo duro come in anGLIcismo o glitterato (ma anche in italiano c’era già questa pronuncia in parole come glicine o glicemia).

Ci sarebbe poi il suono F che si rende con il PH: big pharma, graphic novel, effetto morphing, smartphone… e anche tante altre cose. Ma ho già trattato delle regole per ibridare le parole (screenare), per ricomporle con l’accostamento di radici inglesi (smart working) e italiane (baby-delinquente, libro-game). Così come ho già detto delle regole formative (blogger invece di bloggatore, no vax invece di antivaccinista, covid hospital invece di ospedale covid) o dei “prestiti” sintattici che stravolgono l’ordine delle nostre parole (social media marketing).