Interferenza linguistica [2] – Prestiti di lusso e di necessità: una distinzione che non sta in piedi

Se la definizione di “prestito linguistico” ha i suoi limiti, la classificazione dei forestierismi in “prestiti di necessità” e di “lusso” fa acqua da tutte le parti.

Questa distinzione risale almeno alle considerazioni del 1913 dello svizzero Ernst Tappolet, ma continua a essere riproposta anche oggi da studiosi seri ed è piuttosto diffusa in moltissimi testi di linguistica. Parte dal presupposto (a mio avviso improponibile) che ci siano parole che importiamo perché non ne abbiamo di nostre per descrivere qualcosa che prima non c’era – per esempio boomerang –, e altre che invece sarebbero una scelta, e quindi un doppione di lusso anche in presenza di un equivalente indigeno, per esempio bodyguard invece di guardia del corpo. Ma è una prospettiva molto debole e difficilmente difendibile.

Un altro linguista svizzero, Reto Bezzola, già nel 1925 preferiva distinguere i “prestiti di comodità“, che non vengono tradotti per pigrizia e perché è più facile usare una parola straniera che inventarla, e quelli che hanno semmai un “valore affettivo” superiore ai nostrani.  Altri autori hanno mostrato che importiamo i forestierismi più che altro per moda (Carlo Tagliavini preferiva parlare di “prestiti di moda”), fascino o prestigio. Se la stessa nozione di “prestito” è molto discutibile, quella di “necessità” è ridicola, e come ha osservato il linguista Paolo Zolli, non esiste:

“Ogni lingua possiede i mezzi per indicare nuovi oggetti o nuovi concetti senza ricorrere a parole straniere, tant’è vero che se il francese ha accolto la voce tomate (di origine azteca), l’italiano per denominare lo stesso prodotto ha preferito servirsi della perifrasi pomodoro.”

Paolo Zolli (1976), Le parole straniere, seconda edizione a cura di F. Ursini, Zanichelli, Bologna, 1991, p. 3.

Nel XVI secolo, all’epoca dei grandi viaggiatori e della scoperta di nuovi mondi da parte degli europei, furono importate moltissime cose nuove (animali, piante, frutti, alimenti…) e queste cose ebbero nomi nuovi. Se francesi, inglesi, spagnoli e tedeschi usarono la voce tomate per indicare i pomodori, in Italia si affermò la metafora del pomo d’oro, che con il tempo fu sempre più percepito come una parola tutta attaccata. Viceversa, se in italiano o in spagnolo si è affermata la radice di derivazione amerinda patata, i francesi l’hanno chiamata pomme de terre, cioè mela di terra.

Questi due esempi storici sono molto significativi: dov’è la “necessità” di importare una voce così com’è senza adattamenti?

Non esistono prestiti di necessità, né parole insostituibili o intraducibili

I cosiddetti “prestiti di necessità” non hanno alcun fondamento, né storico né logico. Davanti a un termine che non c’è, oltre a

♦ 1) importare un forestierismo senza adattamento

è anche possibile:

♦ 2) creare un neologismo (come pomodoro),
♦ 3) italianizzare e adattare (come rivoltella sul calco di revolver),
♦ 4) usare una parola già esistente ampliandola di nuovi significati (navigare indica oggi non solo l’andar per mare, ma anche l’andare in Rete).

Affermare che ci sono parole “insostituibili” o “intraducibili”, come nel caso del prestito “di necessità”, è un’altra presa di posizione senza fondamento: presuppone che le alternative 2, 3 e 4 non esistano e che la sola via possibile, la 1, sia quella di importare una parola straniera così com’è, ma questa presa di posizione contiene una teoria e una visione del mondo che si vuole imporre.

Una parole come mouse, non è affatto intraducibile, né insostituibile, né di necessità. E infatti tutti lo hanno tradotto topo (souris in francese, raton in spagnolo, Maus in tedesco), ma in italiano nessuno può usare topo (se non in senso gergale parlato e scherzoso) e nessuno si è sognato di utilizzare una parola come per esempio puntatore, o di adattare il termine per es. in maus (si scrive come si legge) perché oggi ci vergogniamo di usare quest’ultima soluzione che una volta era istintiva, e che in Paesi come la Spagna è invece tutt’ora praticata con orgoglio.

Nel caso degli anglicismi, la verità è che non si vogliono tradurre, né adattare, né sostituire con allargamenti nostrani delle nostre parole, ma invece di dirlo ci si nasconde dietro l’alibi della necessità. Il ricorso all’inglese non è in sé condannabile in linea di principio né per purismo. Il vero problema è quello dei numeri: la quantità di anglicismi importata nell’italiano è tale che sta stravolgendo la nostra lingua e ci sta facendo scivolare verso l’itanglese, se non si cambia la mentalità e la moda.

Lusso o complesso di inferiorità?

Definire “prestiti di lusso” le parole di cui abbiamo già un equivalente italiano è una categoria poco stringente. Più che il lusso, le motivazioni sono altre. Preferiamo il suono inglese, consideriamo le parole inglesi come maggiormente evocative, di fascino, di moda e di prestigio. Spesso le reinventiamo (baby killer non esiste nei Paesi anglosassoni) o le ricombiniamo all’italiana (barwoman sul modello di barman, ma in inglese si dice barmaid), le abbreviamo, importiamo solo un significato o ne stravogliamo il significato originario, questo poco importa, l’importante è che suonino inglesi. Più che il lusso in questo fenomeno gioca un complesso di inferiorità culturale. E molte parole che inizialmente potevano essere etichettate come di “lusso” o come dei “doppioni” con il tempo si sono radicate e acclimatate al punto che sono diventate di “necessità” solo perché le alternative italiane hanno smesso di circolare o, peggio ancora, sono diventate obsolete e inutilizzabili. Fino agli anni Novanta si poteva parlare, e si era sempre parlato, di calcolatore o di elaboratore elettronico (anche di cervello elettronico, mentre computatore e ordinatore, registrati nei dizionari anche oggi, non hanno mai circolato troppo), ma oggi si può dire solo computer. Una parola “di lusso” che è finita per diventare “di necessità”, “insostituibile”, “intraducibile”. E che dire di completo, equipaggiamento o accessori di fronte ad outfit? Per quanto tempo potremo ancora utilizzare parole come trucco invece di makeup, parrucchiere invece di hair stylist, tesserino invece di badge e bufale al posto di fake news? Già oggi queste alternative italiane suonano come un modo di parlare attempato.

E allora, di fronte all’interferenza linguistica, sarebbe il caso di abbandonare il modello ingenuo e semplicistico del lusso e della necessità, superandolo come ha fatto Roberto Gusmani che ha ridefinito la questione per esempio con il concetto di integrazione – ossia adattamento e traduzione – e acclimatamento, e cioè quel processo per cui una parola non adattata si innesta tra quelle della lingua che la riceve non come una semplice aggiunta, ma assumendo un nuovo valore, sia rispetto alla lingua di origine, sia rispetto alle altre parole autoctone, che si ridefiniscono e riassestano davanti a un forestierismo. L’entrata di un anglicismo ridefinisce tutta l’area semantica delle parole italiane: non è vero che baby sitter è intraducibile perché rispetto a bambinaia denota una ragazza giovane che non lo fa di professione. Questa distinzione non esiste in inglese. E non è vero che selfie non è proprio la stessa cosa di autoscatto, etimologicamente hanno il medesimo significato, la verità è che per parlare delle nuove tecnologie si preferisce l’inglese e non si vuole ammettere un allargamento di significato di autoscatto in senso moderno, relegando l’alternativa italiana al vecchiume, fino a che non morirà per lasciare posto all’anglicismo.

Classificare un “prestito” come “di necessità”, “intraducibile” o “insostituibile” significa giustificare il ricorso agli anglicismi come un fenomeno necessario, dunque alimentarlo. Lo stesso si può dire della classificazione dei forestierismi in utili, insostituibili o superflui, un approccio poco proficuo, poco convincente e soprattutto molto soggettivo che serve da alibi per fare entrare un numero sempre maggiore di parole inglesi…

(continua)

13 pensieri su “Interferenza linguistica [2] – Prestiti di lusso e di necessità: una distinzione che non sta in piedi

  1. Splendida analisi e sono d’accordissimo con il non cullasi su “il lusso e la necessità” (parafransando il celebre “Il caso e la necessità”), che mal si adatta all’invasione epocale che stai perfettamente testimoniando con questi post.
    Proprio ieri sera, ravanando nei quotidiani anni Trenta per una ricerca che sto compiendo, mi sono trovato davanti Mario Praz che sfoggiava frasi inglesi in un suo articolo, un vezzo oggi dimenticato: Praz aveva scritto un testo italiano con una frase inglese, mentre oggi è più facile trovare un testo al 50% infarcito di inglesismi, dove una frase inglese non avrebbe senso.
    P.S.
    Deliziosa l’espressione pomme de terre, non so se ricordi la filastrocca che girava almeno fino ai primi anni Ottanta: “Ponte ponente, ponte pi, tappe tappe rugia”. Noi bambini ripetevamo parole senza senso ignorando che stavamo semplicemente storpiando una filastrocca francese, «Pomme de reinette et pomme d’api, tapis tapis rouge». Sembrava un gioco, ma è così che nascono parole nuove: magari la “tapperugia” non nascerà mai, ma probabilmente è così che è nato nightmare 😛

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  2. Vorrei smentire la convinzione diffusa che solo l’italiano usa l’anglicismo mouse mentre tutte le altre lingue hanno optato per il nome dell’animale. È così in tedesco (Maus), neerlandese (muis) e lingue scandinave (mus) che usano parole molto simili all’inglese, ma nelle lingue neolatine per numero di parlanti prevale il prestito mouse: è usato in Messico, Brasile e tutta l’America Latina. Anche in giapponese (127 milioni di parlanti!) si usa il prestito マウス, “mausu”.

    Va anche considerato che il nome mouse si è affermato abbastanza casualmente, come succede spesso in informatica: era usato in modo scherzoso e provvisorio in attesa di uno più efficace, e non a caso poi per “nobilitarlo” c’era chi aveva cercato di farlo passare per acronimo (ad es. Manually Operated User Selection Equipment).

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  3. Aggiungo che nell’analisi degli anglicismi, soprattutto tecnologici, ci si dovrebbe soffermare sul concetto che rappresentano senza tralasciare le interazioni con parole e termini correlati nel loro sistema concettuale: le parole non esistono mai individualmente!

    Bisognerebbe inoltre evitare di dare un peso eccessivo al significato letterale della parola inglese, perché potrebbe essere stata usata in modo arbitrario o comunque avere subito un’evoluzione. Esempio: da tempo ormai selfie non ha più il significato “foto di sé stessi” ma prevale invece l’accezione “foto di qualcuno fatta con un dispositivo mobile [per essere] condivisa su un social”, quindi può anche essere un autoscatto ma non è la sua caratteristica distintiva.

    Nell’analisi degli anglicismi non vanno inoltre tralasciati eventuali aspetti diacronici e culturali e le tendenze prevalenti in ciascuna lingua. In ambito tecnologico, ad esempio, se si confronta l’italiano alle altre lingue neolatine si può notare che prevale la tendenza a non recepire le metafore riconducibili a esseri viventi e alle loro caratteristiche o azioni, e a preferire invece prestiti. Esempi: “animali” come mouse, spider, watchdog, worm, drone, “persone” come server, master, slave.

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  4. Su mouse mi risulta che in spagnolo si usi “ratòn”, in portoghese “rato”, e cito Gabriele Valle che si occupa proprio degli anglicismi nei Paesi ispanici:

    “Nell’America ispanica il termine ratòn è di gran lunga dominante, mouse è rarissimo, salvo in qualche comunità di lingua spagnola presente negli Stati Uniti, per motivi evidenti, e in Porto Rico, per le stesse ragioni”
    (G. Valle, Italiano urgente, Reverdito 2016, p. 267).
    Non conosco il giapponese, ma so di certo che anche lì hanno un grosso problema con gli anglicismi.

    Su “selfie”, ne abbiano già discusso, e non sono affatto d’accordo con te, ma credo come dice il Devoto Oli 2018 che sia un sinonmo di autoscatto. E francamente faccio fatica a capire perché gli anglicismi dovrebbero evolversi e allargare il loro significato etimologico con il tempo, mentre l’italiano “autoscatto” dovrebbe rimanere immutabile e cristallizato nel suo significato storico fino a morire. E’ evidente che se un tempo era anche un dispositivo con il filo per farsi le foto illuminate dal lampo di magnesio, poi è diventato un congegno elettronico a tempo e ora, visto che le fotografie si fanno così, è chiaro che anche autoscatto allarga il suo significato.Se come tu sostieni selfie significasse “foto condivisa” qualunque foto messa in Rete, compresa quella di Napoleone sarebe un selfie.

    La verità è che quando arriva un anglicismo spesso non viene né spiegato né definito, ma soltanto usato a pappagallo e la gente lo ripete associandolo a un gesto o una cosa che viene collegata in modo istintivo… è solo per questo che sta diventando sinonimo di fotografia in senso più generale. Quando lavoravo ai dizionari fatti dai bambini, mi è capitato di essere redarguito da una bambina di 7 anni che mi spiegava che hamburger è quello di McDonald, compreso panino e confezione, mentre quello che le indicavo io è “svizzera”, quella “che fa la mamma, che non è mica come l’hamburger”: Mi sembra un ragionamento che spiega bene come gli anglicismi vengano assimilati: per associazione e per intuizione, spesso errata, che non ha nulla a che fare con l’etimo e il significato delle parole.

    La mia impressione è che la visione degli anglicsmi tecnologici basata sull “concetto che rappresentano” sia un alibi per importarli senza alternative e punto, e così facendo si rispetta sicuramente le interrelazioni tra le parole in inglese, più che quelle italiane.

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  5. Sarei curiosa di sapere dove vive Gabriele Valle e che strumenti informatici sa usare. 🙂 Mi permetto di fare osservazioni in questo ambito perché mi occupo da anni di terminologia informatica, mentre Valle non pare molto esperto, perlomeno a giudicare da certe “traduzioni” che ha proposto per termini informatici italiani.

    Nel caso specifico di mouse per lo spagnolo, è facile confutare le affermazioni di Valle, a partire da Wikipedia: “En América predomina el término inglés mouse […], mientras que en España se utiliza prácticamente de manera exclusiva el calco semántico ratón”.

    Tutti maggiori produttori di software usano mouse per i mercati dell’America latina, altro dato che si può facilmente verificare. La terminologia viene scelta in base a considerazioni di tipo pratico: si privilegiano i termini con cui gli utenti hanno maggiore familiarità o comunque che sono i più diffusi e che quindi consentono di usare il prodotto e di reperire informazioni più facilmente.

    Nel sito del supporto tecnico di Apple, ad esempio, basta scegliere qualsiasi pagina come Si un mouse, teclado o trackpad inalámbrico Apple no funcionan adecuadamente (mercato messicano), poi basta andare in fondo alla pagina a destra per cambiare paese, o modificare il codice della lingua direttamente nell’URL, ad es. da es-mx a pt-br per il brasiliano per aprire Se o mouse, teclado ou trackpad sem fio da Apple não funcionar como esperado.

    Anche nel sito del supporto tecnico di Google si può fare lo stesso procedimento scegliendo la lingua in basso a destra, ad es. in Haz clic de manera automática (spagnolo latinoamericano) il primo passaggio è Conecta un mouse a tu dispositivo; nella pagina corrispondete per il portoghese basiliano si legge Conectar um mouse ao dispositivo Android.

    Nel sito Microsoft si possono consultare i glossari del Portale linguistico, e anche lì si vedrà che in Brasile e in tutti i paesi dell’American Latina viene sempre usato mouse.

    Servono altri esempi? 😉 Battute a parte, sono la prima ad essere molto critica nei confronti degli anglicismi, però cerchiamo di non esagerare mischiando tutto nello stesso calderone: nel 2018 ha davvero senso continuare a lamentarsi di mouse al posto di topo?

    PS Andrebbe corretto il refuso air stylist.

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  6. Sulle multinazionali dell’informatica, ti posso assicurare che non “esportano il loro linguaggio fin dove si può”. Nelle lingue diverse dall’inglese per ogni nuovo termine in estrema sintesi funziona così:
    1 se il concetto x è già noto nel mercato, si opta per il termine più diffuso e frequente che sia coerente con la terminologia già usata nei propri prodotti (se è un anglicismo, non ci sono pregiudizi);
    2 se il concetto x è nuovo, viene scelto un termine che sia coerente con la terminologia già usata nei propri prodotti, e in genere si privilegia l’italiano perché più trasparente.
    La priorità è evitare costi aggiuntivi scegliendo terminologia che soddisfi gli utenti (non deve causare problemi o fraintendimenti che richiedano interventi del supporto tecnico, o lamentele che potrebbero causare un danno di immagine) e che non debba poi essere sostituita nella versione successiva perché errata o inadeguata.

    Sui dati Google Ngram Viewer (una curiosità: come mai lo chiami Ngram?), purtroppo non sapendo come sono stati costruiti i corpora bisogna andare molto cauti a trarre conclusioni, ancor più per lo spagnolo perché non si può distinguere tra diverse varietà. I dati mostrano non tanto l’uso di specifiche parole nella lingua quanto l’interesse per gli argomenti che le contengono in determinati periodi. In ogni caso, per i confronti tra lingue è più utile una ricerca che le includa nello stesso grafico, ad es. mouse:ita_2012,mouse:spa_2012,topo:ita_2012,ratón:spa_2012 (ma come hai già evidenziato non ha molto valore perché non esclude le occorrenze dell’animale)

    Per i refusi, se riservi il corsivo agli anglicismi, potresti fare il controllo ortografico del testo in Word prima di pubblicare in WordPress: basta formattare come lingua=italiano il testo normale e lingua=inglese il testo in corsivo.

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    • Le multinazionali informatiche sono uno dei canali dell’Italia e incolla più attivi, al contrario. Ti faccio qualche sempio concreto:

      a un certo punto Facebook (ma anche Google e altri) introducono i grafici di analisi delle pagine che hanno chiamato “insight”. Prima di allora a parola era registrata dai dizionari nel suo significato psicologico tecnico di intuizione o capacità di intuito, e sconosciuta in senso comune; ora se cerchi sui mezzi di informazione vedi che insight viene usato con il significato di grafico, dato sensibile, strumento di profilazione e simili (un concetto che non era affatto “noto” prima della loro imposizione linguistica):

      “Una nuova piattaforma di marketing che fornisce una serie di insight per gli inserzionisti” = strumenti di profilazione; “La raccolta degli insight sui consumatori tramite i cookies” = dati sensibili, informazioni comportamentali; “Grandi quantità di dati al fine di elaborare insight in tempo reale” = grafici, analisi di mercato; “L’importanza di tag geografici e insight comportamentali” = informazioni, dati.

      Adesso Facebook ha sostituito insight con analytics… ennesimo anglicismo.

      Vado sula barra comandi in alto del mio profilo di posta di yhaoo, e leggo: “Home” “Mail” “Notizie” “Sport” “Finanza” “Celebrity” “Style” “Cinema” “Meteo” “Answers” “Flickr” “Mobile” “Altro”. Metà sono anglicismi… apprezzabile notizie invece di news, ma Celebrity? Style? Mail invece di posta, naturalmente… e via dicendo.

      Vado sulla barra del mio navigatore, chiamato browser, e trovo l’icona del “download” e non del trasferimento, scaricamento o scarico dati..

      Vado su Word e leggo i nomi di icone come “layout” di pagina, clipart e addirittura SmartArt, altro nome tutt’altro che noto, bensì imposto… posso andare avanti a lungo anche io in questi elenchi. Sostenere che le multimazionali americane lavorino per soddisfare gli utenti o la lingua italiana mi fa solo ridere, le multinazionali soddisfano i propri interesi, e il pubblico è gregge da manovrare dove vogliono o dove riescono. E la loro nomenclatura si allarga e si impone insieme ai loro prodotti in tutto il mondo.

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  7. Spero di non apparire troppo insistente ma le osservazioni sulla localizzazione mi toccano da vicino- 🙂 L’affermazione che “le multinazionali soddisfano i propri interesi, e il pubblico è gregge da manovrare dove vogliono o dove riescono” mi fa sospettare conoscenza solo indiretta di questo ambito. Prova a sentire chi ci lavora: ti assicuro che avrai la conferma che non c’è nessuna intenzione di manipolare attraverso la lingua o di condizionarne l’uso! 🙂

    Esempi: layout è entrato in italiano alla fine degli anni ‘50, decenni prima delle prime versioni di Photshop e di Word; insight (che in inglese descrive una visione/comprensione accurata e approfondita di qualcosa) è un termine usato nel mondo del marketing da ben prima che nascesse Facebook. Userei quindi più cautela prima di affermare che sia nomenclatura imposta dalle multinazionali del software: più banalmente, vengono usati i termini che sono già nell’uso. Escluderei inoltre nomi propri come SmartArt da qualsiasi considerazioni sugli anglicismi perché rimangono invariati in tutte le lingue.

    Concordo invece in pieno sull’assurdità di preferire celebrity e style alle parole equivalenti italiane. E con questo mi fermo qui e non insisto. Grazie per lo scambio di idee!

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    • Be, c’è da dire che come tu stessa hai più volte sottolineato, non sempre le traduzioni sono svolte da traduttori professionisti in ambito informatico… naturalmente non è “vietato” usare “layout”, però è solo una scelta tra altre, e anche discutibile (non è l’unica soluzione possibile). “Insight” si usa nel marketing e anche in psicologia da tempo, ma se controlli i dizionari (che non hanno ancora registrato la nuova accezione) e le notizie rintracciabili con Google vedi che il suo nuovo uso in italiano è percolato dal settoriale al linguaggio comune proprio dopo le scelte terminologiche di “Facciabuco” e simili. Concludo specificando che non credo esistano “complotti internazionali” per sovvertire l’italiano da parte delle multinazionali, semplicemente constato che nell’informatica, come nella maggior parte degli altri ambiti settoriali, la globalizzazione porta con sé anche l’espansione della nomenclatura, e poi dai settori finisce inevitabilmente per passare al linguaggio comune.

      Grazie a te per gli scambi, sono quasi sempre in disaccordo con la tua impostazione su questi argomenti, ma rispetto la serietà e lo spessore delle tue posizioni.

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