Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la propria lingua, nel mondo e nell’UE. E l’Italia?

Sembra che il 2022 sarà l’anno della riscossa del francese nell’Unione Europea. Ciò avverrà durante il semestre (gennaio-giugno) in cui la presidenza del Consiglio spetterà alla Francia, come anticipa il Politico (“France plots an EU presidency en français, s’il vous plaît”, Maïa de La Baume, 7 giugno 2021): Ben “sette mesi prima di assumere la presidenza di turno del Consiglio dell’UE, il governo francese sta studiando dei piani per rilanciare l’uso e la visibilità in declino della lingua di Molière”.

L’ultima volta che questo ruolo è spettato all’Italia era il 2014, quando il presidente di turno era Matteo Renzi, l’uomo che – tra slide e flexicuritybattezzò la riforma del lavoro jobs act aprendo la strada a una tendenza più generale a chiamare le leggi act, dal family act alle infinite variazioni che oggi pullulano sui giornali (Digital Services Act, Cloud Act…).

Questo impietoso raffronto mostra bene l’abisso culturale che c’è tra la Francia e l’Italia, a proposito della propria lingua.

Dal 2014 a oggi la situazione è precipitata. Non solo non abbiamo fatto nulla per promuovere l’italiano nell’UE, ma sul piano interno lo abbiamo anglicizzato con una buona serie di anglicismi istituzionali che in Francia a nessun politico verrebbe in mente di impiegare, e che comunque sarebbero vietati dalla legge!
Il 2021 è l’anno di Dante, e ci sono state tante celebrazioni retoriche volte al passato più che al presente e al futuro, con l’istituzione di un Dantedì che può anche trasformarsi in una ricorrenza come la festa della donna nel suo risvolto più folcloristico, dove un giorno all’anno serve a ricordare la questione dei diritti, spesso calpestati negli altri 364. È questa la via per promuovere la nostra lingua?

Proprio accanto a noi, in Svizzera, almeno dal 2014 il Consiglio Federale sta promuovendo l’italiano – più debole del francese e del tedesco – con ingenti fondi che prevedono il rafforzamento della presenza della lingua e della cultura italiana nell’insegnamento, nella formazione bilingue e con una serie di manifestazioni culturali anche attraverso concorsi e incontri su tutto il territorio, e non certo con la creazione di un museo. E mentre lì si sono emanate linee guida e raccomandazioni per evitare l’abuso degli anglicismi, da noi vengono introdotti proprio dalle istituzioni (il navigator e il cashback sono tra gli ultimi regali più eclatanti dei governi Conte), oppure si annuncia una nuova piattaforma digitale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”, ma lo si chiama in inglese: ITsART, ennesima testimonianza di come il nostro patrimonio linguistico non venga considerato parte di quello culturale.

In quasi 300 abbiamo scritto una lettera di protesta contro questa denominazione al ministro Dario Franceschini. Nessuna risposta è pervenuta, e pochi giorni fa il sito ha visto la luce.

L’anno scorso, in più di 4.000 abbiamo rivolto una petizione al presidente Sergio Mattarella chiedendo di intervenire almeno in modo simbolico per evitare l’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale, e anche in questo caso siamo ancora in attesa di una risposta.

In più di 1.300 stiamo oggi chiedendo ai parlamentari di discutere la nostra proposta di legge per l’italiano, assegnata alla Camera e al Senato, ma per il momento regna il più assoluto disinteresse, e tra le poche risposte pervenute ricorre una strana giustificazione: non è questo il momento.
Non è questo il momento? Se non ora, quando?

In questo clima dove queste iniziative concrete sono ignorate, il Dantedì rischia di divenire tristemente simile al giorno dei morti, roba appunto da museo, più che qualcosa di vivo che dovrebbe essere rilanciato con uno sguardo al futuro.

I nostri politici e la nostra classe dirigente dovrebbero imparare dai francesi, e non solo da loro.

Il 2022, l’anno del francese

Il paragrafo 10 della nostra petizione di legge chiede una cosa molto semplice e naturale, che dovrebbe essere condivisa da tutti e appartenere al buon senso di tutti: adoperarsi perché l’italiano ritorni a essere lingua di lavoro in Europa, come lo era un tempo e come oggi lo sono anche il francese e il tedesco, oltre all’inglese. Anche se ai nostri politici sembra non importare nulla di tutto ciò, è una richiesta che è nell’interesse del nostro Paese e di tutti i cittadini. In Francia lo capiscono benissimo. Non è un caso che la notizia delle nostre petizioni sia stata ignorata dai mezzi di informazione italiaoti, ma non da France culture (e più in generale è stata riportata su Corsica Oggi, su un giornale spagnolo come El Confidencial, su una rivista Svizzera, sulla rivista irlandese scritta in gaelico Nós, su una rivista austriaca…).

Il piano di rilancio del francese nella UE è stato oggetto di un articolo de il Post (“La Francia vorrebbe che l’Unione Europea usasse di più il francese”, 07/06/2021) che spiega come già dal 2018 “il presidente francese Emmanuel Macron sta lavorando per promuovere la lingua francese nel mondo, sostenendo progetti francofoni in Africa, per esempio. E con un’elezione dietro l’angolo nel 2022, Macron sta anche respingendo una rivale presidenziale di estrema destra, Marine Le Pen, che si propone come preservatrice dello stile di vita francese.” Questa attenzione per la lingua non mi pare una “scelta reazionaria” come la definisce il giornalista, ma al contrario un segnale da leggere in un altro senso, e cioè che la questione della lingua non è affatto un tema che riguarda la destra, ma qualcosa che riguarda tutti, e la sinistra italiana che ha la testa solo ai modelli angloamericani pare che non lo capisca, e che lasci alla destra una questione che invece sta a cuore a una gran parte del suo potenziale bacino di elettori.
Il diverso sentimento che c’è in Francia sulla lingua è trasversale alle ideologie, e proprio l’occasione della presidenza dell’UE rappresenta un momento per attuarlo, perché dopo l’uscita del Regno Unito il problema dell’inglese nell’Europa è stato sollevato in molti Paesi – dalla Francia alla Germania – visto che è la lingua madre dell’1,5% degli europei (in pratica irlandesi e maltesi che però hanno scelto come lingua ufficiale rispettivamente il maltese e il gaelico). E così, durante la presidenza francese, i diplomatici hanno annunciato che tutte le riunioni chiave del Consiglio della UE saranno condotte in francese con le traduzioni disponibili. Anche le note e i verbali saranno in francese, così come le riunioni preparatorie. “Se una lettera arriverà dalla Commissione europea in inglese, resterà senza risposta” riporta il diplomatico citato dal Politico. “Vogliamo che le regole siano rispettate (…). Così, chiederemo sempre alla Commissione di inviarci in francese le lettere che vuole indirizzare alle autorità francesi, e se non lo faranno, aspetteremo la versione francese prima di inviarla.”

Dallo sciovinismo al plurilinguismo

Un tempo era il francese la lingua franca dell’Europa, e la Francia ha un passato coloniale in cui l’esportazione della lingua faceva parte del pacchetto, esattamente come è sempre avvenuto – e avviene tutt’oggi – anche nel caso dell’inglese (e come ha teorizzato lucidamente Churchill). L’Italia, accecata dall’anglomania e da un complesso di inferiorità verso l’anglomondo che rasenta il servilismo, non sembra nemmeno cogliere questi aspetti che altrove sono evidenti; chiunque è in grado di capire che la lingua non è solo un collante sociale e un elemento di identificazione culturale, ma è anche uno strumento di potere.

Dietro il rilancio del francese in Europa non c’è però solo questo residuo di una mentalità colonialista o un certo sciovinismo storico sicuramente caro alla destra; c’è anche un tema ben più moderno e attuale che dovrebbe appartenere alla sinistra, e cioè il plurilinguismo, culturale e linguistico, che è un valore da difendere davanti all’inglese globale, la lingua unica che sta schiacciando tutte le altre.
I funzionari francesi spiegano che il progetto di rilancio del francese “è una questione di sopravvivenza culturale per tutti (…) è un modo per bloccare l’insinuarsi del ‘Globish’” in nome del multilinguismo. Il globalese “restringe il campo dei pensieri, e limita la capacità di esprimersi più di quanto la faciliti.”

“I francesi – scrive il Post – non sono gli unici a spendersi per un maggiore utilizzo del francese. A maggio si sono incontrati per la prima volta i 19 membri di un gruppo informale del Consiglio di cui fanno parte i rappresentanti permanenti che parlano francese. A settembre sarà pubblicato un rapporto a cui stanno lavorando una quindicina di persone, fra cui il parlamentare europeo italiano ma eletto in Francia Sandro Gozi, per promuovere l’utilizzo della lingua francese all’interno delle istituzioni europee.”

Il punto non è quello di passare al francese invece che all’inglese, ma di aprire la via al plurilinguismo inteso come ricchezza e come modello alternativo all’inglese globale. Visto che l’Europa nasce all’insegna del multilinguismo, sarebbe auspicabile che anche altri Paesi promuovessero la propria lingua in Europa, invece che farla sprofondare nella serie B come un dialetto di un’UE che parla inglese, la presunta lingua ufficiale che non è mai stata affatto sancita come tale.

Sarebbe bello che nel 2028, quando di nuovo la presidenza del Consiglio Europeo spetterà all’Italia, anche la nostra classe politica rilanciasse l’italiano in modo concreto, invece che con il Dantedì e con i musei, facendo in modo che ritorni a essere lingua di lavoro.

Spagnolo, portoghese e tedesco

Davanti alla “dittatura” dell’angloamericano, l’italiano si può salvare solo all’interno di un modello culturale diverso che metta al centro il plurilinguismo. È in questa prospettiva che si dovrebbe imparare dai francesi e appoggiare il loro progetto unendosi a loro e affiancando la dignità e l’importanza dell’italiano alle altre lingue. La scienziata Maria Luisa Villa, davanti allo strapotere dell’inglese come lingua unica della scienza, auspica per esempio di ancorarci maggiormente allo spagnolo, una lingua che ha una comunità di parlanti enorme, e che ha una forte intercomprensibilità da parte nostra.

Per citare un articolo del portale sloveno Havný Denník (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio2021”): “Lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo, con 471,5 milioni di persone che lo parlano come prima lingua. Sul totale dei parlanti di questa lingua e di quelli per i quali è una seconda lingua (586 milioni in totale), lo spagnolo è al terzo posto nel mondo, insieme all’hindi (600 milioni), dopo l’inglese, che è parlato da 1,4 miliardi di persone in totale, e il cinese (1,2 miliardi).” E anche le alternative agli anglicismi prodotte in Spagna e Francia potrebbero rappresentare una guida da seguire per renderli in italiano, invece di importarli in modo crudo. Inoltre, come ha sottolineato il filosofo argentino Alberto Buela, lo spagnolo e il portoghese sono lingue correlate tra loro comprensibili, dunque, aggiungendo ai Paesi ispanofoni anche quelli che parlano portoghese (260 milioni) otteniamo un totale di oltre 800 milioni di parlanti distribuiti in una trentina di Paesi diversi, che costituiscono un’area linguistica enorme e in aumento. Havný Denník riporta che il 6 maggio 2021, gli ambasciatori di Portogallo, Angola, Mozambico e Brasile hanno inaugurato il Centro di lingua portoghese presso l’Università di Nairobi in Kenya, un Paese anglofono. E secondo gli esperti, entro il 2050 il numero di persone che parlano portoghese aumenterà del 30% e nel 2050 raggiungerà i 500 milioni. Questa tendenza alla crescita si registra anche per lo spagnolo, e molti prevedono che nei prossimi anni sarà questa la lingua più forte destinata a scontrarsi con il predominio dell’inglese.

Anche in Germania la questione dell’inglese è aperta, sul fronte dell’interferenza con il tedesco ma anche come una lingua che potrebbe estromettere il tedesco in ambiti come l’università o il lavoro. Ogni anno si pubblica il cosiddetto “Indice degli Anglicismi” (Anglizismen-Index) che circolano nelle aree dove si parla il tedesco, con le corrispondenze tedesche introdotte da una commissione composta di esperti della Verein Deutsche Sprache (di Dortmund), della Verein Muttersprache (Vienna) e del Sprachkreis Deutsch (Berna). E Wolfgang Münchau, direttore dell’Euro Intelligence tedesca, per ridurre l’influenza della lingua inglese in Europa, “propone la creazione di reti sociali in altre lingue europee. Twitter, WhatsApp e Facebook in lingua inglese sono assolutamente dominati da giornalisti, esperti e analisti americani e britannici che impongono la loro visione del mondo agli utenti europei. Il secondo passo è quello di creare un programma di qualità per i traduttori che operano in Rete senza usare l’inglese” (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio 2021”).

In sintesi, in Francia, Spagna, Portogallo e Germania sono sempre più coloro che intendono battersi per far crescere la propria lingua a livello internazionale e che non approvano il predominio diffuso dell’angloamericano.

Invece di guardare solo all’anglosfera come l’unico modello possibile di internazionalismo, l’Italia dovrebbe togliersi i paraocchi e vedere cosa accade nei Paesi vicini. Dare per scontato che il globalese sia la lingua internazionale è solo un punto di vista e un progetto politico che si vuole perseguire, ma che non ci conviene. E questo vale non solo nel mondo, ma a maggior ragione in Europa.

La Corte di giustizia europea difende il plurilinguismo

Nella UE, accanto alla presidenza del Consiglio a rotazione – organo degli Stati membri – e al Parlamento Europeo eletto dai cittadini, esiste anche un altro organo istituzionale di fondamentale importanza: la Corte di giustizia che fa rispettare il diritto europeo e che si è più volte espressa contro la discriminazione delle altre lingue davanti all’inglese. E attraverso i ricorsi a questa istituzione sono state vinte varie battaglie legali contro l’imposizione di un sola lingua dominante. Attualmente sono in atto alcune controversie che riguardano la carta d’identità bilingue a base inglese (ma in Austria e Germania è trilingue) o il passaporto vaccinale bilingue che presuppone – in modo illecito – che l’inglese sia la lingua dell’Europa e che i documenti con validità europea debbano essere bilingui, nell’idioma locale (concepito come un dialetto) e in inglese (concepito come “la” lingua internazionale). Questo modello dell’Europa, però, non è mai stato scritto, ci viene imposto in silenzio, a piccoli passi, in modo surrettizio e c’è chi lo respinge.

L’ultimo esempio di imposizione dell’inglese come lingua unica da parte della Commissione europea è di poche settimane fa. Come mi ha segnalato Jean-Luc Laffineur da Bruxelles, si tratta della Decisione di esecuzione (UE) 2021/858 della Commissione del 27 maggio 2021 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’UE il 28 maggio) che riguarda gli allarmi generati da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero e il tracciamento dei contatti dei passeggeri. Il primo comma stabilisce che i casi di covid individuati all’arrivo di una persona nel territorio di uno Stato membro dovrebbero essere immediatamente condivisi con le autorità sanitarie dei Paesi in cui ha soggiornato attraverso un sistema (l’ECDC) che “fornisce supporto in inglese” per tutti i servizi della piattaforma tramite telefono, posta elettronica o portale web. Anche questa decisione costituisce un precedente che impone ufficialmente l’inglese come unica lingua nell’UE. La sua legalità è però molto discutibile in quanto viola i principi di proporzionalità e sussidiarietà stabiliti dalla Corte di giustizia.

I governi degli stati membri hanno tempo fino al 27 luglio per decidere se presentare un ricorso per l’annullamento di questo paragrafo. Ma chi lo farà?
Speriamo che lo facciano in Francia, o in Germania, o che intervengano le associazioni come la GEM+ di Bruxelles che davanti a queste decisioni minaccia cause legali che hanno ottime possibilità di successo. Perché in Italia neanche se ne parla, e il passaporto vaccinale viene chiamato green pass oppure covid pass! Dovremmo inveceunirci a quei francesi, tedeschi, spagnoli e portoghesi che tutelano la propria lingua non perché sono reazionari, ma perché hanno capito che il plurilinguismo è un valore da difendere e che l’inglese globale, è una soluzione alla comunicazione internazionale che costituisce allo stesso tempo una minaccia per le lingue e le culture locali.

La nostra legge per l’italiano su “France Culture”!

Venerdì 21 maggio France Culture – il servizio pubblico nazionale francese di RadioFrance – ha parlato della nostra petizione di legge sull’italiano con un articolo firmato da Bruce de Galzain, corrispondente da Roma e dal Vaticano, che voglio di seguito riassumere e commentare (per la lettura in lingua originale per intero → “Italie : trop d’anglicismes dans la langue de Dante”).

Il titolo è Italia: troppi anglicismi nella lingua di Dante e il sommario recita: Mentre quest’anno si celebrano i 700 anni dalla morte del padre della lingua italiana, Dante Alighieri, gli italiani utilizzano sempre più anglicismi. Al punto che c’è chi reclama una legge per difendere la lingua.

L’articolo riprende la recente esternazione del presidente del Consiglio Draghi davanti a parole come babysitting e smartworking – ma il giornalista scrive télétravail, ed è costretto ad aggiungere in una nota esplicativa che da noi viene detto smartworking – e riporta anche la successiva uscita ironica nei confronti di governance invece di un più semplice governo.
(Per saperene di più: → “Ben detto, presidente Draghi: perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” e → “Draghi torna a ironizzare sugli anglicismi…”).

Poi cita le dichiarazioni del presidente della Crusca Claudio Marazzini che ha manifestato il suo entusiasmo per le parole di Draghi, perché – ha sottolineato – quando si critica l’abuso dell’inglese in Italia si viene spesso accusati di provincialismo, ma è un po’ difficile che la stessa accusa sia mossa nei confronti del nostro presidente del Consiglio, vista la sua statura di carattere internazionale.

(Tra parentesi: Marazzini è intervenuto ancora sulla questione con un articolo sul sito dell’Accademia che è il “tema del mese” di maggio: “Perché è utile tradurre gli anglismi“, in cui riconosce esplicitamente che ormai gli anglicismi superano “le distinzioni tra prestiti di lusso e di necessità”).

Il passo di France Culture che più fa riflettere riguarda il lievitare delle parole inglesi durante la pandemia. Il giornalista scrive con un certo stupore: “Gli italiani usano il ‘computer’ [NdA in francese ordinateur] con il ‘mouse’ [in fr. souris, cioè topo] per fare ‘smartworking’ durante il ‘lockdown’”. E davanti a quest’ultima parola, di nuovo è necessaria una nota redazionale per spiegare al pubblico cosa significhi: il confinamento (confinement), come dicono anche in Spagna, del resto.

Per le nuove generazioni, scrive de Galzain che riporta alcune dichiarazioni di giovani intervistati, le parole inglesi suonano meglio. In realtà questo non vale solo per le nuove generazioni, purtroppo… E poi l’articolista mette il dito sul tema dell’inglese internazionale, e riporta le parole di una guida turistica di Venezia, Luca, che spiega che i giovani che viaggiano in Spagna o in Francia non usano più l’italiano, ma comunicano direttamente in inglese perché è la lingua che la gente conosce di più. Alla cultura dell’intercomprensione e del multilinguismo, si potrebbe riassumere, è ormai subentrata quella della lingua unica.

Dopo queste premesse, l’ultimo paragrafo intitolato “La metà dei neologismi sono parole inglesi” è dedicato ai miei dati tratti dallo spoglio dei dizionari. Il passaggio dai 1.700 anglicismi del Devoto Oli del 1990 agli attuali 4.000 del 2021, il fatto che quasi la metà delle parole del Nuovo millennio è in inglese crudo, la loro frequenza esagerata sui mezzi di informazione… Una situazione molto diversa da quella francese.

E la conclusione illustra la nostra petizione di legge per l’italiano e la diffonde così attraverso il canale nazionale!

Il tono del pezzo sembra abbastanza scandalizzato dal fatto che una figura istituzionale come Matteo Renzi abbia a suo tempo varato il Jobs act (che spiega ai francesi essere la réforme du marché du travail) o parlato di spending review (locuzione assente nella banca terminologica France Terme), cioè la réduction des dépenses budgétaires. De Galzain ricorda che dal 2015 l’Accademia della Crusca è intervenuta promuovendo alternative come centri d’identificazione dei migranti invece di hotspot. E nella chiusa rammenta che in Francia, nel 1992, è stato aggiunto nella Costituzione che la lingua è il francese, perché subito dopo il trattato di Maastricht si temeva che l’inglese potesse essere imposto come lingua dell’Unione europea.

Dopo aver letto questo pezzo, a parte rimarcare le grandi differenze culturali e sociali tra la Francia e l’Italia, devo constatare che la nostra iniziativa di legge ha ormai una risonanza internazionale, e infatti in agosto uscirà un articolo che ne parlerà anche su Wiener Sprachblätter – la più importante rivista della più grande associazione linguistica in Austria, il Verein Muttersprache – che sta preparando uno speciale sull’italiano e le celebrazioni dantesche.

Nel nostro Paese, al contrario, sinora i mezzi di informazione non ne hanno quasi parlato e mi chiedo se il “provincialismo” stia nel criticare l’abuso degli anglicismi o nel sciolinarli in modo irrefrenabile, e nel non dare spazio a ciò che all’estero viene invece considerato una notizia…

Ma forse qualcosa sta cambiando: alle 10,15 ne parlerò su Radio24, nella trasmissione Uno, nessuno, 100Milan (con Alessandro Milan e Leonardo Manera) dove interverrà anche uno studente russo, Grigory Revkov, che sta studiando l’italiano. Lo fa attraverso la Rete, frequentando canali su YouTube come quello di Roberto, più noto come UIV (Un Italiano Vero), un professore che insegna la nostra lingua soprattutto agli stranieri che si connettono alle sue dirette da tutto il mondo. È lui che ha scritto alla trasmissione chiedendo di segnalare l’esistenza della petizione di legge. Qualche tempo fa mi ha ospitato in una delle sue dirette, e ho avuto modo di confermare anche lì ciò che da tempo è per me sempre più evidente: chi ci guarda dall’estero non apprezza affatto tutti gli anglicismi che utilizziamo.

Come nell’articolo di France Culture, da tutto il mondo emerge lo stesso stupore davanti alla nostra anglomania. I commenti che arrivano da queste persone che amano l’italiano, e lo vogliono apprendere, sono rammaricati dall’abuso dell’inglese e c’è chi, come Dijana Josifoska, trova “presuntuoso” ricorrere agli anglicismi, o chi come Jonathan Leeming, madrelingua inglese, trova “strano” incontrarli così spesso nella nostra lingua…

Credo che ascoltare questi giudizi internazionali, e quello che dirà Grigory, serva a farci riflettere e non possa che farci del bene!

PS (aggiornamento delle 10,45)
Purtroppo nella diretta su Radio24 non si è fatto alcun accenno alla petizione, che avrebbe dovuto essere il motivo della mia presenza. Aspettavo la domanda, ma ho compreso troppo tardi che non sarebbe arrivata. Devo dunque rettificare il mio avventato “forse qualcosa sta cambiando”.

La frequenza degli anglicismi in italiano, spagnolo (e francese)

La linguista Elena Álvarez Mellado ha elaborato un algoritmo in grado di conteggiare gli anglicismi che compaiono quotidianamente sui giornali, e pubblica questi dati sull’Osservatorio Lázaro, che analizza 8 testate spagnole (quindi i dati si riferiscono solo ai giornali della Spagna, non a quelli ispanoamericani). Stando a un articolo su ElCastellano.org (grazie a Gretel che me l’ha segnalato), da aprile a oggi le parole inglesi sono ricorse circa 70.000 volte, dunque in media 400 al giorno (di cui 90 compaiono su El País). Naturalmente non sono tutte diverse, circa 200 sono anglicismi a bassa frequenza e tendono a non ripetersi, mentre l’altra metà delle occorrenze è fatta da parole che si ripetono spesso.

Che cosa significa che un giornale come El País usa mediamente 90 anglicismi al giorno? Sono pochi? Sono tanti?
Per comprenderlo ho fatto una cosa abbastanza semplice. Sono andato sulla versione del Corriere della Sera in Rete, ho fatto il copia e incolla della pagina principale, e ho contato gli anglicismi.

Il risultato? 111 anglicismi solo nei titoli e nei sottotitoli di ciò che appare in prima pagina! Figuriamoci se il conteggio avvenisse nell’intero giornale! In sostanza non c’è confronto con la situazione spagnola.

Per la cronaca queste sono le 111 occorrenze che ho trovato in ordine di apparizione, compresi i “doppioni” nell’edizione del 26/10/2020 (ore 13): login, news, staff, drive-in, big data, sport, lockdown, smart working, post, reportage. leader, semi-lockdown, online, web, streaming, family, business, streaming, talk, smash, noodles, social, quarterback, cliff diving, XXL, web, smart, app, bar, stop, staff, «superbrain», «superbrain», online, widget, set, look, drive-in, online, tilt, download, killer, test, liberty, newsletter, computer, pc, email, sport, sport, rock, band, stop, shopping, tech, master, master, streaming, fire, smart, action cam, black, «full self-driving», autopilot, post, streaming, streaming, smartphone, cyberpunk, trekking, lockdown,«one pot», first lady, cook awards, star, must, punk, “over anta”, beauty, perennial, star, “over” 50, sponsor, record, newsletter, thriller, lockdown, app, food, gallery, semi-lockdown, round, blog, gay, tech, self-tape, web, trading, post, coding, lockdown, football, touchdown, urban foliage, online energy talk, jolly, blog, lost in galapagos, copyright, cookie policy, privacy, declaration.

Se si aggiungessero altre circa 40 parole come hackerate, un ibrido, chef e festival, che ormai son da considerare anglicismi più che francesismi, e svariati latinismi di importazione dall’inglese come focus, bonus, ecobonus, forum… si arriverebbe a 150.
Di solito la media è questa, non ho notato che l’edizione presa come campione fosse più anglicizzata di quelle che si trovano tutti i giorni.
Il numero totale delle parole presenti era di circa 5.900, e si potrebbe erroneamente concludere che quelle inglesi sono solo il 2%, ma non è affatto così. Il numero dei nomi propri, dei marchi, delle località è altissimo (sono circa 1.500 parole da escludere), e se aggiungiamo che nel conteggio ci sono le preposizioni, le congiunzioni e simili parole ad altissima frequenza… il numero di quelle inglesi comincia a essere davvero pesante. Tutto ciò non è paragonabile a quanto avviene in Spagna.

Passando dal numero degli anglicismi sui giornali alla frequenza delle singole parole, sul sito dell’Osservatorio Làzaro è possibile vedere quali sono stati i 20 anglicismi più ricorrenti da ottobre a oggi, in ordine di frequenza, e cioè rispettivamente:
online, app, look, influencer, reality,
podcast, streaming, marketing, software, ranking,
newsletter, smartphone, shock, coach, boom,
rider, sprint, show, thriller, casting.

Scorrendo la lista viene da sorridere, perché mancano parole che in italiano sono ormai “necessarie” e frequenti come lockdown o smart working, e oltre al caso di sport, in spagnolo deporte, mancano quelle che da noi sono diventate “di base” (secondo Tullio De Mauro) come computer, mouse, killer… e altre molto in voga come news, recovery fund, screening, leader, social…

Comunque sia, ho provato a cercare questi 20 anglicismi più frequenti nei giornali spagnoli anche negli archivi di Ngram Viewer basati sulle frequenze di Google libri, sia nella lingua italiana sia in spagnolo e francese. I due archivi non sono omogenei, ma il senso è di comprendere se anche la frequenza di queste parole inglesi, oltre al numero, in Italia sia maggiore.


Di seguito riporto le tabelle con i risultati, nel periodo 1990-2019.
Primi 5:

In francese influencer coincide con il verbo influenzare, dunque il risultato non fa testo, ed è questa la ragione della frequenza altissima. Dunque gli anglicismi sono molto più frequenti in italiano in tutti i casi.


Dal 5° al 10° posto:

Con l’eccezione di podcast e ranking, molto gettonati in Spagna, le altre frequenze degli anglicismi sono più alte in italiano.

Dal 11° al 15° posto:

A parte il caso di coach, in Francia molto in uso, l’italiano è la lingua più propensa a ricorrere all’inglese anche in questa tabella.

Dal 15° al 20° posto:

Sprint e casting sono più usati in francese, per il resto l’italiano è la lingua che ricorre all’inglese più spesso.

Questi nuovi dati si aggiungono a quelli che ho pubblicato nel libro Diciamolo in italiano (Hoepli 2017) e in tanti altri articoli (cfr.: Italiano, francese, spagnolo e tedesco davanti agli anglicismi, La terminologia della colonia Italia, Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come know how…) che mostrano come nello spagnolo e nel francese le cose sono molto diverse che da noi.

Per tentare di fare qualcosa di concreto e arginare il fenomeno rivolgo a tutti l’ultimo appello per firmare la petizione #l’italianoviva, in cui chiediamo di avviare una campagna contro l’abuso dell’inglese proprio come si fa in Francia e in Spagna.

Tra pochi giorni verrà chiusa e le firme saranno inviate al presidente Mattarella.

L’anglicizzazione dell’italiano durante il coronavirus

Durante la pandemia, gli anglicismi hanno cambiato il nostro modo di parlare con un’intensità senza precedenti, per il numero e per la rapidità con cui molte parole si sono radicate. Ho trattato questo argomento più volte su questo diario, e in un articolo sul portale Treccani (“La panspermia del virus anglicus”) ho provato a ricostruirlo in modo più organico.

Noto che questa tendenza continua anche dopo il picco epidemico. Per esempio con il diffondersi di “staycation” per designare il turismo di prossimità. È un neologismo inglese che i giornali non si possono far scappare, occorre trapiantarlo al più presto, o almeno provarci. Esprimere lo stesso concetto con parole nostre più trasparenti non è altrettanto importante, evidentemente.

0000staycation

Tra i nuovi anglicismi che si sono affacciati negli ultimi dieci giorni, più o meno legati alla coda della crisi del coronavirus, c’è il family act, una rinuncia a usare l’italiano che si commenta da sola.

Sta prendendo piede anche il cashless. Si sente dire così dagli esperti che rivestono un concetto di cui si parla da molti anni di questo suono nuovo. La sua presa si basa sul fatto che cash al posto di contanti e liquidità è già in uso da tempo e che less è presente come suffisso in molte altre parole inglesi che non traduciamo: contactless, il pagamento senza contatto o a sfioramento, cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), homeless (senzatetto)…

A proposito della rete di anglicismi che si allarga, e che non sono affatto prestiti isolati, noto che il recovery sta prendendo vita; poche settimane fa è stato trapiantato il recovery fund (fondi per la ripresa), poi è arrivato il recovery plan. Un anglicismo tira l’altro, come le ciliegie, come le patatine: ancora uno e poi basta… Decurtato all’italiana, semplicemente recovery, sui giornali si impiega così per indicare un piano di recupero straordinario, che richiama un significato già da tempo circolante in informatica (il ripristino o recupero dei dati), e il disaster recovery, un sistema per il recupero dei dati e più in generale un protocollo o una procedura per emergenze o catastrofi.

Questo crescere dell’inglese è sotto gli occhi di tutti. Ma quello su cui vorrei riflettere è l’altra faccia della medaglia.

Davanti al pullulare degli anglicismi per descrivere tutto ciò che è nuovo, quante sono invece le nuove parole italiane che sono sorte? Qual è stata la capacità della nostra lingua di evolversi per via endogena, in questo periodo?

Questa mi pare che si possa considerare la prova del nove, molto utile per comprendere lo stato di morte dell’italiano.

I cambiamenti linguistici dell’italiano durante la pandemia

Per riflettere sulla cristallizzazione dell’italiano che si sviluppa quasi esclusivamente attraverso gli anglicismi, voglio partire da un’intervista a una sociolinguista che non ritiene che l’anglicizzazione costituisca un problema. Vera Gheno, in un articolo su Wired intitolato “La lingua della pandemia: come il coronavirus ha cambiato il nostro modo di parlare” non fa alcun accenno agli anglicismi. Davanti a un titolo del genere, mi ha davvero stupito che la cosa più eclatante sia stata ignorata, perché attraverso questa scelta si costruisce una narrazione che più che fotografare la realtà appare funzionale alle proprie tesi sul ruolo non devastante dell’inglese sull’italiano.

“Quando ci troviamo di fronte a un concetto nuovo – scrive giustamente Vera Ghenoabbiamo bisogno che la nostra lingua si modifichi per poterlo esprimere e quindi nascono parole nuove; oppure accade che parole che prima avevano un significato lo cambino e lo adattino a nuovi contesti (è il fenomeno che in linguistica si chiama slittamento semantico, o risemantizzazione funzionale).”

Ma passando da queste considerazioni astratte e ovvie alle cose concrete, quali sono queste parole nuove italiane?

Stando a quanto si legge nell’articolo, tutto si può riassumere nell’apparire di “paucisintomatico” e nella risemantizzazione di “tamponare” che non significa più solo incocciare la macchina davanti o arginare: adesso indica anche fare tamponi diagnostici.

Ecco come la nostra lingua si è saputa evolvere. Non c’è molto altro. Nell’articolo si parla dei mutamenti della connotazione di “positivo” associata ai risultati medici (una persona positiva evoca questo), che non è nulla di nuovo rispetto a quanto è accaduto con l’Hiv; della fortuna di “resilienza”, di un passaggio dal noi al voi che esprimerebbe la diffidenza verso l’altro, dell’aumento di parole di ambito domestico tra panificazione e cucina, delle metafore belliche (che però appartengono da sempre all’ambito della medicina, checché se ne dica) che rendono gli infermieri “eroi”. C’è il ritorno di parole manzoniane come untore, insomma, nulla di nuovo sotto il sole sul fronte interno, o comunque nulla di eclatante. È questa l’evoluzione della nostra lingua?

Di fronte a queste pochezze bisognerebbe pesare almeno neologismi come lockdown, droplet, recovey fund, staycation e bisognerebbe annoverare intere famiglie di anglicismi come covid hospital, covid pass, covid manager, covid like… Bisognerebbe sottolineare che lo smart working è passato da tecnicismo a parola comune e sta generando la smart didattica, bisognerebbe dire che si sono radicate parole come cluster, trial, screenare… e che sono aumentate le frequenze di trend, hub, conference call, voucher, delivery… Non sono questi, e moltissimi altri anglicismi, ciò che maggiormente ha cambiato il nostro modo di parlare, e soprattutto quello dei mezzi di informazione?

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Negli archivi del Corriere.it, nei primi 6 mesi del 2020 la frequenza di cluster è addirittura decuplicata rispetto all’intero 2018; quella di voucher spicca in modo significativo rispetto agli anni passati.

Fuori dai pochi esempi di Vera Gheno, se ampliamo le ricerche alle parole italiane nuove o evolute, rimane il vuoto, o comunque la rarefazione estrema.

Tra i neologismi ci sono cose insignificanti e di scarso peso come covidiota (calco dell’inglese covidiot) o lo scherzoso coglionavirus, titolo di un libro. C’è la comparsa del distanziamento sociale o di infodemia (altri calchi dall’inglese), e anche il nuovo significato di “goccioline” che – incredibilmente e in controtendenza – pare guadagnare terreno e avere la meglio su droplet (forse è questa l’unica vera novità dell’italiano). Ci sono questioni già esistenti che sono divenute più popolari come paziente zero, oppure la differenza di significato (non sempre scevra da disaccordi) tra mortalità e letalità. Tra le metafore manzoniane si può aggiungere lazzaretto… Ma queste bazzecole non sono incisive per la nostra lingua. Non esiste alcun segno di vitalità dell’italiano davanti a questa emergenza/novità; fuor dall’inglese l’italiano si conferma lingua morta, incapace di arricchirsi per via endogena.

In un altro recente articolo, Vera Gheno è entrata maggiormente nella questione dei forestierismi da covid, per poi concludere che il suo atteggiamento davanti agli anglicismi è “in medio stat virtus”. Viene da chiedersi dove sia “il medio” nel linguaggio della pandemia. Io vedo solo il dito medio nei confronti della lingua italiana. Se l’evoluzione si riduce all’allargamento di significato di “tamponare”, siamo fritti.

“Il miglior modo di amare la propria lingua è quello di perseguire la via del plurilinguismo” scrive Vera Gheno. Ma faccio fatica anche a ravvisare il plurilinguismo nel linguaggio della pandemia. Quali sono gli altri termini stranieri? A parte l’aumento di frequenza di movida, c’è solo l’inglese! Leggerei questo segnale come una creolizzazione lessicale, che non ha nulla a che vedere con il plurilinguismo. E il caso dei francesismi triage e plateau (che comunque sono solo due) è apparente, sono stati usati solo perché in uso anche in inglese, a parte la loro origine. In sintesi, mettere sullo stesso piano questi pochi esempi con il caso degli anglicismi, così tanti che non si riescono più nemmeno a contare, è un’operazione che non tiene conto della realtà e dei numeri.

A proposito del linguaggio dell’emergenza covid, mi hanno colpito anche le dichiarazioni di Giuseppe Antonelli – lo studioso che sostiene che l’anglicizzazione dell’italiano è solo un’illusione ottica – in un’intervista sulla televisione svizzera (“Le parole dell’emergenza coronavirus”).

Anche in questo caso il linguista evita accuratamente di parlare dell’invasione degli anglicismi, e sposta il problema su altre questioni secondarie, che non mi pare colgano il fulcro di quanto sta avvenendo. Antonelli spiega che “le parole hanno un grande potere e possono a loro volta avere delle pesanti conseguenze sul mondo”, ma non si riferisce agli anglicismi bensì a espressioni, che condanna, come l’uso iniziale di “influenza cinese” per indicare il coronavirus, perché ha fatto passare il messaggio di qualcosa di “lontano” e di “banale” come un’influenza. Non gli si può dare torto, a parte il fatto che con il senno di poi è facile fare queste considerazioni, ma sino ai primi di marzo nessuno, nemmeno i virologi, aveva previsto cosa ci stava per accadere. Più grave è semmai che Trump continui a usare questa formula con evidenti intenti politici, ma in Italia nessuno lo fa più, per fortuna.

Lo studioso critica poi l’espressione “distanziamento sociale” e ritiene più appropriato parlare per esempio di “distanza di sicurezza”. Questa considerazione si trova spesso, anche nei dibattiti in Francia e in Spagna. Ancora una volta queste riflessioni sono condivisibili. “Distanziamento sociale” è però entrato nell’uso, e viene da chiedersi: ma come? E la retorica “dell’uso” che fine ha fatto? L’uso così intoccabile e rispettato quando riguarda le parole inglesi che se entrano nell’uso bisogna accettarle, non condannarle o tradurle… perché “l’uso” con cui si giustificano e si dichiarano “necessari” gli anglicismi viene invece messo in discussione in altri casi?
Comunque sia, accanto a questo strano modo di essere descrittivi e di rinunciare a essere prescrittivi a seconda dei casi, siamo sicuri che siano queste le parole dell’epidemia e i problemi dell’italiano in questo momento di colonizzazione senza precedenti?

E infatti il conduttore, Lorenzo Buccella, incalza Antonelli chiedendogli qualcosa sull’inglese che “ha preso il sopravvento durante la pandemia”. Ma la risposta, ancora una volta, ignora la trave e si concentra sulle pagliuzze:

“Io credo che il problema non sia tanto il fatto che abbiamo usato molte parole inglesi, d’altronde questa era una situazione che coinvolgeva tutto il mondo, c’è un aspetto proprio di globalizzazione (…) e allora lockdown è il termine che ha utilizzato l’Oms, il discorso era una parola nuova straordinaria rispetto alla situazione nuova di emergenza…”.

Insomma, per Antonelli il problema della comunicazione della pandemia non è l’inglese, è più importante “utilizzare parole univoche”, anche perché in situazioni di emergenza chi comunica ha una responsabilità ancora più grande: “Le parole possono e probabilmente avrebbero potuto salvare vite umane.”

È curioso che venga riconosciuta ai mezzi di informazione questa “responsabilità” di salvare le vite umane, ma non quella di uccidere le parole italiane. La tesi di Antonelli è infatti che l’inglese sarebbe contenuto in una percentuale fisiologica che “viene avvertita come preoccupante perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa. Sono soprattutto radio, giornali e televisioni – infatti – a offrire l’immagine di un italiano (artificialmente) saturo di parole ed espressioni angloamericane” (Un italiano vero. La lingua in cui viviamo, Rizzoli p. 74).

Ma a parte questa oscillante concezione della responsabilità mediatica, ciò che è davvero insostenibile è la giustificazione del ricorso all’inglese con la favola della globalizzazione e quindi degli internazionalismi. Lockdown o droplet, che gli ha citato il conduttore, così come smart working e la maggior parte degli altri inglesismi e pseudoinglesismi che usiamo, sono penetrati solo nell’italiano, e non esistono né in Francia né in Spagna. E allora perché mai la globalizzazione “ingloba” solo l’italiano?

 

Il francese e lo spagnolo in epoca di covid

Il dibattito sull’evoluzione della lingua durante la pandemia, con riferimento soprattutto agli anglicismi, si è sviluppato anche in Francia. Ma la situazione non è nemmeno lontanamente paragonabile allo sfacelo dell’italiano.

Il francese è una lingua viva, dove si coniano neologismi, dove davanti all’espansione dell’inglese globale esiste una resistenza, che non è fatta da un cane sciolto come la mia, e come quella italiana, ma è istituzionale, supportata dalle leggi che vietano forestierismi nel francese ufficiale e dei contratti del lavoro, che si appoggia alla Costituzione, alle indicazioni del Journal officiel (la Gazzetta francese), all’operato dell’Académie française, e dei mezzi di informazione.

Anche in un articolo su Radio France (“La lingua francese ai tempi del coronavirus”) si registra il malcontento sul “distanziamento sociale”, interferenza dell’inglese, che sarebbe più appropriato rendere in altri modi, come distanza di sicurezza o fisica. Ma si lamentano anche gli anglicismi che si sono fatti strada, come cluster al posto di focolaio, con la differenza che rispetto a quanto avviene da noi dove le occorrenze sono decuplicate rispetto agli anni passati, ricorre molto meno, e spesso è tra virgolette. Ma, soprattutto, l’uso dell’inglese viene deprecato, non misconosciuto, giustificato o spacciato come internazionalismo necessario!

Mentre i nostri mezzi di informazione diffondono anglicismi – che in Francia non esistono – senza alternative, le Figaro sforna innumerevoli pezzi che condannano l’inglese e riprendono le direttive della Commissione per l’arricchimento della lingua francese che invita a usare foyer (épidémique) al posto di cluster: “Coronavirus: ne dites plus «cluster» mais…”, oppure infox al posto di fake news: “Coronavirus: des mots français pour en parler”.

Mentre da noi i politici coniano family act, trapiantano recovery fund, e in parlamento parlano con la massima naturalezza di lockdown e smart working, il sito del Ministero della cultura francese produce una guida alle parole francesi per esprimere il lessico del coronavirus (traçage e non tracking, faire-face e non coping) e un glossario della terminolgia medica che si appoggia a un ben più ampio dizionario terminologico con i corrispondenti francesi. Lo scopo è quello di “arricchire la lingua francese”, e gli esperti non si sognano né di negare o ignorare l’esistenza degli anglicismi, né di proclamarli “necessari” e in questo modo avallarli, ma si prodigano nel tradurli nel giusto modo e nel coniare nuove parole, operando scelte terminologiche autoctone per i vocaboli che non ci sono!

In Spagna gli anglicismi non sono penetrati durante la pandemia, e il dibattito sulla lingua del coronavirus che “infetta” il dizionario della lingua spagnola è commovente. Sul El País, in un articolo intitolato “La Real Academia busca una definición para el coronavirus” la questione non tocca l’interferenza dell’inglese, che non c’è, ma il maschile o femminile di covid, o mascherina che accanto a “mascarilla” registra sinonimi esotici come “barbijo” in Bolivia, “tapaboca” a Cuba o “nasobuco” in altri luoghi. La stesso dibattito che si ritrova leggendo un articolo di Abc intitolato “El coronavirus también infecta el Diccionario de la lengua española” che si pone il problema dell’uniformità di queste varianti per mantenere lo spagnolo omogeneo. Non possiamo che ridere (o piangere?) se paragoniamo tutto questo con la situazione italiana. Mentre da noi c’è solo il lockdown, lì le questioni linguistiche sono incentrate su come formare il giusto verbo da “cuarentena”: meglio “cuarentenar”, “cuarentenear” o “encuarentenar”? L’unico anglicismo che si trova nel pezzo è zoom: “quello che sino a poco tempo fa era solo un obiettivo a lunghezza focale variabile” lamenta l’articolo! Per noi è inimmaginabile che la lingua evolva senza importare l’inglese, ma in Spagna e in Francia, come in tutte le lingue sane, è normale!

Altro che internazionalismi e globalizzazione! In Italia bisogna parlare di colonizzazione.

Come nota Gabriele Valle, in Spagna non esiste il droplet, ci sono solo le gotas de saliva, non c’è il lockdown ma il confinamiento (come in francese e in tutta l’Europa latina, salvo da noi) e il deconfinamento progressivo, la nostra fase 2, 3 e quel che sarà, si può esprimere con desconfinamiento o desescalada.

E in portoghese? Provate a dare un’occhiata allo speciale covid sul quotidiano portoghese Publico, e provate a contare gli anglicismi, se li trovate. Poi fatevi un giro sul Corriere.it, e fate i vostri confronti.

A questo punto ognuno avrà qualche elemento in più per riflettere su cosa significhi “essere internazionali”, se significa fare come negli altri Paesi di lingua romanza o se significa essere colonizzati dalla sola lingua inglese. E anche per ragionare sulla “necessità” dei nostri anglicismi, bollati come necessari solo da noi e dai collaborazionisti di questa creolizzazione lessicale, visto che altrove la lingua nazionale evolve, si arricchisce, è difesa e promossa, mentre l’italiano è ormai ingessato nei suoi significati storici e destinato a trasformarsi in itanglese; soffocato da una quantità di anglicismi che qualcuno considera una ricchezza, ma non sono altro che l’impoverimento e la morte del nostro lessico sempre più mutilato.

 

PS
Come al solito rinnovo l’invito: chi è preoccupato e stufo può firmare e soprattutto diffondere la petizione #litalianoviva. Si riuscirà a fare qualcosa? Almeno proviamoci!

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Globalese e itanglese: le relazioni pericolose

Nei due articoli precedenti ho mostrato che “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico” fanno parte di un disegno più ampio del nuovo imperialismo economico e culturale che mira a imporre i modelli e la lingua degli Stati Uniti in tutto il mondo. Ho mostrato anche che all’estero esiste un dibattito molto critico sul progetto di condurre ogni Paese sulla via di un bilinguismo dove l’inglese è la lingua della scienza e dell’università, e dove le lingue locali sono viste come un ostacolo all’internazionalismo a base inglese.
In questa terza puntata voglio spendere qualche riflessione sulle conseguenze che l’inglese globale ha sull’italiano.

L’itanglese è figlio dell’anglospermia

Seguendo la metafora della lingua come qualcosa di vivo, sembra che l’inglese si espanda e ibridi gli altri idiomi attraverso il meccanismo della panspermia: una “fecondazione” planetaria con le proprie parole che poi attecchiscono dove trovano le condizioni culturali favorevoli.
Purtroppo l’Italia è uno degli ambienti più fertili, perché non abbiamo alcuna resistenza, anzi, agevoliamo il fenomeno dall’interno. Fondamentalmente ci vergogniamo di parlare nella nostra lingua, e in molti ambiti preferiamo usare gli anglicismi, che prolificano sempre più fitti senza alternative. Non consideriamo l’italiano una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale, gli intellettuali sono succubi della lingua e della cultura d’oltreoceano, e preferiscono ostentare l’inglese che vivono come superiore e moderno. Non abbiamo alcuna politica linguistica, i nostri politicanti agevolano il suicidio assistito dell’italiano con il loro nuovo linguaggio, non legiferano in proposito, lasciando alla magistratura la difesa della lingua (proprio come nel caso del suicidio assistito) e l’esempio più significativo è quello del Politecnico di Milano che voleva erogare i corsi nella sola lingua inglese e che è stato parzialmente fermato dal Tar, nell’indifferenza della politica. Mentre Emmanuel Macron e Marine Le Pen, per esempio, nell’ultimo duello elettorale si sono affrontati anche sulla questione della protezione del francese che entrambi consideravano un tema centrale su cui fare leva davanti ai loro elettori, il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte sfoggia l’itanglese nelle conferenze stampa (qui un video significativo), incurante della trasparenza che sarebbe dovuta agli italiani e del rispetto per la nostra (bellissima) lingua, così amata all’estero. Ho già scritto il mio “io accuso” rivolto alla politica, e constato con dispiacere l’ultimo arrivato degli anglicismi: il cashback, fino a poco tempo fa un termine settoriale, che oggi entra nel linguaggio comune (rimborso suona forse troppo antico o troppo chiaro) e nel nostro vocabolario  grazie alla nuova manovra finanziaria e ai giornali. Si aggiunge così alle tante inutili parole inglesi, dal question time al jobs act, dalla flat tax al navigator, che sono uno schiaffo alla nostra lingua e alla comprensione da parte di un grande fetta di italiani.

Qualcuno, a proposito, ha notizie dello stato di salute del gruppo Incipit? Saranno ancora tutti vivi? Il loro ultimo comunicato risale al 4 aprile, e il loro silenzio davanti a queste cose è significativo. Questo, infatti, è un altro punto che ci vede assolutamente privi di difese davanti all’anglospermia. L’accademia della Crusca, ahinoi, non è certo come le accademie francesi e spagnole che creano alternative, che hanno un potere se non sempre prescrittivo almeno propositivo. Davanti agli anglicismi la Crusca si limita ad avanzare qualche soluzione basata sull’italiano storico e su ciò che già esiste, a dire la verità in modo timido e numericamente irrilevante. Creare neologismi resta un tabù e questo tabù spalanca un portone per cui tutto ciò che è nuovo entra in inglese. Ma anche su ciò che avrebbe soluzioni possibili, come know how o selfie, le posizioni sono piuttosto anglofile.
Senza citare Paesi come l’Islanda dove si creano ufficialmente neologismi con le radici autoctone ed esiste la figura del “neologista”, nei Paesi civili come la Spagna o la Francia le soluzioni delle accademie alle stesse parole che da noi si spacciano per “intraducibili” o “di necessità” sono ben diverse, e la lingua è ben più sana che da noi. Ma lì la lingua nazionale non è considerata qualcosa di cui vergognarsi, è un valore da tutelare e di cui andare fieri. In un libro di uno dei più importanti intellettuali francesi, il filosofo Michel Serres da poco scomparso, si può leggere, come fosse una cosa normale (ma non lo è solo da noi), una riflessione come questa:

Da che cosa protegge la cultura, dunque?
Una volta, intendo durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.

[Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, 2018].

Queste parole arrivano da un Paese dove esistono delle leggi che obbligano le multinazionali a usare il francese nei contratti di lavoro e nel software, da loro chiamato logiciel, dove nella Costituzione c’è scritto che la lingua è il francese, dove l’Accademia francese si premura di creare e di diffondere neologismi e alternative agli anglicismi attraverso campagne mediatiche, dove i politici varano leggi e non act, e dove l’anglicizzazione non è lontanamente paragonabile a quella che c’è da noi.


Gli anglicismi sono la cartina al tornasole dell’anglospermia economica e culturale

I primi anglicismi, numericamente poco rilevanti, sono arrivati nella seconda metà dell’Ottocento (in tutto il secolo ne abbiamo importanti meno di 200), e con i contatti successivi con inglesi e statunitensi, avvenuti soprattutto con le due guerre mondiali, nella prima metà del Novecento ne abbiamo importati altri 750. Dopo la caduta del fascismo, nell’Italia della ricostruzione degli anni Cinquanta la libertà ha cominciato a coincidere sempre più con l’american dream e l’american style e il nostro adeguarci a questi nuovi modelli si può misurare anche linguisticamente attraverso l’incremento delle parole inglesi: nella seconda metà del Novecento ne abbiamo importati altri 2.000. Questo aumento non è omogeneo, cresce sempre di più. Il salto preoccupante è avvenuto negli anni Ottanta contemporaneamente alla diffusione della televisione commerciale fatta soprattutto di prodotti statunitensi. I telefilm hanno portato nelle nostre case molti modelli da imitare. I fast food che vedevamo in prodotti seriali come Happy Days hanno preparato il terreno per l’esportazione di questi locali che è avvenuta subito dopo, esattamente come la festa di Halloween che fino agli anni Ottanta si vedeva solo nei film è stata negli anni Novanta trapiantata in Europa attraverso precise strategie di mercato, e da noi si è radicata al punto che oggi è un evento ben più sentito del Carnevale, tra le giovani generazioni.

L’anglospermia ha attecchito e attecchisce ogni giorno di più. Dagli anni Novanta i titoli dei film non si traducono più, il che ha le sue ricadute linguistiche, ma il punto è soprattutto che, decennio dopo decennio, attraverso la televisione e il cinema fatti soprattutto di modelli statunitensi (dal consumo del popcorn durante la fruizione alla terminologia tecnica tra remake e black comedy) si sono “allevate” e colonizzate le nuove generazioni, al punto che per alcune fasce della popolazione il cinema coincide con quello di Hollywood, con quel tipo di linguaggio e di stereotipi; ciò che esce da quegli schemi narrativi viene ignorato, esattamente come negli Stati Uniti si comprano i diritti dei film stranieri e si rigirano con i propri attori e con i propri modelli culturali, per cui la trama viene americanizzata, invece di doppiare il film originale con il suo stile, la sua fotografia, i suoi ambienti e la sua visione. Questa colonizzazione continua, amplificata, attraverso i nuovi canali della tv satellitare, le serie di Netflix, le piattaforme della Rete… in modo sempre più totale. In questa americanizzazione basata sulle espressioni inglesi abbiamo così importato il black friday e sono convinto che per il festeggiamento del giorno del Ringraziamento con il tacchino ripieno sia solo questione di tempo (i primi segnali si sono già registrati). Omologazione globale sui modelli statunitensi considerati “valori universali da esportare”, questa è la visione, anzi la vision, sottostante. La pubblicità è passata dall’uso degli anglicismi al travaso dell’inglese puro che si esporta con il proprio motto in lingua originale, il mondo del lavoro si è trasformato nel linguaggio a partire dai nomi delle professioni che si devono esprimere in inglese, per finire con le pratiche e i protocolli o la terminologia dell’omologazione (mission, competitor, business unit…); i giganti della Rete esportano la propria terminologia attraverso le interfacce che vengono tradotte solo se proprio è indispensabile e ci impongono le loro parole (download, snippet, follower…). A dare una mano a questo scenario contribuiamo anche noi che rinneghiamo il nostro idioma e la nostra cultura. I mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano, oggi sbandierano gli anglicismi (fake news, location, gossip, red carpet…) contribuendo così alla loro diffusione e portando tutti a noi a ripeterli perché le alternative non circolano e non sono prodotte.

Senza le barriere di difesa culturali e politiche che si registrano all’estero, il destino della nostra cultura e della nostra lingua è segnato. Se Carosone scherzava con il tu vuo’ fa l’americano, oggi si fa sul serio. Vogliamo fare gli americani per davvero, dalla politica e dalla classe dirigente sino ai modelli più popolari di consumo che non sono altro che “esche” che i mercati ci fanno “bramare” – per usare la parole di Tacito – in modo che confondiamo la “cultura” con ciò che fa parte invece di un disegno di “servaggio”.

Per quantificare la situazione e il suo crescere basta analizzare le entrate degli anglicismi crudi registrate dai dizionari divise per decenni.

Di seguito riporto nuovi dati inediti ricavati dalle marche del Devoto Oli.

anglicismi e francesismi del Novecento divisi per decennio

Per rendere più comprensibile questo sfacelo basta paragonarlo all’entrata dei francesismi. Anche se qualche linguista anglomane continua a ripetere che un tempo il francese – a cui l’italiano è sopravvissuto benissimo – rappresentava lo stesso modello che oggi è incarnato dall’inglese, basta studiare le cose per rendersi conto che si trattava al contrario di qualcosa di ben diversa portata, come ho già mostrato ( → Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese), per modalità (i francesismi sono stati adattati nel 70% dei casi), per profondità (non erano un fenomeno popolare, ma elitario), per rapidità (sono il risultato di substrati secolari) e per numero.

Come si può ben vedere, l’entrata conistente degli anglicismi non adattati comincia nel Dopoguerra, di pari passo con il piano Marshall, quando le parole inglesi che prima erano sulle 50 a decennio, si attestano sopra le 200 (20 all’anno), e raddoppiano negli anni Ottanta (più di 400 a decennio/40 all’anno).
Per dare delle valutazioni sul periodo 2009-2019 è ancora presto, perché una parola può impiegare anche molti anni prima di guadagnare una stabilità che le consenta di entrare in un dizionario. “Blog”, per esempio, è stata registrata solo nel 2005, benché sia datata a fine anni Novanta, quando la contrazione di web-log ha fatto la sua timida comparsa. Dunque le datazioni non si riferiscono a quando le parole sono state registrate nel dizionario, ma a quando sono comparse. Il che significa che solo nel prossimo decennio potremo vedere quali e quante delle parole inglesi che oggi ci bombardano saranno ammesse, e retrodatate ai giorni nostri. Ma i segnali non sono positivi, e tutto lascia presagire che questi numeri siano destinati a crescere, visto che per ora ben la metà dei neologismi del nuovo Millennio sono in inglese crudo (vedi → “Anglicismi e neologismi”).

 

PS
Per i milanesi interessati, parlerò di questi temi mercoledì 9 ottobre 2019 (ore 18,30) alla Libreria Popolare di via Tadino 18, affiancato da Luigi Quartapelle, ex professore del Politecnico di Milano firmatario della petizione contro l’insegnamento nella sola lingua inglese: Italiano e itanglese: dalla Commedia alla comedy.

Bastardi con o senza gloria? Riflessioni sulla pronuncia degli anglicismi

Nei commenti dello scorso articolo Grammatica, dubbi ortografici e “lo weekend”, si è sviluppato uno scambio di opinioni e di esempi sulla pronuncia in italiano di anglicismi e forestierismi che voglio portare alla luce e sviluppare.

Quali sono le regole che governano la pronuncia in italiano delle parole straniere?

La risposta ingenua, spesso data per scontata come fosse la cosa più naturale, è che andrebbero pronunciate come nella lingua di origine. Non è però né necessariamente vero, né sempre possibile e, andando più a fondo, c’è da dire molto di più.

 

L’interferenza linguistica non è la colonizzazione linguistica

Negli anni Settanta, in uno dei primi importanti studi sull’influsso dell’inglese nell’italiano, Ivan Klajn osservava che per lo più non siamo in grado di distinguere bit da beat e thrill da trill, visto che nella nostra lingua materna non ci sono la i breve e il th anglosassoni (Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, 1972, p. 45). Sul sacro rispetto che sarebbe dovuto alla pronuncia dell’inglese esistono molti siparietti che scherniscono l’incapacità dell’italiano medio di distinguere bitch e beach, con il risultato di dir puttana invece di spiaggia. Eppure è perfettamente naturale e comprensibile articolare i fonemi stranieri per approssimazione ai suoni propri di ogni lingua. Fuori dalla satira, sarebbe idiota schernire un giornalista statunitense come Alan Friedman perché parla come Ollio, così come è idiota e anche razzista prendere in giro un cinese che ha problemi a pronunciare la nostra “r” o un arabo ha difficoltà a distinguere “b” e “p”.

Dunque in italiano, come in ogni altra lingua del mondo, bisogna fare i conti con un parziale e naturale processo di adattamento alle consuetudini fonologiche esistenti. Oltre alla pronuncia, questo fenomeno coinvolge anche la scrittura, nel caso delle parole traslitterate da altri alfabeti (sudoku, perestrojka e perestroika, kebab che circola anche come kebap) secondo regole spesso complicate (Čajkovskij, Tchaikovsky, Ciaikovski…).

Per questi motivi i dizionari digitali che permettono di ascoltare la pronuncia delle parole, come il Devoto Oli, nel caso dei forestierismi riportano una doppia dizione, all’italiana e nella lingua originale (più o meno). Per esempio, anche se l’inglese si mangia la “g” finale delle parole in –ing, nel loro riversarsi nella nostra lingua è perfettamente lecito farla sentire (per la cronaca: dalla A di advertising alla Z di zapping, le parole in -ing nel Devoto Oli sono circa 400, giusto per ricordare l’entità degli anglicismi).

Non tutti i forestierismi, però, presentano questi problemi che li rendono “corpi estranei” rispetto alle regole grafo-fonologiche, e quando sono compatibili con il sistema linguistico che li riceve non c’è da stupirsi che passino a volte inosservati e vengano pronunciati come fossero parole autoctone. Per esempio la voce finnica “sauna” in italiano o in spagnolo non “buca” l’identità linguistica, e infatti è stata assimilata senza problemi (al plurale da noi fa saune ed è a tutti gli effetti italianizzata) e si pronuncia casualmente quasi identica alla lingua di origine, mentre un francese dice “sonà”, secondo le proprie regole. Lo stesso è avvenuto per l’inglese “drone”, che diciamo con la “e”, decliniamo nel numero (i droni) e che i francesi pronunciano “dron” non per emulazione dell’inglese, ma secondo le loro usanze.

Ci sono poi forestierismi di lunga data che ci sono pervenuti per via scritta, e che abbiamo sempre detto, e diciamo anche oggi, all’italiana, per esempio tunnel e recital, in inglese più o meno “tànel” e “risàitl”. Credo che questi adattamenti siano “sani” e non li posso affatto considerare un “imbastardimento” che snatura i tratti identitari della lingua di origine. In passato si pronunciavano all’italiana anche altre parole che eravamo soliti leggere, invece che ascoltare, per esempio club, cult, puzzle, chewingum o jumbo. Gian Luigi Beccaria ha notato a questo proposito che quando era solo il nome di un grande elefante ottocentesco del circo Barnum, Jumbo si pronunciava con la “u” (come Dumbo, a proposito di elefanti), ma quando è arrivato l’aereo in epoca televisiva si è cominciato a pronunciare “giambo” (Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, 1988, p. 243). Se, nel 1933, Paolo Monelli etichettava puzzle un termine “di brutto suono così come è pronunciato generalmente da noi” (Barbaro dominio, Hoepli, 1933, p. 354), e se negli anni Settanta i bambini cantavano che il buco della gomma della macchina del capo si riparava con il “ceving gum”, oggi scandire queste parole all’italiana genera ilarità e scandalo, e si rischia di essere additati come ignoranti o bestemmiatori del dio linguistico oggetto del nostro culto. Avevo già parlato di questo fenomeno in un articolo dal tono molto ironico a proposito di un libro di Elio (delle Storie tese) e Franco Losi in cui molti anglicismi sono scritti così come si pronunciano (Uaired, La nave di Teseo, 2018), concludendo provocatoriamente che forse pronunciarli o scriverli secondo le nostre regole sarebbe una buona strategia di adattamento e di reazione alla colonizzazione lessicale che sta cambiando il volto dell’italiano. Naturalmente il tono era scherzoso, e mi ha colpito che questa mia trovata sia stata ripresa da Francesca Rosati in un articolo sulla Treccani intitolato: “Vogliamo davvero impoverire l’italiano (e imbastardire l’inglese)?”:

“Non sono d’accordo con chi, forse in maniera solo provocatoria, propone sia di scrivere gli anglicismi così come si leggono sia di pronunciarli all’italiana (Zoppetti, 2019), perché i tratti identitari di ognuna delle due lingue vanno salvaguardati così come va salvaguardato e distinto il loro ruolo all’interno della comunità.”

Nel tornare sull’argomento sarò più serio e più chiaro, questa volta: davanti allo “tsunami anglicus” che ci sta travolgendo (per dirla con Tullio De Mauro), non mi pare che il problema sia quello di preoccuparsi della “purezza” dell’inglese, sono molto più preoccupato dell’imbastardimento dell’italiano, e considero l’adattamento, insieme alla traduzione e alle neologie, l’unica via di sopravvivenza sana della nostra lingua. L’interferenza linguistica nasce dall’incontro tra due lingue e culture, e non è un processo unidirezionale: è evidente che la pressione esterna sia bilanciata da quella interna che produce equilibri e adattamenti che coinvolgono anche la pronuncia, oltre al significato, dei forestierismi. Se invece una lingua dominante si impone e schiaccia fino a soffocare la lingua più debole, più che di interferenza bisognerebbe parlare di colonialismo linguistico e di creolizzazione lessicale, un processo che va in un senso solo. Per questo trovo assurdo preoccuparsi di imbastardire la lingua che la globalizzazione e le multinazionali ci stanno imponendo e che noi adottiamo supinamente con orgoglio pensando di essere moderni e internazionali, invece che schiavi. Questa attenzione a non snaturare l’identità della lingua dominante che ci opprime, oltretutto, è un’anomalia tutta italiana, non si registra negli altri Paesi, né si può riscontrare in quelli anglofoni nel caso sempre più sporadico degli italianismi.

 

Siamo solo noi!

I nostri vicini, meno malati dell’albertosordità di un Americano a Roma che oggi affligge la nostra classe dirigente (dai giornalisti agli intellettuali), sono più attenti e consapevoli del rispetto del proprio patrimonio linguistico, e l’imbastardimento dell’inglese globale non rientra certo tra le loro preoccupazioni. I francesi non si vergognano di pronunciare secondo la propria indole linguistica “futbòl”, “campìng” e “uifì” al posto del wi-fi che diciamo noi. Come mi ha fatto notare il musicologo Claudio Capriolo, chiamano il Faust “il Foss”, che non interpreto come un imbastardimento della lingua tedesca, e ricordo che un tempo circolavano italianizzazioni come Fausto, e che tra le variazioni sul tema si può citare l’opera di Marlowe The Tragical History of Doctor Faustus. Ma tornando alle pronunce autoctone degli anglicismi, gli spagnoli non sono da meno, e anche loro dicono “futbòl” e “uìfì”, con la differenza che questi termini sono usati molto raramente perché, come in Francia, si usa la propria lingua per la maggior parte delle parole che da noi sono spacciate come “prestiti di necessità”, termini “insostituibili” o “internazionali” (vedi anche → Italiano, francese e spagnolo di fronte agli anglicismi).

Vale la pena di rimarcare, inoltre, che mentre da noi sempre più spesso si sente dire con ostentazione “USA” all’americana, chi parla in inglese se ne fotte di imbastardire l’italiano e lo pronuncia a modo suo. Recentemente è emerso in modo chiaro, dopo un cinguettio di Trump, che il nome del nostro presidente del Consiglio Conte è pronunciato normalmente “Giuseppi”. E non c’è da stupirsi. Lo scrittore Stefano Jossa, che insegna a Londra, mi ha spiegato che viene chiamato in modo naturale “Giossa” dai suoi studenti, che non si preoccupano certo di usare la “i lunga”. E forse, chissà, così lo ricorderanno anche i nostri posteri, perché pare che ormai nelle scuole elementari italiane la “J” sia chiamata “jay”, come se la pronuncia inglese fosse la sola possibile, con un calcio a secoli della nostra storia, e all’uso come vocale che per ora continua in italiano (Jacopo) e nelle altre lingue dove si pronuncia “i” (Jung, Jugoslavija, trojka…).

Dovremmo maggiormente riflettere sulla nostra idiozia, invece di fare gli “anglopuristi”. Se un tempo era normale adattare anche i nomi propri (Londra e Tamigi, Parigi e Senna, Francesco Bacone e Tommaso Moro), oggi non lo si fa più nemmeno per l’Uomo ragno, che come è noto hanno ucciso, ma si sa benissimo chi è stato, visto che è rimasto solo Spiderman. Davanti a queste mie provocatorie considerazioni sul reato di italianizzare i nomi inglesi, di sicuro c’è chi è pronto a gridare all’oscurantismo e al fascismo, ma al contrario è solo un appello alla Resistenza davanti alla dittatura dell’inglese. Curiosamente, gli anglomani collaborazionisti del regime della lingua della globalizzazione, che opprime e soffoca le minoranze linguistiche di mezzo mondo, sono pronti a difendere la “necessità” di una terminologia angloamericana soprattutto nei settori in cui si è affermata come vincente, per esempio l’informatica, il marketing, il lavoro, l’economia, la scienza… però non hanno nulla da eccepire quando utilizziamo le espressioni inglesi anche per esprimere le nostre eccellenze: dall’italian design al made in Italy. Comunque vada si deve sempre usare l’inglese, a quanto pare. E infatti, chi è pronto a tuonare contro l’italianizzazione dei nomi propri, per esempio Nuova York invece di New York, non ha niente da dire sul fatto che nelle mappe geografiche americane si legga Italy, Milan, Florence o Rome. Anzi, sono forse gli stessi che preferiscono usare la toponomastica inglese anche sul fronte interno, per essere internazionali, come i geni che hanno tentato, fallendo miseramente, di sostituire il motto SPQR del comune di Roma con Rome and you, o quelli che hanno invitato il presidente della Crusca Claudio Marazzini al Tuscany Award presso l’hotel Four Seasons di Firenze.

Questa nuova idea di pronunciare in inglese i nomi italiani, propri o comuni, la dice lunga. Gabriele Valle citava con un certo stupore il caso di mascara:

“Un sostantivo italiano mutuato dall’Inghilterra e poi tornato in Italia: màscara, variante di màschera. Pronunciamo all’inglese un nome italiano!

Per toglierci dall’imbarazzo forse basta dire “rimmel”, perlomeno è un marchio registrato nel Regno Unito; ma gli esempi di parole italiane che sono diventate inglesi e che così pronunciamo sono tante, a cominciare da “design” che deriva da disegno, passando per “sketch” che è l’adattamento di schizzo, per finire con le “comedy” e “situation comedy” dei palinsesti televisivi, uno sfegio alla “Comedia” di Dante, o con le “graphic novel”, composte da “novel” che entra in inglese dalle novelle di Bocaccio, un genere che in francese si chiama roman graphique e in spagnolo novela gráfica. Ma noi preferiamo imbastardire l’italiano pur di mantenere la “purezza” dell’inglese. Anzi, conviene essere precisi: il dio intoccabile non è l’inglese, ma l’angloamericano. È infatti la lingua dei mercati, che avrebbe inorridito Shakespeare, a dettar legge e a essere idolatrata. Mentre si sente sempre più spesso dire “fen” all’americana, invece di “fan”, ripetiamo “privacy” come negli Stati uniti, e non certo “prìvasi” come a Londra. Se qualcuno si domandasse se francesi e spagnoli la pronuncino all’inglese o all’americana, la risposta è che molto semplicemente non usano questa parola, in Francia c’è la loi sur la vie privée, e in Spagna si parla di privacidad. Gli altri  mica son deficienti (da deficere), e in teoria non lo saremmo neanche noi: non ci manca la parola “privatezza”, solo che non la usiamo (come notava Umberto Eco).

La Waterloo linguistica e l’anglicizzazione dei forestierismi

Bisogna dire la verità. Molti sacerdoti dell’anglopurismo che sono pronti a scagliarsi con la stessa veemenza con cui si condannano i congiuntivi sbagliati anche con chi altera, adatta o traduce l’inglese, spesso se ne fregano dell’imbastardimento dell’italiano, ma anche delle altre lingue. Sempre Gabriele Valle (all’anagrafe Gabriel, a proposito di orgogliose italianizzazioni dei nomi propri) osserva che chi deve pronunciare nomi spagnoli come:

“Daniel, Manuel, Gabriel, Rafael, molto sovente ne ritrae l’accento e pronuncia, sul modello dell’inglese, Dàniel, e così via. Si ignora che, in area latina, quei nomi ebraici sono tutti tronchi, portano cioè l’accento sull’ultima sillaba.” E che dire dei toponimi che nella loro lingua “hanno l’accento sull’ultima sillaba: Iran, Iraq, Beirut, Afganistan, Pakistan, Ecuador, El Salvador” di cui in televisione molto spesso si travisa la pronuncia nell’indifferenza generale?

E l’accento di “Istambul” che dovrebbe essere Istànbul? Perché parliamo di premio “Nòbel” invece di Nobèl come si dovrebbe dire in svedese? E “sòviet” invece del più corretto sovièt?

È evidente che si usano due pesi e due misure: la fanatica inviolabilità dell’inglese non corrisponde a un’analoga attenzione per le altre lingue dei popoli inferiori. Ma c’è ancora di peggio. Stiamo assistendo all’americanizzazione persino della dizione delle parole straniere che non si pronunciano né all’italiana né nella lingua di origine! È sempre più diffusa “l’assurdità (…) di un italiano che non conoscendo l’origine di una parola la pronuncia all’inglese”, nota Claudio Capriolo. E la commentatrice Gretel, esperta di lingua tedesca che viene comunemente redarguita come se sbagliasse quando pronuncia “Porsche” con la “e” finale, aggiunge: riprodurre i forestierismi “nella propria parlata non lo trovo assurdo, anche se non corretto, storpiarli in un’altra parlata è perverso. (…) Quando in televisione sento ‘Baddenbruk’ per i Buddenbrook di Thomas Mann rischio un ictus!”

La pronuncia di Waterloo che si sente molte volte in Italia è “uòterlo”, e mi pare l’emblema della nostra confusione mentale e del nostro sbando linguistico e culturale. Il suo significato per antonomasia è legato alla sconfitta di Napoleone, siamo dunque filonapoleonici nel considerarla una “disfatta” e non una vittoria di britannici, olandesi, tedeschi e belgi, ma solo nel significato, non certo da un punto di vista linguistico, altrimenti la diremmo alla francese. L’origine del nome è però neerlandese, e se qualcuno lo avesse letto “nirlandese” è malato di anglomania: è italiano e si pronuncia con la doppia “e” come è scritto, significa olandese. In questa lingua parlata anche nel nord del Belgio si pronuncia “vàaterloo”, ma poiché la località è poco a sud di Bruxelles esiste anche la pronuncia francese di “vaterlò” (con la “e” aperta), mentre gli inglesi la dicono secondo le proprie regole “uaterlù”. In sintesi: nessuno si pone il problema di “imbarbarirne” l’origine,  ogni popolazione la pronuncia secondo il proprio costume in modo naturale , tranne noi, che dovremmo dire “vàterlo” adeguando il suono alla nostra fonologia, ma il Devoto Oli riporta anche “uàterlo”, visto che ormai la lettera “w” non è più detta “v” come in walzer, Wagner e Walter… c’è solo l’inglese, nella nostra testa di colonizzati. E così una parola francese come stage diventa sempre più spesso “stèig” che in inglese è il palcoscenico, come il refrain diventa “rifrèin” invece di “refrèn”, e “wagon restaurant”, sempre francese, capita di sentirlo all’inglese sul modello di “home restaurant”, che fa “pendant” con “station wagon” in un mischione dove tutte le lingue si fondono con l’itanglese. Un colore come il blu, importato e adattato dal francese bleu, e pronunciato alla francese ancora agli inizi del Novecento, ritorna dall’inglese attraverso espressioni come “blue economy”o “blue chips” dove importiamo la grafia con la “e”, anche se la dizione è come in italiano, sul modello di “bluejeans” (jeans deriva da Genova, attraverso la pronuncia Gênes francese, e nella Wikipedia inglese è annoverato tra gli italianismi, che però loro adattano, anzi “imbastardiscono”, senza farsi problemi). Anche alcune parole latine che ci arrivano d’oltreoceano si dicono all’americana, per non imbastardire la lingua da cui ci piace essere dominati: i media diventano “midia”, e si sente sempre più spesso plus come “plas” e persino junior come “giunior”.

L’adattare tutto ciò che è straniero nella lingua dominante attraverso fenomeni di emulazione ridicoli era già accaduto quando era il francese a rappresentare il nostro modello di riferimento. Ma ci sono enormi differenze rispetto a quanto sta avvenendo oggi, e i due fenomeni non sono paragonabili per dimensioni, rapidità, modalità e penetrazione (vedi → Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese). Comunque, se un tempo si cantava la “casetta in Canadà” oggi c’è solo il Canada, il “festivàl” è diventato “fèstival”, il “cognàc” (dall’omonima cittadina francese) è affiancato da cògnac, e una parola ceca come “robòt”, un tempo francesizzata in modo assurdo in “robò” è oggi sempre più spesso inglesizzata in modo altrettanto improprio come “ròbot” (in altri termini si passa dal ceco alla cecità linguistica).

In questo processo, come notava Migliorini, di sicuro: “V’è stata una reazione al ritmo francese, che prima era preferito come quello della lingua forestiera più nota in Italia.” E così abbiamo cominciato a ritrarre gli accenti e a modellarci sull’inglese. Mi chiedo se ci sarà una reazione anche all’attuale anglomania, prima o poi, o se questa emulazione insensata, culturale prima che linguistica, non ci porterà a essere assimilati dalla cultura dominante come gli Etruschi davanti alla romanità. Comunque vada, voglio morire da partigiano e con le armi in pugno.

Le parole straniere nell’italiano

Le lingue vive evolvono, ed è un bene che lo facciano perché devono riuscire a esprimere i cambiamenti del mondo. Naturalmente si arricchiscono non soltanto creando propri neologismi (via endogena), ma anche per via esogena, cioè attingendo dalle lingue straniere. Il fenomeno dell’interferenza linguistica è assolutamente normale e anche la lingua di Dante era ricca di voci di derivazione provenzale, ebraica, araba e di altre provenienze ancora. Queste parole, tuttavia, non erano crude, ma adattate ai nostri suoni: italianizzate.

In passato, tutti i più aperti e convinti sostenitori dell’importanza di attingere parole straniere – che si scagliarono contro il purismo ostile ai “barbarismi” e ai neologismi – vedevano proprio nell’adattamento e nell’italianizzazione un arricchimento (da Machiavelli sino a Leopardi). Senza questo processo la nostra lingua si sarebbe inevitabilmente “imbarbarita”, “intorbidita”, “imbastardita”.

L’italiano di oggi è sempre più policentrico e globale, e include anche molte parole non italianizzate di cui nessuno si scandalizza più.

Ma quante sono le parole straniere? E di che tipo? Da quali lingue provengono maggiormente? Qual è, complessivamente, il peso dell’interferenza delle altre lingue sulla nostra?

la torre di babele edoardo bennato

Lo studio dei dizionari mostra che le parole non adattate che abbiamo accolto sono tante, ma per ogni lingua ce ne sono poche manciate, come nel caso di quelle russe (per esempio glasnost, perestrojka, soviet, sputnik, tovarisc, troika, vodka, zar) o cinesi (ginseng, kung fu, tao, wok, wonton, yin e yang). Negli ultimi anni sono aumentate in modo significativo le parole giapponesi, che vengono adattate solo di rado (emoji, hentai, hikikomori, karaoke, manga, sakè, sashimi, sushi), ma se le contiamo non arrivano a cento, e le possiamo tranquillamente “ammortizzare” senza snaturare per questo il nostro idioma.

Voci antiche e assimilate come archibugio o birra, invece, sono di derivazione germanica, ma la loro provenienza esogena è invisibile e nascosta nella loro storia etimologica. A queste se ne aggiungono altre più moderne e non adattate come bunker, speck o dobermann, ma ancora una volta sono un centinaio e non rappresentano certo un problema per l’integrità della nostra lingua.

Anche l’interferenza delle lingue che ci hanno plasmati dai tempi più remoti, come l’arabo o lo spagnolo, ci ha lasciato tantissime parole assimilate, e quelle crude non sono numericamente rilevanti. Persino il francese, che ci ha influenzati per secoli, ci ha lasciato migliaia di gallicismi perfettamente italiani (come rivoluzione, ghigliottina, blu o marrone), ma soltanto meno di 1.000 parole non adattate. Fino agli anni Settanta del secolo scorso era questa la lingua che ci aveva maggiormente influenzati. Ma oggi non è più così.

Nel giro di pochi decenni l’inglese è diventata la lingua dalla maggiore interferenza, con una rapidità e delle modalità che non hanno precedenti storici. Gli anglicismi non si adattano, e penetrano crudi in oltre il 70% dei casi, violando quasi sempre le nostre regole di pronuncia e di ortografia. Costituiscono ormai la metà dei neologismi del nuovo Millennio, dunque la nostra capacità di coniare parole nuove (l’evoluzione per via endogena) sembra venire meno, visto che si tende a utilizzare l’inglese.

E allora le lingue vive evolvono, certo, ma come sta evolvendo l’italiano?

Facendo un confronto tra le parole straniere presenti nei dizionari la sproporzione è evidente: tutte le lingue messe assieme, sommate, non raggiungono il numero degli anglicismi che abbiamo importato nell’ultimo mezzo secolo e che utilizziamo sempre più frequentemente.

In un articolo sul portale Treccani ho provato a ricostruire il numero delle parole che provengono dalle altre lingue, a distinguere quelle adattate da quelle crude, e a ragionare sulla sproporzione dell’inglese che con la sua invadenza e frequenza sta cambiando il volto del nostro lessico.

Per leggerlo: “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”.

i forestierismi nei dizionari quanti sono e di che tipo (di antonio zoppetti)

I forestierismi nell’italiano: i numeri del Devoto Oli 2017

Per comprendere il fenomeno degli anglicismi che entrano nella nostra lingua senza adattamenti (quindi escludendo parole come googleare, whatsappare e gli altri semidattamenti, calchi o traduzioni) è significativo il confronto numerico con i forestierismi non adattati che provengono da altre lingue.

Ho estratto perciò dall’edizione digitale del Devoto Oli 2017 tutte le parole inglesi, francesi, spagnole e tedesche, e ho anche ricostruito la loro entrata nel tempo attraverso le datazioni indicate nel dizionario. Si tratta di numeri grezzi e non lavorati (alle ricerche sfuggono per esempio anglicismi come computer, film e altre 200 che non sono più definite “inglesi”, e in compenso sono comprese numerose sigle davvero molto tecniche e di scarsa frequenza e circolazione), ma non molto diversi dai numeri che si possono ottenere con ricerche raffinate da un lavoro redazionale. Di seguito una tabella riepilogativa:

tabella forestierismi
Fonte: versione digitale del Devoto Oli 2017.

Partendo da questi numeri ho provato a costruire un grafico che riassume la situazione e rende tutto più leggibile:

Grafico forestierismi
Nella prima colonna gli anglicismi in totale, confrontati con i francesismi, gli ispanismi e i germanismi. Nelle altre colonne le entrate, secolo per secolo, secondo le datazione ricavate dalla versione digitale del Devoto Oli 2017.

Considerazioni: gli anglicismi, quasi del tutto assenti fino all’Ottocento, entrano prepotentemente nel XX secolo (più precisamente 747 sono datati nella prima metà del Novecento, e ben 2.077 nella seconda).
Nel nuovo Millennio ne sono stati registrati 509 (una media di una trentina all’anno), ma tenuto presente che i neologismi del XXI secolo del Devoto Oli sono in totale 1.049, significa che quasi la metà delle nuove parole è rappresentata da termini inglesi, il che mi pare un rischio per il futuro della nostra lingua: se le cose nuove sono in inglese presto ci mancheranno i termini per dirlo in italiano. In molti ambiti, come quello del lavoro, delle nuove tecnologie o della scienza sta accadendo sotto i nostri occhi o forse è già successo.