2.200 firme per una legge sull’italiano e “Rapporto sull’anglicizzazione”

di Antonio Zoppetti

Come annunciato nell’ultimo articolo, davanti alle dichiarazioni di vari politici del nuovo Governo di voler legiferare sulla lingua italiana, sembra che anche nel nostro Paese, finalmente, ci sia uno spiraglio per porre in primo piano la questione della lingua, dell’anglicizzazione e della necessità di varare una politica linguistica.

Per questi motivi è arrivato il momento di chiudere le sottoscrizioni a favore della nostra petizione di legge per l’italiano e di inoltrarle in Parlamento. Entro questa settimana le firme saranno inviate alle Commissioni Cultura di Camera e Senato, e a una rosa di deputati che si sono dimostrati sensibili alla questione, insieme a un “Rapporto sull’anglicizzazione” basato su numeri e statistiche (lo potete scaricare a questo indirizzo) e a un “Libro bianco” per una politica linguistica che sarà disponibile a breve sul sito italofonia.info.

Nel ringraziare, di cuore, i quasi 2.200 firmatari che ci hanno appoggiato, di seguito rendo pubblica la lettera che accompagnerà l’invio di tutta la documentazione.

2.200 firme per una legge sull’italiano e “Rapporto sull’anglicizzazione”

Onorevoli Parlamentari,

spett.li Commissione Cultura di Camera e Senato,

con la presente vi inoltriamo le circa 2.200 firme di cittadini che hanno sottoscritto una petizione di legge (https://attivisti.italofonia.info/proposte/legge-vivalitaliano-2021/) presentata alla Camera e al Senato per la tutela e la promozione della lingua italiana davanti all’abuso dell’inglese (assegnata: al Senato il 24 marzo 2020, n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali; alla Camera il 20 aprile 2020, n. 727, VII Commissione cultura).

Abbiamo preso atto con grande interesse che l’attuale Governo si sta mostrando sensibile ai temi della lingua italiana in modo concreto, per la prima volta, e dopo la proposta del Sen. Menia di inserire l’italiano in Costituzione, e le varie dichiarazioni pubbliche rilasciate dal Presidente del Consiglio Meloni e da altri politici di spicco (Rampelli, Lollobrigida, Mollicone…), speriamo che le nostre iniziative possano contribuire alla causa e, soprattutto, al dibattito mediatico innescato dal vostro operato.

La nuova questione della lingua, in un mondo sempre più “globalizzato”, non ha più a che fare con il “purismo”, come in passato, riguarda invece “l’ecologia linguistica” e la tutela degli ecosistemi linguistici: si trasforma nella questione “delle lingue” – declinate al plurale – schiacciate e in alcuni casi messe a rischio dall’espansione dell’inglese globale che entra in conflitto con gli idiomi locali. In gioco non c’è solo lo “tsunami anglicus”, come lo ha definito Tullio De Mauro, e cioè l’interferenza dell’angloamericano che rischia di trasformare l’italiano in itanglese, il francese in franglais, lo spagnolo in spanglish, il tedesco in Denglisch, il greco in greenglish… (ovunque, anche fuori dall’Europa, non c’è Paese che non abbia ormai coniato un termine per designare il fenomeno: dal japish per il giapponese sino al konglish per il coreano). Il problema, a parte le contaminazioni, è quello del plurilinguismo e della tutela delle lingue minori che retrocedono dinnanzi all’inglese globale e in alcuni casi rischiano l’estinzione (in Europa il caso dell’islandese è quello più preoccupante).
Siamo perciò convinti che l’Italia abbia un bisogno urgente di una politica linguistica, che in altri Paesi si è ben delineata, perché l’inglese rischia di soppiantare l’italiano nelle università e diventa per esempio il linguaggio unico della scienza, del lavoro, dei contratti aziendali, delle denominazioni urbane, delle manifestazioni culturali e artistiche, dei prodotti proposti da istituzioni come le Ferrovie dello Stato o le Poste italiane (un esempio per tutti: Alitalia trasformata in ITA Airways).

Per questo motivo ci permettiamo di allegare due documenti.

– Un Rapporto sull’anglicizzazione con dati e statistiche sull’interferenza dell’inglese realizzato da un esperto che sul tema ha pubblicato vari libri e articoli. Riteniamo che contenga elementi utili e incontrovertibili per una misurazione e valutazione di ciò che sta accadendo alla nostra lingua nel nuovo Millennio.

– Un “Libro bianco” che guarda alle politiche linguistiche e ai provvedimenti varati in Francia, Spagna e Svizzera, e illustra i grandi benefici che l’attuazione di analoghe misure potrebbero portare al nostro Paese e a tutti i cittadini, nel promuovere la nostra lingua sul piano interno, di fronte agli anglicismi sempre più numerosi, e soprattutto sul piano internazionale, visto che l’italiano gode all’estero di un’ammirazione e di una nomea che poche altre lingue possono vantare. E costituisce perciò una risorsa non solo culturale, ma anche economica, su cui investire.

Chi siamo

Come fondatori e rappresentanti della comunità degli “attivisti dell’italiano” aggregata attraverso le nostre pagine in Rete, da ormai molti anni siamo in prima linea nella denuncia della regressione della nostra lingua davanti all’inglese, con tante iniziative volte a cambiare l’assurda e deleteria mentalità per cui le parole inglesi appaiono più evocative dei corrispettivi italiani.

In particolare, tra i tanti siti dedicati all’italiano che gestiamo, con grande sforzo abbiamo dato vita al Dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi), disponibile gratuitamente in Rete (https://aaa.italofonia.info/), che raccoglie e classifica circa 3.800 parole inglesi affiancate dai sinonimi italiani utilizzabili e dalle spiegazioni dei significati, visto che l’inglese pone dei consistenti problemi di trasparenza soprattutto nei confronti dei cittadini meno giovani. Si tratta del più ampio lavoro del genere esistente in Italia, ed è stato concepito per colmare un vuoto che in Paesi come Francia e Spagna viene realizzato in modo istituzionale dalle accademie.


Nel 2019 abbiamo lanciato un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, firmato da più di 4.000 cittadini (https://www.change.org/p/sergio-mattarella-basta-anglicismi-nel-linguaggio-istituzionale-viva-l-italiano-litalianoviva), per chiedere un intervento simbolico che sensibilizzasse la politica sull’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale, ma non abbiamo mai avuto risposta.

Senza risposta sono rimaste anche le tante lettere inviate negli ultimi anni a vari politici: dal Presidente Draghi che in un paio di occasioni pubbliche aveva esternato con ironia l’assurdità del ricorso a certi termini inglesi, ad alcuni politici della scorsa legislatura che hanno però ignorato la nostra petizione di legge. Senza riscontro sono rimaste poi le nostre lettere di protesta collettive rivolte per esempio all’onorevole Franceschini che aveva deciso di denominare in inglese il portale dedicato al patrimonio culturale italiano ITSART, o all’onorevole Di Maio che ha introdotto la figura del “navigator” in modo ufficiale.

Nella speranza che questo nuovo appello sia ritenuto degno di considerazione e che il nostro punto di vista possa contribuire alla maturazione dei provvedimenti che intendete mettere in campo, esprimiamo la nostra più ferma convinzione che la tutela e la promozione della lingua italiana abbia bisogno soprattutto di una campagna mediatica volta a ribaltare l’attuale senso di inferiorità nei confronti dell’inglese.

L’inserimento dell’italiano in Costituzione – che appoggiamo e avevamo incluso nella nostra petizione di legge – ha un alto valore simbolico, ma da solo, a nostro avviso, non basta. La “battaglia” conto l’abuso degli anglicismi passa per la “connotazione”: occorre un cambio di paradigma culturale che spezzi la convinzione per cui l’inglese sia una lingua “superiore” e che gli anglicismi siano preferibili, o più moderni e internazionali, rispetto agli equivalenti italiani.

Questo capovolgimento di prospettiva si può perseguire (con costi irrisori) attraverso i canali già esistenti delle pubblicità progresso previste per sensibilizzare i cittadini sui temi sociali; attraverso campagne nelle scuole; attraverso emanazioni di linee guida, raccomandazioni e direttive per il linguaggio amministrativo e istituzionale, esattamente come è stato già fatto per esempio nel caso della femminilizzazione delle cariche o per il linguaggio non discriminatorio. In Svizzera queste direttive esistono, in nome della trasparenza e del rispetto che si deve ai cittadini italofoni, e anche in Francia e in Spagna le accademie realizzano campagne pubblicitarie in cui promuovono le proprie parole al posto degli equivalenti inglesi, sia con banche dati terminologiche ufficiali per gli addetti ai lavori sia con campagne mediatiche rivolte alla popolazione. Questi modelli hanno ottenuto discreti risultati e crediamo siano utili da studiare e da seguire.

Ringraziandovi per l’attenzione e per l’interesse mostrato per la lingua di Dante, patrimonio storico e culturale di tutti gli italiani di ogni schieramento politico, vi auguriamo buon lavoro e, a nome di tutti i firmatari, vi porgiamo i nostri più cordiali saluti.

Antonio Zoppetti (primo firmatario della petizione di legge)
Giorgio Cantoni (fondatore del portale Italofonia.info)

Interferenze dell’inglese: narrativa, narrazione, retorica e storytelling

di Antonio Zoppetti

Sempre più spesso capita di imbattersi nell’utilizzo della parola “narrativa” con un’accezione che non esiste nell’italiano storico; viene sciorinata con disinvoltura come un equivalente di “ricostruzione dei fatti” spesso non oggettiva, ma forzata o funzionale alle proprie tesi: la narrativa dei terrapiattisti o degli antivaccinisti (ormai detti solo no vax, anche se in inglese è in uso anti-vaxxer).

La narrativa è invece un’etichetta editoriale contrapposta per esempio alla saggistica, alla scolastica, alla manualistica… e si riferisce ai romanzi o ai racconti, e cioè alle opere di narrazione o di letteratura.
La confusione deriva anche dal fatto che, in inglese, il falso amico narrative significa appunto racconto o narrazione, e quando l’anglocentrismo diviene il modello prevalente, se non l’unico, della cultura e della società, questi slittamenti di significato avvengono sempre più di frequente.

Questo uso di “narrativa” attualmente si può considerare come “erroneo”, perché viola la norma e l’uso storico riportati nei dizionari; ma se non verrà arginato e stigmatizzato come “sbagliato”, “incolto”, “zotico”, “ignorante”, “rozzo” e “tamarro”, se continuerà a propagarsi in modo inarginabile, ai dizionari (dell’uso) non resterà che prendere atto dell’avvenuto cambiamento lessicale, per poi registrarlo, magari in un primo tempo con qualche riserva destinata alla fine a cadere.

L’evoluzione delle lingue segue da sempre questi meccanismi, e non di rado finisce che l’uso, e la forza dell’ignoranza, ha la meglio sulla norma. Per esempio, un’espressione come “macchina da scrivere”, a lungo sanzionata da molti in favore di “macchina per scrivere” – in cui la preposizione per risulterebbe più corretta e appropriata di da – alla fine si è imposta anche quando lo strumento ha cessato di esistere, visto che oggi è stato rimpiazzato dal computer, in inglese. E, a proposito dell’inglese, questi fenomeni avvengono sempre più spesso proprio per la sua interferenza.

L’interferenza invisibile

Le lingue evolvono. Un tempo si sarebbe detto si evolvono. Ma oggi anche la prima forma è accettabile, forse proprio per l’interferenza dell’inglese to evolve, che non richiede il riflessivo, e ci ha abituati a questo uso.

Le lingue cambiano insieme alle società, alle culture e alla storia, ed è un bene che lo facciano, altrimenti non sarebbero vive. Si evolvono anche per via esogena, cioè attingendo dalle altre lingue, come è sempre accaduto sin dall’epoca di Dante, nel cui lessico divinamente fiorentino si rintracciano allo stesso tempo parole di altre regioni insieme a quelle di origine provenzale, latina, araba e di varie provenienze.

Negli ultimi decenni, visionario circola di frequente con il significato di persona lungimirante, che vede lontano – per influenza dell’inglese visionary che ha raggiunto l’apice soprattutto con la mitizzazione di Steve Jobs – invece di designare chi ha delle visioni distorte e allucinate, il significato che da noi era prevalente.

Lo stesso si può dire del verbo realizzare usato nel senso di comprendere, invece di costruire; della parola intrigante nel senso di coinvolgente, invece che nel suo significato storico legato al compiere intrighi; o di basico – in chimica il contrario di acido – usato ormai comunemente con il significato di fondamentale, e cioè “di base” per l’interferenza di basic del basic englisch.
Questi esempi di “risemantizzazioni”, cioè di mutamenti di significato che arrivano dal “prendere in prestito” la valenza che queste parole hanno in inglese, spesso avvengono in modo inconsapevole, e si possono poggiare su significati storici che già circolavano in italiano da tempo, anche se erano secondari. Per esempio la parola compagnia non è solo una brigata di amici, ma già in passato serviva per designare anche una consociazione di artisti e artigiani o una struttura associativa di carattere commerciale (“Sono molti mercatanti, e fanno compagnia insieme”, Marco Polo), dunque una società o un’azienda. Ma il falso amico company (azienda) ha rinforzato questo uso che si ritrova nelle compagnie aeree, assicurative o telefoniche, al punto che nella recente polemica sulla nuova gestione di Twitter, su RaiNews (11/11/22) si legge come fosse normale che secondo Musk “il fallimento potrebbe essere una possibilità se la compagnia non inizia a generare più denaro”.

Viva i falsi amici! Abbasso gli anglopuristi!

Un “purista”, o meglio, un moralizzatore linguistico ostile ai neologismi come ce ne sono troppi (visto che il purismo in senso tecnico è morto e sepolto) è mediamente molto infastidito davanti a questi cambiamenti, che stigmatizza in modo di solito velenoso. Ma questo fenomeno è davvero grave e pericoloso per l’integrità della nostra lingua?

No. Questa almeno è la mia posizione, che vorrei chiarire, perché mi sono davvero scocciato di finire etichettato come “purista” dagli anglomani; come “comunista” dai conservatori che non apprezzano le mie citazioni di Gramsci e i miei strali contro il linguaggio anglicizzato per esempio del Pd (che considero un partito di destra moderata); come “fascista” da chi blatera a sproposito che le mie posizioni sulla lingua ricalcano la guerra ai barbarismi del ventennio. Ultimamente mi sono preso persino del “talebano” perché nel dizionario delle Alternative Agli Anglicismi ho osato constatare che il flashback (anglicismo tecnico cinematografico) corrisponde all’analessi in uso nella critica letteraria, e in una retrospettiva o in un salto indietro (per es. il come è cominciata) in vari usi in senso lato. Curiosamente nessuno scriverebbe all’autore di un dizionario dei sinonimi facendo notare che le alternative riportate non sono perfette (bella scoperta!), tutto dipende dai contesti e dalle scelte lessicali di cui sono alla ricerca i lettori per i loro scopi, e l’unico atteggiamento talebano è non capirlo e confondere il mio lavoro con un elenco di anglicismi “vietati” o da bandire.

E allora, anche se è impopolare, voglio gridare: “W i falsi amici e W l’interferenza dell’inglese”, se passa per l’italianizzazione strutturale e formale. Se in un prossimo futuro “narrativa” acquisterà ufficialmente il significato di “narrazione” o “racconto”, chissenefrega! Se attraverso il linguaggio informatico, per interferenza dell’inglese to implement, spunta e dilaga il verbo implementare con il significato di sviluppare o perfezionare non c’è alcun problema, è un adattamento e una parola italiana (personalmente non la uso e mi ripugna, ma questa è un’altra faccenda ed è solo questione di gusti e di abitudine). Esattamente come un sito (Internet) diventa un luogo virtuale sul modello di web site.

E se in biologia si parla di cure parentali invece che genitoriali – per interferenza del falso amico parent (genitore) – l’italiano non rischia l’estinzione, semplicemente si evolve come è normale, che piaccia o meno. Grave e anormale è invece che il filtro famiglia dei televisori, il controllo genitoriale (ma va bene anche parentale, alla peggio) sia chiamato parent control, e cioè in inglese crudo e con abbandono del lessico e della sintassi italiana. Il pericolo sta negli anglicismi non adattati, e non per motivi di principio, di purismo o di autarchia sovranista, ma per il loro numero sproporzionato e distruttivo che sta facendo scempio del nostro ecosistema linguistico.

Ciò che andrebbe condannato, invece, è l’ottuso atteggiamento di quelli che chiamo anglopuristi. Come i più intransigenti puristi del passato, questi anglomani vogliono cristallizzare l’italiano nei suoi soli usi storici, e dimenticano che le lingue vive hanno la necessità di evolversi per esprimere i cambiamenti e le novità. Recentemente, tutti i giornali hanno dato ampio spazio alla vicenda dell’onorevole Rampelli che è sbottato contro l’uso della parola dispenser, usata in Parlamento, proponendo dispensatore. Certo, in italiano esistono anche erogatore e distributore, e nell’italiano storico dispensatore si riferisce prevalentemente a colui che dispensa (dunque una persona) più che a un dispositivo erogatore. Ma cosa impedisce di usare – correttamente e in modo comprensibile – la parola con un nuovo significato più esteso?
Nulla, a parte le idiozie degli anglopuristi che vogliono ingessare l’italiano ai soli usi storici dimenticando che la lingua è metafora, che il lessico è – e deve esserlo per evolversi – elastico, suscettibile di cambiamenti, e che accanto agli usi codificati esiste per fortuna la possibilità creativa dei parlanti di dare vita a nuove parole e nuovi significati. Per gli anglopuristi che spesso vorrebbero applicare le regole della terminologia alla lingua – con una concezione della lingua monosignificato e meccanica che produce deliri – l’italiano è un monolite immodificabile, dunque preferiscono giustificare la necessità e l’opportunità del lessico inglese, invece che legittimare i nuovi usi che arrivano per via endogena. E con questa (il)logica tutto ciò che è nuovo finisce per essere espresso in inglese, visto che se una cosa è nuova ovviamente non c’è già una parola per designarla. Ma se non la si crea, perché tutto o quasi sembra arrivare d’oltreoceano, questo atteggiamento puristico finisce per aprire le porte solo all’inglese, identificato come la lingua di una nuova e intoccabile terminologia che però non è più in italiano. Oltretutto, davanti a parole come governance e alternative possibili e tentate come governanza, vale la pena di ricordare che nessuna delle due parole (quindi nemmeno l’inglese) appartiene all’italiano storico, e non si capisce perché la prima sarebbe legittima e la seconda no.

Lingua e pensiero: la riconcettualizzazione attraverso l’inglese

Nessuna parola è “straniera” per la sua origine e provenienza, le parole straniere sono quelle che violano il nostro sistema morfologico e grammaticale, i “corpi estranei” – per dirla con Castellani – che non si amalgamano con il tessuto linguistico che li ospita.
Questo principio non appartiene al purismo, era condiviso e dato per scontato dai più feroci antipuristi e aperturisti di ogni epoca, e da sostenitori della modernizzazione dell’italiano e dell’accoglimento delle parole straniere da Machiavelli a Muratori, da Verri a Cesarotti e a Leopardi. Anche rispetto alle posizioni neopuriste di autori moderni come Migliorini e Castellani, teorici dell’italianizzazione, dell’adattamento e delle neologie, si può fare un passo in più: non c’è niente di male neanche ad accogliere corpi estranei non adattati, se costituiscno un numero contenuto e tale da poter essere assorbiti senza pericolo, come avviene per un esiguo numero di parole giapponesi, per poche centinaia di ispanismi o germanismi, e anche per un migliaio di francesismi accolti nei dizionari.
Ma davanti allo tsunami anglicus che travolge e distrugge la nostra lingua, il problema è un altro, e ha a che fare con la regressione dell’italiano, il suo impoverimento e la sua creolizzazione.
Il pericolo è qui, non sta nell’uso di “supportare” al posto di “appoggiare” o “convalidare” (per interferenza di to support) o nel farsi strada del concetto di “resilienza” spacciato come novità rispetto a “resistenza”.

L’invasione di parole e radici inglesi non adattate che ci soffoca e impedisce all’italiano di coniare i propri neologismi, e quindi di evolvere e sopravvivere, è così estesa che sta portando al collasso linguistico e terminologico in sempre più settori, dall’informatica al lavoro, dall’economia alla scienza, dallo sport all’intrattenimento… Ed è l’effetto collaterale di un’anglicizzazione e di un’americanizzazione sociale e culturale prima che linguistica che nasce da una riconcettualizzazione del mondo attraverso le categorie d’oltreoceano che fanno piazza pulita della nostra storia, in un cambio di paradigma in cui i precetti della nuova cultura che si vuole imporre si basano sulla diffusione dell’ignoranza e sulla cancellazione delle nostre radici.

Per tornare alla narrativa e alla narrazione da cui eravamo partiti, vale la pena di ricordare che l’arte della narrazione, intesa come comunicazione persuasiva (scritta e orale), nasce almeno con i sofisti dell’antica Grecia, e si chiamava retorica. L’arte dell’oratoria e della retorica è poi passata alla cultura Romana dell’epoca classica ed è stata per secoli e secoli oggetto di studio e di analisi che si sono arricchite di punti di vista multidisciplinari, dalle riflessioni psicologiche a quelle pubblicitarie. Ma nell’era del marketing dalla retorica si è passati allo storytelling che ci arriva d’oltreoceano, pensato in maniera pragmatica da chi si sveglia un giorno, semplifica e appiattisce secoli di riflessioni magari in nome del problem solving, e ci rivende una “nuova” e moderna tecnica rivoluzionaria che si esprime con “intraducibili” termini in inglese che noi, nel nostro piccolo servilismo, ripetiamo, insegniamo e diffondiamo nelle nuove scuole coloniali senza più alcuno spirito critico. È lo storty-telling di chi ha smarrito la propria cultura e le proprie radici e si fa fagocitare compiaciuto in un processo cannibale, innanzitutto culturale, e quindi anche linguistico.

PS

Buon Natale e buone feste a tutti. E a coloro che – forse credendo di essere internazionali – inviano gli auguri con formule come Merry Christmas, Happy Holidays e simili americanate destinate ai colleghi italiani o alle vecchie zie, vorrei ricordare che non siete solo ridicoli e patetici, siete dannosi collaborazionisti del globalese che sta uccidendo la nostra lingua e cultura.

L’italiano, i giovani e l’inglese

di Antonio Zoppetti

È da poco uscito uno studio dell’Accademia della Crusca che fa il punto sul linguaggio giovanile del nuovo Millennio ed è ricco di nuovi dati e riflessioni interessanti.

Curato da Annalisa Nesi, ed edito da goWare, L’italiano e i giovani. Come scusa? Non ti followo raccoglie gli interventi di vari specialisti che hanno trattato il tema da diversi punti di vista.

Il libro è uscito in occasione della Ventiduesima settimana della lingua italiana nel mondo che si è svolta dal 17 al 23 ottobre, ma che non si è esaurita in questo lasso di tempo e in Germania – dove i corsi universitari non erano ancora partiti – è stata posticipata. Perciò, nella coda lunga della manifestazione, segnalo che martedì 15 novembre terrò una conferenza sullo stesso argomento presso l’Università di Heidelberg intitolata “L’italiano i giovani e l’inglese“.

È aperta a tutti e si potrà seguire via Zoom dalle 18 alle 20 a questo indirizzo: https://heiconf.uni-heidelberg.de/t76z-6ev6-2gr3-x7cz.

Per chi è interessato, ho recensito il libro della Crusca sul portale Italofonia.info, mentre sul canale del linguista Mario Mancini di goWare ho aggiunto le mie considerazioni sul fatto che l’anglicizzazione emerge come uno dei dati più significativi che contraddistingue il nuovo linguaggio giovanile; ma ciò non deve stupire, e bisognerebbe leggerlo alla luce di una ben più ampia anglicizzazione che riguarda la lingua italiana nella sua complessità.

La stagnazione del gergo giovanile che attinge quasi solo dall’inglese

Il linguaggio giovanile è da sempre caratterizzato dal suo essere passeggero. Le nuove generazioni creano un loro gergo che si rinnova continuamente e si distacca da quello delle generazioni precedenti, per cui se negli anni Sessanta per indicare e connotare negativamente chi era “anziano” si usava “matusa”, oggi si usa l’anglicismo “boomer”. Inoltre, una volta adulti, i giovani tendono ad abbandonare le parole che usavano da ragazzi, e vocaboli come “sfitinzia” che nel gergo dei paninari degli anni Ottanta indicava la “ragazza”, tendono a scomparire, perché vengono dismessi dai parlanti che li sfoggiavano. Tuttavia, anche se la gran parte del lessico giovanile finisce con lo svanire, alcune parole sopravvivono e possono entrare nella lingua italiana, magari perché sono riprese e accettate dai giornali, oppure perché vengono ereditate e riproposte anche dalle generazioni successive. Il meccanismo e le percentuali di attecchimento non sono poi diversi da quelli che regolano l’affermarsi dei neologismi, di cui solo una piccola parte è destinata a raggiungere una sua stabilità che sopravvive nel tempo.

Nel caso del linguaggio dei giovani le nuove parole generazionali sono sempre state marcate da una certa creatività nelle coniazioni, e gli elementi di partenza erano soprattutto legati al territorio. Quando la leva era obbligatoria, per esempio, dal linguaggio della “naia” che coinvolgeva la popolazione maschile si importavano espressioni come “burba” o “spina”, che designavano il neofita e il suo essere un novellino spesso connotato come imbranato (una “matricola” nel gergo universitario). Oggi lo stesso concetto è mutuato dall’ambiente virtuale dei videogiochi attraverso espressioni come newbie (probabilmente da “new boy”) che viene poi anche adattato e variato in tanti modi come niubbo, nabbo, nabbone e via dicendo. E a proposito di varianti, va detto che molte parole giovanili del passato erano voci regionali e dialettali, e lo stesso gergo dei giovani era legato alla territorialità e si differenziava di regione in regione.

Oggi lo scenario è cambiato radicalmente. Nel passaggio dalla socialità, che contraddistingueva i movimenti studenteschi e giovanili di una volta, all’epoca dei “social”, l’ambiente di cui i ragazzi del Duemila si nutrono è quello virtuale. La Rete, le piattaforme sociali, i videogiochi, le serie televisive, i film, i video musicali, i prodotti d’oltreoceano tecnologici e di consumo… sono i nuovi punti di riferimento che formano e accomunano i giovani. Questi sono i nuovi “centri di irradiazione della lingua” avrebbe forse detto Pasolini. E poiché questa globalizzazione si esprime soprattutto in inglese e coincide sempre più con l’americanizzazione del mondo, ecco che l’odierno linguaggio giovanile segna un periodo di “stagnazione” in cui la creatività lessicale si è interrotta – come osservano Michele Cortelazzo e Luca Bellone – perché più che altro si importa dall’inglese. E per lo stesso motivo anche le componenti regionali e dialettali vengono meno, per cui il linguaggio dei giovani “ha perso gran parte della varietà (sociale e geografica) che lo caratterizzava per imboccare vie più standardizzate e basate su modelli trasmessi attraverso i social network” (Cortelazzo), mentre si registra una “sensibile riduzione del processo di neoconiazione di parole ed espressioni del cosiddetto «strato gergale ‘innovante’ ed effimero»” (Bellone).

Anche se mancano dei confronti statistici sul numero degli anglicismi presenti nel linguaggio giovanile del passato (da sempre influenzato dalle suggestioni musicali, cinematografiche, letterarie e commerciali d’oltreoceano), è evidente che oggi l’inglese è diventato il punto di riferimento principale che ha cannibalizzato ogni altro aspetto. Tra le 9 parole esemplificate da Cortelazzo ci sono anglicismi crudi come cringe, crush, millennial, pov, trend, scorciamenti come bando (cioè casa abbandonata da abandoned house) e ibridazioni come droppare, floppare e stitchare.

E l’italiano dov’é? Viene da chiedersi.

Kevin De Vecchis ha analizzato un corpus di 398 occorrenze apparse su Twitter nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2021 e il 1° aprile 2022. Su 122 forme italiane “alcune delle quali calcate sul modello inglese (come vibrazioni positive, dall’inglese good vibes)” registra ben “74 prestiti integrali, non adattati, dall’inglese”. Questi anglicismi crudi rappresentano dunque più della metà delle voci, e se si aggiungono anche i calchi e le parole ibride e italianizzate, la presenza dell’inglese rivela tutto il suo ingombro. Se poi si analizzano le cose più nel dettaglio, ci sono ben 18 forme verbali ibride (come “blessare” o “lovvare”) e 3 aggettivi (“basato”, “ghostato”, “scriptato”), oltre ad addirittura 13 espressioni fisse che introducono “pezzi” di inglese più complessi di un singolo vocabolo, e sembrano più una testimonianza di enunciazioni mistilingue che si fanno strada nell’italiano, per esempio “frasi semplici (fight me), complesse (per es. prove me I’m wrong), esclamative (what a time to be alive) o anche sintagmi verbali come per es. is over ‘è finito’, che viene unito a diversi soggetti.” A queste si possono aggiungere locuzioni avverbiali come “too much o l’alfanumerico 2l8 ossia too late, visto che la pronuncia inglese di 2 è simile a too e quella di 8 a ate in late”, e circolano persino delle forme verbali come “fly down” e “to blow up”.

La stagnazione dell’italiano

Se gli interventi degli studiosi della Crusca prendono atto dell’anglicizzazione del linguaggio giovanile, questo fenomeno non è affatto confinabile in questo ambito, e anche se nella pubblicazione non viene detto bisognerebbe registrare che gli stessi meccanismi e la stessa stagnazione coinvolgono più in generale l’intera lingua italiana. Dalle marche dei dizionari come lo Zingarelli e il Devoto Oli risulta che più della metà dei neologismi del Duemila è in inglese crudo, o proviene dall’inglese. Gli adattamenti sono pochissimi e spiccano invece le parole ibride, per cui se i giovani ricorrono a verbi come followare e friendzonare, gli adulti non si fanno problemi a bypassare l’italiano o screenare il suo lessico con altrettanta naturalezza. Se il 98% dei ragazzi trascorre “almeno 5 ore al giorno all’interno degli spazi offerti dai social network” come WhatsApp, Instagram, TikTok o YouTube (Bellone), i loro genitori e professori non sono fuori da queste dinamiche e i giornalisti, gli imprenditori, la nostra intera classe dirigente ha come punto di riferimento soprattutto ciò che viene d’oltreoceano, e le conseguenza linguistiche sono solo la spia di questo cambio di paradigma che non è solo generazionale, ma sociale.

È curioso che l’onorevole Rampelli, indignato davanti ad anglicismi come “dispenser”, si ribelli all’inglese proponendo di usare “dispensatore”. E non perché questa parola non si possa usare in questo nuovo significato perfettamente lecito e comprensibile rispetto a “colui che dispensa”, ma perché le alternative “erogatore” e “dosatore” che esistono da sempre non vengono più in mente davanti all’avanzare dell’inglese che produce “prestiti sterminatori” che fanno regredire e talvolta scomparire le espressioni italiane. È avvilente anche che un certo giornalismo e una certa politica, davanti a queste prese di posizione, non sappia far altro che riproporre in modo strumentale la solita tiritera del fascismo. Questo approccio alla questione è davvero miope perché, di fronte all’attuale “tsunami anglicus”, chi difende e promuove l’italiano dovrebbe evocare al contrario chi fa la Resistenza. E invece di interpretare l’italianizzazione – anche creativa o basata su adattamenti e allargamenti di significato – come una posizione nostalgica, si dovrebbe spostare il punto di riferimento dal ventennio a ciò che oggi si fa in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e nei Paesi democratici e civili che considerano normale e auspicabile proteggere il proprio patrimonio linguistico davanti al globalese che entra in conflitto con le lingue locali, pone problemi di trasparenza, crea barriere di comprensibilità e fratture sociali che discriminano alcuni parlanti, e soprattutto snatura gli idiomi locali fino a metterne a rischio la sopravvivenza.

Anche i giornalisti e i politici, in altre parole, come i giovani, attraverso il ricorso agli anglicismi si identificano, si distinguono socio-linguisticamente, e marcano il loro ambito di appartenenza. Anche loro guardano all’anglosfera come al punto di riferimento principale su cui si formano. Se il dizionario inglese Collins introduce come parola dell’anno “permacrisis” ecco che immediatamente dopo tutta la stampa italiana dedica un pezzo alla nuova parola come se fosse una “nostra” parola. Perché l’anglosfera non è solo il punto di riferimento dei giovani ma dell’intera nostra classe dirigente.

La buona notizia è che “permacrisis” è stata adattata in “permacrisi”, come ho spiegato alla redazione di Oggi che mi ha intervistato in proposito. Ma purtroppo questi esempi di evoluzione linguistica “sana”, sono sempre meno. E davanti agli anglicismi crudi usati snobisticamente per elevarsi bisognerebbe adattare invece che adottare e creare più neologismi per non finire fagocitati dall’itanglese. Dinnanzi agli anglicismi e ai nuovi concetti che ci mancano ci vorrebbero più adattamenti, più risemantizzazioni come “dispensatore” (quando non abbiamo già le nostre parole) e più neologismi creativi, per uscire dalla stagnazione della nostra lingua che anglicismo dopo anglicismo sta soffocando e sembra un albero morto che rimane in piedi ma riesce sempre meno a germogliare a partire dalle proprie radici. Perché i nuovi germogli sono il risultato di trapianti linguistici geneticamente modificati e tutto ciò non ha più a che fare con il purismo o il fascismo, ma con l’ecologia linguistica: l’italiano è un ecosistema schiacciato dal globalese, e se non lo si protegge e promuove non può che fare una brutta fine. Non fare nulla non significa essere “liberali”, significa essere complici della sua regressione e assistere alla sua sopraffazione.

Il price cap e il tetto agli anglicismi

[di Antonio Zoppetti]

Da qualche tempo sui giornali e in tv la nuova parola d’ordine per l’abbandono dell’italiano è “price cap”, come se non si potesse dire “tetto ai prezzi” del gas, come se l’italiano non esistesse, come se il ricorso all’inglese con la sua inversione sintattica avesse qualche senso o aggiungesse qualcosa. Il riferimento al gas è spesso sottinteso, come se “price cap” fosse un tecnicismo che lo include, al contrario degli equivalenti italiani più generici. La presunta “specificità” degli anglicismi che si differenziano dall’italiano si fa strada sempre con le stesse patetiche modalità.

Le attuali frequenze di “price cap”

Se quantifichiamo questo nuovo uso i risultati sono impressionanti. Sul Corriere.it l’espressione ricorreva mediamente 3 volte all’anno, ma nel 2022 la sua frequenza restituisce più di 130 articoli. In agosto le occorrenze erano salite a 13, in settembre sono diventate 47, e nei primi 9 giorni di ottobre se ne contano ben 18 (una media di due articoli al giorno).

Sulle altre testate le cose non son molto diverse.

Internazionalismo o provincialismo?

I giustificazionisti dell’inglese penseranno probabilmente che si tratta di un “internazionalismo” degli economisti che ci arriva da un’Europa che parla inglese, anche se non è affatto la lingua ufficiale della Ue. Ma non è per nulla un internazionalismo, bensì un anglicismo tipico dell’italietta colonizzata. La ricerca di “price cap” su Le Monde, per esempio, restituisce solo 3 articoli in tutto l’archivio del giornale. E sui mezzi di informazione francesi e spagnoli a nessuno o quasi viene in mente di usare l’inglese al posto della propria lingua, con cui i nostri vicini hanno il vezzo di esprimersi.

Il nuovo picco di stereotipia giornalistico sembra destinato ad avere delle conseguenze a lungo termine sulla lingua italiana. Il problema di calmierare i prezzi del gas è appena iniziato e rischia di essere un tormentone che ci accompagnerà per molto tempo, e alla fine, se questa diventa l’unica espressione che i mezzi di informazione diffondono, anche la gente non potrà fare altro che ripeterla solo in inglese.

Come è iniziata

I picchi di stereotipia giornalistici che portano gli anglicismi arrivano a ondate legate a eventi contingenti, e quando non sono più di attualità non è vero che le parole inglesi spariscono, il più delle volte diventano solo meno frequenti, rimangono in un periodo di latenza che spesso si riattiva con un nuovo picco di stereotipia che finisce per radicare le espressioni in modo definitivo. Nel libro Diciamolo in italiano, per esempio, ho analizzato il caso di job o di compound (qui una sintesi) e anche l’attuale “price cap” costituisce un secondo picco di stereotipia, la seconda ondata che sta radicalizzando la parola.

Come si evince dai grafici di Ngram Viewer, la prima volta era arrivata all’inizio degli anni Novanta per salire di frequenza in modo rapido, raggiungere il suo primo picco nel 2003, e poi scendere progressivamente.

Cercando sugli archivi storici dei giornali si può constatare che il tetto ai prezzi espresso in inglese a quei tempi era legato alle liberalizzazioni del mercato telefonico, energetico, delle autostrade o dei treni e alle loro tariffe. E così su La Stampa (22/12/2001, numero 352, pagina 5) si leggeva: “Tremonti blocca i prezzi dei biglietti ferroviari. (…) Poi le Fs hanno dato l’annuncio comunicando che non potranno procedere a rincari sulla base dell’attuale price cap (il sistema che permette l’adeguamento delle tariffe quando si innalzano gli standard di produttività ed efficienza)”.

Tra gli altri articoli dedicati alle bollette dell’acqua c’erano pezzi di questo genere: “La bolletta idrica è destinata a lievitare in futuro. Perché? Colpa del «price cap», cioè di quel meccanismo che nella determinazione delle tariffe tiene conto degli investimenti effettuati dalle aziende del settore per migliorare il servizio.”
E tra quelli sulle tariffe telefoniche: “Telefoni: un tetto ai prezzi. Il price cap concerne le tariffe di Telecom Italia (apparecchi fissi) che sono le uniche tuttora stabilite in via amministrativa. Il nuovo meccanismo avvicina la completa liberalizzazione, perché la tariffa potrà variare da un minimo a un massimo.”

Risolte le vicende delle liberalizzazioni che si sono svolte nell’arco di più di un decennio, anche “price cap” è finito nel dimenticatoio, ma come si vede dal grafico di Google il primo picco di stereotipia ha introdotto l’anglicismo portandolo dalle zero occorrenze a un’alta frequenza, che quando si è abbassata ha lasciato l’espressione inglese circolare nella nostra lingua senza che scomparisse.
La fase uno introduce la parola e crea il precedente. La fase due – che si manifesta anche dopo decenni – di solito la stabilizza nell’uso.

Se i grafici di Ngram Viewer non si fermassero al 2019 oggi vedremmo una nuova impennata di “price cap”, ben più alta della prima. E la differenza più eclatante sta nella sfrontatezza dei giornali. Se a cavallo del nuovo Millennio “price cap” era diventato molto frequente, nessun giornale lo urlava nei titoli, che erano ancora espressi in italiano. Nell’archivio storico de La Stampa l’espressione inglese non compare in nessun titolo, sino ai tempi recenti, ma solo nel corpo delle notizie, dove l’anglicismo era introdotto come un “necessario” tecnicismo degli addetti ai lavori che veniva quasi ogni volta spiegato (come nell’articolo del 1999 in figura).

La radicalizzazione di “price cap”

Nell’attuale secondo picco, al contrario, “price cap” è entrato nei titoli e ha sostituito l’italiano, invece che affiancarlo. In questo modo il suo uso è passato dagli ambiti marginali e di settore al linguaggio comune.

Quando la guerra e la crisi finiranno anche le frequenze si abbasseranno, ma l’espressione rimarrà nella disponibilità e nella lingua di tutti, magari pronta a riattivarsi o a ibridarsi con altri anglicismi e altre contingenze. Se “tetto” diventa “cap”, non mi stupirei vedere nascere futuri obbrobri ibridi che lo utilizzeranno al posto dell’italiano.

Come al solito il problema non è nel “price cap” ma nell’invadenza dell’inglese che attraverso questi meccanismi sta portando migliaia di anglicismi che giorno dopo giorno impoveriscono e uccidono l’italiano. E forse sarebbe ora di mettere un “anglicism cap” alla faccenda, per usare un’espressione più consona a far capire il problema agli anglomani.

Hai voluto la bike? Adesso rider! (Anglicismi ladri di biciclette)

Di Antonio Zoppetti

Era il 1948 quando uscì il celebre film di De Sica Ladri di biciclette, mentre nel 1951 Delia scala e Silvia Pampanini erano le Bellezze in bicicletta (regia dai Carlo Campogalliani) che mostravano le cosce pedalando e diffondevano uno stereotipo che in tempi moderni si sarebbe consolidato nell’accostamento di donne e motori. A dire il vero il film voleva essere anche un richiamo a una ben diversa rivendicazione femminile, quella di Alfonsina Strada che in epoca fascista, nel 1924, fu la prima donna a partecipare al giro d’Italia.

Bicicletta è una parola di alto uso che fa parte del vocabolario di base della lingua italiana, ed è comparsa a fine Ottocento per indicare i più moderni velocipedi, come erano dette in un primo tempo le bici con la ruota anteriore più grande. È un adattamento del francese bicyclette, che fa riferimento al “biciclo”, cioè a un veicolo a due ruote.

Un secolo dopo la bicicletta da città, strumento di lavoro essenziale nel dramma del neorealismo di De Sica, è detta city bike, l’industria delle biciclette è detta bike economy, i ciclofattorini sono rider che garantiscono il delivery, e sui giornali anche i ciclisti sono spesso definiti biker, un’espressione che alla fine del Novecento era entrata dall’inglese per indicare i motociclisti soprattutto di grossa cilindrata che partecipavano ai motoraduni, ma che oggi sta perdendo questa specificità legata ai motori per estendersi al mondo delle due ruote anche a pedali.
Recentemente al “Cuneo bike festival” la città ha partecipato alla “Fancy Women Bike Ride”, evento che riunisce oltre 50.000 donne in bicicletta.
Ma per tornare alla visione della donna oggetto a uso e consumo delle fantasie erotiche maschili degne di un film con Alvaro Vitali, il 16 settembre scorso sul Corriere si leggeva questo titolo: “Seveso, la Notte bianca e il «sexy bike washing»: «Spettacolo indegno, sessista e umiliante»”

Non avevo mai sentito parlare di un sexy bike washing, e leggendo il pezzo ho scoperto che si tratta di uno spettacolino dove “due giovanissime ragazze in shorts inguinali e top striminzito … con pose sexy lavavano le moto mentre una schiera di uomini guardavano divertiti, scattandosi selfie”. Credo si tratti di un’evoluzione del sexy car whashing, dove le donne procaci da film porno lavano le auto con analoghe modalità.

Come ci siamo ridotti così?
Non parlo del ruolo della donna, problema atavico, parlo della lingua italiana, che tra bike, shorts, top, sexy, selfie e washing è ormai un ibrido che meglio risponde al nome di itanglese.

Bike: l’ennesimo anglicismo prolifico e infestante

A parte l’uso di biker nel senso di motociclista che evoca l’immagine di Marlon Brando-Il selvaggio ricalcata da Alberto Sordi-Nando Mericoni, tutto ha avuto inizio degli anni Ottanta con il diffondersi delle mountain bike, che provenivano dalla California, e che oltre a essere un tipo di bicicletta sono diventate anche il nome dello sport che si pratica con questi mezzi.
In Europa il primo produttore di queste biciclette da montagna, come potremmo dire se non fossimo colonizzati e decerebrati, è stata l’azienda italiana Cinelli che nel 1985 ha lanciato il rampichino, parola italiana che storicamente indicava una macchina in grado di inerpicarsi per le salite.

Naturalmente l’anglicismo ha avuto la meglio. I giustificazionisti dell’inglese avranno sfoderato le solite argomentazioni. La mountain bike non è proprio come un rampichino, parola più generica, ha una sua specificità che indica un preciso nuovo oggetto e sport, e forse l’avranno etichettata come prestito di necessità, come se fosse necessario dirlo in inglese al posto di bici da montagna per loro troppo generico. Questi pseudo-ragionamenti si fondano sempre su un meccanismo basato su un atteggiamento che ho chiamato anglopurismo. Davanti a un nuovo oggetto o concetto espresso in inglese, gli anglopuristi negano all’italiano la possibilità di evolversi e di allargare il significato delle proprie parole. Guardano all’italiano storico, e lo cristallizzano nella sua immobilità come i puristi dei tempi passati, con le solite sciocchezze: “Non vedi che rampichino ha un significato più ampio? Non vedi che bicicletta da montagna è generico mentre la mountain bike è questo nuovo modello ben preciso?”
E voi non vedete che l’italiano, per sopravvivere, si deve evolvere come si è sempre evoluto, e nulla impedisce che davanti alle cose nuove le vecchie parole assumano nuovi significati? Davanti a questo argomento di solito l’anglopurista allarga le braccia e replica: “Del resto mountain bike è entrato nell’uso. Non vorrai mica andare contro l’uso?”
Ma l’uso di chi? L’uso dettato dai produttori statunitensi, dall’espansione delle multinazionali che si impongono sul rampichino della Cinelli, l’uso di chi esporta nella propria lingua i nomi delle innovazioni tecnologiche e dei nuovi sport, l’uso dei giornalisti che ci martellano con l’inglese senza alternative fino a che la gente non può fare altro che ripetere mountain bike, lokdown, fake news e green pass.

Mentre davanti all’interferenza dell’inglese la maggior parte dei linguisti cerca di spiegare tutto con l’ingenua e ridicola teoria dei “prestiti”, quello che accade nella realtà è qualcosa di profondamente e strutturalmente diverso. Se mountain bike poteva ancora essere interpretato come un prestito isolato, quello che è accaduto nei successivi trent’anni rivela benissimo che le cose non vanno affatto a questo modo. Prestiti del genere non sono importazioni isolate, si radicano nella nostra lingua e danno vita a una miriade di altri anglicismi che si appoggiano su questi “prestiti”, che prendono vita e si allargano in una rete di parole interconnesse a base inglese che si espande nel nostro lessico.
E infatti dal 1983, l’anno in cui, stando ai dizionari, mountain bike è entrato nell’italiano, la frequenza di bike è centuplicata perché si è accostata a decine e decine di altre parole inglesi che a loro volta si ricombinano con le altre che si innestano.


L’allargamento di bike che esce dalla teoria del prestito

Nel 2008 è arrivato il bike sharing (le bici a nolo: una grande novità concettuale!), proposto con questo nome in ogni città, perché a sua volta si appoggia a espressioni come car sharing, file sharing, video sharing o sharing economy.
Perciò l’industria delle biciclette si dice bike economy (sul modello di new economy, green economy, blue economy…) e sull’Ansa si legge: “Turismo: arriva ‘made in Bike‘, eccellenze viste dalla bici. Un percorso attraverso Nord, Centro e Sud Italia costruito grazie alle testimonianze di aziende del territorio attive nella bike economy”. Negli ultimi quindici anni accanto ai negozi di biciclette si è cominciato a parlare di bike shop e bike store (visto che tutti i negozi si stanno trasformando in inglese, tra showroom e megastore). Le biciclette d’acqua sono dette hydrobike e persino acquabike, che ancora una volta indica sia il mezzo sia un nuovo sport; sui giornali le biciclette “normali”, da città, sono diventate city bike (come le utilitarie sono city car), e quelle da sterrato sono dette gravel bike; dal francese cyclette si è passati all’inglese spin bike, le bici a motore (ennesima non-novità che risale alla fine dell’Otttocento) non sono elettriche, ma e-bike, le bici a mano per disabili sono hand bike, le bici a tre ruote sono cargo bike, mentre un albergo attrezzato per le bici è detto bike friendly, visto che ci sono quelli gay friendly, pet friendly, family friendly, le interfacce amichevoli sono dette user friendly e l’ecologico diventa eco friendly

Il Corriere Romagna spiega che i bike hotels sono nati a Riccione (“Riccione, i 25 anni del Dory, capostipite dei bike hotels”), mentre un posto bici diventa bike room (“Da Hotel a Bike Hotel: come accogliere una bicicletta. L’ideale è creare una Bike Room, un luogo…”)
Andare al lavoro in bicicletta si trasforma nel bike to work (“Torna la giornata nazionale del ‘bike to work’”, GenovaToday) e per la settimana europea della mobilità si parla di “Cargo bike e Parking day”.
Intanto le gare ciclistiche assumono denominazioni anglicizzate, e sui giornali si leggono notizie come queste: “Durante il secondo weekend di settembre a Misano si è svolta la quinta edizione dell’Italian Bike Festival”; “A Italian Bike Festival venerdì, sabato e domenica abbiamo visto biciclette da gravel in tutte le salse”; “Attorno a Morbegno va in scena il Valtellina e-Bike”; “Bike art Capalbio: un percorso che coniuga cultura e ciclismo. Tutto pronto per la prima edizione di ‘Bike art‘”; “Giretto d’Italia – bike to work 2022, al via la XII edizione”.
C’è il “Cuneo Bike Festival”, “l’eco bike park in Valle Stura … ‘Alla scoperta del Bike park Tajarè‘”, il “Bike Pride Bologna 2022”. Le piste ciclabili sono dette bike lane, almeno quelle disegnate sulle strade, senza barriere divisorie. Qualcuno straparla di cycling influencer (Lungomare Bike Hotel, arriva il Lady Weekend: … Partecipa al Lady Bike Weekend del Lungomare Bike Hotel in collaborazione con la cycling influencer, Elena Martinello”), la Gazzetta dello Sport scrive che “Arriva ‘Made in Bike‘: la web-serie per promuovere il turismo… in bicicletta”. Le industrie si denominano in inglese: “Quello di Cingolani Bike è un nome molto conosciuto nel mondo delle due ruote, molto aldilà dei confini regionali marchigiani” e a Spoleto sorge “il Bike Terminal Le mattonelle … Una struttura poliedrica con l’hub per il noleggio delle biciclette”.

E così assistiamo al collasso degli ambiti della lingua italiana, altro che prestiti…
Davanti a tutto ciò i negazionisti che ci spiegano che è tutta un’illusione ottica se ne escono con le loro assurdità onnicomprensive che sono solo alibi ideologizzati non supportati dai fatti.
Per loro gli anglicismi sono soggetti a rapida obsolescenza. Certo, per molte di queste espressioni è così, ma complessivamente l’allargamento dell’inglese è sempre più ampio e poco discutibile. Per loro la lingua dei giornali non corrisponde a come parla la gente che continuerebbe a usare l’italiano. Peccato che i neologismi introdotti nei dizionari si basano proprio sullo spoglio dei giornali, peccato che come la gente parli è un’ipotesi priva di riscontri quantitativi e dimostrabili (dove? chi? in che contesto?). Peccato che trascurare il ruolo dei mezzi di informazione nel fare la lingua è una visione antistorica e miope. Peccato che l’italiano è una lingua letteraria vissuta per secoli solo nei libri e che è stata unificata nel Novecento proprio anche grazie ai giornali e alla televisione, e che prima, di come parlassero gli italiani, cioè ognuno nel proprio dialetto, non importasse nulla a nessuno.

L’italiano non puzza

A ognuno puzza questo barbaro dominio” scriveva Machiavelli nel Principe, auspicando che i Medici potessero liberare il nostro Paese dalle occupazioni straniere e anticipando un tema che sarebbe esploso nel Risorgimento.

Questo motto fu ripreso nel 1933, con un’accezione linguistica, da Paolo Monelli nel libro Barbaro dominio che processava i forestierismi. All’epoca erano pochi, circa 500, ed erano per la maggior parte francesi. Dieci anni dopo, in una seconda edizione ampliata, diventarono 650, ma questa ostilità alimentata dalla politica fascista non nasceva affatto con il fascismo e riprendeva le ben più antiche polemiche dei puristi e di una “questione della lingua” che dal Cinquecento all’Ottocento si è nutrita anche delle invettive contro le parole straniere.

Il purismo teorizzato da Pietro Bembo, che è diventato il punto di riferimento delle prime grammatiche della nostra lingua e del primo vocabolario della Crusca, condannava i barbarismi insieme alle voci dialettali, ai neologismi e alle parole tecniche e meno letterarie, e respingeva il lessico di derivazione straniera più che i pochi “prestiti” non adattati. Alla fine dell’Ottocento in un dizionario dei neologismi di Giuseppe Rigutini venivano rigettate parole come emozione, dal francese émotion, o deragliare, dall’inglese raile, al posto di “uscir dalle rotaie”. Scorrendo opere come queste colpisce il fatto che nell’elenco dei neologismi e dei forestierismi i vocaboli non adattati si contano sulle dita delle mani, il processo alle maleparole riguardava soprattutto le italianizzazioni bollate come illecite per motivi di principio.

Nei dizionari del Duemila la metà dei neologismi è invece in inglese crudo, e l’italiano è sempre meno in grado di evolversi in modo autonomo, in sempre più settori ci mancano le parole italiane per esprimere il nuovo. Gli oltre 4.000 anglicismi registrati che si sono accumulati perlopiù dagli anni Cinquanta superano di gran lunga la somma di tutti gli altri forestierismi di ogni lingua del mondo. Le parole francesi, una lingua che ci ha influenzati per secoli, sono solo un migliaio, gli ispanismi e i germanismi non adattati sono meno di duecento, e per gli altri idiomi tutto si riduce a una manciata di parole o al massimo a poche decine per lingua.

Il problema non sta nei forestierismi, ma nella sproporzione degli anglicismi, e solo quelli: il loro numero impazzito sta snaturando la nostra lingua, la sta facendo regredire e trasformando in itanglese.

Oggi a puzzare è l’italiano. Accecati dal mito americano, plagiati dall’inglese internazionale, dalla lingua delle multinazionali statunitensi che esporta con le sue parole i nuovi oggetti e concetti, siamo inebriati dal profumo dei suoni inglesi che importiamo e sostituiamo ai nostri in modo dissennato, senza renderci conto che stiamo distruggendo, giorno dopo giorno, il nostro patrimonio linguistico così amato in tutto il mondo, e la nostra ecologia linguistica.

Mentre le istituzioni e gli studiosi, in Francia, Spagna, Islanda, Svizzera e in moltissimi altri Paesi sono in prima linea per la tutela del proprio idioma minacciato dallo tsunami anglicus globale, da noi vige l’anarchismo linguistico e la legge del più forte, per cui l’italiano non può che soccombere davanti al globalese. E la politica sembra più attenta a tutelare l’inglese che non la nostra lingua madre.

Il nostro ecosistema linguistico è schiacciato da uno squilibrio che va invece regolamentato. Il nostro patrimonio linguistico e la nostra identità linguistica vanno promossi e tutelati. Lo ripeto da un lustro dalle pagine di questo sito che ha appena compiuto 5 anni di vita. E passando dai lamenti all’azione, in questi anni, tra le tante iniziative, ho dato vita al più ampio repertorio di alternative agli anglicismi in Italia, ho lanciato una petizione a Mattarella sottoscritta da più di 4.000 persone, e ho presentato una petizione di legge alla Camera e al Senato sostenuta da oltre 2.000 cittadini.

Grazie al portale Italofonia.info e alla comunità degli Attivisti dell’italiano, in vista delle elezioni del 25 settembre, stiamo scrivendo ai parlamentari chiedendo loro, come elettori, di prendere in considerazione la nostra petizione di legge e di discuterla in Parlamento nel prossimo esecutivo.

Invito tutti coloro che hanno a cuore l’italiano a unirsi a noi e a fare sentire la propria voce. Lo si può fare in pochi minuti utilizzando questo modulo.

Un grazie di cuore alle oltre 350 persone che hanno già inviato la propria lettera e ai 2.100 elettori che hanno sottoscritto la petizione di legge. Queste firme saranno inviate in Parlamento non appena si insedierà il nuovo governo.

La “S” di governance (Grammatichetta di itanglese)

Una recente consulenza della Crusca spiega che governance è una parola “di origine straniera ma è ormai divenuta italiana”, quindi non presenta problemi, mentre l’adattamento governanza dà “l’impressione di un termine antiquato, più adatto a un romanzo cavalleresco che a un consiglio di amministrazione o al testo di un decreto”. Del resto, nota l’autore del pezzo a proposito delle parole inglesi ormai italiane, “è difficile sostenere che titoli di leggi non possano contenere” parole come computer.

Questo giudizio si basa un approccio descrittivo e quantitativo, e anche il Devoto Oli – che nell’edizione del 1995 marcava computer, mouse e un altro centinaio di simili voci di alta frequenza come parole inglesi – nelle nuove edizioni ha tolto la marca di anglicismo, e la loro origine inglese è stata spostata nello spazio dedicato all’etimologia, come fossero parole italiane di origine inglese. Il nuovo approccio descrittivo va tanto di moda e guida i linguisti di ultima generazione che hanno smarrito un punto di partenza fondamentale, quello dell’identità linguistica: il sistema orto-fonologico che caratterizza l’italiano, e cioè il modo di scriverlo e di pronunciarlo.
C’è infatti una bella differenza tra l’italianizzazione di una parola e il trapianto di una voce non adattata. Quest’ultima rappresenta il più delle volte un “corpo estraneo” che non si amalgama con il tessuto linguistico, per dirla con Castellani. Sottolineare questa differenza non è un atteggiamento da puristi, visto che è un “paletto” dato per scontato da tutti i più aperturisti teorici dell’accoglimento delle parole straniere: Machiavelli, Muratori, Cesarotti, Leopardi, persino Alessandro Verri, autore della celebre Rinunzia al vocabolario della Crusca. Nessuno di loro ignorava questa fondamentale distinzione.

Accantonare la questione dell’identità linguistica e proclamare italiane le parole inglesi che la violano porta alla legittimazione dell’itanglese, in un atteggiamento solo descrittivo che non tiene conto della norma e dei giudizi qualitativi. Se si adotta questo criterio, bisogna però andare fino in fondo. In gioco c’è la definizione di che cosa sia l’italiano: se computer e governance sono parole italiane, per coerenza si riscrivano anche le grammatiche!

La “S” di governance

Le grammatiche tradizionali distinguono due suoni per la “S”, quello sordo di parole come sasso, e quello sonoro di sbaglio, chiamato così perché nell’emettere il suono facciamo vibrare le corde vocali. Ma passando dai fonemi ai grafemi sono rimaste a un sistema di trascrizione dei suoni inadeguato al nuovo “italiano” sancito dai nuovi linguisti.

Se governance è parola italiana, prendiamo atto che il suono “S” si può trascrivere anche con il grafema CE. È lo stesso suono che si ritrova all’interno di parole ormai “italiane” come city, suspance (forma inesistente al posto di suspense), compliance, concept, iceberg, influecer, intelligence, dance e lapdance, residence, service

Ma allora la S si può anche scrivere Z, come nel caso del citizien journalism. Altri esempi: magazine, apetizer, friendzone e friendzonare… diversi dalla Z di zapping, zip, zoom o zombie… pronunciata come in italiano.

Anche il suono SCE, che una volta si scriveva così e con le eccezioni come coscienza, scienza e derivati (fantascienza, pseudoscienza…), oggi va rivisto, nelle sue formulazioni.

Se si abbandona l’identità linguistica e si passa all’analisi esclusivamente descrittiva e quantitativa delle parole inglesi accolte nell’italiano, allora prendiamo atto che il suono è espresso anche con SH, e altre volte con i grafemi CHE, TION e SION.

Vediamo la situation con degli esempi di altissima frequenza: show, shock, flash, shampoo, trash, hashtag, leadership, marshmallow, milk-shake, shaker, shopper, shop, shopping, pusher, push up, refresh, slash… L’elenco è sterminato, non si tratta di qualche esempio one shot!

Altre volte il suono SC si può rendere in itanglese con CHE, come nel caso della cache, la memoria che ogni tanto è bene svuotare facendo il cleaning al computer, quella che mostra Google nelle copie cache dei documenti che archivia. Da non confondere con il cash, quello che un tempo si diceva anche contante e che nel nuovo “italiano” ha prodotto il cashback.


Un altro modo per trascrivere SC è quello contenuto nelle parole in -TION, come la svalutation di Celentano, e nei suoni in escion che ci piacciono tanto e vanno ormai di gran moda: location, nomination, compilation, deregulation, corporation, education… e in questa escalation ci sono suoni rafforzati dall’apposizione della C come ele-c-tion day, collection… Passando dalla E alle altre vocali tematiche ci sono la fiction, gli optional e tante altre belle parole. Tra queste bisogna ricordare almeno le extension, e anche la vision, dove al suono SC si aggiunge una sfumatura che tende verso SG, un meraviglioso suono che ci mancava e che dimostra una cosa molto semplice: gli anglicismi sono da intendersi come un arricchimento della nostra vecchia lingua, sono qualcosa che si aggiunge come un dono!

Ma cominciare con le S e Z sorde e sonore e con queste considerazioni disordinate non si conviene a una grammatica che si rispetti, forse è meglio fare un rewind per un restart più poderato, magari partendo dalle vocali, dove il concept del dono si ricava forse meglio.

Ispirato dalla prima grammatichetta descrittiva della lingua toscana che compose nel Quattrocento Leon Battista Alberti, nel mio piccolo, sto provando anch’io a stendere le linee guida di una prima Grammatichetta dell’itanglese, con le regole che chi proclama italiane le parole inglesi dovrebbe aggiungere alle grammatiche tradizionali.

Chi è curioso può leggere di seguito la prima bozza ancora incompleta e un po’ rozza.

Buone vacanze a tutti.

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GRAMMATICHETTA DI ITANGLESE


PARTE I: la fonologia

§ Come si legge il grafema A

In italiano A = A
In itanglese A = A, ma anche E, O, EI


A si legge A in parole come abaco, spam, hardware
• A si legge E in parole come back, badge, band, baseball, brandy, candid camera, cracker, dandy, lady, stand, range, flashback, gangster, glamour, happy hour

In parole come airbag (pron. àir-bèg) la e è aperta, ma in altre come baby, si legge chiusa (béby).
Esempio per comprendere la differenza di pronuncia della E:
“In men (pron. chiusa mén) che non si dica arriva superman (pron. aperta mèn)”.

• A si legge O in parole come call, hall

• A si legge EI in parole come case quando non è il plurale dell’italiano casa.
Es. case history, case sensitive, case study… e anche nello pseudoanglicismo beauty case.

CONSIGLIO DI STILE: anche se l’italiano database si può leggere come si scrive, il consiglio per gli amanti dell’itanglese è di sfoggiare una dizione più inglese (pron. databèis).

Altri esempi di alta frequenza di parole ormai italiane: container, fake, frame, game, hit parade, nickname, pacemaker, cake designer, home page

ATTENZIONE: le parole in AY si leggono EI (es. gay, day, display, layout…) tranne nel caso di spray, che in itanglese è un’eccezione: si pronuncia sprài.

§ Come si legge il grafema E

In italiano E = E aperta o chiusa
In itanglese E = E aperta o chiusa, ma anche I o muta


E si legge E in parole come elefante, election day, best seller, top ten, export, executive
• E si legge I in parole come email e i derivati di electronic abbreviato (ebook, e-reader…), ma spesso la pronuncia in itanglese oscilla e viene detta E soprattutto nel caso di e-commerce. Invece è obbligatorio pronunciarla I in altri casi, es.: Peter (pron. pìter) Parker è Spiderman (un tempo era l’Uomo Ragno).
• E non si legge (è muta) a fine parola in casi come bike, slide, home e home page… e all’interno delle parole quando è seguita da “i”, es.: piercing, brief.

§ Come si legge il grafema I

In italiano I = I
In itanglese I = I, ma anche AI, EA

I si legge I in parole come: imbuto, identikit, import, impeachment, imprinting, all inclusive, indoor

La “i” è però infida (pronuncia italiano: infìda) perché altre volte si pronuncia all’inglese, es.: industrial design → nella prima parola le i sono i, nella seconda sono ai.

I si legge AI in parole ed espressioni di alta frequenza come I love New York, ma anche iceberg, bastardo insight, firewall


Le file e le pile in italiano sono il plurale di fila e pila, ma nella transizione dall’italiano all’itanglese il pile e il file, parole a tutti gli effetti italiane vista la loro frequenza e datazione, si pronunciano invece fàile e pàile.

Pile è uno pseudoanglicismo che in inglese non si usa: questa è la prova che l’itanglese è una lingua autonoma e nuova, è l’evoluzione dell’italiano che si modernizza, ed è tutto normale perché le lingue si evolvono da sempre, come aveva capito Lapalisse (pronuncia in itanglese: lapalàis)!


PRIVACY: Anche se gli inglesi dicono “prìvasi”, il consiglio è di dire “pràivasi” come fanno gli statunitensi. In caso di difformità di pronuncia è sempre bene fare come gli americani, per citare i pionieri dell’itanglese Nando Mericoni e Renato Carosone. Dunque meglio scrivere humor invece di humour all’inglese!

I si legge con un suono simile a EA in parole come birdwatching.

Anche la Y talvolta si legge AI e cyber non si sa bene sempre se dirlo all’italiana o all’inglese; per non sbagliare il consiglio per gli anglomani è di dirlo sempre sàiberg anche nei composti! Es.: cybersicurezza, cybercriminale, cybersex

§ Come si legge il grafema O

In italiano O = O aperta o chiusa
In itanglese O = O aperta o chiusa, ma anche U

O si legge O in parole come obbligo, offshore, on demande, over 60, computer, top model, social

La O – come la E – in italiano ha due pronunce per cui le domande da pórci (pronuncia chiusa, da “porgere”) non sono come le domande da pòrci (cioè da maiali). Ma forse è tutto più chiaro facendo esempi in itanglese: la O chiusa è quella di QR code o pole position mentre usiamo la pronuncia aperta quando diciamo I love you ascoltando un podcast.

• O si legge U in parole come movie, back to school, peer to peer

§ Come si legge il grafema U

In italiano U = U
In itanglese U = U ma anche A, I, IU

• U si legge U (es.) in parole di alta frequenza come uva, usability, utility, username, pullman, o ancora in enunciazioni mistilingue come “a poker ho fatto un full” o “sono fuori dal tunnel”.


ATTENZIONE: tunnel in itanglese è un’ECCEZIONE che si legge come si scrive, al contrario dell’inglese in cui si pronuncia pressapoco “tànel”. Anche bus a volte è detto all’italiana (soprattutto nei composti come autobus) e a volte con sfoggio della A di America.

U si legge A in parole di alta frequenza come brunch, club, budget, cult, cutter, customer care, customizzare, just in time, under 21, upgradare, uploadare, check-up, pub, pulp, runner, running, rush finale, top gun…

Puzzle una volta si diceva all’italiana, ma così aveva un “brutto suono”, per citare Paolo Monelli, che ricorda cose poco profumate: adesso finalmente tutti dicono pàsol!

ATTENZIONE: altre volte la U in itanglese si legge più simile alla E come nel caso di bluff.

• La U si legge I nel caso di business e dei suoi derivati (businessman, business plan, business class…).

• La U si legge IU, e si comporta da dittongo, nel caso di computer e computerizzare, humour, community, consumer, duty free shop


PARTE II: l’ortografia

§ Come si scrive il suono A

In italiano A = A
In itanglese A = A, U


• Il suono A si scrive con la lettera A in parole come amore, acquascooter, scanner, tag, pancake (a volte è una pronuncia diversa rispetto a quella degli anglofoni).
• Il suono A si scrive con la lettera U in parole ed espressioni di alta frequenza come fuck you, bundle, customer care, customizzare

§ Come si scrive il suono E

In italiano E = E
In itanglese E = E, ma anche A


Il suono E si scrive E in parole di alta frequenza come energia, escort, emoticon, endorsement, editor… e nel plurale men (es. “Ho visto il film Men in black, un vero cult!”). Ma al singolare, man, il suono E si scrive con la A, come nei casi badge, happening, hater, home banking, make up, plaid, tasto play, player, playback, play boy, playlist, snack, takeway

§ Come si scrive il suono I

In italiano I = I
In itanglese I = I, ma anche E, EA, EE, IE, Y


In italiano c’è una sola i al contrario dell’inglese, dunque in itanglese la pronuncia di bitch (= puttana, es. “Son of a bitch!”) e di beach (= spiaggia, es. beach volley) sono identiche.
Ma andiamo con ordine.

Il suono I si scrive I in parole di alta frequenza come istrice, sprint, infopoint, influencer, instant book, internet, interpol, intelligence, salvaslip e i composti di slip (pseudoanglicismo da non confondere con to sleep = dormire, es.: “Chi sleep non piglia fish”)…
Il suono I si scrive EA in parole come appeal, easy, leader, leasing, reading, release, sneaker, speaker, team, striptease, streaming


ATTENZIONE: spread è un’eccezione! Non dite MAI “sprid”, si pronuncia sprèd!

• Il suono I si scrive EE in parole come street (street art, street food, Wall street…), green, agreement, engineering, free, freezer, meeting, weekend, pedegree, screening, screenshot, screensaver, roastbeeff, teenager
• Il suono I si scrive E in parole come e-book, top secret, Peter Pan, ground zero
• Poiché la E finale è muta, il suono I si scrive IE in parole come movie (action movie, B movie…), barbie o hippie, che si può scrivere anche con la Y (hippy).

Talvolta, infatti, I si scrive con la Y per esempio in canyon, e in tutte le parole che terminano in Y come boy scout, gallery, curvy, history, papy, mamy, baby, happy, copy, austerity, authority, whisky

Ci sarebbe anche la J che un tempo da noi si chiamava i lunga, ma adesso non è più vocale e si pronuncia gèi.
In attesa di poter dire leggittimamente: “Sono andato a Gesolo con Giacopo e Giolanda che tifano Giuventus”, per ora ci si può limitare all’ostentazione di giunior al posto di junior.

ATTENZIONE: TROJAN è un’eccezione e in itanglese si sente dire con la i, solitamente.

§ Come si scrive il suono O

In italiano O = O
In itanglese O = O, ma anche OA, A, AU

Oltre che con la O, come in italiano (es. self control), in itanglese il suono O si può rendere anche con la A (call center, small, talkshow…), oppure con la OA di toast. Es.: roastbeef, broadcast, download, coach e coaching, board editoriale, skateboard


ATTENZIONE: c’è anche la possibilità di usare AU come nel caso di audience (pron. odiens) che però è considerata un’eccezione: infatti automotive, austerity, authority… si leggono AU come in italiano.

§ Come si scrive il suono U

In italiano U = U
In itanglese U = U, ma anche O, OO


• U si scrive U in parole come ufo, utility, usability
• U si scrive O in espressione come Basilicata coast to coast, movie
• U si scrive OO in very good, bazooka, zoom, book, boom, room food, look, motoscooter


ATTENZIONE: davanti a due OO bisogna stare attenti alle eccezioni perché mica sempre si dice U, a volte si dice A, per es.: “Barman, mi porti un cocktail, please! Vorrei un bloody mary!”
Anche la trasmissione di Bruno Vespa Porta a porta in inglese sarebbe Door to door (dove le doppie O si leggono O e la O di to si legge U), e lo stesso vale per le coltivazioni di marijuana o le gare ciclistiche indoor e outdoor.


ECCEZIONE: in itanglese anche shampoo si pronuncia con la O finale, e non con la U come in inglese!

§ Dittonghi, iati e oltre

In italiano AU = AU
in itanglese AU = OU
ma anche OW

In italiano ci sono i dittonghi, quando due vocali sono pronunciate con una sola emissione di fiato come fossero un tutt’uno (es. piede), e gli iati (es. po-eta), ma l’itanglese ci porta ben oltre.

Il suono AU di causa e di mouse si può rendere con OU o OW.
Es.: account, bounty killer, out, compound, house, happy hour, fare outing, outfit, outsider, outsourcing, scout e scouting
Oppure: clown, down, download, browser, brownies, countdown

Un tempo la W era da noi pronunciata come V in parole come Wagner o W l’Italia. Ma nel passaggio da Walter e Uolter, ormai l’interferenza dell’inglese l’ha trasformata in vocale, es.: weekend, new, new entry, news, newsletter, password, network, software, hardware, spending review, workstation, web community, webcam

ATTENZIONE ALL’ARTICOLO!
Il suono UO di uomo in italiano richiede l’articolo LO (es. l’uovo), ma in itanglese il sono UO di work richiede l’articolo IL, dunque si dice il walkie talkie, il work in progress, come davanti alla lettera V di vip e di viral marketing. Lo stesso vale per il wiskhy e il water (che si pronuncia uoter nell’espressione water polo).

Anche il dittongo IU di chiuso in itanglese si può scrivere in altre modalità, es. lo IU di beauty o di computer.


§ Altri suoni in consonante

Chi si ricorda la favola della C dura (velare) che si pronuncia dolce (ma vale anche per la G) davanti alle vocali E e I? E la regola che per renderle dure si rafforzano con l’H come in chiave o pieghe?

In itanglese non è affatto così e può avvenire tutto il contrario: basta un’H per addolcire i suoni come in chat, cheap e chip, check in e checkout, coach, coaching

L’H si usa anche in tante altre parole come thriller, formaggio light, pet therapy, bluetooth… e a inizio parola, oltre ai casi del verbo avere (ho, hai, ha) ricorre in hard disk, hacker, happening, hot spot, help desk, hipster

In itanglese il suono C duro si può rendere anche con la K (killer, work in progress, basket, pink, punk, milkshake, film maker, book, look, lo pseudoanglicismo parking…), che talvolta si può marcare con il CK (backup, click) e talvolta con la doppia K (trekking).

Allo stesso modo la G dura di targhe o di ghiro in itanglese non ha bisogno dell’H, es.: target, caregiver
A volte per rendere la pronuncia dura ci si appoggia alla U, es.: guinness.

In italiano le parole che terminano in GE si leggono GE, es: silloge, strage… ma in itanglese la E finale in questi casi è muta, es.: vintage, bondage o extralarge

Il suono della G si può rendere anche con la I lunga: deejay, jeep, junior, jet, jingle, job, jogging, jolly jukebox, jumbo, junk food, just in time

In itanglese GLI non si legge come in italiano “gli” di fermagli e appigli, ma in modo duro come in anGLIcismo o glitterato (ma anche in italiano c’era già questa pronuncia in parole come glicine o glicemia).

Ci sarebbe poi il suono F che si rende con il PH: big pharma, graphic novel, effetto morphing, smartphone… e anche tante altre cose. Ma ho già trattato delle regole per ibridare le parole (screenare), per ricomporle con l’accostamento di radici inglesi (smart working) e italiane (baby-delinquente, libro-game). Così come ho già detto delle regole formative (blogger invece di bloggatore, no vax invece di antivaccinista, covid hospital invece di ospedale covid) o dei “prestiti” sintattici che stravolgono l’ordine delle nostre parole (social media marketing).

Le miopi categorie del “prestito” davanti al fenomeno dell’itanglese

Fuori dai circa 4.000 lemmi inglesi registrati nei dizionari, si estende una nuvola di anglicismi di un ordine di grandezza superiore. Sono parole, espressioni e reinvenzioni inglesi o a base inglese che sfuggono a ogni possibilità di classificazione. Non sono proprio occasionalismi che ricorrono sporadicamente, ma non sono nemmeno parole che si possono annoverare in un dizionario. Questa enorme zona grigia appartiene a un riversamento dell’inglese che ha rotto gli argini e si riversa in enunciazioni mistilingue che hanno a che fare con l’abbandono dell’italiano e con il passaggio ai suoni inglesi. Queste parole sono in aumento vertiginoso e ognuna diventa sempre più frequente, nel suo settore.

Sto ricevendo innumerevoli segnalazioni di questo tipo da inserire sul dizionario delle alternative AAA, ma posso accogliere solo quelle che hanno una certa stabilità e frequenza. Perché se dovessi registrare tutte le parole di bassa frequenza e di uso limitato, gli anglicismi diventerebbero 40.000 invece di 4.000.

Per fare un esempio, basta pensare all’ambito della moda e prendere in considerazione un articolo generalista del Corriere.it come quello in figura. Il numero dei “prestiti” utilizzati supera di gran lunga quello di ogni ragionevole buon senso, e mostra molto bene in che cosa si sta trasformando l’italiano.
Se le parole evidenziate in rosso si possono ancora classificare, conteggiare e inserire nel dizionario con le loro spiegazioni e alternative, non è sempre così.

Hospitality e faculty

Sergio mi segnala che, in un’intervista, il direttore di un albergo in Toscana ha dichiarato che la sua “mission è l’hospitality”, e si chiede se sia il caso di registrare “hospitality” su AAA.

In questo momento non me la sento di aggiungerla, e mi limito a tenerla d’occhio, perché temo sia solo questione di tempo.
Quello che sta avvenendo è che in ambito lavorativo, dove l’itanglese è la lingua che il settore richiede e allo stesso tempo impone, il concetto di “ospitalità” comincia a essere espresso in inglese, anche se nel parlare comune si continua a dire “ospitalità”, perché l’hospitality e le sue norme, anzi best practice, si può trovare teorizzata nei manuali del settore turistico che ripetono a pappagallo le prassi dei resort d’oltreoceano con i concetti formulati nella propria lingua in una sorta di diglossia che vede l’inglese occupare la parte alta e prestigiosa della sfera lessicale, mentre l’italiano è lingua parlata del volgo, come nel Medioevo. Le conseguenze di queste prassi portano a esprimere in inglese i concetti generali, come se il concetto di hospitality fosse qualcosa di superiore e tecnico.

La frequenza di hospitality, perciò, sta salendo, anche se è ristretta all’ambito degli addetti ai lavori. Potrebbe però succedere presto, e forse sta già accadendo, che esca dal vezzo di usarla come scelta sociolinguistica individuale di chi la sciolina per distinguersi ed elevarsi per diventare un fatto collettivo e diffondersi con la stessa frequenza di “mission” e “vision” che appaiono ormai istituzionalizzate in ogni sito aziendale, ma hanno avuto la stessa origine. Quando accade questo passaggio, l’anglicismo comincia a differenziarsi dall’italiano, e a ricavarsi una sua specificità, e così spuntano i soliti idioti pronti a spiegarci che gli anglicismi “non sono proprio” come gli equivalenti italiani, perché evocano un “non so che” in più.

Un esempio simile a quello di hospitality l’ho visto in un’accademia dove mi capita di tenere i miei corsi. Un bel giorno hanno pensato bene di abbandonare la parola “facoltà” e di passare a “faculty” che evidentemente suona loro più moderna e internazionale, anche se a me pare solo cafona e ridicola, visto che la platea è composta da italiani, e non si capisce il senso di parlare tra noi con un lessico inglese o pseudoinglese. In ogni caso l’hanno inserita nel sito dove gli studenti possono consultare la sezione “la mia faculty”, e la utilizzano persino nella comunicazione interna dove mi invitano a partecipare alle riunioni di faculty, rimanendo sorpresi e spiazzati davanti alle mie rimostranze come fossero le fisime di un pazzo.

Questi aneddoti mostrano bene che, dietro al ricorso ai singoli anglicismi, siamo in presenza di un più generale abbandono dell’italiano che esce dalle singole parole prese a una a una. E quando leggo le analisi dei linguisti che credono di poter spiegare l’interferenza dell’inglese con le categorie del “prestito”, magari di “lusso” e di “necessità”, mi viene da piangere. Questi studiosi non hanno capito nulla di ciò che sta accadendo e non hanno gli strumenti per interpretare il fenomeno dell’itanglese, che spesso sottovalutano o negano.
Basta fare qualche esempio per comprendere come stanno le cose.

Tractor day, Sicily e shop dal contadino

Bruna mi ha segnalato una festa paesana e agricola di un paesino del bolognese, dove si parla di frequente in dialetto, ma i titoli degli eventi sono in inglese: cosa c’è di meglio, per la festa di S. Antonio, del Tractor Day con tanto di Speed Pulling?

Lo speed pulling è l’ennesimo esempio del fatto che, come in una colonia, non sappiamo far altro che importare tutti gli eventi e le tradizioni che la cultura statunitense ci trasmette e che emuliamo come scimmiette ammaestrate. Si tratta di una competizione dove i trattori devono trainare un rimorchio zavorrato su una pista di 100 metri. E questa americanata è stata trapiantata anche in Italia almeno dal 2009, quando su Agronotizie si leggeva: finalmente “nascono le gare di Speed Pulling in Italia: la prima si è tenuta a Budrio”, un piccolo comune molto all’avanguardia, a quanto pare.

Anche lo speed pulling (come faculty) non è contemplato su AAA, che si limita a registrare le parole più eclatanti. Ma se si può ancora considerare un “prestito” (che però purtroppo poi non si restituisce) di una pratica con un nome che non sappiamo né vogliamo tradurre, da dove nasce la geniale idea di chiamare “tractor day” la festa dei trattori che si tiene in occasione di S. Antonio?

Dal fatto che day (come smart, baby e sempre più radici prolifiche) gode ormai di vita propria e nell’accostarsi alle altre radici inglesi si porta con sé “tractor” invece di trattore, questa volta.

Il tractor day del comune di Medicina non è propriamente un grande evento internazionale che richiede un nome in inglese, visto che è una sagra di paese e di agricoltori che dopo lo speed pulling finiscono a mangiar piade e salsicce annaffiate dal lambrusco (e non mi stupirei se fosse venduto in una bancarella denominata wine corner). Quando la saga del trattore si trasforma in un evento in inglese, esattamente come il family day, l’election day, l’open day… che sono eventi tutti “italiani”, il prestito non riguarda più le singole parole, ma la logica sottostante e il suono: l’english sound che segna il passaggio a un’altra lingua e l’abbandono dell’italiano e della sua identità. Lo stesso meccanismo che – come mi ha segnalato la traduttrice Anna Ravano – spinge a denominare Green Kiss una birra artigianale alla canapa “tutta biellese” a parte la denominazione. Oppure il caso, che mi ha indicato Carla Crivello, della pro loco di Luserna alta e San Giovanni, in una valle piemontese, che ha appena organizzato la prima edizione di “Fast & Music”, tra auto tuning e hobbisti!

E per promuovere le bellezze della Sicilia perché bisogna storpiarle il nome e americanizzare la Trinacria ribattezzandola Sicily come si vede in questi giorni nelle pubblicità televisive di See Sicily, che si ritrovano nel portale Visit Sicily con il gioco di parole See Sicily e Sì, Sicily?

Come per il made in Italy e l’italian design, puntare a essere internazionali non significa esportare la nostra lingua, così amata all’estero ma svilita in patria, bensì ri-definirci attraveso l’inglese; ma denominare la Sicilia Sicily è un’idiozia che dovrebbe essere considerata un reato! Soprattutto nelle pubblicità rivolte al mercato interno.

E allora come la mettiamo? Sicily è forse un prestito?

Su un sito di prodotti a chilometro zero che esalta la filosofia di questa prassi, il succo di mele della Valtellina è il Succo di Mele Bag in Box Bio che si può acquistare sullo “shop dal contadino”.

Se nel sabato del villaggio Leopardi scriveva “il zappatore” che rendeva bene il linguaggio improprio del contadino, oggi sembra che la donzelletta venga dal tractor day per recarsi al suo shop con il fascio dell’erba green. E perché mai dovrei comprare un prodotto a chilometro zero che viene proposto in Rete forse a tutto il mondo (ma che fine fa il chilometro zero?) con il linguaggio di McDonald’s? Usare un lessico a chilometro zero non sarebbe più sensato e coerente? Il caro buon vecchio parla come mangi, passando dal palato al parlato, nell’era dei MasterChef è andato a farsi friggere nell’olio degli hamburger.

Quando assistiamo a tutto ciò, siamo sicuri che il contadino abbia preso in prestito parole come shop, box, tractor e simili? Non siamo in presenza di un fenomeno che si deve interpretare in modo meno miope?

Tutto ciò è il frutto di una patologica coazione a ripetere e a scimmiottare l’inglese, di un servilismo nei confronti di tutto ciò che arriva dagli Usa che va ben oltre gli aspetti sociolinguistici. È la conseguenza di una concezione per cui l’inglese viene identificato con la modernità e ci appare come l’unica soluzione per essere internazionali e fa del globalese il nuovo dio, anche se calpesta i valori del plurilinguismo e della nostra stessa lingua.

Le parole che si accumulano giorno dopo giorno in questo modo stanno portando al collasso dell’italiano nell’ambito del lavoro, dell’informatica, della scienza, della moda… e di sempre più settori. Un collasso che produce un’infinità di parole ibride (da hobbista a speakerare, da softwarista a chattare), delle regole formative nella composizione delle parole (babycriminale, cybersicurezza) e delle locuzioni (zanzare killer, libro-game), e una grammatica inconscia che genera fenomeni che escono dal lessico per coinvolgere la struttura delle frasi e la sintassi.

L’itanglese è questo, non è una banale somma di “prestiti”.

I “prestiti sintattici” e la neolingua itanglese

A dimostrare che il prestito non riguarda più le singole parole, ma è un’emulazione ben più profonda che sta conducendo all’itanglese, ci sono molti esempi che sono sotto gli occhi di tutti, se ci togliamo le fette di mortadella del tractor day del bolognese.

Sul Corriere di ieri, come fosse la cosa più normale del mondo, mi ha colpito il titolo “Pallotta is back”.

Cosa spinge un giornalista a scrivere così invece di “è tornato Pallotta” o “il ritorno di Pallotta”?

“Is back” è un prestito?

A Milano il Salone del mobile è stato ribattezzato con la Design Week, al femminile, con un’inversione delle parole all’inglese, la stessa inversione che si trova in “MonteNapoleone District design e sostenibilità”. Ma la sostenibilità dell’italiano dov’è? Possibile che a nessuno importi che la lingua con cui i giornali ci educano sia diventata questa e che via Monte Napoleone diventi il MonteNapoleone District?

Un giornale come il Corriere offre il Corriere Daily Podcast con Radio Italians, un altro bel prestito sintattico! Gli “italians” di Beppe Sevegnini hanno perso la loro iniziale portata spiritosa e sono diventati la tragica realtà. Non abbiamo più a che fare con singoli prestiti, ma con un’interiorizzazione delle strutture inglesi, oltre che con i loro suoni, che produce espressioni in itanglese. Una neolingua che non è più né italiano né inglese. La stessa newlingua che, mentre uccide la lingua di Dante, allo stesso tempo stravolge e storpia quella di Shakespeare, come nella recente polemica (che mi segnala Daniela) a proposito delle risposte in inglese maccheronico dell’Atac di Roma, dove le strutture italiane sono state tradotte con parole inglesi senza rendersi conto che “What it needs?” non significa “di cosa hai bisogno?” ma “ciò che serve”. E quindi finisce che ci si rivolga ai turisti inglesi con frasi come: “La multa went on prescription”.
È l’altra faccia dell’itanglese che si diffonde sul piano interno e mostra chiaramente gli stessi meccanismi di imbastardimento che anglicizzano la nostra lingua attraverso pseudoanglicsmi come smart warking, mobbing, basket, caregiver… che non sono affatto prestiti, ma itanglismi nella bocca di chi non sa più parlare l’italiano, ma nemmeno l’inglese.

Anglicismi e forestierismi: le abissali differenze

La guerra ai barbarismi del ventennio fascista fu fatta per motivi di principio e di autarchia e non certo perché le parole straniere – che a quei tempi erano soprattutto francesi – rappresentassero una reale minaccia per l’italiano.

L’ostilità verso i forestierismi affondava le sue radici nel pensiero risorgimentale e patriottico legato all’unità d’Italia e alle invasioni straniere che da secoli rendevano il nostro Paese una terra di conquista. E il motto di un libro come Barbaro dominio di Paolo Monelli (1933) riprendeva proprio una citazione del Principe di Machiavelli che veniva applicata alla lingua: “Ad ognuno puzza questo barbaro dominio” (cap. XXVI).
Sul piano linguistico questo sentimento si intrecciava con secoli di “purismo” e di dibattiti sulla questione della lingua, dove nel separare metaforicamente il fior di farina dalla crusca che aveva guidato la nascita dell’omonima Accademia, insieme ai neologismi, ai tecnicismi e alle parole non toscane si condannavano in blocco anche i forestierismi; persino quelli adattati come “precisazione” citata da Leopardi, o “emozione”, che in un popolare dizionario di Rigutini di fine Ottocento era bollata come un gallicismo da evitare (Giuseppe Rigutini, I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, Roma, Libreria editrice Carlo Verdesi, 1886).

“Scusate il francesismo”, che si usa ancora a oggi in modo spiritoso davanti a una parolaccia, deriva proprio da questo contesto, dal chiedere venia davanti all’uso di parole francesi come fossero offensive. E lo stesso atteggiamento di repulsione si registra anche per molti neologismi italiani, a cui non siamo avvezzi.

Di fronte alle odierne denunce per l’abuso dell’inglese, molti credono che la questione sia ancora di questo tipo. Non si sono accorti che la storia ha voltato pagina in un cambio di paradigma che rappresenta un salto e una discontinuità rispetto al passato.

Numeri, mancato adattamento e velocità di penetrazione

Il numero degli anglicismi non adattati accolti nei dizionari è attualmente superiore alla somma di tutti gli altri forestierismi crudi provenienti da tutte le lingue del pianeta messe assieme, compresi i francesismi.
Sul Devoto Oli ce ne sono 4.000, sullo Zingarelli sono 3.000, ma lo scarto è dovuto solo ai diversi criteri di classificazione: il primo dizionario tende a fare di ogni locuzione una voce a sé, mentre il secondo tende a registrarla all’interno della voce madre, per cui marketing mix si trova sotto il lemma principale marketing e non viene conteggiato dalle ricerche automatiche. Ma a parte ciò, i numeri delle voci non sono poi molto diverse se si confrontano i due vocabolari.

I francesismi crudi sono invece meno di 1.000, gli ispanismi meno di 150, altrettanti sono i germanismi. Seguono un’ottantina di parole giapponesi non adattate, una trentina arabe, una trentina portoghesi, e le voci delle altre lingue, dal russo al cinese, sono ognuna nell’ordine della decina o di poche manciate (Cfr. “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo“).

A impressionare non ci sono solo queste enormi differenze numeriche. Anche la velocità di diffusione è preoccupante. Il 90% delle parole inglese è penetrata nell’italiano negli ultimi 70 anni, fondamentalmente dal dopoguerra in poi. Nel 1990, la prima edizione digitale del Devoto Oli registrava solo 1.600 parole inglesi crude, e nel 1995, quella dello Zingarelli ne conteneva 1.800.
I meno di 1.000 francesismi non adattati, al contrario, sono l’eredità storica di substrati plurisecolari di influenza del francese. Ma vista l’affinità con l’italiano, l’interferenza del francese nel complesso ha subito un adattamento e oggi le parole di origine francese, come “emozione” sono a tutti gli effetti parole italiane, al contrario di espressioni come fake news che rimangono “corpi estranei” nel loro suono e nella loro ortografia che violano la nostra identità linguistica. Stando alle marche di un dizionario specialistico come il Gradit del 2007, oltre il 70% dei gallicismi sono stati assimilati, mentre nel caso dell’inglese le parole penetrano quasi sempre senza adattamenti e le italianizzazioni costituiscono meno del 30% dei casi. E da allora le cose sono peggiorate. Tullio De Mauro, nel confrontare i numeri del Gradit del 1999 con quelli del 2007 ha dichiarato:

Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del GRADIT mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale.
(Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136.)

In altre parole, nell’arco di una sola generazione l’interferenza dell’inglese ha raggiunto e superato quella del francese che è avvenuta in un lasso di tempo di secoli e secoli raggiungendo anche il lessico comune.

Frequenze e ambiti

Un’altra spropositata differenza tra gli anglicismi e gli altri forestierismi sta nella frequenza con cui li utilizziamo. Basta scorrere la pagina principale di un qualsiasi giornale in Rete e contare le parole inglesi. Mediamente se ne trovano a decine e le loro percentuali sono altissime, mentre nel caso delle altre lingue se ne trovano al massimo solo una o due, di solito.
Quando “chef” era solo un francesismo e si usava al posto di “cuoco” per moda e snobismo, la sua diffusione era bassa. Nel nuovo Millennio, da quando la stessa parola ci è arrivata dall’angloamericano dell’era dei MasterChef e dei FoodNetwork, la sua frequenza è decuplicata! E oggi l’italiano evoca una professione di serie B: il cuoco è quello delle trattorie e delle mense aziendali – la manovalanza – mentre nei ristoranti stellati o di lusso ci sono solo gli chef.


La cosa grave è che gli anglicismi non riguardano solo la cucina, la moda, il costume o gli ambiti marginali della società, sono penetrati senza alternative nel lessico di tutti i giorni e nei settori strategici della modernità, dove l’italiano è ormai mutilato, incapace di esprimere con parole sue – senza la stampella dell’inglese – i settori come l’informatica, la tecnologia, il lavoro, la scienza, l’economia… e da computer a marketing, da spread a lockdown, le parole italiane sono venute a mancare.

Dalla quantità al salto verso l’itanglese

L’attuale interferenza dell’inglese non ha nulla a che fare con quella del francese o delle altre lingue anche nell’impatto che sta stravolgendo la nostra lingua. Se i forestierismi si possono ancora considerare “prestiti” lessicali isolati, gli anglicismi non lo sono affatto. L’inglese produce il fenomeno delle ibridazioni e la nascita di centinaia e centinaia di parole come chattare, backuppare, downloadare, hackerare, twittare, whatsappare… ma anche zoomabile, fashionista, scoutismo… mentre le radici inglesi si accostano a quelle italiane (clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…) e parole come killer, o confissi come baby, cyber, over… si trasformano in regole generative foriere potenzialmente di infinite ricomposizioni (killer sassi killer, zanzare killer, squalo killer, cellule killer, batterio killerbaby-calciatore, cyber-criminale, over-ottantenne…). Le parole inglesi si accostano poi tra di loro in una rete sempre più fitta di ricombinazioni che si allargano nel nostro lessico con un effetto domino: food fast food, street foodpet pet food, pet sittersmart smart working, smartphone
Ci sono intere famiglie di parole declinate nelle desinenze in –ing e –er: surf/surfing/surfer, work/working/worker, shop/shopping/shopper… e tra blogger e rapper invece di bloggatori e rappatori l’inglese si trasforma in una grammatica inconscia che genera anglicismi e pseudanglicismi che vivono di vita autonoma: no global, no vax… → no + qualsiasi cosa in inglese; covid hospital, covid free… → covid + qualsiasi cosa in inglese

Tutto ciò non si vede nel caso degli altri forestierismi. L’interferenza dell’inglese si sta trasformando in una neolingua ibrida che sta producendo anche i primi prestiti sintattici dove la collocazione delle parole italiane si scombina: social media manager, green economy o green pass non seguono l’ordine di responsabile della comunicazione digitale ed economia o certificazione verde.

Negli ultimi anni stiamo assistendo alla crescita di enunciazioni mistilingue che alternano all’italiano codici in inglese sempre più complessi come of course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, last but not least, the best, real time… Questo fenomeno è in fase embrionale, ma si sta allargando e la mia impressione è che sia destinato ad ampliarsi in modo sempre più veloce e profondo. Ultimamente, nel parlato, si sentono sempre più spesso enunciazioni come too much per dire “questo è troppo”. E in questo vezzo anche i verbi cominciano a fare la loro comparsa e si infilano nell’italiano come fosse un normale intercalare, per esempio remember, don’t worry¸ stop, relax, save the datefuck you!

Dalla “questione della lingua” alla questione delle lingue

Questi sono i fatti. Continuare a blaterare che è normale che le lingue si evolvano, come si sono sempre evolute, e concludere che l’interferenza dell’inglese non è preoccupante, significa non comprendere come stiano le cose.

“Tsunami” è un nipponismo, ma non c’è alcun problema a usare un forestierismo del genere, perché è un “prestito” isolato che non rappresenta alcuna minaccia per l’italiano. Certo, qualcuno che si scaglia con l’inglese per motivi che hanno a che fare con il purismo ci sarà sempre. Ma chi non capisce la portata dell’attuale tsunami anglicus rischia di essere l’altra faccia della medaglia di questo purismo anacronistico di cui fa il controcanto. I due atteggiamenti sono altrettanto stupidi.

Il problema non sono i forestierismi, il problema è il numero degli anglicismi, e solo quelli, che hanno preso il sopravvento e non costituiscono più un arricchimento, ma un depauperamento dell’italiano. La questione non è più quella “della lingua”, ma delle lingue di tutto il pianeta minacciate dall’interferenza dell’inglese globale. Quelle minori rischiano di scomparire, ma anche quelle più forti ne escono snaturate. E in Italia, dove non c’è alcuna attenzione per l’ecologia linguistica, dove non esiste alcuna politica linguistica, e dove la nostra classe dirigente diffonde l’itanglese ed è schierata a favore del globalese, siamo messi molto male.

Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata

Nel gennaio del 2020 l’Académie française ha dato vita a una commissione incaricata di esaminare la comunicazione istituzionale francese, e l’ultimo rapporto appena uscito (15 febbraio 2022), ha denunciato la “sensibile e preoccupante” anglicizzazione e le sue conseguenze.

Voglio diffondere i risultati di questo studio con qualche riflessione e comparazione con ciò che accade in Italia, dove il fenomeno è ben più ampio e profondo.

Il Rapporto sulla comunicazione istituzionale francese

Il Rapporto parte con una notevole raccolta di esempi. Sono tutti documenti copia-incollati da siti ministeriali, di amministrazioni locali, organismi territoriali, scuole, enti di formazione, musei, manifestazioni culturali, grandi gruppi pubblici e privati.

POSTE
Uno dei casi che si presta maggiormente a una comparazione con ciò che avviene in Italia è forse quello delle Poste. In Francia viene denunciato l’uso di “Pickup”, la denominazione di una gamma di servizi per le spedizioni che si declina in locuzioni come “Pickup Logistics”, destinata alla logistica urbana, o “Pickup Station” invece di punto di spedizione.
Tutto il mondo è paese? Non esattamente. In Italia le cose sono molto più gravi.

Proprio un anno fa avevo pubblicato l’elenco sterminato di anglicismi che si trovano sul sito delle Poste italiane, e più di recente anche il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca (Comunicato n. 17) è intervenuto per ricordare che quelli che poco tempo fa erano contraddistinti dalle diciture “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo oggi si chiamano “Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web, con un ordine dei componenti dei sintagmi che non pare rispettare sempre alla perfezione quello reale della lingua inglese.”

AIR FRANCE/ALITALIA/ITA AIRWAYS
Il confronto Francia/Italia appare impietoso anche nel caso delle compagnie aeree di bandiera. Bisogna specificare che nella locuzione “Air France” la parola ”air” è francese e non inglese, dunque si pronuncia pressappoco “er frans” e non “air” all’inglese come capita di sentir dire in Italia. L’Académie denuncia che lo slogan storico “Rendere il cielo il posto più bello della terra” è stato sostituito da “Air France, France is in the air” dove l’accento sui valori tricolori francesi è in inglese. Da noi, invece, il “restyling” non ha coinvolto il motto, bensì la stessa denominazione di Alitalia che è diventata direttamente ITA Airways, una svolta che si è aggiudicata il primo premio come peggior cambio di marchio del 2021 a livello mondiale.

ALTRI ESEMPI
Tra i tantissimi anglicismi presi in considerazione dall’Accademia francese ce ne sono molti che circolano anche in Italia, e sono la conseguenza dell’espansione delle multinazionali d’oltreoceano (e della loro lingua) in tutto il mondo, per esempio food (il programma “Act For Food” di Carrefour), hub e team (“Hub de la compagnie nationale Air France et principal hub européen de l’alliance Sky Team”). Questa pressione esterna fortissima è alimentata anche dalla diffusione dell’inglese interazionale delle pubblicità o delle realtà lavorative, e si riflette poi sulle scelte di Canal+ di introdurre espressioni come “My Canal” e di parlare di canali “en live et en replay”, oppure nell’anglicizzazione di eventi e manifestazioni pubbliche.
Ma, ancora una volta, gli esempi riportati ci fanno sorridere davanti a Rai Movie, Rai News, Ray Play…, alle trasmissioni dove persino l’italianità è espressa in inglese (Italia’s got talent) o ai progetti come quello annunciato l’anno scorso da Dario Franceschini di una piattaforma per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” che però si chiama ITsART, come se la lingua italiana non facesse parte del patrimonio culturale.

Osservazioni e riflessioni dell’Académie française

Nelle osservazioni sugli esempi raccolti, l’Académie française spiega che l’interferenza dell’inglese riguarda molteplici aspetti del lessico che vanno oltre i singoli termini per trasformarsi in “scelte ripetute” e “tic linguistici” che finiscono col produrre una vastità di terminazioni in -ing (es. coworking) che porta all’affermarsi di una suffissazione che ha la meglio su quella francese (tracking, invece di traçage, upcycling invece di surcyclage). Sono gli stessi meccanismi che ho rilevato in italiano (cfr. “Anglomania compulsiva: dai singoli ‘prestiti’ alle regole dell’itanglese”): “Se c’è il working e il co-working ci sono poi i worker e i co-worker, come ci sono i rocker e i rapper (non i rocchetari e i rappatori), i blogger (non i bloggatori), i rider…”.

OLTRE IL “PRESTITO” E IL LESSICO
Questi fenomeni finiscono così per stravolgere la morfologia di una lingua, soprattutto davanti alle “forme ibride” che l’Accademia francese bolla come vere e proprie “chimere lessicali” che “non appartengono più né al francese né all’inglese”: i verbi e i nomi derivati (brainstormingbrainstormer, start-upstartupper). Tutto ciò esiste da tempo anche da noi, ma mi pare di un ordine grandezza superiore (ho provato a classificare e quantificare le nostre ibridazioni nell’articolo sulla Treccani “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione“). L’interferenza dell’inglese, inoltre, per gli studiosi francesi esce ormai dalla sfera del lessico per coinvolgere anche la “struttura della lingua” (cioè la sintassi) sia per l’inversione dell’ordine delle parole (un business model, un QR code) sia per gli accostamenti dove tendono a cadere le preposizioni e gli articoli, per esempio in espressioni come “le Manager Travaux” invece del “lavoro del manager” o “un coach produit” invece del “prodotto di un coach”, un fenomeno che anche noi ben conosciamo.

Il Rapporto spiega che tutti questi e anche altri fenomeni incidono molto sulla stesura dei testi francesi. E benché analoghi processi di interferenza linguistica, in passato, con il tempo siano spariti e si siano fusi in un adattamento che li ha resi francesi dal punto di vista grafico e fonologico, attualmente il numero sempre più crescente di anglicismi rende difficile l’assimilazione e la francesizzazione. L’inglese, al contrario, sta producendo “effetti sulla struttura stessa della frase: la sintassi è sconvolta, il che costituisce un vero e proprio attacco alla lingua, in quanto è colpita la logica stessa del pensiero, e la struttura analitica della frase francese è soppiantata dalla struttura sintetica dell’inglese.”

RIFLESSIONI
Le riflessioni che concludono il rapporto parlano dunque di “un’evoluzione preoccupante”, perché “l’entrata quasi immediata nella vita pubblica di parole inglesi o presunte tali, attraverso i mass media, senza adattamento alle caratteristiche morfologiche e sintattiche del francese, porta alla saturazione, soprattutto perché molti anglicismi sono usati al posto di parole o espressioni francesi esistenti, con l’inevitabile conseguenza che gli equivalenti francesi sono gradualmente cancellati.”

Mentre in Italia c’è chi considera gli anglicismi solo come un “arricchimento”, dovremmo invece riflettere maggiormente sul fatto che possono costituire un depauperamento pericoloso, che scalza le parole italiane e le fa morire sostituite da quelle inglesi (i “prestiti sterminatori“), e impedisce alla nostra lingua di evolvere per via endogena e creare neologismi italiani. E anche se alcuni linguisti negano il fenomeno dell’itanglese e la validità delle mie analisi, nel rapporto dell’Accademia francese, in sintesi, trovo ciò che da tempo denuncio e sostengo nel caso dell’italiano, ma da noi tutto sembra essere ben più pesante.
Sul sito Campagna per difendere l’italiano è in atto da qualche tempo un’osservazione dei giornali italiani, francesi, spagnoli e tedeschi. Il numero degli anglicismi che compaiono da noi non è paragonabile a ciò che si registra sulle testate straniere. Nell’immagine si può vedere l’ultimo grafico inerente al periodo gennaio-febbraio:

UN DIVERSO TESSUTO SOCIALE E ISTITUZIONALE
Nel confronto con il francese, però, non c’è da tenere conto solo di questo divario numerico, ma anche del ben diverso contesto sociale, visto che lì esistono da tempo delle leggi e una politica linguistica che da noi non solo sono sconosciute, ma appaiono persino un tabù, perché evocano il fascismo.

La politica linguistica francese è poi intrecciata con l’opera sociale e culturale di innumerevoli istituzioni che promuovono e arricchiscono la lingua. E infatti il Rapporto ricorda che per molti degli anglicismi in circolazione esistono – e sono raccomandati nel linguaggio istituzionale – equivalenti francesi ufficiali fissati dalla Commissione per l’Arricchimento della Lingua Francese (CELF) ministeriale, che sono pubblicati sulla Gazzetta ufficiale con la consulenza dell’Académie française. E non solo, nel caso dei tecnicismi, gli equivalenti sono anche disponibili nella banca dati “FranceTerme“, messa a disposizione del pubblico dalla Delegazione generale per la lingua francese e le lingue di Francia (DGLFLF), “un servizio interministeriale collegato al Ministero della Cultura e incaricato di dirigere e coordinare la politica linguistica dello Stato, orientandola in una direzione favorevole al mantenimento della coesione sociale”.

In Italia nulla di tutto ciò esiste, e la nostra Gazzetta ufficiale ratifica gli anglicismi introdotti dai nostri politici o che arrivano dagli ambiti tecnologici. Privi di reti di protezione istituzionali e di una politica linguistica, siamo in balia di un liberismo linguistico che si trasforma in un anarchismo linguistico. E in questa situazione, dove i linguisti partono di solito dal presupposto di essere solo descrittivi, perché la lingua non va difesa, ma va studiata, il nostro ecosistema linguistico è schiacciato e rischia la frantumazione e la perdita della propria identità, perché si impone la lingua del più forte, l’inglese internazionale delle multinazionali e delle culture egemoni e dominanti.
Una terminologa seria come Maria Teresa Zanola ha notato come la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private ha favorito la coniazione di neologismi e che l’evoluzione della lingua francese è in questo modo piuttosto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008, p. 90). Ricorrere all’inglese, in Francia, diventa perciò una scelta sociolinguistica culturale o politica, tutto il contrario della situazione italiana dove la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo, gli anglicismi, da mouse a computer, sono presentati come “prestiti di necessità” e l’italiano non ha alcuna vitalità, perché ciò che è nuovo coincide sempre più con l’inglese.

Le conclusioni: perdita d’identità, nessuna trasparenza e fratture sociali

Unde malum? Che male c’è nell’usare gli anglicismi? Qual è il problema? Quali sono i rischi dell’interferenza denunciati dal Rapporto?
Il fenomeno è mondiale – scrive l’Accademia francese – e uno dei rischi è quello di una riduzione di tutte le lingue sotto un denominatore comune uniforme, artificiale e robotizzato.

“Mentre l’aggiunta di parole straniere per riempire le lacune evidenti nel lessico francese è benvenuta e a volte anche necessaria, è ormai chiaro che il loro afflusso massiccio, instabile e incontrollato sta danneggiando l’identità e forse il futuro della nostra lingua, come quella della maggior parte delle altre lingue.”

Il problema (lo ripeto anch’io da tempo) non sono i singoli anglicismi, ma la “propagazione massiccia e continua” di un vocabolario anglo-americano che produce un impoverimento del lessico francese, ma anche una discriminazione crescente tra la popolazione. Il lessico anglicizzato è spesso considerato a torto “universale” e comprensibile al grande pubblico, ma al contrario non è affatto accessibile a tutti né trasparente. Ciò porta al rischio di una frattura linguistica che è doppia: da una parte è sociale, perché esclude una parte della popolazione, e dall’altra parte è generazionale, perché “i più giovani sono particolarmente permeabili agli usi digitali e meglio in grado di assimilarli, ma tanto più esposti al rischio di essere confinati in un vocabolario limitato e approssimativo e di avere solo una scarsa padronanza della lingua” madre.

La conclusione del Rapporto è che “sembra esserci un rischio reale, non solo di una ridotta comprensione dei messaggi della comunicazione istituzionale da parte del pubblico a cui sono destinati, ma anche di una perdita di punti di riferimento linguistici. (…) Non si tratta di opporsi all’evoluzione del francese e al suo arricchimento attraverso il contatto con altre lingue. Spetta a tutti coloro che lo utilizzano prendere coscienza di questa proliferazione” di parole inglesi. Il fenomeno deve essere perciò oggetto di studi e di ricerca, e al di là delle mode, bisogna riflettere sulla reale efficacia del linguaggio istituzionale e agire “attraverso un’azione determinata, continua e diffusa, trasmessa spontaneamente da una molteplicità di agenti diversi per riconoscere, avvertire convertire.”

E in Italia? Una chiacchierata con Massimo Arcangeli

Peter Doubt è un traduttore madrelingua inglese che vive in Spagna, e gestisce il sito Campagna per Salvare l’italiano e l’osservatorio che confronta gli anglicismi sui giornali italiani con quelli degli altri Paesi. Qualche giorno fa mi ha invitato a una chiacchierata insieme al linguista Massimo Arcangeli, professore di linguistica all’Università di Cagliari, di recente sulle cronache di tutti i giornali per la sua petizione contro lo scevà.

A proposito dell’interferenza dell’inglese Arcangeli ha posto soprattutto il problema della trasparenza nella comunicazione, ha riconosciuto che il fenomeno non ha precedenti nella sua attuale dimensione, e ha lamentato una storica mancanza di una politica linguistica nel nostro Paese, soprattutto in una visione in grado di proiettarsi sul piano internazionale. Sulle sorti dell’italiano di fronte all’inglese sembra molto meno preoccupato di me, ed è più colpito dall’impoverimento del lessico delle nuove generazioni dove molte parole storiche che usiamo da secoli sembrano non solo essere usate sempre meno, ma persino sempre meno comprese, e dunque rischiamo di perderle insieme a un’ampia gamma di sinonimi che l’italiano ha a disposizione per descrivere uno stesso concetto con diverse sfumature.
Credo che il lessico dell’inglese attecchisca molto facilmente su un simile terreno.
Il dialogo tra il linguista, il traduttore e il “filosofo” (ma solo per il mio titolo di studi e per pormi nei confronti della questione della lingua con un approccio diverso da quello dei linguisti) si è poi allargato ad altri temi come quello della definizione dell’identità linguistica, del nostro tutelare la gastronomia ma non la lingua, dello scevà, dell’inglese internazionale…

Lo si può seguire a questo indirizzo.



Scienza, conoscenza e shaker (il suono “sc” tra italiano e itanglese)

Gli anglicismi che si diffondono nella nostra lingua sono sempre di più, e sempre di più sono quelli che travalicano i significati, le forme o le pronunce che esistono in inglese, ammesso che in inglese esistano e non siano invece nostre reinvenzioni maccheroniche.

Lo scostamento dalla lingua di provenienza – indipendentemente dal fatto che sia una provenienza diretta e reale o un nostro fenomeno emulativo e allucinatorio – è di vari gradi e tipi.
Ci sono parole che, trapiantate in italiano, si ricavano un loro significato peculiare diverso dall’inglese, come lo shopping che non indica il semplice comprare qualcosa (anche al supermercato) ma evoca l’andare per vetrine, il fare acquisti voluttuosi di lusso e per la persona. Oppure il caregiver che evoca qualcosa di diverso dal badante e diventa un assistente familiare che si prende cura di qualcuno non per professione, mentre in inglese ha un significato totalmente generico, come del resto il nostro badare. E così, la retorica dell’evocare porta a funambolismi giustificatori divertenti, per esempio per sostenere la differenza tra selfie e autoscatto, perché il selfie indicherebbe ormai un preciso intraducibile gesto che travalica l’uso storico dell’italiano. Bella scoperta: cambiano le tecnologie dell’autofotografarsi ed è evidente che non siano contemplate nell’italiano storico, il punto è che sempre autoscatti sono. Invece di comprendere l’equivalenza delle due parole, c’è chi vaneggia che oltre al gesto intraducibile l’anglicismo evocherebbe il condividere l’immagine in Rete, anzi sui social (altro itanglismo che in inglese vuol dire solo sociale) il che è falso, in inglese, ma anche in italiano dove ormai selfie tende a diventare quasi un sinonimo di fotografia.

A parte questo “non-è-proprismo” tirato in ballo da ciò che una parola evoca, che spesso non fa parte del suo significato, e ancor più spesso è un evocare soggettivo (a chi?) e passeggero, il discostamento dall’inglese consiste molte volte nel prendere “in prestito” solo una delle tante accezioni della parola che da noi diventa così un tecnicismo insostituibile, per cui il mouse non è un topo ma un aggeggio puntatore, e il tablet non è una tavoletta ma un preciso dispositivo. Gli itanglismi, poi, molto spesso sono decurtazioni della lingua che ricalcano (basket per basketball, spending per spending review…), oppure sono pronunciati all’italiana come il water (closet) e il tunnel (che leggiamo come si scrive), mentre altre come shampoo sono pronunciate metà in inglese e metà in italiano.

Senza entrare nella maniacale tassonomia di tutte le tipologie che si potrebbero classificare, il punto è che davanti a questi scostamenti dall’inglese ortodosso ci sono linguisti che interpretano tutto ciò in modo curioso e affermano che questi fenomeni sono un segno di “adattamento” che renderebbe queste parole “italiane”. Uno strano modo di concepire l’italiano, visto che si tratta di parole che violano le regole dell’ortografia e della fonologia della nostra lingua. Per questo motivo Arrigo Castellani le definiva lucidamente “corpi estranei” all’italiano, ma non c’è bisogno di essere puristi o neopuristi per comprenderlo: filmare o barista sono parole a tutti gli effetti italiane, pur derivando da radici inglesi, mentre chattare e computerizzare no, perché spezzano le regole della nostra pronuncia e scrittura (a meno di non adattarle in ciattare e compiuterizzare).
Questo punto fermo e inconfutabile viene però spesso annacquato da chi, in nome del descrittivismo, considera “italiano” quello che entra nell’uso (soprattutto nei giornali) invece che ciò che rientra nella grammatica italiana. Questi approcci di solito si ritrovano sulla bocca e sulla penna dei negazionisti che affermano che l’italiano non corre alcun pericolo davanti all’inglese, ma dovrebbero essere sviluppati fino in fondo. Se la lingua “non si può stabilire a tavolino”, se l’uso fa la lingua (l’uso imposto dall’alto e dall’egemonia delle classi dirigenti colonizzate, sia chiaro!), se gli anglicismi sono un arricchimento del nostro idioma, e se queste sono parole italiane… va bene. E allora si riscrivano le grammatiche, e si faccia diventare norma questo uso.
E la mia non è affatto solo una provocazione, è semplicemente la conseguenza delle premesse postulate da chi non comprende la differenza tra italiano e itanglese e confonde le due cose.

La grammatica dell’itanglese

Facciamo l’esempio del suono “sc”. In una grammatica “tradizionale” possiamo leggere che si può scrivere e pronunciare in modo duro (sca, sco, scu e rafforzato con l’h nel caso di sche e schi) o dolce. E in questo ultimo caso si scrive quasi sempre senza la “i”: sce (scendere, scemo), tranne in parole come coscienza e derivati (incoscienza), scienza e derivati (fantascienza, scientifico… mentre conoscenza si scrive senza “i” perché deriva da conoscere e non da scienza). Tra le eccezioni ci sono poi usciere e parole come scie (plurale di scia) che mantengono l’accento tonico sulla “i” (al contrario di angoscia/angosce, coscia/cosce, e via dicendo). Questo è l’italiano.

Adesso non resta che passare dalla norma all’uso e consultare un dizionario, per esempio il Gabrielli che si trova in Rete, e contare quante parole iniziano con il suono “sc” dolce ma si scrivono in inglese (sh). La versione gratuita non è aggiornatissima, ma comunque si possono contare almeno:

shake
shaker
shakerare
shakespeariano
shako
shampista
shampoo
shampooing
share
shareware
shearling
shed
sherpa
sherry
shetland
shift
shiftare
shimmy
shoccare
shock
shockare
shocking
shockizzante
shockterapia
shooting
shopaholic
shopper
shopping
shopping center
shopping mall
short
shortino
shorts
short-story
short track
show
show biz
show-boat
show-business
showdown
showgirl
showman
show-room
showview
shrapnel
shuffle
shunt
shuntare
shuttle
.

Contrariamente a quanto si potrebbe concludere a un primo sguardo, questo lemmario non è estratto da un dizionario inglese, ma da uno italiano. Dall’elenco ho tolto qualche parola non inglese come sharia o shintoismo, ma si tratta di pochi lemmi, la verità è che il problema non sono i forestierismi, ma gli anglicismi, il cui numero è tale da travalicare e da schiacciare tutto il resto. Se poi si aggiungono anche le parole inglesi che non cominciano con il grafema “sh” ma lo contengono al suo interno, come minimo si possono annoverare anche:

slash e backslash, blush, i composti di sharing (sharing economy, bike sharing, car sharing, film sharing, home sharing, job sharing…), gold share, cash, crash, dashboard, publisher, publishing (e composti come e-publishing o self-publishing), elettroshock, fashion (fashionable e fashionista), fetish, flash (e derivati come flashback), fotofinish, photoshoppare, i derivati colorati di washing (greenwashing, pinkwashing e whitewashing), hashtag, phishing, tutti i composti di shop (pornoshop, bookshop, beautyshop, coffee shop, free shop, pet shop, sex/sexy shop, temporary shop, workshop…) di shopper (personal shopper, serial shopper) e di shopping (shopping addicted), tutti i composti di ship (leaderdhip, memebership partnership, premiership), marshmallow, milkshake, offshore, T-shirt, tutti i composti di show (air show, cooking show, no-show, one man show, talkshow, peep show, reality show, pornoshow, talent show, road show, slide show, show buisness, showroom, showgirl, show boat…), trash e trash food, splash, smash, yorkshire, rush (finale) e rash (cutaneo) che si pronunciano in modo simile ma hanno diversa grafia, push-up, pusher, refresh, screenshot e screnshottare

Mi fermo, ma si potrebbe continuare. A questo punto è chiaro che non si tratta di qualcosa che avviene one shot! Queste parole “italiane” (che sfuggono ormai alle possibilità di contarle) non lo sono affatto. Sono itanglismi. E sono così tanti da stravolgere la nostra lingua e ibridarla. Davanti al suono “sc”, pensare alle poche eccezioni come scienza e coscienza riportate dalle grammatiche fa ridere di fronte alla creolizzazione lessicale che ci travolge.
Naturalmente, lo stesso discorso si potrebbe fare non solo con il caso del suono “sc”, ma con tutti gli altri grafemi e fonemi che trapiantiamo mutuando le regole dell’inglese.

E allora se queste sono parole “italiane” che si vada fino in fondo e che si sia coerenti. Invece di blaterare che le lingue “evolvono” ed è normale che lo facciano, si studi meglio come si sta evolvendo l’italiano; e invece di dire che non dovremmo preoccuparci degli anglicismi, certi linguisti dovrebbero preoccuparsi di riscrivere i libri e di legittimare finalmente la nuova grammatica dell’italiano 2.0 basata sull’uso: l’itanglese.

La frequenza degli anglicismi: comparazioni con spagnolo, francese e tedesco

Come nelle barzellette, ci sono un inglese, un francese, un tedesco, uno spagnolo e un italiano.
Indovinello: chi usa più spesso l’espressione “fake news”?
L’inglese? No, sbagliato, l’italiano!

Questa non è un barzelletta, è quello che si evince dal confronto sulle frequenze registrate dall’algoritmo di Ngram Viewer di Google libri nei rispettivi corpus.

Quando la frequenza di un “prestito”, nella lingua che lo riceve, è superiore a quella della lingua “prestante”, c’è qualcosa che non va nella “prestanza” lessicale… Gli italiani, sempre più figli di Nando Mericoni, vogliono fare gli americani più degli stessi anglofoni, a quanto pare, e questo vale soprattutto per i giornalisti.

Ho già accennato allo splendido monitoraggio di Peter Doubt che analizza gli anglicismi crudi presenti sulla pagina principale delle edizioni digitali de La Repubblica, El Mundo, Le Monde e (Die) Welt (ma nell’ultimo articolo ha analizzato anche altri quotidiani). Il loro numero, in Italia, non è comparabile con quello che si riscontra nelle lingue sane.

Voglio riportare il grafico del primo mese di indagini e, come si vede, le parole inglesi in italiano sono 10 volte di più di quelle che circolano in Francia o in Spagna, e sono anche più del doppio di quelle che ci sono in Germania, un Paese dalla lingua molto anglicizzata, ma non certo come la nostra. I forestierismi in generale, di cui gli italianismi sono solo una piccola parte, su The Guardian sono invece irrilevanti.

Grafico tratto dal sito Campagna per salvare l’italiano.

L’autore della ricerca sta anche analizzando i dati sugli archivi de La Repubblica lavorando sulle singole parole, in modo analogo a quanto ho fatto anch’io più volte – ma in modo meno sistematico – con il Corriere.it. Quello che emerge, ovunque, è la crescita esponenziale della frequenza di molti anglicismi negli ultimi anni, oltre al loro prevalere sulle alternative italiane.

Questi fatti, ben poco contestabili, sono in linea anche con quanto si può estrapolare dai dati di Google libri, dove i raffronti con gli altri Paesi mostrano chiaramente come l’anglicizzazione della lingua italiana non è paragonabile a quella dei nostri vicini.

Di seguito riporto qualche esempio.
Delivery è un’espressione recente e fino al 2019 la usavamo già molto di più degli altri:

Nel 2020, però, la sua frequenza è impazzita, e oggi questa parola è ripetuta ossessivamente sui giornali, nella pubblicità e dagli addetti ai lavori – le Poste “Italiane” l’hanno persino ufficializzata nella denominazione dei loro servizi, come ha lamentato anche la Crusca – per cui è diventata ancora più comune, di grande popolarità, e sta soppiantando le alternative italiane (consegne a domicilio) e il modo in cui abbiamo sempre parlato. Negli archivi del Corriere.it, nel biennio 2018-2019 ricorreva 80 volte all’anno (la data a cui arriva il grafico di Ngram Viewer), ma nel 2020-2021 le sue frequenze si sono attestate sulle 450 volte all’anno, e cioè sono più che quintuplicate.

Se questi dati recenti fossero integrati nei grafici di Google libri, vedremmo un picco di frequenza presumibilmente 5 volte superiore, nell’ultimo periodo. Su un giornale come El País, invece, delivery ricorre 548 volte in tutto l’archivio storico, dunque il risultato comprende tutte le occorrenze di sempre.

Questo divario è molto generalizzato e vale un po’ per tutti gli ambiti, a cominciare da quello informatico che coinvolge parole come tweet, che da noi ha pur sempre un equivalente secondario come cinguettio:

Lo stesso si può dire di molti altri termini che non abbiamo voluto tradurre come account

oppure password (ma vale anche per follower, computer, mouse…)

Uscendo dal disastro della terminologia informatica, sono molti gli anglicismi tipicamente italiani che all’estero si usano poco, per esempio il gossip che ha soppiantato il pettegolezzo e la cronaca rosa, rivelandosi un vero e proprio prestito sterminatore.

Simili divari si registrano anche con parole come target,

fast food,

default,

o background:

In linea di massima le frequenze delle parole inglesi sono da noi maggiori anche quando si sono diffuse con un certo successo anche altrove, come nel caso di green,

leadership,

screenening:

Le tendenze, con non molte eccezioni, sono queste. E se questi dati si sommano alle analisi dei giornali e a quelle dei dizionari, il grado di anglicizzazione della nostra lingua non ha paragoni in Francia, Spagna e Germania. E chi continua a negarlo è in malafede.

L’italiano new-standard

Un tempo l’italiano si poteva considerare un dialetto che si era imposto su tutti gli altri per motivi di prestigio, grazie soprattutto alle “tre corone” toscane Dante, Petrarca e Boccaccio che ne avevano fissato i canoni. Una lingua letteraria che viveva nelle pagine dei libri, un patrimonio accessibile a una minoranza di italiani colti, visto che le masse parlavano nel proprio dialetto e che le percentuali di analfabetismo erano altissime.

Il ricorso all’italiano nel parlato era una sorta di passaggio a una lingua di alto registro impiegata per la comunicazione interregionale, una specie di lingua franca artificiale a cui un milanese come Alessandro Manzoni poteva ricorrere per farsi comprendere da un veneziano, un bolognese o un napoletano, e non senza difficoltà: “Dite voi se il discorso cammina come prima; dite se ci troviamo in bocca quell’abbondanza e sicurezza di termini che avevamo un momento prima; dite se non dovremo ora servirci d’un vocabolo generico o approssimativo, dove prima s’avrebbe avuto in pronto lo speciale, il proprio; ora aiutarci con una perifrasi, e descrivere, dove prima non s’avrebbe avuto a far altro che nominare; ora tirar a indovinare, dove prima s’era certi del vocabolo che si doveva usare, anzi non ci si pensava, veniva da sé (…) lo confesso, il non poter chiamar mio idioma, se non quello in cui io le sappia dire, cioè il milanese [1].

La soluzione manzoniana di dare vita a una prosa letteraria basata sul fiorentino vivo nasceva proprio dall’esigenza di fissare i principi di un nuovo italiano unitario. Ma fuori dalla scrittura, l’italiano come patrimonio di tutti si è affermato soltanto tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Se la stampa aveva già creato una lingua letteraria italiana e una produzione di giornali in italiano, è stato solo con l’avvento del sonoro che questa lingua ha cominciato a diffondersi e a essere praticata fuori dalla scrittura. In principio c’era stata l’industria musicale discografica e poi la radio, nel 1924. Due anni dopo, l’uscita del primo film sonoro trasformò radicalmente l’industria cinematografica. L’italiano arrivava a tutti in queste nuove forme che diventavano il modello di un idioma nazionale. L’avvento della televisione – inaugurata in Italia nel 1954 – continuò questo processo in modo ancora più incisivo, entrando nella vita di tutti i giorni degli italiani, anche di quelli che si esprimevano solo in dialetto.
Intanto in italiano si insegnava nelle scuole, e la grande migrazione dal Sud verso il Nord ha portato a un mescolamento della popolazione dove nei grandi centri urbani l’italiano ha cominciato a prevalere sui dialetti, anche per superare le incomprensioni nella comunicazione tra immigrati. Secondo Tullio de Mauro [2], nel 1950 solo un quinto della popolazione lo parlava, un altro quinto lo alternava al dialetto a scuola e nelle grandi occasioni, mentre per gli altri tre quinti il dialetto costituiva il modo di esprimersi più naturale. Ma intorno al 1970 il ribaltamento era ormai compiuto e dopo i “matrimoni misti”, gli immigrati di seconda generazione erano diventati bilingui, e parlavano l’italiano nei contesti ufficiali, lavorativi e scolastici, limitando il dialetto all’uso in famiglia. Nel decennio precedente, grazie alla televisione, il maestro Alberto Manzi, con la celebre trasmissione Non è mai troppo tardi, aveva insegnato a scrivere e a leggere a milioni di connazionali.
Questo nuovo italiano rappresentava la fine della supremazia della lingua letteraria che per secoli aveva fatto da modello per il nostro idioma, e allo stesso tempo la fine della supremazia storica del fiorentino e del toscano. Ad accorgersene fu Pier Paolo Pasolini, che in una conferenza sfociata in un articolo su Rinascita [3] aveva capito che il nuovo centro di irradiazione della lingua si era spostato nei centri industriali del Nord, dove si era formata una nuova lingua tecnologica più che umanista. Si trattava di un italiano pratico, poco letterario e poco estetico, dove la comunicazione contava molto più delle espressioni, e regnava l’omologazione e l’appiattimento più che la creatività espressiva.

Dall’italiano neostandard a quello new-standard

Per descrivere le varietà del nuovo italiano sempre più policentrico i linguisti hanno proposto le categorie dell’italiano regionale e dialettale, quello popolare (caratterizzato da costrutti talvolta sgrammaticati e da parole dialettali, gergali, familiari), quello standard che si insegna a scuola, e quello colto di chi ha una cultura elevata e un’ottima padronanza della lingua e ha familiarità, per esempio, con il lessico della letteratura e della poesia.

Ma queste classificazioni astratte lasciano il tempo che trovano, e per ampliarle, nel 1985, Francesco Sabatini ha introdotto il concetto di “uso medio” [4], mentre nel 1987 il sociolinguista Gaetano Berruto ha parlato di “italiano neostandard” [5] per indicare quei costrutti che ormai sono accettati nel parlato, ma che, estesi alla lingua scritta soprattutto nei contesti giornalistici, si discostano dalle norme dell’italiano standard (per esempio il periodo ipotetico con l’imperfetto: “Se lo sapevo non venivo”) e non sono ancora ammessi nei contesti più formali, giuridici o universitari.

In ogni caso, tutto questo appartiene al passato. L’avvento di Internet ha cambiato tutto. Mentre ancora negli anni Ottanta gli apocalittici paventavano la morte del libro e la scomparsa della scrittura nel villaggio globale televisivo e multimediale che ci riportava all’epoca dell’oralità pre-Gutenberg, ciò che stava avvenendo era qualcosa di molto diverso.
La Rete ha portato a una proliferazione della scrittura senza precedenti, generando in pochi anni miliardi e miliardi di pagine scritte dalla gente. Che questa sia scrittura vera e propria, o oralità che si esprime attraverso la tastiera, è un’altra faccenda, e dipende dai contesti. Certamente questo zibaldone dell’umanità, per la prima volta disponibile e accessibile a tutti, rappresenta al tempo stesso un trionfo della scrittura e il segno di una cultura di massa impensabile nel Novecento – tutti scrivono e pubblicano – ma anche un inevitabile appiattimento dell’italiano rispetto ai modelli letterari, che ha segnato un ulteriore avvicinamento tra scritto e parlato che contemporaneamente si ritrova nei libri e sulla stampa.
E a caratterizzare questo fenomeno c’è soprattutto la presenza dell’inglese. Se Manzoni aveva voluto sciacquare i panni in Arno, finita l’epoca dei modelli toscani, oggi i panni si sciacquano nel fiume Hudson di New York, più che nel Tamigi, e l’evoluzione della lingua non è più un fenomeno interno ed è fatta sempre meno da nativi italiani. Arriva d’oltreoceano e i nativi italiani la importano, reinventano e legittimano.

I centri d’irradiazione della lingua tecnologici – per dirla con Pasolini – introducono l’inglese e l’itanglese. L’itanglese è la lingua del Miur e della scuola, gli anglicismi sono il fulcro del linguaggio dei politici, delle istituzioni, degli intellettuali, dei tecnici, degli scienziati, dei giornali. E oltre all’itanglese diffuso sul piano interno, c’è quello che arriva dall’esterno, dall’espansione delle multinazionali, dalla pubblicità, dalla televisione e dall’intrattenimento che sono pensati ed esportati sempre più in inglese e con parole inglesi. I media e i giornali, che un tempo hanno unificato l’italiano, oggi educano all’itanglese. I colossi della Rete ci parlano in itanglese, e il mio “account” di Google mi propone collegamenti (link) che rimandano a funzioni come “tasks” o “keep”, mentre Twitter ha introdotto i “follower”, mica gli iscritti, WordPress mi offre i “widget”, Microsoft mi impone i “downolad”… e tra “snippet” e “spam” il lessico del mondo virtuale è fatto di “e-commerce”, “black friday”, “talk show”, “remake”, “delivery”, “special edition”… dove l’identità linguistica dei suoni basati sul linguaggio di Dante cede il posto a parole che violano ogni regola della nostra ortografia e fonologia, e anche della nostra storia e cultura. L’italiano è sempre meno una lingua romanza e sempre più simile a una lingua creola.

L’itanglese è diventato il nuovo “italiano medio” o “neostandard”, che si potrebbe definire new-standard, quello introdotto e praticato dai nuovi centri di irradiazione della lingua, interni ed esterni, e di conseguenza è anche quello praticato dalla gente, che non può che ripetere la lingua imposta dall’alto e dai giornali: “green pass”, “lockdown”, “fake news”, “no vax”, “over 40”, “location”, “smartphone”, “covid free”, “street food”, “rider”, “cargiver”… e così via, in una nevrosi compulsiva che porta a rinominare ogni cosa attraverso concetti e parole in inglese, in modo sempre più profondo e sempre più irreversibile.

Peter Doubt, da qualche settimana, ha lanciato un programma di monitoraggio degli anglicismi presenti sulla pagina principale de La Repubblica, e con gli stessi criteri li conteggia sul quotidiano francese Le Monde, quello spagnolo El Mundo e quello tedesco Welt (oltre ad analizzare gli italianismi su The Guardian).
Ecco il grafico della scorsa settimana.

Grafico tratto dal sito “Campagna per salvare l’italiano“.

I dati parlano chiaro. C’è poco da negare. Dire che è tutta un’illusione ottica o sostenere che ciò che si ricava dai giornali non corrisponderebbe a come la gente parla, non sta né in cielo né in terra. Non comprendere il ruolo dei giornali nella formazione della lingua è antistorico, oltre che stupido. E basta leggere come la gente scrive in Rete per accorgersi che questo è il nuovo italiano new-standard: l’itanglese.


Note
[1] Alessandro Manzoni, “Della lingua italiana”, in Opere inedite e rare, pubblicate per cura di Pietro Brambilla da Ruggero Bonghi, Enrico Rechiedei e Ci editori, Milano 1891.
[2] Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, Bari-Roma 1991.
[3] Pier Paolo Pasolini, “Nuove questioni linguistiche”, 26 dicembre 1964.
[4] Francesco Sabatini, “‘L’italiano dell’uso medio’: una realtà tra le varietà linguistiche italiane”, in Gesprochenes Italienisch in Geschichte und Gegenwart, Tübingen, Gunter Narr Verlag, 1985, pp. 154-184.
[5] Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Carocci, Roma 1987.

Terza dose “booster” (ma il vaccino anti-itanglese non è disponibile)

In Lombardia si può prenotare la terza dose del vaccino anticovid a questa pagina in Rete:

La parola “richiamo”, come si dice in italiano, non ricorre nemmeno una volta.
Tralasciando che gli ultraquarantenni sembrano non esistere e nell’italietta colonizzata ormai ci sono solo gli over 40, la comunicazione della regione Lombardia è molto utile per comprendere i meccanismi di distruzione dell’italiano da parte delle istituzioni che educano all’itanglese.

La terza dose viene battezzata in inglese, per ben 7 volte, come fosse il nome proprio di una nuova pratica, dove l’italiano “terza dose” ricorre tra parentesi, una specificazione pleonastica per istruire il popolino e lasciare sottintendere che l’inglese veicola il giusto tecnicismo, mentre l’equivalente italiano è un’approssimazione terra-terra per i non addetti ai lavori e i plebei.

A sua volta, questa comunicazione si basa su una serie di circolari del Ministero della Salute che utilizzano un simile approccio. Il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca, e anche il presidente Claudio Marazzini, sono intervenuti per ricordare a tutti, soprattutto alle istituzioni, che la parola italiana è “richiamo”.

Ma la comunicazione in ambito medico e giornalistico se ne frega dell’italiano e della trasparenza, e la parola “booster” continua a rimbalzare in tv, nella bocca degli esperti e sui giornali. Negli archivi del Corriere della Sera le frequenze passano dalle poche unità della media annuale, dove l’anglicismo era usato anche con altri significati – visto che in inglese il verbo to boost e booster sono parole generiche legate a un aumento, un rilancio o a un’accelerazione in generale – a oltre 300 del 2021. E analizzando la distribuzione mensile (nel riquadro a destra) è molto chiaro il consueto “picco di stereotipia” che caratterizza il linguaggio mediatico e che porta a ripetere sempre le stesse espressioni.

Davanti a tutto ciò, che cosa può fare il cittadino se non ripetere “booster” e dimenticare “richiamo”?
I mezzi di informazione lo dicono in inglese, le istituzioni lo dicono in inglese, persino il modulo di prenotazione lo dice in inglese… è evidente che ripeteranno ciò che passa il convento. Un convento che ha applicato i filtri anti-italiano a cominciare dai tecnici e dagli addetti ai lavori.

Perché un esperto – e soprattutto chi vuol darsi un tono da esperto – dice “booster”?

Perché l’inglese che viene spacciato per LA lingua internazionale ha preso il sopravvento in medicina (e in generale in sempre più ambiti scientifici) e l’esempio di “booster” mostra chiaramente che quando si parla, studia o si insegna in inglese invece che nella propria lingua madre, l’effetto è sottrattivo: l’inglese non è qualcosa che arricchisce e si aggiunge, al contrario si comincia a pensare e a parlare in inglese, e si perde il lessico italiano.

L’uso, l’abuso e l’ostentazione di questo inglese non sono un segno di cultura, sono il segno dell’ignoranza dell’italiano. Le conseguenze sono la cancellazione della lingua e della cultura locale che vengono schiacciate e sostituite da una nuova cultura vissuta come superiore che fiorisce sul cimitero delle altre lingue e sulla sopraffazione delle altre culture.

L’itanglese si diffonde così. Giorno dopo giorno, parola dopo parola, in uno stillicidio sistematico che va avanti da decenni e cresce in modo esponenziale e sempre più sfacciato. L’insopportabile retorica dell’uso – le pseudoargomentazioni per cui “ormai si dice così”, in inglese – contrabbandano un’ipocrita menzogna che spaccia l’anglicizzazione per un processo “democratico”. La gente dice così… cosa ci vuoi fare? Ognuno parla come vuole…

La verità è che la lingua non evolve dal basso, se non in percentuale molto esigua, ma dall’alto. A fare la lingua sono i giornali, le istituzioni, i politici, gli imprenditori e i tecnici, gli intellettuali, la nostra classe dirigente. E la gente dice fake news, smart working, lockdown… perché è quello che assorbe.

Al popolo non resta che ripetere ciò che arriva da questi centri di irradiazione che educano all’inglese e ignorano l’italiano.

Nel caso di “booster” è imbarazzante un articolo che ho trovato su Adnkronos dove emerge il “non-è-proprismo” tipico italiota. Le parole inglesi hanno sempre sfumature diverse, non sono “proprio” come l’equivalente italiano. Il che serve a giustificare l’ingiustificabile ricorso agli anglicismi attraverso la ripetizione ossessiva di certe argomentazioni fino a che non diventano reali, come aveva capito il ministro della propaganda del Terzo Reich Paul Joseph Goebbels.

Vaccino Covid, terza dose e booster: che differenza c’è” ha titolato in settembre Adnkronos distinguendo che la terza dose sarebbe la dose addizionale (o aggiuntiva) per chi ha problemi di immunodeficienza che si fa dopo 28 giorni, mentre la dose “booster” è per tutti e si fa dopo 6 mesi (ora sono 5). Naturalmente è una bufala, o una supercazzola. Entrambe sono terze dosi, e la dose aggiuntiva e il richiamo sono due cose diverse, se si vuole specificarlo, che si possono esprimere benissimo in italiano, una lingua allo sfascio fatta di questi trapianti immotivati dall’inglese che assumono spesso un significato univoco e tecnico assente nella lingua di provenienza, e che sempre più spesso sono neoconiazioni all’italiana.

E così, in assenza di vaccini contro l’idiozia e l’anglomania, il covid ci ha portato anche i covid hospital e non gli ospedali covid, e mentre dilagano il covid free o il covid manager adesso si parla anche di long covid, perché la parola “lungo” non suona appropriata nella strategia del pappagallo. Il green pass è affiancato al super green pass contestato dagli antivaccinisti denominati no vax, no pass, no mask e no + qualunque cosa in inglese. Mentre qualcuno prova a introdurre il “waning”, i centri dove ci si vaccina sono chiamati hub, i focolai sono cluster, e tra lockdown, smart working, droplet, spike protein, spillover, drive trough, contact tracing, recovery plan o fundla pandemia ha accelerato, e non poco, la distruzione della lingua italiana.

PS
Provate a cercare la parola “booster” su giornali come Le Monde o El País. Buona fortuna.

PPSS
Ecco invece cosa pensano gli inglesi dei nostri pseudoanglicismi:

500 sfumature di inglese. Gli anglicismi dai tanti significati

Speciale agosto 2021: questo articolo si può anche scaricare in formato Pdf e diffondere (senza scopo di lucro) così com’è, senza alterazioni e manomissioni. I contenuti sono frutto di una ricerca personale, proprietà intellettuale la cui riproduzione è riservata. Le parti di quest’opera si possono riprendere e citare solo senza omettere l’autore e la fonte. © 2021 Antonio Zoppetti – Proprietà riservata.

Buone vacanze a tutti.

Introduzione

I forestierismi crudi hanno la fama di essere mono-significato: l’abat-jour è un tipo di lampada da comodino, il sombrero un tipo di cappello, e in linea di massima un bunker tedesco, un bonsai giapponese, una favela brasiliana, un wok cinese o uno zar russo designano qualcosa di preciso. Ma poiché la lingua è metafora, può capitare che, in senso lato, una matriosca passi a indicare un incastro più generale che travalica quello delle bambole. Questi usi figurati, però, sono piuttosto rari persino tra i francesismi che costituiscono un’eredità lessicale molto ampia. Gli anglicismi che si allargano e si diramano in una matriosca di accezioni, al contrario, sono numerosi e in forte aumento. Il loro uso metaforico non è solo una possibilità espressiva che appartiene alla creatività di un singolo parlante, spesso si è ormai codificata. E così il boomerang non è solo un “prestito di necessità” per un oggetto nuovo di cui non si è voluto adattare o reinventare il nome, è anche un qualcosa che torna indietro (“Il boomerang della politica dei dazi di Trump”), come il round del pugilato per estensione abbraccia una qualunque fase dialettica, di un incontro politico, un dibattito, una trattativa

In alcuni casi, questo percorso lessicale comincia con l’importazione di una parola dall’accezione tecnica o di ambito, ma poi il suo uso si allarga e si porta dietro il significato in inglese più esteso, come gli optional che non sono più solo gli accessori non inclusi nei modelli di base che si possono aggiungere con un sovrapprezzo, sono diventati come in inglese qualcosa di non necessario (da option = opzione), in senso lato sono un di più (la cortesia è un optional). E il surfing non è più solo uno sport acquatico, è anche il navigare in Rete, e la metafora dei surfer oggi è anche più frequente dell’accezione letterale.

Gli usi figurati

Le accezioni derivate dall’uso estensivo di un’espressione tecnica sono davvero tante. L’esempio da manuale è quello del dribbling calcistico. Quando un giornalista scrive che l’intervistato dribbla le sue domande, la metafora si riversa nel linguaggio comune con questo significato più ampio, esattamente come un assist, un passaggio vincente nei giochi a squadre, si trasforma in un qualsiasi aiuto determinante. Il benchmark, il parametro di riferimento del linguaggio finanziario, nel linguaggio comune diventa un sinonimo di punto di riferimento o pietra di paragone; un feedback, che in biologia è una retroazione, in senso tecnico può essere un segnale di ritorno, e nel linguaggio comune diventa un’espressione che sempre più spesso ha la meglio su un semplice riscontro, cioè un cenno di conferma (aspetto il tuo feedback). L’impriting utilizzato da Lorenz per descrivere il condizionamento irreversibile delle papere che alla nascita identificano con la madre la prima figura che vedono (traduzione in inglese del termine tedesco Prägung) diventa un’impronta o una caratteristica più generale (il cuoco lascia il suo imprinting in ogni piatto; l’imprinting culturale lasciato dal liceo classico), e questi significati si sovrappongono a tecnicismi che anche in inglese si appoggiano alle metafore, e per esempio l’imprinting è anche una tecnica di colorazione di un disegno sui capelli da parte di un parrucchiere, che poi passa a designare anche la decorazione stessa così come un timbro è allo stesso tempo la matrice ma anche il disegno che lascia.

Gli slittamenti di significato avvengono a volte per metonimia, per cui un cocktail non è solo una miscela alcolica, si può andare a un cocktail nello stesso modo in cui ci si si può fare un drink e avere un invito per un drink che diventa così un party, mentre uno shot non è solo un bicchiere, il cicchetto, come in italiano passa a indicare anche il contenuto e farsi uno shottino indica il bere un bicchierino tutto d’un fiato. E così un takeaway è sia il pranzo d’asporto sia il servizio offerto dai locali sia i locali stessi (un locale takeway), un remainder (lett. rimanenza di magazzino) è un libro scontato, ma indica anche le librerie specializzate nella vendita di questi libri, la security può indicare il personale addetto alla sicurezza (chiamare la security) oppure può designare un sistema di sicurezza di una banca o di un edificio, e anche la sicurezza informatica, un topless è il costume da bagno femminile e anche la pratica di prendere il sole a seno nudo, e un editor è un revisore editoriale, ma in informatica è invece un programma di scrittura o di lavorazione editoriale.

Attraverso questi e altri meccanismi, le espressioni inglesi sono sempre più polivalenti.

Tra gli anglicismi che hanno almeno tre accezioni ci sono per esempio il poker che è un gioco di azzardo, ma è anche il punto che si fa con quattro carte uguali, e in senso figurato può indicare un quartetto (un poker di vittorie). Che cos’è un mixer? Lo strumento per il missaggio della musica, il miscelatore graduato per le bevande, oppure un frullatore. Un ticket è un biglietto, ma può essere anche una tassa sanitaria, o un buono pasto che nel linguaggio aziendale nasce dalla decurtazione dei ticket restaurant (in realtà un marchio francese). Un boiler è uno scaldabagno ma anche un bollitore (o scaldacqua), magari elettrico.

Diversi significati a seconda dell’ambito

Spesso queste differenti accezioni di una stessa parola non sono il risultato di un uso metaforico di un tecnicismo, ma derivano dal fatto che importiamo dall’inglese così tante parole che alcune ci arrivano direttamente da ambiti diversi dell’inglese.
Lo screening in medicina è un programma di prevenzione, ma nell’ambito del lavoro è una ricerca dei candidati. La palette è la tavolozza dei colori di un programma informatico, e in cosmesi è una confezione di trucchi con le loro sfumature. Una cover non è solo una copertina di una rivista o di prodotto discografico, in ambito musicale indica un rifacimento di un brano di successo e riferita ai cellulari indica la custodia rimovibile; il pickup è un furgoncino ma anche il trasduttore che converte i suoni meccanici in impulsi elettrici inviati all’amplificatore della chitarra elettrica; il crash, di etimo onomatopeico e fumettistico, in economia diventa il crollo in Borsa e in informatica il blocco di un sistema e l’impallarsi di un programma; il crack è una violazione informatica, un fallimento in ambito finanziario, il suono onomatopeico di qualcosa che si spezza e anche una droga. Un driver è un programma per le periferiche, ma nell’ippica è il fantino, e in senso lato a volte viene usato anche per indicare un guidatore, un autista, come in Taxi driver.

Sempre più anglicismi hanno dunque i loro significati differenziati a seconda degli ambiti. Lo start che nei dispositivi elettronici è il tasto di avvio, in informatica diventa la funzione di avvio, nel cinema è il primo fotogramma di un film, nel linguaggio sportivo è la partenza, il via, ma anche la linea di partenza e il segnale di partenza, dunque anche lo sparo.

Ghost, fantasma, nell’editoria è uno scrittore invisibile (abbr. di ghost writer) che scrive a nome di un altro, e nel gergo fa un lavoro di ghosting. Ma tra i neologismi di recente registrazione nei dizionari c’è anche un altro ghosting che indica l’atteggiamento di chi sparisce improvvisamente da una relazione, senza farsi trovare e senza dare spiegazioni. Tutto ciò deriva dal fatto che la radice ghost, resa popolare da un celebre film, anche se non è registrata dai dizionari è nella disponibilità di molti, e circola appunto in molti derivati (i ghostbuster, a proposito di cinema). Lo stesso si può dire di shop: il derivato shopper è un sacchetto della spesa, ma in Rete circola sempre di più anche con il significato di acquirente, cliente. E così un hotspot (lett. punto caldo) è un centro di identificazione e di accoglienza per immigrati ma anche un punto di accesso gratuito alla Rete; uno short (abbr. di short film, picture o subject) è un cortometraggio spesso pubblicitario (short pubblicitario), ma nel linguaggio della moda o dell’abbigliamento gli short sono pantaloncini corti (più spesso al plurale shorts).

Questi sono solo alcuni esempi, ma l’elenco di questi anglicismi che assumono diverse valenze di settore è davvero lungo e costituisce un record tra i forestierismi, cioè un primato, che però in informatica è un tecnicismo che designa un’unità di archiviazione.

In altri casi la polivalenza degli inglesismi deriva dal loro diventare parole ombrello che vanno bene per ogni occasione e per tutte le stagioni. La location è uscita dal suo ambito cinematografico di ambiente, reale o artificiale, dove girare una scena e si è trasformata in un posto qualsiasi, la location di un ristorante intesa come ambiente, arredamento, ma anche posizione (per esempio una terrazza sul mare). Allo stesso modo un restyling può essere il rifacimento di un palazzo, la riprogettazione di un sito, la nuova versione di un’automobile, il rimodellamento di un logotipo, la revisione strutturale di un’impresa, il ritocchino chirurgico che si fa dall’estetista… Un partner può essere un alleato commerciale, un amico, un compagno, un marito, un fidanzato, un convivente (senza distinzione di genere).

Un altro moltiplicatore delle accezioni delle parole inglesi è da rintracciare nell’uso di una stessa parola sia come sostantivo sia come aggettivo, per cui si può avere uno shock o leggere una notizia shock, cioè sconvolgente, come c’è il mondo del fetish o del fashion, cioè del feticismo e della moda, ma anche gli abiti fashion e fetish, e il settore del green, cioè dell’ecologia, implica fare scelte green, cioè ecologiche (ma green è anche il campo da golf, che a sua volta è uno sport ma indica impropriamente anche un maglione). Un dirigente o un uomo d’affari può essere un executive e possedere una valigetta executive, cioè aziendale (per es. una ventiquattrore), e spostarsi su un jet executive, cioè un aereo privato dirigenziale, di rappresentanza.

Nel caso di relax questa duplice valenza coinvolge il sostantivo (ho bisogno di un po’ relax) e persino un verbo, quando è usato al posto di rilassati!

Collocazioni e locuzioni

In altri casi i diversi significati di uno stesso anglicismo si combinano all’interno di locuzioni con le loro precise collocazioni, per esempio full che nel poker corrisponde a una combinazione di un tris e una coppia, circola poi nel suo significato letterale di pieno, totale in molte locuzioni inglesi come full immersion, full screen, full-time, full text, full contact… Ma spesso queste locuzioni sono formate anche dalla combinazione con parole italiane, e dunque il default nel linguaggio economico è una bancarotta, un fallimento, ma in informatica l’espressione di default designa le impostazioni di sistema, di base, automatiche. Un corner è un calcio d’angolo, circola nell’espressione idiomatica salvarsi in corner (per il rotto della cuffia, per un pelo, per un soffio), ma nel linguaggio promozionale è un angolo nel senso di un padiglione, un espositore posto all’interno di un grande magazzino dove viene venduto o promosso un prodotto o un marchio. La compliance in medicina corrisponde alla capacità di adeguamento del volume di un organo davanti alla pressione (per esempio la capacità di dilatazione dei polmoni), in senso lato può essere un adeguamento, un’ottemperanza o disponibilità a collaborare, ma nel linguaggio economico c’è la compliance normativa (a regole o consuetudini) e in quello tributario la compliance fiscale, che può diventare un adempimento spontaneo del contribuente agli obblighi fiscali spesso sollecitato dall’Agenzia delle Entrate in un’ottica collaborativa, e in altri casi è un accordo preventivo tra contribuenti e il fisco che permette la correzione di eventuali errori o omissioni nella dichiarazione; il football è il gioco del calcio (o del pallone), ma il football americano è la variante americana più violenta e coreografica del rugby inglese. Il dumping è la politica di ribasso dei prezzi delle merci esportate (rispetto al mercato interno) per conquistare i mercati esteri, dunque un’esportazione sottocosto, ma anche una concorrenza sleale. Il dumping sociale indica invece l’inosservanza dei diritti dei lavoratori, del rispetto dell’ambiente, delle leggi sulla sicurezza e simili pratiche illecite che consentono di abbassare i costi, dunque il non rispetto delle regole e un sistema di produzione selvaggio per ottenere un maggior profitto. Un pool indica un gruppo di persone, una squadra che lavora per un unico scopo (pool antimafia o di ricercatori) o una cordata (pool del petrolio), ma in biologia il pool genetico è il corredo genetico.

Anglicismi omografi

Ci sono anche altri tipi di “doppioni” inglesi che non nascono dalle accezioni che arrivano da una stessa parola, bensì dal “prendere in prestito” parole omografe, che hanno un diverso etimo. Una persona down (dal nome del medico che ha studiato questa sindrome) non ha nulla a che vedere con un’espressione come “mi sento un po’ down” e cioè un po’ giù, sottotono (lett. sotto). I boxer sono cani simili al mastino (nome di origine tedesca adottato in inglese), ma sono anche le mutande a calzoncino come quelle dei pugili. Un cracker è una galletta salata o un criminale informatico, c’è il pin del cellulare (sigla di Personal Identification Number) ma anche la spilletta con le immagini di personaggi famosi (che ha a che fare con le pin-up); lo scotch (lett. scozzese) è un whisky e il nastro adesivo per antonomasia (originariamente un marchio registrato), il kiwi è il frutto dell’actinidia e un uccello (in italiano atterige), il cutter è un taglierino o un elettrodomestico sminuzzatore, ma nel linguaggio marinaresco è un piccolo veliero. Il jack è un fante nelle carte francesi e uno spinotto nel linguaggio tecnico.
A volte questi omografi assumono un genere diverso, e la zip è una cerniera lampo, mentre lo zip è un documento digitale compresso; la spider è una decappottabile (che si trasforma in maschile nel diminutivo spiderino) ma lo spider nel linguaggio della Rete è un programma di navigazione automatica; lo strip è uno spogliarello, abbreviazione di striptease (e c’è anche lo strip poker), e le strip sono le strisce a fumetti.
In alcuni casi ci sono doppioni non omofoni, che vengono pronunciati diversamente, per esempio i biscotti wafer che abbiamo importato per via scritta e leggiamo all’italiana (come il water), mentre i wafer delle casse dello stereo si dicono all’inglese (come la water polo, cioè la pallanuoto), così come quando Jumbo era solo un elefante del circo Barnum lo dicevamo con la “u” (come l’elefantino Dumbo), ma quando è arrivato l’aereo lo abbiamo pronunciato con la “a”, come abbreviazione di jumbo jet.

Decurtazioni all’italiana e pseudo-anglicismi

Alcuni di questi doppioni hanno proprio a che fare con il nostro vezzo di decurtare le parole inglesi e generano omonimie che non ci sarebbero: il cross, decurtazione di motocross, si sovrappone così al cross che nel calcio è un traversone e nel tennis un colpo diagonale, mentre una clip, abbreviazione di videoclip, si confonde con un fermaglio a molla o a scatto per fermare i fogli oppure gli orecchini, che vengono poi detti in senso lato anche loro semplicemente clip; il pony è un cavallo nano ma anche la decurtazione di pony express (un corriere che cavalca la metafora dell’andare a cavallo proprio come i rider, nell’era del delivey); un account è un conto o un profilo in Rete ma anche un venditore, anche si si dovrebbe dire account executive; i roller sono penne a sfera dall’inchiostro scorrevole ma anche l’abbreviazione dei pattini rollerblade; l’economy sostituisce l’economia in sempre più espressioni (new economy, net economy, gig economy, green economy, blue economy) ma è anche una tariffa economica di treni e aerei (al posto di economy class); gli spot (abbr. di spot advertisement) sono annunci pubblicitari e anche faretti per l’illuminazione di interni (abbr. di spotlight = faro orientabile, in italiano occhio di bue o riflettore lenticolare) e persino le macchie che hanno a che fare con la metrorragia e le perdite premestruali denominate spotting.

Talvolta i doppioni non nascono solo dall’accorciamento all’italiana, ma anche da un significato tutto nostro che differisce da quello inglese, e sono dunque pseudo-anglicismi; il dressing, che abbiamo mutuato dalla radice di to dress (come dalla radice foot abbiamo ricavato il footing, per l’intermediazione del francese) viene spesso usato nell’ambito della moda per indicare il modo di vestire, ma in inglese si dice clothing e il dressing è solo un condimento dell’insalata, che comunque è riportato tra gli anglicismi dei dizionari italiani anche con questo secondo significato.

Gli pseudo-anglicismi che convivono con gli anglicismi più ortodossi sono tanti. Book (libro) si trova in composti come e-book, instant book, guest book… ma viene usato impropriamente anche come sinonimo di portafoglio fotografico (in inglese portfolio) cioè cartella, presentazione, campionario. Bomber (bombardiere) nel gergo dell’abbigliamento (come abbreviazione di bomber jacket) indica il giubbotto da aviatore, ma nel linguaggio calcistico si trasforma in cannoniere (e nel pugilato in picchiatore). Allo stesso modo mister non significa più solo signor, come equivalente maschile di miss è il vincitore di una sfilata di bellezza o di culturismo, e nel linguaggio calcistico si carica di un significato estraneo all’inglese per indicare l’allenatore di una squadra. Tra questo genere di parole una delle più ramificate è box, che significa scatola o contenitore, ma è anche uno spazio ristretto ricavato nell’ambiente che lo contiene, quindi un compartimento o reparto. In una pagina può esprimere un riquadro (un box di testo), c’è poi il box doccia (la cabina doccia), in altri contesti è un recinto per gli animali o una stalla (il box dei cavalli), nei circuiti automobilistici è un posto di rifornimento e impropriamente – ma ormai largamente diffuso soprattutto nel Nord Italia – può essere un posto macchina al coperto.

Doppioni, triploni e quadruploni

La moltiplicazione dei significati e delle accezioni delle parole inglesi che deriva da omografi, usi figurati, significati nei diversi ambiti e pseudo-anglicismi non è sempre separabile in modo netto. Talvolta questi meccanismi si sommano e si sovrappongono e il risultato è una diramazione molto ampia. “I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni” scriveva Gadda riferendosi alla ricchezza della sinonimia e dei registri dell’italiano, ma oggi sembra valere anche per il ricorso all’inglese.

Un esempio di triplone misto è slot (lett. fessura): in informatica è l’alloggio che nei calcolatori permette l’inserimento di schede aggiuntive, dunque una porta. Viene usato però anche come decurtazione di slot machine, mentre un terzo significato è in locuzioni come slot di tempo, cioè una finestra o un lasso di temporale. Tra gli altri “triploni” c’è set che può indicare una serie, un completo (un set di pentole, un assortimento di valigie o un corredo di lenzuola), ma nel linguaggio cinematografico e televisivo è il teatro di posa, mentre nel tennis o ping-pong è ognuna delle partite che compongono un incontro. Lo spoiler nel linguaggio televisivo o cinematografico è l’anticipazione o lo spifferare un finale che ne rovina i colpi di scena, ma prima di questo recente significato era solo l’alettone o il deflettore nelle automobili e in aeronautica era il diruttore o disruttore, cioè un elemento aerodinamico dell’ala.
Un quadriplone è rappresentato da una parola come convention che letteralmente indica l’assemblea dei delegati di un partito per eleggere il candidato alla presidenza degli Usa; per esteso si usa per un qualsiasi congresso, raduno, incontro, vertice, conferenza, ma nel mondo del lavoro e del commercio indica un convegno di lavoro per stabilire gli obiettivi da raggiungere, e nel linguaggio commerciale può essere anche una riunione dei venditori.

Stop ha almeno cinque significati. Indica l’obbligo di arresto nella segnaletica stradale e i cartelli stessi; può essere il fanalino o la luce (di colore rosso) che segnala la frenata degli autoveicoli; è il tasto di interruzione del funzionamento di apparecchi e dispositivi, e in generale ogni comando che equivale a fermarsi (intimare lo stop); ma è anche un’interiezione che significa basta, fermati, ed è persino un tassello o vite a espansione. Anche master può indicare un corso di specializzazione o di perfezionamento (e anche il titolo, l’attestato); nel linguaggio sportivo corrisponde a un torneo dei campioni (specialmente nel tennis e nel golf) dove sono ammessi a partecipare solo i migliori giocatori del mondo; in informatica è la matrice (da cui masterizzare), l’originale dalla quale si ottengono le repliche per esempio di un cd o di un altro supporto; nei giochi di ruolo è il capogioco, cioè chi coordina i partecipanti che assumono i propri ruoli e nell’ambito del porno e del bondaggio è il padrone, cioè la figura maschile dominante che detta le regole di una relazione di sottomissione.
Ring di significati ne ha almeno sei: 1) nel pugilato è il quadrato, e in senso lato salire sul ring equivale a disputare un incontro, mentre abbandonare il ring significa ritirarsi dal pugilato, appendere i guantoni al chiodo; 2) nell’ippica è il recinto dell’ippodromo dove sfilano i cavalli dopo la gara; 3) come abbreviazione di ring road, è anche una “strada ad anello”, cioè una circonvallazione, un raccordo anulare, o una tangenziale cittadina (anche se propriamente non si tratta di un anglicismo, ma di un termine di derivazione dal tedesco); 4) si usa anche per indicare una pista automobilistica, un circuito per gare motoristiche; 5) nel linguaggio economico indica un accordo o un cartello di oligopolio fra imprese con lo scopo di sottrarre il prodotto dal mercato e farne alzare il prezzo; 6) nell’industria tessile è un tecnicismo che indica il filatoio ad anello.

Conclusioni

Non mi pare che la polivalenza dei forestierismi sia stata oggetto di molte analisi, ma mi sembra che ci sia un’enorme differenza tra il caso degli anglicismi e quello dei “prestiti” da altre lingue, dove non ho riscontrato questo fenomeno. Guardare l’interferenza dell’inglese da questo punto di vista conferma l’impressione che non abbiamo più a che fare con un fenomeno che si può etichettare attraverso le categorie del prestito; l’inglese assomiglia di più a un trapianto di radici e di parole che stanno prendendo vita autonoma e che si stanno allargando nel nostro lessico anche attraverso numerose ibridazioni che non si vedono tra gli altri forestierismi (cfr. Antonio Zoppetti, “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione”, portale Treccani, 21 giugno 2019). Questo dipende sicuramente dalla sproporzione numerica (cfr. Antonio Zoppetti, “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”, portale Treccani, l7 luglio 2019), ma è un segnale che rivela anche tutta la profondità con cui gli anglicismi si ancorano nel nostro lessico.

La loro polivalenza è un dato nuovo, tra i circa 1.700 anglicismi registrati nel 1990 dal Devoto Oli si riscontrava raramente, erano spesso tecnicismi mono-significato; tra i circa 4.000 annoverati dallo stesso dizionario nel 2020 spicca invece questa moltiplicazione dei loro significati che va di pari passo con l’essere sempre meno parole di settore e sempre più utilizzate nel linguaggio comune.

Per quantificare il fenomeno, su un campione che ho analizzato di poco più di 3.700 parole inglesi che circolano nell’italiano con una certa stabilità (cfr. Dizionario AAA – Alternative Agli Anglicismi) ho contato almeno 200 lemmi che possiedono più di un significato, ma se si considerano anche le accezioni che derivano dagli usi figurati sono molte di più, e credo che complessivamente generino ben più di 500 accezioni e definizioni diverse.

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Pet, cani e giornalisti

Fino ai primi anni del Duemila PET era solo un anglicismo che indicava la Tomografia a Emissione di Positroni, poiché noi importiamo le sigle non secondo l’ordine delle nostre parole – come fanno i francesi che la chiamano TEP – bensì secondo quello inglese (Positron Emission Tomography). Ma la lingua evolve, e oggi i pet sono gli animali domestici, da compagnia, quelli che un tempo erano i cani e gatti.

Pet therapy

Tutto ha avuto inizio con la pet therapy, che ha preso piede intorno al 1998. In italiano sarebbe zooterapia, ma quasi nessuno la chiama così, perché le alternative italiane non circolano. La pratica è diventata di moda, e ormai si è affermata a questo modo. Sui giornali e tra gli specialisti c’è solo il martellamento dell’inglese.

In un titolo di qualche giorno fa sulla rivista Dica33 si legge: «La pet therapy fa bene. Intervista ad Aldo La Spina». L’articolo spiega che «anche solo guardare e accarezzare un “pet” riduce la pressione sanguigna, rasserena e rilassa, distrae e conforta». Di titoli del genere ce ne sono centinaia, tra i più recenti si spazia da la RepubblicaPet therapy all’ospedale Meyer, contro l’ansia da vaccino») a riviste di settore come Cavallo Magazine (da notare il magazine, a proposito di anglicizzazione): «Bologna, tentata truffa: provano a portare via i cavalli da pet therapy». Il pezzo si apre con “Shock a Bologna, tre individui si presentano al maneggio di una cooperativa sociale pretendendo di aver acquistato tre cavalli: ma non era vero» , e si scopre che tutto è successo alla cooperativa sociale di quella città che ha pensato bene di chiamarsi “Il Paddock” (una scelta originale quella di puntare sull’inglese per la denominazione!). E ancora, sul Resto del Carlino (che non ha a che fare con l’omonimo cane-pet carlino) si legge: «“Be Open minded” La pet terapia modello da esportare». A dire il vero, più che esportare non facciamo che importare, a quanto pare.

Un anglicismo tira l’altro

Subito dopo l’importazione della pet therapy è arrivata quella del pet friendly.
Inizialmente si sono chiamati così per esempio gli alberghi attrezzati per ospitare cani e gatti, e ancora una volta tutto è esploso al punto che oggi ci sono elenchi ufficiali di spiagge pet friendly (o anche dog friendly, l’importante è non usare le parole italiane) mentre l’ANSA riferisce che «A Bologna i musei diventano ‘pet friendly‘. Dal MamBo al Morandi, itinerari ad hoc e servizio dog-sitting». La possibilità di andare al museo con il cane, o di parcheggiarlo nelle apposite aree sotto la custodia di un dog sitter è stata possibile grazie al servizio di dog-sitting Dogs & Museum, ideato da Bauadvisor!

L’inglese in vetrina, l’italiano nel museo

E così l’inglese viene messo in vetrina, e nei musei ci si vuole mettere l’italiano; e infatti i negozi per animali sono diventati pet shop, e più recentemente pet store, mentre il cibo per animali è diventato pet food. Inutile dire che ciò è possibile perché a loro volta anche i negozi sono sempre più shop e store, e il settore dell’alimentazione è ormai quello del → food, in un allargamento dell’inglese che porta alla sostituzione delle nostre parole in modo sempre più preoccupante.

Nel giro di pochi anni pet è esploso, è diventato la categoria per etichettare il settore che compare anche sui giornali: «Pet, la pandemia non ferma la crescita», il “mercato italiano del pet food”nel 2020 è cresciuto, «le vendite nei principali canali di distribuzione, ovvero Grocery, Petshop tradizionali e Catene Petshop, hanno raggiunto i 2.257 milioni di euro per un totale di 626.600 tonnellate di alimenti venduti, facendo così registrare un incremento rispettivamente del 4,2% e del 2% sul 2019.» E come si legge su Liguria Business Journal (nome tipicamente ligure) «Arcaplanet, la catena leader del pet care in Italia – un’azienda che ha sede a Carasco – inaugura nove Pet store in cinque regioni». A Molfetta non sono da meno, come riporta MolfettaLive: «Joe Zampetti inaugura un pet store a Molfetta», l’undicesimo punto vendita dedicato al “pet care”.

Questi dati sono confermati anche da Help Consumatori (aiuto forse non arriva immediato al consumatore), e non riguardano solo il settore del Pet Food ma anche quello del Pet Care; in effetti se ci sono i caregiver sarà presto inevitabile parlare forse anche dei carepetter, caredogger e simili… del resto è già nato il sindacato dei pet sitter, che si dimostra attento anche al delicato problema del Family Pet Sitter.

Su questo scenario di crollo dell’italiano, gli animali sono pet. Punto. RomaToday (a proposito di → day ho già ricostruito la storia di come anche questo anglicismo è esploso diventando prolifico) usa questa parola invece di parlare – più volgarmente – di cani: «Joy, Janis e Fucur: i pet che aspettano di essere adottati a Roma» (da notare che anche i nomi dei cani sono preferibili in inglese, altro che Fido!). Un po’ più a Sud c’è BariToday, e anche lì non si parla più di cani: «I pet da adottare presso il canile comunale di Bari». Un po’ più a Nord, Trentotoday riferisce: «Pet, ora il veterinario può prescrivere il farmaco equivalente umano: notevoli risparmi».

Su Il Giorno possiamo scoprire come proteggere i nostri cani dalle piante velenose come l’oleandro o il tasso («Tuteliamo i nostri pet anche dai nemici ‘verdi’»); su Qui News Firenze leggiamo «L’armadietto dei farmaci? Si condivide col pet» e su BricoMagazine: «Come esporre il mondo Pet: una guida pratica» e cioè alcune «semplici indicazioni di Visual Merchandising» per «allestire e/o mettere a punto il proprio reparto Pet, shop in shop».
Da riviste il cui nome è fatto solo di news, magazine, day, live… che altro aspettarsi se non la diffusione di pet?
Ma anche quelle tradizionali remano nella stessa direzione.

Su La Stampa del 31 maggio spicca un titolo come «In Cina l’orrore delle Pet Mystery Box: migliaia di cani e gatti morti nei trasporti».

Che cavolo sono le Pet Mystery Box?

Leggendo il pezzo tutto è più chiaro! «Le chiamano Mystery Box e sono delle “scatole misteriose” che si acquistano in Cina senza sapere cosa ci troverai dentro. Si sceglie la categoria, il prezzo e il resto lo si fa fare alla sorte. (…) Fra le categorie in questione ci sono anche cuccioli di cane, gatto, tartaruga, e tantissimi altri animali che purtroppo non sempre arrivano in vita a destinazione.»

Quando ero bambino vendevano le buste a sorpresa. Oggi le chiamano Mystery Box?
Strano, mi son detto. Non avrei mai pensato che i cinesi le chiamassero in inglese. Poi, leggendo di più, ho scoperto che non sono i cinesi a chiamarle così, bensì un gruppo per i diritti degli animali dell’anglomondo. Naturalmente il giornalista non riporta né il nome cinese né la traduzione in italiano, ripete a pappagallo (NdA: i pet alati, colorati e talvolta parlanti) la nomenclatura inglese. Invece di scrivere che in inglese “le chiamano” così, fa sembrare che quel nome sia l’unica espressione possibile con cui battezzare questa pratica orribile. E a questo modo si fanno morire non solo gli animali, ma anche l’italiano.

Dai singoli prestiti a una grammatica generativa

Attraverso questo linguaggio da colonizzati, nel giro di un decennio pet è diventato una categoria superiore, un settore merceologico, la parola nuova per designare cani e gatti restando al passo con i tempi.
Ma non basta. Si può fare molto di più. Come accade con moltissime altre parole si può trasformare in un prefisso generativo che permette di creare infinite espressioni a base pet, anzi, forse si potrebbe dire meglio pet oriented. La nuova tendenza è questa; prima si importa un concetto in inglese e lo si impone (o sovrappone) all’italiano, poi lo si connette alla rete di altri anglicismi che seguono la stessa via, si allargano nel nostro lessico e lo soffocano.

Cosa succede quando un anglicismo diventa una parola di questa portata? Si trascina con sé la tendenza a unirlo a un altro anglicismo, in una distruzione del lessico italiano. E così entrare da qualche parte con il cane si trasforma in pet visiting e l’oroscopo del cane diviene Pet Astrology.

Basta sfogliare i giornali per rendersi conto di cosa sta succedendo.
L’Officiel Italia, sotto la categoria Fashion titola: «Pet Travel di Fendi, gli amici a quattro zampe sono super cool», e l’articolo riferisce della linea di “collari, pettorine, cappottini e travel bag” per gli amici pelosi. La stessa notizia è ripresa da la Repubblica D dove gli amanti dei cani diventano pet loversLa linea firmata dedicata ai pet lovers»); AbruzzoNews annuncia il Pet Pride 2021 di Pescara: kermesse sul mondo animale; RomaToday introduce il concetto di «Pet neonato: tutto quello che bisogna sapere per accoglierlo al meglio», dove la parola cucciolo sembra non esistere! Un paesino di nome Chiusa San Michele, in Valsusa, diventa la Pet Store Valley che lancia «La nuova Linea Pet Green Zoe»; Cose di Casa parla del «Pet festival digitale: con Maxi Zoo (…) per imparare come prendersi cura al meglio dei propri pet»; e in questa manifestazione c’è persino una pet cooking classFestival Maxi Zoo: yoga, pet therapy e una cooking class con gli amici a 4 zampe») in compagnia della Pet Chef Kiki Pelosi.

Si potrebbe concludere con i «Pet influencer, i nuovi fashion blogger a quattro zampe (…). Poser di nascita, occhioni dolci e un guardaroba premium. Chi sono i fashion pet influencer, nuove star dei social che dettano le tendenze.»

In realtà non si conclude affatto. Tra pet therapy, pet friendly, pet food, pet sitter, pet store, pet care, pet travel, pet chef, pet influencer… si arriva al pet + qualunque cosa in inglese. Dunque siamo solo all’inizio.
L’inizio della fine dell’italiano.

Sono “prestiti” questi? Li vogliamo chiamare “doni”?
Sarebbe ora di chiamare le cose con il loro nome: creolizzazione lessicale.

Tra i neologismi della Treccani c’è anche il pet-trainer (2012), cioè un esperto nell’educazione e nella cura di animali domestici. E allora perché non cominciare a parlare di pet coach e pet coaching? E il pet cooking? A quando i pet show, i pet film, i pet toys, i pet hospital, i pet hair style, le pet house…? Chi non ama gli animali avrà presto la possibilità di frequentare le spiagge o gli alberghi pet free?

E accarezzare il proprio cane, o meglio ancora pettinarlo, diventerà il petting?
Potrebbe essere, visto il nuovo italiano del pet journalism.

L’insostenibile leggerezza del riversamento dell’inglese

Leggo la lingua di un giornale come il Corriere della Sera nella sua versione online (noi non diciamo in linea come si può dire in francese e spagnolo) e ripenso a una lettera toccante che ho ricevuto qualche tempo fa. Quella della signora Maria, di 97 anni, disperata perché senza l’aiuto di figli e nipoti non riesce più a capire ciò che scrivono le riviste e i giornali. Ci sono troppe “parole straniere” lamenta. In realtà tutte queste parole vengono da una sola lingua, ma è la loro frequenza ad avere snaturato l’italiano al punto che la comunicazione mediatica diventa ormai incomprensibile per molti cittadini anziani o che non conoscono l’inglese.

Poco importa se conversazioni come quella in figura siano vere o meno, ciò che è incontrovertibile è che l’uso dell’inglese porta all’incomprensione e all’esclusione di alcune fasce sociali.

Se questo è italiano

Il Corriere non è un giornale qualsiasi, è il quotidiano di informazione a maggior diffusione nazionale e il suo ruolo nel formare la lingua è enorme. Purtroppo la lingua che diffonde non è più l’italiano, ma un ibrido dove è in atto da decenni una graduale sostituzione delle parole italiane con quelle inglesi. Gli altri mezzi di informazione, dalla stampa alla tv, non sono da meno, e credo che i giornalisti dovrebbero essere maggiormente consapevoli della responsabilità che hanno quando fanno scempio del nostro patrimonio linguistico.

Sulla pagina del Corriere.it di ieri spiccavano titoli come questo.

48 parole, che diventano 40 se togliamo i nomi propri e due numeri. Quelle inglesi sono 7, ma se togliamo anche gli articoli e le preposizioni dell’italiano non rimane poi molto, è solo una struttura dove inserire il lessico inglese al posto delle nostre parole.

L’ultima frase è significativa: stiamo studiando il modello di New York. Questa dichiarazione ci fa capire che le parole inglesi sono la punta del banco di ghiaccio (non volevo scrivere iceberg): gli Stati Uniti sono il modello prevalente, se non il solo, a cui guardare. Sono un mito di cui scimmiottiamo ogni aspetto. Quello culturale, scientifico, sociale, lavorativo… e dunque linguistico. Gli anglicismi che si riversano nell’italiano sono i sintomi di questa americanizzazione più totale. Se il modello è questo poi accade che invece di parlare di focolaio si cominci a dire cluster, come fosse una cosa naturale.
Negli archivi del Corriere la bassa frequenza di questa parola, prima della pandemia usata con altri significati, esplode:

Hub

La sostituzione sistematica di centro con hub è recente e pesante. Cercando la parola inglese nell’archivio storico de La Stampa, dal 1867 al 2006 ricorreva in 1.246 articoli e come nel grafico (tratto dall’archivio del giornale) ha cominciato a lievitare negli anni 2000.

Quello che è avvenuto con la pandemia è sotto gli occhi di tutti, e nelle versione digitale dello stesso quotidiano compare circa 3.500 volte negli articoli degli ultimi anni.

Il Gruppo Incipit, che dovrebbe occuparsi di arginare gli anglicismi nella loro fase incipiente, tace. Invece bisognerebbe gridare forte per fermare questi picchi che a lungo andare si trasformano in “prestiti sterminatori”: fanno morire le parole equivalenti dell’italiano storico, con il rischio che in futuro parlare di centro ospedaliero potrebbe suonare prima come qualcosa di non moderno e retrogrado, e infine ridicolo.
Se i centri ospedalieri sono hub, i centri vaccinali diventano poi hub vaccinali. Questo è ciò che si legge sulla stampa, si ascolta in televisione e si trova scritto nei luoghi dove ci si va a vaccinare. La gente non può che ripetere questa espressione che si inserisce così nell’italiano in modo sempre più profondo, e poi si allarga. Gli anglicismi non sono prestiti isolati, l’affermazione di ognuno si porta con sé questo tipo di allargamenti e di ricombinazioni creative.

Over

Da anni si parla sempre meno di ultraottantenni, o ultraquarantenni come nell’articolo, e sono tutti over + N, mentre chi è sotto una certa soglia è under, a cominciare dalla nazionale di calcio under21. Prefissi formativi dal greco o dal latino come ipo non vengono nemmeno in mente, c’è solo l’inglese che ormai marca simbolicamente il modo di datarci in una nuova timeline linguistica e concettuale.

In un secolo, dal 1919 al 2019, negli archivi di Google libri si vede bene l’ascesa della frequenza dell’inglese e lo scemare del latino (il trend mostra il boom e l’escalation di over e la de-escalation di ultra, come direbbe qualche giornalista in stile Palombella rossa).

Pensiamo all’insensatezza di una parola-concetto come teenager.
Che cosa accomuna da noi un tredicenne a un diciannovenne? Nulla, a parte l’essere giovanissimi. Il primo va alle medie e l’ultimo all’università, non sono adolescenti, non si frequentano dal punto di vista sociale, non sono una categoria se non nella lingua inglese dove teen distingue il suffisso dei numeri da 13 a 19. Eppure sui giornali spopola. Come se questa categoria facesse parte della nostra lingua e cultura.
E dopo i figli del boom economico, il baby boom che oggi ha prodotto il dispregiativo boomer, le nuove generazioni si esprimono con le categorie angloamericane. Ci sono i Millennial(s) e tutta un’altra serie di etichette veicolate attraverso lettere come X, Y o Z seguite da generation, che non appartengono alla nostra cultura né alla nostra lingua; più in generale i nativi digitali corrispondono anche a una generazione che si può chiamare dei nativi halloweeniani, coloro che sono nati dopo che le multinazionali hanno trapiantato questa festa nel nostro Paese, per i quali è una ricorrenza naturale, come se ci fosse sempre stata, e ben più sentita del Carnevale. In sintesi, non si può separare la lingua dal contesto sociale di cui è l’espressione.

Milano Marathon

Passando dal tempo allo spazio, l’inglese demarca ormai anche il territorio di una città come Milano, dove si parla di district invece che di distretti e la nuova urbanistica ha trasformato la zona Fiera in Fiera Milano City. I quartieri si ribattezzano in inglese, come il Nolo, cioè il North of Loreto, in una più ampia anglicizzazione di tutti gli eventi culturali legati alla città, dove la festa del libro si chiama Bookcity, la Settimana della moda Fashion Week, il Salone del mobile Week Design. La gerarchia degli anglicismi vede l’italiano come lingua di serie B che si usa nel parlato, come fosse un dialetto, ma le denominazioni di ogni cosa sono in inglese, dai gate delle stazioni ai reparti pet food dei supermercati.

E così si è svolta la Milano Marathon, pensata da nativi italiani della «Generali Milano Marathon», a sua volta promossa da Rcs sports & events, che dovrebbe essere la costola di un’azienda italiana. Leggendo l’articolo si scopre che la manifestazione “si articola in due gare competitive, più un format virtuale, aperto a tutti”. Mentre la marathon è la gara più prestigiosa in cui “si sfidano 132 campioni e top runner”, la tradizionale staffetta solidale in favore delle “organizzazioni no profit” si chiama «Lenovo Relay Marathon». Per via delle restrizioni pandemiche è stata proposta la formula, chiamata «Run Anywhere», che permette ai singoli di partecipare alla staffetta tracciando il proprio percorso con le app. “E sono già 5 mila i runner in tutta Italia che si sono iscritti all’evento.”

In questa corsa all’inglese, dove i corridori sono runner e gli amministratori delegati sono CEO (Chief Executive Officer), le multinazionali aprono gli store, e l’alternativa non sono i negozi o i punti vendita, sono gli shop e i market. Quanto alla “filiera tricolore degli store” è un ossimoro che si commenta da solo.

Dai prestiti al riversamento dell’inglese sempre più incontrollabile

Davanti a questi fatti, chiunque abbia un barlume di lucidità e sia in grado di decifrare la realtà, prima che la società, dovrebbe rendersi conto che gli argini sono saltati. Il riversamento dell’inglese nella nostra lingua è uno tsunami, per riprendere la metafora di Tullio De Mauro, che dopo aver considerato per decenni l’interferenza dell’inglese come qualcosa di non preoccupante, nel 2016 si è finalmente reso conto della situazione.

Apro un libercolo di sociolinguistica che spiega che ci sono i prestiti di lusso e di necessità. Lo richiudo e lo ripongo nella sede più consona, nella differenziata insieme alla carta. È una scelta green.

Apro le segnalazioni che mi arrivano dai lettori del Dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi). Ce ne sono almeno 200 in arretrato e in attesa di un vaglio. Sono troppe, sono inarginabili. La maggior parte esistono, circolano, si leggono sui giornali. Ma posso scegliere di prendere in considerazione solo quelle che hanno una certa stabilità, che non sono troppo di settore, che hanno una certa frequenza. La verità è che ormai il riversamento dell’inglese è così esteso che il lavoro di classificazione dei singoli anglicismi è sempre più difficile. Ogni parlante di ogni settore propone il suo a costo di inventarselo, pur di non ricorrere all’italiano. Le radici inglesi si ricombinano in tutti i modi, si allargano, non stanno mai ferme, schiacciano la nostra lingua e la seppelliscono.

Body cam

Qualche tempo fa leggevo della body cam (22/4/21), cioè una telecamera indossabile, se certi giornalisti sapessero l’italiano e non se ne vergognassero. La locuzione è formata, come la maggior parte degli anglicismi, da due radici che si combinano.

Partiamo dal primo elemento. Sul dizionario ho già registrato il body (l’indumento intimo), la body art, il body bag (uno zainetto, nel gergo della moda), il body builder e il body building (culturismo), il body copy (il testo pubblicitario nel gergo dei grafici), la body fitness (forma ottimale), il body painting (pittura corporale), il body scanner (rilevatore corporale), la body sculpture (ginnastica tonificante) e il body sculpturing (rimodellamento tramite liposuzione), il body shaming (il prendere in giro per l’aspetto fisico, che diventa fat shaming se il motivo è essere grassi), la body-dance (danza acrobatica), il total body

Mi viene la nausea.
La maggior parte dei secondi elementi che si legano a body si diramano a loro volta in altri composti con lo stesso effetto domino.


Analizziamo anche il secondo elemento, cam. C’è già la action cam con lo stesso significato di body cam che mi pare troppo instabile, per il momento. Ma domani è un altro giorno, e forse si affermerà! Del resto c’è già la hidden cam, la telecamera nascosta, che fa il paio con la candid cam, ma si può parlare anche di spy cam. E qualche tempo fa avevo avvistato persino l’invenzione giornalistica della trap cam!
Non dimentichiamo la webcam. E le sue conseguenze: le ragazze che fanno gli spettacolini in webcam come si possono definire se non webcamgirl, o cam girl? Ma allora se lo fa un uomo bisogna dire cam boy, in linea con toy boy (e forse tutto è iniziato con i cowboy)…
Ad libitum sfumando (anzi crescendo).


L’itanglese è questo. Tutto va bene purché sia in inglese e non in italiano. Hai voglia a classificare questo cedimento strutturale della nostra lingua e cultura con le categorie dei prestiti di lusso e di necessità, o di quelli utili (utili a chi?), insostituibili (ma dove? Non certo in Spagna e in Francia) e superflui (il superfluo sembra invece l’italiano nell’attuale contesto storico).

Candid Camera e candid Senato

E pensare che camera, nel senso di telecamera, è un italianismo che deriva dalla camera oscura. Poi c’è anche la Camera, con la C maiuscola, dove dal 10 aprile giace una proposta di legge, che il 14 marzo è stata assegnata anche al Senato. Ma ai parlamentari sembra che non interessi discuterla. In compenso ai giornalisti, vista la lingua che usano, non interessa diffondere la notizia della sua esistenza. Almeno quelli italiani, perché la nostra petizione è stata tradotta in tedesco e in agosto uscirà un pezzo su un’importante rivista austriaca che sta preparando un numero speciale dedicato all’italiano e alle celebrazioni dantesche.

Anche i linguisti italiani l’hanno ignorata, al contrario dei quasi 1.000 cittadini che l’hanno sottoscritta in Rete, che crescono di giorno in giorno, e che scoprono dell’esistenza di questa iniziativa non attraverso la stampa o chi dovrebbe occuparsi della tutela della lingua, ma solo attraverso il passaparola non istituzionale.

Una proposta di legge per l’italiano

Dopo le parole di Draghi sugli anglicismi che lasciano sperare in una maggiore sensibilità sulla questione rispetto alle precedenti legislature, e visto che a 4 mesi dal suo inoltro non è pervenuta alcuna risposta alla petizione sull’abuso dell’inglese al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ho provato un’altra via per rivolgermi alle istituzioni.


L’articolo 50 della Costituzione prevede che i cittadini possano rivolgere petizioni per provedimenti legislativi, e seguendo i canali previsti, insieme a qualche altro sottoscrittore, ho presentato oggi un proposta di legge alla Camera e al Senato.

Di seguito rendo pubblico il testo dell’iniziativa.

Questo è il mio modo di omaggiare i 700 anni dalla scomparsa di Dante: non con le celebrazioni retoriche, le chiacchiere e i musei, ma con i fatti e le iniziative concrete perché la nostra lingua possa continuare a vivere.
E prossimamente…
(continua).

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Petizione per provvedimenti legislativi a tutela e promozione della lingua italiana minacciata dall’abuso dell’inglese

Petizione presentata e sottoscritta ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione da Antonio Zoppetti e da Daniele Tarricone, Giorgio Cantoni, Luigi Quartapelle, Giancarlo Consonni, Jean-Luc Laffineur, Bruna Zambrini.

Premessa

L’espansione dell’inglese globale legato ai fenomeni di mondializzazione sta stravolgendo in modo consistente l’assetto di tutte le lingue del mondo, ponendo gravi problemi di snaturamento delle identità linguistiche locali. Questo fatto ha delle ripercussioni concrete su molti aspetti della società, da quelli storico-culturali a quelli, molto più pratici, legati alla comprensione e alla trasparenza da parte dei cittadini di fronte alla comunicazione mediatica, lavorativa e anche istituzionale. Il fenomeno dell’anglicizzazione, in Italia molto pesante, non ha perciò nulla a che vedere con questioni astratte legate al “purismo”, alla “lotta ai barbarismi” o alle chiusure davanti all’internazionalizzazione che caratterizza la nostra epoca. È un problema di numeri e di buon senso.

Qualche dato

♦ Dallo spoglio dei dizionari risulta che dal 1990 a oggi, gli anglicismi non adattati sono passati da circa 1.700 a 4.000 (cfr. Devoto Oli).*
♦ Dalle analisi di dizionari come Devoto Oli e Zingarelli emerge che tra le parole che sono nate negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi crudi rappresentavano circa il 3,6%. Questo numero negli anni Sessanta è salito a quasi il 7%, negli anni Settanta ha superato il 9%, negli anni Ottanta il 16%, negli anni Novanta il 28% e oggi costituisce quasi il 50% delle parole nate negli anni Duemila. A preoccupare non sono solo la sproporzione e l’aumento esponenziale, ma il fatto che nel Nuovo millennio l’italiano sta cessando di evolvere per via endogena, e ciò che è nuovo viene espresso principalmente in inglese crudo.
♦ Passando dalla presenza delle parole inglesi alla loro frequenza, tutti i dati mostrano che gli anglicismi sono usati sempre più spesso dai mezzi di informazione, e hanno colonizzato il lessico di tanti ambiti strategici della nostra lingua: l’informatica, la formazione, il lavoro, l’economia, la tecnologia, la scienza… (in alcuni settori l’italiano ha perso la capacità di esprimersi con il proprio lessico) e sono entrati in modo molto ampio persino nel linguaggio politico, delle leggi e delle istituzioni.
♦ Dagli ambiti di settore gli anglicismi stanno poi penetrando sempre più anche nel linguaggio comune e addirittura in quello fondamentale: nel dizionario delle 7.000 parole “di base” di Tullio De Mauro (quelle che compongono oltre il 90% dei vocaboli utilizzati normalmente) nel 1980 si contavano una decina di inglesismi, ma nell’edizione del 2016 sono decuplicati e ce ne sono 129.

Il problema non sta nelle parole come bar, film, sport o scanner, che in buona sostanza si pronunciano e scrivono secondo le nostre regole e producono ibridazioni italiane (barista, filmare), né nell’accettazione di anglicismi ormai storici, bensì nella quantità e frequenza di quelli nuovi che violano il nostro sistema fono-ortografico e stanno creolizzando il nostro lessico e il nostro patrimonio linguistico.

* Per avere un parametro di riferimento: i francesismi erano e sono nell’ordine di un migliaio, gli ispanismi nell’ordine di un centinaio o poco più, lo stesso vale per i germanismi, mentre per le altre lingue l’interferenza si esprime attraverso le decine di parole.

La situazione negli altri Paesi

Il ricorso sistematico e compulsivo all’inglese da alcuni decenni sta portando a una trasformazione dell’italiano storico in una lingua ibrida che è stata definita itanglese,* sul modello del franglais di cui si parla in Francia. In Spagna il fenomeno è chiamato spanglish, in Germania Denglisch, e ovunque sono nate analoghe definizioni: il greenglish denunciato recentemente dall’ex ministro dell’Istruzione greco Georgios Babiniotis, il runglish della Russia post-comunista, mentre in Asia c’è l’hinglish per l’hindi, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, il japish o l’englanese per il giapponese, e via dicendo.

Stando a numerose ricerche effettuate attraverso l’analisi delle testate giornalistiche, che rispecchiano l’andamento più generale della lingua, tra le lingue romanze solo nel caso del romglese, la variante del rumeno, il numero degli anglicismi è simile al caso italiano, mentre la loro penetrazione in Francia e in Spagna non è paragonabile alla nostra, né per il numero né per il rilievo.

Le ragioni di questa diversa situazione sono storiche e culturali, ma soprattutto politiche. Lo spagnolo è parlato in una ventina di Paesi e le accademie di ognuno di questi lavorano in modo coordinato per mantenere l’uniformità della lingua sovranazionale anche con sostitutivi agli anglicismi. In Francia, la legge Toubon è arrivata dopo una serie di altri provvedimenti legislativi che hanno attraversato i governi di destra e di sinistra, dai tempi di De Gaulle a quelli dei mandati socialisti. All’estero in molti hanno da tempo compreso il problema e varato politiche linguistiche e provvedimenti. In Islanda esiste ufficialmente persino la figura del neologista, visto che l’islandese è una lingua davvero a rischio, in Europa. In Italia non siamo mai intervenuti, e l’approccio del “liberismo linguistico” si sta trasformando in un anarchismo selvaggio dove la nostra lingua è schiacciata dall’egemonia dell’inglese. L’italiano è paradossalmente più tutelato in Svizzera – dove il question time si chiama l’ora delle domande – che nel nostro Paese: lì negli ultimi anni si sono fatti enormi investimenti per la promozione dell’italiano visto che davanti al francese e al tedesco risulta in minoranza, nel loro modello plurilinguista.

* Dalla semplice importazione degli anglicismi stiamo passando alla nascita di nuove “regole” per la formazione delle parole: dilagano centinaia di ibridazioni come screenare; se usiamo work, di conseguenza paliamo anche di working e worker, spesso ormai declinato con la s del plurale workers; ricombiniamo le radici inglesi in espressioni come smart working o covid hospital e covid free, si afferma la regola del “no + inglese” in espressioni come no mask, e in pseudoanglicismi come no vax, no panic

In conclusione

Queste sono le premesse che ci hanno spinto a presentare la seguente proposta per la promozione della lingua italiana e un disegno di legge a sua tutela.
Il 2021 è l’anno delle celebrazioni dantesche e dell’istituzione del Ministero per la transizione ecologica: crediamo ci si debba finalmente occupare anche della tutela della lingua italiana in una prospettiva legata al tema dell’ecologia linguistica, oltre che ambientale. L’uscita del Regno Unito dall’Europa, infine, potrebbe essere l’occasione anche per rilanciare la nostra lingua come lingua di lavoro nella UE e promuoverla maggiormente all’estero.

Di fronte a un’anglicizzazione sempre meno sostenibile, chiediamo perciò che si intervenga a tutela dell’italiano con la costituzione di un organismo ufficiale dello Stato che operi almeno attraverso tre diverse prospettive: la promozione culturale, la legislazione e la valorizzazione all’estero che può rappresentare un’enorme risorsa economica.

Di seguito 11 punti concreti di intervento.

§ Misure di promozione della lingua italiana e contro l’abuso dell’inglese

1) Avviare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese

Lo hanno già chiesto oltre 4.000 persone in una petizione rivolta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori e i canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale e le “pubblicità progresso”, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

2) Dare il via a un’analoga campagna nelle scuole

Servirebbe a fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

3) Emanare linee guida e raccomandazioni per il linguaggio dell’amministrazione e quello istituzionale

Questo approccio è già stato inaugurato con un certo successo – e con la consulenza dell’Accademia della Crusca – per la femminilizzazione delle cariche lavorative. Si potrebbero emanare analoghe linee guida e raccomandazione anche per evitare l’abuso degli anglicismi, come è stato fatto per esempio in Svizzera (qui un esempio: https://www.bk.admin.ch/bk/it/home/documentazione/lingue/strumenti-per-la-redazione-e-traduzione/raccomandazioni.html).

§ Interventi legislativi

4) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro

In Francia è vietato e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per le loro violazioni. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro, mentre nascono i sindacati dei rider o dei pet sitter.
Con un approccio alla francese,* magari più moderato, dovremmo fare in modo che le mansioni di lavoro si esprimano in italiano, per rispetto della nostra lingua, dei cittadini e della trasparenza loro dovuta. Per le nuove professioni espresse solo con nomi in inglese, ancora una volta il ruolo della Crusca potrebbe essere strategico nell’individuazione e nella coniazione di sostitutivi italiani.

* Gli articoli 6, 7 e 8 della legge Toubon, volti alla tutela dei lavoratori, precisano che i contratti di lavoro, le offerte d’impiego e i documenti interni all’impresa, imposti ai lavoratori o a loro necessari per lo svolgimento del lavoro, siano compilati in francese.

5) Valorizzazione dell’Accademia della Crusca

Al contrario delle accademie di Francia e Spagna, la Crusca non ha oggi un ruolo “normativo” e la sua storica missione lessicografica della costituzione di un vocabolario ufficiale le è stata sottratta ai tempi del fascismo. Senza arrivare a una sua ricostituzione o rifondazione, in modo più morbido, si potrebbe però rifinanziarla e investirla di un potere più forte e più ufficiale, rendendola un punto di riferimento per la politica linguistica come organo principale di consulenza, e coinvolgendola in un’opera di individuazione, ma anche di creazione, di sostituivi italiani agli anglicismi, potenziando il Gruppo Incipit e ufficializzandolo. Le accademie di Francia e Spagna coniano neologismi alternativi a quelli inglesi che vengono poi promossi da campagne mediatiche, e molti di essi, anche se non tutti, vengono poi recepiti dai parlanti e dai giornali con successo. Ciò costituisce un arricchimento della lingua locale, invece che una sua regressione.

6) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano

Anche se la Corte Costituzionale si è espressa più volte sancendo che l’italiano è la lingua ufficiale, questo aspetto non è chiaramente espresso nella Costituzione e si potrebbe aggiungerlo come nella Costituzione francese, e come la Crusca ha proposto un paio di volte senza successo. Nell’articolo 12, dove si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, si potrebbe aggiungere che l’italiano è la lingua ufficiale. Ciò non pregiudica né l’utilizzo delle lingue regionali né le minoranze linguistiche già esplicitamente tutelate in altri articoli.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione

La lingua dell’università, della scuola e della formazione deve essere l’italiano, e l’insegnamento non può avvenire attraverso l’erogazione esclusiva di corsi in inglese, come di fatto sta accadendo in alcuni atenei (il caso del Politecnico di Milano è il più eclatante). Questo è un diritto degli studenti e degli italiani che non può essere cancellato, fatto salvo che le scuole straniere, pensate per accogliere studenti di cittadinanza straniera, o gli istituti che erogano insegnamenti a carattere internazionale, sono esclusi da questo obbligo.

8) Ripristinare l’italiano come lingua dei Prin

I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano, non solo in inglese (mentre l’italiano è ridotto a un’inutile opzione facoltativa); il diritto di rivolgersi alle istituzioni italiane o europee in italiano non può essere messo in discussione.

9) Cancellazione dell’obbligo di conoscere l’inglese, come unica seconda lingua, nella pubblica amministrazione

La riforma Madia (legge n. 124 del 7 agosto 2015, “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, articolo 17, lettera e) ha sostituito l’obbligo di conoscere una lingua straniera come requisito per i concorsi nella pubblica amministrazione con l’obbligo della sola lingua inglese. Si tratta di un principio che va contro il plurilinguismo inteso come valore e ricchezza culturale e porta all’affermazione della sola lingua inglese indipendentemente dall’ambito. L’obbligo di conoscere una seconda lingua, dunque, dovrebbe essere ripristinato, e solo a seconda dell’ambito si potrebbe specificare che coincide con l’inglese (laddove questa lingua è realmente un requisito), altrimenti si tratta di un provvedimento discriminatorio.

§Valorizzazione dell’italiano all’estero e sul piano internazionale

10) Adoperarsi perché l’italiano ritorni a essere lingua di lavoro in Europa

L’Italia dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea, e lavorare perché ritorni a essere lingua di lavoro, come lo era un tempo, e come oggi lo sono l’inglese, il francese e il tedesco. L’uscita del Regno Unito, oltretutto, rende di fatto l’inglese una lingua madre minoritaria rispetto a quelle comunitarie, parlata solo in Irlanda e a Malta, che hanno però indicato come lingua ufficiale il gaelico e il maltese; dunque è possibile spingere maggiormente verso un modello multilingue che non escluda l’italiano, nell’interesse del nostro Paese e di tutti i cittadini.

11) Trasformazione della lingua italiana in un bene da esportare

Il governo dovrebbe lavorare per promuovere maggiormente l’italiano all’estero, visto che gode di una nomea molto apprezzata. Basti pensare ai prodotti alimentari dal nome italofono – un fenomeno che non esiste per i prodotti francesi o spagnoli – che rappresentano una fetta di mercato enorme.
Questo progetto può attuarsi attraverso la creazione di posti di lavoro per l’insegnamento, ma anche attraverso la valorizzazione della cultura e della lingua italiana in tutto il mondo, che può trasformarsi in una grande risorsa economica. In questo processo, anche le denominazioni delle nostre manifestazioni, eventi e e iniziative dovrebbero essere in italiano, invece di puntare a progetti di cui ITsART, da poco presentato ufficialmente per promuovere la cultura italiana in tutte le sue forme (tranne la lingua), rappresenta l’ennesimo caso di rinuncia all’esportazione del nostro patrimonio linguistico.

Dal purismo all’ecologia linguistica

“Sotto tutti i cieli di tutte le epoche, nell’eterna lotta tra i puristi e gli altri – piaccia o no – vincono gli altri. Pensare di salvare una lingua costringendola alla cattività ministeriale, poi, è l’ultima cosa che potrebbe aiutarla.”

Con queste parole, Cino Vescovi ha risposto a un articolo di Davide Grittani (“I killer dell’italiano”) il quale, davanti all’eccesso di anglicismi che sfigura la nostra lingua storica, aveva invece proposto l’istituzione di un Ministero per la difesa della lingua. Il botta e risposta è avvenuto sulla rivista L’intellettuale dissidente.*

Non senza ragioni, Vescovi esprime enormi perplessità sulla capacità della nostra classe politica di salvaguardare l’italiano, visto l’uso che ne fanno proprio le istituzioni e certi ministri. Non gli si può dare torto, e infatti una proposta di legge in proposito dovrebbe passare per una “rifondazione cruschista” che potrebbe ritornare al suo storico ruolo lessicografico e maggiormente prescrittivo, e fare ciò che fanno le accademie di Francia e Spagna. Ma il purismo non c’entra proprio niente, con tutto questo, e sarebbe ora di spazzare via una serie di sciocchezze e di luoghi comuni che abbondano nelle penne dei tanti non-interventisti.

“L’unico modo per salvare una lingua è lasciarla libera di razzolare ovunque. Nei mercati, nei bordelli, nelle chiacchiere delle beghine e negli angiporti, come ha sempre fatto”, continua Vescovi. Dimentica però che la nostra è stata una lingua letteraria e che per secoli era il dialetto a scorrazzare nella vita quotidiana, almeno fino all’unificazione dell’italiano avvenuta nel secondo Novecento, nell’epoca della radio, del cinematografo e della televisione, ma anche dell’emigrazione che ha portato al contatto tra dialetti diversi, tra loro spesso incomprensibili, e della scolarizzazione. Rivangare la politica linguistica fascista della proibizione e sostituzione dei barbarismi agitandola come lo spauracchio, inutile, significa non avere chiaro cosa sta avvenendo oggi in Francia, in Spagna, in Islanda e in molti altri altri Paesi, dove i modelli sono di ben altro tipo. L’inglese rappresenta una minaccia per l’identità dell’italiano – e delle lingue di mezzo mondo – non per una manciata di “prestiti” che possono irritare un purista, ma per la quantità e la profondità di anglicismi che la stanno travolgendo e ne stanno creolizzando il lessico. L’evoluzione dell’italiano del Terzo millennio non è affatto legata a ciò che avviene nei mercati, dove la gente ripete lockdown, computer, cashback e il resto non per scelta, ma perché sono calati dall’alto senza alternative. Le chiacchiere degli angiporti hanno lasciato il posto alle chat del web dove l’itanglese impera perché il lessico e la terminologia sono sempre meno fatti da nativi italiani e sempre più dall’espansione delle multinazionali, e dove i modelli linguistici dei bloggatori e delle piattaforme sociali ricalcano il linguaggio dei mezzi di informazione che a loro volta parlano la lingua degli influencer, dei manager, del marketing, dei tecnici e dei politici colonizzati dall’inglese che riversano nel loro fragile italiano. Se fino all’Ottocento erano gli scrittori a fare la lingua, oggi i centri di irradiazione sono di altro livello, ahinoi, e sono fatti da chi ostenta l’inglese perché crede di essere moderno e si vergogna dell’italiano che spesso poco conosce.

L’idea della lingua che si difende da sé è fallita. Il liberismo linguistico ha senso quando esiste un equilibrio sano che possiede i propri anticorpi e si autoregola. Ma quando una lingua dominante sta esercitando la sua pressione globale ovunque, e quando l’unica strategia di evoluzione linguistica consiste nell’importare parole crude da una sola lingua, senza inventarne di proprie e senza adattarle, lo scenario non è quello dell’eterna lotta tra puristi e gli altri, né quello della lotta contro il barbaro dominio di epoca fascista, è invece quello della Resistenza.

Se i panda sono a rischio estinzione, non si può rispondere che le specie evolvono e si estinguono (è normale, è sempre avvenuto e sempre avverrà) in nome dell’evoluzionismo magari nelle sue estensioni aberranti del cosiddetto darwinismo sociale che con quello biologico ha poco a che a fare. Bisogna intervenire per salvaguardare la biodiversità, che come il multilinguismo è un valore e una ricchezza. Se le balene rischiano di scomparire dalla faccia della terra è perché l’equilibrio naturale è messo a rischio da uno sfruttamento sistematico e distruttivo da parte dell’uomo che si sta rivelando sempre meno sostenibile e sta distruggendo l’ambiente. Invece di dire che le balene si sono sempre difese da loro, è meglio intervenire e proteggerle, come si cerca di intervenire quando altre specie animali – dai topi alle zanzare tigre – si moltiplicano a dismisura sino a danneggiare l’ecosistema. La globalizzazione non sta distruggendo solo l’ambiente, ma anche le culture e le lingue locali.

Prima di parlare di purismo, di fascismo, di liberalismo linguistico e di panzane astratte, bisognerebbe fare il punto concreto sulla situazione.

Facciamo il punto

Ne ho già parlato fino allo sfinimento, ma mi ripeto. Dallo spoglio dei dizionari emerge che tra le parole che sono nate negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi crudi rappresentavano circa il 3,6%. Questo numero negli anni Sessanta è salito a quasi il 7%, negli anni Settanta ha superato il 9%, negli anni Ottanta il 16%, negli Novanta il 28% e oggi costituisce quasi il 50% delle parole del Nuovo millennio. È chiara la progressione esponenziale? È chiaro cosa sta avvenendo?

Il Devoto Oli del 1990 registrava circa 1.700 anglicismi non adattati, quello del 2020 ne annovera circa 4.000, il che significa che in 30 anni ne sono spuntati 2.300 di nuovi (una media di 76 all’anno e un aumento del 135,29%). E i numeri dello Zingarelli e di altri dizionari sono in linea con queste cifre.

Passando dalla presenza alla frequenza, tutti i dati mostrano che gli anglicismi sono usati sempre più spesso sui giornali, e hanno colonizzato il lessico di tanti ambiti della nostra lingua: l’informatica, la formazione, il lavoro, l’economia, la tecnologia, la scienza, persino la moda. Oltre ad avere conquistato i linguaggi di settore, la parte più esterna del nostro lessico, stanno penetrando sempre più nel quotidiano. Se nel 1990 le parole inglesi erano spesso tecnicismi, oggi ce ne sono circa 1.600/2.000 che appartengono al linguaggio comune, sono cioè parole che qualunque persona di media cultura dovrebbe conoscere – anche se non è detto che le usi attivamente – perché si incontrano quotidianamente fuori dal lessico specialistico e di settore. In questo penetrare nella lingua di tutti i giorni, stanno entrando persino nel lessico fondamentale, cioè lo zoccolo duro del nostro vocabolario.

Tutto ciò non è normale. La rapidità e la profondità con cui accogliamo le parole inglesi non ha precedenti nella nostra storia, e non è minimamente paragonabile a quanto è successo in passato con l’interferenza del francese, quando era questa la lingua che ci influenzava maggiormente e da cui attingevamo di più. L’inglese forma ormai una rete di radici che si intrecciano e stanno prendendo vita ricombinandosi anche in pseudoanglicismi che creiamo da soli, e si mescolano tra loro e con altre parole italiane in una trasformazione che non ha più niente a che vedere con l’italiano storico, e non si può che chiamare itanglese, una lingua ibridata fatta sempre più di “corpi estranei” rispetto ai nostri suoni, che violano le regole della nostra ortografia e della nostra pronuncia e le snaturano.

L’ecosistema linguistico si è spezzato. Sono i fatti, e c’è poco da negare.

Queste sono le conseguenze del liberismo linguistico italiano, conseguenze molto più gravi rispetto a quelle che si registrano in Paesi come la Francia e la Spagna dove i politici e le accademie operano con ben altre modalità. E allora cosa vogliamo fare? Proseguire in questo modo e considerare l’itanglese la modernità e il nostro futuro?

È una scelta, ma c’è anche chi – come me e tanti altri – si oppone e la combatte e non certo per purismo.

Il problema non sono gli anglicismi – questo deve essere chiaro – ma l’anglomania compulsiva che porta a introdurre solo e continuamente espressioni in inglese. Il punto, allora, non è quello di proibire gli anglicismi e di proporne la cattività, ma quello di creare le condizioni culturali per riappropriarci dell’italiano, della sua bellezza, del suo valore, e di difendere la nostra identità. Senza questa rivoluzione culturale, ogni battaglia è persa. Senza una promozione dell’italiano all’interno del nostro Paese e all’estero, visto che è una risorsa anche economica potenzialmente enorme, il rischio è che diventi un dialetto creolizzato su base lessicale inglese, mentre la lingua dell’istruzione, della scienza e del lavoro sarà l’inglese internazionale.

I panda siamo noi, non sono gli altri, e teorizzare il non-interventismo significa suicidarci linguisticamente e culturalmente.

Il nostro futuro dipende dalle scelte politiche. Se finalmente il governo ha preso coscienza della necessità di un Ministero per la transizione ecologica, bisogna lavorare per fare emergere chiaramente anche la necessità di un Ministero per la transizione all’ecologia linguistica.

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* Ringrazio Carla Crivello per la segnalazione degli articoli sull’Intellettuale dissidente.

Itanglese e Posteitaliane

Irene, una lettrice che si è iscritta a questo sito, mi ha segnalato che la procedura prevede alcuni passaggi dal linguaggio pieno zeppo di anglicismi, per esempio:

“Per completare l’attivazione del tuo account, vai al seguente link e fai click sul pulsante Attiva. Il tuo account è stato attivato con successo! Ora puoi effettuare il login con l’username e la password inseriti in fase di registrazione.”

Naturalmente questi messaggi di sistema sono quelli di WordPress, e non sono affatto capace di personalizzarli, ho già fatto fatica a modificare la gabbia (chiamata il template di un blog pieno di anglo-tecnicismi come admin, pingback, plugin, widget…) sostituendo “Home” con “Pagina iniziale, “About” con “Chi sono” e via dicendo.

Questo è il linguaggio che le piattaforme sociali ci propinano quotidianamente, e che hanno fatto entrare nell’uso fino a renderlo normale. Anche chi vorrebbe evitarlo, come me, non lo può fare, con il risultato di diffonderlo e di rafforzarlo. Tutto ciò avviene grazie alla complicità di “traduttori” e “localizzatori” che non si sognano di toccare questa terminologia, anzi, spesso la preferiscono e la sbandierano come “necessaria” o “opportuna”, non di rado con una certa cialtroneria. A questi “professionisti” dell’itanglese che proclamano le parole inglesi “tecnicismi” necessari poco importa della propria lingua, al contrario dei loro colleghi francesi o spagnoli dove c’è una certa attenzione nella traduzione dei termini. Il punto è che l’anglomania degli addetti ai lavori non è un vezzo innocente, queste persone sono responsabili dello sputtanam… del depauperamento lessicale dell’italiano, perché queste mancate traduzioni diventano l’unica possibilità di esprimerci: la gente non può che ripetere queste parole e questo linguaggio.

La comunicazione è in mano ormai a questo tipo di persone, uscite da scuole di formazione che usano questo linguaggio e formano le nuove figure professionali che non sanno più parlare in italiano. E non vale solo per l’informatica.

Una rinomata traduttrice di narrativa, poesia e saggistica, Anna Ravano, mi ha inviato una foto molto significativa scattata in un’Esselunga di Milano.

“Zenzero” è stato aggiunto tra parentesi per mettere in primo piano e diffondere l’inglese, forse con la stessa logica del passaggio dalle lire all’euro: in un primo tempo si riportano entrambe le possibilità e quando la gente si è abituata si può finalmente passare alla neolingua.

È in questo modo che la nostra mente viene colonizzata e portata sulla via dell’italiano 2.0 del presente e del futuro. La pressione non è solo esterna, non arriva solo dalle piattaforme sociali delle multinazionali a stelle e strisce che esportano i loro nomi e concetti, ma anche dall’interno, dalle società del nostro Paese.

Basta analizzare il sito delle Poste per renderci conto che la lingua è ormai questa.

Poste italiane?

Luis Mostallino – un altro lettore che in passato aveva fatto un confronto tra gli anglicismi del sistema operativo di Iphone nella versione italiana, francese e spagnola – si è preso la briga di segnarsi tutti gli anglicismi che ha trovato sul sito di Posteitaliane (ma se si facesse lo stesso lavoro su quello delle Ferrovie dello Stato le cose non sarebbero molto diverse).
Di seguito li riporto in ordine alfabetico; l’unico problema è che qualche parola sarà di sicuro sfuggita, dunque non si tratta di un elenco proprio completo, abbiate pazienza.

A
account
acquiring
alert
all inclusive
app
air cargo

B
box
bug fix
business

C
call center
capital gain
card
cashback
cashless
cash international
chat
check-up
connect back
contactless
crono reverse
crono economy

D
data protection officer
deliver
delivery business express
delivery express
delivery Globe
delivery international
delivery Europe
digital
direct marketing
diversity & inclusion
download

E
e-commerce
e-procurement
e-shopper
evolution
express

F
family
fuel charge
full

G
gallery
la nostra “Governance”

H
hobby
know-how

I J K

L
leader
leadership
link
live
locker

M
merchant
MyPoste
multicurrency

N
network center
news

O
OK
online
open banking

P
packaging
password
Payment Services Directive
paperless
partner
People Care e Diversity Management
pick up
players
policy
PosteDelivey
Poste Delivery Box (versione express e standard)
PosteMobile
postenews
Postepay Sound
privacy

Q
QR code

R
rating

S
shopping
set
smart
smartphone
software firma OK
stakeholder
standard
start
surcharge

T
tablet
ticket
top
tarcking
tutorial

U
under 35
user

V
voucher

W
web
webmail
welfare

X


Y
yellow box

Z

Pensate anche voi quello che penso io?
E allora non resta che inondare il sito di Posteitaliane con la nostra protesta! È una vergogna! Passi la lettera X, notoriamente poco usata per le iniziali delle parole inglesi, ma il fatto che le lettere I, J, K e Z siano vuote è davvero imbarazzante! Possibile? Possibile che ai geni della comunicazione postale non siano venute in mente parole di uso comune come – che ne so – Image al posto di immagine, o Job, Kit, Zoom…? Sono parole ormai entrate nel dizionario di base della nostra lingua! Queste lacune sono uno sfregio per l’itanglese! Dunque non resta che scrivere e suggerire qualche inglesismo per colmare queste lacune!

Come dite? Non è quello che avevate pensato?

E allora siete vittime di un’illusione ottica, per citare le parole di un grande linguista. È un po’ come la temperatura percepita, che non è mica quella reale! E quando il termometro segna solo 30 gradi, se avete un collasso per il caldo percepito e per l’umidità, siete decisamente fuori luogo!

Ripenso all’elenco degli anglicismi di uno dei primi importanti studi del 1972 (Ivan Klajn, Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze) e alle parole di Arrigo Castellani che nel 1987 scriveva:

“Prendiamo a titolo d’esperimento, le voci dell’elenco del Klajn che cominciano per b (non ce ne sono che cominciano per a, tranne il già raro e oggi svanito affatto all right).”

Da allora la lettera A di anglicismo si è molto arricchita, e da una voce siamo arrivati a 100, come si può vedere sul dizionario AAA che non è poi così diverso, come numero di lemmi, da quanto riportano dizionari come il Devoto Oli o lo Zingarelli. Ma nonostante gli A-nglicismi siano centuplicati, sono ancora pochi, e infatti il sito di Posteitaliane ne contiene qualcuno che non è ancora stato annoverato.
Se questo è italiano…

Concludo con qualche illusione ottica: