Il tabù tutto italiano della politica linguistica

Le politiche linguistiche e gli interventi dello Stato per promuovere e tutelare le lingue nazionali sono prassi normali. Esistono in Spagna, in Francia e persino in Cina. Possibile che in Svizzera la lingua italiana sia tutelata e promossa in modo ben più significativo che da noi?

Tra i parametri internazionali che si usano per verificare i fattori di rischio che portano alla scomparsa delle lingue (ne muoiono circa 25 all’anno) c’è proprio il

supporto di politiche linguistiche efficaci: una lingua può essere considerata in un buono stato di salute quando essa sia sostenuta da politiche linguistiche efficaci, promosse sia da governi sia da altre istituzioni (non ultime, le centrali di diffusione di ‘credi’ ideologici o religiosi)”.

Il che dimostra che le politiche linguistiche non solo sono normali in tutto il mondo, ma funzionano. Solo nel nostro Paese aleggia un tabù che affonda le sue radici in motivi storici che sarebbe ora di lasciarci alle spalle.

L’unico esempio di politica linguistica italiana, infatti, è stato quello del fascismo, un intervento molto ampio e complesso che non si può ridurre alla sola guerra contro i “barbarismi”. Questo modello andrebbe studiato in modo critico per poi voltare pagina: riproporlo sarebbe assurdo, anacronistico, antistorico e soprattutto illiberale. Non ci vuole molto a capirlo. Eppure, anche presso molti studiosi importanti, accennare a un intervento dello Stato in tema di lingua evoca assurde reazioni di pancia, e subito si agita lo spauracchio del fascismo come se l’unica soluzione di una politica linguistica fosse quella. Come se le attuali politiche dei Paesi vicini e lontani non esistessero e non fossero gli esempi cui guardare oggi. Come se proteggere l’arte, l’architettura o persino l’eccellenza gastronomica del nostro Paese fosse dato per scontato, ma chiedere la tutela del patrimonio linguistico fosse una presa di posizione oscurantista, arretrata o di chiusura alla modernità.

Tutelare e promuovere la lingua italiana non ha nulla a che fare con la limitazione della libertà di espressione. Riguarda invece la protezione di ciò che è locale davanti alla globalizzazione, riguarda la difesa della nostra storia, perché la lingua è il collante della nostra cultura e del mostro Paese. Lo aveva capito già Dante, nel De vulgari eloquentia, quando lamentava la mancanza di una pubblica amministrazione che omologasse la lingua e servisse da modello unico per i vari dialetti e per affermare la lingua delle “genti del bel paese là dove l sì suona”. E infatti, il passaggio dai dialetti al volgare è passato anche attraverso la scelta di utilizzare l’italiano non solo per la letteratura, ma anche nella pubblica amministrazione e negli atti notarili, che avvenne a partire dal XV secolo per consolidarsi nel corso del XVI.

Oggi, però, il linguaggio della politica, delle istituzioni, dell’amministrazione e persino del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (Miur) sta ricorrendo sempre più all’inglese e all’itanglese. E il paradosso è che se da una parte si nega la liceità di un intervento dello Stato a proposito degli anglicismi, dall’altra si interviene imponendo la femminilizzazione delle cariche delle donne, utilizzando in questo modo due pesi e due misure.


Due pesi e due misure per le pari opportunità della lingua e delle donne

Nel 2007, una direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) invitava a usare un linguaggio non discriminante nei documenti di lavoro per favorire in questo modo una politica per le pari opportunità. L’Accademia della Crusca, qualche anno dopo, ha affiancato il Comune di Firenze nello stilare le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, per stabilire caso per caso come si potesse rendere il femminile più opportuno. In questo modo, l’uso di termini come ministra, sindaca, poliziotta anziché donna poliziotto e simili (anche se non tutti sono d’accordo nell’impiegarli, donne comprese) ha preso piede non solo nei dizionari, ma anche nel linguaggio dei giornali. Da marzo del 2017, per le donne è possibile richiedere all’Ordine degli Architetti il duplicato del timbro professionale con la dicitura ufficiale di “architetta”.

Perché le istituzioni intervengono su simili questioni ma non sugli anglicismi?

Non ci vorrebbe poi molto per regolamentare anche le alternative per gli anglicismi in nome delle pari opportunità della lingua, oltre che del gentil sesso.

Si parla da anni, e invano, dell’istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua Italiana (Csli). Sono state avanzate varie proposte di legge che non hanno avuto nessun seguito e si continuano a tirar fuori dai cassetti per poi rimetterle a dormire senza che nulla sia fatto né legiferato.

Il disegno di legge proposto il 21 dicembre 2001 da alcuni senatori partiva dal presupposto che la lingua italiana è un bene culturale e sociale che non viene tutelato. Nelle intenzioni c’era dunque la diffusione e la promozione dell’italiano nel nostro Paese, attraverso la scuola, i mezzi di informazione, la compilazione di un dizionario dell’uso e di una grammatica ufficiale facilmente aggiornabili. Ma la proposta è caduta nel vuoto. La fondazione del Consiglio è stata poi ripresentata nel 2008, con il Disegno di legge n. 354, rimasto ancora una volta in corso di esame senza esiti; il 22 maggio 2013 è stata presentata una nuova proposta di legge simile a quella del 2001, in cui si faceva riferimento anche al problema degli anglicismi e del loro numero; e ancora, il 17 ottobre 2016, ma a queste proposte non è seguito nulla di concreto.

 

Le istituzioni introducono l’inglese invece di proteggere l’italiano

Invece di costituire il Csli e di tutelare la nostra lingua, gli apparati dello Stato ricorrono sempre più all’inglese, contribuendo in questo modo al depauperamento dell’italiano e al prosperare dell’itanglese.

Da tempo denuncio che il linguaggio della politica è sempre più infarcito di job, act, tax, spending review, question time, quantitative easing, stepchild adoption, ticket, privacy, premier, welfare… Gli anglicismi si stanno diffondendo persino nel linguaggio delle leggi e del fisco oltre che sempre più sui giornali.

Di recente, l’Accademia della Crusca ha preso una netta posizione contro un documento del Miur, il famigerato “sillabo”, scritto in itanglese. Un documento che il ministro Valeria Fedeli (che chiamerò “ministra” solo quando farà qualcosa anche per l’inglese oltre che per la femminilizzazione della sua poltrona) ha giustificato con affermazioni ridicole, invece di porgere le sue scuse agli italiani. Sulla questione del Miur (Licia Corbolante ne ha fatto un resoconto tra i più interessanti) e del linguaggio della politica è recentemente intervenuto anche Michele Cortelazzo in uno speciale sul sito Treccani: “Perché nelle nostre istituzioni si rema contro la lingua italiana”.

Ma davanti a queste riflessioni la risposta del Miur, come ha denunciato Alberto Asor Rosa dalle pagine de La Repubblica è che da quest’anno le domande di finanziamento per i “Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale” (Prin) dovranno essere presentati in lingua inglese! Si tratta di quelle proposte di ricerca scientifica “che il Miur (il ministero dell’Università e della Ricerca scientifica) s’impegna a finanziare dietro accurato esame da parte di apposite commissioni” e che sono una cosa estremamente importante, perché “senza i Prin la ricerca scientifica universitaria sarebbe pressoché agonizzante”. E quindi è sconcertante apprendere che:

All’articolo 4 del bando sono elencate le modalità di «presentazione della domanda». E cosa troviamo, per la prima volta nella storia dei Prin? Troviamo che «la domanda è redatta in lingua inglese»; e che, soltanto se il proponente decide di farlo, «può essere fornita anche una ulteriore ( ulteriore!) versione in lingua italiana». E cioè: l’immensa mole della ricerca scientifica universitaria italiana, per esprimersi ed essere riconosciuta nelle sua validità, deve esprimersi, per farsi riconoscere, in lingua inglese. Solo se lo si desidera — è una specificazione chiaramente di secondo ordine e piano —, può tentare di spiegarsi anche nella ormai antiquata e inappropriata lingua italiana. E cioè: l’interesse nazionale dei Prin deve essere «rilevante»: e però, nonostante l’altisonante autocertificazione, la nazione non entra più, nei modi che le sono propri, nella definizione della richiesta.”

[Alberto Asor Rosa “L’università, la ricerca e gli eccessi dell’inglese”, La Repubblica 27 Aprile 2018]

Si tratta dell’ennesimo sfregio alla lingua italiana, che si inserisce nel problema dell’abbandono dell’italiano nell’università e nella scienza e in una più generale anglicizzazione che penetra nella nostra lingua in ogni settore, da quello del lavoro a quello della tecnica, dall’informatica alla moda

Se la “politica linguistica” italiana continuerà a essere questa, il futuro non potrà che essere l’itanglese.

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