Abuso di anglicismi: ne ho parlato su radio 3 e su “Libreriamo”

Rassegna stampa

Segnalo la puntata di “Tutta la città ne parla” su radio 3, andata in onda questa mattina e dedicata alla controversia tra il Miur e l’accademia della Crusca, a proposito del linguaggio anglicizzato del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (conduttore: Pietro Del Soldà).

Ho partecipato insieme al presidente della Crusca Claudio Marazzini, al linguista Salvatore Claudio Sgroi, a Carmela Palumbo del Ministero dell’istruzione e al professore di Storia della lingua italiana nell’Università di Napoli Nicola De Blasi.

Per chi la volesse ascoltare è disponibile sul sito della trasmissione (il secondo documento del 19/04/2018).

 

Per chi preferisce leggere, invece che ascoltare, segnalo anche l’intervista “Perché l’abuso dell’inglese rischia di uccidere la lingua italiana” che mi ha fatto da Tokyo Laura Imai Messina scrittrice, docente universitaria e ricercatrice.

 

E infine un pezzo su Ultima Voce che riprende i temi della trasmissione in radio e di Diciamolo in italiano.

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Come entrano gli anglicismi: avvistata una “trap-cam”

L’altro giorno mi sono imbattuto nella notizia dell’avvistamento di un gatto selvatico nel Trentino, ma soprattutto nell’avvistamento di un nuovo anglicismo: la trap-cam.

 

TRAP-CAM corriere della sera 5_4_2018

Il Corriere della Sera in rete riportava così la notizia, nella sua prima pagina. E seguendo il collegamento si può leggere la spiegazione:

Il gatto selvatico arriva a Trento: per la prima volta sul monte Bondone

Un esemplare di Felis silvestris «catturato» da una trap-cam piazzata per monitorare gli spostamenti degli orsi. E’ una specie tutelata a livello nazionale e europeo

di Redazione Online

 

Ma cos’è una trap-cam?

Questa espressione non esiste in alcun dizionario italiano, nemmeno tra gli infiniti neologismi della Treccani o sulla Wikipedia. In rete è di bassissima frequenza e quasi non si trova. Non compare nei dizionari di inglese, e la Wikipedia britannica parla invece di camera trap, cioè una telecamera che si attiva attraverso sensori ottici.

L’articolo in questione è italiano, non si tratta dei soliti casi di scopiazzamenti dalle fonti americane che producono una gran quantità di anglicismi inutili per prigrizia e incapacità. E allora da dove viene?

Viene dalla “redazione online” del Corriere della Sera, che probabilmente significa gente sottopagata che fa quel che può. E il giornalista anonimo che ha scritto questo titolo deficiente (deficiente di una spiegazione che sarebbe dovuta, per rispetto verso i lettori) usa un’espressione del genere che non è nemmeno virgolettata, come fosse una cosa comune. In questo grande pezzo di giornalismo le virgolette sono invece apposte sulla parola “catturato”, una scelta davvero  strategica.

Non c’è alcuna esigenza di fornire alternative a questa parola. Si battezza in questo modo con un anglicismo un oggetto che si sforzerà eventualmente il lettore di far corrispondere a una parola italiana equivalente. Ma che cosa può fare un lettore, a questo punto, se non ripetere trap-cam o pensare che si dica così? Forse può fare come me e non comparare più il Corriere della Sera. Ma a parte questo, quali sono le alternative che un articolo del genere ci offre per parlare?

Leggendo l’articolo si parla in modo impreciso di foto-trappola, che però non è un sinonimo equivalente, e confonde lo strumento (una telecamera a sensori) con il risultato (la fotografia).

È in questo modo che entrano gli anglicismi. È in questo modo che oggi si fa giornalismo. Senza nessuna cura per la lingua italiana e per gli italiani, e tanto meno per le buone regole della comunicazione. Con una buona dose di ignoranza, pressapochismo, fretta e tutto purché suoni inglese.

Quando il Titanic affondò, nel 1912, la parola iceberg circolava, nell’italiano e anche nell’articolo che ne parlava. Ma il titolo de La Stampa parlava di un banco di ghiaccio, in modo da arrivare a tutti. In modo da usare la lingua italiana. Quale giornalista oggi farebbe una scelta del genere?

Titanic 16 aprile 1912

I giornali stanno depauperando la lingua italiana

Il punto non è la trap-cam, questo è solo un esempio di quello che avviene quotidianamente nel Titanic linguistico del giornalismo. E in questa trascuratezza, in questa sempre più frequente ignoranza lessicale e rinuncia a parlare l’italiano a cui ormai ci siamo assuefatti, va rintracciata una delle principali cause della moltiplicazione degli anglicismi in questi ultimi 30 anni.

Mi auguro che trap-cam sia solo  un occasionalismo destinato a scomparire. Ma comunque è un precedente. Che si aggiunge a qualcun altro e che rimarrà in rete, nella speranza che dopo un periodo di latenza non ritorni e non si diffonda. Come è avvenuto per migliaia di altre parole arrivate in avanscoperta timidamente, magari come questa che si appoggia a un anglicismo ormai nella disponibilità di tutti, cam, che ricorre in webcam, webcamgirl e camgirl, cameracar, cameramen… una rete di anglicismi che si sta espandendo nel nostro lessico, che è ormai una lingua nella lingua.

E pensare che camera è un anglicismo di ritorno: l’italiano camera ci è ritornato con il nuovo significato di telecamera.

In Spagna esiste il Dizionario panispanico dei dubbi (Diccionario panhispánico de dudas, 2005) che riporta le alternative agli anglicismi e rappresenta un punto di riferimento che mantiene l’omogeneità della lingua di tutti i Paesi. E la sua presentazione, a Madrid, avvenne alla presenza dei responsabili di quasi tutti i giornali più importanti di lingua spagnola, che sottoscrissero un accordo:

Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa.

Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 757.

 

Da noi non ci sono molte opere che fanno circolare le alternative agli anglicismi e il gruppo Incipt dell’accademia della Crusca, a 3 anni dalla sua costituzione, si è limitato a diramare 9 comunicati stampa con una ventina di parole.

Intanto i giornali usano un linguaggio sempre più anglicizzato soprattutto nei titoli, con le parole inglesi urlate in bella vista. Eppure godono di finanziamenti pubblici, che sono poi i soldi di noi cittadini, che li fanno sopravvivere. Personalmente legherei questi finanziamenti anche all’uso corretto della nostra lingua. Che è un parimonio da salvaguardare, non da distruggere. Almeno come va tutelato il gatto selvatico.

Toglierei un euro di finanziamento pubblico per ogni anglicismo utilizzato. Alla fine dell’anno probabilmente la maggior parte dei giornali sarebbe in debito verso lo Stato, e di molto.

La lingua batte (radio 3) e la vicenda dell’inglese al Politecnico di Milano e nella scienza

Ho partecipato insieme a Licia Corbolante a una puntata de La lingua batte, su radio 3 intitolata “Italiano e inglese. Relazioni pericolose?”.

Chi fosse interessato può ascoltarla in differita (puntata dell’11/03/2018):

italiano_alla_prova_dell_internalizzazione_di_Maria Agostina Cabiddu

Ma a parte i contributi di Licia Corbolante e il mio (nella seconda parte), segnalo che la trasmissione ha raccolto diversi interessanti interventi sull’argomento, a partire da quello di Maria Agostina Cabiddu (docente di Diritto Pubblico al Politecnico di Milano) che ha curato l’ottimo libro L’italiano alla prova dell’internazionalizzazione (Guerini e Associati, Milano 2017) ed è intervenuta sulla questione dell’insegnamento in inglese nelle università e sulla vicenda del Politecnico di Milano.

 

L’inglese nell’università e nella scienza

Per chi non sapesse di che cosa si tratta:

L’ex rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone aveva deciso di rendere obbligatorio a partire dall’anno accademico 2013-2014 l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti.

La decisione ha sollevato l’indignazione di molte persone e anche di 126 docenti che hanno firmato una lettera di protesta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La Crusca è intervenuta sulla vicenda con una serie di interventi e dibattiti confluiti in una pubblicazione. La decisione del Politecnico è stata poi dichiarata illegittima dal Tar della Lombardia che ha sancito che la lingua italiana debba mantenere il “primato in ogni settore dello Stato.” (…) Nel febbraio del 2017 la Corte costituzionale si è pronunciata sull’inglese nell’università ritenendo “non condivisibili le considerazioni sulle quali si fonda la sentenza impugnata del Tar Lombardia.” Anche se ha riconosciuto che la lingua italiana è “nella sua ufficialità, e quindi primazia, vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 Cost.”, ha ritenuto “ragionevole che, in considerazione delle peculiarità e delle specificità dei singoli insegnamenti, le università possano, nell’ambito della propria autonomia, scegliere di attivarli anche esclusivamente in lingua straniera.” Ma “gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.” Con un colpo al cerchio e uno alla botte, la strada all’attivazione ai corsi inglese è così aperta, sono leciti, anche se in modo non esclusivo, perché la lingua di insegnamento sarebbe solo un mezzo, e non un fine, nell’apprendimento. E contro questo “semaforo giallo” invece che verde si sono già schierati alcuni tecno-scienziati anglofili come per esempio il medico Alberto Mantovani, docente dell’Humanitas University, in un articolo su La Repubblica, “Perché insegnare in inglese significa difendere l’italianità” [La Repubblica, 18 marzo 2017, p. 31].

A dire il vero l’articolo disattende completamente quanto invocato nel titolo, e non contiene alcun ragionamento razionale, a parte le solite prese di posizione soggettive di questo tipo di opinioni diffuse. La conclusione è l’ossimoro per cui “l’insegnamento in lingua inglese, all’interno di corsi altamente qualificati, è il modo migliore con cui possiamo non solo difendere, ma anche promuovere l’italianità”, che in questo modo viene invece uccisa e identificata con il parlare un’altra lingua. La tesi è che sia un bene soprattutto per gli studenti, che mediamente non sanno parlare bene l’inglese e hanno perciò difficoltà a inserirsi all’estero. In questa confusione tra l’apprendimento della lingua e della medicina, due cose da tenere ben separate e distinte, sembra che l’unica prospettiva, rivendicata con orgoglio, sia quella di insegnare in inglese in vista della fuga di cervelli, per cui ci si forma in Italia per poi finire in contesti internazionali, se si è tra i migliori. Una rinuncia all’italiano data per scontata in modo sconcertante, sostenuta solo dalla costatazione che “l’inglese è infatti la lingua della Scienza. Così come il greco e il latino sono stati in passato la koinè, ossia la lingua comune ed accettata dalla cultura classica: nessun autore spagnolo, africano o inglese si sarebbe mai sognato di metterlo in discussione.”

Ma questa considerazione affonda le sue radici proprio nel pensiero prescientifico medievale, quando nelle scuole si studiavano in latino la teologia e l’aristotelismo, e dimentica che la scienza nasce con Galileo, e che la medicina scientifica si è sviluppata anche grazie ai contributi di naturalisti e medici come Redi, Vallisneri e Spallanzani, che scrissero nella loro lingua esattamente come fecero altri grandi scienziati francesi e inglesi, proprio abbandonando il latino. Le apologie del monolinguismo tecno-scientifico, che credono di essere moderne e internazionali, sono invece la faccia nascosta del nuovo oscurantismo più retrogrado, vogliono ritornare a un “new-latino” globale cancellando secoli di storia, ciechi davanti al fatto che il plurilinguismo è una ricchezza. Come lo è la biodiversità, come lo sono le varietà dei prodotti della terra locali davanti agli organismi geneticamente modificati che le multinazionali vorrebbero imporre uguali in tutto il mondo attraverso la grande distribuzione globalizzata. Le lingue nazionali non sono un segno di arretratezza, l’arretratezza sta nel volersi sottomettere alla lingua totalitaria di una sola cultura dominante, nell’adottare la strategia degli etruschi, che si sono sottomessi con entusiasmo alla romanità abbandonando le proprie radici fino a scomparire.

[Tratto da: Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli, Milano 2017, pp. 154-158]

 

L’italiano come lingua della scienza

Galileo Galilei dialogo sopra i massimi sitemiSull’italiano nella lingua della scienza vorrei aggiungere una riflessione storica.

Un tempo la lingua internazionale del sapere era il latino, e Galileo fu il primo a rompere questa tradizione con il Saggiatore e soprattutto con il Dialogo sopra i due massimi sistemi, in cui sostenne la teoria dell’eliocentrismo che si impose in tutto il mondo. Colui che è da molti considerato il fondatore della scienza ha saputo creare una prosa scientifica in italiano basata sulla chiarezza, la precisione e l’evidenza. Nel lessico delle sue opere compaiono nuovi termini tecnici (pendolo, bilancetta, cannocchiale) e scientifici sempre definiti in modo rigoroso e utilizzati in modo univoco (momento, forza, gravità, impeto, resistenza, potenza, rifrazione), mentre altri acquistano nuovi significati (candore riferito alla luna e non più in senso metaforico, macchie solari).

Questo ricorso all’italiano diventò un modello imitato poi da Francesco Redi, scienziato, umanista e accademico della Crusca, e da Antonio Vallisneri, medico e naturalista che scelse il volgare in modo patriottico con l’obiettivo di dare dignità alla lingua del nostro Paese. Altri scienziati continuarono a scrivere in latino ancora sino all’Ottocento, ma nel Settecento Lazzaro Spallanzani si ispirò ai francesi che avevano già dato vita a una prosa scientifica madrelingua, e in lingua italiana confutò la teoria della generazione spontanea di uno dei più grandi luminari internazionali di quei tempi: Buffon.

Alessandro Volta scrisse anche in latino e in inglese, ma chiamò la sua invenzione pila, e in tante sue opere è evidente lo sforzo di coniare i nomi più giusti e precisi: “Due terzi d’aria infiammabile metallica, ed uno di deflogisticata (…) formano un miscuglio assai acconcio, e tutt’insieme un’aria, che io amo chiamare tuonante.”
Questo impegno linguistico si vede bene anche in un passo in cui lo scienziato riflette sul nome più appropriato per uno strumento chiamato elettroforo, elettroscopio e microelettroscopio: “Ma io amo meglio di chiamarlo condensatore per l’elettricità, per usare un termine semplice e piano, e che esprime a un tempo la ragione e il mondo dei fenomeni di cui si tratta.

E per venire al Novecento, la parola neutrino fu coniata da Enrico Fermi nel 1934, come diminutivo di neutrone.

Oggi invece l’italiano è stato abbandonato, si stanno cancellando secoli di storia per tornare a una lingua sovranazionale. Gli scienziati scrivono e pubblicano in inglese per rivolgersi alla comunità mondiale, con il rischio, per l’ennesima volta, di perdere la capacità di dirlo in italiano, come lamenta la scienziata Maria Luisa Villa, preoccupata per la comprensione pubblica della scienza:

“Nel giro di pochi lustri la lingua italiana potrebbe essere mutilata e inadatta alla trasmissione del sapere scientifico.”

[Maria Luisa Villa, L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori-Pearson, Milano 2013, p. 95].

Itanglese: 2 punti di vista dall’estero

Pubblico un paio di contributi che mi sono arrivati dall’estero, sul tema dell’itanglese; mi sembrano molto utili per comprendere altri punti di vista, rispetto a quello interno italiano, soprattutto di molti linguisti che continuano a non rendersi conto e a sottovalutare come l’inglese stia snaturando la nostra lingua.

 

Daniele Pelliccia dall’Australia: le “parole donnola” di Don Watson

Daniele Pellicia: “Le scrivo per ringraziarla del lavoro che sta facendo. È stato un piacere per me scoprire quello che scrive. Io vivo da anni in Australia e ho assistito da lontano al diffondersi di tanti termini inglesi (spesso a sproposito) nell’italiano. Le volevo segnalare una campagna simile in molti aspetti alla sua per l’italiano, portata avanti qui in Australia da Don Watson, uno scrittore e saggista che lamenta il progressivo impoverimento dell’inglese per via dell’avvento di un certo tipo di linguaggio manageriale (e ‘politichese’) che sta svuotando di significato molte parole.”

La frase (…) “weasel words” è stata coniata dallo scrittore australiano Don Watson. (…) ha fatto notare come la lingua inglese sia in decadenza per via dell’uso massiccio e incontrollato di un certo tipo di linguaggio aziendale, tecnico, asciutto, noioso. Questo linguaggio ha trasformato molte parole in “parole della donnola”, espressione che allude al fatto che la donnola va in cerca di uova nei nidi degli uccelli. Trovatili, pratica un buchino sui gusci e succhia via le uova lasciando dietro gusci intatti, ma vuoti. Allo stesso modo, il tipico linguaggio della dirigenza aziendale, infestando tutti i meandri del discorso pubblico, ha trasformato molte parole in gusci vuoti, privi di significato (tra l’altro, andatevi a leggere La manomissione delle parole, bellissimo saggio di Gianrico Carofiglio, stessi temi). Le parole della donnola servono a nascondere il significato invece che rivelarlo. Servono a rendere incomprensibili le parole dei politici, o le postille in calce ai contratti telefonici, oppure il significato di strumenti finanziari, così come i moduli da compilare in qualche ufficio pubblico. Servono a mantenere tanta parte della popolazione in condizione di sudditanza culturale, oltre che sociale.

[Leggi l’articolo integrale di Daniele Pelliccia].

Daniel De Poli dalla Francia: l’importanza di una politica linguistica e l’inglese che diventa una lingua extracomunitaria

Daniel De Poli: “Ho letto con interesse i vostri articoli sulle parole inglesi. Io sono francese e penso che in Italia non è possibile lottare contro gli anglicismi perché non avete una politica terminologica come c’è in Francia o in Québec. Questa politica ci permette de tradurre moltissimi termini inglesi, che vengono dopo usati naturalmente dai francofoni. È già da tempo che noi usiamo ordinateur o logiciel al posto di computer o software (oralmente mai usati da nessuno). Ma ci sono moltissimi esempi di questo tipo, che potete trovare sul famoso gran dizionario terminologico.”

Risposta: Sono d’accordo, il problema, in Italia, è che non esiste una politica linguistica, oltre che terminologica, e io mi batto proprio perché vorrei che il mio Paese seguisse l’esempio di Francia e Spagna. Però il problema non è solo questo: un intervento dello Stato a tutela della lingua italiana sarebbe utile per far emergere la questione, ma non sufficiente. Il ginepraio italiano è che i mezzi di informazione (e più in generale la classe colta e dirigenziale del mondo della scienza, del lavoro, dell’economia…) preferiscono le parole inglesi e ricorrono all’inglese anche in presenza di alternative italiane storiche. Sui giornali  (soprattutto nei titoli, gridati in bella vista) la frequenza per es. di leader invece di guida/capo, pusher/spacciatore, fake news/bufale… si sta spostando quasi esclusivamente sugli anglicismi, come è facile verificare consultando gli archivi digitali dei giornali. La conseguenza di questo linguaggio è che la gente poi ripete naturalmente queste parole e le alternative italiane escono dalla disponibilità dei parlanti, oppure risultano obsolete e suonano antiche. Il linguaggio della moda, per es., un tempo infarcito di francesismi oggi è prevalentemente itanglese, tutto è glamour e dai fuseaux si è passati ai leggins, dalle paillettes al glitter… e parlare di trucco invece che di make-up, o di parrucchiere invece di hair stylist è diventato un linguaggio antico.
La Costituzione francese indica che il francese è la lingua ufficiale, da noi no, anzi, l’inglese è introdotto nelle leggi dai politici (jobs act, spending review, spoil system, il presidente del consiglio è ormai chiamato premier…) e la legge Toubon in Italia è stata derisa e attaccata da molti linguisti importanti, perché evoca gli spettri del passato, le proibizioni linguistiche di epoca fascista. Sarebbe necessario dunque un cambiamento culturale, un “cambio di paradigma”, una riflessione su quello che sta accadendo in Italia che porti a spezzare la moda di preferire l’inglese e di vergognarci di dirlo in italiano, schiacciati da un senso di inferiorità davanti alla cultura inglese. Questo è il problema principale.

Daniel De Poli: “In Francia, le emittenti televisive e radiofoniche devono utilizzare i termini ufficiali francesi, come indicato in questa pagina del Consiglio superiore dell’audiovisivo (CSA). Questo desiderio di evitare anglicismi si ritrova anche nel regolamento di France Télévisions:

«Il personale è tenuto ad usare correttamente la lingua francese, in conformità con le disposizioni della legge n. 94-665 del 4 agosto 1994. Si astengono, in quanto tali, dall’usare termini stranieri quando hanno un equivalente in francese.»

Più in generale, tutte le istituzioni pubbliche francesi devono utilizzare i termini ufficiali francesi nelle loro comunicazioni, come indicato nell’articolo 11 del decreto n. 96-602 del 3 luglio 1996. Se la Costituzione francese indica che il francese è la lingua ufficiale, e quella italiana no… non è troppo tardi per farlo. Se la legge Toubon in Italia è stata derisa e attaccata, bisogna tenere in considerazione che è sempre in vigore e ha permesso di frenare l’anglicizzazione del mondo del lavoro. In Francia, l’inglese non può legalmente essere lingua di lavoro in una società con sede in Francia, sia essa francese o straniera. Infatti, non appena una società viene stabilita in territorio francese, tutti i documenti di lavoro, incluso i software (logiciel in francese), devono essere disponibili in francese. Alcune società sono state severamente sanzionate negli ultimi anni dai tribunali per l’uso illegale dell’inglese. Ad esempio, la società americana GEMS nel marzo 2006, è stata multata di 570.000 euro per aver trasmesso documenti in inglese senza traduzione ai suoi impiegati francesi. Allo stesso modo per Danone.
Comunque, una buona notizia c’è. Ed è che la pressione degli anglicismi sarà sicuramente molto meno forte nei prossimi anni perché l’inglese cesserà di essere lingua ufficiale e lingua di lavoro dell’UE a partire dal 2019, quando il Regno Unito sarà uscito dall’UE. In effetti, questo paese è il solo ad avere scelto l’inglese come lingua di comunicazione con le istituzioni europee (l’Irlanda ha scelto il gaelico e Malta il maltese). Sparito l’inglese, resteranno due lingue di lavoro in Europa: il francese e il tedesco. E sarà sicuramente il francese a essere la nuova lingua franca delle istituzioni europee, perché questa lingua ha un peso geopolitico internazionale molto più forte di quello del tedesco e perché molti stati europei fanno parte dell’Organizzazione internazionale della Francofonia o vogliono farne parte. Per di più, le tre capitali dell’Europa (Bruxelles, Lussemburgo et Strasburgo) sono tutte tre francofone. Non dimentichiamo anche che l’egemonia attuale dell’inglese in Europa fa guadagnare 10 miliardi di euro alla Gran Bretagna, soldi che vengono dalle tasche degli altri Europei. Come si potrà dire in futuro che l’inglese è una lingua franca se è assente in uno dei tre poli di potenza mondiali che è l’Unione europea? [Daniel De Poli, Illkirch France].

2017: più di metà delle parole dell’anno sono in inglese

Qualche giorno fa la Repubblica ha lanciato il sondaggio aperto ai lettori per individuare la parola dell’anno 2017, cioè quella che dovrebbe risultare maggiormente impressa nell’immaginario collettivo degli italiani. Si tratta di un giochetto che ammicca per esempio alla tradizione dell’Oxford Dictionary che quest’anno ha eletto come parola dell’anno youthquake, il terremoto dei giovani, e cioè il ritorno alla loro spinta propulsiva nella politica e nel mobilitarsi.

La cosa interessante del sondaggio di Repubblica è che si può votare tra una rosa di 15 parole già selezionate dal giornale come le più gettonate, e che tra queste 7 sono inglesi (tra cui fake news, come prevedibile) e 6 italiane (una è in latino, ius solis, e un’altra araba, intifada). Mi pare inquietante, ma allo stesso tempo significativo, che più di metà delle potenziali parole dell’anno siano in inglese. Questo la dice lunga sulla pervasività degli anglicismi e sulla loro frequenza, ma anche su dove sta andando la lingua italiana: anno dopo anno scivola inesorabilmente verso l’itanglese.

Possibile che più della metà delle parole più importanti del 2017 siano inglesi?

Certo, e i dati che si ricavano dai neologismi del nuovo Millennio registrati dai dizionari vanno nella stessa direzione: la metà sono anglicsmi. Nel Devoto Oli 2017 sono registrate 1.049 parole datate negli anni Duemila, e 509 sono inglesi, cioè quasi la metà. Se a queste si aggiungono gli anglicismi parzialmente adattati come whatsappare, googlare, spoilerare… la metà si supera decisamente. L’analisi dello Zingarelli 2017 restituisce dati leggermente più bassi ma simili: 178 parole inglesi su 412 parole datate XXI secolo, cui bisogna aggiungere i verbi  semiadattati.

Questo è lo specchio dell’italiano del Duemila, c’è poco da fare e poco da contestare.

Tornando alla Repubblica e alla parola dell’anno, ecco la rosa delle 15 parole più significative da votare:

■ biotestamento
curvy (perché non dire maggiorata, prosperosa, giunonica, tutta curve, curvilinea…?)
■ fake news (perché non dire bufale, false notizie, falsi…?)
■ femminicidio
■ hater (perché non dire odiatori, insultatori, provocatori, seminatori di zizzania, avvelenati…?)
■ impresentabile
■ influencer (perché non dire influenti, importanti, autorevoli, trascinatori…?)
■ intifada
■ ius soli

■ omofobia
■ paradise paper (perché non dire lista degli evasori e paradisi fiscali…?)
■ sexgate (perché non dire scandali sessuali…?)
■ spelacchio
■ vaccino
■ voucher (perché non dire tagliando, buono, cedola, ricevuta…?)

 

Comunque la pensiate… Auguri e buon Natale a tutti.

Aderisci alla compagna:

Io gli auguri li faccio in italiano!

(perché dire Merry Christmas, Happy christmas, Merry Xmas and happy new year e tutte queste analoghe formule aliene e insensate?)

Caregiver? No grazie! E grazie a Enrico Mentana!

I mezzi di informazione sono i principali diffusori degli anglicismi, spesso immotivati, ne ho già accennato più volte, ma ieri sera il telegiornale di LA7 (edizione delle ore 20 del 27/11/2017) ha lanciato un segnale importante che suona davvero inedito nel panorama informativo.

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Enrico Mentana nell’edizione delle ore 20 del 27/11/2017 si impegna a non utilizzare il termine “caregiver”.

Enrico Mentana, nel riferire le misure della Legge di Bilancio a favore dei “caregiver”, ha contestato l’uso dell’anglicismo e si è impegnato a non usarlo mai con queste parole:

È stato varato piano di aiuto per chi si prende cura delle persone gravemente inferme che si trova in casa. “Si usa un termine terrificante inglese, caregiver, ma cercheremo di non usarlo mai, questa è una promessa che vi facciamo, perché non è difficile dire un aiuto, una sovvenzione, un’indennità per chi si occupa, per chi si prende cura, per chi bada alle persone inferme, lo possiamo dire molto più chiaramente in italiano.

Nel servizio di Marco Fratini che ne è seguito, questa linea editoriale è stata ripresa in modo encomiabile:

“… va detto che l’inedito suona bene, forte, credibile (…) e il frullatore della terminologia più o meno elettorale oggi scodella la misura caregiver, nome oscuro, per cui noi la chiameremo molto più italicamente: la misura del prendi cura. Sessanta milioni per tre anni destinati a chi in famiglia si prende cura di un familiare. (…) Si stabiliscono proprio testualmente interventi finalizzati al riconoscimento sociale ed economico per l’attività di cura non professionale del – così purtroppo lo chiamano – caregiver familiare. (…) Sì: può anche essere un contributo per assumere badanti, detto così è più easy, facile, unica digressione straniera accettabile per un tema così importante anche per chi l’inglese non lo sa.”

Questo modo di riportare la notizia, e questa attenzione per la chiarezza e la trasparenza suonano come un ritorno al giornalismo vecchia maniera cui non siamo più abituati, perché si sta sempre di più perdendo. Sembra un ritorno alla prima regola della buona comunicazione, che un tempo consisteva nell’usare il linguaggio più adatto al destinatario, ma che oggi si basa invece sull’imposizione dall’alto del gergo spesso inutilmente anglicizzato del mondo del lavoro, del nuovo politichese e della strategia commerciale degli addetti (il marketing).

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I titoli del tg LA7 del 27/11/2017 evitano volutamente il termine “caregiver”.

Gli altri anglicismi, nel corso del tg7 di ieri erano tanti… e questa accortezza è stata seguita solo per caregiver, però è apprezzabile il fatto che parlando delle liti tra Cinque stelle e Pd a proposito delle bufale, si sia usato l’italiano, affiancato all’inglese (cito: “bufale, le cosiddette fake news”).

La strategia di dirlo in italiano o per lo meno di affiancare gli anglicismi alle alternative italiane ogni volta che si impiegano dovrebbe essere sempre la buona regola da seguire. L’importanza delle traduzioni è fondamentale, e i mezzi di informazione hanno un’enorme responsabilità nel diffondere la lingua italiana, i neologismi, le espressioni e le parole più usate che poi vengono ripetute da tutti ed entrano così nell’uso. Un’attenzione maggiore per le parole utilizzate, e per come si utilizzano, potrebbe spezzare la moda, ridicola, assurda e deleteria, di ricorrere all’inglese con la frequenza attuale.

Spero che il segnale che si è visto ieri sera nell’informazione di Mentana non sia uno sprazzo, ma una prima presa di posizione per capovolgere quello sta accadendo e che è accaduto negli ultimi 30 anni nella nostra lingua.

Grazie Mentana e grazie al tg di La 7.

Oltretutto esiste un gran parte di cittadini, consumatori ed elettori che non ne può più dell’abuso degli anglicismi. E intercettare questa fetta di mercato sempre più larga può essere conveniente, oltre che giusto.

Rassegna stampa

Si sa che le lingue cambiano, si evolvono e si contaminano. Quindi perché l’itanglese è un problema?
L’itanglese è la rinuncia alle nostre radici, alla nostra storia, alla nostra cultura e al futuro dell’italiano. Curiosamente, nessuno ha da ridire sulla difesa e salvaguardia dell’italianità in altri campi, dal patrimonio artistico a quello culinario. Ma per la lingua, sembra che la sua tutela (normale in Francia, Spagna o in Cina) sia un’idea da conservatori antiquati.

Le lingue vive cambiano, certo, ma proprio perché sono vive non bisogna dimenticare che possono anche morire. L’espansione dell’inglese globalizzato interferisce con gli idiomi di tutti i Paesi, ma dai noi il numero e la frequenza degli anglicismi non sono paragonabili a quanto accade altrove…

Questo è uno stralcio dell’intervista che mi hanno fatto sul sito della Comunità Radiotelevisiva Italofona, uscita ieri, che si può leggere integralmente qui: L’italiano diventerà un dialetto d’Europa?

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“Ecco un libro cool che andrebbe letto as soon as possible (o peggio, asap!). Perché think different è sempre un must.

Chiara Beretta Mazzotta ha segnalato il mio libro su Radio 105, nella rubrica “Libri a colacione” del 28 ottobre. Si può leggere la sua presentazione e scaricare l’audio della trasmisione sul sito BookBlister.

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“La verità è che non riesco a vedere negli anglicismi l’unico colpevole dell’impoverimento lessicale dell’italiano che usiamo tutti i giorni. Impoverimento che non si può negare, così come massiccia è l’invasione dell’inglese, di cui Zoppetti ci fornisce ampie prove.

Anche a me location fa orrore e scrivo persino sempre fine settimana invece di weekend, ma non riuscirei a tornare a trucco invece di makeup o a tesserino invece di badge. Perché mi vengono in mente le signore cotonate degli anni sessanta e le macchinette timbratrici all’ingresso degli uffici.”

Luisa Carrada in una recensione al libro sul blog Il mestiere di scrivere.

 

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“Avete presente le diatribe sul riscaldamento globale, con tanti scienziati che negavano (e alcuni che negano ancora oggi) che gli eventi che si trovano davanti ai nostri occhi abbiano correlazione alcuna con l’aumento della temperatura del pianeta causato dalle nostre emissioni? Ecco: in questo libro Zoppetti mostra come l’ingresso degli anglismi nella lingua italiana stia seguendo lo stesso percorso, con un effetto valanga che è nato sottotraccia, addirittura minimizzato da illustri italianisti come Tullio De Mauro, ma è arrivato a un punto tale che potrebbe persino essere troppo tardi per evitare danni irreparabili non solo al lessico ma anche alla struttura stessa dell’italiano.”

Lo scrive Maurizio Codogno sulle sue Notiziole di .mau.

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“Wojtyla una volta disse: ‘Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi… corrigerete‘, ma nessuno osò corrigerlo.
Ma almeno quel papa (…) ci aveva provato a parlare italiano, mentre molti italiani vi rinunciano.”

Armando Adolgiso apre così la sua segnalazione al mio libro dalla rubrica Cosmotaxi.