Rassegna stampa e gagliardini

In questa prima settimana di vita, il dizionario AAA: Alternative Agli Anglicismi ha ricevuto più di 3.000 visitatori e ha erogato oltre 17.000 pagine. Ringrazio tutti i lettori e soprattutto i partecipanti che hanno portato una trentina di voci aggiunte e una quindicina di miglioramenti delle voci esistenti e di correzione di sviste.

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Sono anche usciti vari pezzi, tra cui un’intervista di Giacomo Russo Spena su MicroMega, una segnalazione di Loredana Lipperini su la Repubblica, una recensione di Luisa Carrada su il Mestiere di scrivere, un articolo sulla Comunità radiotelevisiva italofona, una riflessione di Armando Adolgiso su Cosmotaxi e varie altre segnalazioni in Rete.

Nei prossimi articoli rilascerò dati inediti, statistiche, analisi e riflessioni su questo enorme lavoro di ricerca e di classificazione in divenire. Intanto è stata inagurata una pagina provvisoria dove tutti coloro che ci vogliono aiutare nella diffusione del progetto possono adottare un gagliardino da esporre con un collegamento a AAA.italofonia.info.

Oltre ai primi gagliardini c’è anche qualche vignetta spiritosa che si può “facciabucare”, inoltrare, far circolare.

Grazie a tutti.

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AAA: il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi

Da oggi è in Rete AAA – il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi, un progetto gratuito a disposizione di tutti che raccoglie oltre 3.500 anglicismi – i più frequenti nella lingua italiana – affiancati da spiegazioni e, quando presenti, da alternative e sinonimi italiani in uso (con esempi concreti di utilizzo dalla stampa), senza alcun intento puristico né pretese di imporre alternative forzate.

Sono possibili ricerche per parola, a tutto testo e alfabetiche, e il contenuto è catalogato in 90 categorie ed etichette per una consultazione tematica, dall’informatica (570 voci) all’“aziendalese” (482), dallo sport (286) all’economia (283), sino alle curiosità come gli anglicismi culinari (122) o quelli del sesso (90). Oltre a questi ambiti, ci sono poi categorie di analisi con cui è stata quantificata  la presenza degli anglicismi per esempio nel linguaggio di base (Fondamentali: 154), nel linguaggio comune (1.922), oppure sono state raggruppate tutte le locuzioni (1.351), i derivati dai nomi comerciali, i principali pseudoanglicismi, anglolatinismi

Perché?

Davanti all’abuso sempre più dilagante di inglese e itanglese, l’obiettivo è di contribuire alla libertà di scelta di chi utilizza la lingua italiana. Molte parole inglesi risultano ostiche e difficili per tante persone e la loro comprensione necessita di spiegazioni (whistleblower, caregiver, spoils system, quantitative easing…). Soprattutto, nel linguaggio dei giornali e di alcuni settori come l’informatica o il mondo del lavoro, spesso si ricorre preferibilmente alle parole inglesi con il risultato che le alternative italiane regrediscono e non vengono più spontanee (competitor/competitore, budget/stanziamento, staff/personale, feedback/riscontro, trailer/anteprima…).

Ognuno parla come vuole, ma per poter scegliere in modo consapevole è necessario che le alternative vengano divulgate.

Dante e gli anglicismi

 

Un progetto aperto e collettivo

Questa prima versione Beta del dizionario non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza: l’intento è di dare vita a una comunità in Rete che sfrutti l’intelligenza collettiva e connettiva per arricchire il progetto giorno per giorno attraverso i contributi dei lettori.

Mi rivolgo a tutti coloro che consultando il dizionario lo troveranno utile; mi piacerebbe che i lettori diventassero partecipanti, spero che ognuno prenda da questo lavoro ciò che gli serve, ma allo stesso tempo lasci il proprio contributo per migliorarlo: la segnalazione di errori o lacune, di anglicismi mancanti o di nuove alternative attraverso esempi di uso contestualizzati…

Proviamo a spezzare la moda assurda di dirlo in inglese, opponiamoci al senso di inferiorità nei confronti dei modelli culturali angloamericani della nostra classe dirigente e intellettuale.

Invito tutti a diffondere l’esistenza di questo progetto, a partecipare, a farlo circolare e a “fare rete”.

Ringrazio il portale indipendente italofonia.info che ospita il mio lavoro e che lo ha realizzato dal punto di vista tecnico e grafico.

 

Lo dicono tutti in inglese?
Distinguiti, dillo in italiano!
Come?
AAA – il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi

L’anglicizzazione dell’italiano

Le prime notizie del Corriere della Sera in rete di oggi pullulano di anglicismi gridati in bella vista soprattutto nei titoloni. Non è una novità e non c’è da stupirsi, ho già parlato in altre occasioni delle “statistiche drogate” che tendono a ridimensionarne il numero. Però evidenziarli è utile. Il tweet storm nel titolone (quale percentuale di lettori lo capirà?) che solo nel sottotitolo diventa tempesta di tweet (qualcuno ha osato per fortuna tradurli anche come cinguettii, anche se è un’alternativa secondaria), i troll, che oggi ci appaiono quasi “necessari” perché gli italiani non li hanno voluti né saputi tradurre, la Tap, acronimo di Trans-Adriatic Pipeline, perché le sigle noi le ripetiamo all’americana (come il Gdpr, l’aids, il dna, gli ufo…). E poi il vicepremier, perché ormai nel linguaggio della politica si vuole fare gli americani, e da anni premier tende a essere preferito invece di presidente nel consiglio come indicato nella nostra Costituzione. E poi anglicismi assimilati senza più porsi il problema del fatto che esisterebbero alternative italiane: shopping, vip, fan, summit… In pratica, a parte il caso dell’intervista allo psichiatra Vittorino Andreoli, non c’è titolone che non abbia almeno un anglicismo.

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Le prime notizie del Corriere in rete di oggi

Sul Corriere di ieri (che di certo è uno dei peggiori giornali dal punto di vista dell’abuso dell’inglese) le cose non erano tanto diverse: SuperTutor, low cost, flat tax, first lady, mentre parole come vip o party son ripetute quotidianamente come prive di alternative… e dalle pubblicità occhieggiano il trading, lo shopping online

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Una schermata del Corriere in rete di ieri 5 agosto 2018

 

Questa è la lingua che parlano i giornali, che pare destinata a diventare sempre più itanglese. L’anglicizzazione dell’italiano è sotto gli occhi di tutti. Innegabile. Eppure una schiera di linguisti con le fette di salame degli occhi continua a negarla, e a ripetere che non sta succedendo nulla. Senza alcuna argomentazione valida.

La verità è che la classe dirigente di oggi preferisce l’inglese. Si vergogna di dirlo in italiano, è convinta che l’inglese sia un segno di modernità e di internazionalismo. E il destino della lingua di Dante è quello di regredire anno dopo anno, per infarcirsi di suoni alieni, di parole che si pronunciano e scrivono con modalità che violano il nostro sistema fonetico e ortografico.

Il West Nile Virus (febbre del Nilo) e il morbus anglicus

In questi giorni il West Nile Virus occhieggia sulle pagine di tutti i giornali, ma è estate, e questo genere di notizie, che finiscono in prima pagina anche se non costituiscono di certo un’emergenza, sono ciò di cui la stampa si nutre.

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Dal Corriere della Sera in rete di oggi: la traduzione non è nemmeno riportata.

Il West Nile Virus (con le iniziali maiuscole per renderlo ancora più americano), altre volte detto anche West Nile Fever, non è altro che la febbre del Nilo (occidentale, se proprio si vuole specificare inutilmente), come sarebbe naturale dire se un altro morbo non affliggesse la nostra classe dirigente e i giornalisti. Si tratta naturalmente del morbus anglicus, per dirla con Arrigo Castellani, e cioè la “malattia” che ci fa preferire le espressioni in inglese, con il risultato che parola nuova dopo parola nuova, l’italiano si impoverisce e regredisce.

A dire il vero questo virus non è nuovo, è stato individuato negli anni Trenta nel distretto West Nile – cioè del Nilo occidentale – dell’Uganda, e da qui è nato questo nome. La diffusione del fenomeno negli Stati Uniti e anche in Europa è però avvenuta sporadicamente solo negli anni Novanta e negli anni Duemila. È l’ennesimo morbo trasmesso dalla puntura di alcune zanzare e provoca febbre alta che in qualche caso può condurre alla morte.

Niente di nuovo sotto il sole, anche la febbre gialla è causata da un virus simile, così come l’atavica malaria detta anche paludismo (benché invece di un virus l’agente patogeno incriminato sia un protozoo).  La novità è che, nel Duemila, il nome che si dà alle cose nuove è in inglese e sui giornali è il West Nile Virus a rappresentare l’urlo sulle prime pagine, mentre la traduzione comprensibile a tutti che dovrebbe essere naturale per un popolo la cui lingua dovrebbe essere l’italiano, compare, se compare, come sinonimia secondaria solo nel corpo degli articoli.

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Sbatti il monster in prima pagina: su La Stampa l’anglicismo è urlato nel titolo in grande, mentre la traduzione, virgolettata come fosse un’espressione impropria, è una spiegazione che compare solo nel sommario didascalico.

 

In questo modo il virus linguistico dell’itanglese viene veicolato dai mezzi di informazione che lo diffondono e fanno sì che la gente lo ripeta. La tendenza si inverte solo scorrendo non le prime pagine dei giornali, dove l’inglese nei titoloni è voluto e funzionale a creare qualcosa di nuovo e di esotico che suscita curiosità, ma nelle pagine locali. Solo in questo caso la prospettiva si inverte, e l’italiano febbre del Nilo compare nei titoli, perché il pubblico delle notizie locali attento al proprio orticello privilegia la chiarezza e l’italiano, e dunque è l’anglicismo a essere relegato nel pezzo come sinonimo.

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La Repubblica: le pagini locali di Bologna in un articolo del 2016. In questo caso l’italiano veniva privilegiato nel titolo, sia perché l’espressione inglese non era ancora così nota, sia perché gli articoli locali seguono logiche comunicative più attente all’esigenza dei lettori interessati a eventi italiani.

Passando dalla stampa agli organi istituzionali è interessante sottolineare, e denunciare, che sul sito del ministero della salute c’è solo l’inglese, le parole “febbre” e “Nilo” non compaiono, si vede che nemmeno viene in mente a chi lo gestisce che sarebbe opportuno parlare l’italiano.

Sulla pagina dell’Istituto superiore di sanità è definito anche febbre West Nile, ma la parola Nilo manca. C’è solo Nile. Del resto in ambito medico e scientifico la rinuncia a parlare l’italiano in nome dell’internazionalismo è spesso data per scontata (con buona pace degli scienziati che in passato si sono staccati dal latino proprio per creare un linguaggio scientifico rigoroso e splendido in italiano: Galilei, Redi, Vallisneri, Spallanzani, Volta…).

Il morbus anglicus che ci fa vergognare di usare l’italiano è questo, e molto spesso è endemico, non ci sono solo gli anglicismi importati dagli Stati Uniti, troppo spesso siamo noi che senza nessun motivo preferiamo dire le cose in inglese, o meglio la classe dirigente di oggi, dai giornalisti ai medici, dagli intellettuali agli imprenditori e ai grandi “manager” che impongono l’itanglese nel linguaggio aziendale dei loro dipendenti.

In Francia, se cerchiamo “West Nile” nei titoli degli articoli de Le Monde, troviamo 5 pezzi che usano l’inglese, contro 13 che si esprimono in francese (Virus du Nil occidental). Scorrendo il quotidiano spagnolo El Pais, invece, l’inglese non esiste proprio, c’è solo il virus del Nilo occidental.

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Su El Pais la febbre del Nilo è chiamata in spagnolo anche nei titoli.

 

È auspicabile che questa febbre del Nilo non dilaghi, naturalmente, ma se mai il fenomeno non dovesse arginarsi, è altrettanto auspicabile chiamarlo in italiano. Questo virus, questa moda e questo complesso di inferiorità che ci fa parlare inglese per sentirci più moderni è davvero insopportabile, deleterio e ridicolo.

Abuso di anglicismi: ne ho parlato su radio 3 e su “Libreriamo”

Rassegna stampa

Segnalo la puntata di “Tutta la città ne parla” su radio 3, andata in onda questa mattina e dedicata alla controversia tra il Miur e l’accademia della Crusca, a proposito del linguaggio anglicizzato del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (conduttore: Pietro Del Soldà).

Ho partecipato insieme al presidente della Crusca Claudio Marazzini, al linguista Salvatore Claudio Sgroi, a Carmela Palumbo del Ministero dell’istruzione e al professore di Storia della lingua italiana nell’Università di Napoli Nicola De Blasi.

Per chi la volesse ascoltare è disponibile sul sito della trasmissione (il secondo documento del 19/04/2018).

 

Per chi preferisce leggere, invece che ascoltare, segnalo anche l’intervista “Perché l’abuso dell’inglese rischia di uccidere la lingua italiana” che mi ha fatto da Tokyo Laura Imai Messina scrittrice, docente universitaria e ricercatrice.

 

E infine un pezzo su Ultima Voce che riprende i temi della trasmissione in radio e di Diciamolo in italiano.

Come entrano gli anglicismi: avvistata una “trap-cam”

L’altro giorno mi sono imbattuto nella notizia dell’avvistamento di un gatto selvatico nel Trentino, ma soprattutto nell’avvistamento di un nuovo anglicismo: la trap-cam.

 

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Il Corriere della Sera in rete riportava così la notizia, nella sua prima pagina. E seguendo il collegamento si può leggere la spiegazione:

Il gatto selvatico arriva a Trento: per la prima volta sul monte Bondone

Un esemplare di Felis silvestris «catturato» da una trap-cam piazzata per monitorare gli spostamenti degli orsi. E’ una specie tutelata a livello nazionale e europeo

di Redazione Online

 

Ma cos’è una trap-cam?

Questa espressione non esiste in alcun dizionario italiano, nemmeno tra gli infiniti neologismi della Treccani o sulla Wikipedia. In rete è di bassissima frequenza e quasi non si trova. Non compare nei dizionari di inglese, e la Wikipedia britannica parla invece di camera trap, cioè una telecamera che si attiva attraverso sensori ottici.

L’articolo in questione è italiano, non si tratta dei soliti casi di scopiazzamenti dalle fonti americane che producono una gran quantità di anglicismi inutili per prigrizia e incapacità. E allora da dove viene?

Viene dalla “redazione online” del Corriere della Sera, che probabilmente significa gente sottopagata che fa quel che può. E il giornalista anonimo che ha scritto questo titolo deficiente (deficiente di una spiegazione che sarebbe dovuta, per rispetto verso i lettori) usa un’espressione del genere che non è nemmeno virgolettata, come fosse una cosa comune. In questo grande pezzo di giornalismo le virgolette sono invece apposte sulla parola “catturato”, una scelta davvero  strategica.

Non c’è alcuna esigenza di fornire alternative a questa parola. Si battezza in questo modo con un anglicismo un oggetto che si sforzerà eventualmente il lettore di far corrispondere a una parola italiana equivalente. Ma che cosa può fare un lettore, a questo punto, se non ripetere trap-cam o pensare che si dica così? Forse può fare come me e non comparare più il Corriere della Sera. Ma a parte questo, quali sono le alternative che un articolo del genere ci offre per parlare?

Leggendo l’articolo si parla in modo impreciso di foto-trappola, che però non è un sinonimo equivalente, e confonde lo strumento (una telecamera a sensori) con il risultato (la fotografia).

È in questo modo che entrano gli anglicismi. È in questo modo che oggi si fa giornalismo. Senza nessuna cura per la lingua italiana e per gli italiani, e tanto meno per le buone regole della comunicazione. Con una buona dose di ignoranza, pressapochismo, fretta e tutto purché suoni inglese.

Quando il Titanic affondò, nel 1912, la parola iceberg circolava, nell’italiano e anche nell’articolo che ne parlava. Ma il titolo de La Stampa parlava di un banco di ghiaccio, in modo da arrivare a tutti. In modo da usare la lingua italiana. Quale giornalista oggi farebbe una scelta del genere?

Titanic 16 aprile 1912

I giornali stanno depauperando la lingua italiana

Il punto non è la trap-cam, questo è solo un esempio di quello che avviene quotidianamente nel Titanic linguistico del giornalismo. E in questa trascuratezza, in questa sempre più frequente ignoranza lessicale e rinuncia a parlare l’italiano a cui ormai ci siamo assuefatti, va rintracciata una delle principali cause della moltiplicazione degli anglicismi in questi ultimi 30 anni.

Mi auguro che trap-cam sia solo  un occasionalismo destinato a scomparire. Ma comunque è un precedente. Che si aggiunge a qualcun altro e che rimarrà in rete, nella speranza che dopo un periodo di latenza non ritorni e non si diffonda. Come è avvenuto per migliaia di altre parole arrivate in avanscoperta timidamente, magari come questa che si appoggia a un anglicismo ormai nella disponibilità di tutti, cam, che ricorre in webcam, webcamgirl e camgirl, cameracar, cameramen… una rete di anglicismi che si sta espandendo nel nostro lessico, che è ormai una lingua nella lingua.

E pensare che camera è un anglicismo di ritorno: l’italiano camera ci è ritornato con il nuovo significato di telecamera.

In Spagna esiste il Dizionario panispanico dei dubbi (Diccionario panhispánico de dudas, 2005) che riporta le alternative agli anglicismi e rappresenta un punto di riferimento che mantiene l’omogeneità della lingua di tutti i Paesi. E la sua presentazione, a Madrid, avvenne alla presenza dei responsabili di quasi tutti i giornali più importanti di lingua spagnola, che sottoscrissero un accordo:

Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa.

Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 757.

 

Da noi non ci sono molte opere che fanno circolare le alternative agli anglicismi e il gruppo Incipt dell’accademia della Crusca, a 3 anni dalla sua costituzione, si è limitato a diramare 9 comunicati stampa con una ventina di parole.

Intanto i giornali usano un linguaggio sempre più anglicizzato soprattutto nei titoli, con le parole inglesi urlate in bella vista. Eppure godono di finanziamenti pubblici, che sono poi i soldi di noi cittadini, che li fanno sopravvivere. Personalmente legherei questi finanziamenti anche all’uso corretto della nostra lingua. Che è un parimonio da salvaguardare, non da distruggere. Almeno come va tutelato il gatto selvatico.

Toglierei un euro di finanziamento pubblico per ogni anglicismo utilizzato. Alla fine dell’anno probabilmente la maggior parte dei giornali sarebbe in debito verso lo Stato, e di molto.

La lingua batte (radio 3) e la vicenda dell’inglese al Politecnico di Milano e nella scienza

Ho partecipato insieme a Licia Corbolante a una puntata de La lingua batte, su radio 3 intitolata “Italiano e inglese. Relazioni pericolose?”.

Chi fosse interessato può ascoltarla in differita (puntata dell’11/03/2018):

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Ma a parte i contributi di Licia Corbolante e il mio (nella seconda parte), segnalo che la trasmissione ha raccolto diversi interessanti interventi sull’argomento, a partire da quello di Maria Agostina Cabiddu (docente di Diritto Pubblico al Politecnico di Milano) che ha curato l’ottimo libro L’italiano alla prova dell’internazionalizzazione (Guerini e Associati, Milano 2017) ed è intervenuta sulla questione dell’insegnamento in inglese nelle università e sulla vicenda del Politecnico di Milano.

 

L’inglese nell’università e nella scienza

Per chi non sapesse di che cosa si tratta:

L’ex rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone aveva deciso di rendere obbligatorio a partire dall’anno accademico 2013-2014 l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti.

La decisione ha sollevato l’indignazione di molte persone e anche di 126 docenti che hanno firmato una lettera di protesta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La Crusca è intervenuta sulla vicenda con una serie di interventi e dibattiti confluiti in una pubblicazione. La decisione del Politecnico è stata poi dichiarata illegittima dal Tar della Lombardia che ha sancito che la lingua italiana debba mantenere il “primato in ogni settore dello Stato.” (…) Nel febbraio del 2017 la Corte costituzionale si è pronunciata sull’inglese nell’università ritenendo “non condivisibili le considerazioni sulle quali si fonda la sentenza impugnata del Tar Lombardia.” Anche se ha riconosciuto che la lingua italiana è “nella sua ufficialità, e quindi primazia, vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 Cost.”, ha ritenuto “ragionevole che, in considerazione delle peculiarità e delle specificità dei singoli insegnamenti, le università possano, nell’ambito della propria autonomia, scegliere di attivarli anche esclusivamente in lingua straniera.” Ma “gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.” Con un colpo al cerchio e uno alla botte, la strada all’attivazione ai corsi inglese è così aperta, sono leciti, anche se in modo non esclusivo, perché la lingua di insegnamento sarebbe solo un mezzo, e non un fine, nell’apprendimento. E contro questo “semaforo giallo” invece che verde si sono già schierati alcuni tecno-scienziati anglofili come per esempio il medico Alberto Mantovani, docente dell’Humanitas University, in un articolo su La Repubblica, “Perché insegnare in inglese significa difendere l’italianità” [La Repubblica, 18 marzo 2017, p. 31].

A dire il vero l’articolo disattende completamente quanto invocato nel titolo, e non contiene alcun ragionamento razionale, a parte le solite prese di posizione soggettive di questo tipo di opinioni diffuse. La conclusione è l’ossimoro per cui “l’insegnamento in lingua inglese, all’interno di corsi altamente qualificati, è il modo migliore con cui possiamo non solo difendere, ma anche promuovere l’italianità”, che in questo modo viene invece uccisa e identificata con il parlare un’altra lingua. La tesi è che sia un bene soprattutto per gli studenti, che mediamente non sanno parlare bene l’inglese e hanno perciò difficoltà a inserirsi all’estero. In questa confusione tra l’apprendimento della lingua e della medicina, due cose da tenere ben separate e distinte, sembra che l’unica prospettiva, rivendicata con orgoglio, sia quella di insegnare in inglese in vista della fuga di cervelli, per cui ci si forma in Italia per poi finire in contesti internazionali, se si è tra i migliori. Una rinuncia all’italiano data per scontata in modo sconcertante, sostenuta solo dalla costatazione che “l’inglese è infatti la lingua della Scienza. Così come il greco e il latino sono stati in passato la koinè, ossia la lingua comune ed accettata dalla cultura classica: nessun autore spagnolo, africano o inglese si sarebbe mai sognato di metterlo in discussione.”

Ma questa considerazione affonda le sue radici proprio nel pensiero prescientifico medievale, quando nelle scuole si studiavano in latino la teologia e l’aristotelismo, e dimentica che la scienza nasce con Galileo, e che la medicina scientifica si è sviluppata anche grazie ai contributi di naturalisti e medici come Redi, Vallisneri e Spallanzani, che scrissero nella loro lingua esattamente come fecero altri grandi scienziati francesi e inglesi, proprio abbandonando il latino. Le apologie del monolinguismo tecno-scientifico, che credono di essere moderne e internazionali, sono invece la faccia nascosta del nuovo oscurantismo più retrogrado, vogliono ritornare a un “new-latino” globale cancellando secoli di storia, ciechi davanti al fatto che il plurilinguismo è una ricchezza. Come lo è la biodiversità, come lo sono le varietà dei prodotti della terra locali davanti agli organismi geneticamente modificati che le multinazionali vorrebbero imporre uguali in tutto il mondo attraverso la grande distribuzione globalizzata. Le lingue nazionali non sono un segno di arretratezza, l’arretratezza sta nel volersi sottomettere alla lingua totalitaria di una sola cultura dominante, nell’adottare la strategia degli etruschi, che si sono sottomessi con entusiasmo alla romanità abbandonando le proprie radici fino a scomparire.

[Tratto da: Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli, Milano 2017, pp. 154-158]

 

L’italiano come lingua della scienza

Galileo Galilei dialogo sopra i massimi sitemiSull’italiano nella lingua della scienza vorrei aggiungere una riflessione storica.

Un tempo la lingua internazionale del sapere era il latino, e Galileo fu il primo a rompere questa tradizione con il Saggiatore e soprattutto con il Dialogo sopra i due massimi sistemi, in cui sostenne la teoria dell’eliocentrismo che si impose in tutto il mondo. Colui che è da molti considerato il fondatore della scienza ha saputo creare una prosa scientifica in italiano basata sulla chiarezza, la precisione e l’evidenza. Nel lessico delle sue opere compaiono nuovi termini tecnici (pendolo, bilancetta, cannocchiale) e scientifici sempre definiti in modo rigoroso e utilizzati in modo univoco (momento, forza, gravità, impeto, resistenza, potenza, rifrazione), mentre altri acquistano nuovi significati (candore riferito alla luna e non più in senso metaforico, macchie solari).

Questo ricorso all’italiano diventò un modello imitato poi da Francesco Redi, scienziato, umanista e accademico della Crusca, e da Antonio Vallisneri, medico e naturalista che scelse il volgare in modo patriottico con l’obiettivo di dare dignità alla lingua del nostro Paese. Altri scienziati continuarono a scrivere in latino ancora sino all’Ottocento, ma nel Settecento Lazzaro Spallanzani si ispirò ai francesi che avevano già dato vita a una prosa scientifica madrelingua, e in lingua italiana confutò la teoria della generazione spontanea di uno dei più grandi luminari internazionali di quei tempi: Buffon.

Alessandro Volta scrisse anche in latino e in inglese, ma chiamò la sua invenzione pila, e in tante sue opere è evidente lo sforzo di coniare i nomi più giusti e precisi: “Due terzi d’aria infiammabile metallica, ed uno di deflogisticata (…) formano un miscuglio assai acconcio, e tutt’insieme un’aria, che io amo chiamare tuonante.”
Questo impegno linguistico si vede bene anche in un passo in cui lo scienziato riflette sul nome più appropriato per uno strumento chiamato elettroforo, elettroscopio e microelettroscopio: “Ma io amo meglio di chiamarlo condensatore per l’elettricità, per usare un termine semplice e piano, e che esprime a un tempo la ragione e il mondo dei fenomeni di cui si tratta.

E per venire al Novecento, la parola neutrino fu coniata da Enrico Fermi nel 1934, come diminutivo di neutrone.

Oggi invece l’italiano è stato abbandonato, si stanno cancellando secoli di storia per tornare a una lingua sovranazionale. Gli scienziati scrivono e pubblicano in inglese per rivolgersi alla comunità mondiale, con il rischio, per l’ennesima volta, di perdere la capacità di dirlo in italiano, come lamenta la scienziata Maria Luisa Villa, preoccupata per la comprensione pubblica della scienza:

“Nel giro di pochi lustri la lingua italiana potrebbe essere mutilata e inadatta alla trasmissione del sapere scientifico.”

[Maria Luisa Villa, L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori-Pearson, Milano 2013, p. 95].