L’anno che verrà: lingua, politica e anglicizzazione

di Antonio Zoppetti

Sulla questione della lingua italiana e della sua anglicizzazione, alle soglie del 2023 forse il vento sta cambiando.

Le parole di Giorgia Meloni

Durante un discorso alla Farnesina, il 22 dicembre, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha posto in primo piano anche il tema della lingua italiana.

“La lingua è uno straordinario ‘diplomatico’, per la nostra cultura” ha affermato, e ha aggiunto che purtroppo tutti noi, “a partire da chi ha incarichi di responsabilità, a partire dalla sottoscritta, che si considera una grande patriota, alla fine veniamo travolti dall’uso di queste parole straniere.” Meloni ha perciò lanciato un richiamo a utilizzare il più possibile l’italiano – rivolto anche a se stessa e al proprio linguaggio – per “difendere la profondità della nostra cultura, la nostra capacità di guardare il mondo (…) attraverso una lente che ha sfumature molto più colorate di quelle che spesso vediamo al di fuori dei confini nazionali”.

Anche il presidente del Consiglio Mario Draghi, nel 2021, aveva fatto un paio di uscite estemporanee sull’abuso dell’inglese. In marzo, interrompendo una dichiarazione incentrata sugli incentivi per lo smart working e il baysittng, aveva chiosato con: “Chissà perché dobbiamo sempre utilizzare tutte queste parole inglesi.” E in aprile, in Parlamento, aveva strappato un applauso per avere ironizzato sulla parola governance, precisando: “Quella che altri chiamano governance”, visto che si può parlare benissimo di governo.

Le sue parole sono state però uno sprazzo, e non facevano parte di un progetto di intervento. In quell’occasione provai a scrivergli una lettera aperta dalle pagine di Italofonia, che riuscii a recapitare anche al suo portavoce, ma nessuna risposta è mai pervenuta.

Anche la petizione sull’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale che nel 2020 avevo rivolto con altri illustri firmatari al presidente della Repubblica Sergio Mattarella è caduta nel vuoto ed è rimasta senza risposte, nonostante sia stata sottoscritta da più di 4.000 cittadini italiani.

Oggi, però, per la prima volta sembra che nella politica qualcosa si stia muovendo e che uno spiraglio si sia aperto.

La proposta di inserire la lingua italiana in Costituzione

Il 16 novembre 2022, il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia ha presentato un disegno di legge (n. 337) per inserire nella Costituzione che l’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica.

Non si tratta di un’iniziativa nuova, ma di un tormentone che va avanti da decenni e che ogni tanto rispunta. Ogni volta qualcuno lancia la proposta, ma poi tutto si arena e rimane chiuso nei cassetti.
Già un paio di volte, nel 2006 e nel 2014, l’accademia della Crusca aveva suggerito – senza successo – di aggiungere che l’italiano è la lingua ufficiale nell’articolo 12, dove si specificano i colori della nostra bandiera. E in tempi recenti la questione è stata più volte riproposta invano insieme a quella dell’istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua Italiana (CSLI) da parlamentari di Forza Italia e di Fratelli d’Italia.

La novità è che è nel 2023, per la prima volta, in Parlamento ci sono i numeri che permetterebbero di passare dalle proposte alla loro realizzazione. E comunque ci sono se non altro i margini per porre la questione sul tavolo in modo serio e per aprire un dibattito e spezzare il tabù tutto italiano della politica linguistica, ma anche il coro degli stucchevoli stereotipi con cui il tema della lingua italiana viene stigmatizzato da chi non ha altri argomenti se non quelli di accostare la questione alla guerra ai barbarismi di epoca fascista.

Questo ultimo pregiudizio è davvero insopportabile, è un bavoso parlare alla “pancia” della gente, invece che alla testa, a cui spesso ricorre una parte della sinistra anglomane che ha smarrito le sue radici popolari e si disinteressa dell’italiano, della trasparenza nella comunicazione e del rispetto per gli italiani.

La tutela e la promozione del nostro patrimonio linguistico – come quello culturale, artistico, naturalistico o gastronomico – non è né di destra né di sinistra, appartiene a tutti e soprattutto conviene a tutti ed è nel nostro interesse!

L’ottusità e la mistificazione di chi fa leva sul sentimento antifascista alimentando l’equazione “tutela della lingua = fascismo” è da spazzare via una volta per tutte. Se il fascismo ha varato una politica linguista rivolta anche contro i forestierismi non significa di certo che sia quella la politica da seguire e da far rivivere. Fossilizzarsi sullo spauracchio del ventennio significa non essere in grado di comprendere l’attuale contesto storico, che non ha nulla a che vedere con le battaglie di principio contro il barbaro dominio che in passato hanno caratterizzato il purismo e il Risorgimento, prima ancora del fascismo. E invece di guardare ai capitoli chiusi del passato, bisognerebbe guardare alle attuali politiche linguistiche delle altre democrazie moderne, a partire dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Spagna o dal Portogallo, dove l’anglicizzazione dei rispettivi idiomi non è certo paragonabile alla nostra.

La lingua nelle Costituzioni di Francia, Spagna, Portogallo, Svizzera e Romania

Agli oscurantisti che, nel dibattito che si sta aprendo in Italia, non sanno far altro che evocare gli spettri del fascismo bisognerebbe far presente che nel 1992 anche la Francia ha inserito nell’articolo 2 della Costituzione che il francese è la lingua ufficiale (proprio per arginare l’invadenza dell’inglese come lingua europea), mentre nel 1994 è stata varata la legge Toubon che rende obbligatorio l’uso del francese non solo in ogni atto governativo, ma anche nelle scuole di Stato, nei luoghi di lavoro e nelle contrattazioni commerciali. E questo provvedimento è solo l’ultimo atto di una politica linguistica inaugurata negli anni Sessanta da De Gaulle, continuata con il decreto del primo ministro Jacques Chaba-Delmas, nel 1972, e poi durante il governo Chirac, nel 1975, con una legge firmata Valérie Giscard d’Estaing e successivamente con un progetto di legge del 1984 presentato dai socialisti.

Anche nella Costituzione spagnola è scritto: “Il castigliano è la lingua ufficiale dello Stato. Tutti gli spagnoli hanno il dovere di conoscerla e il diritto di usarla”, e lì l’inserimento è avvenuto soprattutto per garantire il ruolo del castigliano “di fronte alla forte presenza di minoranze” linguistiche, ha ricordato il presidente della Crusca Claudio Marazzini.

Ma va detto che lo spagnolo è una delle lingue che meglio resiste all’anglicizzazione, e l’attività coordinata delle accademie spagnole di una ventina di Paesi dove il castigliano è la lingua ufficiale prevede la coniazione e la promozione di vocaboli e termini autoctoni al posto di quelli inglesi. Esattamente come avviene in Francia, non solo grazie all’attività dell’Académie française, ma anche attraverso le banche dati con le traduzioni terminologiche ufficiali (per es. quella del Quebec) e gli arricchimenti istituzionali del vocabolario nell’amministrazione e nelle professioni (per esempio cameraman cadreur/, cast distribution artistique, container conteneur).

La Costituzione del Portogallo stabilisce che compito fondamentale dello Stato è “assicurare l’insegnamento e la valorizzazione permanente, difendere l’uso e promuovere la diffusione internazionale della lingua portoghese”.
In Svizzera la Costituzione del canton Grigioni, all’articolo 3, precisa che “il tedesco, il romancio e l’italiano sono le lingue cantonali e ufficiali equivalenti dei Grigioni”. E almeno dal 2014 il Consiglio Federale sta promuovendo l’italiano – più debole del francese e del tedesco – con ingenti fondi che prevedono il rafforzamento della presenza della lingua e della cultura italiana nell’insegnamento, nella formazione bilingue e con una serie di manifestazioni culturali anche attraverso concorsi e incontri su tutto il territorio. Mentre sul fronte dell’inglese si sono emanate linee guida e raccomandazioni per evitare l’abuso degli anglicismi. Ma fuori dal cantone l’italiano è una delle lingue federali della Svizzera sancita nella sua Costituzione da quasi duecento anni.
E anche nella Costituzione romena si legge che “in Romania la lingua ufficiale è la lingua romena”.

Se il discorso di Giorgia Meloni e il disegno di legge di Roberto Menia arrivano da una precisa parte politica, il “partito dell’italiano”, della sua valorizzazione, promozione e tutela è trasversale a ogni schieramento ideologizzato ed è ben più ampio. E dovrebbe guardare proprio alle Costituzioni e ai provvedimenti degli altri Paesi invece che al ventennio.

Il “partito dell’italiano”: un tema trasversale a ogni ideologia

Tra le forze in campo non ideologizzate c’è proprio un’istituzione come l’accademia della Crusca, che attraverso i comunicati del Gruppo Incipit, dal 2015 biasima gli anglicismi istituzionali promuovendo gli equivalenti italiani. E in alcune recenti interviste il presidente Marazzini ha appoggiato la proposta di Menia che “dice che l’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica (come in Francia) e che tutti i cittadini hanno il dovere di conoscerla e il diritto di usarla (come in Spagna)”.
Accanto a questi due modelli Marazzini guarda con simpatica soprattutto a quello del Portogallo, dove il riferimento alla lingua è “inserito nei compiti fondamentali dello Stato, fra i quali rientra, appunto, l’assicurare l’insegnamento e la valorizzazione permanente, difendere l’uso e promuovere la diffusione internazionale della lingua portoghese. Un compito attivo, di promozione. Che compare fra quelli di garantire l’indipendenza nazionale e i diritti di libertà”.

Oltre alla Crusca, il partito dell’italiano e della sua valorizzazione può contare sull’appoggio di numerosi altri pezzi importanti della società civile trasversali a ogni schieramento politico.

Recentemente ho partecipato a una riunione su questo tema sollecitato dal presidente della FEI (Federazione Esperantista Italiana) Luigi Fraccaroli a cui ha contribuito il professore Ordinario di Filosofia della politica e del diritto Giuseppe Limone, anche lui promotore di un’iniziativa per inserire l’italiano in Costituzione già dall’anno scorso. Tra i partecipanti c’era poi il professor Michele Gazzola, che proprio in seguito alla presentazione del disegno di Legge Menia e alle dichiarazioni di Marazzini ha auspicato di cogliere il momento propizio per intervenire aprendo tutti quanti un dibattito sulla lingua italiana per porre la questione in primo piano in Italia e stimolare la discussione sui mezzi di informazione.

E tra le iniziative volte a una mobilitazione della società civile e a innescare riflessioni e dibattiti c’è poi l’attività che ormai da sei anni sto conducendo attraverso i miei libri e le mie pagine in Rete, a partire dal dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, grazie alle sinergie con il portale Italofonia.info, la comunità degli Attivisti dell’italiano, e i firmatari delle petizioni a Sergio Mattarella, ma soprattutto quelli della petizione di legge sull’italiano.

La nostra legge sull’italiano: ultimi giorni per sottoscriverla prima dell’invio

Nel 2021 ho presentato una petizione di legge sul problema dell’italiano e della sua anglicizzzione che è stata assegnata sia alla Camera sia al Senato. Ogni tentativo di cercare in Parlamento appoggi perché venisse posta all’ordine del giorno, nella scorsa legislatura, è però fallito, nonostante oltre 2.100 cittadini l’abbiano appoggiata sottoscrivendola e lasciando la propria firma.

Visto che nel frattempo il nuovo Governo si sta mostrando sensibile alla questione e sta proponendo analoghe proposte di legge, è arrivato il momento di chiudere la raccolta firme e di mandarle in Parlamento, nella speranza che le nostre istanze siano prese finalmente in considerazione e contribuiscano al dibattito.

In gioco non c’è solo l’inserimento dell’italiano in Costituzione, che avrebbe un alto valore simbolico, ma anche tutta una serie di altri provvedimenti che si potrebbero e dovrebbero affiancare. Per prima cosa una campagna per la promozione della nostra lingua attraverso i canali istituzionali di sensibilizzazione sociale e le “pubblicità progresso”, perché l’italiano sia rivalutato, invece di essere svilito di fronte agli anglicismi e perché cessi la provinciale e servile aberto-sordità con cui gli anglicismi sono vissuti come più evocativi. Questo obiettivo si può raggiungere anche attraverso l’emanazione di linee guida per la comunicazione amministrativa e istituzionale, come in Svizzera, e come da noi è stato già fatto per la femminilizzazione delle cariche e il linguaggio non sessista. Un’istituzione come la Crusca dovrebbe essere potenziata e posta al centro di questa strategia che più in generale dovrebbe abbracciare anche altri temi strategici: la difesa dell’italiano come lingua di lavoro nell’Ue, la sua valorizzazione all’estero come bene da esportare, la sua difesa come lingua della formazione universitaria.
E soprattutto, se passa il concetto formulato da Menia che “L’italiano è la lingua ufficiale dello Stato. Tutti i cittadini hanno il dovere di conoscerlo e il diritto di usarlo” bisognerà rivedere alcuni provvedimenti istituzionali come l’obbligo di presentare i progetti di ricerca di rilevanza nazionale (Prin) o le domande per il fondo italiano per la scienza (Fis) in lingua inglese invece che nella nostra. Se i cittadini hanno il diritto di usare l’italiano queste vergogne dovranno essere cancellate.

Chi volesse leggere e firmare la petizione può farlo a questo indirizzo ancora per pochi giorni.

Grazie, e buon 2023 a tutti.

Interferenze dell’inglese: narrativa, narrazione, retorica e storytelling

di Antonio Zoppetti

Sempre più spesso capita di imbattersi nell’utilizzo della parola “narrativa” con un’accezione che non esiste nell’italiano storico; viene sciorinata con disinvoltura come un equivalente di “ricostruzione dei fatti” spesso non oggettiva, ma forzata o funzionale alle proprie tesi: la narrativa dei terrapiattisti o degli antivaccinisti (ormai detti solo no vax, anche se in inglese è in uso anti-vaxxer).

La narrativa è invece un’etichetta editoriale contrapposta per esempio alla saggistica, alla scolastica, alla manualistica… e si riferisce ai romanzi o ai racconti, e cioè alle opere di narrazione o di letteratura.
La confusione deriva anche dal fatto che, in inglese, il falso amico narrative significa appunto racconto o narrazione, e quando l’anglocentrismo diviene il modello prevalente, se non l’unico, della cultura e della società, questi slittamenti di significato avvengono sempre più di frequente.

Questo uso di “narrativa” attualmente si può considerare come “erroneo”, perché viola la norma e l’uso storico riportati nei dizionari; ma se non verrà arginato e stigmatizzato come “sbagliato”, “incolto”, “zotico”, “ignorante”, “rozzo” e “tamarro”, se continuerà a propagarsi in modo inarginabile, ai dizionari (dell’uso) non resterà che prendere atto dell’avvenuto cambiamento lessicale, per poi registrarlo, magari in un primo tempo con qualche riserva destinata alla fine a cadere.

L’evoluzione delle lingue segue da sempre questi meccanismi, e non di rado finisce che l’uso, e la forza dell’ignoranza, ha la meglio sulla norma. Per esempio, un’espressione come “macchina da scrivere”, a lungo sanzionata da molti in favore di “macchina per scrivere” – in cui la preposizione per risulterebbe più corretta e appropriata di da – alla fine si è imposta anche quando lo strumento ha cessato di esistere, visto che oggi è stato rimpiazzato dal computer, in inglese. E, a proposito dell’inglese, questi fenomeni avvengono sempre più spesso proprio per la sua interferenza.

L’interferenza invisibile

Le lingue evolvono. Un tempo si sarebbe detto si evolvono. Ma oggi anche la prima forma è accettabile, forse proprio per l’interferenza dell’inglese to evolve, che non richiede il riflessivo, e ci ha abituati a questo uso.

Le lingue cambiano insieme alle società, alle culture e alla storia, ed è un bene che lo facciano, altrimenti non sarebbero vive. Si evolvono anche per via esogena, cioè attingendo dalle altre lingue, come è sempre accaduto sin dall’epoca di Dante, nel cui lessico divinamente fiorentino si rintracciano allo stesso tempo parole di altre regioni insieme a quelle di origine provenzale, latina, araba e di varie provenienze.

Negli ultimi decenni, visionario circola di frequente con il significato di persona lungimirante, che vede lontano – per influenza dell’inglese visionary che ha raggiunto l’apice soprattutto con la mitizzazione di Steve Jobs – invece di designare chi ha delle visioni distorte e allucinate, il significato che da noi era prevalente.

Lo stesso si può dire del verbo realizzare usato nel senso di comprendere, invece di costruire; della parola intrigante nel senso di coinvolgente, invece che nel suo significato storico legato al compiere intrighi; o di basico – in chimica il contrario di acido – usato ormai comunemente con il significato di fondamentale, e cioè “di base” per l’interferenza di basic del basic englisch.
Questi esempi di “risemantizzazioni”, cioè di mutamenti di significato che arrivano dal “prendere in prestito” la valenza che queste parole hanno in inglese, spesso avvengono in modo inconsapevole, e si possono poggiare su significati storici che già circolavano in italiano da tempo, anche se erano secondari. Per esempio la parola compagnia non è solo una brigata di amici, ma già in passato serviva per designare anche una consociazione di artisti e artigiani o una struttura associativa di carattere commerciale (“Sono molti mercatanti, e fanno compagnia insieme”, Marco Polo), dunque una società o un’azienda. Ma il falso amico company (azienda) ha rinforzato questo uso che si ritrova nelle compagnie aeree, assicurative o telefoniche, al punto che nella recente polemica sulla nuova gestione di Twitter, su RaiNews (11/11/22) si legge come fosse normale che secondo Musk “il fallimento potrebbe essere una possibilità se la compagnia non inizia a generare più denaro”.

Viva i falsi amici! Abbasso gli anglopuristi!

Un “purista”, o meglio, un moralizzatore linguistico ostile ai neologismi come ce ne sono troppi (visto che il purismo in senso tecnico è morto e sepolto) è mediamente molto infastidito davanti a questi cambiamenti, che stigmatizza in modo di solito velenoso. Ma questo fenomeno è davvero grave e pericoloso per l’integrità della nostra lingua?

No. Questa almeno è la mia posizione, che vorrei chiarire, perché mi sono davvero scocciato di finire etichettato come “purista” dagli anglomani; come “comunista” dai conservatori che non apprezzano le mie citazioni di Gramsci e i miei strali contro il linguaggio anglicizzato per esempio del Pd (che considero un partito di destra moderata); come “fascista” da chi blatera a sproposito che le mie posizioni sulla lingua ricalcano la guerra ai barbarismi del ventennio. Ultimamente mi sono preso persino del “talebano” perché nel dizionario delle Alternative Agli Anglicismi ho osato constatare che il flashback (anglicismo tecnico cinematografico) corrisponde all’analessi in uso nella critica letteraria, e in una retrospettiva o in un salto indietro (per es. il come è cominciata) in vari usi in senso lato. Curiosamente nessuno scriverebbe all’autore di un dizionario dei sinonimi facendo notare che le alternative riportate non sono perfette (bella scoperta!), tutto dipende dai contesti e dalle scelte lessicali di cui sono alla ricerca i lettori per i loro scopi, e l’unico atteggiamento talebano è non capirlo e confondere il mio lavoro con un elenco di anglicismi “vietati” o da bandire.

E allora, anche se è impopolare, voglio gridare: “W i falsi amici e W l’interferenza dell’inglese”, se passa per l’italianizzazione strutturale e formale. Se in un prossimo futuro “narrativa” acquisterà ufficialmente il significato di “narrazione” o “racconto”, chissenefrega! Se attraverso il linguaggio informatico, per interferenza dell’inglese to implement, spunta e dilaga il verbo implementare con il significato di sviluppare o perfezionare non c’è alcun problema, è un adattamento e una parola italiana (personalmente non la uso e mi ripugna, ma questa è un’altra faccenda ed è solo questione di gusti e di abitudine). Esattamente come un sito (Internet) diventa un luogo virtuale sul modello di web site.

E se in biologia si parla di cure parentali invece che genitoriali – per interferenza del falso amico parent (genitore) – l’italiano non rischia l’estinzione, semplicemente si evolve come è normale, che piaccia o meno. Grave e anormale è invece che il filtro famiglia dei televisori, il controllo genitoriale (ma va bene anche parentale, alla peggio) sia chiamato parent control, e cioè in inglese crudo e con abbandono del lessico e della sintassi italiana. Il pericolo sta negli anglicismi non adattati, e non per motivi di principio, di purismo o di autarchia sovranista, ma per il loro numero sproporzionato e distruttivo che sta facendo scempio del nostro ecosistema linguistico.

Ciò che andrebbe condannato, invece, è l’ottuso atteggiamento di quelli che chiamo anglopuristi. Come i più intransigenti puristi del passato, questi anglomani vogliono cristallizzare l’italiano nei suoi soli usi storici, e dimenticano che le lingue vive hanno la necessità di evolversi per esprimere i cambiamenti e le novità. Recentemente, tutti i giornali hanno dato ampio spazio alla vicenda dell’onorevole Rampelli che è sbottato contro l’uso della parola dispenser, usata in Parlamento, proponendo dispensatore. Certo, in italiano esistono anche erogatore e distributore, e nell’italiano storico dispensatore si riferisce prevalentemente a colui che dispensa (dunque una persona) più che a un dispositivo erogatore. Ma cosa impedisce di usare – correttamente e in modo comprensibile – la parola con un nuovo significato più esteso?
Nulla, a parte le idiozie degli anglopuristi che vogliono ingessare l’italiano ai soli usi storici dimenticando che la lingua è metafora, che il lessico è – e deve esserlo per evolversi – elastico, suscettibile di cambiamenti, e che accanto agli usi codificati esiste per fortuna la possibilità creativa dei parlanti di dare vita a nuove parole e nuovi significati. Per gli anglopuristi che spesso vorrebbero applicare le regole della terminologia alla lingua – con una concezione della lingua monosignificato e meccanica che produce deliri – l’italiano è un monolite immodificabile, dunque preferiscono giustificare la necessità e l’opportunità del lessico inglese, invece che legittimare i nuovi usi che arrivano per via endogena. E con questa (il)logica tutto ciò che è nuovo finisce per essere espresso in inglese, visto che se una cosa è nuova ovviamente non c’è già una parola per designarla. Ma se non la si crea, perché tutto o quasi sembra arrivare d’oltreoceano, questo atteggiamento puristico finisce per aprire le porte solo all’inglese, identificato come la lingua di una nuova e intoccabile terminologia che però non è più in italiano. Oltretutto, davanti a parole come governance e alternative possibili e tentate come governanza, vale la pena di ricordare che nessuna delle due parole (quindi nemmeno l’inglese) appartiene all’italiano storico, e non si capisce perché la prima sarebbe legittima e la seconda no.

Lingua e pensiero: la riconcettualizzazione attraverso l’inglese

Nessuna parola è “straniera” per la sua origine e provenienza, le parole straniere sono quelle che violano il nostro sistema morfologico e grammaticale, i “corpi estranei” – per dirla con Castellani – che non si amalgamano con il tessuto linguistico che li ospita.
Questo principio non appartiene al purismo, era condiviso e dato per scontato dai più feroci antipuristi e aperturisti di ogni epoca, e da sostenitori della modernizzazione dell’italiano e dell’accoglimento delle parole straniere da Machiavelli a Muratori, da Verri a Cesarotti e a Leopardi. Anche rispetto alle posizioni neopuriste di autori moderni come Migliorini e Castellani, teorici dell’italianizzazione, dell’adattamento e delle neologie, si può fare un passo in più: non c’è niente di male neanche ad accogliere corpi estranei non adattati, se costituiscno un numero contenuto e tale da poter essere assorbiti senza pericolo, come avviene per un esiguo numero di parole giapponesi, per poche centinaia di ispanismi o germanismi, e anche per un migliaio di francesismi accolti nei dizionari.
Ma davanti allo tsunami anglicus che travolge e distrugge la nostra lingua, il problema è un altro, e ha a che fare con la regressione dell’italiano, il suo impoverimento e la sua creolizzazione.
Il pericolo è qui, non sta nell’uso di “supportare” al posto di “appoggiare” o “convalidare” (per interferenza di to support) o nel farsi strada del concetto di “resilienza” spacciato come novità rispetto a “resistenza”.

L’invasione di parole e radici inglesi non adattate che ci soffoca e impedisce all’italiano di coniare i propri neologismi, e quindi di evolvere e sopravvivere, è così estesa che sta portando al collasso linguistico e terminologico in sempre più settori, dall’informatica al lavoro, dall’economia alla scienza, dallo sport all’intrattenimento… Ed è l’effetto collaterale di un’anglicizzazione e di un’americanizzazione sociale e culturale prima che linguistica che nasce da una riconcettualizzazione del mondo attraverso le categorie d’oltreoceano che fanno piazza pulita della nostra storia, in un cambio di paradigma in cui i precetti della nuova cultura che si vuole imporre si basano sulla diffusione dell’ignoranza e sulla cancellazione delle nostre radici.

Per tornare alla narrativa e alla narrazione da cui eravamo partiti, vale la pena di ricordare che l’arte della narrazione, intesa come comunicazione persuasiva (scritta e orale), nasce almeno con i sofisti dell’antica Grecia, e si chiamava retorica. L’arte dell’oratoria e della retorica è poi passata alla cultura Romana dell’epoca classica ed è stata per secoli e secoli oggetto di studio e di analisi che si sono arricchite di punti di vista multidisciplinari, dalle riflessioni psicologiche a quelle pubblicitarie. Ma nell’era del marketing dalla retorica si è passati allo storytelling che ci arriva d’oltreoceano, pensato in maniera pragmatica da chi si sveglia un giorno, semplifica e appiattisce secoli di riflessioni magari in nome del problem solving, e ci rivende una “nuova” e moderna tecnica rivoluzionaria che si esprime con “intraducibili” termini in inglese che noi, nel nostro piccolo servilismo, ripetiamo, insegniamo e diffondiamo nelle nuove scuole coloniali senza più alcuno spirito critico. È lo storty-telling di chi ha smarrito la propria cultura e le proprie radici e si fa fagocitare compiaciuto in un processo cannibale, innanzitutto culturale, e quindi anche linguistico.

PS

Buon Natale e buone feste a tutti. E a coloro che – forse credendo di essere internazionali – inviano gli auguri con formule come Merry Christmas, Happy Holidays e simili americanate destinate ai colleghi italiani o alle vecchie zie, vorrei ricordare che non siete solo ridicoli e patetici, siete dannosi collaborazionisti del globalese che sta uccidendo la nostra lingua e cultura.

Anglicismi e decervellamento

di Antonio Zoppetti

La scorsa settimana è uscito sulla Stampa un pezzo di Mattia Feltri (“Vento nel vento”, 7/12/22; un grazie a Marco Zomer che me l’ha segnalato) che ben riassume tutta la pochezza e gli stereotipi in circolazione sulla questione degli anglicismi che permeano la mentalità dei giornalisti, ma più in generale della nostra classe dirigente.

È interessante perché le “analisi” – se così si possono chiamare – sull’argomento non costituiscono il tema centrale dell’articolo, ma servono al giornalista per esemplificare tutt’altro, e cioè l’ineluttabilità del passaggio dai pagamenti in contanti a quelli digitali. La tesi è che chi difende i contanti ricorda i “puristi” che si oppongono agli anglicismi, una posizione meritoria ma destinata a perdere, perché il “destino dell’italiano” è segnato come quello della moneta.

Lo spessore dell’articolo evoca quello dei temini di un liceale, e non varrebbe nemmeno la pena di replicare se non fosse stato pubblicato su un autorevole giornale e se non fosse l’emblema di una mentalità distorta da combattere proprio perché diffusa.

Il problema degli anglicismi è ridotto a una questione di “purismo”, e gli esempi riportati di condanna da parte di “meritorie istituzioni a tutela della lingua di Dante” sono che “non si dice team, si dice squadra; non si dice meeting, si dice riunione; non si dice spoilerare, si dice svelare il finale.” Mattia Feltri sembra vivere in un’altra epoca o in un altro mondo. Viene da chiedersi quali siano le “meritorie istituzioni” a cui si riferisce, declinate al plurale. La Crusca? Perché non ne vedo altre, visto che le istituzioni sono in prima linea nella diffusione degli anglicismi, dalla nostra classe politica al Ministero dell’istruzione. Chissà se il giornalista ha mai letto uno dei ventuno comunicati del “gruppo Incipit” della Crusca (21 a fronte di circa 4.000 anglicismi annoverati nei dizionari), volti ad arginare gli anglicismi incipienti e istituzionali (come da programma che si evince dal nome scelto) e non certo a condannare parole ottocentesche come meeting, né tantomeno voci come spoilerare. Le “meritorie istituzioni” che vivono solo nella testa di Feltri fanno parte di una “Crusca immaginaria” e di un “purismo” che esisteva trecento anni fa, o forse negli elenchi dei sostitutivi ai forestierismi stilati dalla Reale Accademia Italiana in epoca fascista. Altrettanto avulsa dalla realtà è l’immagine stereotipata di un’interferenza dell’inglese ridotta a qualche anglicismo ormai acclimatato o marginale (spoilerare oltretutto si può considerare un adattamento che non viola il nostro sistema ortografico e morfologico). Ma davanti all’attuale tsunami anglicus che travolge ogni lingua del mondo, quello che colpisce è la superficialità della visione della lingua sottostante a queste speculazioni. Nella stucchevole concezione distorta dell’italiano, la lingua sarebbe un fenomeno “democratico” che si impone “dal basso a dispetto dei sacerdoti dall’alto, come il volgare si impose sul latino.” Una ricostruzione storica che non sta né in cielo né in terra, visto che la nascita dell’italiano unitario è una conquista del Novecento, e per secoli la gente ha parlato nei propri volgari (al plurale) regionali, mentre il “volgare del sì” è stato una lingua letteraria e artificiale che viveva solo nelle pagine dei libri e che è stato normato soprattutto proprio dal purismo. E, successivamente, l’unificazione dell’italiano è stata una conquista orientata dai programmi scolastici, dall’uso istituzionale-amministrativo, dai giornali, dai mezzi di informazione e di intrattenimento dell’epoca del sonoro… i centri di irradiazione della lingua che oggi invece diffondono e impongono l’itanglese.
Il prezzo che abbiamo pagato per l’affermazione dell’italiano unitario – orientato dall’alto – è stato l’abbandono dei dialetti che in qualche caso sono addirittura scomparsi.

Non se ne può più di questo patetico mito della lingua come processo che nascerebbe dal basso, come se per imparare e padroneggiare l’italiano non fosse necessario andare a scuola. Quanto agli anglicismi, il problema è che non sono affatto un fenomeno che arriva dal basso, l’itanglese è in gran parte il frutto delle scelte linguistiche dei giornalisti – i nuovi sacerdoti dall’alto – che hanno abbandonato le regole virtuose della comunicazione trasparente per riempire i giornali di espressioni come lockdown, green pass, gaslighting, price cap e una neolingua che si impone alla gente in nome di una strategia compulsiva per cui ogni cosa si riscrive in inglese, in un abbandono dell’italiano che non solo non si sa rinnovare creando i propri neologismi, ma finisce per dismettere le nostre parole storiche anche quando ci sono perché il passaggio all’itanglese risulta maggiormente connotativo.

Parole come smartphone e streaming non sono un processo che arriva dalla lingua dei “nostri figli”, arriva dal linguaggio (dall’alto) dettato dall’espansione delle multinazionali d’oltreoceano di cui i giornali sono la principale cassa di risonanza; e se il “destino dell’italiano è segnato” e siamo davanti all’ineluttabile anglicizzazione e allo sfaldamento della nostra lingua che ricorda quello del tardo latino medievale, la responsabilità di questo linguicidio è da attribuire a quelli che ragionano come Feltri. È soprattutto la lingua dei giornali che “costringe” i vocabolari a riempirsi di parole inglesi. Ma ciò che getta nello sconforto più di ogni altra cosa è il paragone tra la lingua e il contante.

L’abbandono del denaro contante e dell’italiano sono due cose dalle conseguenze ben diverse, e non comprenderlo è inqualificabile. “La nostra lingua – per citare Annamaria Testa – è un bene comune. È un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica come individui, come cittadini e come Paese. Dovremmo averne cura.”
La tutela dell’italiano non è una battaglia di retroguardia, come troppo spesso si sente dire dagli anglomani dalla mente colonizzata e collaborazionisti dell’inglese. Non ha nemmeno niente a che fare con il purismo, l’anglicizzazione è un fenomeno che sta travolgendo e snaturando il nostro ecosistema linguistico e che ci sta conducendo alla perdita della nostra identità storica per creolizzarci.
Se le balene rischiano l’estinzione, se la dissennata deforestazione frutto delle dissennate politiche energetiche sta portando a un cambiamento climatico sempre più distruttivo, non si può alzare le spalle e trincerarsi davanti all’ineluttabile modernizzazione. Bisogna cambiare visione, bisogna mettere in campo un’altra idea di sviluppo e di modernità che sia più sostenibile. Il globalese è una minaccia per le lingue e le culture locali che vanno tutelate, protette e difese. Ciò ha a che fare con il problema della salvaguardia delle minoranze culturali e del plurilinguismo. Davanti al rischio di estinzione della cartamoneta la questione si può liquidare con un bel “chissenefrega”, ma davanti all’anglicizzazione, un fenomeno globale che impoverisce e uccide la ricchezza e la diversità linguistica del pianeta intero, ci vorrebbero delle riflessioni più serie di quelle di Feltri. Se la nostra intellighenzia è fatta da questi “pensatori” siamo davvero fritti.

L’italiano, i giovani e l’inglese

di Antonio Zoppetti

È da poco uscito uno studio dell’Accademia della Crusca che fa il punto sul linguaggio giovanile del nuovo Millennio ed è ricco di nuovi dati e riflessioni interessanti.

Curato da Annalisa Nesi, ed edito da goWare, L’italiano e i giovani. Come scusa? Non ti followo raccoglie gli interventi di vari specialisti che hanno trattato il tema da diversi punti di vista.

Il libro è uscito in occasione della Ventiduesima settimana della lingua italiana nel mondo che si è svolta dal 17 al 23 ottobre, ma che non si è esaurita in questo lasso di tempo e in Germania – dove i corsi universitari non erano ancora partiti – è stata posticipata. Perciò, nella coda lunga della manifestazione, segnalo che martedì 15 novembre terrò una conferenza sullo stesso argomento presso l’Università di Heidelberg intitolata “L’italiano i giovani e l’inglese“.

È aperta a tutti e si potrà seguire via Zoom dalle 18 alle 20 a questo indirizzo: https://heiconf.uni-heidelberg.de/t76z-6ev6-2gr3-x7cz.

Per chi è interessato, ho recensito il libro della Crusca sul portale Italofonia.info, mentre sul canale del linguista Mario Mancini di goWare ho aggiunto le mie considerazioni sul fatto che l’anglicizzazione emerge come uno dei dati più significativi che contraddistingue il nuovo linguaggio giovanile; ma ciò non deve stupire, e bisognerebbe leggerlo alla luce di una ben più ampia anglicizzazione che riguarda la lingua italiana nella sua complessità.

La stagnazione del gergo giovanile che attinge quasi solo dall’inglese

Il linguaggio giovanile è da sempre caratterizzato dal suo essere passeggero. Le nuove generazioni creano un loro gergo che si rinnova continuamente e si distacca da quello delle generazioni precedenti, per cui se negli anni Sessanta per indicare e connotare negativamente chi era “anziano” si usava “matusa”, oggi si usa l’anglicismo “boomer”. Inoltre, una volta adulti, i giovani tendono ad abbandonare le parole che usavano da ragazzi, e vocaboli come “sfitinzia” che nel gergo dei paninari degli anni Ottanta indicava la “ragazza”, tendono a scomparire, perché vengono dismessi dai parlanti che li sfoggiavano. Tuttavia, anche se la gran parte del lessico giovanile finisce con lo svanire, alcune parole sopravvivono e possono entrare nella lingua italiana, magari perché sono riprese e accettate dai giornali, oppure perché vengono ereditate e riproposte anche dalle generazioni successive. Il meccanismo e le percentuali di attecchimento non sono poi diversi da quelli che regolano l’affermarsi dei neologismi, di cui solo una piccola parte è destinata a raggiungere una sua stabilità che sopravvive nel tempo.

Nel caso del linguaggio dei giovani le nuove parole generazionali sono sempre state marcate da una certa creatività nelle coniazioni, e gli elementi di partenza erano soprattutto legati al territorio. Quando la leva era obbligatoria, per esempio, dal linguaggio della “naia” che coinvolgeva la popolazione maschile si importavano espressioni come “burba” o “spina”, che designavano il neofita e il suo essere un novellino spesso connotato come imbranato (una “matricola” nel gergo universitario). Oggi lo stesso concetto è mutuato dall’ambiente virtuale dei videogiochi attraverso espressioni come newbie (probabilmente da “new boy”) che viene poi anche adattato e variato in tanti modi come niubbo, nabbo, nabbone e via dicendo. E a proposito di varianti, va detto che molte parole giovanili del passato erano voci regionali e dialettali, e lo stesso gergo dei giovani era legato alla territorialità e si differenziava di regione in regione.

Oggi lo scenario è cambiato radicalmente. Nel passaggio dalla socialità, che contraddistingueva i movimenti studenteschi e giovanili di una volta, all’epoca dei “social”, l’ambiente di cui i ragazzi del Duemila si nutrono è quello virtuale. La Rete, le piattaforme sociali, i videogiochi, le serie televisive, i film, i video musicali, i prodotti d’oltreoceano tecnologici e di consumo… sono i nuovi punti di riferimento che formano e accomunano i giovani. Questi sono i nuovi “centri di irradiazione della lingua” avrebbe forse detto Pasolini. E poiché questa globalizzazione si esprime soprattutto in inglese e coincide sempre più con l’americanizzazione del mondo, ecco che l’odierno linguaggio giovanile segna un periodo di “stagnazione” in cui la creatività lessicale si è interrotta – come osservano Michele Cortelazzo e Luca Bellone – perché più che altro si importa dall’inglese. E per lo stesso motivo anche le componenti regionali e dialettali vengono meno, per cui il linguaggio dei giovani “ha perso gran parte della varietà (sociale e geografica) che lo caratterizzava per imboccare vie più standardizzate e basate su modelli trasmessi attraverso i social network” (Cortelazzo), mentre si registra una “sensibile riduzione del processo di neoconiazione di parole ed espressioni del cosiddetto «strato gergale ‘innovante’ ed effimero»” (Bellone).

Anche se mancano dei confronti statistici sul numero degli anglicismi presenti nel linguaggio giovanile del passato (da sempre influenzato dalle suggestioni musicali, cinematografiche, letterarie e commerciali d’oltreoceano), è evidente che oggi l’inglese è diventato il punto di riferimento principale che ha cannibalizzato ogni altro aspetto. Tra le 9 parole esemplificate da Cortelazzo ci sono anglicismi crudi come cringe, crush, millennial, pov, trend, scorciamenti come bando (cioè casa abbandonata da abandoned house) e ibridazioni come droppare, floppare e stitchare.

E l’italiano dov’é? Viene da chiedersi.

Kevin De Vecchis ha analizzato un corpus di 398 occorrenze apparse su Twitter nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2021 e il 1° aprile 2022. Su 122 forme italiane “alcune delle quali calcate sul modello inglese (come vibrazioni positive, dall’inglese good vibes)” registra ben “74 prestiti integrali, non adattati, dall’inglese”. Questi anglicismi crudi rappresentano dunque più della metà delle voci, e se si aggiungono anche i calchi e le parole ibride e italianizzate, la presenza dell’inglese rivela tutto il suo ingombro. Se poi si analizzano le cose più nel dettaglio, ci sono ben 18 forme verbali ibride (come “blessare” o “lovvare”) e 3 aggettivi (“basato”, “ghostato”, “scriptato”), oltre ad addirittura 13 espressioni fisse che introducono “pezzi” di inglese più complessi di un singolo vocabolo, e sembrano più una testimonianza di enunciazioni mistilingue che si fanno strada nell’italiano, per esempio “frasi semplici (fight me), complesse (per es. prove me I’m wrong), esclamative (what a time to be alive) o anche sintagmi verbali come per es. is over ‘è finito’, che viene unito a diversi soggetti.” A queste si possono aggiungere locuzioni avverbiali come “too much o l’alfanumerico 2l8 ossia too late, visto che la pronuncia inglese di 2 è simile a too e quella di 8 a ate in late”, e circolano persino delle forme verbali come “fly down” e “to blow up”.

La stagnazione dell’italiano

Se gli interventi degli studiosi della Crusca prendono atto dell’anglicizzazione del linguaggio giovanile, questo fenomeno non è affatto confinabile in questo ambito, e anche se nella pubblicazione non viene detto bisognerebbe registrare che gli stessi meccanismi e la stessa stagnazione coinvolgono più in generale l’intera lingua italiana. Dalle marche dei dizionari come lo Zingarelli e il Devoto Oli risulta che più della metà dei neologismi del Duemila è in inglese crudo, o proviene dall’inglese. Gli adattamenti sono pochissimi e spiccano invece le parole ibride, per cui se i giovani ricorrono a verbi come followare e friendzonare, gli adulti non si fanno problemi a bypassare l’italiano o screenare il suo lessico con altrettanta naturalezza. Se il 98% dei ragazzi trascorre “almeno 5 ore al giorno all’interno degli spazi offerti dai social network” come WhatsApp, Instagram, TikTok o YouTube (Bellone), i loro genitori e professori non sono fuori da queste dinamiche e i giornalisti, gli imprenditori, la nostra intera classe dirigente ha come punto di riferimento soprattutto ciò che viene d’oltreoceano, e le conseguenza linguistiche sono solo la spia di questo cambio di paradigma che non è solo generazionale, ma sociale.

È curioso che l’onorevole Rampelli, indignato davanti ad anglicismi come “dispenser”, si ribelli all’inglese proponendo di usare “dispensatore”. E non perché questa parola non si possa usare in questo nuovo significato perfettamente lecito e comprensibile rispetto a “colui che dispensa”, ma perché le alternative “erogatore” e “dosatore” che esistono da sempre non vengono più in mente davanti all’avanzare dell’inglese che produce “prestiti sterminatori” che fanno regredire e talvolta scomparire le espressioni italiane. È avvilente anche che un certo giornalismo e una certa politica, davanti a queste prese di posizione, non sappia far altro che riproporre in modo strumentale la solita tiritera del fascismo. Questo approccio alla questione è davvero miope perché, di fronte all’attuale “tsunami anglicus”, chi difende e promuove l’italiano dovrebbe evocare al contrario chi fa la Resistenza. E invece di interpretare l’italianizzazione – anche creativa o basata su adattamenti e allargamenti di significato – come una posizione nostalgica, si dovrebbe spostare il punto di riferimento dal ventennio a ciò che oggi si fa in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e nei Paesi democratici e civili che considerano normale e auspicabile proteggere il proprio patrimonio linguistico davanti al globalese che entra in conflitto con le lingue locali, pone problemi di trasparenza, crea barriere di comprensibilità e fratture sociali che discriminano alcuni parlanti, e soprattutto snatura gli idiomi locali fino a metterne a rischio la sopravvivenza.

Anche i giornalisti e i politici, in altre parole, come i giovani, attraverso il ricorso agli anglicismi si identificano, si distinguono socio-linguisticamente, e marcano il loro ambito di appartenenza. Anche loro guardano all’anglosfera come al punto di riferimento principale su cui si formano. Se il dizionario inglese Collins introduce come parola dell’anno “permacrisis” ecco che immediatamente dopo tutta la stampa italiana dedica un pezzo alla nuova parola come se fosse una “nostra” parola. Perché l’anglosfera non è solo il punto di riferimento dei giovani ma dell’intera nostra classe dirigente.

La buona notizia è che “permacrisis” è stata adattata in “permacrisi”, come ho spiegato alla redazione di Oggi che mi ha intervistato in proposito. Ma purtroppo questi esempi di evoluzione linguistica “sana”, sono sempre meno. E davanti agli anglicismi crudi usati snobisticamente per elevarsi bisognerebbe adattare invece che adottare e creare più neologismi per non finire fagocitati dall’itanglese. Dinnanzi agli anglicismi e ai nuovi concetti che ci mancano ci vorrebbero più adattamenti, più risemantizzazioni come “dispensatore” (quando non abbiamo già le nostre parole) e più neologismi creativi, per uscire dalla stagnazione della nostra lingua che anglicismo dopo anglicismo sta soffocando e sembra un albero morto che rimane in piedi ma riesce sempre meno a germogliare a partire dalle proprie radici. Perché i nuovi germogli sono il risultato di trapianti linguistici geneticamente modificati e tutto ciò non ha più a che fare con il purismo o il fascismo, ma con l’ecologia linguistica: l’italiano è un ecosistema schiacciato dal globalese, e se non lo si protegge e promuove non può che fare una brutta fine. Non fare nulla non significa essere “liberali”, significa essere complici della sua regressione e assistere alla sua sopraffazione.

Colonialismo linguistico, collaborazionisti e colonizzati: handle, reverse shopping e underdog

[di Antonio Zoppetti]

Davanti allo tsunami anglicus che travolge la lingua italiana ricorre sempre la stessa domanda. Perché?
Perché continuiamo ad accumulare parole ed espressioni in inglese e stiamo abbandonando l’italiano?
Perché gli anglicismi sono preferiti, evocano qualcosa di più dei corrispondenti italiani e sono diventati un tratto socio-distintivo con cui chi appartiene agli strati sociali alti si eleva e si identifica?

Il fenomeno non trova una spiegazione nell’ambito della linguistica, ma in quello sociale. Per comprenderlo basta analizzare tre anglicismi che sono spuntati nelle ultime settimane: handle, reverse shopping e underodog.

Gli handle e il colonialismo linguistico

Il primo esempio risale alla settimana scorsa, quando Youtube ha inondato le caselle postali di tutti con un messaggio il cui oggetto recita: “Ti presentiamo gli handle di YouTube”.
Che cosa cavolo sono gli handle? Qual è la novità?

La tecnica di questa comunicazione è volutamente cialtrona, e punta non alla chiarezza, ma a diffondere la terminologia in inglese senza definirla – la definizione rivelerebbe il trucco e il nulla – in modo che il destinatario si faccia da solo l’idea di che cosa possa essere questa nuova parola, in modo intuitivo. Così arriva a comprendere in modo confuso un concetto, ma non ha la parola per definirlo se non nell’inglese imposto dall’alto. A dare il nome delle cose non sono più i nativi italiani, ma le multinazionali d’oltreoceano.

La tecnica si basa sugli stessi schemi comunicativi che prevedono la ripetizione ossessiva della parola handle come fosse un nome proprio necessario e insostituibile associato a una serie di frasi esperienziali fumose di cui non si deve spiegare il significato. Ecco il testo con cui Youtube si rivolge ai colonizzati:

“Ti scriviamo per comunicarti che nelle prossime settimane YouTube introdurrà gli handle, per permettere ai membri della community di trovare altri utenti ed entrare in contatto con loro più facilmente. Il tuo handle è univoco per il tuo canale e viene utilizzato per menzionarti nei commenti, nei post della scheda Community e non solo. Ecco ciò che devi sapere: Nel corso delle prossime settimane, implementeremo gradualmente la possibilità di scegliere un handle per tutti i canali. Riceverai un’altra email e una notifica in YouTube Studio quando potrai scegliere il tuo. Nella maggior parte dei casi, se hai già un URL personalizzato per il tuo canale, te lo assegneremo come handle. Se desideri un handle diverso da quello assegnato, potrai cambiarlo. Se al momento non hai un URL personalizzato, potrai comunque scegliere un handle per il tuo canale. A partire dal 14 novembre 2022, se non avrai ancora selezionato un handle per il tuo canale, YouTube te ne assegnerà automaticamente uno. Potrai cambiare l’handle assegnato in YouTube Studio, se lo desideri. Nel frattempo, scopri di più sugli handle e sul loro utilizzo: Cos’è un handle di YouTube? Un handle di YouTube è un nuovo modo con cui gli spettatori possono trovare il tuo canale e interagire con te. A differenza dei nomi dei canali, gli handle sono unici per ogni creator, così sarà più facile stabilire una presenza distinta su YouTube. Handle e URL del canale. Il tuo nuovo handle sarà incluso nell’URL del canale. Nella maggior parte dei casi, l’URL personalizzato diventerà il tuo handle. Puoi utilizzare il tuo handle per indirizzare gli utenti al tuo canale, anche quando non sono su YouTube. Ad esempio, se il tuo handle è @user123, l’URL del tuo canale sarà youtube.com/@user123.”

La parola handle è ripetuta 17 volte per educare al suo utilizzo, e solo alla fine si capisce che non si tratta altro che di un nome, solo che invece di spiegarlo e definirlo si rigira la frittata per fare passare un concetto semplicissimo con un “un nuovo modo con cui gli spettatori possono trovare il tuo canale”.

In inglese handle vuol dire tante cose, non è un tecnicismo specifico o intraducibile come Youtube vuole farci credere, è una parola generica che significa maniglia, e può essere usata in molti contesti per esempio con il significato più generico di appiglio, mentre nel linguaggio della rete si riferisce a un nome che è contemporaneamente un identificativo (in itanglese un user name) e un indirizzo (URL).

In questo tipo di comunicazioni di stampo colonialista in gioco c’è “il nome della cosa” per cui le multinazionali statunitensi si battono. Esportare la loro lingua insieme ai loro prodotti è un tutt’uno funzionale ai loro interessi. E così se un tempo c’era il Monopoli ora c’è il Monopoly, l’Uomo ragno è diventato Spiderman e Guerre stellari Star Wars, ma dietro la strategia dei marchi registrati che non devono essere tradotti nelle lingue locali – è lo stesso disegno per cui i titoli dei film hollywoodiani si esportano nella lingua originale – c’è la prosecuzione delle logiche coloniali che ormai saltano la fase degli eserciti e delle conquiste militari per muoversi direttamente alla conquista culturale. È la strategia che Winston Churchill spiegava in modo lucido nel 1943: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” (Discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre).
La strategia che importanti funzionari del governo statunitense esplicitano di voler perseguire senza troppi giri di parole:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, ex funzionario dell’amministrazione Clinton, in “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Naturalmente la possibilità di colonizzare linguisticamente un Paese dipende anche dal suo grado di resistenza. L’Italia è una sorta di colonia culturale – ma a sua volta anche politica, dalle basi Nato e la politica estera dettata dagli Usa alle ingerenze storiche nella politica interna – che si controlla come si vuole. Ma in Paesi dalla ben diversa autonomia come la Francia o la Spagna, dove esiste una cultura terminologica che non accetta queste imposizioni, Youtube si rivolge con le parole autoctone, e la stessa comunicazione non introduce gli handle, bensì rispettivamente gli identificatori (Présentation des identifiants) e i nomi utente (Resumen de los nombres de usuario). È lo stesso fenomeno per cui Airbnb offre agli italiani di diventare host e non locatori, mentre ai francesi o agli spagnoli il programma si rivolge con le parole hôte e anfitrión e di esempi del genere se ne possono fare centinaia. In questo modo l’italiano si creolizza attraverso una lingua fatta di creator e non di creatori, di community e non di comunità e via dicendo.
Che fine fa il concetto di “prestito” utilizzato dai linguisti, in questi casi? Nessun “prestito”: non siamo noi a prendere in prestito una parola (che non ci manca affatto), è una multinazionale statunitense a imporcela, e noi servi e succubi, invece di ribellarci la accettiamo e ne andiamo fieri. Questo clima culturale tipicamente italiano in cui le multinazionali sguazzano e fanno quel che vogliono, ammaestrandoci con la loro terminologia, si basa su una rete di collaborazionisti (per riprendere le parole di Michel Serres) e di colonizzati, come si può comprendere attraverso i prossimi esempi.

Il reverse shopping e i collaborazionisti dell’inglese

Qualche giorno fa è apparsa una notizia curiosa ripresa da tutti i giornali con le stesse parole: in Belgio Decathlon ha capovolto la sua insegna per dare vita a un esperimento di permuta – come si potrebbe dire in italiano – che prevede che i clienti possano vendere al colosso francese gli indumenti usati. E come titolano i giornali? Con la geniale rivoluzione del “reverse shopping” spacciato come una novità (esattamente come gli handle) per il semplice fatto di usare un nome in inglese. Ma se si va sulla pagina di Decathlon nella versione belga-francese l’espressione “reverse shoppping” non esiste, lo stesso concetto è espresso in francese, e al massimo si può trovare l’espressione secondaria (e non la nuova categoria da sbattere nei titoloni dei giornali) di shopping à l’envers, in altri casi anche detta shopping eneversé. Visto che shopping in francese è radicato e in uso dalla metà dell’Ottocento l’anglicismo è usato ma affiancato da un’espressione in francese (lo shopping al contrario) e non con un “prestito sintattico” totalmente in inglese con inversione della naturale collocazione delle parole. Anche sui giornali spagnoli la notizia è data in spagnolo, e invece di reverse shopping si parla di strategie per dare nuova vita all’usato, di capi di seconda mano e di riciclo ecosostenibile.


Dunque sono solo i giornali italiani che ricorrono all’inglese per esprimere un concetto nato in Belgio con un’altra espressione, che però viene riportata immotivatamente in inglese, attraverso una pessima informazione che fa credere che il reverse shopping sia un internazionalismo e che si chiami ovunque così.
Dov’è il prestito? Ancora una volta non c’è. Il prestito è preso dall’inglese e sovrapposto a un’espressione francese diversa, e a un abbandono dell’italiano sistematico. È lo stesso meccanismo per cui Ursula von der Leyen parla di covid certifacate e i giornali italiani traducono con “green pass, perché ancora una volta gli esempi degli anglicismi e pseudoanglcismi diffusi dai collaborazionisti dell’inglese sono sterminati.
Il colonialismo – anche quello linguistico – ha infatti bisogno dei collaborazionisti interni che agevolano il disegno di esportazione. La storia del colonialismo segue sempre gli stessi schemi: conquistare i centri nevralgici come le università, i giornali, gli strati sociali alti, le città, per poi procedere all’espansione anche nelle fasce sociali più basse e nelle campagne.
I collaborazionisti sono coloro che diffondono la lingua dei conquistatori dall’interno, sono gli zelanti portatori della nuova cultura che giustificano e utilizzano, fanno a gara a chi usa più anglicismi, si vergognano dell’italiano che spesso ignorano e riscrivono attraverso la lingua e i concetti d’oltreoceano. In questo modo si arriva alla terza fase. La creazione di uno strato sociale di colonizzati sempre più ampio che perde la capacità di pensare in italiano e comincia non solo ad accettare la lingua dei colonizzatori, ma a preferirla.

Gli underdog e i colonizzati

Hanno fatto clamore le dichiarazioni del nuovo presidente del consiglio Giorgia Meloni (uso il maschile generico come piace a lei) che nel parlare alle Camere si è definita un’underdog (uso l’articolo al femminile).
Più precisamente le sue parole sono state: “Sono quello che gli inglesi definirebbero un’underdog” a cui è seguita una risatina e una imbarazzante spiegazione del nuovissimo concetto per il popolino: quello che in italiano si potrebbe definire “sfavorito”.


Cosa spinge un presidente del consiglio – firmataria di una legge per la tutela dell’italiano davanti all’abuso dell’inglese e per inserire in Costituzione che l’italiano è la nostra lingua – a pensare in inglese e poi a dover spiegare che underdog vuol dire sfavorito? Se invece di ricorrere a “quello che gli inglesi chiamerebbero” avesse usato l’espressione che utilizzano i francesi, gli spagnoli o i turchi… forse l’assurdità sarebbe più evidente. Ma dietro questo lapsus linguistico che esprime le cose in inglese invece che in italiano c’è tutta la mentalità dei colonizzati, che invece di pensare in italiano lo abbandonano e pensano nella lingua superiore. Quello che fino a poco tempo fa si sarebbe chiamato un outsider oggi è underdog ripreso dai collaborazionisti (i giornali), ma ad accomunare le due diverse scelte linguistiche c’è solo l’abbandono dell’italiano in favore dell’inglese.
Questo è l’atteggiamento dei colonizzati, che è il risultato della lingua dei collaborazionisti che a loro volta remano per agevolare il nuovo colonialismo linguistico e culturale della globalizzazione e dell’era di Internet. Ognuno fa la sua parte nell’anglicizzare la nostra lingua, e il cerchio si chiude.

PS

Intanto, mentre in Italia i collaborazionisti e i colonizzati diffondono l’inglese, nelle ex colonnie britanniche hanno capito il problema, stando a un articolo uscito su Internazionale di questa settiamana (un grazie a Elisabetta che me l’ha rigirato).

Alienazione culturale e revisionismo linguistico: l’obituary e il necrologio dell’italiano

di Antonio Zoppetti

Parigi, 1947.
Christian Dior presenta la sua prima collezione dallo stile nuovo e affascinante fatto di bustini, vite strette e figure allungate. Un’importante giornalista americana gli si avvicina e lo elogia: “I suoi abiti hanno un tale new look…”. Un corrispondente della Reuters è colpito da quelle parole che ha origliato e le trascrive immediatamente su un pezzo di carta in cui abbozza un pezzo. Poi appallottola il foglio e lo lancia dalla finestra. Sotto c’è appostato il suo gancio che lo raccoglie e lo detta subito all’agenzia. E così la notizia esce prima negli Stati Uniti che in Francia, dove i giornali sono in sciopero. La rivoluzione del new look ha inizio, nel mondo della moda ma anche nella lingua; questa espressione nuova ed esotica per uno stile nuovo attecchisce immediatamente, per entrare nella lingua dei giornali e poi dei vocabolari.

La moltiplicazione di look e di new

Le espressioni importate dall’inglese sono sempre di più, non sono poche manciate di parole isolate come accade con gli altri forestierismi, sono diventate migliaia. E più che “prestiti” sono trapianti che si innestano nel nostro ecosistema linguistico per germogliare e riprodursi mandando in frantumi i suoni e le regole dell’italiano, una lingua che nel mondo è amata in modo straordinario ma che in patria è svilita e calpestata giorno dopo giorno.
Per due terzi gli anglicismi sono composti da due elementi, che una volta trapiantati si ricombinano con gli altri in una rete sempre più fitta che si allarga nel nostro lessico e prende vita soffocando le nostre parole. E così, dopo un innocente new look di antica importazione, oggi è normale parlare anche semplicemente di look, per indicare l’aspetto di qualcuno, il suo modo di vestire o persino il suo nuovo taglio di capelli. Un abbigliamento coordinato (o se preferite un outfit) si esprime con l’espressione total look, mentre l’effetto nudo di un abito trasparente è il nude look, e un look maker è chi cura o crea l’immagine di qualcun altro.
Quanto alla nuvola di espressioni composte da new si sono moltiplicate in modo ancora più esteso, tante new entry lessicali che nell’era della new economy si sono radicate al punto che oggi le notizie dei giornali (sempre più newsmagazine) sono news e spesso fake news.

Dalla commemorazione all’obituary

Quello che colpisce nell’articolo del Corriere che la scorsa settimana ha commemorato Christian Dior (di cui oggi ricorre la scmparsa) non riguarda però l’uso storico e tutto sommato comprensibile di new look, ma il nuovo anglicismo che si vuole diffondere rappresentato dall’introduzione di una nuova categoria con cui il pezzo è classificato: obituary!

Il new look dell’italiano è legato simbolicamente proprio all’abbandono del suo vecchio suono, sono le due facce della stessa medaglia.

Questo passaggio all’inglese dato per scontato è una novità dal punto di vista lessicale, ma non certo dal punto di vista dei meccanismi che introducono gli anglicismi per abituarci alla loro presenza e dunque a usarli. Obituary non solo non è registrato dai dizionari, ma non è nemmeno (ancora) stato incluso tra i neologismi Treccani e il suo impiego non ha alcuna giustificazione se non quella tipica delle culture coloniali in cui i colonizzati, invece di ribellarsi, cominciano a pensare compiaciuti con i concetti e la lingua della cultura che li domina. È un meccanismo ben conosciuto sin dai tempi dell’antica Roma, quando Tacito lodava Agricola per aver saputo romanizzare i Britanni assoggettati, e indurli a ritenere la lingua e i costumi Romani superiori. Senza questo processo culturale nessuna conquista sarebbe stata duratura. E così i popoli sottomessi chiamavano la romanizzazione “cultura” ma era parte del loro asservimento.
Oggi il nuovo colonialismo culturale e linguistico salta la fase degli eserciti, almeno in Italia, e arriva direttamente attraverso i prodotti di intrattenimento: il cinema, la tv e la Rete; attraverso la pubblicità e l’espansione delle multinazionali; attraverso la conquista dei centri di irradiazione della cultura, le università, la tecno-scienza, i giornali… e attraverso i collaborazionisti dell’inglese che occupano le posizioni strategiche, che si formano sui modelli culturali inglesi e li propagano insieme alla loro lingua.

Cercando nell’archivio del Corriere si vede che fino al 2018 obituary era poco più di un occasionalismo che ricorreva – se ricorreva – una volta o due all’anno. Ma nel 2018 la sua frequenza è improvvisamente salita a 26 volte, ed è rimasta su questi valori anche nel 2019 e nel 2020 (rispettivamente 18 e 24 volte) per raddoppiare nel 2021 (46 volte) e rimanere su questi livelli anche nel 2022 (36 occorrenze a ottobre).
Come mai?

Perché nel 2018 il giornale ha deciso di inserire questa nuova categoria in inglese, in un primo tempo preceduta dalla dicitura “il bello delle persone”, per poi lasciare solo l’anglicismo. È la solita tecnica con cui si introducono gli anglicismi a cui i mezzi di informazione ci vogliono educare: inizialmente sono spiegati, poi si abbandonano le spiegazioni e si lascia solo l’inglese.

Che cosa significa obituary?

Per comprendere questo nuovo atto di vandalismo nei confronti della lingua italiana può essere utile leggere un articolo di gennaio di quest’anno su La Repubblica. È un pezzo di Giacomo Papi intitolato “Quando la fine racconta il senso delle nostre vite” in cui si legge:

Per capire le persone bisogna immaginarle morte. A me capita di farlo con gli amici e le amiche, quando muoiono, ma a volte anche da vivi. (…) L’obituary costringe a mettere a distanza, per fare rivivere qualcuno attraverso i dettagli. I necrologi a pagamento all’opposto – “death notices“, in inglese – sono sempre di circostanza e non mostrano mai niente se non il ruolo sociale, le relazioni e il potere del morto. E infatti nei corsi di scrittura scrivere obituary è utile: raccontare una persona amata a chi non l’ha mai conosciuta obbliga a vedere i particolari rivelatori e a condividerli.

L’articolo celebra gli articoli commemorativi, gli elogi di chi muore, che nei giornali partono di solito da quello che in gergo si chiama “coccodrillo” (se adesso non lo chiamano crocodile), e cioè una biografia di chi è in vita, già impostata e pronta per essere pubblicata con l’aggiunta del luttuoso evento di un’improvvisa dipartita. Altre volte queste rievocazioni nostalgiche, questi amarcord, per usare una voce romagnola resa celebre da un film di Fellini, sono invece legati agli anniversari, come nel caso di Christian Dior.
Dietro l’obituary c’è semplicemente un elogio di chi è scomparso, una commemorazione, un necrologio, un “in ricordo di…” Queste cose esistono da sempre, non sono certo una novità.
Perchè adesso le si vuole esprimere in inglese?

Il revisionismo liguistico (la cancel culture dell’italiano)

I discorsi che gli oratori Greci pronunciavano per celebrare i personaggi importanti scomparsi, o gli eroi caduti per la patria, erano gli epitaffi, che successivamente in epoca romana indicavano anche le lodi scritte sulle lapidi e sui monumenti funebri, quelli celebrati da Foscolo nei Sepolcri, che nell’attuale revisionismo linguistico e culturale si potrebbe forse riscrivere: A egregie cose il forte animo accendono gli obituary e l’urne dei forti…

Oggi la commemorazione, l’epitaffio in senso etimologico e figurato non esistono più, vengono cancellati perché nel cambio di paradigma culturale c’è solo l’inglese. È la cancel culture della nostra lingua.

Il giornalista di Repubblica, come se ignorasse non solo l’italiano, ma un millennio di storia Greca, Romana e italiana, crede che esista solo l’inglese, e si affanna a spiegare la differenza – come dicono gli inglesi – tra obituary e necrologi a pagamento, e tutta la tradizione oratoria classica è spazzata via dal lessico del nuovismo: ciò che nei corsi di scrittura insegnano… quali corsi di scrittura? I nuovi corsi coloniali che partono esclusivamente dai testi in inglese, e che introducono la terminologia e i concetti inglesi, quelli che ormai si chiamano corsi di storytelling nella folle visione in cui sembra esistere solo l’inglese e la cultura d’oltreoceano. Una nuova cultura che sa solo ripetere, invece di saper elaborare e creare autonomamente.
In questa transizione non c’è nemmeno spazio per l’epitaffio della nostra lingua, per la sua commemorazione, per il suo elogio funebre, per il suo memoriale celebrativo. C’è solo l’obituary della lingua di Dante e della classicità che viene eradicata e sostituita da nuove radici trapiantate che vengono diffuse dai giornali che scimmiottano senza adattare ciò che arriva dagli Usa.

Anglicismi come questi non sono un arricchimento, sono l’impoverimento e la distruzione della nostra storia, delle nostre radici. Siamo in presenza dell’alienazione alberto-sordiana – tpically italian – di chi vuole fare l’americano, di chi ignora la nostra lingua e storia e la riscrive in modo servile con la lingua e la logica dei nuovi “conquistatori” perché se ne vergogna, in preda a un complesso di inferiorità che scambia per internazionale, ma è solo la cartina al tornasole del nostro piccolo e patetico provincialismo.

Il price cap e il tetto agli anglicismi

[di Antonio Zoppetti]

Da qualche tempo sui giornali e in tv la nuova parola d’ordine per l’abbandono dell’italiano è “price cap”, come se non si potesse dire “tetto ai prezzi” del gas, come se l’italiano non esistesse, come se il ricorso all’inglese con la sua inversione sintattica avesse qualche senso o aggiungesse qualcosa. Il riferimento al gas è spesso sottinteso, come se “price cap” fosse un tecnicismo che lo include, al contrario degli equivalenti italiani più generici. La presunta “specificità” degli anglicismi che si differenziano dall’italiano si fa strada sempre con le stesse patetiche modalità.

Le attuali frequenze di “price cap”

Se quantifichiamo questo nuovo uso i risultati sono impressionanti. Sul Corriere.it l’espressione ricorreva mediamente 3 volte all’anno, ma nel 2022 la sua frequenza restituisce più di 130 articoli. In agosto le occorrenze erano salite a 13, in settembre sono diventate 47, e nei primi 9 giorni di ottobre se ne contano ben 18 (una media di due articoli al giorno).

Sulle altre testate le cose non son molto diverse.

Internazionalismo o provincialismo?

I giustificazionisti dell’inglese penseranno probabilmente che si tratta di un “internazionalismo” degli economisti che ci arriva da un’Europa che parla inglese, anche se non è affatto la lingua ufficiale della Ue. Ma non è per nulla un internazionalismo, bensì un anglicismo tipico dell’italietta colonizzata. La ricerca di “price cap” su Le Monde, per esempio, restituisce solo 3 articoli in tutto l’archivio del giornale. E sui mezzi di informazione francesi e spagnoli a nessuno o quasi viene in mente di usare l’inglese al posto della propria lingua, con cui i nostri vicini hanno il vezzo di esprimersi.

Il nuovo picco di stereotipia giornalistico sembra destinato ad avere delle conseguenze a lungo termine sulla lingua italiana. Il problema di calmierare i prezzi del gas è appena iniziato e rischia di essere un tormentone che ci accompagnerà per molto tempo, e alla fine, se questa diventa l’unica espressione che i mezzi di informazione diffondono, anche la gente non potrà fare altro che ripeterla solo in inglese.

Come è iniziata

I picchi di stereotipia giornalistici che portano gli anglicismi arrivano a ondate legate a eventi contingenti, e quando non sono più di attualità non è vero che le parole inglesi spariscono, il più delle volte diventano solo meno frequenti, rimangono in un periodo di latenza che spesso si riattiva con un nuovo picco di stereotipia che finisce per radicare le espressioni in modo definitivo. Nel libro Diciamolo in italiano, per esempio, ho analizzato il caso di job o di compound (qui una sintesi) e anche l’attuale “price cap” costituisce un secondo picco di stereotipia, la seconda ondata che sta radicalizzando la parola.

Come si evince dai grafici di Ngram Viewer, la prima volta era arrivata all’inizio degli anni Novanta per salire di frequenza in modo rapido, raggiungere il suo primo picco nel 2003, e poi scendere progressivamente.

Cercando sugli archivi storici dei giornali si può constatare che il tetto ai prezzi espresso in inglese a quei tempi era legato alle liberalizzazioni del mercato telefonico, energetico, delle autostrade o dei treni e alle loro tariffe. E così su La Stampa (22/12/2001, numero 352, pagina 5) si leggeva: “Tremonti blocca i prezzi dei biglietti ferroviari. (…) Poi le Fs hanno dato l’annuncio comunicando che non potranno procedere a rincari sulla base dell’attuale price cap (il sistema che permette l’adeguamento delle tariffe quando si innalzano gli standard di produttività ed efficienza)”.

Tra gli altri articoli dedicati alle bollette dell’acqua c’erano pezzi di questo genere: “La bolletta idrica è destinata a lievitare in futuro. Perché? Colpa del «price cap», cioè di quel meccanismo che nella determinazione delle tariffe tiene conto degli investimenti effettuati dalle aziende del settore per migliorare il servizio.”
E tra quelli sulle tariffe telefoniche: “Telefoni: un tetto ai prezzi. Il price cap concerne le tariffe di Telecom Italia (apparecchi fissi) che sono le uniche tuttora stabilite in via amministrativa. Il nuovo meccanismo avvicina la completa liberalizzazione, perché la tariffa potrà variare da un minimo a un massimo.”

Risolte le vicende delle liberalizzazioni che si sono svolte nell’arco di più di un decennio, anche “price cap” è finito nel dimenticatoio, ma come si vede dal grafico di Google il primo picco di stereotipia ha introdotto l’anglicismo portandolo dalle zero occorrenze a un’alta frequenza, che quando si è abbassata ha lasciato l’espressione inglese circolare nella nostra lingua senza che scomparisse.
La fase uno introduce la parola e crea il precedente. La fase due – che si manifesta anche dopo decenni – di solito la stabilizza nell’uso.

Se i grafici di Ngram Viewer non si fermassero al 2019 oggi vedremmo una nuova impennata di “price cap”, ben più alta della prima. E la differenza più eclatante sta nella sfrontatezza dei giornali. Se a cavallo del nuovo Millennio “price cap” era diventato molto frequente, nessun giornale lo urlava nei titoli, che erano ancora espressi in italiano. Nell’archivio storico de La Stampa l’espressione inglese non compare in nessun titolo, sino ai tempi recenti, ma solo nel corpo delle notizie, dove l’anglicismo era introdotto come un “necessario” tecnicismo degli addetti ai lavori che veniva quasi ogni volta spiegato (come nell’articolo del 1999 in figura).

La radicalizzazione di “price cap”

Nell’attuale secondo picco, al contrario, “price cap” è entrato nei titoli e ha sostituito l’italiano, invece che affiancarlo. In questo modo il suo uso è passato dagli ambiti marginali e di settore al linguaggio comune.

Quando la guerra e la crisi finiranno anche le frequenze si abbasseranno, ma l’espressione rimarrà nella disponibilità e nella lingua di tutti, magari pronta a riattivarsi o a ibridarsi con altri anglicismi e altre contingenze. Se “tetto” diventa “cap”, non mi stupirei vedere nascere futuri obbrobri ibridi che lo utilizzeranno al posto dell’italiano.

Come al solito il problema non è nel “price cap” ma nell’invadenza dell’inglese che attraverso questi meccanismi sta portando migliaia di anglicismi che giorno dopo giorno impoveriscono e uccidono l’italiano. E forse sarebbe ora di mettere un “anglicism cap” alla faccenda, per usare un’espressione più consona a far capire il problema agli anglomani.

Hai voluto la bike? Adesso rider! (Anglicismi ladri di biciclette)

Di Antonio Zoppetti

Era il 1948 quando uscì il celebre film di De Sica Ladri di biciclette, mentre nel 1951 Delia scala e Silvia Pampanini erano le Bellezze in bicicletta (regia dai Carlo Campogalliani) che mostravano le cosce pedalando e diffondevano uno stereotipo che in tempi moderni si sarebbe consolidato nell’accostamento di donne e motori. A dire il vero il film voleva essere anche un richiamo a una ben diversa rivendicazione femminile, quella di Alfonsina Strada che in epoca fascista, nel 1924, fu la prima donna a partecipare al giro d’Italia.

Bicicletta è una parola di alto uso che fa parte del vocabolario di base della lingua italiana, ed è comparsa a fine Ottocento per indicare i più moderni velocipedi, come erano dette in un primo tempo le bici con la ruota anteriore più grande. È un adattamento del francese bicyclette, che fa riferimento al “biciclo”, cioè a un veicolo a due ruote.

Un secolo dopo la bicicletta da città, strumento di lavoro essenziale nel dramma del neorealismo di De Sica, è detta city bike, l’industria delle biciclette è detta bike economy, i ciclofattorini sono rider che garantiscono il delivery, e sui giornali anche i ciclisti sono spesso definiti biker, un’espressione che alla fine del Novecento era entrata dall’inglese per indicare i motociclisti soprattutto di grossa cilindrata che partecipavano ai motoraduni, ma che oggi sta perdendo questa specificità legata ai motori per estendersi al mondo delle due ruote anche a pedali.
Recentemente al “Cuneo bike festival” la città ha partecipato alla “Fancy Women Bike Ride”, evento che riunisce oltre 50.000 donne in bicicletta.
Ma per tornare alla visione della donna oggetto a uso e consumo delle fantasie erotiche maschili degne di un film con Alvaro Vitali, il 16 settembre scorso sul Corriere si leggeva questo titolo: “Seveso, la Notte bianca e il «sexy bike washing»: «Spettacolo indegno, sessista e umiliante»”

Non avevo mai sentito parlare di un sexy bike washing, e leggendo il pezzo ho scoperto che si tratta di uno spettacolino dove “due giovanissime ragazze in shorts inguinali e top striminzito … con pose sexy lavavano le moto mentre una schiera di uomini guardavano divertiti, scattandosi selfie”. Credo si tratti di un’evoluzione del sexy car whashing, dove le donne procaci da film porno lavano le auto con analoghe modalità.

Come ci siamo ridotti così?
Non parlo del ruolo della donna, problema atavico, parlo della lingua italiana, che tra bike, shorts, top, sexy, selfie e washing è ormai un ibrido che meglio risponde al nome di itanglese.

Bike: l’ennesimo anglicismo prolifico e infestante

A parte l’uso di biker nel senso di motociclista che evoca l’immagine di Marlon Brando-Il selvaggio ricalcata da Alberto Sordi-Nando Mericoni, tutto ha avuto inizio degli anni Ottanta con il diffondersi delle mountain bike, che provenivano dalla California, e che oltre a essere un tipo di bicicletta sono diventate anche il nome dello sport che si pratica con questi mezzi.
In Europa il primo produttore di queste biciclette da montagna, come potremmo dire se non fossimo colonizzati e decerebrati, è stata l’azienda italiana Cinelli che nel 1985 ha lanciato il rampichino, parola italiana che storicamente indicava una macchina in grado di inerpicarsi per le salite.

Naturalmente l’anglicismo ha avuto la meglio. I giustificazionisti dell’inglese avranno sfoderato le solite argomentazioni. La mountain bike non è proprio come un rampichino, parola più generica, ha una sua specificità che indica un preciso nuovo oggetto e sport, e forse l’avranno etichettata come prestito di necessità, come se fosse necessario dirlo in inglese al posto di bici da montagna per loro troppo generico. Questi pseudo-ragionamenti si fondano sempre su un meccanismo basato su un atteggiamento che ho chiamato anglopurismo. Davanti a un nuovo oggetto o concetto espresso in inglese, gli anglopuristi negano all’italiano la possibilità di evolversi e di allargare il significato delle proprie parole. Guardano all’italiano storico, e lo cristallizzano nella sua immobilità come i puristi dei tempi passati, con le solite sciocchezze: “Non vedi che rampichino ha un significato più ampio? Non vedi che bicicletta da montagna è generico mentre la mountain bike è questo nuovo modello ben preciso?”
E voi non vedete che l’italiano, per sopravvivere, si deve evolvere come si è sempre evoluto, e nulla impedisce che davanti alle cose nuove le vecchie parole assumano nuovi significati? Davanti a questo argomento di solito l’anglopurista allarga le braccia e replica: “Del resto mountain bike è entrato nell’uso. Non vorrai mica andare contro l’uso?”
Ma l’uso di chi? L’uso dettato dai produttori statunitensi, dall’espansione delle multinazionali che si impongono sul rampichino della Cinelli, l’uso di chi esporta nella propria lingua i nomi delle innovazioni tecnologiche e dei nuovi sport, l’uso dei giornalisti che ci martellano con l’inglese senza alternative fino a che la gente non può fare altro che ripetere mountain bike, lokdown, fake news e green pass.

Mentre davanti all’interferenza dell’inglese la maggior parte dei linguisti cerca di spiegare tutto con l’ingenua e ridicola teoria dei “prestiti”, quello che accade nella realtà è qualcosa di profondamente e strutturalmente diverso. Se mountain bike poteva ancora essere interpretato come un prestito isolato, quello che è accaduto nei successivi trent’anni rivela benissimo che le cose non vanno affatto a questo modo. Prestiti del genere non sono importazioni isolate, si radicano nella nostra lingua e danno vita a una miriade di altri anglicismi che si appoggiano su questi “prestiti”, che prendono vita e si allargano in una rete di parole interconnesse a base inglese che si espande nel nostro lessico.
E infatti dal 1983, l’anno in cui, stando ai dizionari, mountain bike è entrato nell’italiano, la frequenza di bike è centuplicata perché si è accostata a decine e decine di altre parole inglesi che a loro volta si ricombinano con le altre che si innestano.


L’allargamento di bike che esce dalla teoria del prestito

Nel 2008 è arrivato il bike sharing (le bici a nolo: una grande novità concettuale!), proposto con questo nome in ogni città, perché a sua volta si appoggia a espressioni come car sharing, file sharing, video sharing o sharing economy.
Perciò l’industria delle biciclette si dice bike economy (sul modello di new economy, green economy, blue economy…) e sull’Ansa si legge: “Turismo: arriva ‘made in Bike‘, eccellenze viste dalla bici. Un percorso attraverso Nord, Centro e Sud Italia costruito grazie alle testimonianze di aziende del territorio attive nella bike economy”. Negli ultimi quindici anni accanto ai negozi di biciclette si è cominciato a parlare di bike shop e bike store (visto che tutti i negozi si stanno trasformando in inglese, tra showroom e megastore). Le biciclette d’acqua sono dette hydrobike e persino acquabike, che ancora una volta indica sia il mezzo sia un nuovo sport; sui giornali le biciclette “normali”, da città, sono diventate city bike (come le utilitarie sono city car), e quelle da sterrato sono dette gravel bike; dal francese cyclette si è passati all’inglese spin bike, le bici a motore (ennesima non-novità che risale alla fine dell’Otttocento) non sono elettriche, ma e-bike, le bici a mano per disabili sono hand bike, le bici a tre ruote sono cargo bike, mentre un albergo attrezzato per le bici è detto bike friendly, visto che ci sono quelli gay friendly, pet friendly, family friendly, le interfacce amichevoli sono dette user friendly e l’ecologico diventa eco friendly

Il Corriere Romagna spiega che i bike hotels sono nati a Riccione (“Riccione, i 25 anni del Dory, capostipite dei bike hotels”), mentre un posto bici diventa bike room (“Da Hotel a Bike Hotel: come accogliere una bicicletta. L’ideale è creare una Bike Room, un luogo…”)
Andare al lavoro in bicicletta si trasforma nel bike to work (“Torna la giornata nazionale del ‘bike to work’”, GenovaToday) e per la settimana europea della mobilità si parla di “Cargo bike e Parking day”.
Intanto le gare ciclistiche assumono denominazioni anglicizzate, e sui giornali si leggono notizie come queste: “Durante il secondo weekend di settembre a Misano si è svolta la quinta edizione dell’Italian Bike Festival”; “A Italian Bike Festival venerdì, sabato e domenica abbiamo visto biciclette da gravel in tutte le salse”; “Attorno a Morbegno va in scena il Valtellina e-Bike”; “Bike art Capalbio: un percorso che coniuga cultura e ciclismo. Tutto pronto per la prima edizione di ‘Bike art‘”; “Giretto d’Italia – bike to work 2022, al via la XII edizione”.
C’è il “Cuneo Bike Festival”, “l’eco bike park in Valle Stura … ‘Alla scoperta del Bike park Tajarè‘”, il “Bike Pride Bologna 2022”. Le piste ciclabili sono dette bike lane, almeno quelle disegnate sulle strade, senza barriere divisorie. Qualcuno straparla di cycling influencer (Lungomare Bike Hotel, arriva il Lady Weekend: … Partecipa al Lady Bike Weekend del Lungomare Bike Hotel in collaborazione con la cycling influencer, Elena Martinello”), la Gazzetta dello Sport scrive che “Arriva ‘Made in Bike‘: la web-serie per promuovere il turismo… in bicicletta”. Le industrie si denominano in inglese: “Quello di Cingolani Bike è un nome molto conosciuto nel mondo delle due ruote, molto aldilà dei confini regionali marchigiani” e a Spoleto sorge “il Bike Terminal Le mattonelle … Una struttura poliedrica con l’hub per il noleggio delle biciclette”.

E così assistiamo al collasso degli ambiti della lingua italiana, altro che prestiti…
Davanti a tutto ciò i negazionisti che ci spiegano che è tutta un’illusione ottica se ne escono con le loro assurdità onnicomprensive che sono solo alibi ideologizzati non supportati dai fatti.
Per loro gli anglicismi sono soggetti a rapida obsolescenza. Certo, per molte di queste espressioni è così, ma complessivamente l’allargamento dell’inglese è sempre più ampio e poco discutibile. Per loro la lingua dei giornali non corrisponde a come parla la gente che continuerebbe a usare l’italiano. Peccato che i neologismi introdotti nei dizionari si basano proprio sullo spoglio dei giornali, peccato che come la gente parli è un’ipotesi priva di riscontri quantitativi e dimostrabili (dove? chi? in che contesto?). Peccato che trascurare il ruolo dei mezzi di informazione nel fare la lingua è una visione antistorica e miope. Peccato che l’italiano è una lingua letteraria vissuta per secoli solo nei libri e che è stata unificata nel Novecento proprio anche grazie ai giornali e alla televisione, e che prima, di come parlassero gli italiani, cioè ognuno nel proprio dialetto, non importasse nulla a nessuno.

Lo skincare genderless (magari fosse solo una barzelletta…)

di Antonio Zoppetti

Ci sono un italiano, un francese e uno spagnolo che leggono una notizia di fondamentale importanza su una prestigiosissima rivista internazionale: Vogue.
Sì, lo so, a essere pignoli Vogue non è una rivista internazionale, è una pubblicazione statunitense, ma si sa che in Italia ciò che è americano viene spacciato per internazionale; è tradotta in 16 lingue, dunque è internazionale.

Comunque sia, dopo aver letto il titolone, il francese esclama: “On s’en fout” che si può tradurre con “chissenefrega”. Lo spagnolo: “A quien le importa?”. L’italiano invece esclama: “What?”

Per capire il senso di questa barzelletta basta dare uno sguardo all’articolo in questione.

Nella sezione “Beauty” della rivista l’italiano legge: “Adoro quello che Gwyneth ha fatto con Goop: Brad Pitt lancia la sua linea di skincare genderless”. E anche se non ha capito nulla di questa lingua ibrida, per sentirsi moderno si esprime in itanglese, la lingua dell’ok fatta di stereotipi dal suono inglese.

Lo spagnolo e il francese, invece, rispettivamente nelle sezioni “Cosmética” e “Beauté” non trovano “skincare genderless” bensì “cura della pelle senza genere” (fr. “J’adore ce que Gwyneth a fait avec Goop : Brad Pitt dévoile en exclusivité pour Vogue sa ligne de soins de la peau non genrée; sp. “Me encanta lo que Gwyneth ha hecho con Goop: Brad Pitt desvela su línea de cuidado de la piel sin género”).

In pezzi del genere, accanto all’uso degli anglicismi, in gioco c’è un anche altro fattore connesso e da non sottovalutare: l’esportazione dei punti di riferimento culturali statunitensi che attraverso articoli come questi diventano internazionali esattamente come le “star hollywodiane”. Far diventare la cultura e la società americane qualcosa di universale è strategico da tanti punti di vista, da quello politico a quello commerciale.

Per la cronaca: tecnicamente anche la Nivea è un prodotto skincare genderless, che va bene per tutti senza distinzioni di sesso, e forse vendere l’acqua minerale come genderless water potrebbe essere una buona idea per spacciare attraverso l’inglese l’acqua calda per una rivoluzione del politicamente corretto.

Personalmente ho dovuto fare delle ricerche prima di comprendere che “Gwyneth” si rifersice all’ex moglie di Brad Pitt (Gwyneth Paltrow), e che “Goop” è una sua azienda che si occupa di bellezza. Dunque accanto a “skincare genderless” anche queste due ultime parole risultano incomprensibili per chi non si interessa dei risvolti personali degli attori – mi pare che tutto ciò in “italiano” oggi si etichetti come “gossip” – e il risultato di titoli del genere è l’incomprensibilità. Il nuovo giornalismo che ha abbandonato i sani principi della trasparenza e del linguaggio rivolto a tutti punta proprio su questi titoli che spingono a leggere l’articolo per colmare la propria “ignoranza”.

Abbandonando i titoloni ed entrando nel pezzo, l’italiano apprende che Gwyneth “Ha sempre avuto qualcosa della beauty guru, e per lei [Goop] deve essere stata una bella valvola di sfogo”.
Il francese e lo spagnolo non hanno a che fare con l’espressione “beauty guru” (da notare l’uso sempre più normale dell’inversione sintattica) si tratta di una reinvenzione in itanglese tutta italiana che non appartiene nemmeno all’articolo originale in inglese dove la stessa frase recita: “Adoro quello che Gwyneth ha fatto [con Goop]. È ancora una cara amica e ha costruito questo impero” (I love what Gwyneth’s done [with Goop]. She is still a really dear friend, and she has built this empire). Nelle altre lingue la dichiarazione è stata semplicemente tradotta nella propria lingua (fr. “Elle a toujours eu ça en elle en tant que curatrice, et ça a été un formidable exutoire créatif pour elle”; sp. “Siempre ha sido muy buena comisariando y lo ha convertido en una salida creativa estupenda”) senza anglicismi alla “cock of dog”, come si potrebbe forse dire in itanglese “alla cazzo di cane”.

Leggendo e confrontando le diverse localizzazioni del medesimo articolo si vede che è tutto così.
L’apoteosi dell’itanglese si raggiunge nella domanda che il giornalista pone all’attore:

“Si è mai immaginato come un boss della beauty industry?” e la cui risposta è trascritta così: “[Ride] Non sono sicuro di sapere cosa sia un barone della beauty industry…”.
Ancora una volta il “boss della beauty industry” è un’italianata che non esiste né in inglese – nell’articolo originale si legge: “Have you always had a good skincare routine?” / “[Very long pause]. No.” – né nelle altre lingue (fr. “Vous êtes-vous déjà imaginé en tant que baron de la beauté ?”/ [Rire]. je ne suis même pas sûre de savoir ce qu’est un baron de la beauté…”; sp. “¿Alguna vez te imaginaste a ti mismo entre los popes de la belleza?” / “[Risas]. No estoy seguro de que es un pope de la belleza…”).

Si potrebbe continuare questa analisi a lungo e in profondità, ma sarebbe noioso e non ne vale la pena. Chi ha voglia di fare questi confronti può solo constatare che il grado di anglicizzazione dell’italiano, così alta da trasformarlo in itanglese, non ha confronti con quello dello spagnolo e del francese, dove la presenza degli anglicismi è molto contenuta.

C’è però un’ultima cosa da sottolineare. Una notizia come questa, che più che una notizia è una pubblicità a Brad Pitt (solo la settimana scorsa su di lui giravano simili pezzi che riguardavano però il suo debutto come scultore) è stata ripresa dal coro dei giornalisti incapaci di parlare l’italiano con le stesse parole, con il consueto picco di stereotipia alla base dell’affermarsi degli anglicismi.

L’impatto di questo tipo di martellamento mediatico sulla nostra lingua è devastante. I mezzi di informazione un tempo hanno contribuito all’unificazione dell’italiano e oggi sono i principali costruttori dell’itanglese. Il problema come al solito non riguarda singoli anglicismi come skincare, genderless, beauy industry, beauty guru e via dicendo. Ha a che fare con il costante stillicidio della nostra lingua e la sua sostituzione con espressioni dal suono inglese, vere e reinventate, in una panspermia che giorno dopo giorno fa affermare gli anglicismi in ogni settore fino a che non diventano normali, finché non uccidono le alternative italiane e finché la gente non potrà che ripetere solo quelli, come è accaduto con computer al posto di calcolatore, con lockdown, fake news, location, leader, killer, cashback, ticketless, gate, covid hospital, green pass, bike sharing, rider, delivery, pet food, economy
(Ad libitum sfumando)


PS
Grazie a Lucius che mi ha segnalato la notizia

L’italiano non puzza

A ognuno puzza questo barbaro dominio” scriveva Machiavelli nel Principe, auspicando che i Medici potessero liberare il nostro Paese dalle occupazioni straniere e anticipando un tema che sarebbe esploso nel Risorgimento.

Questo motto fu ripreso nel 1933, con un’accezione linguistica, da Paolo Monelli nel libro Barbaro dominio che processava i forestierismi. All’epoca erano pochi, circa 500, ed erano per la maggior parte francesi. Dieci anni dopo, in una seconda edizione ampliata, diventarono 650, ma questa ostilità alimentata dalla politica fascista non nasceva affatto con il fascismo e riprendeva le ben più antiche polemiche dei puristi e di una “questione della lingua” che dal Cinquecento all’Ottocento si è nutrita anche delle invettive contro le parole straniere.

Il purismo teorizzato da Pietro Bembo, che è diventato il punto di riferimento delle prime grammatiche della nostra lingua e del primo vocabolario della Crusca, condannava i barbarismi insieme alle voci dialettali, ai neologismi e alle parole tecniche e meno letterarie, e respingeva il lessico di derivazione straniera più che i pochi “prestiti” non adattati. Alla fine dell’Ottocento in un dizionario dei neologismi di Giuseppe Rigutini venivano rigettate parole come emozione, dal francese émotion, o deragliare, dall’inglese raile, al posto di “uscir dalle rotaie”. Scorrendo opere come queste colpisce il fatto che nell’elenco dei neologismi e dei forestierismi i vocaboli non adattati si contano sulle dita delle mani, il processo alle maleparole riguardava soprattutto le italianizzazioni bollate come illecite per motivi di principio.

Nei dizionari del Duemila la metà dei neologismi è invece in inglese crudo, e l’italiano è sempre meno in grado di evolversi in modo autonomo, in sempre più settori ci mancano le parole italiane per esprimere il nuovo. Gli oltre 4.000 anglicismi registrati che si sono accumulati perlopiù dagli anni Cinquanta superano di gran lunga la somma di tutti gli altri forestierismi di ogni lingua del mondo. Le parole francesi, una lingua che ci ha influenzati per secoli, sono solo un migliaio, gli ispanismi e i germanismi non adattati sono meno di duecento, e per gli altri idiomi tutto si riduce a una manciata di parole o al massimo a poche decine per lingua.

Il problema non sta nei forestierismi, ma nella sproporzione degli anglicismi, e solo quelli: il loro numero impazzito sta snaturando la nostra lingua, la sta facendo regredire e trasformando in itanglese.

Oggi a puzzare è l’italiano. Accecati dal mito americano, plagiati dall’inglese internazionale, dalla lingua delle multinazionali statunitensi che esporta con le sue parole i nuovi oggetti e concetti, siamo inebriati dal profumo dei suoni inglesi che importiamo e sostituiamo ai nostri in modo dissennato, senza renderci conto che stiamo distruggendo, giorno dopo giorno, il nostro patrimonio linguistico così amato in tutto il mondo, e la nostra ecologia linguistica.

Mentre le istituzioni e gli studiosi, in Francia, Spagna, Islanda, Svizzera e in moltissimi altri Paesi sono in prima linea per la tutela del proprio idioma minacciato dallo tsunami anglicus globale, da noi vige l’anarchismo linguistico e la legge del più forte, per cui l’italiano non può che soccombere davanti al globalese. E la politica sembra più attenta a tutelare l’inglese che non la nostra lingua madre.

Il nostro ecosistema linguistico è schiacciato da uno squilibrio che va invece regolamentato. Il nostro patrimonio linguistico e la nostra identità linguistica vanno promossi e tutelati. Lo ripeto da un lustro dalle pagine di questo sito che ha appena compiuto 5 anni di vita. E passando dai lamenti all’azione, in questi anni, tra le tante iniziative, ho dato vita al più ampio repertorio di alternative agli anglicismi in Italia, ho lanciato una petizione a Mattarella sottoscritta da più di 4.000 persone, e ho presentato una petizione di legge alla Camera e al Senato sostenuta da oltre 2.000 cittadini.

Grazie al portale Italofonia.info e alla comunità degli Attivisti dell’italiano, in vista delle elezioni del 25 settembre, stiamo scrivendo ai parlamentari chiedendo loro, come elettori, di prendere in considerazione la nostra petizione di legge e di discuterla in Parlamento nel prossimo esecutivo.

Invito tutti coloro che hanno a cuore l’italiano a unirsi a noi e a fare sentire la propria voce. Lo si può fare in pochi minuti utilizzando questo modulo.

Un grazie di cuore alle oltre 350 persone che hanno già inviato la propria lettera e ai 2.100 elettori che hanno sottoscritto la petizione di legge. Queste firme saranno inviate in Parlamento non appena si insedierà il nuovo governo.

La favola dei prestiti linguistici: un concetto da buttar via

Tappolet! Chi era costui?
Pochi in Italia conoscono e citano questo studioso di cui non esiste nemmeno una voce sulla Wikipedia (tranne nella versione in tedesco), eppure tutti ripetono, spesso a vanvera, e danno per scontata una sua riflessione.

Enrst Tappolet (1870-1939) era uno studioso svizzero che tra le altre cose si occupò delle motivazioni culturali che portavano ad utilizzare certe parole tedesche nelle aree dove si parlavano i dialetti francofoni. E in un libro del 1914 (Die alemannischen Lehnwörter in den Mundarten der französischen Schweiz) fece una distinzione tutta teorica per distinguere i prestiti di cui esiste già un corrispondente, che interpretava dunque come scelte “di lusso” (Luxuslehnwort) da quelli che portano qualcosa di nuovo di cui non c’è già un corrispondente, e che venivano perciò considerati una “necessità” (Bedürfnislehnwort).

Questa distinzione era destinata a conoscere un’inesplicabile fortuna, in Italia, dove i linguisti l’hanno ripetuta facendola diventare un dogma e un postulato dalla validità universale, dimenticando l’autore, il contesto storico in cui si inseriva, e trascurando ogni atteggiamento critico sul senso della sua suddivisione. Ma prima di entrare nel merito di questa classificazione delle parole straniere, è utile domandarsi perché vengono definite impropriamente “prestiti”.
Negli anni Ottanta Gian Luigi Beccaria scriveva: “Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non è obbligata a restituirlo” (Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241).

L’origine del concetto di prestito linguistico

L’origine della metafora del prestito, un tempo chiamato anche imprestito (ma alcuni puristi di fine Ottocento condannavano queste espressioni in favore di presto o impresto) è datata, e ha a che fare con l’imitazione degli elementi culturali e dei costumi altrui che vengono assimilati. Carducci, per esempio, si scagliava contro il “paletot” (più tardi italianizzato in paltò), un soprabito che i sarti parigini avevano “tolto a prestito dai marinai della Bretagna” e che avevano “trovato il mezzo di far pagare (…) infinitamente più caro delle stoffe più fine”. Prima di lui anche Anton Maria Salvini (1653-1729) aveva parlato di “prestito” a proposito delle maniere “prese in prestito o da altri dialetti d’Italia o dalle altre due lingue sorelle, francese e spagnuola.”
Con il tempo la metafora è stata usata sempre più spesso anche per descrivere il ricorso a parole straniere, a lungo chiamate barbarismi, e uno dei primi scritti tecnici che ricorreva a questa formula risale all’epoca del fascismo: “Sull’imprestito linguistico” di Vittore Pisani (Ulrico Hoepli. Milano 1939). Ma la fortuna dell’espressione “prestito linguistico” è cominciata dopo il fascismo, negli anni ’50, ed è esplosa tra gli anni ’70 e gli anni ’90.

La similitudine del prestito si trova anche fuori dalla lingua italiana, nello spagnolo préstamo lingüístico, nel francese emprunt linguistique, nell’inglese loanword e anche nel tedesco, per tornare a Tappolet.

Ernst Tappolet e i prestiti di lusso e di necessità

La distinzione tra prestiti di lusso e di necessità è una semplicistica e arbitraria suddivisione come se ne possono fare tante altre, un po’ come dire che le donne si possono distinguere in due insiemi: le bionde e le brune, tralasciando le differenze tra castane e corvine, escludendo le rosse, le brizzolate, quelle dai capelli bianchi, quelle calve, e rendendo problematica l’attribuzione a uno dei due insiemi nei casi di chi si tinge o usa una parrucca (ogni riferimento ai peggiori stereotipi sulla visione della donna è voluto).

Il punto è che questo tipo di distinzioni sono legittime e possono avere anche la loro utilità, se contestualizzate, ma se diventano delle regole universali e delle categorie a cui si attribuisce una portata reale che esce dai distinguo concettuali non possono che produrre pseudoragionamenti.
Basta un minimo di buon senso per comprendere i limiti e le problematicità di simili definizioni. Come aveva scritto negli anni ’70 Paolo Zolli, il concetto di “necessità” non ha alcun fondamento né logico né storico. Davanti a una parola che non c’è, non è affatto “necessario” importarla da un’altra lingua così com’è (da filosofo sono abituato a dare a questa parola il suo significato di ciò che è, e non può non essere), visto che è possibile anche tradurla con elementi endogeni (es. revolver diventa rivoltella), oppure adattarla ai propri suoni (beafsteak diventa bistecca), coniare una nuova parola (tramezzino davanti a sandwich) o recuperare una parola già esistente con un nuovo significato (singolo che, di fronte a single, assume anche il significato di scapolo). Ma anche tralasciando l’abc della logica e della storia delle lingue, la distinzione di Tappolet non aveva la portata dogmatica “universale” che ha assunto in Italia, era solo una semplificazione per distinguere due concetti in modo teorico, perché l’oggetto dello studio stava nelle motivazioni, pragmatiche o affettive, che portano ad adottare una parola straniera. E infatti lo svizzero spiegava che alla base del ricorso alle parole straniere non c’era in gioco solo “il nome della cosa”, perché a essere decisivo era il ricorso a una determinata parola nella prassi comunicativa. A proposito di certe parole tedesche che si erano affermate nelle aree francofone Tappolet scriveva: “Come si può immaginare la ‘necessità’ di un’espressione straniera in questi casi? Presumibilmente, il termine tedesco si è affermato rapidamente perché giocava un ruolo più importante nei rapporti con i tedeschi che in quelli con i francesi”. (Tappolet 1913, p. 54; citato in: De Gruyter, Entlehnung in der Kommunikation und im Sprachwandel Theorie und Analysen zum Französischen, Edition Niemeyer, Göttingen 2011).

Lessico e bufale

Nei libri di linguistica, mediamente, oggi la distinzione tra lusso e necessità è introdotta omettendo l’autore e in modo acritico, come un postulato. Ma ogni ragionamento che parte da un postulato errato è destinato a crollare. E così si trovano definizioni dogmatiche come: “Si distinguono i prestiti di lusso e di necessità”. Chi e perché fa queste distinzioni viene taciuto. La categoria del prestito di necessità è solitamente impiegata per indicare una parola straniera che si porta con sé un concetto o un oggetto di cui non esiste una parola italiana. Ma anche tralasciando le osservazioni di Zolli e del buon senso, ci sono molti altri limiti logici che dovrebbero fare abbandonare questo strampalato criterio.


Proviamo a chiederci: mouse è un prestito di lusso o di necessità? Qualunque risposta rischia di trascinarci in qualcosa di simile alle antinomie della ragione di Kant, perché è possibile argomentare in modo apparentemente logico entrambe le posizioni.

A) Mouse è un oggetto nuovo di cui non esisteva un corrispondente italiano = necessità.
B) Mouse, e cioè “topo”, esisteva in italiano e si poteva benissimo usare la stessa metafora come è accaduto in francese (souris), spagnolo (ratón), tedesco (Maus) e nella maggior parte delle lingue del mondo = lusso.

La conclusione è che la necessità è solo italiana. Questa necessità non è una conclusione che si ricava per via deduttiva dalla definizione, è un’affermazione che presuppone ciò che vorrebbe dimostrare, visto che il lusso e la necessità riguardano le motivazioni che portano all’adozione di un anglicismo. Basta tornare all’origine della metafora del prestito, che si basa sull’imitazione e sull’assimilazione per imitazione, per svelare la bufala e il circolo vizioso del ragionamento. Avrebbe senso parlare di imitazione di necessità?

L’applicazione delle categorie dei prestiti di lusso e di necessità agli esempi concreti mostra tutta l’insensatezza della questione, e infatti non esiste alcun accordo e criterio oggettivo per stilare delle liste di esempi condivisi, e chiunque tenti di separare i due insiemi è destinato a controversie che ricordano quelle del sesso degli angeli, perché rimangono nella sfera delle opinioni da tronisti, più che da linguisti.
Ho trovato spesso la parola computer tra gli esempi che i linguisti fanno dei presunti prestiti di necessità, il che è un falso storico. Fino agli anni ’90 utilizzavamo normalmente la parola calcolatore (e anche elaboratore) che poi è stata progressivamente sostituita dall’anglicismo che è diventato un “prestito sterminatore”, entrato come “prestito di lusso” e finito per diventare un “prestito di necessità”, perché ormai i calcolatori evocano la macchine di una volta e non i nuovi dispositivi. Anche in questo caso la necessità è solo italiana, visto che in inglese, francese e tedesco si usava e si usa ancora oggi la stessa parola: computer, ordinateur, computador

Prendo “in prestito” uno schemino reale che per esemplificare la presunta necessità usa questi esempi:
Pacemaker: qualsiasi traduzione aggiungerebbe complessità.
Sauna perché non c’è corrispondente.
Selfie? Diverso da autoscatto.
Taggare: concetto difficile da spiegare se non con circonlocuzioni.
Whistleblower non è delatore”.

I giudizi che giustificano la “necessità” del ricorso a queste parole sono molto opinabili.
Pacemaker inizialmente era indicato in italiano con segnapassi, e faccio fatica a ravvisare la “complessità” della traduzione, riportata su tutti i dizionari anche oggi. Il fatto che si sia abbandonata in favore dell’anglicismo ha a che fare con altri fattori che non c’entrano nulla con la necessità di non tradurre.

Sauna non mi pare affatto un prestito di necessità, è una parola a tutti gli effetti integrata nella lingua italiana, che non viola le nostre regole di pronuncia e ortografia, e al plurale fa saune. È dunque un adattamento e il suo provenire dal finlandese è ormai racchiuso solo nella sua storia etimologica.
Taggare non mi sembra un prestito di necessità, è una parola ibrida derivata da tag che a sua volta è un’etichetta o un marcatore, e se non fossimo colonizzati dal linguaggio delle multinazionali informatiche che impongono la loro lingua invece che tradurre decentemente le interfacce, diremmo forse etichetta/etichettare e marca/marcare, come diremmo scaricare invece che downloadare, un altro bel prestito di “necessità” che deriva dal fatto che ripetiamo ciò che leggiamo: download. Facciamo il download delle immagini in allegato (e non in attachment), perché download non è stato tradotto, ma attachment sì. Li definirei “prestiti d’obbligo”, perché siamo indotti e obbligati a utilizzarli per forza di cose, e sono trapiantati nella nostra lingua dall’esterno, più che per nostra volontà. Forse la necessità è tutta qui.
Selfie e autoscatto sono tra gli esempi più controversi che ben illustrano l’impossibilità logica e l’inutilità pratica di distinguere i prestiti di lusso da quelli di necessità. Il motivo del contendere è nello stabilire se una parola esisteva già o meno, che è un’altra trappola senza via di uscita. Quando si cercano solo i significati storici è evidente che non si trovano esempi legati alle nuove tecnologie, ma si trascura un particolare fondamentale nelle lingue vive: le parole sono elastiche e si evolvono. Se l’autoscatto in un primo tempo era legato allo scatto automatico temporizzato, nulla vieta di usare questa parola in un nuovo senso, dove “auto” si può impiegare per indicare che lo faccio da solo (io mi autoriprendo) e non si capisce perché oggi non dovrebbe indicare le nuove modalità di farsi una fotografia da soli, soprattutto perché questo uso come sinonimo secondario è documentato sui giornali. Ecco un altro ginepraio da cui non si esce. Ammesso che autoscatto sia “di necessità” che cosa accade se una nuova parola italiana si evolve e diventa un equivalente? Se accanto a happy hour si diffonde l’alternativa apericena il prestito di necessità viene retrocesso a prestito di lusso?

Ma soprattutto: che senso ha dividere i prestiti negli insiemi di lusso e di necessità? A cosa serve impantanarsi in simili diatribe prive di utilità?

Il vicolo cieco tutto italiano del lusso e della necessità

In Italia, la classificazione attraverso le categorie dei prestiti di lusso e di necessità ha avuto la sua fortuna dagli anni Ottanta agli anni Duemila, anche se viene ripetuta anche oggi, fuori tempo massimo.

Provate a spiegare a un inglese che ci sono i “prestiti di necessità”… provate a leggere le voci della Wikipedia che parlano dei prestiti linguistici in spagnolo, in francese o in inglese. Nessuno distingue i prestiti attraverso queste bislacche categorie, una classificazione che è presente invece nella versione italiana. Ma persino sulla bistratta e inaffidabile Wikipedia, frutto di voci popolari di autori ignoti, si critica duramente questa distinzione che invece molti manuali scritti da blasonati linguisti italiani (e le tantissime tesi e tesine dei loro studenti) ripetono in modo talebano.

Mi sono chiesto più volte il perché di questo pasticciaccio italiano. E forse c’è una motivazione storica che ci ha indotti a infilarci in questo vicolo cieco. Dopo la messa al bando dei forestierismi di epoca purista e soprattutto fascista, avevamo bisogno di un nuovo criterio per non respingere in blocco tutte le parole straniere. La distinzione manichea tra lusso e necessità apriva una porta all’accoglimento e alla giustificazione di alcuni forestierismi. Non tutti, certo, ma la presunta necessità permetteva un certo aperturismo, per quanto patetico, che consentiva (almeno in modo astratto) di legittimare i buoni e i cattivi da scrivere sulla lavagna. L’opinabile giudizio di buon senso è così stato eletto a dogma.

Ma una volta individuati i prestiti di lusso che cosa si risolve? Il fatto che un prestito di lusso sia superfluo non ne giustifica l’inutilità, e ancora una volta tornano in mente le osservazioni di Paolo Zolli che poneva l’accento sul fatto che spesso la parola straniera contiene delle sfumature diverse rispetto a quella corrispondente in italiano (Paolo Zolli, Come nascono le parole italiane, Rizzoli, Milano 1989, p. 7).
D’altronde i sinonimi perfetti sono molto rari, e per qualsiasi parola è sempre possibile sostenere che “non è proprio” come l’alternativa possibile. Ancora una volta la distinzione tra lusso e necessità è un’opinione, non un fatto, anche se viene spacciata per tale.

Davanti a un’interferenza dell’inglese sempre più ampia e profonda, invece di rimanere invischiati in queste classificazioni, i linguisti dovrebbero prendere atto che la favola dei “prestiti linguistici” si sta rivelando una categoria concettuale fuorviante che non è più in grado di rendere conto della complessità delle cose. Basta provare ad applicare la teoria del “prestito” agli esempi reali per comprenderlo.

Trapianti, innesti linguistici e pseudoanglicismi

Torniamo alla radice della metafora del prestito, l’imitazione di elementi culturali, prima che linguistici. E chiediamoci: cosa stiamo prendendo in prestito, di preciso? Cosa stiamo imitando? Siamo sicuri che stiamo prendendo in prestito semplicemente delle singole parole che corrispondono a oggetti o a concetti?

Facciamo un altro paio di esempi controversi. Un caregiver è un assistente familiare, che letteralmente potrebbe esprimersi con badante. Ma poiché il participio presente del verbo badare (= colui che bada) ha assunto un significato legato a una professione (il che è un fatto accidentale, non una necessità), ecco che gli assistenti familiari e i “non-è-proposti” rivendicano l’anglicismo come un necessario elemento che distingue il loro ruolo da quello di chi lo fa per lavoro. Potrebbero anche rivendicare un nuovo significato per l’italiano badante, potrebbero definirsi assistenti familiari, ma non lo fanno e si trincerano dietro un’espressione in inglese.
Secondo esempio: la pretesa intraducibilità di mobbing che non sarebbe proprio come vessazioni (o comportamento vessatorio). Mentre ci si può accapigliare su ciò che parole come queste evocherebbero, per assegnare a ciascun anglicismo il bollino blu di lusso o di necessità, c’è un piccolo particolare che sfugge ai più. Sia caregiver sia mobbing in inglese non hanno affatto il significato che si sono ricavati in italiano. Sono pseudoanglcismi. E allora cosa stiamo prendendo in prestito? Un suono, non il suo significato, perché quest’ultimo glielo attribuiamo noi in modo arbitrario.


Nel nuovo Millennio parole come basket o volley stanno soppiantano l’italiano pallacanestro e pallavolo. Ancora una volta sono pseudoanglicismi, visto che in inglese si parla di basketball e volleyball, parole che non si possono decurtare. Dov’è il prestito? Ha senso classificarli come prestiti parziali o decurtati?
Gli pseudoanglicismi sono tantissimi. Qualcuno, per conservare la categoria del “prestito” invece di buttarla via come sarebbe ora, ha dovuto inventare etichette come “prestiti apparenti”. Ancora una volta sono solo imitazioni. Goffe o ridicole? Provinciali? Frutto di moda o di un complesso di inferiorità? Non importa. Footing è uno pseudoanglicismo antico che ci arriva dal francese, e nasce dall’applicare alla radice foot una desinenza -ing che segue le regole a orecchio dell’inglese, ma in inglese non esiste, o meglio ha tutt’altro significato, perché si parla di jogging. Più recentemente ci siamo inventati lo smart working, unendo due radici all’italiana, ma per un inglese si tratta di un’espressione incomprensibile rispetto al significato che le diamo noi.
In questi casi non prendiamo in prestito delle parole, ma delle radici o degli elementi che ricombiniamo a orecchio. Perché quel che conta è il suono, non l’oggetto o il concetto. E allora mi parrebbe più sensato cambiare metafora, e invece che parlare di prestiti dovremmo forse parlare di trapianti e di innesti, per attingere dalla biologia foriera di molte metafore linguistiche, a partire dal concetto di lingue vive.
A volte si trapiantano le parole, ma più spesso si trapiantano delle radici e si fanno innesti.
Come si spiegano le centinaia e centinaia di parole ibride a base inglese che si moltiplicano nella lingua italiana e che non hanno simili corrispondenti nel caso dei francesismi e degli altri forestierismi? Chattare, shampista, scoutismo, computerizzazione, baby-calciatore, zanzare killer, libro-game… che razza di prestiti sono queste parole bastarde che si scrivono e pronunciano in un modo che non è più italiano, ma non è nemmeno inglese? L’itangese ha ormai travalicato abbondantemente i limiti del prestito linguistico e sta prendendo vita.

L’itanglese non è fatto da semplici prestiti

Analizziamo qualche titolo di giornale. Adesso si parla del long covid, ma è davvero un prestito?

Sarei curioso di chiedere a qualche espertone se si tratta di un prestito di lusso o di necessità. È forse un concetto nuovo? Perché non dovremmo usare la nostra lingua e parlare semplicemente e naturalmente per esempio di covid lungo? Perché se tutti lo dicono in inglese la necessità è tutta qui. Certo, se l’inglese diventa la lingua della scienza poi accade che non solo si perda la terminologia in italiano – l’inglese si è rivelato un processo sottrattivo non aggiuntivo – e che si introducano i nuovi concetti in inglese e si ripetano in modo automatico (vedi la “necessità” di pacemaker) anche quando sarebbe naturale tradurli, nelle lingue sane. Ma a proposito di covid c’è qualcosa in più da rilevare: è diventato una specie di calamita che si porta con sé una regola istintiva e non scritta, quella di associarlo sempre e solo a parole inglesi con l’inversione della sua collocazione all’inglese. E dunque si parla di covid free, di covid center, di covid manager…, e in questi e molti altri casi non abbiamo più a che fare con prestiti lessicali isolati, ma con il prestito o trapianto di una grammatica formativa per le neologie (come lo pseudoanglicismo no vax che segue la regola del no + inglese: no mask, no global…). E così, visto che due terzi degli anglicismi che ci siamo fatti “prestare” sono costituiti da parole composte o locuzioni, spesso ognuno di due elementi formativi prende vita autonoma (smart, baby, cyber, food…) e si ricombina con altri elementi in circolazione (smart city, baby-gang, cybersecurity, pet food…) in una rete di anglicismi interconnessi che si espande nel nostro lessico a prescindere dal fatto che sia inglese ortodosso o reinventato e accostato a parole italiane (cybercriminale, babypensionato, salvaslip…).

Proviamo a vedere un altro titolo del Corriere: “Dal skimmer per la piscina allo shampoo per la barba”. Chissà se “dal skimmer” invece di “dallo skimmer” come vorrebbe la lingua italiana è solo un refuso o il segnale di uno sfacelo linguistico su cui l’inglese e lo pseudoinglese che innestiamo trova il terreno più fertile per germogliare.
Quando ero ragazzo ho fatto il bagnino in una piscina e tra le mansioni più noiose c’era quella di pulire i filtri a bordo-vasca. Oggi sembra che Amazon li venda chiamandoli skimmer. Letteralmente si può dire anche schiumatoio, deschiumatore o più in generale depuratore, ma alle multinazionali che esportano i loro prodotti nella loro lingua non conviene affatto tradurre in italiano, la tendenza è quella di imporre la loro lingua, dai titoli dei film alle confezioni del Monopoly, oggi scritto con la ipsilon finale. A dare manforte alla colonizzazione linguistica ci pensano i giornalisti che abbandonano l’italiano e ripetono gli anglicismi (skimmer ha anche altri significati legati al crimine informatico). Sono prestiti questi? Skimmer sarà un lusso o una necessità? Opterei per un lusso che diventa necessità quando si compila l’ordine di acquisto.


Quando Sky, all’interno dell’offerta del Pass Entertainement, offre gratuitamente anche il Pass Kids (declinato al plurale con la “s”) abbiamo a che fare con dei prestiti?

A me paiono trapianti dove la lingua non è fatta più dai nativi italiani ma dalle multinazionali che ci vendono i loro prodotti con i loro nomi, seguendo le proprie “necessità” commerciali davanti alle quali a noi sudditi non resta che ripetere ciò che leggiamo sulle scatole. Questi esempi travalicano le singole parole per diventare prestiti di pezzi di inglese ben più complessi, dal long covid alle mansioni lavorative di un social media manager, “prestiti sintattici” dal costrutto invertito.


In un altro titolo vediamo che chiudono le strutture sanitarie che avevano nomi italiani come il Galeazzi e apre Mind. Si tratta forse di un prestito? A me pare solo l’abbandono dell’italiano per aderire alla lingua delle multinazionali che viene perpetrato anche dalle nostre stesse istituzioni. E così c’è il politico che introduce il Jobs act, ci sono i servizi Delivery delle Poste Italiane, i Gate delle stazioni, Rai Gulp che propone il TG Kids, mentre Alitalia diventa ITA Airways, a Milano il Salone del mobile diventa la Fashion Week, il quartiere della ex Fiera campionaria diventa Citylife… e vogliamo spiegare tutto questo con le categorie dei prestiti?

E che dire della business school Rcs Academy e del suo master con il “metodo Corriere”? Nel pacchetto metodologico c’è anche imparare a scrivere in itanglese, suppongo, per educare all’abbandono dell’italiano e far diventare un incrocio pericoloso un incrocio killer da inserire nei black points da scrivere con la “s” del plurale!


Chissà, quando il Politecnico di Milano ha deciso di erogare la formazione universitaria solamente in lingua inglese, estromettendo l’italiano, forse era solo un banale prestito linguistico “totale”, dove a essere presa in prestito è la lingua inglese nella sua interezza. E sarà un lusso o una necessità per fare dell’ateneo un polo internazionale?

Credo che possa bastare. L’itanglese non si può spiegare con la favola dei prestiti. E quando certi linguisti, davanti all’attuale tsunami anglicus, pensano di interpretare l’interferenza dell’inglese con la tassonomia dei prestiti linguistici e delle categorie del lusso e della necessità che Tappolet ha immaginato ormai ben più di un secolo fa, mi ritorna alla mente il ritornello di una canzone di Jannacci rivisitata con un gioco di parole alla Bartezzaghi:

Lessico e nuvole
la faccia triste dell’America…
che voglia di piangere ho!

Le miopi categorie del “prestito” davanti al fenomeno dell’itanglese

Fuori dai circa 4.000 lemmi inglesi registrati nei dizionari, si estende una nuvola di anglicismi di un ordine di grandezza superiore. Sono parole, espressioni e reinvenzioni inglesi o a base inglese che sfuggono a ogni possibilità di classificazione. Non sono proprio occasionalismi che ricorrono sporadicamente, ma non sono nemmeno parole che si possono annoverare in un dizionario. Questa enorme zona grigia appartiene a un riversamento dell’inglese che ha rotto gli argini e si riversa in enunciazioni mistilingue che hanno a che fare con l’abbandono dell’italiano e con il passaggio ai suoni inglesi. Queste parole sono in aumento vertiginoso e ognuna diventa sempre più frequente, nel suo settore.

Sto ricevendo innumerevoli segnalazioni di questo tipo da inserire sul dizionario delle alternative AAA, ma posso accogliere solo quelle che hanno una certa stabilità e frequenza. Perché se dovessi registrare tutte le parole di bassa frequenza e di uso limitato, gli anglicismi diventerebbero 40.000 invece di 4.000.

Per fare un esempio, basta pensare all’ambito della moda e prendere in considerazione un articolo generalista del Corriere.it come quello in figura. Il numero dei “prestiti” utilizzati supera di gran lunga quello di ogni ragionevole buon senso, e mostra molto bene in che cosa si sta trasformando l’italiano.
Se le parole evidenziate in rosso si possono ancora classificare, conteggiare e inserire nel dizionario con le loro spiegazioni e alternative, non è sempre così.

Hospitality e faculty

Sergio mi segnala che, in un’intervista, il direttore di un albergo in Toscana ha dichiarato che la sua “mission è l’hospitality”, e si chiede se sia il caso di registrare “hospitality” su AAA.

In questo momento non me la sento di aggiungerla, e mi limito a tenerla d’occhio, perché temo sia solo questione di tempo.
Quello che sta avvenendo è che in ambito lavorativo, dove l’itanglese è la lingua che il settore richiede e allo stesso tempo impone, il concetto di “ospitalità” comincia a essere espresso in inglese, anche se nel parlare comune si continua a dire “ospitalità”, perché l’hospitality e le sue norme, anzi best practice, si può trovare teorizzata nei manuali del settore turistico che ripetono a pappagallo le prassi dei resort d’oltreoceano con i concetti formulati nella propria lingua in una sorta di diglossia che vede l’inglese occupare la parte alta e prestigiosa della sfera lessicale, mentre l’italiano è lingua parlata del volgo, come nel Medioevo. Le conseguenze di queste prassi portano a esprimere in inglese i concetti generali, come se il concetto di hospitality fosse qualcosa di superiore e tecnico.

La frequenza di hospitality, perciò, sta salendo, anche se è ristretta all’ambito degli addetti ai lavori. Potrebbe però succedere presto, e forse sta già accadendo, che esca dal vezzo di usarla come scelta sociolinguistica individuale di chi la sciolina per distinguersi ed elevarsi per diventare un fatto collettivo e diffondersi con la stessa frequenza di “mission” e “vision” che appaiono ormai istituzionalizzate in ogni sito aziendale, ma hanno avuto la stessa origine. Quando accade questo passaggio, l’anglicismo comincia a differenziarsi dall’italiano, e a ricavarsi una sua specificità, e così spuntano i soliti idioti pronti a spiegarci che gli anglicismi “non sono proprio” come gli equivalenti italiani, perché evocano un “non so che” in più.

Un esempio simile a quello di hospitality l’ho visto in un’accademia dove mi capita di tenere i miei corsi. Un bel giorno hanno pensato bene di abbandonare la parola “facoltà” e di passare a “faculty” che evidentemente suona loro più moderna e internazionale, anche se a me pare solo cafona e ridicola, visto che la platea è composta da italiani, e non si capisce il senso di parlare tra noi con un lessico inglese o pseudoinglese. In ogni caso l’hanno inserita nel sito dove gli studenti possono consultare la sezione “la mia faculty”, e la utilizzano persino nella comunicazione interna dove mi invitano a partecipare alle riunioni di faculty, rimanendo sorpresi e spiazzati davanti alle mie rimostranze come fossero le fisime di un pazzo.

Questi aneddoti mostrano bene che, dietro al ricorso ai singoli anglicismi, siamo in presenza di un più generale abbandono dell’italiano che esce dalle singole parole prese a una a una. E quando leggo le analisi dei linguisti che credono di poter spiegare l’interferenza dell’inglese con le categorie del “prestito”, magari di “lusso” e di “necessità”, mi viene da piangere. Questi studiosi non hanno capito nulla di ciò che sta accadendo e non hanno gli strumenti per interpretare il fenomeno dell’itanglese, che spesso sottovalutano o negano.
Basta fare qualche esempio per comprendere come stanno le cose.

Tractor day, Sicily e shop dal contadino

Bruna mi ha segnalato una festa paesana e agricola di un paesino del bolognese, dove si parla di frequente in dialetto, ma i titoli degli eventi sono in inglese: cosa c’è di meglio, per la festa di S. Antonio, del Tractor Day con tanto di Speed Pulling?

Lo speed pulling è l’ennesimo esempio del fatto che, come in una colonia, non sappiamo far altro che importare tutti gli eventi e le tradizioni che la cultura statunitense ci trasmette e che emuliamo come scimmiette ammaestrate. Si tratta di una competizione dove i trattori devono trainare un rimorchio zavorrato su una pista di 100 metri. E questa americanata è stata trapiantata anche in Italia almeno dal 2009, quando su Agronotizie si leggeva: finalmente “nascono le gare di Speed Pulling in Italia: la prima si è tenuta a Budrio”, un piccolo comune molto all’avanguardia, a quanto pare.

Anche lo speed pulling (come faculty) non è contemplato su AAA, che si limita a registrare le parole più eclatanti. Ma se si può ancora considerare un “prestito” (che però purtroppo poi non si restituisce) di una pratica con un nome che non sappiamo né vogliamo tradurre, da dove nasce la geniale idea di chiamare “tractor day” la festa dei trattori che si tiene in occasione di S. Antonio?

Dal fatto che day (come smart, baby e sempre più radici prolifiche) gode ormai di vita propria e nell’accostarsi alle altre radici inglesi si porta con sé “tractor” invece di trattore, questa volta.

Il tractor day del comune di Medicina non è propriamente un grande evento internazionale che richiede un nome in inglese, visto che è una sagra di paese e di agricoltori che dopo lo speed pulling finiscono a mangiar piade e salsicce annaffiate dal lambrusco (e non mi stupirei se fosse venduto in una bancarella denominata wine corner). Quando la saga del trattore si trasforma in un evento in inglese, esattamente come il family day, l’election day, l’open day… che sono eventi tutti “italiani”, il prestito non riguarda più le singole parole, ma la logica sottostante e il suono: l’english sound che segna il passaggio a un’altra lingua e l’abbandono dell’italiano e della sua identità. Lo stesso meccanismo che – come mi ha segnalato la traduttrice Anna Ravano – spinge a denominare Green Kiss una birra artigianale alla canapa “tutta biellese” a parte la denominazione. Oppure il caso, che mi ha indicato Carla Crivello, della pro loco di Luserna alta e San Giovanni, in una valle piemontese, che ha appena organizzato la prima edizione di “Fast & Music”, tra auto tuning e hobbisti!

E per promuovere le bellezze della Sicilia perché bisogna storpiarle il nome e americanizzare la Trinacria ribattezzandola Sicily come si vede in questi giorni nelle pubblicità televisive di See Sicily, che si ritrovano nel portale Visit Sicily con il gioco di parole See Sicily e Sì, Sicily?

Come per il made in Italy e l’italian design, puntare a essere internazionali non significa esportare la nostra lingua, così amata all’estero ma svilita in patria, bensì ri-definirci attraveso l’inglese; ma denominare la Sicilia Sicily è un’idiozia che dovrebbe essere considerata un reato! Soprattutto nelle pubblicità rivolte al mercato interno.

E allora come la mettiamo? Sicily è forse un prestito?

Su un sito di prodotti a chilometro zero che esalta la filosofia di questa prassi, il succo di mele della Valtellina è il Succo di Mele Bag in Box Bio che si può acquistare sullo “shop dal contadino”.

Se nel sabato del villaggio Leopardi scriveva “il zappatore” che rendeva bene il linguaggio improprio del contadino, oggi sembra che la donzelletta venga dal tractor day per recarsi al suo shop con il fascio dell’erba green. E perché mai dovrei comprare un prodotto a chilometro zero che viene proposto in Rete forse a tutto il mondo (ma che fine fa il chilometro zero?) con il linguaggio di McDonald’s? Usare un lessico a chilometro zero non sarebbe più sensato e coerente? Il caro buon vecchio parla come mangi, passando dal palato al parlato, nell’era dei MasterChef è andato a farsi friggere nell’olio degli hamburger.

Quando assistiamo a tutto ciò, siamo sicuri che il contadino abbia preso in prestito parole come shop, box, tractor e simili? Non siamo in presenza di un fenomeno che si deve interpretare in modo meno miope?

Tutto ciò è il frutto di una patologica coazione a ripetere e a scimmiottare l’inglese, di un servilismo nei confronti di tutto ciò che arriva dagli Usa che va ben oltre gli aspetti sociolinguistici. È la conseguenza di una concezione per cui l’inglese viene identificato con la modernità e ci appare come l’unica soluzione per essere internazionali e fa del globalese il nuovo dio, anche se calpesta i valori del plurilinguismo e della nostra stessa lingua.

Le parole che si accumulano giorno dopo giorno in questo modo stanno portando al collasso dell’italiano nell’ambito del lavoro, dell’informatica, della scienza, della moda… e di sempre più settori. Un collasso che produce un’infinità di parole ibride (da hobbista a speakerare, da softwarista a chattare), delle regole formative nella composizione delle parole (babycriminale, cybersicurezza) e delle locuzioni (zanzare killer, libro-game), e una grammatica inconscia che genera fenomeni che escono dal lessico per coinvolgere la struttura delle frasi e la sintassi.

L’itanglese è questo, non è una banale somma di “prestiti”.

I “prestiti sintattici” e la neolingua itanglese

A dimostrare che il prestito non riguarda più le singole parole, ma è un’emulazione ben più profonda che sta conducendo all’itanglese, ci sono molti esempi che sono sotto gli occhi di tutti, se ci togliamo le fette di mortadella del tractor day del bolognese.

Sul Corriere di ieri, come fosse la cosa più normale del mondo, mi ha colpito il titolo “Pallotta is back”.

Cosa spinge un giornalista a scrivere così invece di “è tornato Pallotta” o “il ritorno di Pallotta”?

“Is back” è un prestito?

A Milano il Salone del mobile è stato ribattezzato con la Design Week, al femminile, con un’inversione delle parole all’inglese, la stessa inversione che si trova in “MonteNapoleone District design e sostenibilità”. Ma la sostenibilità dell’italiano dov’è? Possibile che a nessuno importi che la lingua con cui i giornali ci educano sia diventata questa e che via Monte Napoleone diventi il MonteNapoleone District?

Un giornale come il Corriere offre il Corriere Daily Podcast con Radio Italians, un altro bel prestito sintattico! Gli “italians” di Beppe Sevegnini hanno perso la loro iniziale portata spiritosa e sono diventati la tragica realtà. Non abbiamo più a che fare con singoli prestiti, ma con un’interiorizzazione delle strutture inglesi, oltre che con i loro suoni, che produce espressioni in itanglese. Una neolingua che non è più né italiano né inglese. La stessa newlingua che, mentre uccide la lingua di Dante, allo stesso tempo stravolge e storpia quella di Shakespeare, come nella recente polemica (che mi segnala Daniela) a proposito delle risposte in inglese maccheronico dell’Atac di Roma, dove le strutture italiane sono state tradotte con parole inglesi senza rendersi conto che “What it needs?” non significa “di cosa hai bisogno?” ma “ciò che serve”. E quindi finisce che ci si rivolga ai turisti inglesi con frasi come: “La multa went on prescription”.
È l’altra faccia dell’itanglese che si diffonde sul piano interno e mostra chiaramente gli stessi meccanismi di imbastardimento che anglicizzano la nostra lingua attraverso pseudoanglicsmi come smart warking, mobbing, basket, caregiver… che non sono affatto prestiti, ma itanglismi nella bocca di chi non sa più parlare l’italiano, ma nemmeno l’inglese.

L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese

Mentre la nostra Gazzetta Ufficiale si “arricchisce” di anglicismi istituzionali di giorno in giorno, lo scorso 29 maggio, sulla Gazzetta Ufficiale francese, le alternative a molti anglicismi dell’ambito dei videogiochi e degli audiovisivi sono ufficialmente entrate nella lingua di Moliére.

Il processo di regolamentazione della lingua e la creazione di neologismi autoctoni è coordinato dalla Délégation générale à la langue française et aux langues de France, che coinvolge non solo la Commissione per l’arricchimento della lingua francese dell’Accademia di Francia (che sarebbe il corrispondente della nostra Accademia della Crusca), ma anche il Ministero della Cultura, visto che l’organo si muove all’interno dell’autorità del Presidente del Consiglio dei Ministri.
In questa cornice istituzionale ben coesa, sono state coniate le alternative ufficiali a molti termini. Si tratta di soluzioni codificate, chiare e precise, che permettono di esprimere in francese tutta una serie di concetti che in italiano si esprimono solo in inglese.

Un “cloud gaming” diventa semplicemente un videogioco in nuvola (jeu video en nuage), uno “streamer” un giocatore/animatore in diretta (joueur/animateur en direct) e un “pro-gamer” un giocatore professionista (joueur professionnel).

Questa terminologia non è solo fortemente raccomandata – in altre parole consigliata a chi vuole parlare in francese, prima di tutto i giornali – ma è anche il punto di riferimento ufficiale che i funzionari pubblici devono seguire. Il che non significa che i videogiocatori non possano comunicare tra loro nel proprio gergo, visto che ognuno parla come vuole, significa al contrario che esistono delle parole ufficiali da usare nei registri alti e nella comunicazione istituzionale.


Avere simili punti di riferimento permette di arginare il depauperamento della lingua davanti all’invasione di parole inglesi, un fatto su cui l’Accademia francese e le istituzioni hanno espresso grandi preoccupazioni perché, oltre a impoverire il francese, crea fratture sociali e barriere generazionali che portano all’incomprensione, alla mancanza di chiarezza e trasparenza, e dunque al venir meno della lingua come collante sociale (cfr.”Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata“).

Questo atteggiamento di tutela del proprio idioma in Francia fa parte di una politica linguistica che esiste da decenni e che è volta anche ad arginare gli anglicismi in ogni settore, non solo quello dei videogiochi. La terminologa Maria Teresa Zanola, studiando la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private in ambito tecnologico, ha osservato che questa continua coniazione di neologismi sta rendendo il francese una lingua molto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008). La nostra lingua, al contrario regredisce proprio a causa dell’inglese, e la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo perché l’italiano non sta producendo più nulla, si limita a importare anglicismi che spesso finiscono per soppiantare le nostre parole anche quando già esistono.

La notizia di questo ultimo arricchimento del francese è rimbalzata non solo in Francia, ma persino su The Guardian. In Italia, invece, è uscita su piccole riviste magari di settore, e un giornale come il Corriere della Sera, non l’ha minimamente ripresa.
Sulla pagina principale del Corriere.it di oggi c’è invece un pezzo, alla sezione “videogame”, che parla di “Spiderman Remastered”, perché l’Uomo ragno che leggevo da bambino oggi si dice in inglese, una riedizione diventa “remastered”, mentre i giocatori sono “gamer” e le scarpe da ginnastica sono diventate “sneakers” “super tech”. Nel pezzo accanto si legge del “mermaiding” che da giorni il Corriere promuove come lo sport dell’estate con vari articoli, un orologio subacqueo diventa uno “sport watch da marine”, e non parliamo di diodi luminosi, ma soltanto di “led”.

A parte il numero di parole inglesi abnorme, quello che impressiona è che gli anglicismi diventano “prestiti sterminatori” che uccidono le nostre parole.
“Mermading” non circola sui giornali francesi che parlano di nuoto a sirena (nage sirene) o di tenuta da sirena, ma non si trova nemmeno in quelli spagnoli, siamo solo noi che ci riempiamo la bocca di queste americanate, incapaci di usare la nostra lingua di cui ormai ci vergogniamo.

I pochi articoli italiani che hanno riportato la notizia che arrivava dalla Francia l’hanno presentata come una bizzarria, come qualcosa di assurdo o di anacronistico tipico dello sciovinismo francese, commentando con il solito guazzabuglio di luoghi comuni: tutto ciò ricorda la guerra ai barbarismi di epoca fascista; l’inglese è più corto, è moderno e internazionale; tradurre è ridicolo; non si può imporre alla gente come deve parlare…

Questa sciocchezza dell’inglese più corto e maneggevole dovrebbe davvero finire. Prima dell’avvento del computer, la scrittura avveniva con la “macchina da scrivere”, una locuzione certamente lunga, ma che nessuno ha mai messo in discussione perché mancava una parola “corta”. Al suo apparire, le polemiche iniziali riguardavano il fatto che sarebbe più corretto dire “macchina per scrivere”, ma alla fine i “puristi” hanno dovuto arrendersi davanti all’uso dilagante dell’espressione meno corretta. Eppure nessuno ha mai sentito l’esigenza di abbandonare l’italiano per usare una parola sola, magari in inglese come typewriter. Sarebbe stato inconcepibile e avrebbe suscitato reazioni negative.

Le resistenze davanti ai neologismi sono una costante che deriva anche da secoli di purismo. Ogni nuova parola, inizialmente, ci appare brutta solo perché non siamo abituati a sentirla, come aveva capito Leopardi. Come ha osservato Luca Serianni, questa resistenza alle neologie ha una sua funzione utile alla conservazione della lingua e alla sua coesione. Il fatto grave è che questa ostilità per i neologismi, nella colonia Italia, non è affiancata da un’analoga resistenza di fronte alle parole nuove in inglese, che al contrario ogni volta ci appaiono belle, utili, necessarie, intraducibili, o in grado di evocare qualcosa di diverso dall’equivalente italiano. La combinazione di questi due fattori risulta micidiale (ne ho già parlato in “Orribili neologismi e sedicenti anglicismi: dal purismo all’anglopurismo”), perché mentre l’inglese è sempre accolto tra i plausi, i neologismi italiani e le traduzioni ci schifano. Le conseguenze sono il collasso degli ambiti, la perdita dell’identità dell’italiano, l’itanglese che diventa la lingua della modernità e l’italiano che perde il suo suono storico e muore senza sapersi rinnovare.

La questione della guerra ai barbarismi non c’entra nulla con l’evoluzione e l’arricchimento del francese. Il problema non sono i forestierismi, da condannare per motivi di principio, sono gli anglicismi, e solo quelli, che per il loro numero e la loro invadenza stanno snaturando e colonizzando le lingue locali.
E non è vero che le alternative raccomandate in Francia sono coercizioni che impediscono alla gente di parlare come vuole. Se le alternative vengono coniate, esistono, e vengono promosse, ricorrere all’inglese diventa una scelta sociolinguistica, non una necessità, come in Italia. In Francia, al contrario, sono liberi di scegliere! A proposito di “libertà”, dovremmo renderci conto che da noi avviene tutto il contrario: la gente finisce per parlare come ci impongono i giornali e il linguaggio istituzionale. Quando i politici legiferano attraverso il jobs act, i caregiver, il cashback… quando si introducono il lockdown, il green pass, le dosi booster… quando i giornali annunciano il marmaiding, il gaslighting o il body shaming, non stanno utilizzando il linguaggio “della gente” stanno educando gli italiani a parlare in itanglese. E quando le multinazionali americane ci impongono il loro linguaggio fatto di snippet, widget, follower… e tutta una serie di termini che noi accettiamo con servilismo senza tradurre e adattare, la lingua non è più fatta dai nativi italiani.

L’idea che la lingua italiana sia un processo naturale, nato dal basso e dall’uso popolare è una convinzione falsa e antistorica. La lingua è un fatto politico; e non solo si può orientare, si orienta e si è sempre orientata dall’alto, ma è necessario orientarla per mantenere l’identità linguistica e la coesione sociale. L’italiano è una lingua letteraria nata dall’alto, orientata per secoli prima dall’Accademia della Crusca e poi dagli interventi amministrativi, politici e istituzionali. E soprattutto, l’unificazione dell’italiano è avvenuta solo nel Novecento proprio grazie alla lingua dei mezzi di informazione, che oggi la stanno al contrario distruggendo e trasformando in itanglese.

Non si può negare la storia e far credere che non sia così e che in Francia siano matti. I malati siamo noi! Il liberismo linguistico per cui una lingua va studiata, non va difesa, si sta trasformando in un anarchismo linguistico dove, con la scusa di essere descrittivi e non prescrittivi, in assenza di regole finiamo schiacciati dalla lingua dominante e cannibale che ci fagocita.

“L’assalto senza fondo alla lingua italiana”

Una voce autorevole e fuori dal coro si è fatta sentire lo scorso 16 maggio dalle pagine de Il fatto quotidiano. In un pezzo intitolato “Insidiarsi, schernirsi ed essere afferrati. L’assalto senza fondo alla lingua italiana”, Nando Dalla Chiesa ha denunciato una “guerra invisibile” che è in corso “con grande dispendio di mezzi”, uno stillicidio dilagante che avviene senza spargimenti di sangue, perché l’aggredito è l’italiano.

Cito le sue parole:

L’esercito che attacca è numeroso ma composto da unità agilissime, che si muovono d’istinto, per spirito dei tempi. Si mimetizza dietro titoli di studio superiori, l’ignoranza colta è la sua bandiera. È una guerra di posizione, a pensarci, dove le sortite dalle trincee non sono però mai seguite da arretramenti. Una volta che l’attacco è partito va poi avanti indefessamente, senza che nessuno possa o voglia fermarlo. Né ci sono alleanze o patti sovranazionali che ti possano aiutare. Perché l’aggressione, appunto, nasce dentro i confini. (…) Non si pensi però questa guerra singolare possa contare poche conquiste. Da qualche tempo le truppe dell’ignoranza colta stanno espugnando una roccaforte dopo l’altra.
È così che da almeno un paio d’anni si fa largo tra i giovani più altamente istruiti, quelli capaci di dire “euristico” e “controintuitivo”, l’insidia suprema: usare, appunto, “insidiarsi” per “insediarsi”. Gli americani si erano “insidiati” in Afghanistan, i clan calabresi si sono insidiati in Emilia e in Lombardia, la finanza cinese si insidia nel mondo del calcio. Il grottesco non viene nemmeno percepito dagli oratori o dagli scrittori. Che volte anzi, affettando eleganza oratoria, ti sbattono l’orrore in faccia già ad inizio di discorso. Senza parlare del delicato, timido “schermirsi”, che – perso ogni pudore – diventa (un giorno ben due volte sullo stesso quotidiano) “schernirsi”. E l’esperta di libri che ti confessa di non essere “afferrata” in materia? Sulle prime non ci credi. Poi si ripete
.

Si potrebbero aggiungere molti altri errori che nascono da un uso dell’italiano a orecchio senza cognizione di causa. Personalmente mi è capitato più di una volta di imbattermi nell’incapacità di distinguere tra “non c’entra” (non è inerente) e “non centra” (come fosse centrare un bersaglio), e non tra fasce di persone di bassa istruzione, bensì tra gli studenti diplomati o laureati che frequentano le scuole di scrittura creativa e “storytelling”, dunque una platea selezionata che dovrebbe essere di fascia alta. Spesso gli studenti di questo tipo, non certo privi di cultura, hanno però problemi con gli accenti e gli apostrofi e non controllano parole di altissima frequenza e di base come le voci dei verbi dare e fare (scrivono “fa” con l’accento o egli “dà” senza, ignorano che all’imperativo si usa invece l’apostrofo, “fa’”) e via dicendo.

Senza alcun purismo e rimpianto per i bei tempi andati – quando queste basi erano fornite in modo abbastanza solido dalla scuola primaria, oltre che secondaria – il punto è che simili strafalcioni circolano non di rado non solo tra i laureati, ma persino sui giornali, comunicati stampa, tesi di laurea, siti…
Nando Dalla Chiesa conclude il suo pezzo sventolando bandiera bianca davanti a questa “ignoranza colta” che pare essere “spirito dei tempi”, e si stupisce con amarezza per l’assenza di reazioni e di indignazioni davanti a tanto scempio:

Ti chiedi come mai nessuno metta un argine, eriga una linea Maginot. Come mai non si formino battaglioni di volontari in difesa della vittima, la Lingua, che ha pur sempre un valore storico e collettivo.

Come mai? Perché?

È lo stesso interrogativo che ricorre ogni volta, davanti alla regressione dell’italiano.
Ritornano in mente le parole di Draghi: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” E l’accostamento tra lo sfascio dell’italiano e gli anglicismi non è affatto casuale.

Nelle sue sacrosante analisi sociologiche Nando Dalla Chiesa punta il dito su un assalto alla lingua che è tutto interno. Ma per dare una risposta al suo “come mai?” bisogna guardare anche all’assalto che arriva dall’esterno.

L’assalto dall’esterno: l’italiano di fronte alla globalizzazione linguistica

Il disegno di fare dell’inglese la lingua planetaria è un progetto politico ed economico (dagli introiti incalcolabili) sollecitato, promosso e finanziato dall’esterno, che stiamo agevolando dall’interno anche se non ci conviene affatto.
L’assalto alla nostra lingua nasce anche dal voler fare dell’inglese la lingua della formazione universitaria, della scienza, del lavoro, dal suo essere diventato un obbligo (e non una scelta) nella scuola di base, un requisito per l’assunzione nella pubblica amministrazione (riforma Madia), la lingua obbligatoria per la presentazione dei progetti di ricerca italiani (i Prin e i Fis)… mentre allo stesso tempo assistiamo all’estromissione dell’italiano come lingua di lavoro in Europa.
Le fragilità tutte interne dell’italiano nascono da tutto ciò, e su questo processo si innestano le pressioni esterne dell’inglese inernazionale, dell’espansione delle multinazionali, della terminologia tecnica nel solo inglese… e tra strafalcioni, anglicismi e pseudoanglicismi che ci inventiamo da soli la combinazione di queste due pressioni è micidiale.


Nando Dalla Chiesa depreca infastidito l’uso di “finalizzare” nel nuovo significato di “concludere”, invece che “dare un finalità”, un vezzo che è partito dall’ambito sportivo, dove qualche telecronista ha cominciato a usarlo al posto di tirare in porta o segnare una rete, ma che poi si è allargato fuori da questo ambito e si ritrova addirittura tra gli accademici (“non ho finalizzato il rapporto di ricerca”) o nell’editoria. Questo uso era già registrato nel dizionario storico di Battaglia e attestato nel De Sanctis, ma era definito “raro”. Se oggi dilaga è proprio per l’interferenza dell’inglese “to finalize” che ha questa accezione. La stessa interferenza che ci porta a dire “impattare” invece che “incidere”, un altro uso che infastidisce Dalla Chiesa, ma che ancora una volta deriva dall’inglese “to impact”.

Nel distinguere gli errori oggettivi (insediarsi e insidiare) da questi ultimi slittamenti di significato delle parole che – per quanto possano essere fastidiosi – sono un fenomeno normale nella storia delle lingue, per loro natura mutevoli, il punto è che l’assalto all’italiano è l’altra faccia della medaglia dell’idolatria dell’inglese planetario, il globalese. È per questo che l’italiano va alla deriva, perché non è più in primo piano. La nuova classe dirigente è figlia dell’anglocentrismo più totale, dalla politica alla cultura, e dunque l’italiano si abbandona perché non è più al centro di questi processi, a partire dalla scuola e dalla formazione, per finire con il linguaggio mediatico. La mancanza di indignazione di fronte allo sfregio della nostra lingua nasce da un disinteresse connesso al servilismo davanti all’inglese considerato il fulcro della nuova cultura.

La linea di Maginot dovrebbe essere oggi eretta a difesa dello tsunami anglicus, l’effetto collaterale dell’inglese internazionale, della globalizzazione linguistica, della riconcettualizzazione della nostra storia in chiave anglocentrica che avviene con il linguaggio dell’anglosfera. L’anglicizzazione della nostra lingua germoglia proprio perché trova un terreno fertile nel panorama desolante di una classe dirigente che ha problemi con l’italiano perché guarda solo al globalese, e invece di comprendere che entra in conflitto con le lingue locali e le minaccia, lo considera il nuovo totem e il nuovo modello culturale, anche linguistico, destinato a schiacciare la nostra lingua. Siamo di fronte a un cambio di paradigma in cui rischiamo di fare la fine degli Etruschi, fagocitati, senza guerre, dalla romanizzazione e assimilati fino a scomparire.

Prese di posizione come quelle di Nando Dalla Chiesa sono preziose per provare a innescare almeno un dibattito che attualmente non si vede nella nostra intellighenzia che guarda solo alla nuova cultura dell’inglese, la causa principale dell’abbandono dell’italiano.

PS
Da anni scrivo a tutte le persone influenti che esternano preoccupazioni per la nostra lingua, o che la distruggono introducendo anglicismi fuori luogo. A parte la petizione a Mattarella, ho scritto a Draghi, a Di Maio, a Franceschini, a Nanni Moretti, a Elio (delle Storie tese), a Riccardo Muti…

Nessuno mi ha mai risposto.
Non potevo non scrivere le parole di questo articolo anche a Nando Dalla Chiesa, ma questa volta un riscontro è arrivato:
Sono del tutto d’accordo con Lei. Non devo dire altro.

Il gaslighting e l’arte della manipolazione dell’italiano

Lo scorso 12 maggio il gregge dei giornalisti ha colpito ancora. Tutti compatti – dalle testate locali a quelle nazionali, sia conservatrici sia progressiste – hanno dato vita a un nuovo momentaneo picco di stereotipia destinato a diffondere l’ennesimo anglicismo. Parola d’ordine: gaslighting!

Il termine è sempre stato di bassa frequenza sui giornali, circolava prevalentemente negli ambienti degli psicanalisti, ma all’improvviso la stampa deve aver pensato bene che è arrivato il momento di rompere gli argini e di procedere con lo tsunami anglicus.

Il Corriere ha persino utilizzato la locandina del film (in lingua originale) per far arrivare il messaggio e per educare il lettore al nuovo termine anche emotivamente.

Che cosa sarebbe il gaslighting

Letteralmente significa solo “illuminazione a gas”, nessun neologismo tecnico, dunque, è solo un’espressione metaforica che deriva dal titolo di un vecchio film, Gaslight (George Cukor, 1944, a sua volta un rifacimento che nasce da un pezzo teatrale del 1938 di Patrick Hamilton). A quei tempi non eravamo ancora stati colonizzati dalle pressioni di Hollywood che impongono in tutto il pianeta i titoli originali, e in Italia è noto come Angoscia.
Si tratta di un bellissimo film che ha valso un Oscar a Ingrid Bergman, la protagonista vittima delle manipolazioni psicologiche del marito che la isola in casa e approfitta di un suo stato di debolezza nel tentativo di farla impazzire, distorcendone i ricordi e la percezione in modo sistematico fino a farla dubitare di sé.
L’episodio simbolo è appunto quello delle lanterne a gas. L’uomo ne affievolisce di nascosto l’intensità, facendo credere alla moglie che quella mancanza di luce sia solo nella sua testa, in un’alterazione della realtà fatta di negazioni dell’evidenza che la inducono a concludere di essere in preda a uno stato allucinatorio privo di riscontri oggettivi.
Stando alla Treccani, negli Stati Uniti, il termine gaslighting si è cominciato a diffondere con questo significato di plagio psicologico a partire dagli anni Settanta, quando il noto criminale Charles Manson penetrava nelle case vuote spostando le cose senza rubare nulla, per generare nelle vittime lo sgomento e l’angoscia. Ma è solo nel 2012 che la parola si è diffusa in senso tecnico tra gli analisti, quando l’ordine degli psicologi l’ha inserita nelle linee guida per la valutazione dei danni psichici che questa violenza mentale comportava.

Il reato di manipolazione psicologica e plagio mentale: italiano, ciao ciao!

Nel nostro ordinamento giuridico la questione della punizione del plagio psicologico e della manipolazione mentale è problematica. Il Codice Penale prevedeva la reclusione da cinque a quindici anni per chi soggiogava una persona al proprio potere riducendola in un grave stato di soggezione (art. 603), ma nel 1981 la Corte Costituzionale ha dichiarato questo articolo illegittimo perché i suoi contorni non erano definibili in modo netto. Nel diritto penale, infatti, solo ciò che è specificato in modo chiaro e oggettivo, cioè “determinato” invece che soggetto a interpretazioni, può essere soggetto a norma incriminatrice. Esiste il reato di circonvenzione di incapace (art 643) che è punito con la reclusione da due a sei anni e con multa da euro 206 a euro 2.065, ma tutela i minori e chi si trova in uno stato di infermità o deficienza psichica e viene indotto a compiere qualcosa di dannoso per sé o per gli altri. È dunque un concetto più ampio e po’ diverso, e solo in parte sovrapponibile. Sulla questione del reato di manipolazione mentale o psicologica, come si dice in italiano, rimane perciò un vuoto legislativo che in più occasioni ha portato a dibattiti e proposte di legge per esempio davanti al fenomeno delle sette che condizionano le persone con tecniche collaudate.

Questo è il nostro quadro concettuale, e questo è il dibattito in corso da noi da svariati anni.
E allora da dove nasce che una testata come QuiComo parli di “denuncia per gaslighting” invece che di maltrattamenti, lesioni e gli altri capi d’accusa possibili in Italia?

Le tecniche di plagio dell’italiano e il reato di manipolazione della lingua

Si tratta del solito meccanismo di riconcettualizzazione alimentato dai tecnici “non-è-propristi”.

Al vertice c’è il globalese, l’inglese internazionale che punta a essere legittimato come la lingua unica della scienza, della formazione, del lavoro e di sempre più ambiti. Ma formarsi e studiare in inglese non è un particolare neutrale e innocente, induce a pensare in inglese; non si è rivelato un processo aggiuntivo, ma sottrattivo: porta a un bilinguismo squilibrato che in buona sostanza fa regredire le lingue locali sia dal punto di vista dell’elaborazione dei concetti e dei pensieri complessi, sia dal punto di vista lessicale. Le parole inglesi in questi casi non sono affatto un arricchimento, che qualcuno chiama “doni”, si trasfomano al contrario in “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita delle parole italiane e costituiscono un depauperamento linguistico e concettuale.
Quando l’Oms, che pensa e parla inglese, introduce nella lista delle malattie riconosciute il burnout, favorisce l’inglese al posto della sindrome dell’esaurimento professionale, così come quando la pratica indiana della piena consapevolezza viene ridefinita in inglese attraverso la mindfulness in italiano c’è solo quest’ultima, visto che non abbiamo una Reale Accademia di Medicina come quella spagnola, né banche dati terminologiche che, come quelle francesi, fissano e istituzionalizzano le alternative locali di piena coscienza (ne avevo già parlato qui). Noi abbiamo solo una classe dirigente anglomane che ripete a pappagallo in inglese tutto ciò che arriva in questa lingua e cultura considerata superiore.
Basta leggere qualche articolo in Rete degli psicanalisti italiani che parlano di gaslighting per rendersi conto che stanno introducendo un concetto in inglese attribuendogli un significato tecnico e peculiare che non riconoscono alla nostra lingua, e non perché non lo possiede, ma perché viene da loro negato con tecniche appunto di gaslighting, e cioè di manipolazione della realtà, di annullamento psicologico, di rimozione dei significati, di sostituzioni e distorsioni che portano a concludere che la parola inglese “non è proprio come le nostre”, e dunque è “necessaria”.
Questo subdolo metodo di condizionamento linguistico si basa su tecniche ben precise.

Il primo assunto è di considerare una parola italiana solo nel suo significato storico, e non come qualcosa di elastico che può ampliare i suoi significati, visto che il lessico delle lingue vive si evolve insieme al mondo. Questo atteggiamento, che ho chiamato “anglopurismo”, prevede che, se non esiste già una parola, ciò che è nuovo si debba esprimere in inglese. È una sorta di “purismo” rivolto contro le neologie a base italiana che cristallizza il nostro lessico solo al passato. Ma se i significati sono solo quelli di un volta e non si possono estendere, una lingua non si può evolvere, e finisce con il morire. Invece, se prima della pandemia “tamponare” indicava un incidente stradale, oggi si usa anche per il fare i tamponi clinici, così come dopo l’avvento di Internet “navigare” significa andare in Rete oltre che solcare i mari. Se davanti all’inglese neghiamo alle nostre parole questa possibilità di risemantizzazione, per cui badante non può diventare caregiver, autoscatto non è come selfie… succede ciò che è successo a calcolatore: la nostra parola autoctona è stata relegata al vecchio e alle macchine di una volta, mentre i nuovi dispositivi sono solo i computer. Il che non si è verificato in inglese, francese, tedesco… dove gli equivalenti si sono ampliati per indicare anche i modelli portatili e di ultima generazione senza alcun bisogno di usare nuove parole.

Il secondo passo è quello di concentrarsi sulle diverse sfumature che l’inglese veicolerebbe, per differenziarlo dalle nostre parole e dai nostri significati. La tesi è sempre la stessa: l’italiano non avrebbe parole altrettanto precise o capaci di rendere tutte le sfumature che vengono attribuite all’anglicismo. E così si afferma che il gaslighting non è proprio come il plagio psicologico o la manipolazione mentale, sarebbe qualcosa di più specifico: una “forma” di manipolazione che implicherebbe la negazione della realtà o di aver fatto e detto delle cose con lo scopo di minare la percezione della vittima e soggiogarla.

Se la manipolazione psicologica dovrebbe essere un reato, anche la manipolazione psicologica dell’italiano dovrebbe essere trattata alla stessa stregua.
Anche perché, se proprio non si vuole allargare il significato delle nostre parole in senso moderno o nuovo, non dovremmo dimenticare le altre strategie che le lingue vive possiedono per evolversi, oltre a importare dall’inglese, e cioè adattare, tradurre o inventare parole nuove. Anche la rimozione di queste possibilità storiche fa parte dell’attuale gaslighting linguistico.

Fare dell’anglosfera il solo modello culturale universalizzante

Affermare che il gaslighting è una tecnica di distorsione della realtà che si differenzia dal plagio o dalla manipolazione è una definizione che viene inventata, introdotta e imposta, è un battezzare e un riconcettualizzare qualcosa che già abbiamo attraverso l’inglese.

Nei titoli di giornale, però, gaslighting non viene affatto usato in questo supposto senso differente (che la metafora inglese non possiede), e si legge: “Finti furti, dispetti e maltrattamenti fino a fare impazzire la compagna” (QuiComo); “Furti simulati e gomma bucata, una trappola psicologica” (Corriere); “Violenze psicologiche sulla compagna con finti furti e vandalismi” (La Repubblica)… Ma tutto ciò è affiancato alla parola gaslighting, per educarci a usarla al posto di manipolazione mentale o plagio psicologico, facendo credere che esista addirittura un (inesistente) “reato di gaslighting“. E inducendo a pensare che tutto ciò sia qualcosa di “nuovo” che proviene dalle sublimi analisi dell’anglosfera (dunque si esprime nella loro lingua), quando un decennio prima prima che gli psicologici d’oltreoceano istituzionalizzassero questo fenomeno, Amélie Poulin (ne Il favoloso mondo di Amelie, J.P. Jeunet 2001) faceva le stesse cose (con un diverso intento): rovesciava le maniglie delle porte o scambiava i tubetti di creme e dentifrici alla sua vittima che voleva allo stesso tempo punire ed educare. Ma forse anche rubare i nanetti da giardino sarà presto etichettato dai giornali come gaslighting.

Dietro l’inglese planetario non c’è solo l’aspetto linguistico, il progetto del globalese è funzionale anche a rendere tutta la letteratura e la cultura in lingua inglese un capitale condiviso dall’umanità che diviene in questo modo il principale punto di riferimento a cui guardare, come se ogni altra cultura non esistesse o non fosse altrettanto importante. Ed ecco che da un film di Hollywood si estrapola una metafora da esportare in tutto il mondo, come se quella pellicola fosse un bene comune dell’umanità, e non un prodotto culturale di un Paese e di una cultura come tutte le altre. Come se il pianeta intero dovesse conoscere il particolare delle lanterne a gas di una trama utilizzata istintivamente dagli psicologi statunitensi solo perché fa parte della loro cultura.

Il gaslighting in Francia e Spagna

Sulla Wikipedia in italiano la voce gasligthing riporta l’alternativa “manipolazione psicologica maligna”, ma su quella in spagnolo si viene indirizzati alla voce “luz de gas“, perché gli spagnoli hanno fatto la cosa più semplice che si possa fare: invece di importare una metafora direttamente in inglese – pensate un po’! – l’hanno tradotta e dicono “luce del gas” come nella lingua originale (incredibile!). Alla voce “luce” del Dizionario della Reale Accademia Spagnola si legge: “Gettare luce del gas su qualcuno (hacer luz de gas a alguien) significa cercare di fargli dubitare della sua ragione o del suo giudizio con uno sforzo prolungato per screditare le sue percezioni e i suoi ricordi.”

E su un giornale come El País si trovano articoli che usano questa espressione normalmente!

Nel dizionario della lingua francese del Quebec, invece, usano l’espressione “deviazione cognitiva” (détournement cognitif) e dunque hanno impiegato risorse francesi già esistenti per formulare in modo ben più comprensibile lo stesso concetto che i nostri giornali vogliono diffondere in inglese, buttando alle ortiche le espressioni che abbiamo sempre utilizzato. Perché la nostra classe dirigente e i nostri intellettuali sono piccoli uomini (e piccole donne, per carità!) che si limitano a ripetere in modo acritico, come scolaretti, il pensiero dell’anglosfera nella stessa lingua, con la stessa terminologia, incapaci non solo di tradurre una metafora, ma più in generale di elaborare una propria visione del mondo e una propria cultura a livello sia concettuale sia linguistico.

Una previsione

Ho già parlato più volte dei picchi di stereotipia giornalistici che ci hanno imposto la lingua del lockdown, del green pass e delle fake news. Di solito sono caratterizzati da cicli che per un certo periodo martellano in modo ossessivo con una stessa parola fino a quando cessa di essere l’argomento in primo piano. Il risultato sulle frequenze, quando si tratta di anglicismi, è che dopo un primo picco si abbassano, ma rimangono mediamente più alte di prima: è la prima fase in cui una parola inglese è così introdotta, magari con le virgolette e le spiegazioni.
A distanza anche di anni arriva spesso un altro picco e questa volta la parola già introdotta perde le virgolette o non è più affiancata dalle spiegazioni, si dà per scontata. E in questo modo la frequenza sale ulteriormente e si radica.

Gaslighting si sta facendo strada da anni, e ha tutte le caratteristiche per affermarsi (lo tenevo d’occhio da tempo, ma ora l’ho dovuto per forza aggiungere sul Dizionario AAA).

Con il nuovo picco mediatico del 2022 il dibattito già esistente sull’introduzione del reato di manipolazione psicologica rischia di trasformarsi presto in una legge sul gaslighting, magari sull’onda di qualche campagna internazionale legata ai diritti delle donne che ne può orientare il significato su alcuni aspetti più ristretti.
Dal linguaggio mediatico l’anglicismo rischia di finire in quello politico e delle sentenze, come è già avvenuto nel caso dello stalking (persecuzione), del mobbing (le vessazioni che sono un itanglismo non in uso in inglese) del bossing (vessazioni dei superiori) o dello straining (soprusi).

Se dall’espressione iniziale del film Gaslight si è passati alla desinenza in -ing che porta dalla lanterna a gas all’attività di fare luce, si affermerà anche il gaslighter, di cui si intravedono le prime occorrenze, invece di manipolatore, così come si parla ormai di stalker, al posto di persecutore.

Non ho la sfera di cristallo, ma accetto scommesse sul fatto che la luce di questo tipo di lampade finirà, come al solito, per oscurare l’italiano.

Dall’italiano all’inglese: il collasso della lingua del lavoro

Alla vigilia del Primo maggio, Massimo Gramellini, nella sua rubrica “Buonasera” su Rai 3, ha ripreso il caso della dipendente di Amazon che era stata licenziata per essersi soffermata troppo a lungo in bagno, una decisione che ha fatto notizia e che l’Ispettorato del lavoro ha poi annullato. L’editorialista del Corriere ha deprecato duramente il modello anglosassone che sta sottoponendo i lavoratori al controllo degli algoritmi con modalità disumane che ricordano quelle di Tempi Moderni di Charlie Chaplin, e sono concettualmente molto più vicine alle tanto biasimate condizioni di lavoro dei cinesi, che non alle nostre. E ha concluso il suo pezzo con un appello per tornare a un modello di lavoro europeo basato sullo stato sociale, una bella espressione italiana che non vale la pena di sostituire con welfare, per molte ragioni che, più che con la lingua, hanno a che fare con una diversa concezione del mondo che stiamo smarrendo nella nostra americanizzazione sociale e politica.

Quello su cui dovremmo riflettere è che il problema degli anglicismi e dell‘itanglese è solo l’effetto collaterale di questo processo, che fuori dal lavoro è sempre più pervasivo in ogni ambito, dalla sanità all’istruzione, dalla politica ai fenomeni di costume più marginali.

Le mansioni di lavoro in inglese

Gramellini ha raccontato che Elisa è stata assunta con la mansione di “associated”, una parola che definisce gli addetti di base senza mansioni specifiche, che si potrebbe tradurre con “l’ultima ruota del carro”, dietro l’edulcorazione di questi anglicismi. Ogni mattina, appena entra nel magazzino mostra il suo “QR code” – naturalmente pronunciato in inglese visto che “codice Qr” non fa parte dell’italiano – con cui il sistema traccia i ritmi della sua attività che, come tutto il resto, ha un nome in inglese ed è definita “outbound”. Consiste nel sistemare dentro i pacchi gli oggetti che un altro “associated” le porge dalla fessura della gabbia in cui è rinchiusa. Se si guardano le mansioni e i nomi delle figure professionali di Amazon sono tutti di questo tipo; ci sono gli addetti al “picking”, cioè i “picker” incaricati di prelevare e raggruppare i prodotti che formano l’ordine, o gli “stower” che recuperano la merce per riporla in una cella della torre e così via.

Elisa ha un minuto per eseguire la sua confezione, in modo da sfornare 60 pacchi all’ora. Se va in bagno lo deve comunicare al responsabile perché sia sostituita e la catena di imballaggio non si interrompa. Se durante l’arco della giornata questo ritmo rallenta, si avvicina immediatamente un “instructor”, le cui mansioni evocano forse a qualcuno quelle della parola tedesca “kapò”, che le impartisce un breve “coatching” motivazionale per fare in modo che si dia una svegliata.

In questo scenario d’altri tempi che sta tornando a essere la norma di molte realtà lavorative, dai “call center” ai “rider” del mondo del “delivery”, anche l’imposizione della nomenclatura in inglese fa parte dell’alienazione e del controllo che viene introdotto. Le multinazionali che si espandono lo fanno esportando e imponendo la propria lingua, insieme alle proprie pratiche, in una distruzione totale delle nostre radici. E ciò avviene a ogni livello della catena, dai subalterni più infimi ai più alti dirigenti, i “top manager” che ostentano l’itanglese con fierezza e come fosse il necessario linguaggio di settore che il mondo del lavoro allo stesso tempo richiede e impone.

Passando alle mansioni contrattuali di un’altra simpatica multinazionale, per comprendere cosa sta accadendo basta scorrere quelle di MacDonald’s che nelle sue succursali italiane esporta figure come i crew (ma anche i crew-delivery o i crew-trainer) o i guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager).

Questi sono solo due esempi di “normalità”, perché il mondo del lavoro è ormai tutto così. E nel caso delle multinazionali l’itanglese non riguarda più la comunicazione e le scelte sociolinguistiche che entrano in gioco nel parlare, è entrato ufficialmente e istituzionalmente nella contrattualistica.

Negli anni Novanta un giurista del calibro di Francesco Galgano aveva analizzato il radicarsi di parole come “leasing” o “franchising” nella giurisprudenza, mostrando che si affermano in tutto il mondo per precise disposizioni delle case madri statunitensi che impongono alle filiali la propria terminologia. Queste tassative raccomandazioni di non tradurre e adattare il meno possibile i concetti del proprio diritto in quelli delle lingue locali serve a mantenere la loro uniformità internazionale e le protegge da ogni possibile conflitto con gli ordinamenti giuridici dei singoli Paesi. (Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153). Questa volontà è in linea con quella più generale con cui gli Stati Uniti tentano in ogni modo di estendere la validità delle proprie leggi anche al di fuori dei propri confini nazionali in altri ambiti. Certe conseguenze politiche o militari sono sotto gli occhi di tutti, quelle linguistiche portano a far sì che “leasing” abbia la meglio per esempio sul nostro concetto di “locazione finanziaria”, e poi esca dal suo ambito grazie allo stesso linguaggio usato dal braccio armato delle multinazionali: la pubblicità – anzi l’advertising – che estende l’inglese planetario al linguaggio comune. Dunque ci offrono le automobili in “leasing” e ci invitano ad aprire la nostra attività in “franchising” con loro, portando alla regressione di un’espressione come “catena di negozi”.

Nel 2014, Alessandro Gilioli (“Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3) ha notato che questo meccanismo di propagazione si ritrova uguale in una miriade di altre espressioni, come joint venture, merchandising, authority, buyer, consumer, delivery, welfare state

Da allora la situazione si è ulteriormente allargata e sta diventando sempre più profonda: questo meccanismo non solo causa l’itanglese, ma finisce per mettere a rischio la lingua italiana in modo ben più grave, perché la nuova frontiera di questa espansione mira a cancellare totalmente l’italiano dalla contrattualistica per sostituirlo con il solo inglese.

I contratti di lavoro in inglese e altri pericolosi precedenti

Giorgio Cantoni, il fondatore di Italofonia, è un dipendente di una multinazionale statunitense che conosce bene queste realtà e in un articolo sul sito Campagna per salvare l’italiano ha denunciato questa nuova invadenza dell’inglese che si allarga uscendo dalla nomenclatura delle figure professionali, delle cariche, delle funzioni e delle procedure produttive per coinvolgere anche i contratti:

Diverse aziende, spesso succursali italiane di multinazionali statunitensi, hanno preso l’abitudine di stilare i contratti di lavoro dei propri dipendenti italiani assunti per operare sul mercato italiano, esclusivamente in inglese. Naturalmente un inglese giuridico-legale, dalla cui comprensione dipendono però le vostre mansioni, le regole da rispettare, le clausole che comportano penali, l’inquadramento, la retribuzioni e altri aspetti cruciali. Ma nulla a quanto pare obbliga l’azienda a fornirvi una copia nella vostra lingua, anche se siete assunti nel vostro Paese e qui eserciterete i vostri compiti.”

In Francia una cosa del genere non sarebbe legale, perché ogni azienda che si stabilisce nel territorio francese è obbligata a tradurre tutti i contratti e i documenti, incluso il logiciel, cioè i programmi informatici che loro non chiamano affatto software, e chi non si è adeguato ha ricevuto salate sanzioni.

In qualunque Paese civile, sovrano e non colonizzato, dovrebbe essere così. La nostra classe politica dovrebbe impedire queste cose, se non fossimo una sorta di “Bieloamerica” incapace di distaccarci dalla voce del padrone sotto ogni aspetto. Perché queste prassi costituiscono dei pericolosissimi precedenti, e loro conseguenze portano anche a sovrapposizioni e aree grigie altrettanto pericolose.

Su alcuni luoghi di lavoro – continua Giorgio Cantoni – la maggior parte dei corsi sulla sicurezza vengono erogati in inglese, magari perché il materiale è prodotto in una sede centrale negli Stati Uniti o a Londra, e per l’azienda è più pratico non creare versioni in altre lingue. Il massimo che lo Stato italiano potrebbe richiedere loro è di farvi firmare un modulo in cui dichiarate di aver compreso tutti i contenuti somministrati in inglese e di non aver bisogno di una traduzione in lingua italiana. E vorrei vedere quale dipendente avrebbe il coraggio di non firmarlo, anche se non avesse capito nulla.

La mancata comprensione delle norme di sicurezza mette a rischio la salute dei lavoratori, e può contribuire all’aumento delle morti bianche. Intanto, sul piano linguistico della morte dell’italiano, poiché l’inglese è ormai diventato un obbligo nel mondo del lavoro, sancito dalla Riforma Madia, per esempio, come requisito per l’assunzione nella pubblica amministrazione italiana, lo scenario del futuro potrebbe essere anche peggiore, a proposito di questo genere di multinazionali.

Giorgio Cantoni riferisce di un caso che ha potuto esperire di persona: un’azienda “dove il datore di lavoro obbliga il personale, per la maggioranza italiano, a comunicare sempre in inglese, in ufficio, durante l’orario di lavoro. Solo le pause sono escluse… così invece che fumare di nascosto nei bagni o alla finestra, qualcuno sfrutterà i minuti di pausa per fare una cosa ancora più proibita: parlare nella propria lingua!”

L’emulazione tutta interna della colonia Italia

La cosa allucinante è che questo disegno suicida non è determinato solo dall’espansione delle multinazionali, che perseguono i propri interessi, ma è emulato sempre più anche dalle realtà italiane. Quando l’inglese diventa la lingua superiore, e quando l’italiano non sa più esprimere il contemporaneo se non attraverso gli anglicismi che vengono introdotti da una classe dirigente in preda a un complesso di inferiorità che la rende ormai incapace di usare la propria lingua, la conseguenza è che gli addetti ai lavori si rivolgano a questo modo – il solo che ormai concepiscono e conoscono – anche ai cittadini.
E così Italo ha introdotto a figura del “train manger” al posto del “capotreno” non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma anche nei contratti di lavoro, mentre in un’accademia dove mi capita di insegnare la comunicazione ufficiale mi invita a partecipare alle riunioni di “faculty” invece che di “facoltà” e si stupisce delle mie rimostranze di cui non comprende nemmeno il senso. Oppure il comune di Roma, nella sezione #RomaInnovation del suo sito istituzionale, lancia la piattaforma Citizen Wallet – l’altra “faccia della medaglia del piano Roma Smart City” – attraverso il servizio “tap&go di Atac” per incentivare “i comportamenti virtuosi messi in atto dai city user” per il miglioramento della sostenibilità ambientale e per la distruzione della sostenibilità della nostra lingua. Infatti la Casa Digitale del Cittadino che eroga il “borsellino elettronico (wallet)” è denominata “My Rhome” (grazie ad Alberto Bertelli per la segnalazione).

Tutto ciò sta portando al collasso dell’italiano, e non solo nel mondo del lavoro.

Il collasso di ambito

Il “collasso di ambito” è un concetto di cui ha parlato il linguista australiano Joe Lo Bianco, dell’Università di Melbourne, che chiama così il caso in cui una lingua cessa di adattarsi ai cambiamenti in un determinato ambito fino a perdere la capacità di esprimerlo in modo efficace. Ciò è avvenuto per esempio nella lingua svedese quando negli anni Novanta hanno deciso di erogare la formazione universitaria solo in inglese. Il risultato è stato “l’allarme pubblico e l’agitazione per rafforzare la posizione e la sicurezza dello svedese come lingua nazionale con l’intera gamma di usi sociali e intellettuali” (Joe Lo Bianco, “Language, Place and Learning”, PASCAL International Observatory, 2007).

Mentre in Svezia ci hanno ripensato ritenendo questa scelta dannosa (lo stesso danno denunciato in Olanda da Annette De Groot che ha spiegato il concetto del “bilinguismo squilibrato” e dell’inglese sottrattivo), in Italia abbiamo da poco deciso di perseguire questa strada suicida con l’anglificazione dell’università e più in generale della formazione, che prepara le nuove generazioni al futuro mondo del lavoro fatto di inglese e di itanglese in un abbandono dell’italiano che lo renderà sempre più simile a un dialetto. Così il cerchio si chiude.

PS: scopri le tre piccole differenze

Chi mette in discussione l’itanglese e chi non pensa che siamo in presenza di un collasso di ambito (ma anche chi abitualmente fa acquisti su Amazon) farebbe bene a guardare questo sito che riporta le offerte di lavoro di Amazon.
Per facilitare la lettura le copio-incollo per intero di seguito (le mansioni espresse in italiano sono 3, chi riuscirà a trovarle?).

OFFERTE DI LAVORO A MILANO
Associate Account Manager Amazon Business;
Sr. Customer Experience manager, Last Mile Delivery Experience;
Sr Agency Partnerships Manager;
DevOps Architect, Global Financial Services, Professional Services;
Sr. Strategic Vendor Manager, Last Mile GFP Europe;
Senior Vendor Manager – Amazon Fresh;
Sr. Program Manager, Trustworthy Shopping Experience;
Technical Program Manager II, EUCF ACES EThOS;
Fashion Deals Ops Specialist, 3P SL Promotions;
Senior Engagement Manager, Professional Services;
Regulatory Counsel, WW Ops , EU Ops Legal;
Associate Account Manager Amazon Business;
Senior Team Lead, Amazon Vendor Services, Fashion;
Sales Account Manager;
Global Category Manager – Category Sourcing Manager;
Manager, EU DSP Planning;
Telco Principal Solutions Architect;
Business Analyst;
Employee Relations Manager;
Onboarding Recruitment Coordinator, Student Programs;
Sr. Vendor Manager Furniture;
Creative Agency Strategist, Campaign & Creative Management;
Front End Engineer, AWS Resource Management;
Senior Front End Engineer, AWS Resource Management;
Marketing Program Manager;
Software Development Engineer, Robotics Advanced Technology Europe;
HR Business Partner;
Senior HR Business Partner;
Program Manager, Amazon Fresh;
Enterprise Account Manager SME, Enterprise;
Head of Vertical Sales;
Sr. Product Manager Heavy & Bulky Italy and Spain;
Applied Scientist, Network Process Optimization;
Performance Engineering Mgr., Innovation & Design Eng.;
Network Business and Vendor Developer;
Sr. Marketing Manager Italy, Amazon Ads, Amazon Ads;
Real Estate Asset Manager – Italy;
Sr Program Manager, Selection, Amazon Fresh & 3P Grocery Delivery;
Customer Delivery Architect, Global Financial Services;
Telco Principal Solutions Architect;
Partner Technical Trainer, Partner Training;
Snr Product Marketing Manager, F3 Central Marketing;
Italy Sales Leader, Microsoft Platform, Microsoft Sales Specialist, WWSO;
Design Technologist;
Principal Product Manager EU Vendor’s Experience;
Data Center Security Manager;
HR Regional Partner;
Italy Content Analysis Senior Manager, Amazon Studios Local Originals;
Senior Program Manager, Acquisition;
Business Intelligence Engineer;
Data Scientist Intern;
Marketing Manager;
Account Executive;
Customer Delivery Architecy, Professional Services;
Senior Program Manager, Fulfillment Acceleration, EU DF;
Product Support Engineer, Emerging Tech Services;
Sr Software Development Engineer, Amazon Books;
Internal Recruiter.

OFFERTE DI LAVORO A ROMA
Territory Account Manager – Public Sector;
Senior Front End Engineer, AWS Resource Management;
AWS Recruiter;
Audit, Risk and Compliance Manager;
Transportation Audit, Risk and Compliance Manager;
AWS – Lead Development Representative Italy;
Security Tooling Engineer;
Senior Penetration Testing Engineer, Security Verification and Validation Team;
Penetration Testing Engineer.

ALTRE SEDI
Senior Software Development Engineer, Redshift Berlin – Cagliari;
Costumer Service Delivery Station Liaison (DSL) – Alessandria;
Graduate Area manager – Passo Corese (RIETI);
Site Controller, Customer Fulfillment Finance – Agognate (Novara);
HR Business Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
HR Assistant – Palermo;
Inventory Control and Quality Assurance Escalation specialist – Colleferro (Roma);
Specialista Sicurezza sul Lavoro – Cividate al Piano (Bergamo), Rovigo, San Salvo (Chieti);
Reliability Maintenance Engineering Area Manager – Calenzano (Firenze);
Health and Safety Manager – Passo Corese (Rieti);
Team Lead Operations – Trento;
Software Developer Engineer, Alexa AI Natural Understanding – Torino;
Senior Program Manager – Security and Loss Prevention, EMEA Surface Transportation
Programs Implementation – Castel San Giovanni (Piacenza);
Receptionist (L.68/99) – Cividate al Piano (Bergamo);
Reliability Maintenance Engineering Planner – Cividate al Piano (Bergamo);
Specialista Sicurezza sul Lavoro, EU Sort WHS – Casirate d’Adda (Bergamo);
Travel Coordinator, Launch Support Team – Casirate d’Adda (Bergamo);
Loss Prevention Specialist – Passo Corese (Rieti), Agognate (Novara);
Supervisore Squadra di Manutenzione – Colleferro (Roma);
3PL Area Manager, 3PL team – Soccorso (Perugia), Genova, Bitonto (Bari);
Receptionist – Colleferro (Roma);
Italian Data Linguist – Torino;
Software Development Engineer, Elastic Graphics – Asti, Cagliari;
Senior HR Business Partner – Calenzano (Firenze), Padova, Bologna, Venezia, San Giovanni Teatino (Chieti);
Regional Program Manager, Community Operations – Firenze, Grugliasco (Torino);
Regional Specialist, Community Operations – Udine;
HR Business Partner – Castel San Giovanni (Piacenza);
Senior HR Manager Warehousing – Cividate al Piano (Bergamo);
ICQA Escalation specialist – San Salvo (Chieti);
HR Associate Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
Air Gateway Manager, Air Ground OPS – Castel San Giovanni (Piacenza);
Senior HR Business Partner – Spilamberto (Modena);
Graduate HR Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
Manutentore industriale – Cividate al Piano (Bergamo);
Shift Manager AMZL, Amazon Logistics – Pisa;
ICQA Data Analyst – San Salvo (Chieti);
Trainer – Cividate al Piano (Bergamo);
Ops Lead – Spilamberto (Modena).

Le questioni linguistiche della guerra in Ucraina e l’anglificazione

Il mese scorso, nella trattativa diplomatica per risolvere il conflitto in Ucraina che Erdogan aveva rivolto a Putin, sul tavolo non c’era solo Kiev fuori dalla Nato e la questione della sovranità di Donbass, Crimea e territori occupati, ma anche la protezione della lingua russa. Perché le questioni linguistiche si intrecciano in modo inestricabile con quelle delle identità etniche, sociali e culturali, e fuori dalla miopia italiana, sono un fattore politico di primo piano quasi ovunque.

Le lingue dell’Ucraina

La lingua ucraina convive e si mescola con il russo in tutto il Paese, anche se esistono varie altre minoranze linguistiche. Secondo un censimento del 2001, i madrelingua ucraini sarebbero quasi il 70%, e i russofoni meno del 30%, un dato che non corrisponde all’etnia della popolazione rilevata dallo stesso censimento che registrava una percentuale russa ben superiore al 50%. E secondo un’indagine svolta dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev nel 2004, le due lingue si equivarrebbero nell’essere parlate tra le mura domestiche. La presenza del suržik, un misto di russo e ucraino parlato in molte regioni, rende ancora più difficile distinguere nettamente chi parla una o l’altra lingua.

La diffusione dei due idiomi non si può sovraporre con le realtà territoriali, è indelimitabile e sfumata.
Anche se il russo prevale in Crimea e nelle regioni orientali contese nel conflitto, a Ovest prevale l’ucraino in città come Leopoli, al centro il russo va per la maggiore soprattutto nelle aree urbane, come nella capitale Kiev, mentre l’ucraino è diffuso nelle campagne. In questa distribuzione a macchia di leopardo che include un largo bilinguismo, nonostante l’ucraino goda dello status di lingua ufficiale dal 1991, molti ucraini non lo conoscono. Lo stesso presidente Zelensky, russofono, durante la campagna elettorale del 2019 che lo ha eletto presidente, non sapeva parlare ucraino, anche se si era impegnato a farlo. Nel suo programma elettorale c’era invece la creazione di un portale in lingua russa destinato agli abitanti del Donbass per fare arrivare loro il punto di vista di Kiev.

Nel 2012, il governo Janukovych aveva introdotto un discusso concetto di “lingue regionali” che in alcune aree aveva portato al riconoscimento del russo come lingua della scuola e dell’amministrazione, al pari dell’ucraino. Ma tutto è stato spazzato via nel 2019 dal predecessore di Zelensky, Petro Poroshenko, con una legge sulla lingua (n° 5670-d) che toglieva al russo e alle altre lingue minoritarie lo stato giuridico di “lingue regionali” e ne limitava l’uso nella sfera pubblica.

Nell’attuale conflitto si combattono anche le questioni linguistiche accanto a quelle territoriali e politiche. E da anni è in atto una guerra della lingua che vede scontrarsi il progetto di una nuova ucrainizzazione contro quello della storica e secolare russificazione del Paese.

Ucrainizzazione e russificazione

Fino al 2013 il mercato editoriale ucraino era formato per il 75% da libri russi, ma nell’ultimo decennio la proporzione si è invertita a favore di quelli ucraini che prevalgono per numero di titoli ma anche per copie venute. Questa rinascita della letteratura ucraina, in ascesa sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo, è il risultato delle politiche linguistiche e anche di una guerra culturale che ha seguito la guerra di Crimea del 2014.

Il Consiglio Supremo ha sancito l’ucraino come lingua dello Stato, favorendolo e esaltandolo, e ha bandito il russo dal linguaggio istituzionale e ufficiale, mentre il Parlamento ha vietato i libri importati dalla Russia. Nel 2015 è uscito una sorta di “indice dei libri proibiti” che ne metteva ben 38 in una lista nera, in un clima di una più vasta “derussificazione” avviata dal nuovo governo filo-occidentale che ha soppresso persino il partito comunista locale. La legge dell’ex presidente Poroshenko prevede che i cittadini parlino ucraino (almeno in teoria), introduce un esame da superare per ottenere la cittadinanza, ed estromette il russo dai programmi formativi e scolastici. Anche le radio e le televisioni devono trasmettere in ucraino per il 90%, la stessa percentuale del cinema, con l’obbligo di sottotitoli ucraini nelle pellicole in russo.

Questo pacchetto di provvedimenti ha innescato un ampio dibattito, e il progetto di una deliberata “ucrainizzazione” era mal visto dalla popolazione russofona. La forte divisione tra le due culture che si scontrano è evidente soprattutto nelle aree che hanno proclamato la secessione dove, al contrario di quanto avviene nel Paese, dal 2020 hanno introdotto come unica lingua ufficiale il russo.

L’invasione da parte della Russia è avvenuta in questo clima, e anche se si sovrappone a una guerra che va avanti dal 2014, di cui si è parlato poco, ha oggi assunto un carattere globale.

Ma dal punto di vista linguistico, nel nuovo contesto che ha coinvolto il mondo intero, tra ucrainizzazione e russificazione è spuntato anche l’inglese.

L’anglificazione nella Prima guerra globale

Nella speranza che il conflitto non si trasformi nella Terza guerra mondiale, per ora sembra più una Prima guerra globale, e nella controversia linguistica tra ucrainizzazione e russificazione si sta insinuando anche il progetto dell’anglificazione, come avviene in tutto ciò che è legato alla globalizzazione.

Nella legge sulla lingua caratterizzata dai provvedimenti de-russificatori, è previsto che i siti Internet .ua debbano avere la pagina iniziale in ucraino – il che è linea con l’imposizione della lingua in tanti altri aspetti che riguardano l’ufficialità – ma è comparsa un’aggiunta molto curiosa: oppure in inglese o altra lingua ufficiale dell’Ue. In altre parole il russo è vietato, ma di fatto si apre all’inglese, anche se in teoria sarebbe possibile usare altre lingue ufficiali.

Il provvedimento si può interpretare come un’espressione del desiderio di far parte dell’Europa, ma quello che colpisce è che nel testo della legge 5670-d il russo è stato cancellato e non viene più nominato, mentre l’inglese è nominato per ben 18 volte!

Senza voler giustificare l’ingiustificabile – l’invasione dell’Ucraina è un crimine – il montante sentimento anti-russo, che Putin ha chiamato “isteria”, sull’onda dell’emotività sta valicando gli aspetti politici e bellici per allargarsi a quelli culturali e più generali.

In Italia ha fatto scalpore l’isteria dell’Università Bicocca di Milano che, qualche tempo fa, avrebbe voluto sopprimere una conferenza di Paolo Nori su Dostoevskij (avevo già parlato del suo libro in tempi non sospetti) in preda a un oscurantismo anti-russo rimangiato a causa delle polemiche, con un atteggiamento schizofrenico per cui il rimedio si è rivelato ancor più imbarazzante della decisione iniziale.

Naturalmente per chi è sotto le bombe questo sentimento anti-russo è più che comprensibile, da un punto di vista emotivo.

In un articolo sull’Huffingtonpost si può leggere una dichiarazione di Olena, una donna ucraina, che urla il suo sfogo:

Sono nata e cresciuta a Donetsk. Ho parlato russo per tutta la vita. Ora sono letteralmente nauseata da qualsiasi cosa che sia russa: cultura russa, balletto russo, lingua russa, musei russi. Che vada all’inferno. Ecco da dove viene tutto ciò che è russo. Adesso parlo ucraino. O inglese.

Questo sentimento appartiene a molti, e pare che stia nascendo una sorta di rivolta culturale che implica l’abbandono del russo sulle piattaforme sociali e anche nella vita quotidiana, come segno di protesta, ma il riferimento all’inglese come simbolo dell’Occidente è una novità sui cui riflettere.

Per un ucraino di lingua russa, o per un politico come Zelensky che non padroneggia l’ucraino, la tentazione di rinnegare la propria identità linguistica e passare all’inglese sembra forte. Alla base c’è una mancata separazione e confusione tra i piani culturali e linguistici, da una parte, e quelli politici e bellici dall’altra. Si può benissimo condannare e combattere la guerra di Putin senza rinnegare la propria lingua e cultura, in teoria. Ma nella pratica quello che accade è che l’odio per l’invasore finisce per coinvolgere anche il piano linguistico.

Un simile sentimento è al centro del libro Ritorno a Berlino (Verna Carleton, Guanda 2017) in cui il protagonista, dopo il nazismo, aveva cambiato identità, si spacciava per americano e parlava in inglese celando le proprie origini germaniche e la propria lingua davanti al mondo:

Mi vergognavo di essere tedesco, mi vergognavo di appartenere a un paese che aveva tollerato l’esistenza di un regime tanto atroce. Non riuscivo ad affrontare la vita come Erich Dalbur. Come Eric Devon ho trovato il modo di stare a galla.

I segnali di apertura all’inglese sul piano interno dell’Ucraina, dove la “vergogna” nasce dal parlare la stessa lingua dell’invasore, si radicano attraverso il sentimento di voler appartenere all’Europa.
Filippo Mastroianni, in un articolo su Il Sole 24 ore ha scritto: “L’attenzione posta sull’inglese, citato ben diciotto volte nella legge (…) è l’indizio di una politica di più ampio respiro e di un progetto di collocazione europea che Kiev ha ormai imboccato.” Ma anche questo sentore è frutto di una confusione, perché l’inglese non è affatto la lingua dell’Europa, almeno sulla carta. Anche se in questa Prima guerra globale sta guadagnando terreno.

Jean-Luc Laffineur – il presidente dell’associazione Gem+ di Bruxelles che difende il multilinguismo e combatte la prassi surrettizia dell’inglese come lingua dell’Ue – nel bollettino del 31 marzo agli associati ha osservato:

Prima dell’invasione dell’Ucraina, la bandiera europea veniva sventolata accanto alle bandiere nazionali degli stati più filoeuropei anche se non è mai apparsa dietro le scrivanie di Orban o dei primi ministri polacchi. Tre giorni fa a Varsavia, la bandiera americana è stata innalzata accanto a quella polacca, la bandiera europea no. Prima dell’invasione dell’Ucraina, si parlava di allargamento dell’UE. Ora si parla di un allargamento della NATO alla Svezia e alla Finlandia. (…) Prima dell’invasione dell’Ucraina, monitoravamo attentamente la presidenza francese dell’UE per conteggiare il tempo che i dirigenti europei passavano a parlare in francese e in altre lingue. Da allora, abbiamo visto i leader sloveno, polacco e ceco recarsi, senza alcun mandato del Consiglio europeo, a Kiev per sostenere il presidente Zelenski e tenere una conferenza stampa improvvisata in inglese. (…) Non dimentichiamo che l’uso e la crescita di una lingua è legata al potere dello stato dominante. Aumentando la sua dipendenza economica e militare dagli Stati Uniti, l’UE sta di fatto facendo un ulteriore passo verso il vassallaggio politico all’alleato americano.

Questo “vassallaggio” dell’Europa verso la politica e la lingua degli Stati Uniti sta contribuendo all’affermarsi del globalese come lingua internazionale; ed ecco che anche in Ucraina viene percepito così, e accade che l’inglese diventi la lingua alleata dell’ucraino in funzione anti-russa, e che un presidente russofono come Zelensky che non sa parlare bene l’ucraino guardi all’inglese, esattamente come raccontava nell’intervista la cittadina ucraina Olena disposta ad abbandonare persino la propria identità.

Passando dal “vassallaggio” europeo a quello italiano, la novità è che Enrico Letta, segretario del PD, uno dei partiti più americanizzati e filoamericani d’Europa, dall’inizio del conflitto ha cominciato a cinguettare su Twitter in inglese con aforismi come questo:

How many #Bucha before we move to a full oil and gas Russia embargo? Time is over” (3 aprile).

A dire il vero ne ha fatti 2 o 3 anche in francese negli ultimi tempi, ma quelli in inglese al 24 marzo erano ben 14! E più che di multilinguismo bisognerebbe parlare di una comunicazione politica che comincia a dare i primi segnali di anglificazione per rivolgersi non solo agli altri politici europei in inglese, ma anche sul piano interno agli italiani, come fanno le pubblicità e le multinazionali d’oltreoceano. Questi primi segnali si sono visti anche con due cinguettii in inglese di Di Maio (27 febbraio e 2 marzo), due di Renzi (24 febbraio e 2 marzo) e uno di Calenda (25 marzo).

Accanto all’ucrainizzazione, alla russificazione e all’anglificazione dell’Europa, la de-italianificazione della nostra classe politica è sempre più evidente e si allarga.

Millennial(s) e Gen Z: la nostra identificazione attraverso le categorie d’oltreoceano

In un articolo sul Corriere di ieri (Diana Cavalcoli, 3/4/2022) intitolato “Millennials, Gen Z, boomer: chi perde la sfida delle generazioni tra pandemia, guerra (e incertezza)”, si può leggere:

“Tacciate per molto tempo di essere delle generazioni di «bamboccioni» dalla vita facile, i Millennial e la Gen Z si trovano ad affrontare oggi sfide e complessità senza precedenti. Si pensi solo ai due anni di emergenza sanitaria, tra Dad e lockdown, seguiti dallo scoppio della guerra in Ucraina…”

Ragionamenti come questi si possono trovare un po’ dappertutto, non solo sui giornali, ma anche nei libri, nei rotocalchi televisivi chiamati talk show, sulle piattaforme sociali, chiamate social, e nelle chiacchiere dei tronisti del Web che si definiscono influencer, Youtuber e via dicendo. Sono analisi tipiche di un Paese culturalmente e socialmente colonizzato, e dietro il ricorso ai numerosi anglicismi c’è semplicemente questo fatto: non siamo più in grado di elaborare nulla, non siamo più in grado di pensare con la nostra testa. L’apparato mediatico e culturale si limita a ripetere e a diffondere il pensiero d’oltreoceano in modo acritico e pappagallesco, trapiantando categorie che non ci appartengono e facendole diventare nostre. In questo modo si attua un’opera di catechizzazione che riguarda la nostra identità.

Chi sono i Millenial(s)? Che cavolo è la Gen Z? Perché mai, per motivi anagrafici, dovrei appartenere alla X generation? È un’etichetta astratta pensata nel mondo anglosassone con cui non mi identifico affatto, che non mi descrive e mi risulta aliena e alienante.

Chi ha inventato queste categorie e questa discutibile tassonomia dalla nomenclatura in inglese piuttosto arbitraria e soggettiva? Alcuni sociologi statunitensi, ovviamente. E noi, succubi, incapaci di elaborare la nostra società, non facciamo altro che trapiantare questi concetti astratti e regalare loro un’aura di realtà, come se i millennial fossero delle entità biologiche. L’articolo in questione, del resto, non fa che ripetere le analisi di un giornalista della testata Bloomberg, Mark Gongloff, che riflette sui giovani statunitensi, e non certo italiani. Lì, anche se l’occupazione è attualmente inferiore alle media pre-pandemica, negli ultimi due anni si è registrata una forte crescita da noi sconosciuta. La giornalista, nel riprendere le stesse analisi, le applica alla realtà italiana aggiungendo che da noi è molto peggio perché “sono in aumento i «Neet», acronimo di «Not in Employment, Education or Training». Parliamo cioè dei giovani nella fascia 15-34 anni che non studiano e non lavorano e che sono saliti a 3 milioni, di questi 1,7 sono ragazze.”

In un Paese culturalmente sovrano, un intellettuale, o un giornalista, dovrebbe essere in grado di elaborare il dramma del lavoro e delle nuove generazioni in Italia. Ma poiché siamo sempre più una colonia, non ci resta che partire da ciò che si elabora negli Stati Uniti e provare ad applicarlo nella nostra provincia, attraverso concetti e categorie espresse in inglese. Ed ecco il lockdown, i Neet, la gen Z… e la miriade di anglicismi che ci schiacciano.
Io non ce l’ho con questo articolo del Corriere in particolare, è solo un esempio di una cultura e un’informazione che è ormai omologata a questi canoni in ogni ambito. È tutto così. Basta leggere sulla Wikipedia voci come Generazione Y per rendersene conto:

“Con i termini Generazione Y o Millennial si indica la generazione dei nati tra il 1981 e la metà degli anni ’90. La Generazione Y ha seguito la Generazione X ed è seguita dalla Generazione Z. (…) I membri della Generazione Y vengono detti Millennial, anche se nel linguaggio giornalistico italiano il termine è stato spesso usato erroneamente, stravolgendone il significato originale, per indicare i nati dal 2000 in poi.”

Perché mai un giornalista italiano userebbe “erroneamente” una categoria espressa in inglese come “Millennial” interpretandola diversamente da quanto scritto nei testi sacri originali? Dove sta l’errore? L’errore, il male, sta nel non identificarsi con ciò che arriva dagli Usa, come per un tolemaico non era possibile mettere in discussione ciò che attribuiva ad Aristotele, nemmeno se cozzava con l’esperienza. Personalmente parlerei per esempio di nati del nuovo millennio, per riferirmi ai figli del Duemila, e delle elucubrazioni dei sociologi americani francamente me ne infischio. E parlerei dei giovani disoccupati, come si faceva una volta, o dei tassi di abbandono dello studio per descrivere i disastri politici, sociali, economici e culturali italiani.
Ma in questo vuoto di cultura, stiamo confondendo la nostra realtà con delle categorie che vogliono descrivere e interpretare la realtà, ma che sono state concepite altrove. Queste dottrine vengono ripetute come fossero oro colato e non interpretazioni che si possono mettere in discussione o sostituire con altre più appropriate alla nostra povera Italia.

La tassonomia divulgata dalla Wikipedia, ci spiega che “Con il termine Generazione Z (o Centennial, Digitarian, Gen Z, iGen, Plural, Post-Millennial, Zoomer) ci si riferisce alla generazione dei nati tra il 1995 e il 2010”. A parte “generazione Z” invece di “Z geneation” non c’è un nome in italiano! E questo è ciò che passa il convento e genera la nuova cultura, di cui la Wikipedia non è la causa, ma l’espressione.
Prima dei Millennial (1980-1990) e della Gen Z (1995-2010) c’era la Generazione X “coloro che sono nati tra il 1965 e il 1980”.
Prima ancora c’erano i figli del Baby Boom, oggi chiamati spregiativamente boomer per indicare chi è nato tra il 1946 e il 1964 (negli anni ’60 i giovani parlavano di matusa per bollare le generazioni che li avevano preceduti).

E i nati ai giorni nostri che generazione sono? Semplice: si chiamano Generazione Alpha, sempre stando alla Wikipedia, che recita: i “membri della Generazione Alpha sono per la maggior parte i figli dei membri della Generazione X e dei Millennial. Mark McCrindle, durante un discorso a un evento TEDx nel 2015, chiamò ‘Generation Alpha’ coloro nati dal 2010 in poi.”

Tutto chiaro? Se Mark McCrindle durante un evento al Ted li ha chiamati così, non ci resta che trascrivere tutto sulla Wikipedia e farlo diventare il nostro nuovo modo di identificarci, in attesa che qualcuno, dall’altra parte del mondo, ci spieghi chi siamo (e chi saremo anche nel futuro) attraverso dei nuovi anglicismi che non sono “universali”, bensì “universalizzanti”: più che descrivere la realtà ne danno una rappresentazione concettuale ideologizzata che ci ingloba in una visione omologante, anche se ci è estranea.

Da noi un tempo c’erano i Sessantottini, che avevano fatto il ’68, poi ci sono stati gli anni di piombo, e poi quelli che erano stati chiamati gli anni del riflusso… (e c’erano anche analisi sociologiche di primo piano di intellettuali di primo piano come Gramsci, Pasolini, Umberto Eco… e non i nuovi intellettuali-satrapi). Ma queste categorie legate alle vicende generazionali italiane le possiamo ormai buttare nel cesso, perché nelle colonie è necessario riscrivere la storia con le categorie e i concetti delle società dominanti. E quando queste categorie concettuali espresse in inglese arrivano a definirci e a identificarci come generazioni, la faccenda è grave. Non stiamo importando oggetti nuovi inventati negli Usa come il mouse o il computer, stiamo americanizzando noi stessi nella newlingua che esprime il pensiero globale unico da esportare in tutto il mondo. Ma del resto ciò che caratterizza il made in Italy è l’italian design. E l’Italia è questa qua.

Dantedì e Dantenò

Il venticinque marzo duemilaventieunpo’, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò linguisticamente poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Tra le news dei magazine, i post dei social e gli spot dei brand, riecheggiava il boom dell’escalation dell’itanglese. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche etimo Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. In bocca al Boccaccio le graphic novel nobilitavano le novelle; la Commedia di Dante, prendente la forma di black comedy, seguiva la divina sorte di “vino” nelle insegne dei Wine bar. Gli italiani bevevano whisky and soda senza più sentirsi disturbà.

Mentre il 25 marzo scorso ricorreva la terza edizione del Dantedì, lo stato della lingua italiana si potrebbe riassumere in questa libera reinterpretazione dell’incipit dei Fiori blu di Raymond Queneau. Il lessico storico di derivazione molto eterogenea – greca, latina, francese, araba… – si sta riempiendo di anglicismi crudi, e non adattati, che invece di “disturbarci” (come il whisky della canzone di Carosone) ci appagano e ci nutrono. Li facciamo nostri e li utilizziamo in modo sempre più sfrenato per riverniciare, o forse seppellire, i secolari substrati danteschi del nostro idioma.

Questo Dantedì mi pare sia proprio un’occasione mancata, volta al passato, che non ha nulla a che vedere con la valorizzazione dell’italiano, di cui non importa niente a nessuno. Leggere sui giornali le notizie che riguardano le iniziative del 2022 è sconfortante.

Dantedì venti ventidue (come si dice adesso)

A Ravenna, dove sorge la tomba di Dante, la rivista locale denominata tipicamente RavennaToday saluta l’iniziativa come “un weekend a tutto sprint” (e anche “sprintoso“) fatto di sagre, street food, musica live e mercatini che si declinano nel “Garage Sale che torna con le sue proposte vintage, workshop e truck food”.

In Campania hanno inaugurato per l’occasione la Dantedì artecard che offre ben “4 pass digitali” con agevolazioni per la visita di mostre e musei e un’app realizzata da Scabec, che la testata Sky tg24, nella sezione Lifestyle, definisce la società in-house della Regione Campania. La rivista Amica, dalla sezione Party People, spiega che gli abbonamenti valgono tre giorni, ma c’è anche la formula per tutto l’anno denominata 365 Lite, una versione speciale e limitata dell’abbonamento Gold.

Intanto il Ministero della Cultura, dalla sua home, ha pensato bene di organizzare un Public Speaking Dantedì, per commemorare l’italiano in itanglese.

Se guardiamo cosa accade tutto intorno al Dantedì, metaforicamente ma anche letteralmente in un articolo del Corriere che lo celebra, vediamo che la lingua del bel Paese dove ‘l sì suona è accerchiata dalla lingua dell’ok.

Quando una bella invenzione onomaturgica nata in un confronto tra Francesco Sabatini e il giornalista Paolo Di Stefano (che aveva più volte proposto di introdurre questa festa) si storpia nel Dante Day come fosse la cosa più naturale del mondo, significa che le celebrazioni dantesche si trasformano in una ricorrenza come il giorno dei morti, e non in un’occasione per rilanciare la nostra lingua.

Il tema dell’anglicizzazione non solo non viene affrontato, ma non viene nemmeno posto, in uno sfondo politico e culturale dove si dà per scontato che l’italiano contemporaneo coincida con l’itanglese, che allo stesso tempo viene negato, in modo schizofrenico, proprio da tanti che lo praticano con orgoglio.

Questo stesso miope presupposto sorregge l’idea di un Museo della Lingua italiana, annunciato come imminente proprio un anno fa, in occasione della ricorrenza dei 700 anni della morte del Sommo Poeta; ma adesso è stato procrastinato al 2022, e rischia di essere l’ennesima “franceschinata”, l’ennesimo progetto annunciato dal nostro ministro per i Beni Culturali destinato a fare la fine del portale VeryBello e forse del progetto ITsArt, che dopo nemmeno un anno dal suo lancio ha cambiato per la terza volta amministratore delegato e non si capisce ancora in che cosa consista concretamente. L’assenza di una politica linguistica, nel nostro Paese, produce solo queste cose.

Queste celebrazioni dell’italianità concepite in modo finto, inutile e superficiale finiscono per morire presto nello sperpero di fondi che potrebbero essere impiegati in modo più intelligente e costruttivo.

Il Dantenò: il 26 marzo finalmente anche la festa dell’itanglese!

Perché allora non affiancare al Dantedì una nuova bella festa dell’itanglese, per essere moderni e internazionali e per celebrare e ufficializzare la newlingua dei giornali e delle istituzioni?

Basta ipocrisie! Se Dante appartiene alla storia e al passato, invece di rappresentare un modello da far rivivere e mettere in pratica nel presente e nel futuro, propongo una raccolta firme per sancire definitivamente l’itanglese. Vuoi vedere che questa volta le istituzioni che hanno sempre ignorato le mie iniziative a favore dell’italiano – le petizione a Mattarella, le proposte di legge a Camera e Senato, le lettere a Franceschini, Di Maio o Draghi e tutte le altre istanze rimaste senza risposte – si dimostreranno più sensibili?

Si potrebbe chiamare il Dantenò, e potrebbe svolgersi il 26 marzo. Il giorno dopo, anzi il day after del Dante Day, come il San Valentino è seguito da San Faustino, il protettore dei non innamorati, anzi dei single.

Firma anche tu per il Dantenò, una bella festa, anzi un bel party, moderno e internazionale per ufficializzare la lingua di Franceschini e dei giornali, delle ferrovie e delle poste italiane, dell’informatica e del lavoro…

W il Dantenò, la notte di Dante, il Don’t Alighieri.

(Di seguito Corrado D’Elia recita il beginning dell’Infernal Tour della Divina Comedy)

La creolizzazione culturale e l’educazione all’itanglese (il perché degli anglicismi)

Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” si chiedeva Draghi qualche tempo fa. È una domanda che si fanno in molti e che si sente spesso. Perché?

La risposta esce dall’ambito della linguistica. Sotto il ricorso compulsivo agli anglicismi ci sono fenomeni profondi, che sono allo stesso tempo culturali, economici ma anche psico-sociali. Hanno a che fare con una creolizzazione ben più ampia di quella linguistica, e non coinvolgono solo il nostro Paese, ma il mondo intero, travolto da una “globalizzazione” che coincide sempre più con “americanizzazione”.

Naturalmente non esistono culture pure, isolate o vergini. Tutte sono ibridate, meticce e influenzate dall’esterno, ed è un bene che lo siano, perché gli scambi portano arricchimenti. Il punto è che attualmente non si assiste ad alcuno scambio significativo, bensì a un’affermazione unidirezionale dei modelli angloamericani che si espandono in tutto il mondo e schiacciano le altre culture. Questi valori non sono “universali” ma “universalizzanti”: diventano universali perché si riescono a esportare con successo. Il motore di questo processo è l’espansione delle multinazionali angloamericane e delle loro merci, e le conseguenze culturali, sociali e linguistiche sono solo le sovrastrutture.

Dagli hamburger si passa così alla mcdonaldizzazione del mondo. Il monopolio cinematografico, televisivo e di internet produce un mondo virtuale in cui siamo immersi che finisce per inglobarci facendoci assorbire ben precisi comportamenti sociali; le pratiche di consumo indotte dalle pubblicità si trasformano in luoghi appositamente concepiti per metterle in pratica, dai fast food ai cinema multisala dove ciò che si guarda è soprattutto la produzione hollywoodiana e ciò che e si mangia è il popcorn che si appoggia negli appositi spazi previsti dalle poltrone in sala. In questo modo si arriva all’esportazione-importazione persino delle festività come Halloween, dei riti come quello del black friday, delle tradizioni come l’addio al celibato o dei conigli pasquali che affiancano le uova di cioccolato.

Senza tenere presente questo scenario non è possibile comprendere il perché degli anglicismi e dell’anglicizzazione dell’italiano.

L’alienazione culturale e linguistica

La creolizzazione è un concetto molto fumoso e di difficile definizione teorica. Dal punto di vista linguistico si riferisce ai territori coloniali dei Caraibi o dell’India, dove l’imposizione dell’inglese, a contatto con le culture locali, ha portato all’emergere di lingue miste. In Italia non esiste alcun bilinguismo a base inglese sul territorio (per adesso), e il contatto con la lingua e la cultura angloamericana è il risultato di un “sovramondo” virtuale costruito su quello locale. Basta accendere la tv, guardare un film o connettersi a internet per immergersi in questo sovramondo che non è la proiezione della realtà italiana, bensì quella della società americana che lo ha costruito e lo esporta.
Le conseguenze socio-culturali portano alla formazione di nuove generazioni globalizzate e omologate sui gusti delle pressioni universalizzanti statunitensi.

E così capita che uno studente di “storytelling” di Parma scriva racconti dove le automobili sono le Cadilllac, non le Fiat Punto che circolano per la sua città, mentre i nomi dei protagonisti delle sue storie sono in inglese, non sono certo Anna e Marco. Invece di essere in grado di raccontare e di esprimere la vita reale con la sua narrativa, questo aspirante scrittore “medio” non fa altro che proiettare la sua storia nel mondo virtuale che lo ha nutrito e cresciuto. Il mondo dei film e delle serie televisive che lo hanno formato e che ha introiettato, un mondo che nella realtà quotidiana non gli appartiene affatto, ma che scimmiotta inconsapevolmente e gli appare reale e migliore di quello che vive. In questo processo di alienazione culturale il terreno su cui si inseriscono gli anglicismi è molto fertile.

Dall’altra parte, secoli di speculazioni sull’arte della retorica – dai sofisti alle scuole di scrittura creativa che fino a qualche anno fa erano ancora in voga – sono state spazzate via dal piattume di uno “storytelling” di matrice americana in una riconcettualizzazione della scrittura persuasiva e delle tecniche di narrazione di natura pragmatica, e spesso becera, che annulla la storia profonda della nostra cultura e la riscrive spacciandola come una tecnica nuova e priva di legami con quelle che sono sempre state le nostre radici. E così il circolo si chiude e tutto torna. Ma la storia del colonialismo ripercorre proprio gli stessi schemi.

Il colonialismo culturale

Il colonialismo dei secoli passati, imposto con le armi, ha lasciato il posto a una nuova forma morbida di colonialismo culturale che salta la fase della spada, ma alla fine non fa che produrre con altre forme il medesimo processo di assimilazione.
Lo aveva capito Agricola, elogiato da Tacito per aver saputo romanizzare i Britanni, dopo la loro sottomissione militare. Senza questa fase, la conquista non avrebbe potuto avere alcun effetto duraturo.
Il “Tacito asservimento” è avvento attraverso l’edificazione di tipo romano (oggi sono invece i grattacieli di una città come Milano a ridisegnarne lo skyline), attraverso l’importazione delle toghe (oggi c’è l’outfit fatto di T-Shirt, jeans e sneaker). E poi attraverso il trapianto dei costumi romani (oggi lo si fa attraverso Netflix, Google e via dicendo), o con il diffondere le “squisite mense” romane (oggi i fast food e i MasterChef che trasformano la cucina in cook). E infine tutto si è compiuto con l’imposizione della lingua romana a partire dai figli dei capitribù (cioè i rampolli della classe dirigente), in modo che da “disprezzata” divenisse “bramata”. La conclusione di Tacito è che i Britanni alla fine chiamavano la romanizzazione “cultura”, ma era al contrario il loro asservimento.

Sedotti dai valori universalizzanti del nuovo impero globale, un sovramondo virtuale che ricopre ogni territorio, oggi ci asserviamo da soli, come forse hanno fatto gli Etruschi che si sono romanizzati senza guerre sino a scomparire in un’assimilazione con la civiltà che li ha fagocitati.

L’italia creola che crede di essere internazionale

Se lo scrittore africano Thiong’O ha raccontato il dramma delle scuole coloniali inglesi che hanno fatto di questa lingua il requisito della cultura, uccidendo le culture locali e impedendone ogni altra, noi oggi spendiamo delle fortune per mandare i figli dell’alta borghesia nelle scuole di lingua inglese che sono spacciate per internazionali, invece che coloniali, e suonano blasonate e superiori.

Nelle università, nel mondo del lavoro o in quello della scienza il monolinguismo dell’inglese internazionale spazza via tutto il resto, e rende l’apprendimento di ogni altra lingua e cultura qualcosa di superfluo come saper suonare il pianoforte. Ma essere internazionali ed esseri anglofoni sono concetti molto diversi. Il mondo non coincide affatto con l’anglosfera come si vorrebbe far credere, è ben più ampio, complesso e sfaccettato. Identificare la cultura e la lingua inglese con l’internazionalità fa parte di un progetto neocolonialista che prevede l’americanizzazione del mondo, un progetto funzionale agli interessi dei Paesi anglofoni che non ci conviene affatto, anche se facciamo di tutto per perseguirlo senza comprendere che ci sta distruggendo.

Eppure, basterebbe studiare la storia delle imposizioni colonialistiche di una lingua, per comprendere cosa sta avvenendo: prima si conquistano le istituzioni, poi l’intellighenzia, la classe dirigente e dunque l’università; seguono le grandi città, e alla fine tutto si espande anche nei centri periferici e rurali.

I collaborazionisti dell’inglese

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” diceva Churchill nel 1943 (Discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre).

E mezzo secolo dopo, l’ex funzionario dell’amministrazione Clinton, David Rothkop, ha dichiarato:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Invece di contrastare questo disegno perseguendo i nostri interessi e ponendo l’italiano al centro di una politica linguistica che sia in grado di proiettarlo sul piano internazionale, in Italia, ma anche in Europa, da decenni i ministeri dell’Istruzione investono una quantità spropositata di risorse per promuovere l’inglese globale dall’interno, a scapito del multilinguismo. Il risultato delle pressioni esterne globalizzanti, e di questi sforzi interni, ha già conquistato le nuove generazioni, educate al solo inglese nella scuola sin dall’infanzia, e americanizzate attraverso il linguaggio dei film, dei videogiochi, dell’intrattenimento… E poi ha conquistato i professori, la classe dirigente e gli intellettuali che hanno perso ogni ruolo critico in grado di esprimere il dissenso per diventare il principale strumento di omologazione. Costoro son diventati i principali “collaborazionisti” dell’inglese, per riprendere un’espressione del filosofo francese Michel Serres, si annidano nelle élites e sono i primi a identificarsi con i concetti d’oltreoceano

Ecco perché “dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi”, vorrei rispondere a Draghi. Perché la catechizzazione all’inglese e all’itanglese è sorretta e predicata proprio dalla classe dirigente che lui rappresenta. E per comprenderlo basta togliersi i paraocchi e vedere cosa accade quotidianamente con qualche esempio molto concreto.

Educare all’inglese

Nella nuova riconcetualizzazione e rimappatura della realtà veicolata dai giornali non si fa altro che educare all’inglese e promuovere la cancellazione dell’italiano e delle nostre radici storiche. Questo approccio catechizzante prevede che ogni genere di cosa o concetto si introduca o ribattezzi ripetendo l’inglese a pappagallo e spacciandolo come qualcosa di reale o di necessario. Si trapianta l’inglese e lo si sostituisce all’italiano, perché l’inglese è il nuovo totem da cui attingere, e c’è solo quello: la lingua e la cultura italiana si riducono a ripetere e importare in modo servile e acritico tutto ciò che arriva da un unico modello socioculturale, quello dei Paesi dominanti.

IL DRILLING
E così su Orizzonte Scuola si può leggere: “Inglese: il drilling per entrare in sintonia con la lingua. Cos’è e come usarlo in classe”.

Di che cosi si parla? In cosa consiste questa innovativa e straordinaria pratica? Semplice:

“Esiste una metodologia didattica di insegnamento della lingua straniera che più delle altre consente agli studenti di entrare in sintonia con la lingua studiata, nel nostro caso l’inglese. Si tratta del drilling, che favorisce l’assimilazione delle strutture grammaticali, il miglioramento della pronuncia e dell’intonazione. Essa consiste nella ripetizione ad alta voce delle frasi o delle parole pronunciate dall’insegnante.”

Ci rendiamo conto della pochezza che si cela sotto la solennità dell’inglese? La ripetizione ad alta voce delle frasi, la stessa tecnica secolare impiegata dai talebani per imparare a memoria il Corano, viene nobilitata attraverso l’ennesimo anglicismo-supercazzola che la rende innovativa. E nell’assenza di spirito critico, si ripete questa geniale metodologia andando sempre più a fondo:

“Adesso è arrivato il momento di presentarvi tre tecniche specifiche di drilling: repetition drill, substitution drill e backchaining drill. Vediamole nel dettaglio…”

Queste tre pratiche introdotte in inglese sono semplicemente la ripetizione della parola, la ripetizione con sostituzione, e la ripetizione al contrario. E con un’anglo-idiozia dopo l’altra, il corso prosegue con analoghe banalità che non sono più espresse in italiano, ma attraverso un lavaggio del cervello fatto di concetti come “il guessing game (Indovina cos’è) oppure il disappearing text (Testo che scompare).”

Quando invece di tradurre e reinterpretare questo tipo di metodologie le ripetiamo e “drilliamo” attraverso i concetti e i termini in inglese, ci stiamo comportando da colonizzati.

IL DOOMSCROLLING
Passando dalla scuola alla divulgazione scientifica, ecco come la rivista Focus ci colonizza con il doomscrolling:

Si tratta della ricerca compulsiva di cattive notizie e viene presentato in inglese, la lingua superiore da ripetere senza volere né essere in grado di reinterpretare con i nostri concetti:

“Il doomscrolling è un neologismo inglese entrato nell’Oxford Dictionary nel 2020: la parola indica la tendenza a cercare in modo ossessivo cattive notizie online, scorrendo (scrolling) sullo schermo del nostro telefonino (o tablet, o pc) per informarci sulle sventure (dooms) che accadono nel mondo.”

L’inglese è dio, è la nuova religione, e lo si deve trapiantare e ripetere, mentre l’italiano è una lingua inferiore e impotente di cui vergognarsi.

IL CORE TRAINING
Su AtuttoNotizie possiamo imparare che cos’è il core training:

La risposta è banalmente negli esercizi dei muscoli stabilizzatori:

“Desiderate rafforzare i muscoli dell’area addominale, lombare e del bacino? Il core stability training è ciò che fa al caso vostro. Si tratta infatti di una tecnica pensata proprio per allenare il “core”, il “nucleo del corpo“, ovvero quella zona compresa tra la porzione inferiore del busto e il margine inferiore del bacino. Scopriamo insieme in cosa consiste e quali sono i suoi benefici…”

IL SUNDAYRESET E IL PEARLCORE
Io Donna riconcettualizza il mettere in ordine la casa, il riordinare – una mania che aveva anche mia nonna! – con il nuovo e intraducibile concetto del sundayreset con cui ci educa.

Amica ci insegna un’altra cosa nuova e fondamentale: se vanno di moda le collane di perle siamo di fronte a una tendenza pearlecore.

E così lo studio del nome diventa naming (“Logo e naming per una brand identity efficace”), chi fa formazione introduce gli speed mentoring, gli psicologi parlano di mindfulness e di token economy

La colonia Italia

Con questa classe dirigente, intellettuale e politica l’italiano è finito. Perché è finita la nostra capacità di pensare – e dunque parlare – in modo autonomo. Dovremmo avere il coraggio di dire la verità: queste cose mostrano che l’Italia è una colonia.
I giornali anglofoni hanno chiamato le nostre restrizioni anticovid lockdown, e dal giorno dopo abbiamo ripetuto anche noi questa parola senza più alternative! Trump ha parlato di fake news, e da quel giorno, come sudditi, lo abbiamo fatto anche noi!

Questi non sono semplici prestiti, sono il sintomo del tracollo della nostra lingua, e questo inglese è la diffusione dell’ignoranza della nostra storia e cultura.
La nostra creolizzazione lessicale non ha che fare solo con i cosiddetti “prestiti linguistici”. Siamo in presenza di una creolizzazione culturale ben più ampia di cui gli anglicismi non sono la causa, ma l’effetto. Ubriachi di inglese, lo facciamo nostro, e in preda alla nostra alberto-sordità che ha perso ogni componente comica ci inventiamo da soli suoni-concetti risemantizzati in modo maccheronico che non appartengono né all’italiano né all’inglese: il green pass al posto del certificato verde, il telelavoro è detto smart working, gli assistenti familiari sono caregiver, le vessazioni mobbing, gli orientatori navigator… E mentre i neologismi sono sempre più in inglese, i “prestiti sterminatori” uccidono le nostre parole storiche e completano il quadro.

Su questo scenario, il problema non sono i singoli anglicismi, alcuni dei quali non sono destinati a radicasi, ma il fatto che non ci sia giornalista, tecnico, scienziato, intellettuale, personaggio pubblico, politico… che non introduca un nuovo concetto in inglese per designare qualcosa di nuovo o presunto tale. Questa nuvola anglicizzata, che ho definito la panspermia del virus anglicus, ci avvolge con un’intensità di un ordine di grandezza superiore al numero delle parole inglesi registrate sui dizionari.

È una follia collettiva irrefrenabile, una nevrosi compulsiva che diffonde i suoni inglesi anche quando siamo di fronte all’aria fritta. E infatti friggere con l’aria diventa Air fry, secondo Paolo Giordano il Waning è la parola chiave per comprendere quanto dura l’effetto di un vaccino, una camminata per raccogliere i rifiuti è il plogging, lavorare dal sud è il South Working


E l’italiano ciao ciao!