Italia: un Paese occupato, linguisticamente e culturalmente

L’altro giorno, su La Repubblica, nella rubrica Moda e Beauty si parlava dello sharenting, il fenomeno dei genitori che pubblicano le foto dei figli in Rete, anzi sui social, che in inglese sarebbe social network (altrimenti significa solo sociale) ma che noi usiamo al posto di piattaforme sociali.

Sharenting circola almeno dal 2016, e nel 2020 un giornalista espertone ci ha scritto pure un libro (Gianluigi Bonanomi, Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione dei figli online, Mondadori 2020). A noi non resta che dire così, visto che nessuno è capace di inventare parole nuove, né di usare quelle vecchie, nel pappagallismo italiano che non fa che scimmiottare ogni cosa che arriva dagli Stati Uniti, in particolare le fesserie.

Inutile dire che questa parola-concetto non esiste sui mezzi di informazione francesi e spagnoli, dove i social sono le reti sociali e gli influencer sono infuenti, perché fuori dall’Italia è in voga una bizzarra consuetudine, quella di usare la propria lingua, in linea di massima, senza che nessuno se ne vergogni. Ma noi siamo troppo avanti nel nostro suicidio linguistico e culturale.

Il plogging

E così capita che CemAmbiente di Cavenago Brianza lanci l’iniziativa del plogging, ottimo esempio di distruzione delle parole attraverso la sostituzione con quelle inglesi, in un lavaggio del cervello che cancella il passato, la storia e crea nuove realtà. L’attenzione per l’ecologia linguistica è inesistente in queste iniziative che proteggono l’ambiente mandando in rovina l’italiano.

Quando ero ragazzo il mio vicino di casa partecipava ogni estate ai campi per ripulire i parchi dai rifiuti. Le iniziative per ripulire l’ambiente sono un concetto piuttosto datato e diffuso. “Una camminata per pulire le strade” si può leggere in un articolo del 2012 su Il Tirreno che riferisce del progetto “Puliamo le nostre strade” organizzato dall’associazione A piedi nudi di un piccolo Comune. In italiano ci sono iniziative anche più recenti come la “Staffetta sull’Adda per ripulire i bordi del fiume e l’Alzaia dai rifiuti”, ma la differenza con il passato è che oggi tutto ciò è etichettato all’insegna del plastic free, visto che siamo incapaci di dire senza plastica.

“Ma queste iniziative sono altra cosa rispetto al plogging, che non è proprio come….”, dirà subito il “non-è-proprista” pronto a difendere le sfumature dell’inglese e dello pseudoninglese. Naturalmente questo atteggiamento porta il più delle volte a dire un gran numero di idiozie.

Il rispetto della natura si ritrova nei vecchi manuali di montagna, che tra le regole auree prescrivevano di non lasciare rifiuti e tracce del proprio passaggio, e spesso incentivano a raccogliere i rifiuti altrui, durante le escursioni. Un appassionato di montagna come Fabrizio Bellucci, detto Bicio, sul suo sito Zaino in spalla, scriveva (con tanto di logo oggi chiamato “kit del plogger”): “Nel mio zaino porto sempre un sacchetto di plastica (sì, proprio uno di quelli che inquinano maggiormente) e un guanto riciclati tra quelli utilizzati per l’acquisto di frutta e verdura nei supermercati. Durante la camminata in montagna, se vedo cartacce, lattine, pezzi di plastica abbandonati, mi infilo il guanto e li raccolgo nel sacchetto, che porterò giù a valle. Oltre all’oggettivo vantaggio di sgomberare i sentieri dai rifiuti, se qualche escursionista ci vede durante la raccolta, come minimo eviterà di gettare rifiuti a sua volta e magari seguirà il nostro esempio alla prossima occasione. (…) Il bello è che questa raccolta non avviene una volta all’anno in occasione della festa dei sentieri, ma è un piccolo gesto che è entrato ormai a far parte del nostro modo di andare in montagna.”

La cancellazione del passato

Cancelliamo il passato, riscriviamo la storia, costruiamo una nuova realtà è usiamo l’inglese. Presto fatto. Buttiamo l’italiano e passiamo al plogging. “Il nuovo trend nato in Svezia, unisce in sé le due parole ‘jogging’ e ‘plocka’ che è svedese e significa ‘raccogliere”. L’idea è semplice: interrompere la corsa o camminata con piegamenti e stretching fa bene al corpo e raccogliere contemporaneamente i rifiuti da terra aiuta l’ambiente.”

Plogging è perfetto da vendere come un nuovo concetto della newlingua. Suona inglese, si appoggia ai tanti “ing” che ormai abbiamo fatto nostri (shopping, working, trekking…), e dunque i giornali lo diffondono così: “Plogging, correre e raccogliere rifiuti” si legge sulla rubrica Vivere Green di ANSA (7 maggio 2018); “Sport e green: impazza il plogging, raccogliere rifiuti correndo” (Il Sole 24 ORE, 5 aprile 2021)…

Prima dell’arrivo del plogging c’erano altri modi per reinventare l’acqua calda facendola sembrare un concetto nuovo e inglese. Si può citare il “Collect Waste Walk: camminare e raccogliere rifiuti” (6 marzo 2019), spacciato come la geniale idea di un salentino (ma se si esprimesse non dico in italiano ma almeno nel dialetto locale, non sarebbe meglio?) “che ha inventato un nuovo sport che unisce la passeggiata all’attività di raccolta rifiuti”.

Oppure si può parlare più semplicemente di ecotrekkig: “Passeggiare e raccogliere rifiuti in montagna: così nasce l’ecotrekking”, una parola usata anche dall’italianissimo Chianti Green, che introduce il concetto dei “cittadini walk & clean”.
L’elenco di questi esempi è sterminato.

Il lessico dell’anglonuovismo

Il problema non sono le singole espressioni, talvolta passeggere, talvolta no. Il problema è la logica che c’è sotto, ed è questa che sta facendo morire l’italiano. Si rinnova tutto, anche le cose più vecchie, usando qualsiasi cosa che suoni in inglese. E allora nascono gli hub vaccinali invece dei centri, i covid hospital invece degli ospedali covid, i cluster invece dei focolai, i no vax invece degli storici antivaccinisti, seguiti dai no mask (ennesima espressione assente nel francese e nello spagnolo)… È la panspermia dell’inglese che ci bombarda quotidianamente con migliaia e migliaia di anglicismi, con la stessa tecnica della riproduzione delle ostriche che sparano migliaia e migliaia di larve. La maggior parte non sopravvivono, sono passeggere; ma altre attecchiscono, e poi si riproducono (se c’è il plogging c’è anche il plogger). E così il trekking e il trekker hanno la meglio su escursionismo ed escursionista, dove gli sport all’aperto sono outdoor, la corsa è il running, il jogging, persino il footing… in una catena di anglicismi che si amplia a scapito delle parole italiane che regrediscono (se la corsa è jogging poi nasce il plogging).

L’altro giorno una mia amica mi ha avvertito che era in ritardo perché il fixing dell’apparato acustico che stava acquistando andava per le lunghe. Si tratta semplicemente della fase di personalizzazione e adattamento che gli esperti chiamavano in un più solenne inglese, ma che si potrebbe dire anche customizzazione, in altri contesti. L’ortopedico mi ha detto che devo fare stretching, non esercizi di allungamento. Il nostro governo ha deciso di inseguire il modello di Macron che prevede l’obbligo del certificato verde, ma i giornali lo chiamano green pass, anche se Macron lo chiama passe sanitaire. E mentre i giornali spagnoli parlano di certificato covid, da noi c’è solo il green pass, che in inglese chiamano healt pass, cioè passaporto sanitario. Tutti gli apparati mediatici da noi continuano a tradurre il “certificato verde” in questa sovralingua itanglese, assurda e ridicola. Green pass è un’invenzione giornalistica evoluta dal covid pass. La sensazione è quella di vivere in un Paese occupato. E dobbiamo chiederci: chi ci sta occupando?

Il green pass sui giornali in Italia, e come si dice in Francia, Spagna e Regno Unito.

Il broccolino 2.0

Gli immigrati italiani di New York di primo Novecento chiamavano la lavatrice (washing machine) “vascìnga mascìne” nell’italiano broccolino. Quell’idioletto – cioè la lingua ibrida di una piccola comunità – era fatto di adattamenti delle parole inglesi ai suoni italiani, visto che i nostri connazionali a Brooklyn non padroneggiavano l’inglese, e il nome di quel quartiere era così simile a “broccolo” che bastava dire così per farsi intendere. Per cui il lavoro (job) diventava “giobba” e i negozi (shop) “scioppa”.

Un secolo dopo questo italiano broccolino è scomparso, ma è la nostra lingua nazionale che si è trasformata in una sorta di broccolino 2.0: si chiama itanglese ed è parlato in Italia dagli italiani, non dagli immigrati all’estero. Tutto si è ribaltato, non adattiamo più i suoni inglesi a quelli italiani, ma viceversa. Dunque il lavoro è ormai direttamente job o work a seconda dei contesti, e i negozi sono diventati shop, ma anche store. A buttar via le nostre parole per sostituirle con quelle angloamericane non sono più gli emigrati “ignoranti”, ma i giornalisti, gli intellettuali e la nostra intera classe dirigente, cioè quelli che hanno il potere di fare la lingua, quelli che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi lo stanno distruggendo. Sono i coloni e i collaborazionisti di un nuovo regime linguistico che si vuole imporre. Che è fatto di parole inglesi importate ma anche di neo-coniazioni pseudo-inglesi autoctone.

L’englishwahing: il lavaggio del cervello attraverso l’inglese

Dalla “vascinga mascine” siamo passati al whitewashing (white = bianco e washing = lavaggio) per indicare il dare una sbiancata ai protagonisti dei film, cioè la tendenza a utilizzare attori bianchi per ruoli che storicamente spetterebbero ad altre etnie. Poiché gli anglicismi non sono isolati e ognuno tira l’altro come le ciliegie, si parla anche di greenwashing per indicare l’ecologia di facciata per esempio di certe pubblicità o politiche aziendali, e anche di pinkwashing per indicare lo pseudo-femminismo paternalistico e demagogico, l’ipocrisia rosa, potremmo chiamarla, se non fossimo colonizzati. Il punto è che nessuno vuole ricorrere all’italiano, e forse non ne siamo più capaci.

Questo fenomeno patologico che sta facendo morire la nostra lingua si potrebbe forse chiamare Englishwhasching, per usare il linguaggio di chi la sta distruggendo e fare in modo che capisca il problema. Dopo l’epoca in cui Manzoni aveva sciacquato i panni in Arno, oggi i nuovi centri di irradiazione della lingua preferiscono immergerli nelle acque del Mississipi, più che del Tamigi. È il lavaggio del cervello attraverso le parole-concetti in inglese.

La newlingua orwelliana

Questa newlingua ibrida ricorda in modo impressionante la neolingua di 1984 di Orwell, quella che il Grande fratello voleva realizzare con la creazione del dizionario della Novalingua. Nella sua Teoria della dittatura (Ponte della grazie, 2020), Michel Onfary analizza nel dettaglio questo progetto, punto per punto. La neolingua punta alla distruzione delle parole, alla cancellazione del passato, a riscrivere la storia per creare una nuova realtà. Esattamente quello che stiamo facendo noi.

Al contrario dello scenario owelliano, a imporre la newlingua non c’è una dittatura, ma una “onorevole gara” a sostituire le parole, che ricorda il meccanismo ben descritto da Tacito nell’Agricola. Il merito di questo condottiero romano non è stato tanto nella conquista della Britannia spiegava Tacito bensì nell’essere riuscito a tenerla colonizzandola culturalmente. È riuscito a far bramare i costumi, la cultura e la lingua degli invasori, in modo che coloro che prima sdegnavano il linguaggio romano alla fine ne ammirassero l’eloquenza. Agricola riuscì in questa impresa soprattutto coinvolgendo i figli dei capi tribù, cioè la classe dirigente, per tradurre tutto in termini più moderni. “Gl’inesperti chiamavan ciò cultura, mentre era parte di servaggio” conclude Tacito.

Oggi assistiamo allo stesso meccanismo, ma sono i discendenti dei Britanni a soggiogarci con le loro “fogge”, i loro costumi, la loro cultura e la loro lingua.
Non ci sono eserciti e carri-armati a occupare il nostro Paese, ci sono le nuove strategie che aveva lucidamente compreso Churchill: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

Questo disegno figlio del colonialismo inglese è stato poi realizzato dagli Stati Uniti. Le leve principali sono due: l’espansione delle multinazionali e della loro lingua, e la creazione del mito americano.

Dal mito del tu vuo’ fa’ l’americano alla realizzazione del “siamo tutti americani”

Naturalmente non c’è alcun complotto e nessuna sala dei bottoni dove queste cose vengono determinate. C’è una strategia più simile ai meccanismi della selezione naturale. Quando un esercito di cavallette invade un territorio non è perché il re delle cavallette lo ha ordinato loro. Semplicemente, migliaia di individui si muovono seguendo tutti la stessa pulsione e lo stesso obiettivo. Le multinazionali si espandono alla ricerca del profitto in tutto il mondo, imponendo allo stesso tempo la loro lingua e la loro terminologia (insieme alla loro logica) attraverso la pubblicità e le strategie di conquista. Nelle vetrine dalle insegne in inglese vediamo le sneaker, il black friday, le etichette con gli special prize… quando diciamo decoder invece di decodificatore, ripetiamo quello che leggiamo sulle scatole dei prodotti che compriamo. Le interfacce informatiche ci ammaestrano con i loro snippet, widget, timeline, homepage, link, download
Il mondo del lavoro parla inglese, la cultura è ormai identificata con quella anglo-americana (non avrai altra cultura all’infuori di me!), che usa la terminologia inglese, dal cinema alle scienze sociali, dal marketing allo sport, dalla scienza alla tecnologia… E in questo contesto anche la scuola parla (e dunque forma) in itanglese e ci sono università che erogano ormai i corsi in inglese, mentre l’Europa punta all’inglese come lingua sovranazionale (alla faccia dei principi costituenti basati sul plurilinguismo) con i documenti bilingui a base inglese e altri subdoli analoghi provvedimenti. Dall’albertosordità del tu vuo’ fa’ ‘americano siamo passati al “siamo tutti americani” con cui si è aperto simbolicamente il nuovo Millennio.


Al contrario di ciò che avviene in Francia e in Spagna, questo inarrestabile fenomeno non è controbilanciato da alcuna pressione interna contraria. In Italia non ci sono né leggi, né accademie o associazioni linguistiche a tutela della nostra lingua. Accecati dal nuovo modello americano globalizzato, agevoliamo dall’interno la nostra distruzione culturale, e dunque linguistica. E ce ne compiaciamo.

Italiano-inglese: non c’è partita (fuori dal calcio)

Mentre ci sono linguisti italiani che negano l’anglicizzazione, proclamano che è tutta un’illusione ottica amplificata dai giornali, notano che sullo Zingarelli ci sono “solo” 3.000 anglicismi (ma si guardano bene da raccontare che nel 1995, sullo stesso dizionario, erano 1.800) o scrivono articoli intitolati “Chi ha paura dell’inglese?” che mostrano di ignorare completamente i dati statistici… quello che sta avvenendo è sotto gli occhi di tutti. Sono soprattutto gli italiani all’estero a rendersene conto, disorientati davanti ai neologismi che ormai coincidono con gli anglicismi crudi, e che a volte faticano a comprendere e a volte non capiscono perché si usino al posto delle parole italiane.

Ripenso a Sara, giornalista de Il Globo, un giornale in lingua italiana distribuito in Australia, che l’anno scorso, in un’intervista, mi ha chiesto stupita perché la stampa italiana non fa che introdurre parole inglesi, visto che “una delle regole per giornalisti e redattori è quella di tradurre tutto il possibile, cercando di non ricorrere” alle parole straniere. Queste buone pratiche del giornalismo valgono non solo per i giornali italiani all’estero, ma anche per quelli francesi, spagnoli e inglesi. “Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o la parola di un gergo speciale se si riesce a trovare un equivalente nella lingua quotidiana” scriveva Orwell (“La politica e la lingua inglese”).

Queste regole sono state buttate via dai nuovi giornalisti italiani che sguazzano nell’inglese, e nei tecnicismi, perché preferiscono usare l’inglesorum per controllare i lettori, per sovrastarli imponendo il loro linguaggio pseudo-tecnico, pseudo-moderno e pseudo-internazionale per elevarsi, invece di utilizzare quello più adatto al destinatario. E soprattutto, diciamolo forte e chiaro, oltre a non volere usare l’italiano questi personaggi non ne sono nemmeno più capaci, abituati a ripetere solo quello che arriva d’oltreoceano. Dunque, qualsiasi parola inglese diventa insostituibile, intraducibile non perché lo è, ma perché siamo ormai una società incapace di esprimersi nella nostra lingua e cultura, e i giornalisti azzeccagarbugli sono lo specchio di quello che avviene nella nostra classe dirigente avvizzita e colonizzata.

Nota: nell’immagine tratta dal Corriere.it di ieri si vede benissimo la fine che sta facendo una delle nostre eccellenze, la gastronomia (divenuta il settore “food”) e la cucina, chiamata “cook”, nell’era dei MasterChef.

Daniela mi segnala un articolo sul “pink washing” e la battaglia contro il “gender gap” collegata al “#metoo”, dove ormai lingua e pensiero si fondono: pensiamo con le categorie concettuali e linguistiche angloamericane che ripetiamo in modo scimmiesco, incapaci di tradurle, adattarle, elaborarle, farle nostre. Ma a rendersi conto dell’anglicizzazione della nostra lingua sono gli stessi inglesi che parlano o insegnano l’italiano, esasperati dagli innumerevoli pseudoanglicismi – da smart working a caregiver – di cui loro, madrelingua, non riescono a comprendere il significato che noi attribuiamo a queste parole. E mentre ci sono linguisti che salutano gli anglicismi come “doni” portatori di sfumature nuove che l’italiano non ha, questi stessi “doni” suonano invece come corpi estranei incomprensibili per molti italiani, o come inutili e irrispettosi sfregi alla lingua di Dante, per chi la ama. Come Nicole, che mi scrive: “Sto studiando l’italiano a Losanna e soffro dei moltissimi anglicismi che ci propongono nei corsi che seguo.”

Per essere internazionali dovremmo allora guardare cosa succede all’estero, invece di far coincidere l’essere internazionali con il parlare e pensare in inglese, come se questa fosse l’unica realtà. Il mondo è più grande, più complesso e più vario dall’anglosfera, e per chiamare le cose con il loro nome stiamo spacciando la cultura dominante come l’unica, trascurando tutte le altre. Gli anglicismi che si moltiplicano giorno dopo giorno sono solo i sintomi di questa sottomissione culturale, di questa strategia degli Etruschi che ci sta portando a essere inglobati nel pensiero unico della globalizzazione.

Fuori dall’italietta – che non è affatto moderna e internazionale, ma provinciale, servile, cafona e ridicola – c’è un altro mondo e un altro pensiero, per fortuna. Un pensiero che da noi non arriva, perché è filtrato da una classe dirigente e intellettuale che idolatra solo il pensiero unico dominante.

Gretel mi segnala l’articolo di un giornale spagnolo. Riporta che, in Francia, il vice di Macron chiede che l’abbandono dell’inglese nell’Unione Europea diventi la “massima priorità” della presidenza francese. “L’uso dell’inglese come una sorta di lingua franca all’interno dell’Unione, e in particolare all’interno del Parlamento europeo, è sempre più controverso, soprattutto dopo la Brexit”, scrive el Castellano. Ma da noi non se ne parla affatto, mentre associazioni come l’AFRAV francese o la GEM+ di Bruxelles danno battaglia contro la decisione di concepire i documenti europei in modo bilingue a base inglese (dalla carta d’identità al passaporto vaccinale da noi chiamato insensatamente “green pass”) perché costituiscono dei precedenti che violano il plurilinguismo alla base dell’UE e fanno dell’inglese la lingua dell’Europa in modo illecito.

Come ho già scritto (→ “Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la loro lingua nell’UE. E l’Italia?”), in Francia stanno facendo quello che abbiamo chiesto nella nostra petizione di legge al punto 10: adoperarci perché l’italiano ritorni a essere una lingua di lavoro in Europa. Ma i politici italiani non lo capiscono, e nonostante le firme a sostegno del disegno di legge siano quasi 1.500 non danno risposte. I mezzi di informazione italiani, del resto, continuano a ignorare la petizione, al contrario di quelli all’estero che hanno dato spazio alla nostra iniziativa, con il paradosso che è circolata su France Culture o su una rivista viennese, ma non da noi. E così sono stato contattato da un membro dell’Associazione per la difesa del francese che mi ha chiesto di poter tradurre un mio articolo sul plurilinguismo sulla loro rivista; sono stato contattato da un membro della VDS tedesca, Kurt Gawlitta, che ho poi intervistato, e che è preoccupato non solo per gli anglicismi nel tedesco, ma soprattutto perché in Germania stanno “cedendo alla lingua angloamericana interi settori linguistici, in particolare l’economia e la scienza”; sono stato contatto dall’OEP (Osservatorio Europeo del Plurilinguismo), che sta creando un dizionario degli anglicismi nel francese e con cui ho avviato un gemellaggio con il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi, in modo che sia possibile confrontare le voci presenti nei due Paesi e le soluzioni (ma il confronto è impietoso per l’italiano).

In Italia, invece, tutto tace.
Non sto dicendo che all’estero non ci siano gli anglicismi o gli anglomani adulatori dell’inglese internazionale e in Europa. Però all’estero c’è un dibattito. Da noi c’è il pensiero unico e il decervellamento della nostra classe dirigente e intellettuale. Non c’è partita, fuori dal pallone.

Noi ci accontentiamo di battere gli inglesi sul campo di calcio, in una diretta televisiva dove c’era solo l’espressione “Europei venti venti”, perché persino le date, per interferenza dell’inglese, ormai si sentono dire così.

La nostra legge per l’italiano su “France Culture”!

Venerdì 21 maggio France Culture – il servizio pubblico nazionale francese di RadioFrance – ha parlato della nostra petizione di legge sull’italiano con un articolo firmato da Bruce de Galzain, corrispondente da Roma e dal Vaticano, che voglio di seguito riassumere e commentare (per la lettura in lingua originale per intero → “Italie : trop d’anglicismes dans la langue de Dante”).

Il titolo è Italia: troppi anglicismi nella lingua di Dante e il sommario recita: Mentre quest’anno si celebrano i 700 anni dalla morte del padre della lingua italiana, Dante Alighieri, gli italiani utilizzano sempre più anglicismi. Al punto che c’è chi reclama una legge per difendere la lingua.

L’articolo riprende la recente esternazione del presidente del Consiglio Draghi davanti a parole come babysitting e smartworking – ma il giornalista scrive télétravail, ed è costretto ad aggiungere in una nota esplicativa che da noi viene detto smartworking – e riporta anche la successiva uscita ironica nei confronti di governance invece di un più semplice governo.
(Per saperene di più: → “Ben detto, presidente Draghi: perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” e → “Draghi torna a ironizzare sugli anglicismi…”).

Poi cita le dichiarazioni del presidente della Crusca Claudio Marazzini che ha manifestato il suo entusiasmo per le parole di Draghi, perché – ha sottolineato – quando si critica l’abuso dell’inglese in Italia si viene spesso accusati di provincialismo, ma è un po’ difficile che la stessa accusa sia mossa nei confronti del nostro presidente del Consiglio, vista la sua statura di carattere internazionale.

(Tra parentesi: Marazzini è intervenuto ancora sulla questione con un articolo sul sito dell’Accademia che è il “tema del mese” di maggio: “Perché è utile tradurre gli anglismi“, in cui riconosce esplicitamente che ormai gli anglicismi superano “le distinzioni tra prestiti di lusso e di necessità”).

Il passo di France Culture che più fa riflettere riguarda il lievitare delle parole inglesi durante la pandemia. Il giornalista scrive con un certo stupore: “Gli italiani usano il ‘computer’ [NdA in francese ordinateur] con il ‘mouse’ [in fr. souris, cioè topo] per fare ‘smartworking’ durante il ‘lockdown’”. E davanti a quest’ultima parola, di nuovo è necessaria una nota redazionale per spiegare al pubblico cosa significhi: il confinamento (confinement), come dicono anche in Spagna, del resto.

Per le nuove generazioni, scrive de Galzain che riporta alcune dichiarazioni di giovani intervistati, le parole inglesi suonano meglio. In realtà questo non vale solo per le nuove generazioni, purtroppo… E poi l’articolista mette il dito sul tema dell’inglese internazionale, e riporta le parole di una guida turistica di Venezia, Luca, che spiega che i giovani che viaggiano in Spagna o in Francia non usano più l’italiano, ma comunicano direttamente in inglese perché è la lingua che la gente conosce di più. Alla cultura dell’intercomprensione e del multilinguismo, si potrebbe riassumere, è ormai subentrata quella della lingua unica.

Dopo queste premesse, l’ultimo paragrafo intitolato “La metà dei neologismi sono parole inglesi” è dedicato ai miei dati tratti dallo spoglio dei dizionari. Il passaggio dai 1.700 anglicismi del Devoto Oli del 1990 agli attuali 4.000 del 2021, il fatto che quasi la metà delle parole del Nuovo millennio è in inglese crudo, la loro frequenza esagerata sui mezzi di informazione… Una situazione molto diversa da quella francese.

E la conclusione illustra la nostra petizione di legge per l’italiano e la diffonde così attraverso il canale nazionale!

Il tono del pezzo sembra abbastanza scandalizzato dal fatto che una figura istituzionale come Matteo Renzi abbia a suo tempo varato il Jobs act (che spiega ai francesi essere la réforme du marché du travail) o parlato di spending review (locuzione assente nella banca terminologica France Terme), cioè la réduction des dépenses budgétaires. De Galzain ricorda che dal 2015 l’Accademia della Crusca è intervenuta promuovendo alternative come centri d’identificazione dei migranti invece di hotspot. E nella chiusa rammenta che in Francia, nel 1992, è stato aggiunto nella Costituzione che la lingua è il francese, perché subito dopo il trattato di Maastricht si temeva che l’inglese potesse essere imposto come lingua dell’Unione europea.

Dopo aver letto questo pezzo, a parte rimarcare le grandi differenze culturali e sociali tra la Francia e l’Italia, devo constatare che la nostra iniziativa di legge ha ormai una risonanza internazionale, e infatti in agosto uscirà un articolo che ne parlerà anche su Wiener Sprachblätter – la più importante rivista della più grande associazione linguistica in Austria, il Verein Muttersprache – che sta preparando uno speciale sull’italiano e le celebrazioni dantesche.

Nel nostro Paese, al contrario, sinora i mezzi di informazione non ne hanno quasi parlato e mi chiedo se il “provincialismo” stia nel criticare l’abuso degli anglicismi o nel sciolinarli in modo irrefrenabile, e nel non dare spazio a ciò che all’estero viene invece considerato una notizia…

Ma forse qualcosa sta cambiando: alle 10,15 ne parlerò su Radio24, nella trasmissione Uno, nessuno, 100Milan (con Alessandro Milan e Leonardo Manera) dove interverrà anche uno studente russo, Grigory Revkov, che sta studiando l’italiano. Lo fa attraverso la Rete, frequentando canali su YouTube come quello di Roberto, più noto come UIV (Un Italiano Vero), un professore che insegna la nostra lingua soprattutto agli stranieri che si connettono alle sue dirette da tutto il mondo. È lui che ha scritto alla trasmissione chiedendo di segnalare l’esistenza della petizione di legge. Qualche tempo fa mi ha ospitato in una delle sue dirette, e ho avuto modo di confermare anche lì ciò che da tempo è per me sempre più evidente: chi ci guarda dall’estero non apprezza affatto tutti gli anglicismi che utilizziamo.

Come nell’articolo di France Culture, da tutto il mondo emerge lo stesso stupore davanti alla nostra anglomania. I commenti che arrivano da queste persone che amano l’italiano, e lo vogliono apprendere, sono rammaricati dall’abuso dell’inglese e c’è chi, come Dijana Josifoska, trova “presuntuoso” ricorrere agli anglicismi, o chi come Jonathan Leeming, madrelingua inglese, trova “strano” incontrarli così spesso nella nostra lingua…

Credo che ascoltare questi giudizi internazionali, e quello che dirà Grigory, serva a farci riflettere e non possa che farci del bene!

PS (aggiornamento delle 10,45)
Purtroppo nella diretta su Radio24 non si è fatto alcun accenno alla petizione, che avrebbe dovuto essere il motivo della mia presenza. Aspettavo la domanda, ma ho compreso troppo tardi che non sarebbe arrivata. Devo dunque rettificare il mio avventato “forse qualcosa sta cambiando”.

L’insostenibile leggerezza del riversamento dell’inglese

Leggo la lingua di un giornale come il Corriere della Sera nella sua versione online (noi non diciamo in linea come si può dire in francese e spagnolo) e ripenso a una lettera toccante che ho ricevuto qualche tempo fa. Quella della signora Maria, di 97 anni, disperata perché senza l’aiuto di figli e nipoti non riesce più a capire ciò che scrivono le riviste e i giornali. Ci sono troppe “parole straniere” lamenta. In realtà tutte queste parole vengono da una sola lingua, ma è la loro frequenza ad avere snaturato l’italiano al punto che la comunicazione mediatica diventa ormai incomprensibile per molti cittadini anziani o che non conoscono l’inglese.

Poco importa se conversazioni come quella in figura siano vere o meno, ciò che è incontrovertibile è che l’uso dell’inglese porta all’incomprensione e all’esclusione di alcune fasce sociali.

Se questo è italiano

Il Corriere non è un giornale qualsiasi, è il quotidiano di informazione a maggior diffusione nazionale e il suo ruolo nel formare la lingua è enorme. Purtroppo la lingua che diffonde non è più l’italiano, ma un ibrido dove è in atto da decenni una graduale sostituzione delle parole italiane con quelle inglesi. Gli altri mezzi di informazione, dalla stampa alla tv, non sono da meno, e credo che i giornalisti dovrebbero essere maggiormente consapevoli della responsabilità che hanno quando fanno scempio del nostro patrimonio linguistico.

Sulla pagina del Corriere.it di ieri spiccavano titoli come questo.

48 parole, che diventano 40 se togliamo i nomi propri e due numeri. Quelle inglesi sono 7, ma se togliamo anche gli articoli e le preposizioni dell’italiano non rimane poi molto, è solo una struttura dove inserire il lessico inglese al posto delle nostre parole.

L’ultima frase è significativa: stiamo studiando il modello di New York. Questa dichiarazione ci fa capire che le parole inglesi sono la punta del banco di ghiaccio (non volevo scrivere iceberg): gli Stati Uniti sono il modello prevalente, se non il solo, a cui guardare. Sono un mito di cui scimmiottiamo ogni aspetto. Quello culturale, scientifico, sociale, lavorativo… e dunque linguistico. Gli anglicismi che si riversano nell’italiano sono i sintomi di questa americanizzazione più totale. Se il modello è questo poi accade che invece di parlare di focolaio si cominci a dire cluster, come fosse una cosa naturale.
Negli archivi del Corriere la bassa frequenza di questa parola, prima della pandemia usata con altri significati, esplode:

Hub

La sostituzione sistematica di centro con hub è recente e pesante. Cercando la parola inglese nell’archivio storico de La Stampa, dal 1867 al 2006 ricorreva in 1.246 articoli e come nel grafico (tratto dall’archivio del giornale) ha cominciato a lievitare negli anni 2000.

Quello che è avvenuto con la pandemia è sotto gli occhi di tutti, e nelle versione digitale dello stesso quotidiano compare circa 3.500 volte negli articoli degli ultimi anni.

Il Gruppo Incipit, che dovrebbe occuparsi di arginare gli anglicismi nella loro fase incipiente, tace. Invece bisognerebbe gridare forte per fermare questi picchi che a lungo andare si trasformano in “prestiti sterminatori”: fanno morire le parole equivalenti dell’italiano storico, con il rischio che in futuro parlare di centro ospedaliero potrebbe suonare prima come qualcosa di non moderno e retrogrado, e infine ridicolo.
Se i centri ospedalieri sono hub, i centri vaccinali diventano poi hub vaccinali. Questo è ciò che si legge sulla stampa, si ascolta in televisione e si trova scritto nei luoghi dove ci si va a vaccinare. La gente non può che ripetere questa espressione che si inserisce così nell’italiano in modo sempre più profondo, e poi si allarga. Gli anglicismi non sono prestiti isolati, l’affermazione di ognuno si porta con sé questo tipo di allargamenti e di ricombinazioni creative.

Over

Da anni si parla sempre meno di ultraottantenni, o ultraquarantenni come nell’articolo, e sono tutti over + N, mentre chi è sotto una certa soglia è under, a cominciare dalla nazionale di calcio under21. Prefissi formativi dal greco o dal latino come ipo non vengono nemmeno in mente, c’è solo l’inglese che ormai marca simbolicamente il modo di datarci in una nuova timeline linguistica e concettuale.

In un secolo, dal 1919 al 2019, negli archivi di Google libri si vede bene l’ascesa della frequenza dell’inglese e lo scemare del latino (il trend mostra il boom e l’escalation di over e la de-escalation di ultra, come direbbe qualche giornalista in stile Palombella rossa).

Pensiamo all’insensatezza di una parola-concetto come teenager.
Che cosa accomuna da noi un tredicenne a un diciannovenne? Nulla, a parte l’essere giovanissimi. Il primo va alle medie e l’ultimo all’università, non sono adolescenti, non si frequentano dal punto di vista sociale, non sono una categoria se non nella lingua inglese dove teen distingue il suffisso dei numeri da 13 a 19. Eppure sui giornali spopola. Come se questa categoria facesse parte della nostra lingua e cultura.
E dopo i figli del boom economico, il baby boom che oggi ha prodotto il dispregiativo boomer, le nuove generazioni si esprimono con le categorie angloamericane. Ci sono i Millennial(s) e tutta un’altra serie di etichette veicolate attraverso lettere come X, Y o Z seguite da generation, che non appartengono alla nostra cultura né alla nostra lingua; più in generale i nativi digitali corrispondono anche a una generazione che si può chiamare dei nativi halloweeniani, coloro che sono nati dopo che le multinazionali hanno trapiantato questa festa nel nostro Paese, per i quali è una ricorrenza naturale, come se ci fosse sempre stata, e ben più sentita del Carnevale. In sintesi, non si può separare la lingua dal contesto sociale di cui è l’espressione.

Milano Marathon

Passando dal tempo allo spazio, l’inglese demarca ormai anche il territorio di una città come Milano, dove si parla di district invece che di distretti e la nuova urbanistica ha trasformato la zona Fiera in Fiera Milano City. I quartieri si ribattezzano in inglese, come il Nolo, cioè il North of Loreto, in una più ampia anglicizzazione di tutti gli eventi culturali legati alla città, dove la festa del libro si chiama Bookcity, la Settimana della moda Fashion Week, il Salone del mobile Week Design. La gerarchia degli anglicismi vede l’italiano come lingua di serie B che si usa nel parlato, come fosse un dialetto, ma le denominazioni di ogni cosa sono in inglese, dai gate delle stazioni ai reparti pet food dei supermercati.

E così si è svolta la Milano Marathon, pensata da nativi italiani della «Generali Milano Marathon», a sua volta promossa da Rcs sports & events, che dovrebbe essere la costola di un’azienda italiana. Leggendo l’articolo si scopre che la manifestazione “si articola in due gare competitive, più un format virtuale, aperto a tutti”. Mentre la marathon è la gara più prestigiosa in cui “si sfidano 132 campioni e top runner”, la tradizionale staffetta solidale in favore delle “organizzazioni no profit” si chiama «Lenovo Relay Marathon». Per via delle restrizioni pandemiche è stata proposta la formula, chiamata «Run Anywhere», che permette ai singoli di partecipare alla staffetta tracciando il proprio percorso con le app. “E sono già 5 mila i runner in tutta Italia che si sono iscritti all’evento.”

In questa corsa all’inglese, dove i corridori sono runner e gli amministratori delegati sono CEO (Chief Executive Officer), le multinazionali aprono gli store, e l’alternativa non sono i negozi o i punti vendita, sono gli shop e i market. Quanto alla “filiera tricolore degli store” è un ossimoro che si commenta da solo.

Dai prestiti al riversamento dell’inglese sempre più incontrollabile

Davanti a questi fatti, chiunque abbia un barlume di lucidità e sia in grado di decifrare la realtà, prima che la società, dovrebbe rendersi conto che gli argini sono saltati. Il riversamento dell’inglese nella nostra lingua è uno tsunami, per riprendere la metafora di Tullio De Mauro, che dopo aver considerato per decenni l’interferenza dell’inglese come qualcosa di non preoccupante, nel 2016 si è finalmente reso conto della situazione.

Apro un libercolo di sociolinguistica che spiega che ci sono i prestiti di lusso e di necessità. Lo richiudo e lo ripongo nella sede più consona, nella differenziata insieme alla carta. È una scelta green.

Apro le segnalazioni che mi arrivano dai lettori del Dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi). Ce ne sono almeno 200 in arretrato e in attesa di un vaglio. Sono troppe, sono inarginabili. La maggior parte esistono, circolano, si leggono sui giornali. Ma posso scegliere di prendere in considerazione solo quelle che hanno una certa stabilità, che non sono troppo di settore, che hanno una certa frequenza. La verità è che ormai il riversamento dell’inglese è così esteso che il lavoro di classificazione dei singoli anglicismi è sempre più difficile. Ogni parlante di ogni settore propone il suo a costo di inventarselo, pur di non ricorrere all’italiano. Le radici inglesi si ricombinano in tutti i modi, si allargano, non stanno mai ferme, schiacciano la nostra lingua e la seppelliscono.

Body cam

Qualche tempo fa leggevo della body cam (22/4/21), cioè una telecamera indossabile, se certi giornalisti sapessero l’italiano e non se ne vergognassero. La locuzione è formata, come la maggior parte degli anglicismi, da due radici che si combinano.

Partiamo dal primo elemento. Sul dizionario ho già registrato il body (l’indumento intimo), la body art, il body bag (uno zainetto, nel gergo della moda), il body builder e il body building (culturismo), il body copy (il testo pubblicitario nel gergo dei grafici), la body fitness (forma ottimale), il body painting (pittura corporale), il body scanner (rilevatore corporale), la body sculpture (ginnastica tonificante) e il body sculpturing (rimodellamento tramite liposuzione), il body shaming (il prendere in giro per l’aspetto fisico, che diventa fat shaming se il motivo è essere grassi), la body-dance (danza acrobatica), il total body

Mi viene la nausea.
La maggior parte dei secondi elementi che si legano a body si diramano a loro volta in altri composti con lo stesso effetto domino.


Analizziamo anche il secondo elemento, cam. C’è già la action cam con lo stesso significato di body cam che mi pare troppo instabile, per il momento. Ma domani è un altro giorno, e forse si affermerà! Del resto c’è già la hidden cam, la telecamera nascosta, che fa il paio con la candid cam, ma si può parlare anche di spy cam. E qualche tempo fa avevo avvistato persino l’invenzione giornalistica della trap cam!
Non dimentichiamo la webcam. E le sue conseguenze: le ragazze che fanno gli spettacolini in webcam come si possono definire se non webcamgirl, o cam girl? Ma allora se lo fa un uomo bisogna dire cam boy, in linea con toy boy (e forse tutto è iniziato con i cowboy)…
Ad libitum sfumando (anzi crescendo).


L’itanglese è questo. Tutto va bene purché sia in inglese e non in italiano. Hai voglia a classificare questo cedimento strutturale della nostra lingua e cultura con le categorie dei prestiti di lusso e di necessità, o di quelli utili (utili a chi?), insostituibili (ma dove? Non certo in Spagna e in Francia) e superflui (il superfluo sembra invece l’italiano nell’attuale contesto storico).

Candid Camera e candid Senato

E pensare che camera, nel senso di telecamera, è un italianismo che deriva dalla camera oscura. Poi c’è anche la Camera, con la C maiuscola, dove dal 10 aprile giace una proposta di legge, che il 14 marzo è stata assegnata anche al Senato. Ma ai parlamentari sembra che non interessi discuterla. In compenso ai giornalisti, vista la lingua che usano, non interessa diffondere la notizia della sua esistenza. Almeno quelli italiani, perché la nostra petizione è stata tradotta in tedesco e in agosto uscirà un pezzo su un’importante rivista austriaca che sta preparando un numero speciale dedicato all’italiano e alle celebrazioni dantesche.

Anche i linguisti italiani l’hanno ignorata, al contrario dei quasi 1.000 cittadini che l’hanno sottoscritta in Rete, che crescono di giorno in giorno, e che scoprono dell’esistenza di questa iniziativa non attraverso la stampa o chi dovrebbe occuparsi della tutela della lingua, ma solo attraverso il passaparola non istituzionale.

Inglese internazionale o plurilinguismo?

A Milano, capitale dell’itanglese, in metropolitana la segnaletica è bilingue, italiano e inglese, e lo stesso accade per la comunicazione sonora: a ogni fermata riecheggia l’annuncio bilingue che ripete in modo ossessivo: “Prossima fermata… next stop…”
Nelle ore di punta l’utenza è formata più che altro da pendolari ammassati – almeno prima della pandemia – mentre nelle ore serali c’è un’alta concentrazione di arabi, cinesi, sudamericani… gli anglofoni sono piuttosto rarefatti, insomma. Ma dietro questo tipo di comunicazione c’è una precisa filosofia: straniero = inglese = lingua internazionale. Questi annunci sono un martellamento, un lavaggio del cervello che in modo ipnotico ci abitua alla presenza e all’essenzialità del solo inglese.
Anche prendere un treno significa immergersi in questa logica. Una volta c’erano le targhette con scritto “Vietato sporgersi” o “Non gettate alcun oggetto dal finestrino” affiancate dalle traduzioni in francese, tedesco e inglese. Oggi la traduzione è solo in inglese. E per di più l’inglese sconfina sempre maggiormente, e prende il posto dell’italiano. Nelle stazioni o negli aeroporti francesi, spagnoli o portoghesi ci sono le porte per l’imbarco, in Italia ci sono solo i gate. Viaggiare ai tempi del covid implica non occupare i posti con i divieti, ma i cartellini marcatori nella comunicazione delle Ferrovie dello Stato si chiamano marker (“il distanziamento è garantito da specifici marker sui posti non utilizzabili”), mentre ai passeggeri si “spiega” che “è ripresa la distribuzione del welcome drink a bordo treno” o che sui Frecciarossa ai “nuovi servizi di caring a bordo treno” si aggiunge la consegna gratuita “del safety kit gratuito a tutela della salute”, per garantire un protocollo covid free attraverso l’incentivazione di Qr code e ticketless

In treno è meglio non appoggiare le borse sul “desk”, tutto chiaro in questa “semplice indicazione”?


L’inglese internazionale e l’itanglese sono due fenomeni diversi, ma nascono dallo stesso humus e si alimentano dalla stessa mentalità sottostante che idolatra l’inglese come lingua superiore (cfr. “Globalese e itanglese: le relazioni pericolose”).

Il progetto di portarci sulla via bilinguismo italiano/inglese

Il progetto di portare ogni Paese sulla via del bilinguismo a base inglese è mondiale, e spesso è spacciato attraverso la parola plurilinguismo, che è invece l’esatto opposto: l’imposizione del globalese, la strategia dell’inglese globale, è tutto il contrario del plurilinguismo, che considera la diversità linguistica una ricchezza e un valore da tutelare e promuovere.

Il ricorso all’inglese sovranazionale in parte coincide con l’egemonia economica e culturale degli Stati Uniti – e dunque con la globalizzazione – e in parte è figlio di un imperialismo linguistico di natura coloniale storicamente legato all’espansione del Regno Unito e all’idea di Churchill di continuarlo da un punto di vista linguistico-culturale attraverso l’alleanza con gli Usa:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” (discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre 1943).

Ne ho già parlato più volte, e lo ribadisco: considerare l’inglese come la lingua internazionale che risolve i problemi della comunicazione tra i popoli non è una scelta neutra, come potrebbe essere per esempio l’esperanto, è un enorme vantaggio per i popoli dominanti che impongono a tutti gli altri la propria lingua madre, senza doversi occupare di apprenderne altre. Questa visione non è un assioma indiscutibile, è solo una scelta possibile che si può benissimo mettere in discussione, e per tanti motivi. Eppure da noi il dibattito manca. La nostra classe politica e dirigente, con la complicità di intellettuali e giornalisti, ci fa credere che il globalese sia una realtà compiuta, e non un progetto politico, e lo fa in modo piuttosto subdolo, sia attraverso la propaganda di notizie false sia attraverso prassi subliminali che ci abituano gradualmente, anno dopo anno, ad accettare questa ideologia senza accorgercene e senza che ci sia un dibattito.

Queste prassi surrettizie sono infinite. La sostituzione della comunicazione multilingue dei treni con quella italo-inglese si inserisce in un contesto molto più ampio che vede l’Italia in prima linea nella diffusione dell’inglese globale.
Un tempo a scuola si poteva scegliere se studiare come seconda lingua il francese o l’inglese, oggi c’è solo l’inglese, ben propagandato dalle tre “i” della scuola di epoca berlusconiana e della Moratti ministra dell’istruzione (Inglese, Internet e Impresa). Il Politecnico di Milano di fatto eroga la maggior parte dei suo corsi in inglese, nonostante le polemiche e le sentenze.
Nel 2019, per essere “internazionale” la Rai ha annunciato la nascita di un canale in lingua inglese, mentre gli analoghi progetti dei canali francesi, russi o della stessa BBC (che trasmette in 45 lingue diverse) prevedevano trasmissioni in tante lingue, dallo spagnolo all’arabo, per arrivare a tutti. In realtà Rai English, che ci è costata 2 milioni di euro, è stata solo l’ennesimo progetto naufragato e mai realizzato, ma la mentalità sottostante gode di ottima salute. Sino al 2017 nei concorsi per la pubblica amministrazione era obbligatorio conoscere una “seconda lingua”, ma la riforma Madia ha sostituito tutto con la “lingua inglese” che è diventata un requisito obbligatorio. Questa stessa logica si ritrova nell’obbligo di presentare i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) in inglese, con il paradosso che un progetto su Dante o sul diritto romano (basato sul latino) debba essere presentato in inglese! Perché?
Perché decennio dopo decennio il nostro Paese sta perseguendo il disegno churchilliano – che non ci conviene affatto – in modo subdolo.
Uno degli esempi più recenti è l’introduzione della nuova carta d’identità in italiano e in inglese.

La nuova carta d’identità italiana, bilingue, e quella tedesca che include anche il francese, come avviene in Austria, e ovunque sul passaporto.

Credete che sia normale che debba essere così visto che siamo ormai cittadini europei? Allora siete stati ben colonizzati. Perché nel passaporto italiano e degli altri stati europei c’è anche il francese, ma nel nuovo documento elettronico la terza lingua è stata fatta sparire?

Un cittadino francese, Daniel De Poli, davanti alla nuova carta d’identità di stile anglo-europeo in francese, ha protestato con il delegato del ministero degli Interni, mostrando che in Germania il nuovo documento prevede, oltre al tedesco, anche il francese e l’inglese (lo stesso vale per l’Austria), come nel caso del passaporto europeo. E di fronte alla risposta che la scelta era motivata dall’essere l’inglese lingua internazionale, Daniel si è rivolto all’associazione di difesa francofona AFRAV che il 20 marzo 2021 ha presentato un ricorso perché questa decisione è illecita.

In Italia non credo che esistano associazioni del genere, e forse nessuno si è nemmeno mai posto il problema.

Notizie false e propaganda

Accanto alle prassi che ci abituano al bilinguismo e oscurano il plurilinguismo c’è poi la propaganda delle false giustificazioni. Una delle più gettonate, per esempio, è quella di sostenere che in ambito scientifico l’inglese internazionale ha preso il posto del latino che una volta era la lingua franca degli scienziati. Un’affermazione falsa sotto molti punti di vista. In primo luogo il latino era semmai la lingua dei teologi, cioè coloro che hanno condannato Galileo, visto che il “padre” della scienza aveva abbandonato il latino del Nuncius sidereus per scrivere il Dialogo dei massimi sistemi e il Saggiatore per la prima volta proprio in italiano. E anche se alcuni scienziati hanno continuato a usare il latino ancora sino all’Ottocento, la rivoluzione scientifica è avvenuta soprattutto nelle lingue locali. Inoltre, il latino di teologi e scienziati non era la lingua madre di nessuno, era una scelta neutra e il paragone inglese-latino regge solo se il confronto lo si fa con il latino dell’epoca imperiale, quando i Romani conquistavano e colonizzavano imponendo i propri i costumi e dunque anche la propria lingua. In terzo luogo non è affatto vero che l’inglese sia la lingua della scienza ovunque e in ogni ambito (cfr. “Inglese unica lingua della scienza? Non dovunque”).

La bufala che ci fa credere che l’inglese globale sia una realtà già compiuta, invece che un disegno che si vuole realizzare a scapito del plurilinguismo, è molto gettonata, ed è l’alibi preferito dagli anglomani. Eppure, proprio secondo i rapporti 2020 dell’Ef Epi – un’organizzazione che stila classifiche sulla conoscenze dell’inglese nel mondo per esaltarne i benefici – l’Italia è al 26° posto in Europa, quindi siamo messi malino. Stando ai rapporti Istat 2015, tra chi sa una o più lingue straniere (quindi solo una parte della popolazione), l’inglese è conosciuto dal 48,1%, il francese dal 29,5% e lo spagnolo dall’11,1% . In sintesi l’inglese è masticato da una minoranza degli italiani, e se si passa all’analisi del livello di conoscenza le cose precipitano: il 28% dichiara una conoscenza scarsa, il 27% buona e solo il 7,2% ottima.

La conoscenza dell’inglese appartiene ai ceti sociali alti, e come ha osservato il linguista tedesco Jürgen Trabant tutto ciò porta a una moderna “diglossia neomedievale” che esclude una larga fetta di popolazione che non ha accesso a questa lingua. I nostri politici, invece di tutelare e promuovere l’italiano, e gli italiani, sembrano invece favorire questa frattura sociale con provvedimenti come quello della riforma Madia. Il loro progetto è quello di farci diventare bilingui, e non quello di promuovere il plurilinguismo. Ma l’inglese globale è una discriminante anche fuori dall’Italia.

Uno dei firmatari del nostro disegno di legge per l’italiano è Jean-Luc Laffineur, italiano che risiede in Belgio, presidente di un’associazione che si batte per una Governanza Europea Multilingue (Gem+).
Mentre nell’Unione Europea – di cui il Regno Unito non fa più parte – è in atto un dibattito sullinglese come presunta seconda lingua, e ci sono fautori dell’euroinglese e quelli dell’inglese britannico, Laffineur interviene con un articolo in cui snocciola numeri e statistiche. L’inglese è la lingua madre di una minoranza di europei: irlandesi e maltesi rappresentano circa l’1,5%, mentre il tedesco è la lingua madre di circa il 20% dei cittadini europei, il francese del 16% e l’italiano del 15%. Anche se l’inglese è la seconda lingua più studiata in Europa (anche grazie ai programmi scolastici che fanno in modo che sia così), non significa che tutti la padroneggino: solo il 15% dichiara di saperlo fare, mentre il 38% dichiara di conoscerla abbastanza per sostenere una conversazione, ma solo il 25% è in grado di comprendere le notizie di giornali e tv. Il tedesco, il francese, l’italiano e lo spagnolo rappresentano insieme circa il 60% delle lingue native della popolazione dell’UE. Se si aggiunge il polacco, questa cifra sale a circa il 70%.
Come scrive Laffineur, la lingua dell’Europa non è però solo un problema di democrazia, ma anche di potere, che si esercita attraverso la lingua, e di identità linguistica. Invece di chiederci quale sia la lingua da imporre all’Europa, perché non dovremmo guardare al pluriliguismo e per esempio al modello elvetico fatto di tedesco, francese e italiano? Se in Svizzera le lingue di lavoro sono 3, perché l’Europa non potrebbe adottarne 5 o 6? Certo, alcune minoranze linguistiche sarebbero comunque escluse, ma forse lavorare in altre lingue oltre all’inglese sarebbe anche nel loro interesse.

Naturalmente si può dissentire e schierarsi dalla parte del globalese che se si affermerà porterà l’italiano e le altre lingue a diventare i dialetti di un’Europa che parla l’inglese. Ma in Italia sembra invece che a porsi questi problemi siano davvero in pochi, e non se ne parla.
Nei Paesi francofoni la difesa della propria lingua è invece normale, e non ha nulla a che fare con l’essere contro l’inglese, ma con il favorire il plurilinguismo e quindi tutte le lingue d’Europa. Laffineur lo spiega chiaramente in un articolo sul giornale belga La libre (chi non lo comprende può avvalersi di un traduttore automatico come Deepl che mi pare migliore di quello che Google promuove come fosse l’unico, cioè il suo). In un altro pezzo sulla stessa rivista l’autore critica persino la decisione di Ursula von der Leyen, madrelingua tedesca, di inaugurare praticamente in inglese il primo discorso sullo stato del Parlamento Europeo proprio nell’anno dell’uscita del Regno Unito (“un bel regalo, per gli inglesi”).

Ve lo immaginate un articolo del genere su un giornale italiano?

Le due Europe

In teoria l’Unione europea nasce all’insegna del multilinguismo e sull’autonomia linguistica di ogni singolo Paese e il problema della comunicazione tra i parlamentari eletti non dovrebbe certo coinvolgere i cittadini europei. Ma le cose non si possono sempre separare così nettamente. Di fatto, accanto all’Europa pluralista, almeno sulla carta, c’è un’altra Europa che invece di basarsi sui diritti linguistici di tutti i cittadini europei privilegia il globalese, e si adopera per portarci tutti sulla via del bilinguismo. Paradossalmente, la supremazia schiacciante dell’inglese e il venir meno del plurilinguismo è esplosa negli anni Duemila con l’entrata dei Paesi dell’Est. Più la Comunità Europea si è allargata e più si è andati verso l’inglese visto come soluzione concreta e pratica. Oggi la lingua di lavoro è diventata soprattutto l’inglese, e solo in maniera minore lo sono anche il francese e il tedesco, mentre l’italiano è stato ormai escluso.

L’Europa dei diritti linguistici, tuttavia, esiste, e all’estero ci sono molte associazioni che la difendono, come la Gem+ di Bruxelles o l’Oep (Osservatorio Euopeo del Plurilnguismo) di Vincennes (Francia), che nella sua carta proclama che “il plurilinguismo non può essere separato dall’istituzione di un’Europa politica.” Inoltre, ci sono parecchie cause internazionali in corso che si appellano a questi principi per combattere le decisioni dell’Europa anglomane. La Corte di giustizia dell’Unione europea (comunicato stampa n. 40/19, 26 marzo 2019), per esempio, ha sancito che “nelle procedure di selezione del personale delle istituzioni dell’Unione, le disparità di trattamento fondate sulla lingua non sono, in linea di principio, ammesse”, a meno che non esistano “reali esigenze del servizio”, ma in questi casi devono essere motivate “alla luce di criteri chiari, oggettivi e prevedibili”.

Come è possibile, allora, che senza alcun criterio esplicitato e senza reali esigenze di servizio, grazie alla riforma Madia in Italia un professore di spagnolo o di francese, non può essere assunto nella scuola se non sa l’inglese, lingua che esula dalle sue competenza specifiche?

Anche da noi dovrebbe nascere un dibattito come quello che si registra nei Paesi francofoni e in più parti dell’Europa, e dovremmo chiederci se davvero l’inglese è la soluzione che ci conviene e che vogliamo.

Per questo la proposta di una legge per l’italiano non si limita a indicare qualche misura concreta per promuovere e difendere la nostra lingua davanti agli anglicismi e all’itanglese, ma anche di sostenerla davanti alla “dittatura dell’inglese” imposta dalla riforma Madia, dal Miur e da tutti quei balzelli linguistici che tutelano e diffondono l’inglese a scapito dell’italiano e degli italiani. Sia sul piano interno sia su quello internazionale.

Grazie alle oltre 500 persone che con le loro firme hanno aderito alla petizione “una legge per l’italiano”.

Anglicismi, petizioni e come ci vedono dalla Spagna

Ieri è uscito un pezzo sul giornale spagnolo El Confidencial (“Hasta Draghi se cansa de los anglicismos en Italia: ¿Alguien sabe por qué los usamos?” di Javier Brandoli) che riprende la vicenda dell’imbarazzo di Draghi davanti alle parole smart working e babysitting e parla della situazione italiana: “Un paese unico in questo senso” dove “gli anglicismi fanno parte della quotidianità”.
In pratica ci prendono un po’ in giro perché i giornali hanno chiamato lockdown quello che per loro e per i francesi è il confinamento, o per uno pseudoanglicismo come smart working. Quanto a babysitting bisogna tenere presente che in Spagna non ci si rivolge a una baby sitter, si chiama un canguro – una metafora che trovo bellissima – dunque anche i derivati non ci sono, e forse si parlerà di canguraggio o di niñeraggio, non lo so di preciso.

Quello che mi ha colpito più di ogni cosa è la chiusa del pezzo.
Dopo aver scritto che “l’abuso dell’inglese è diventato qualcosa di quasi comico su cui spesso gli italiani si interrogano”, infatti, l’articolo si conclude con le parole, tradotte e virgolettate, prese dalla petizione dell’anno scorso a Sergio Mattarella:

“La preghiamo, infine, di incoraggiare una campagna mediatica per difendere e favorire l’italiano che denunci l’abuso dell’inglese, come si è fatto con successo in Spagna o in Francia, e come da noi è avvenuto per sensibilizzare tutti sui temi sociali più importanti, dalla violenza contro le donne al bullismo. Ci piacerebbe vedere un’analoga iniziativa anche contro la discriminazione lessicale delle nostre parole. ”

A sorprendermi è soprattutto il fatto che le oltre 4.000 firme raccolte nel 2020 – sempre in attesa di una risposta – sono arrivate solo ed esclusivamente dal passaparola in Rete. In Italia non è uscita una sola riga su alcun giornale, in proposito, mentre la notizia è invece apparsa per esempio su Corsica Oggi oppure sulla rivista svizzera Rivista.ch. Anche le istituzioni linguistiche italiane, dalla Crusca alla Dante, l’hanno ignorata, al contrario di quanto ha fatto per esempio l’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook. Insomma, l’esistenza di una petizione in proposito ha avuto una certa diffusione ufficiale solo fuori dal nostro Paese (e tra i firmatari c’erano infatti molti personaggi di spicco residenti all’estero, come la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day), ma da noi è stata ignorata.

Che cosa accadrà con la nuova proposta di legge per l’italiano?

Intanto, in attesa che la proposta sia annunciata anche alla Camera, un GRAZIE alle oltre 400 persone che per il momento hanno firmato per aderire alla nostra iniziativa. La speranza è che questi appoggi aumentino e che qualche altro giornale o istituzione si decida, se non a intervenire, almeno a dare voce a ciò che stiamo facendo, perché la nostra iniziativa non sia ripresa solo all’estero (al momento mi hanno contattato un paio di associazioni di area francofona).

La buona notizia è che proprio oggi (e non è un pesce d’aprile), sul settimanale Oggi è uscito un pezzo che ci dà spazio in cui si legge:

“Zoppetti ha depositato una petizione con un proposta di legge in 11 punti che è stata annunciata all’Assemblea del Senato nella seduta del 24 marzo ed è stata ‘assegnata’ alla VII commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali), Obiettivo: frenare l’anglicizzazione ‘selvaggia’ dell’italiano.”

L’articolo, “Presentata una proposta di legge. L’italiano c’è, perché non usarlo?” (Oggi, 1 aprile 2021, pp. 46-48), è firmato da Valeria Palumbo che ringrazio per aver avuto il coraggio di rompere il muro del silenzio.



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* Un grazie anche alla curatrice del sito Buoneidee che mi “crivella” sempre di informazioni utili e mi ha segnalato l’articolo di ieri su El Confidencial.

I nemici (anglomani) dell’italiano

Ha dell’incredibile l’articolo di Antonio Gurrado pubblicato su Il Foglio il 14 gennaio scorso: “Usare l’inglese è il miglior contrappeso all’italiano astratto delle università”. È l’espressione di una mentalità che si sta facendo strada in modo sempre più largo, quella che considera l’inglese una lingua superiore espressa da una cultura dominante che si sta imponendo sul piano internazionale. E così lo si vuole diffondere a scapito di un italiano sempre più svilito.

Gurrado interviene nel dibattito sui Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) aperto dal presidente della Crusca Claudio Marazzini che di recente ha provato di nuovo a chiedere che si possano presentare anche in italiano. Ma il ministro dell’Università Gaetano Manfredi non è d’accordo.
Paolo Di Stefano, dalle pagine del Corriere, ha ripreso il tema ricordando i rischi dell’abbandono della ricerca in italiano e l’importanza del plurilinguismo, proprio mentre una rivista di prestigio come Nature ha annunciato un’edizione in lingua italiana.

L’articolo del Foglio riprende il pezzo di Di Stefano per esprimere invece in modo molto esplicito la supremazia dell’inglese sull’italiano, come se la prima fosse una lingua che possiede in sé un valore intellettualmente superiore. L’italiano ne esce come la lingua tipica del vago e dei giri di parole, in cui è possibile dire un po’ tutto e il contrario di tutto, specialmente nell’ambito umanistico, perché consentirebbe una certa cialtroneria in voga nell’università e nei progetti di ricerca del nostro Paese. Tutto ciò non potrebbe succedere usando l’inglese, naturalmente. Questo idioma di ben altra statura non lo consente, è un “setaccio”, una specie di depuratore del parlare a vanvera, che filtra ogni vaniloquio e lascia solo ciò che è sensato.

Presentare i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale solo in lingua inglese, certo, può portare a “l’annientamento del plurilinguismo, la riduzione dell’italiano a dialetto e l’estinzione del linguaggio scientifico nostrano”, come riconosce l’autore, ma che importa? Se la legislazione italiana si traducesse integralmente in inglese tutto sarebbe meno oscuro, a quanto pare.
Il consiglio per sbarazzarsi dell’ambiguità e delle contraddizioni della lingua italiana è dunque molto semplice: provate a tradurre in inglese “l’articolo 1 della Costituzione. Vedrete che, dopo aver vanamente girato le parole fra le mani, deciderete di far cadere quelle che esprimono concetti oscuri o astrusi (‘a democratic republic based on work’) accorgendovi che, alla fine, sono superflue”.

Questo bel ragionamento non è un pezzo comico di Crozza, è quello che uscito dalla testa di un intellettuale che parla seriamente. Davanti all’angicizzazione dell’articolo 1 della nostra Costituzione ho visto finalmente la luce, e ho compreso tutte le sciocchezze sostenute da tanti, vaghe come la lingua in cui sono state proferite. Per esempio quelle di Francesco Sabatini a proposito dell’identità che esiste tra la lingua italiana e la Costituzione, o quelle di Federigo Bambi che esaltano la chiarezza e la comprensibilità delle norme costituzionali, anche per le persone non necessariamente istruite. O ancora le analisi sulla precisione delle parole della Costituzione di Michele Cortelazzo, che a sua volta riprendeva ciò che aveva espresso Tullio De Mauro…

Anche l’immunologa Maria Luisa Villa, corrispondente della Crusca che da anni si batte per la scienza in italiano, ha preso posizione e ha scritto a Il Foglio in difesa della nostra lingua (abbiamo reso pubblica la sua lettera su Italofonia).

Ripenso a Galileo, a proposito di scienza, che per la prima volta (a parte qualche precedente come quello del matematico Tartaglia) ha deciso di abbandonare il latino – che al contrario dell’inglese era lingua neutra e non quella madre dei popoli dominanti – e usare l’italiano per scrivere il Saggiatore e il Dialogo sopra i due massimi sistemi. È oggi considerato il fondatore del metodo scientifico, e allo stesso tempo ha dato vita a un linguaggio scientifico in italiano che non solo è rimasto nella storia per la sua chiarezza e precisione, ma ha anche rappresentato il modello della successiva prosa scientifica di personaggi come Francesco Redi, Antonio Vallisneri o Lazzaro Spallanzani che, in italiano, confutò le teorie sulla generazione spontanea di Buffon, uno dei più grandi luminari internazionali del Settecento, che a sua volta scriveva in francese, forse un’altra lingua di rango inferiore rispetto all’odierno globalese.

Certo, il linguaggio influisce sul modo di pensare, come aveva compreso Von Humboldt, e forse chi non si rende più conto del valore dell’italiano – storico, culturale, artistico, scientifico e unificante – e lo calpesta come nell’articolo del Foglio, dovrebbe “decolonizzare la mente”, per citare le riflessioni dello scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’O. E dovrebbe comprendere che l’inglese che ha in testa è la “lingua che fiorisce sul cimitero delle altre lingue”. Usarlo per le nostre leggi, la nostra Costituzione, i Prin, la lingua dell’alta formazione, la scienza… significa uccidere l’italiano ed esserne responsabili.

Aggiornamento delle 13:00:
Mi hanno appena segnalato che proprio oggi è uscito su la Repubblica di Napoli l’articolo “Caro Manfredi la ricerca si fa anche in italiano” di Luigi Labruna (Accademico dei Lincei, emerito professore di Diritto Romano alla Fedrico II…) che si aggiunge al dibattito in corso e ricorda che non in tutti i settori l’inglese è la lingua veicolare, e a proposito di diritto romano l’italiano è dominate, seguito da francese, spagnolo e tedesco. Dunque la scelta di presentare in inglese “ogni” Prin è una “bizzarria”, bisognerebbe quantomeno valutare di che tipo di progetto si tratti.

Un progetto di studi danteschi in inglese, in effetti…

L’anglicizzazione dell’italiano durante il coronavirus

Durante la pandemia, gli anglicismi hanno cambiato il nostro modo di parlare con un’intensità senza precedenti, per il numero e per la rapidità con cui molte parole si sono radicate. Ho trattato questo argomento più volte su questo diario, e in un articolo sul portale Treccani (“La panspermia del virus anglicus”) ho provato a ricostruirlo in modo più organico.

Noto che questa tendenza continua anche dopo il picco epidemico. Per esempio con il diffondersi di “staycation” per designare il turismo di prossimità. È un neologismo inglese che i giornali non si possono far scappare, occorre trapiantarlo al più presto, o almeno provarci. Esprimere lo stesso concetto con parole nostre più trasparenti non è altrettanto importante, evidentemente.

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Tra i nuovi anglicismi che si sono affacciati negli ultimi dieci giorni, più o meno legati alla coda della crisi del coronavirus, c’è il family act, una rinuncia a usare l’italiano che si commenta da sola.

Sta prendendo piede anche il cashless. Si sente dire così dagli esperti che rivestono un concetto di cui si parla da molti anni di questo suono nuovo. La sua presa si basa sul fatto che cash al posto di contanti e liquidità è già in uso da tempo e che less è presente come suffisso in molte altre parole inglesi che non traduciamo: contactless, il pagamento senza contatto o a sfioramento, cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), homeless (senzatetto)…

A proposito della rete di anglicismi che si allarga, e che non sono affatto prestiti isolati, noto che il recovery sta prendendo vita; poche settimane fa è stato trapiantato il recovery fund (fondi per la ripresa), poi è arrivato il recovery plan. Un anglicismo tira l’altro, come le ciliegie, come le patatine: ancora uno e poi basta… Decurtato all’italiana, semplicemente recovery, sui giornali si impiega così per indicare un piano di recupero straordinario, che richiama un significato già da tempo circolante in informatica (il ripristino o recupero dei dati), e il disaster recovery, un sistema per il recupero dei dati e più in generale un protocollo o una procedura per emergenze o catastrofi.

Questo crescere dell’inglese è sotto gli occhi di tutti. Ma quello su cui vorrei riflettere è l’altra faccia della medaglia.

Davanti al pullulare degli anglicismi per descrivere tutto ciò che è nuovo, quante sono invece le nuove parole italiane che sono sorte? Qual è stata la capacità della nostra lingua di evolversi per via endogena, in questo periodo?

Questa mi pare che si possa considerare la prova del nove, molto utile per comprendere lo stato di morte dell’italiano.

I cambiamenti linguistici dell’italiano durante la pandemia

Per riflettere sulla cristallizzazione dell’italiano che si sviluppa quasi esclusivamente attraverso gli anglicismi, voglio partire da un’intervista a una sociolinguista che non ritiene che l’anglicizzazione costituisca un problema. Vera Gheno, in un articolo su Wired intitolato “La lingua della pandemia: come il coronavirus ha cambiato il nostro modo di parlare” non fa alcun accenno agli anglicismi. Davanti a un titolo del genere, mi ha davvero stupito che la cosa più eclatante sia stata ignorata, perché attraverso questa scelta si costruisce una narrazione che più che fotografare la realtà appare funzionale alle proprie tesi sul ruolo non devastante dell’inglese sull’italiano.

“Quando ci troviamo di fronte a un concetto nuovo – scrive giustamente Vera Ghenoabbiamo bisogno che la nostra lingua si modifichi per poterlo esprimere e quindi nascono parole nuove; oppure accade che parole che prima avevano un significato lo cambino e lo adattino a nuovi contesti (è il fenomeno che in linguistica si chiama slittamento semantico, o risemantizzazione funzionale).”

Ma passando da queste considerazioni astratte e ovvie alle cose concrete, quali sono queste parole nuove italiane?

Stando a quanto si legge nell’articolo, tutto si può riassumere nell’apparire di “paucisintomatico” e nella risemantizzazione di “tamponare” che non significa più solo incocciare la macchina davanti o arginare: adesso indica anche fare tamponi diagnostici.

Ecco come la nostra lingua si è saputa evolvere. Non c’è molto altro. Nell’articolo si parla dei mutamenti della connotazione di “positivo” associata ai risultati medici (una persona positiva evoca questo), che non è nulla di nuovo rispetto a quanto è accaduto con l’Hiv; della fortuna di “resilienza”, di un passaggio dal noi al voi che esprimerebbe la diffidenza verso l’altro, dell’aumento di parole di ambito domestico tra panificazione e cucina, delle metafore belliche (che però appartengono da sempre all’ambito della medicina, checché se ne dica) che rendono gli infermieri “eroi”. C’è il ritorno di parole manzoniane come untore, insomma, nulla di nuovo sotto il sole sul fronte interno, o comunque nulla di eclatante. È questa l’evoluzione della nostra lingua?

Di fronte a queste pochezze bisognerebbe pesare almeno neologismi come lockdown, droplet, recovey fund, staycation e bisognerebbe annoverare intere famiglie di anglicismi come covid hospital, covid pass, covid manager, covid like… Bisognerebbe sottolineare che lo smart working è passato da tecnicismo a parola comune e sta generando la smart didattica, bisognerebbe dire che si sono radicate parole come cluster, trial, screenare… e che sono aumentate le frequenze di trend, hub, conference call, voucher, delivery… Non sono questi, e moltissimi altri anglicismi, ciò che maggiormente ha cambiato il nostro modo di parlare, e soprattutto quello dei mezzi di informazione?

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Negli archivi del Corriere.it, nei primi 6 mesi del 2020 la frequenza di cluster è addirittura decuplicata rispetto all’intero 2018; quella di voucher spicca in modo significativo rispetto agli anni passati.

Fuori dai pochi esempi di Vera Gheno, se ampliamo le ricerche alle parole italiane nuove o evolute, rimane il vuoto, o comunque la rarefazione estrema.

Tra i neologismi ci sono cose insignificanti e di scarso peso come covidiota (calco dell’inglese covidiot) o lo scherzoso coglionavirus, titolo di un libro. C’è la comparsa del distanziamento sociale o di infodemia (altri calchi dall’inglese), e anche il nuovo significato di “goccioline” che – incredibilmente e in controtendenza – pare guadagnare terreno e avere la meglio su droplet (forse è questa l’unica vera novità dell’italiano). Ci sono questioni già esistenti che sono divenute più popolari come paziente zero, oppure la differenza di significato (non sempre scevra da disaccordi) tra mortalità e letalità. Tra le metafore manzoniane si può aggiungere lazzaretto… Ma queste bazzecole non sono incisive per la nostra lingua. Non esiste alcun segno di vitalità dell’italiano davanti a questa emergenza/novità; fuor dall’inglese l’italiano si conferma lingua morta, incapace di arricchirsi per via endogena.

In un altro recente articolo, Vera Gheno è entrata maggiormente nella questione dei forestierismi da covid, per poi concludere che il suo atteggiamento davanti agli anglicismi è “in medio stat virtus”. Viene da chiedersi dove sia “il medio” nel linguaggio della pandemia. Io vedo solo il dito medio nei confronti della lingua italiana. Se l’evoluzione si riduce all’allargamento di significato di “tamponare”, siamo fritti.

“Il miglior modo di amare la propria lingua è quello di perseguire la via del plurilinguismo” scrive Vera Gheno. Ma faccio fatica anche a ravvisare il plurilinguismo nel linguaggio della pandemia. Quali sono gli altri termini stranieri? A parte l’aumento di frequenza di movida, c’è solo l’inglese! Leggerei questo segnale come una creolizzazione lessicale, che non ha nulla a che vedere con il plurilinguismo. E il caso dei francesismi triage e plateau (che comunque sono solo due) è apparente, sono stati usati solo perché in uso anche in inglese, a parte la loro origine. In sintesi, mettere sullo stesso piano questi pochi esempi con il caso degli anglicismi, così tanti che non si riescono più nemmeno a contare, è un’operazione che non tiene conto della realtà e dei numeri.

A proposito del linguaggio dell’emergenza covid, mi hanno colpito anche le dichiarazioni di Giuseppe Antonelli – lo studioso che sostiene che l’anglicizzazione dell’italiano è solo un’illusione ottica – in un’intervista sulla televisione svizzera (“Le parole dell’emergenza coronavirus”).

Anche in questo caso il linguista evita accuratamente di parlare dell’invasione degli anglicismi, e sposta il problema su altre questioni secondarie, che non mi pare colgano il fulcro di quanto sta avvenendo. Antonelli spiega che “le parole hanno un grande potere e possono a loro volta avere delle pesanti conseguenze sul mondo”, ma non si riferisce agli anglicismi bensì a espressioni, che condanna, come l’uso iniziale di “influenza cinese” per indicare il coronavirus, perché ha fatto passare il messaggio di qualcosa di “lontano” e di “banale” come un’influenza. Non gli si può dare torto, a parte il fatto che con il senno di poi è facile fare queste considerazioni, ma sino ai primi di marzo nessuno, nemmeno i virologi, aveva previsto cosa ci stava per accadere. Più grave è semmai che Trump continui a usare questa formula con evidenti intenti politici, ma in Italia nessuno lo fa più, per fortuna.

Lo studioso critica poi l’espressione “distanziamento sociale” e ritiene più appropriato parlare per esempio di “distanza di sicurezza”. Questa considerazione si trova spesso, anche nei dibattiti in Francia e in Spagna. Ancora una volta queste riflessioni sono condivisibili. “Distanziamento sociale” è però entrato nell’uso, e viene da chiedersi: ma come? E la retorica “dell’uso” che fine ha fatto? L’uso così intoccabile e rispettato quando riguarda le parole inglesi che se entrano nell’uso bisogna accettarle, non condannarle o tradurle… perché “l’uso” con cui si giustificano e si dichiarano “necessari” gli anglicismi viene invece messo in discussione in altri casi?
Comunque sia, accanto a questo strano modo di essere descrittivi e di rinunciare a essere prescrittivi a seconda dei casi, siamo sicuri che siano queste le parole dell’epidemia e i problemi dell’italiano in questo momento di colonizzazione senza precedenti?

E infatti il conduttore, Lorenzo Buccella, incalza Antonelli chiedendogli qualcosa sull’inglese che “ha preso il sopravvento durante la pandemia”. Ma la risposta, ancora una volta, ignora la trave e si concentra sulle pagliuzze:

“Io credo che il problema non sia tanto il fatto che abbiamo usato molte parole inglesi, d’altronde questa era una situazione che coinvolgeva tutto il mondo, c’è un aspetto proprio di globalizzazione (…) e allora lockdown è il termine che ha utilizzato l’Oms, il discorso era una parola nuova straordinaria rispetto alla situazione nuova di emergenza…”.

Insomma, per Antonelli il problema della comunicazione della pandemia non è l’inglese, è più importante “utilizzare parole univoche”, anche perché in situazioni di emergenza chi comunica ha una responsabilità ancora più grande: “Le parole possono e probabilmente avrebbero potuto salvare vite umane.”

È curioso che venga riconosciuta ai mezzi di informazione questa “responsabilità” di salvare le vite umane, ma non quella di uccidere le parole italiane. La tesi di Antonelli è infatti che l’inglese sarebbe contenuto in una percentuale fisiologica che “viene avvertita come preoccupante perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa. Sono soprattutto radio, giornali e televisioni – infatti – a offrire l’immagine di un italiano (artificialmente) saturo di parole ed espressioni angloamericane” (Un italiano vero. La lingua in cui viviamo, Rizzoli p. 74).

Ma a parte questa oscillante concezione della responsabilità mediatica, ciò che è davvero insostenibile è la giustificazione del ricorso all’inglese con la favola della globalizzazione e quindi degli internazionalismi. Lockdown o droplet, che gli ha citato il conduttore, così come smart working e la maggior parte degli altri inglesismi e pseudoinglesismi che usiamo, sono penetrati solo nell’italiano, e non esistono né in Francia né in Spagna. E allora perché mai la globalizzazione “ingloba” solo l’italiano?

 

Il francese e lo spagnolo in epoca di covid

Il dibattito sull’evoluzione della lingua durante la pandemia, con riferimento soprattutto agli anglicismi, si è sviluppato anche in Francia. Ma la situazione non è nemmeno lontanamente paragonabile allo sfacelo dell’italiano.

Il francese è una lingua viva, dove si coniano neologismi, dove davanti all’espansione dell’inglese globale esiste una resistenza, che non è fatta da un cane sciolto come la mia, e come quella italiana, ma è istituzionale, supportata dalle leggi che vietano forestierismi nel francese ufficiale e dei contratti del lavoro, che si appoggia alla Costituzione, alle indicazioni del Journal officiel (la Gazzetta francese), all’operato dell’Académie française, e dei mezzi di informazione.

Anche in un articolo su Radio France (“La lingua francese ai tempi del coronavirus”) si registra il malcontento sul “distanziamento sociale”, interferenza dell’inglese, che sarebbe più appropriato rendere in altri modi, come distanza di sicurezza o fisica. Ma si lamentano anche gli anglicismi che si sono fatti strada, come cluster al posto di focolaio, con la differenza che rispetto a quanto avviene da noi dove le occorrenze sono decuplicate rispetto agli anni passati, ricorre molto meno, e spesso è tra virgolette. Ma, soprattutto, l’uso dell’inglese viene deprecato, non misconosciuto, giustificato o spacciato come internazionalismo necessario!

Mentre i nostri mezzi di informazione diffondono anglicismi – che in Francia non esistono – senza alternative, le Figaro sforna innumerevoli pezzi che condannano l’inglese e riprendono le direttive della Commissione per l’arricchimento della lingua francese che invita a usare foyer (épidémique) al posto di cluster: “Coronavirus: ne dites plus «cluster» mais…”, oppure infox al posto di fake news: “Coronavirus: des mots français pour en parler”.

Mentre da noi i politici coniano family act, trapiantano recovery fund, e in parlamento parlano con la massima naturalezza di lockdown e smart working, il sito del Ministero della cultura francese produce una guida alle parole francesi per esprimere il lessico del coronavirus (traçage e non tracking, faire-face e non coping) e un glossario della terminolgia medica che si appoggia a un ben più ampio dizionario terminologico con i corrispondenti francesi. Lo scopo è quello di “arricchire la lingua francese”, e gli esperti non si sognano né di negare o ignorare l’esistenza degli anglicismi, né di proclamarli “necessari” e in questo modo avallarli, ma si prodigano nel tradurli nel giusto modo e nel coniare nuove parole, operando scelte terminologiche autoctone per i vocaboli che non ci sono!

In Spagna gli anglicismi non sono penetrati durante la pandemia, e il dibattito sulla lingua del coronavirus che “infetta” il dizionario della lingua spagnola è commovente. Sul El País, in un articolo intitolato “La Real Academia busca una definición para el coronavirus” la questione non tocca l’interferenza dell’inglese, che non c’è, ma il maschile o femminile di covid, o mascherina che accanto a “mascarilla” registra sinonimi esotici come “barbijo” in Bolivia, “tapaboca” a Cuba o “nasobuco” in altri luoghi. La stesso dibattito che si ritrova leggendo un articolo di Abc intitolato “El coronavirus también infecta el Diccionario de la lengua española” che si pone il problema dell’uniformità di queste varianti per mantenere lo spagnolo omogeneo. Non possiamo che ridere (o piangere?) se paragoniamo tutto questo con la situazione italiana. Mentre da noi c’è solo il lockdown, lì le questioni linguistiche sono incentrate su come formare il giusto verbo da “cuarentena”: meglio “cuarentenar”, “cuarentenear” o “encuarentenar”? L’unico anglicismo che si trova nel pezzo è zoom: “quello che sino a poco tempo fa era solo un obiettivo a lunghezza focale variabile” lamenta l’articolo! Per noi è inimmaginabile che la lingua evolva senza importare l’inglese, ma in Spagna e in Francia, come in tutte le lingue sane, è normale!

Altro che internazionalismi e globalizzazione! In Italia bisogna parlare di colonizzazione.

Come nota Gabriele Valle, in Spagna non esiste il droplet, ci sono solo le gotas de saliva, non c’è il lockdown ma il confinamiento (come in francese e in tutta l’Europa latina, salvo da noi) e il deconfinamento progressivo, la nostra fase 2, 3 e quel che sarà, si può esprimere con desconfinamiento o desescalada.

E in portoghese? Provate a dare un’occhiata allo speciale covid sul quotidiano portoghese Publico, e provate a contare gli anglicismi, se li trovate. Poi fatevi un giro sul Corriere.it, e fate i vostri confronti.

A questo punto ognuno avrà qualche elemento in più per riflettere su cosa significhi “essere internazionali”, se significa fare come negli altri Paesi di lingua romanza o se significa essere colonizzati dalla sola lingua inglese. E anche per ragionare sulla “necessità” dei nostri anglicismi, bollati come necessari solo da noi e dai collaborazionisti di questa creolizzazione lessicale, visto che altrove la lingua nazionale evolve, si arricchisce, è difesa e promossa, mentre l’italiano è ormai ingessato nei suoi significati storici e destinato a trasformarsi in itanglese; soffocato da una quantità di anglicismi che qualcuno considera una ricchezza, ma non sono altro che l’impoverimento e la morte del nostro lessico sempre più mutilato.

 

PS
Come al solito rinnovo l’invito: chi è preoccupato e stufo può firmare e soprattutto diffondere la petizione #litalianoviva. Si riuscirà a fare qualcosa? Almeno proviamoci!

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Sulla morte dell’italiano

Da quando ho lanciato la petizione #litalianoviva contro l’abuso dell’inglese sto ricevendo tantissime segnalazioni per il dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, e soprattutto una gran quantità di lettere, così tante che faccio davvero fatica a rispondere a tutti.
Alcuni di questi contributi mi hanno spinto a precisare un po’ meglio il tema centrale dell’itanglese e della “morte dell’italiano”, che non è chiaro a tutti.

 

Se questo è un italiano

Parto da quanto mi ha scritto Luis:

“Non vado più alla Mondadori. Appena entri nello store c’è un book point dove puoi pagare con la cash back card. Alla Rinascente questo weekend c’era il 20% di sconto sul mio shopping con la Rinascente card. Summer Discount su tutto il make-up e lo Skin Care. Ora con l’applicazione lo shopping è ancora più Smart.
Da Cisalfa ho acquistato un costume da bagno. Gli addetti e il personale indossavano la divisa con la scritta Staff e Crew e ho pensato che fossero proprio un bel Team.
Con Purina-One il pelo del mio cane diventerà più forte e lucido. Purina, la scelta giusta per il tuo Pet.
Al supermarket mi chiedono ogni volta se ho la Fidelity Card.
Alla Metro (vendita all’ingrosso) quelli dello staff mi hanno detto di rivolgermi al reparto Food”.

Mi pare che il quadro rappresenti bene l’Italia e l’italiano. E il punto è proprio questo: come definire questa lingua? È ancora italiano o è itanglese? La questione è tutta qui. Chi pensa che questa ricostruzione sia un’esagerazione non veritiera può dare un’occhiata al seguente testo. Un inno all’italianità che, a mio avviso, suona come un ossimoro. Ma forse per qualcun altro è solo l’italiano moderno e quello auspicabile nel futuro.

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Anche io non vado alla Mondadori, ma la Feltrinelli non è meno anglicizzata, e come ho ricostruito in “Bookcity e la gerarchia degli anglicismi” ormai i libri sono book, le librerie sono bookshop e ci si può aggirare tra thriller e modern fiction, home video e game, graphic novel e top 40, cioè i best seller. Ho anche già parlato del caso food, un ottimo esempio di creolizzazione lessicale che in soli 30 anni (da quando è apparso, nel 1982, il fast food), ha portato lo street food e lo slow food, i food designer e il junck food, il finger food e il comfort food… alla fine food è diventata la parola per indicare l’intero settore alimentare. Il pet food è l’anello di congiunzione con un’altra parola che si sta allargando e che sembra destinata a sostituire gli animali da compagnia: pet. Da pochi anni ci sono i pet shop (visto che i negozi sono sempre più shop e store), si parla di pet teraphy, spuntano gli alberghi pet friendly… ed è nata la figura del pet sitter, che si affianca ai dog sitter e ai cat sitter, che si appoggiano alla fortuna di baby sitter. Baby, del resto, è diventato un prefissoide che genera una quantità di locuzioni inglesi, pseudoinglesi e ibridate con l’italiano che non è più possibile quantificare. Nella “Maledizione di baby sitter (e i composti di baby)” ho provato a spiegare quanto è successo anche in questo caso.

Questi esempi mostrano inequivocabilmente che l’inglese è un virus che si diffonde come un cancro, consiste ormai in una rete di parole tra loro interconesse che si allarga nel nostro lessico, e fa morire i nostri vocaboli. Non bisogna essere geni, per comprenderlo. Eppure la maggior parte dei linguisti continua a ragionare con gli schemini ridicoli basati sui “prestiti” linguistici, come se gli anglicismi fossero parole isolate. Se fossero “prestiti” sarebbe il caso di restituirli in blocco. E forse bisognerebbe restituire ai librai, anzi ai bookstore, anche i libri di linguistica di questo tipo, che invece di occupare posto nelle librerie sarebbero più utili se fossero mandati al macero, almeno per riciclare la carta.

Non si capisce dove vivano questi “studiosi”, né come non siano in grado di comprendere cosa sta accadendo, e l’abissale differenza che c’è tra i “prestiti” provenienti dalle altre lingue, di numero contenuto, e lo tsunami anglicus che ci sta devastando. Mentre qualche illustre studioso negazionista sostiene che l’anglicizzazione sia tutta un’illusione ottica, la gente comune sembra più avveduta nel comprendere il presente. Per esempio chi mi scrive:

“Sky tg 24 rubrica Start, si parla del covid-19. Il giornalista per ben 4 volte dice che il governo cinese utilizza uno strumento per TRACCARE o TRACKARE (da to track) le persone in aeroporto”.

“Tracciare”, in questo aneddoto, sembra un vocabolo inesistente.

“Ho appena sentito la parola smartizzabile da parte della Ministra Dadone con riferimento alla transizione da una modalità di lavoro in presenza a una agile” mi scrive Enrico.

Le ricomposizioni di questo tipo sono all’ordine del giorno, spesso intaccano i verbi, e nel parlato si sente sempre più spesso forwardare per inoltrare, fixare per aggiustare, hostare per ospitare. Del resto il sito di Airbnb invita a diventare host, non usa parole come locatore e locatario, e l’italiano non è contemplato dalle multinazionali che si insediano in Italia e ci impongono i loro termini, da snippet a timeline. Il che vale soprattutto per l’italietta di colonizzati, all’estero non è così, come si evince dall’immagine seguente.

airbnb in varie lingue
Il sito Airbnb in varie lingue: solo in italiano compare il termine “host”.

L’inglese delle multinazionali informatiche arriva in questo modo. Non si traduce download e nasce downloadare invece di scaricare. Spunta Twitter e impone i suoi follower e following, invece di parlare di iscritti, lettori, abbonati o seguitori/seguaci e seguiti, per carità! Che brutto!

Sempre Luis mi segnala che nel sistema operativo di iPhone, impostato in lingua italiana, ci sono più di 80 termini in inglese (tra cui mail, file, hotspot, feedback, privacy, password, account, game center, banner, badge, background, provider, software, switcher, wireless, home, voiceover, zoom, timeout, link, output, input, standard, hardware, controller, smart, font, default, screen, layout, timer, live, selfie, download, news, store, fitness, homekit, push, server, nickname, widget, podcast, offline, computer, music, streaming, slow motion, drive, book, game, center, reader). Tutti anglicismi necessari, intraducibili o insostituibili, direbbe il terminologo anglomane italiota. Peccato che impostando la lingua francese o spagnola, l’elenco degli anglicismi si riduca invece a 3 o 4 parole. I “prestiti di necessità” e gli “anglicismi insostituibili” lo sono soltanto in Italia. Forse è questa “l’illusione ottica” che ci contraddistingue, perché mentre da noi nessuno saprebbe come dire diversamente streaming, in francesespagnolo è possibile.

L’inglese delle multinazionali informatiche che si espandono è agevolato dall’interno da chi non opera scelte traduttive e da chi postula come un assioma che “i termini non si traducono” (ma solo in Italia, si dovrebbe aggiungere per onestà). Il caso dell’informatica è il più eclatante, ma anche la maggior parte degli altri linguaggi di settore sono ormai colonizzati, dal linguaggio aziendale e del lavoro a quello della scienza e della tecnica. La pubblicità parla sempre più l’inglese, il cinema statunitense impone i propri titoli in inglese senza più tradurli…

E davanti a queste pressioni esterne, agevoliamo dall’interno questo processo ricorrendo all’inglese anche da soli, e talvolta lo reinventiamo. Lo si vede nel linguaggio della politica, dal jobs act al navigator, lo si vede persino nella lingua della giurisprudenza (qui un video di un avvocato che lo spiega chiaramente).
Basta leggere un giornale digitale come il Corriere.it, per capirlo. A parte i trapianti intradotti come “web” o “streaming” si vede benissimo l’abuso di “hub” ,”new entry”, “empowerment”, “fashion”… e Mussolini si faceva i “selfie”!  Sui quotidiani francesi e spagnoli non si vede nulla di tutto questo.

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Dal Corriere.it del 10/6/20.

E allora ritorniamo alla domanda iniziale. Questo è ancora italiano?

 

Gli anglopuristi teorici dell’itanglese

Nel “manifesto” del sito “Una parola al giorno” (art. 4), si legge:

“I forestierismi sono una ricchezza. Non ci sentirete tuonare contro l’inglese, ma ci vedrete schierati parola per parola contro il cattivo gusto, la replica acritica di parole percepite e non capite, e gli usi esausti o sciocchini. Nel diciassettesimo secolo ci si scagliava contro… squallidi gallicismi quali baule, regalo, biglietto o gabinetto: oggi chi criticherebbe l’uso di queste parole?”

Dichiarazioni di questo tipo sono abbastanza diffuse, ma sono nella migliore delle ipotesi affermazioni sciocche e confusionarie, e in altri casi sono vere e proprie ipocrisie che celano mistificazioni imperdonabili. Confondere le parole italiane di derivazione esogena (come baule o biglietto) con i forestierismi non adattati che si scrivono e si leggono in modo diverso da quanto previsto dalla nostra grammatica è un’enorme sciocchezza. Come lo è appellarsi al “cattivo gusto” o agli “usi sciocchini”: Leopardi ci ha insegnato (ma non solo lui) che solo l’uso e l’abitudine rendono bella o brutta una parola. Affermare che i i forestierismi sono una ricchezza in assoluto non sta né in cielo né in terra. Dipende se si adattano, e quando non lo si fa dipende dal loro numero, possono essere anche il segno di un impoverimento del nostro lessico e della creolizzazione e della morte di una lingua schiacciata da un’altra dominante. Anche associare “forestierismi” e “inglese” è significativo. Come se le due cose coincidessero e ci fosse solo l’inglese. Purtroppo il problema è proprio questo. Il numero degli anglicismi crudi che abbiamo importato negli ultimi 70 anni è superiore a quello di tutti i forestierismi di ogni lingua e di ogni epoca sommati, incluso il francese che ci ha influenzati sin dai tempi di Dante. Se questa è una ricchezza, se l’italiano del presente e del futuro deve essere costituito da un sostantivo in inglese su dieci, si dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente e senza ipocrisie. Questo per me non è più italiano, ma la sua morte; è itanglese, ed è un ibrido che non ha nulla a che vedere con l’italiano storico e con la nostra grammatica.

La provenienza delle parole è irrilevante. Quello che conta è vedere se sono italianizzate e si integrano o se sono dei “corpi estranei” per dirla con Castellani, che snaturano la nostra lingua storica e la imbastardiscono, come dicevano i più aperti sostenitori delle parole straniere di ogni epoca, da Machiavelli che insisteva sulla necessità di “accatar parole” altrui, passando per Ludovico Antonio Muratori, e persino Alessandro Verri, autore della celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”. Nessuno si è mai sognato di giustificare la presenza di migliaia di forestierismi crudi provenienti da una sola lingua dominante. Se una volta i puristi rifiutavano le parole italianizzate che provenivano da altre lingue, oggi sarebbe invece auspicabile tornare a italianizzarle e tradurle, se vogliamo evitare la creolizzazione lessicale. Il che è tutto il contrario di quel che volevano i puristi.

Un tempo furono proprio i puristi a rappresentare un ostacolo all’evoluzione dell’italiano, visto che erano ostili anche ai neologismi e ai tecnicismi, ma così facendo rischiavano di ingessare l’italiano nella “lingua dei morti”, di cristallizzarlo nel vocabolario storico senza farlo crescere. Oggi a fissare l’italiano nei suoi significati storici e a impedirgli di evolvere sono proprio gli anglomani, che invece di tradurre, adattare, creare neologismi, allargare il significato delle nostre parole, preferiscono importare tutto ciò che è nuovo in inglese e giustificarlo. Li ho definiti “anglopuristi”. Sono coloro che invece di difendere e promuovere l’italiano si appellano all’uso dell’inglese che diffondono per primi sostenendone il maggior potere evocativo, guardando non ai significati delle parole, bensì alle sfumature che non appartengono all’inglese, ma sono il risultato dell’acclimatamento nella nostra lingua. “Calcolatore” evoca le ingombranti anticaglie di una volta, “computer” connota i dispositivi moderni. Peccato che in inglese era ed è computer, senza questa distinzione, così come in francese era ed è ordinateur, e in spagnolo era ed è computador. Selfie non è proprio come autoscatto… ecco come si relega l’italiano ai suoi significati storici e non lo si fa evolvere. Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i partigiani i nomi di battaglia, in Rete ci sono le password e i nickname, perché questi sono i “termini” che richiamano l’ambiente informatico in modo preciso… e così l’italiano non si allarga di nuovi significati e muore. Brainstorming è intraducibile (peccato che in francese sia stato tradotto con spremimeningi e in spagnolo con diluvio di idee) e ciò che è nuovo non si reinventa, si importa in inglese e basta! E così, anglicismo dopo anglicismo, l’italiano si trasforma in itanglese. Ricorrere all’inglese è una strategia. Soprattutto nelle nuove generazioni. Si preferisce l’itanglese e la creolizzazione è vissuta come segno di modernità. Il che non lascia ben sperare nel futuro.

L’itanglese si pratica ormai nelle scuole. Non sto parlando del linguaggio terrificante del Miur, uno dei maggiori responsabili della morte dell’italiano, che prepara volutamente alla lingua inglesizzata del mondo del lavoro. Purtroppo l’itanglese si impartisce sin dalle elementari. Ho avuto una feroce discussione con un gruppo di maestri che insegnano ai bambini che la “j” si chiama “jay”, dando un calcio alla nostra storia, alla “i lunga” che si pronuncia “i” non solo in italiano (juventus, Jolanda, Jacopo, Jugoslavia…), ma anche in tedesco (Jung). Insomma, c’è solo l’inglese nella testa delle menti colonizzate, e poi va a finire che si sente sempre più spesso dire “giunior” invece di junior. Intanto, nei libri di testo delle elementari, la Cisgiordania diventa West Bank. Senza alternative.

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Questa è la lingua, e la cultura, che si insegna a scuola alle nuove generazioni!

Adesso tra i maestri, mi segnala Elena, va di moda il lap book, spesso scritto lapbook, che consiste in un cartoncino piegato a libro contenente fatti, diagrammi, illustrazioni relativi all’argomento; è una cartelletta con le ricerche dove si incollano diversi elementi, e viene definito anche layer book, flap book o shutter book. Tutto va bene, purché suoni inglese. Ma un nome in italiano, no?

Dunque non c’è da stupirsi se poi uno studente interrogato in storia dell’arte parli di “absaid” perché crede che abside sia un anglicismo, o che si pronunci Dpi (Dispositivi di Protezione Individuale) come i dpi delle stampanti. Siamo immersi nell’anglomania più deleteria.

Questo è il presente, e nel futuro sarà sempre peggio, se non si ferma questo processo di distruzione sistematica del nostro patrimonio linguistico. C’è chi non lo vuole affatto fermare e vuole andare in questa direzione. E c’è chi sta provando a fare qualcosa con una petizione.

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Le 3000 firme della petizione a Mattarella

Continuo le mie riflessioni sui perché della petizione a Mattarella, #litalianoviva, che conta ormai 3.000 firme. Provo anche a rispondere ad alcune delle critiche basate sulle sciocchezze e sui luoghi comuni di chi non ha studiato e compreso il problema, né tanto meno lo spirito dell’iniziativa.

La nuova questione della lingua

Non se ne può più di sentir dire che è normale che le lingue evolvano o che il francese e tantissimi altri idiomi hanno influenzato l’italiano sin dai tempi di Dante. Queste sono banalità che non si possono che dare per scontate; bisognerebbe essere un po’ più seri e studiare come la nostra lingua si sta evolvendo.

È semplicemente una questione di numeri: dal secondo dopoguerra a oggi – nell’arco di una sola generazione – gli anglicismi sono almeno quintuplicati. Hanno colonizzato i centri di irradiazione della lingua (il lavoro, la scienza, la stampa, l’informatica, l’economia…), si riversano nel linguaggio comune, aumentano di frequenza, penetrano nel lessico di base e, soprattutto, tutto ciò che è nuovo viene sempre più introdotto in inglese crudo, con il risultato che il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è costituito da anglicismi. Il punto non è gridare alla morte dell’italiano per becero allarmismo, è constatare che di fatto è già morto, nel senso che ha cessato di evolvere per via endogena, e che registra una regressione davanti all’inglese anche quando esistono parole italiane che finiscono per essere dimenticate o diventare obsolete davanti ai “prestiti sterminatori”. Gli anglicismi non sono perciò una ricchezza, ma al contrario segnano l’impoverimento e la morte del nostro lessico. La loro penetrazione avviene in modo crudo, senza adattamenti, e dunque sta snaturando la nostra identità linguistica, che non è un concetto filosofico e astratto, ma una cosa molto semplice e concreta: nella maggior parte dei casi gli anglicismi costituiscono dei “corpi estranei” che violano le regole dell’ortografia e della pronuncia dell’italiano. Non c’è alcun problema ad accogliere forestierismi non adattati, se sono contenuti in una percentuale fisiologia, è un fenomeno normale che si riscontra in ogni lingua. Ma quando questa percentuale cresce a dismisura, supera nel giro di 70 anni quella di una lingua come il francese che ha una storia di substrati plurisecolari, quando la somma di tutti i forestierismi di ogni lingua del mondo non arriva alla metà degli anglicismi che abbiamo importato in un lasso di tempo così breve, e che usiamo così spesso, c’è un problema oggettivo. Non siamo più di fronte a un fenomeno normale, ma a una creolizzazione lessicale che stravolge la nostra lingua storica. Questi sono fatti. Ogni critica ne deve tenere conto.

Allora la questione, e il terreno del dibattito, è un altra. Dobbiamo chiederci quale italiano vogliamo. Crediamo che la modernità si esprima con l’inglese e vogliamo che la percentuale di anglicismi della nostra lingua diventi in ogni ambito quella del linguaggio del lavoro o dell’informatica?

Bene lo si dica chiaramente, invece di giocare a fare i negazionisti.

Questa idea dell’italiano, però, per me coincide con l’itanglese, e mi vede dall’altra parte della barricata a combattere quello che considero non un segno di modernità, ma il depauramento del nostro patrimonio culturale. Ciò è tutto il contrario del purismo, ostile da sempre ai neologismi. Viceversa, c’è da auspicare un italiano che si sappia evolvere per via endogena, creando le proprie parole e i propri neologismi, invece che importarli dall’inglese.

Chi ha un’altra idea dell’italiano getti la maschera, si schieri dall’altra parte, e difenda l’itanglese senza fare l’ipocrita. I nuovi puristi del Duemila, quelli che vogliono ingessare l’italiano nella sua forma storica senza farlo evolvere perché tutto ciò che è nuovo si dice in inglese, sono gli anglomani. Sono loro – li chiamo anglopuristi – che vogliono trasformare l’italiano nella “lingua dei morti”.

Questa è la nuova “questione della lingua”. Sarebbe ora di dirlo chiaramente.

Non si tratta di fare la guerra ai singoli anglicismi, si tratta di prendere posizione, e di spezzare la strategia comunicativa che spinge a importare l’inglese crudo senza alternative. Il problema non è linguistico, è culturale. Gli anglicismi non sono “prestiti”, con queste sciocche categorie obsolete non si può rendere conto dell’attuale fenomeno dell’interferenza dell’inglese. Quando il confinamento diventa lockdown, il lavoro da casa smart working, quando si coniano all’inglese espressioni come covid hospital, invece che ospedali covid, e si parla di covid pass, covid free, covid manager, covid like, covid test… il problema non è in questi trapianti e in queste ricombinazioni ridicole prese singolarmente; il punto è che abbiamo perso la volontà di parlare in italiano e siamo passati a una strategia compulsiva (la strategia degli Etruschi) che consiste nella scelta di parlare in itanglese.

Una questione politica, non linguistica

Oggi la nostra classe dirigente – dai mezzi di informazione alla politica, dalla scienza al mondo del lavoro – ha scelto l’itanglese, e in questo modo lo diffonde e lo impone a tutti. Per spezzare questa strategia occorre una rivoluzione culturale e politica. Nello scorso articolo ho mostrato perché non è certo alla Crusca che ci si può rivolgere per cambiare le cose. L’Accademia non ha né il potere né la missione di regolamentare la nostra lingua. Solo la politica potrebbe forse investirla di questo mandato, come avviene per le accademie spagnole e francesi. Lì si creano alternative agli anglicismi e la popolazione è libera di scegliere come parlare. Alcune proposte sono accolte ed entrano nell’uso, altre non vengono invece recepite, ma il risultato è che l’anglicizzazione di queste lingue non è minimamente paragonabile alla nostra. Ognuno è libero di usare il lessico che preferisce, ma la libertà sta nello scegliere, se mancano le alternative cade la scelta, e l’inglese diventa un automatismo senza altre possibilità, diventa la tirannia della minoranza che controlla i centri di irradiazione della lingua e che la impone a tutti.

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Le “reti sociali” o i “fondi di recupero” su Correre, El País e Le monde. Da noi sono anglicismi (i “gruppi tech” in spagnolo sono “grandes tecnologicas”, e persino gli Usa sono detti secondo l’ordine della loro lingua: EEUU).

La petizione per eliminare gli anglicismi almeno dal linguaggio istituzionale – una cosa che in Francia è espressamente vietata dalla legge, ma che non verrebbe nemmeno in mente ad alcun politico, come del resto in Spagna – va rivolta alla nostra classe politica. Ma rivolgersi al parlamento avrebbe senso?

Non mi pare.

Non dimentichiamo che i nostri politici son proprio coloro che contribuiscono a uccidere la nostra lingua storica. Se il politichese, sino a tutto il Novecento, era caratterizzato da formule ampollose, astruse o burocratiche, nel nuovo Millennio è diventato itanglese. Dal jobs act al navigator, il lavoro è job, le tasse sono tax, le leggi act, l’economia è economy, i fondi per la ripresa sono introdotti in inglese, recovery fund, e qualcuno parla di un recovery plan per la pandemia. Gli anglicismi politici registrano un aumento preoccupante: quantitative easing, voluntary disclousure, caregiver, stepchild adoption, spending review, spoils system, devolution e deregulation, election day e family day… E in questo linguaggio fatto di establishment, governance, leadership, impeachment, question time, moral suasion, premiership… ci sono anche figure istituzionali come il garante della privacy, o il ministro del welfare, alla faccia della salute del nostro lessico. I giornali rilanciano e amplificano questo vocabolario politicamente scrorrect, mentre si parla sempre più di premier al posto di presidente del consiglio come è scritto nella nostra Costituzione, o di governatori invece che presidenti delle regioni perché si vuol fare gli americani, anche se il nostro sistema non è federalista.

In questo contesto appare poco proficua una petizione rivolta ai politici. Senza scadere nel qualunquismo, bisogna ricordare che negli ultimi anni sono state presentate innumerevoli proposte di legge o di istituzione di un Csli (Consiglio Superiore della Lingua Italiana) che sono sempre rimaste nei cassetti, per riemergere ciclicamente senza che nulla di concreto sia mai stato fatto.

Nel 2012, una petizione dell’Era propose di dire in italiano “question time” e ricevette consensi da ogni parte politica, ma l’iniziativa lodata da tanti solo a parole, non ebbe nei fatti alcun seguito (in Svizzera si dice invece l’ora delle domande, in parlamento e sui giornali).

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“L’ora delle domande” sul Corriere del Ticino.

Nel 2018, Giulia Bongiorno, ministra della pubblica amministrazione del Governo Conte, scriveva:

“Nei primi giorni da Ministro mi sono stati sottoposti alcuni fascicoli – definiti dossier – dai quali emergeva che i problemi più urgenti da affrontare erano:
1) il blocco del turnover;
2) l’inadeguata valutazione della performance dei dirigenti;
3) il digital divide;
4) la scarsa applicazione (…) dello smart working;
4) l’uso improprio del badge per entrare nel luogo di lavoro.
Per affrontarli avrei dovuto partecipare a numerosi meeting; inoltre, mi si rendeva noto che il budget a mia disposizione era – purtroppo – limitato.
Amo l’inglese (…) Eppure credo sia sbagliato, e fuorviante, accettare questa sostituzione della lingua italiana; parlo di sostituzione perché l’uso reiterato delle parole inglesi fa sì che a volte il corrispettivo italiano si perda. Dunque dico basta, con forza, a questo ibrido che forse vorrebbe far sembrare l’italiano più moderno, ma in realtà lo sta svilendo.”

(Lettera aperta del 19 dicembre 2018 per denunciare l’abuso dell’inglese nel linguaggio amministrativo).

Che cosa è accaduto, da allora, è sotto gli occhi di tutti.

Anche le iniziative come Europarole del Dipartimento delle politiche europee, avviata nel 2018, che doveva tradurre gli anglicismi che circolano nell’ambito dell’Unione Europea si è rivelato un progetto vuoto, e da allora ha raccolto solo 37 parole!
Visto che le istituzioni non lo fanno – da quelle politiche alla Crusca – il più grande repertorio esistente nel nostro Paese è il Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA), che ne ha raccolti ormai 3.700, e nasce da un’iniziativa privata senza alcun finanziamento.

Da queste considerazioni è nata la decisione di rivolgere la petizione non alla politica, ma al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la massima carica dello Stato.

C’è chi ha storto il naso davanti all’opportunità di rivolgersi a lui in questo frangente in cui l’Italia versa in ben altri e più gravi problemi. Eppure il lievitare degli anglicismi ha raggiunto picchi inediti proprio durante la pandemia e, soprattutto, le nostre richieste sono davvero facili, e non costano nulla. Non abbiamo invocato leggi come quelle che ci sono in Francia, né domandato di attuare ciò che la politica ha più volte presentato senza che mai si sia realizzato.
Le richieste consistono, semplicemente, in una supplica, perché il capo dello Stato attui un simbolico richiamo alla politica di non utilizzare anglicismi almeno nel linguaggio istituzionale, per il rispetto, oltre che per la trasparenza, che le istituzioni dovrebbero avere nei confronti dei cittadini italiani e del nostro patrimonio linguistico (non dimentichiamocene, quando saremo chiamati alle urne!).
La seconda richiesta è di favorire una campagna di sensibilizzazione contro l’abuso dell’inglese. Anche questa preghiera non ci pare gravosa, e soprattutto non comporta alcuna spesa, visto che gli spazi delle pubblicità progresso sono già previsti. E come si fanno e si sono fatte contro il bullismo o contro la violenza delle donne, potrebbero farsi anche per promuovere la nostra lingua, di cui non è il caso di vergognarsi.

Crediamo che questa petizione chieda qualcosa che dovrebbe essere dato per scontato, qualcosa che nasce semplicemente dal buon senso e che dovrebbe appartenere a tutti. E facciamo fatica a comprendere come si possa non condividere questo appello.

Eppure, se la petizione #dilloinitaliano di cinque anni fa fu ripresa da tutta la stampa, oggi invece non c’è un solo giornale a tiratura nazionale che ne abbia accennato nemmeno con una sola riga. Le 3.000 firme raccolte nascono solo dal passaparola in Rete e tra la gente, mentre i mezzi di informazione e le istituzioni che dovrebbero occuparsi della nostra lingua in modo ufficiale lo hanno ignorato. Al contrario di quanto hanno fatto invece persone di primo piano della cultura nazionale e internazionale.

 

I firmatari e gli amici dell’italiano

Sin dai primi giorni, la notizia della petizione #litalianoviva è stata ripresa e diffusa dall’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook, oppure dal sito Corsica Oggi. In Svizzera è stata segnalata dal Forum per l’italiano in Svizzera, e dalla Rivista.ch. E così la notizia si è sparsa per il mondo, tra i firmatari ci sono italofoni tedeschi, dall’università di Barcellona ha firmato un’importantissima profesora emerita di Filologia Italiana, dall’Australia ha firmato la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day, per i suoi meriti nel tradurre in italiano. Voglio riportare qualche battuta tratta da un’intervista che rilasciò in quell’occasione:

Barbara McGilvray
Barbara McGilvray.

– Hai notato delle differenze nell’evoluzione della lingua italiana da quegli anni ’60 in cui eri a Roma all’italiano che si parla oggi? Magari il fatto che oggi sia infarcito di parole inglesi? Una volta non era così…
Io cerco di evitare e parole inglesi in italiano anzi sono iscritta a due o tre gruppi di traduttori in Italia, gruppi virtuali, sull’Internet e lottiamo tutti per evitare di usare neologismi inglesi, preferisco evitarli. (…) Spending review mi fa una rabbia (RIDE), ci sono espressioni perfettamente adeguate in italiano, perché usare quelle inglesi? Non lo so…

– O il jobs act…
Jobs act… un altro, no, no… non ne parliamo…

– La nostra rubrica si chiama La lingua più bella del mondo, sei d’accordo con il nome che abbiamo dato a questo segmento?
Assolutamente! Come no?

Se volte sentire queste parole dal suo delizioso accento anglofono, lo potete fare qui (al min, 4,30 circa).

Tra i tanti che hanno firmato e che mi hanno scritto dall’estero ci sono italofoni dall’Argentina, dal Canada, dalla Francia, e anche dal Regno Unito e dagli Stati Uniti.

Possibile che all’estero ci sia un’attenzione per l’italiano superiore alla nostra?

Evidentemente sì.

Ma non è del tutto esatto. Non bisogna confondere il silenzio stampa e delle istituzioni che si registra in Italia con il sentimento degli italiani. L’indifferenza mediatica non corrisponde alla sensibilità di tante persone di ogni fascia sociale (infermieri, medici, farmacisti, parrucchieri, avvocati, imprenditori, formatori, studenti, insegnanti, mamme, agenti immobiliari… c’è anche un suora). E tra i firmatari ci sono poi diversi politici che appartengono a ogni schieramento: da Potere al popolo e Sinistra alternativa passando per il Pd, i 5 stelle, la Lega, sino a Forza Italia, Fratelli d’Italia e alla destra. Ma soprattutto mi ha colpito la presenza di molti personaggi di spicco della cultura del nostro Paese. Non sempre mi è stato possibile verificare se certi nomi sono davvero illustri o se si tratta di omonimi, e non so se Elena Ferrante è veramente lei o se Paolo Repetti è davvero il fondatore e il direttore della collana Stile Libero di Einaudi. So però di certo che hanno firmato professori universitari o accademici come lo psicologo Fulvio Scaparro, il filosofo Fulvio Papi, scrittori come Elisabetta Bucciarelli (vincitrice del premio Scerbanenco) o come la docente Laura Margherita Volante, traduttori di primo piano come la poetessa Claudia Azzola direttrice della rivista TraduzioneTradizione, giornalisti come Alberto Giovanni Biuso, intellettuali che gravitano intorno alla rivista Odissea diretta da Angelo Gaccione, come il medico Teodosio De Bonis (“Ho deciso di iscrivermi ad un corso di lingua straniera: mi è stato consigliato l’Italiano”), lo scrittore Oliviero Arzuffi, i poeti Antonella Doria, Gabriella Galzio e Nicolino Longo… e una lunga lista di donne e uomini che fanno comprendere che esiste un’altra idea di lingua e di cultura, oltre a quella dominante. E che a opporsi all’insensato ricorso all’abuso dell’inglese siamo in tanti.

Per aiutarci a diffondere la nostra iniziativa, visto che i giornali non lo fanno, passa parola, per favore!

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La strategia degli Etruschi (e 1.500 firme per fermarla)

Le firme della petizione #litalianoviva al presidente Mattarella, per l’estromissione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e per l’avvio di una campagna contro l’abuso dell’inglese, aumentano. Non so più come ringraziare i tanti che mi hanno scritto e che si stanno adoperando per diffonderla. Tra le oltre 1.500 adesioni di questi giorni mi ha colpito l’alto numero di professori universitari, scrittori, personaggi di primo piano della cultura (prossimamente ne parlerò più nei dettagli). Mi pare un dato molto significativo, perché vedo che questo tema non è sentito solo dalla gente, ma anche da molti intellettuali che hanno preso una posizione netta.

Una nuova egemonia culturale

Per comprendere meglio cosa sta avvenendo nel nostro Paese vorrei partire proprio dalla riflessione di un intellettuale come Gramsci, che riporto senza alcuna presa di posizione ideologizzata, ma solo perché la trovo molto acuta e attuale:

“Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”
(Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3).

Oggi la “questione della lingua” riguarda soprattutto l’interferenza dell’inglese e va inserita in un quadro internazionale che ha a che fare con l’espansione dei modelli angloamericani in tutto il mondo e con la globalizzazione. Questi modelli non sono solo linguistici, ma anche economici, politici e culturali. Perciò la riflessione sulla necessità di una riorganizzazione dell’egemonia culturale mi sembra più che mai valida.

L’attuale egemonia culturale italiana, che occupa il panorama mediatico, politico e i posti di rilievo nel mondo del lavoro, sempre più spesso punta all’inglese come modello superiore. Ma come ha osservato un grande linguista tedesco, Jürgen Trabant, questo atteggiamento sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Ciò non riguarda solo l’uso dell’inglese come la lingua della comunicazione internazionale, della scienza o dell’Europa, riguarda anche l’abuso dell’inglese nell’italiano. Insomma, mi pare che le parole di Gramsci siano illuminanti: la nuova classe dirigente dell’era della globalizzazione e del dopo-muro di Berlino sta procedendo a una riorganizzazione culturale, e linguistica, che sta creando fratture con la gente, con le masse, con gli italiani.

Ecco perché mi sembra importante che emerga un altro modello di egemonia culturale. Un modello che in Italia c’è, ma è sommerso dal pensiero dominante e disgregato, e bisognerebbe invece che si organizzasse ed emergesse come avviene normalmente all’estero.

 

Il senso di inferiorità verso l’inglese: un’anomalia tutta italiana

Mentre in Italia sembra che nessuno si preoccupi di tutelare e promuovere il nostro patrimonio linguistico, all’estero non è così.

La tutela della lingua si trova in Paesi lontani come la Cina e in quelli vicini come la Svizzera, dove l’italiano è promosso molto meglio che da noi. In Islanda esiste la figura del “neologista” che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. La questione è sentita in special modo in Africa, dove intellettuali in odore di Nobel come Ngugi wa Thiong’o (autore di Decolonizzare la mente, Jaca Book, 2015) invitano a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, la Repubblica 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie che promuovono la propria lingua e creano alternative agli anglicismi. Come ha ricordato Gabriele Valle, la presentazione del Diccionario panhispánico de dudas (2005) che, oltre a diffondere le alternative agli anglicismi rappresenta un punto di riferimento per l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi ispanici, è avvenuta dinnanzi a tutti i giornali più importanti, che sottoscrissero un accordo:

“Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa”.
(“Lʼesempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: lʼitaliano e lo spagnolo a confronto”, p. 757).

In Italia, i mezzi di informazione sembrano invece piuttosto irresponsabili e poco consapevoli del loro ruolo storico nell’unificazione dell’italiano che oggi depauperano. O più probabilmente ne sono perfettamente consci, ma la loro visione della modernità è quella dei collaborazionisti dell’itanglese.

Anche l’Académie Française opera per la creazione di alternative agli anglicismi e per la loro diffusione, al contrario di quanto fa la Crusca, e in Francia esiste la legge Toubon che impone il francese – lingua inserita nella Costituzione – nel linguaggio istituzionale e in quello del lavoro. In questo Paese capita che intellettuali come il filosofo Michel Serres accusino la classe dirigente che abusa dell’inglese – e non certo nel linguaggio istituzionale, perché sarebbe impensabile – di essere dei “collaborazionisti”:

“Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”
(Contro i bei tempi andati, Bolati Boringhieri 2018).

Da noi queste parole appaiono estremiste, perché la nostra classe dirigente è formata sempre più da chi è colonizzato: i collaborazionisti hanno occupato le posizioni centrali e impongono la nuova lingua dominante, a cominciare della sinistra che ha perso ogni contatto con le “masse” e ogni spirito critico nei confronti degli Stati Uniti, per finire con i “sovranisti” che però praticano l’itanglese.

E allora forse dovremmo essere davvero internazionali, che non significa avere la testa soltanto oltreoceano, ma guardare a cosa accade negli altri Paesi, a cominciare da quelli vicini.

Il ricorso all’inglese ridicolo e devastante

Piero Bevilacqua, nell’aderire alla petizione, ha dichiarato:

“Lo sciocco narcisismo con cui giornalisti, uomini politici, personaggi dello spettacolo esibiscono il loro inglese orecchiato, va denunciato con le armi della critica come un fenomeno di inferiorità culturale. Chi crede di apparire più colto ricorrendo a termini inglesi – che spesso sono di origine neolatina – ignora la ricchezza e grandezza della lingua italiana e perciò esibisce non la propria cultura e il proprio essere aggiornato, ma la propria ignoranza. Il ricorso a una lingua straniera, quando esistono equivalenti italiani, spesso semanticamente più ricchi e vocalmente più musicali, rivela un fondo di servilismo da popolo colonizzato, che svaluta la storia della propria lingua, cultura, civiltà. Perciò chi si fa strumento della creazione di un immaginario nazionale subalterno va criticato aspramente, additato come responsabile di un danno di immagine procurato al Paese, portatore di un messaggio diseducativo e fuorviante alle nuove generazioni.”

Sottoscrivo ogni parola di Bevilacqua e voglio provare a esemplificarne il senso e ad aggiungere ulteriori elementi.

Credo che la situazione italiana sia pericolosa, per la nostra lingua e cultura, perché non esiste alcuna resistenza né reattività davanti all’espansione dell’inglese globale. Al contrario, la nostra classe dirigente sembra agevolarla dall’interno, operando scelte lessicali anglomani davanti a tutto ciò che è nuovo a costo di ricorrere agli pseudoanglicismi (come smart working o navigator). Basta che suoni inglese, insomma, anche se non lo è affatto.

In questa follia, in questa mania compulsiva elevata a strategia comunicativa (non sempre consapevole) ciò che sta accadendo travalica quello che si può spiegare con le categorie ingenue e datate del “prestito” che molti linguisti ancora utilizzano senza riuscire a comprendere cosa ci sta accadendo. Siamo in presenza di uno “tsunami anglicus”, per citare Tullio De Mauro, cioè a un travaso dell’inglese di ben altra portata.

Gli anglicismi non sono più poche manciate di semplici parole isolate (“prestiti”) che importiamo perché non ne abbiamo di nostre (e non vogliamo né tradurre, né italianizzare, né reinventare con neologismi autoctoni) o perché ci appaiono più prestigiose ed evocative. Siamo in presenza di un’emulazione basata sulle ricombinazioni di radici inglesi che si ricompongono in modo virale e generano un quantità di anglicismi che sfugge ormai alla possibilità di ogni classificazione (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani).

Invece di parlare di fondi per la ripresa, durante la pandemia i politici e i giornali hanno scelto di utilizzare l’espressione inglese recovey fund. Il risultato è l’imposizione alla gente dell’ennesimo anglicismo che battezza un nuovo concetto attraverso un’espressione che viene trapiantata come fosse un nome proprio insostituibile, poco trasparente non solo alle masse, ma persino agli stessi trapiantatori che spesso la storpiano in modo errato, perché sono i primi a non conoscerla. Penso all’onorevole Gelmini che alla Camera ha pronunciato sistematicamente “recovery FAUND” e non “FAND” (lo si può ascoltare qui, al minuto 1,35 circa), come se fosse scritto “found” (inglese: not found! ). Questo non vuole essere un attacco politico, né personale, l’onorevole è in buona compagnia di altri colleghi parlamentari di ogni schieramento e anche di numerosi giornalisti che hanno sfoggiato la stessa dizione in tv e persino nello scrivere (vedi primo riquadro dell’immagine sotto).

E allora a che giova ostentare questo tipo di inglese maccheronico?

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Purtroppo non finisce qui. Al ridicolo si aggiunge il deleterio.
L’introduzione di recovery fund diventa popolare perché ripetuto in modo martellante e senza alternative, e questo porta all’assimilazione di recovery che prende vita e produce altre ricombinazioni a catena dove tutto va bene, basta che non sia italiano. Si parla perciò anche di recovery bond, visto che le obbligazioni sono sempre più spesso bond, dagli eurobond ai coronabond, ma si trovano anche: recovery instrument, recovery initiative, recovery strategy, e alla fine Di Maio se ne esce con la necessità di un recovery plan, su cui ironizza Giorgio Comaschi in una delle sue pillole in video, che radica recovery ma anche il parlare di plan invece che di piano in una rinuncia all’italiano sempre più ampia.

In questo ricorso alle ricombinazioni di radici inglesi accade perciò che nasca la regola istintiva del “covid + N”, dove “N” sta per qualunque cosa purché sia inglese. I covid hospital, invece che ospedali covid, consolidano l’abitudine a invertire le parole all’inglese, ma anche a far circolare hospital invece di ospedale (come del resto si parla di day hospital al posto di ospedale diurno). E così dilagano i covid pass che prima si indicavano con patente di immunità, spuntano i covid manager, si legge della ristrutturazione dei locali in modo covid free, e tra covid test e covid stress, l’ultimo arrivato da pochi giorni nella famiglia è il covid like.

Lo stesso vale per lo smart working, che nonostante sia uno pseudoanglicismo diffuso solo in Italia, diventa il modello per la smart-didattica, espressione inesistente sino a un mese fa e che oggi comincia a farsi strada.

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Fino all’1 marzo 2020 “smart-didattica” compariva in questi soli 3 articoli in tutte le notizie della Rete.

Negli ultimi vent’anni l’espressione era stata azzardata in solo 3 articoli presenti in tutte le notizie italiane della Rete, ma negli ultimi due mesi è stata usata 1.150 volte. La logica è quella della bat-mobile e della bat-caverna, dei Barpapà e del barbatrucco, ma purtroppo non c’è nulla di ironico. È tutto tragicamente reale.

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Le 1.150 occorrenze di “smart didattica” nelle notizie in Rete al 19/5/20

 

In questo “servilismo” ridicolo da popolo colonizzato si trova ormai di tutto, è uno straparlare che assomiglia a una gara a chi spara più anglicismi e a chi riesce a depauperare maggiormente il nostro lessico. E tra il grocery e lo shelf life contro cui si scaglia Giorgio Comaschi, probabilmente destinati a rimanere degli occasionalismi, si fa strada la staycation che ci regala la Repubblica (e tante altre riviste digitali) che potrebbe invece radicarsi e diventare il tormentone dell’estate (dopo le prime apparizioni sui giornali di qualche anno fa che non si sono affermate).

staycation

Ecco dove sta andando l’italiano. Questo non è un fotomontaggio, è una pubblicità vera (grazie a Giampaolo Donini che me l’ha mandata). E cosa rimane della nostra lingua?

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È questa la lingua che vogliamo? È questo il futuro dell’italiano?

Intanto, diciamolo forte a tutti i “negazionisti”: questo è già il presente, e forse è arrivato il momento di fermarci.

Ho chiamato questa anglomania ormai fuori controllo “la strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi alla romanità, che evidentemente consideravano qualcosa di più moderno o superiore alla propria meravigliosa cultura, fino a farsi assimilare e fino a scomparire.

Ecco il perché della petizione #litalianoviva, ed ecco perché mi pare così bello e importante vedere insieme alla gente comune anche gli intellettuali, i docenti universitari o gli artisti che rappresentano una buona alternativa alla classe egemone. Tutti aggregati nello stesso obiettivo di non abbandonare le nostre radici, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra lingua possiamo dare vita a una battaglia che vale la pena di combattere.

 

PS
Sulla differenza nel trattare gli stessi anglicismi tra Corriere della Sera, El País e Le Monde consiglio questo breve video di Cinzia Filannino, una studentessa che ha compiuto una ricerca semplice quanto significativa.

La temperatura percepita, la scure del tempo… e i numeri degli anglicismi

“Espressioni inglesi ne sentiamo molte: dalla radio, dalla tv, dai giornalisti, dai politici. Ma quante ne usiamo davvero nel nostro parlato quotidiano?
La situazione può essere paragonata alla temperatura percepita (…). Come ci hanno spiegato più volte i meteorologi, a una temperatura obiettiva (misurabile con il termometro), corrisponde – nelle calde giornate d’estate – una temperatura percepita più alta, perché condizionata dal notevole tasso di umidità. Quello che avviene per gli anglicismi non è molto diverso: una presenza obiettiva contenuta in percentuali fisiologiche viene avvertita come preoccupante, perché amplificata dal frastuono mediatico.”
Dalla prefazione di Giuseppe Antonelli a Gli anglicismi, di Riccardo Gualdo a p. 8.

Giuseppe Antonelli ha ribadito questa interpretazione in innumerevoli altri scritti, e la sua conclusione è che è tutta “un’illusione ottica”.

Ho sempre trovato l’analogia con la “temperatura percepita” infelice e controproducente. È infatti la temperatura percepita a farci stare male. Non a caso, nelle giornate estive più infernali, i ricoveri e i decessi aumentano proprio durante i picchi di calore umido. Il termometro non è lo strumento più adatto per stabilire la “realtà” delle cose nel caso della salute, segna una misura che non è affidabile perché mancano i parametri che contano.

Non lo so quanti anglicismi si usino nel “parlato quotidiano”, io ne sento tanti. E poi quale parlato? Quello familiare dove a volte si usa il dialetto? Quando andiamo al lavoro dove l’aziendalese coincide ormai con l’itanglese puro? In quali zone geografiche? In quali fasce sociali?

Comunque sia, questa idea per cui la nostra lingua sarebbe salva perché nel “parlato quotidiano” non useremmo anglicismi si scontra con il fatto che l’italiano è una lingua tradizionalmente scritta, e l’unificazione del parlato è un fatto recente che ha meno di un secolo. Nasce con l’epoca del sonoro, con la radio, il cinematografo e poi la televisione. Solo intorno agli anni Cinquanta si registra un sostanziale abbandono dei dialetti (che poi questo sia un bene o un male è un’altra faccenda). E i mezzi di informazione non si possono liquidare come qualcosa di marginale e a sé stante. Sono loro che hanno unificato l’italiano parlato e che oggi lo stanno anglicizzando.
Un gigante come Pasolini, in questo filmato del 1968. ha sintetizzato benissimo la differenza tra italiano parlato, letterario e il ruolo dei mezzi di informazione.

Allora l’italiano era ancora “unitario” e tutto sommato basato sui modelli letterari del passato, ma Pasolini rilevava che il cambiamento in atto era l’apparire di un nuovo italiano tecnologizzato, che arrivava soprattutto dai centri industriali del Nord, i nuovi centri di irradiazione della lingua. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese e il linguaggio tecnologico è fatto di parole inglesi. Se Pasolini fosse vivo lo potrebbe spiegare molto meglio di me.

Per capire cosa sta succedendo basta guardare l’informatica. La metà delle parole così marcate nel Devoto Oli sono in inglese puro, e da lì si sono riversate nel linguaggio comune (mouse, computer, web, tablet, chat…).

Se negli anni Sessanta furono proprio i linguisti a dare addosso a Pasolini per la sua lucida intuizione sul nuovo italiano tecnologizzato, con il senno di poi oggi sono tutti concordi con lui nel riconoscere che la lingua comune si sta arricchendo sempre più di parole che provengono dai lessici specialistici. E dire che l’italiano non è intaccato dall’inglese tranne in alcuni settori come l’informatica e il linguaggio mediatico, a cui bisogna aggiungere almeno quello economico, del lavoro, della scienza, della pubblicità, del cinema… mi sembra un po’ bizzarro. Se si tolgono tutti questi ambiti cosa rimane dell’italiano? La risposta si può trovare nelle parole di Luca Serianni:

“Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali”.

Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015.

Le stesse cose che scrive anche Gian Luigi Beccaria:

“Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina”.

Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116.

Il numero e la frequenza delle parole inglesi

Nel 2016 Antonelli scriveva:

“All’inizio degli anni Settanta, l’incidenza degli anglicismi integrali era al di sotto dell’1% del patrimonio lessicale dell’italiano; oggi – stando a quanto si può ricavare da tutti i principali dizionari dell’uso – non raggiunge il 2%”.
L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino 2016, seconda edizione p. 19.

Ma non era preoccupato per questo raddoppio, la conclusione era che si trattava di numeri contenuti. Oggi però, nel 2020, scrive:

“La percentuale complessiva di parole inglesi presente nei principali dizionari italiani non supera il 3%.
Prefazione” a Gli anglicismi, di Riccardo Gualdo a p. 7.

Nel 2016 gli anglicismi erano meno del 2% e oggi sono meno del 3%, i numeri cambiano, raddoppiano, triplicano, ma la conclusione è sempre la stessa: niente di cui preoccuparsi! Anche Serianni e De Mauro non erano preoccupati dai numeri, negli anni Ottanta, ma dalla metà del Duemila hanno cambiato idea, visto che la situazione è completamente mutata.
Antonelli riconosce che il 50% dei neologismi del Nuovo millennio sono parole inglesi, ma più che essere allarmato si chiede: “Ma quante di queste rimarranno nell’uso?”

La domanda retorica sottinende: pochissime! Eppure non trovo i dati per giustificare questa ipotesi.

È vero invece, per citare Serianni, che tutti i neologismi – non solo gli anglicismi – sono effimeri, come girini di cui solo pochi riusciranno a diventare rane adulte (Luca Serianni, Il lessico, Rcs, 2020). Si potrebbe allora concludere che l’obsolescenza non riguarda solo gli anglicismi, ma anche le parole italiane, e in questa ipotesi il rapporto del 50% rimarrebbe invariato. Purtroppo non credo che sia così. Sono più pessimista.

Se andiamo a vedere quali sono questi neologismi e questi nuovi anglicismi scopriamo che le parole inglesi appaiono ben più solide dei neologismi a base italiana. Serianni analizza a campione i neologismi della lettera A del Devoto Oli che ha curato, mostrando che non ci sono parole primitive, sono tutte composte (anarco-inserruzionalista) o derivate (africaneria). Se non siamo più capaci di inventare parole nostre, a mio parere, è proprio perché le importiamo dall’inglese e basta, e infatti gli anglicismi della lista sono quasi tutti “primitivi” e tra questi spiccano “i termini legati all’informatica e all’elettronica, tutti di origine inglese” (ivi, p. 55). Dunque, se la metà dei 608 neologismi dell’ultimo Devoto-Oli è in inglese, bisognerebbe aggiungere che rispetto alle nostre parole sembrano ben più stabili.

“Forse tra un paio di generazioni anche badge, competitor, sneaker saranno diventate parole ‘vintage’ e finalmente torneremo a dire tesserino, concorrente, scarpe da ginnastica”.
Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Mondadori 2018.

Non riesco a comprendere da dove venga questo ottimismo che presuppone che la “scure del tempo” falcidierà le parole inglesi, perché non è supportato da alcun dato. Pensare che quello che accade oggi con l’inglese sia paragonabile all’epoca in cui era il francese la lingua che ci ha influenzati maggiormente non è sostenibile. I due fenomeni sono profondamente diversi, per numero, penetrazione, ambito, diffusione e rapidità. Le parole inglesi entrate negli ultimi 50 anni non stanno affatto scomparendo. Ho confrontato l’elenco dei 1.600 anglicismi del Devoto-Oli 1990 con gli oltre 3.500 dell’edizione 2017, e ho scoperto che sono più che raddoppiati ma ne sono usciti solo meno di 70 (Diciamolo in italiano, Hoepli 2017 p. 96). Non vedo questa obsolescenza presunta. Anzi: nel 1990 erano spesso dei tecnicismi (dal gioco del golf o del bridge al linguaggio militare); quelli del 2017 sono invece maggiormente parole comuni, si trovano tranquillamente sui giornali, e sono sempre meno specialistici.

Se si passa dal loro numero alle loro frequenze, cioè a quanto si usano, le cose non vanno meglio.

Nel 2016 Antonelli (L’italiano nella società della comunicazione 2.0) si appoggiava alle marche del Gradit di De Mauro (credo l’edizione del 1999) e concludeva che gli anglicismi erano solo lo 0,08% delle parole comuni. Ma questo numero oggi va rivisto totalmente, gli anglicismi comuni, secondo i miei calcoli, sono quasi 2.000 (li potete trovare qui), ma anche a dire che i miei criteri son partigiani, sfido chiunque a trarne una lista che ne annoveri meno di 1.500. Dunque, se le parole comuni, come stimava De Mauro, sono circa 40.000, le percentuali sono molto più alte, intorno al 3% o 4%.
Se si passa dalle parole comuni a quelle “di base” cioè quelle poche che formano oltre il 90% dei nostri discorsi, secondo gli studi sulle frequenze di De Mauro, oggi sono decuplicati rispetto agli anni Ottanta e rappresentano l’1,7% o l’1,8% (sono 129 su 7/7.500 parole, come ho calcolato io stesso e come è riportato proprio nel libro di Gualdo di cui Antonelli ha scritto la prefazione).

Se è difficile dire come parliamo, è più facile vedere come scriviamo, soprattutto in Rete, dove ciò che si legge è spesso molto simile a quello che nota Giorgio Comaschi.

 

Gli anglicismi dei giornali

Tornando ai giornali e al loro ruolo di irradiazione dell’inglese nel “linguaggio parlato”, basta vedere cosa è successo nel 2017 con l’espressione “fake news”, nata dal virgolettare un’espressione di Trump (che oggi le bufale le fabbrica con l’ipotesi del “virus cinese”). L’espressione è finita sulla bocca di tutti nel giro di poche settimane proprio perché i giornali da quel momento in poi hanno detto solo così. La stessa cosa è accaduta nell’ultimo mese con parole come lockdown o smart working. Il picco di stereotipia mediatico ossessivo ci ha fatto perdere la cognizione del tempo, al punto che ci chiediamo come tradurre queste espressioni senza nemmeno più ricordarci come parlavamo due mesi fa! Ho ricostruito questa storia in un articolo sul sito Treccani, ma basta aprire i giornali per rendersi conto di come influenzino il nostro modo di parlare.

corriere 9 maggio

Questa fotografia mostra la reale successione di tre articoli del Corriere.it (9/5/20).

Smartworking, bonus (sarebbe latino, ma l’abbiamo importato dall’inglese), under + qualcosa, ok, crash test, bipartisan, selfie, lockdown, leader. Non si può sostenere che non siano parole comuni.

La correlazione tra lingua dei giornali e lingua che usiamo mi pare evidente e innegabile. Così come l’invadenza dell’inglese che raggiunge l’apice proprio perché è urlata nei titoli. Questa rassegna stampa di Giorgio Comaschi è significativa, e sottoscrivo ogni sua parola, turpiloquio compreso (come mi ha confessato anche un amico linguista dai modi di solito molto urbani).

Di queste pillole si potrebbe fare un vocabolario in video, il dizionario dello “squasso delle pugnette inglesi” come dice l’autore: dalle notizie in primo piano come il lockdown o il body shaming della Bottero, alle parole comuni e meno comuni come wedding planning, brieffing e advertising, recovery, endorsement e crodwfunding, influenzer, drescod, lochescion e pugnette.

Ma se Comaschi esercita la sua comicità boccaccesca con la veemenza di Cecco Angiolieri e un linguaggio che piacerebbe all’Aretino, a prendere posizione contro l’abuso dell’inglese c’è anche chi ha fatto dell’eleganza e della raffinatezza la propria immagine, con uno stile più simile a quello di Giovanni Della Casa autore del Galateo. Sto parlando del Tubista influente Fabio Bernieri (temo che non mi perdonerebbe mai questa etichetta al posto di youtuber e influencer), dallo pseudonimo di sapore anglofono Douglas Mortimer (ma è un riferimento a un personaggio dei film di Leone). Non è certo un tipo che si fa problemi a usare qualche anglicismo, eppure anche lui si è reso conto dell’esagerazione in atto, e anche se di solito si occupa di tutt’altro, ci ha regalato una divulgazione del problema di rara chiarezza e di grande spessore.

Che cosa hanno in comune questi due Tubisti dallo stile così agli antipodi? Entrambi percepiscono la stessa “temperatura”, e forse non sono loro le vittime di un’illusione ottica. La stessa temperatura è sempre più avvertita da qualche tempo con fastidio anche nella Rete e tra la gente. Lo hanno capito tutti che l’inglese ha sorpassato ogni limite, tutti tranne forse solo quelli che continuano a usarlo e ad abusarlo per ostentare la loro superiorità che appare sempre più ridicola, invece che autorevole e moderna. A cominciare dai giornalisti, i politici e i collaborazionisti dell’inglese globale che occupano i posti di prestigio nel mondo professionale.

E allora…

e allora continua nella prossima puntata.

Tormentoni e anglo-tormentoni

Tormentoni Silverio Novelli
Silverio Novelli, Tormentoni, Rcs 2020

“Tormentone” è una parola di successo, a base italiana, che si diffonde a partire degli anni Ottanta. Nel suo libro, Silverio Novelli ne ripercorre le tante valenze e il significato a volte sfuggente e cangiante a seconda dei contesti. È una lettura che mi ha fatto riflettere sul fatto che anche l’inglese ricorre spesso in maniera ossessiva, appunto come un tormentone. Più che risolversi in una lista di espressioni o parole che ricorrono in modo martellante, mi pare che il tormentone anglicus consista nel ricorso all’inglese e agli anglicismi come una strategia che si ripete con la forza, talvolta inconscia, della coazione a ripetere. Se si analizzano gli anglicismi sbucati, diffusi o maggiormente utilizzati durante l’attuale pandemia, per esempio, tutto risulta più chiaro.

In un articolo uscito sul portale Treccani lo spiego meglio: “La panspermia del virus anglicus” (per chi fosse interessato).

 

Tormentoni non solo linguistici

Un tormentone può essere un simpatico ritornello e può mettere allegria (si potrebbe anche dire un refrain che, benché venga spesso pronunciato all’inglese, sarebbe una parola francese), ma deriva dal tormentare e dal tormento, e nasconde qualcosa che nel suo ripetersi in modo insistente può infastidire. Questa ambivalenza coinvolge appunto i tormentoni musicali, spesso estivi (personalmente devo ancora riprendermi dal pulcino Pio), quelli cinematografici (la boiata pazzesca di fantozziana memoria), pubblicitari (provare per credere) e anche molte altre tipologie che Novelli individua e classifica acutamente. Non è infrequente che da questi ambiti i tormentoni si riversino nella lingua e persino nei dizionari, ma non sono sempre e solo linguistici. L’autore ricorda proprio che tra i “memorabilia” esistono anche i “tormentoni scenici”. Risalgono almeno a un secolo fa e appartengono per esempio al genere delle comiche dei film muti, le “sitgh gag”, in inglese, cioè quelle scenette visive che ripercorrono anche il teatro di varietà e l’avanspettacolo. E infatti sui dizionari la parola “tormentone” viene associata al gergo teatrale proprio come “ripetizione ossessiva di una battuta o di un gesto”, anche se poi la sua dimensione linguistica si amplia alla ripetitività che si ritrova per esempio sui giornali. Aggiungerei anche nella Rete, dove oggi, soprattutto tra i giovani, va per la maggiore il meme, che in fondo è una forma di tormentone virale non necessariamente linguistico. Questo intreccio di lingua e gesti spicca per esempio nella consuetudine di specificare (cito da pvirgoletteag. 107):

Tra virgolette. Un’espressione a largo spettro, perché, volendo, viene accompagnata (o addirittura surrogata) dal gesto con le mani fatto dal doppio indice e medio sollevati a uncino, importato dal codice gestuale statunitense”.

Un anglicismo gestuale, si potrebbe definire. Mi ricordo che la prima volta che mi capitò di vederlo fu negli anni Novanta, mimato proprio da un collega di lavoro di Los Angeles. Tra gli altri anglicismi linguistico-gestuali tormentonici mi viene in mente almeno “dammi il cinque”, calco di “give me five” nato pare in ambienti sportivi d’oltreoceano e diventato popolare in italiano anche grazie a un tormentone musicale di Jovanotti, che del resto pensa positivo, più che positivamente (da think positive).

Se, nei Malavoglia, i torme ‘ntoni di Padron ‘Ntoni esprimevano attraverso i proverbi la cultura popolare non scolastica, oggi i tormentoni linguistici e le frasi fatte si ritrovano soprattutto nel linguaggio giornalistico con tutt’altra valenza. In tempi di virus a corona, ho già sottolineato come ricorrano con alta frequenza (per me nella loro accezione insopportabile e tormentante, ma va a gusti) frasi fatte come “città spettrali” o “misure draconiane”, che caratterizzano i picchi di stereotipia del linguaggio dei mezzi di informazione. Nel libro di Silverio Novelli se ne trovano tante, anzi, a iosa. “Morsa del gelo”, “ha riscosso l’unanime consenso”… espressioni cristallizzate che dilagano sulla stampa ma anche nel linguaggio politico-giornalistico (cito a proposito: “scendere in campo”, “entrare a gamba tesa”). I tormentoni non riguardano solo le espressioni, ma anche le singole parole, in una tendenza a utilizzare sempre gli stessi vocaboli che finiscono per diventare fastidiosi nel loro abuso, più che efficaci (il “troppo stroppia”, per usare il tormentone più adatto alla circostanza): l’inflazione di attimino, i plastismi, le parole di plastica che si adattano a ogni circostanza come assolutamente, allucinante, fantastico e poi le parole/espressioni che ricorrono come automatismi e “tic linguistici”. La galleria di questi vocaboli che ci tormentano, al tempo stesso orribili e meravigliosi, è “tanta roba” in questo libro accurato ma piacevole (non capita spesso in linguistica), perché ha uno stile scanzonato e ironico e non si “prende troppo sul serio” (e di queste matriosche che contengono gli stereotipi che allo stesso tempo svelano ce ne sono parecchie).

Non mancano, of course, le espressioni inglesi, talvolta foriere di prolificità, come il “mix di…”, un’espressione che da sempre scatena le mie personali allergie lessicali. Ricordo una revisione di un libro scritto soprattutto con frasi fatte e anglicismi, qualche tempo fa. Avevo trovato per 6 o 7 volte l’espressione “giusto mix”, che mi ero premurato di alternare con giusto “equilibrio”, “miscela”, “alchimia”, “ricetta”… Ma per l’autore, che credo non abbia troppo apprezzato i miei interventi, c’era solo un’espressione codificata. Tormentone e vocabolario limitato, si potrebbe concludere, eppure forse c’è qualcosa in più, qualcosa di legato psicologicamente ai meccanismi compulsivi ma anche una concezione della lingua nel suo aspetto monosemico.
C’è anche chi ama e preferisce il linguaggio precotto e le frasi idiomatiche, accanto a chi fa dell’individualismo espressivo e della creatività il proprio stile. Meglio usare la parola giusta, una parola per ogni cosa in una concezione chirurgica del lessico, o le parole in libertà che forzano i significati e si fanno ardite? Dipende dai contesti e anche dagli scrittori. Manzoni voleva far pulizia tra le troppe parole e forme per unificare l’italiano sul modello del fiorentino vivo, recidendo doppioni e regionalismi impuri che erano un di più che dava fastidio. Contemporaneamente, Tommaseo dava invece vita a uno dei primi dizionari dei sinonimi, considerati come una ricchezza. La stessa concezione che si ritrova in Gadda (“i doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni”).

tormentone
La frequenza di “tormentone” nelle statistiche di Google libri.

Il tormentone è tutt’altro rispetto al linguaggio preciso e appropriato, ma è ugualmente l’antitesi dei sinonimi e delle varietà linguistiche. E in questa diversa visione della lingua si inserisce molto bene anche la questione dell’inglese, così comodo, breve e sintetico nella sua portata monosemica che facilita le cose, soprattutto ai giornalisti, ai politici o ai tecnici (mouse non è un topo come in tutte le lingue del mondo o quasi, è il puntatore vicino alla tastiera, e in italiano diventa tecnico e monosignificato). Altre volte invece assume le sembianze di un plastismo. Anche questo semplifica la vita: il restyling di una casa, del marchio di un’azienda, delle rughe… o di una location, per citarne un altro. Insomma, l’anglicismo è versatile e per “tutte le stagioni”.

Tormentati dall’inglese

Nel leggere i tormentoni silverio-novelleschi mi ha colpito proprio l’alto numero di anglicismi che si incontrano, il mix e il remix, il consumer e il prosumer… E allora ho provato a chiedermi quanto inglese ci sia nei tormentoni, anche questo è un indice statistico da studiare che non avevo troppo considerato prima di questa lettura.

Provo a farlo spiritosamente, violentando l’intento del libro che non ha prese di posizione di questo tipo, ma consapevole che le cose leggere spesso nascondono quelle più profonde, sotto la punta del banco di ghiaccio (basta con ‘sti iceberg!).

In fondo al volume c’è un bel glossario. Non è un indice analitico vero e proprio, è solo una sintesi con

“i vocaboli e le espressioni (in prevalenza si tratta di tormentoni, ma anche no)”

su cui l’autore si è soffermato con maggiore attenzione.
Mi son messo a contare tutte queste parole/espressioni. Sono 235, e di queste 29 in inglese crudo a cui se ne aggiungono 4 frutto di ibridazione (brieffare, downloadare, flaggare e upgradare):

asap (acronimo di As Soon As Possible)
brand
celebrity
cool
friendly
green
influencer
in real time
lol
(acronimo di Laughing Out Loud)
made in Italy
maker
mission
mission impossible
mix
di….
no problem
punta dell’iceberg
random
skills
smart
social
storytelling
think tank
trendy
twerk
e twerking
underground
up to date
vision
yuppie
.

Queste 33 parole/espressioni usate in modo trito, ritrito e tri-trito rappresentano il 14,04% dei tormentoni più significativi della lingua italiana considerati nell’opera. Mica male, viste le percentuali di anglicismi stimabili nel linguaggio giornalistico o nei dizionari e le prese di posizione per cui l’interferenza dell’inglese si può liquidare con un no problem, my dear. Certo, non si può ricavarne alcunché di scientifico o statistico, a essere seri, ma comunque è un dato significativo.

Last, but not least, si potrebbe forse aggiungere, una delle cose più belle di questo libro è che i tormentoni sono stati raggruppati per decennio, come fossero tormentoni generazionali, dieci per decade (più una che le vale tutte). Gli anni Settanta, per esempio, erano il periodo del “portare avanti”, “nella misura in cui”, “a livello di…”. Ogni periodo ha i suoi anglo-tormentoni, anche questi sono generazionali, in fin dei conti. “Sexy” è tra quelli degli anni Sessanta, “cool” degli anni Novanta, e “smart” del Duemila. Sarà un caso che la loro frequenza si concentri soprattutto nel periodo 2010-2019 (4 su 10: green, mission impossible, lol, social)? Tra il serio e il faceto noto che quasi la metà dei tormentoni dell’ultimo periodo sono in inglese, a quanto pare, proprio come quasi la metà dei neologismi del Nuovo millennio sui dizionari.

 

PS

Per fare qualche confronto: fuor dall’inglese ci sono invece solo 4 tormentoni dialettali (amarcord, bufu, daje, rega), 2 francesi (à la page, monstre), 1 spagnolo (vamos a la playa), 1 giapponese (tsunami).
Meditate gente, meditate… (tormentone pubblicitario).

Le percentuali degli anglicismi nella stampa

Le parole sono importanti, certo, ma anche i numeri non scherzano, soprattutto quelli delle statistiche, che vanno interpretati. Troppo spesso non si spiegano ma si piegano, si usano per far loro dire quello che si vuole, o semplicemente si prendono delle cantonate nel leggerli in modo sbagliato. Per comprendere cosa intendo in modo intuitivo basta fare qualche semplice esperimento.

Mettiti a tuo agio. Rilassati e fa’ un bel respiro.
Adesso immagina…

Esperimento n. 1: gli anglicismi nei giornali

anglicismi nei giornaliImmagina un libro. Un libro normale, in italiano. Non quelli scritti troppo fitti o con i caratteri molto piccoli. Un libro nella media, di quelli che hanno magari 26 righe per ogni pagina, e ogni riga ha in media 10 parole. Anzi, per arrotondare, immagina un libro con qualche riga in più, diciamo 30. Trenta per dieci: ogni pagina ha in media 300 parole. È un esempio plausibile.
Stai leggendo questo libro, e nella prima pagina ti capita di notare che ci sono 3 parole inglesi. E lo stesso nella seconda, e poi nella terza… Ogni pagina contiene 3 anglicismi. Sono troppi? Ti danno fastidio? Ti piacciono e ti sembrano pochi? Non importa. Qualunque sia la tua percezione stai leggendo un testo che ha l’1% di anglicismi.

Adesso fermati, e guarda quando questo libro è stato pubblicato. Supponiamo che sia uscito nel 1996, e che sia un libro in linea con quanto risultava in qualche studio sulla presenza dell’inglese nei giornali dell’epoca. Per esempio quelli che aveva scandagliato Marja quando faceva la sua tesi di laurea e aveva rilevato che mediamente gli anglicismi erano l’1% nella rivista Chi e il 2,3% in Panorama (Marja Komu, “Anglicismi nella stampa italiana”, tesi di laurea in Filologia romanza, Università di Jyväskylä, maggio 1998, p.26).
Oppure immagina un libro più recente, diciamo del 2011, con un linguaggio un po’ meno anglicizzato, come i 7 giornali spogliati da Paola che ha calcolato percentuali di anglicismi tra lo 0,65% e l’1,87, una media più bassa, ma non molto diversa dal libro immaginario che stai leggendo. Paola aveva confrontato i suoi dati con quelli di uno studio precedente proprio sugli stessi giornali, compiuto da Moss nel 1992; erano tutti aumentati di un pochino, da +0,22% di Panorama, a +0,88% di Sorrisi e canzoni TV (Paola Deriu , “Gli anglicismi nella stampa italiana del XXI secolo”, in Letterature Straniere &. Quaderni della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università degli Studi di Cagliari, 2011, n. 13, pp. 165-190; e H. Moss, “The incidence of anglicism in modern Italian: considerations on its overall effect on the language”, in The Italianist: Journal of the Department of Italian Studies, University of Reading, 1992, pp. 129-136).

Ora immagina che gli anglicismi siano davvero di più dell’1%, e che siano come nei dati più alti, tra l’1,87% e il 2,3%. Diciamo il 2%.
Riprendi a leggere il libro dei tuoi sogni. Adesso ci sono 6 anglicismi per pagina. In ogni pagina. Sono ancora pochi per inquinare la lingua italiana in modo preoccupante?

Immagina allora che diventino 9 per pagina. Il 3%.
Hai immaginato? Bene. Dunque non resta che concludere l’esperimento numero 1.

Leggi la seguente affermazione e chiediti se sei d’accordo con il nesso tra le premesse e la conclusione:

“Un sondaggio recente sugli articoli dei maggiori quotidiani ha mostrato che gli anglicismi non sono poi tantissimi; si affollano nei titoli, dove le dimensioni contano e le parole brevi fanno comodo, ma restano meno del 3% nel testo degli articoli.”
Riccardo Gualdo, Anglicismi (vol. 8 de Le Parole dell’italiano), Rcs Corriere della sera, Milano 2020, p. 55.

Non sono riuscito a capire a quale studio si faccia riferimento, perché non lo trovo citato in bibliografia, ma non appena ho letto questa frase mi sono preoccupato parecchio. Sia per l’aumento rispetto alle percentuali più basse di cui si parlava fino a pochi anni fa, sia perché quel numerino “3%”, anche se approssimato per eccesso, sotto l’effetto psicologico del numero basso e innocente, nasconde altre enormità. Ma per comprenderle occorre un nuovo sforzo di immaginazione.

E domandarsi anche: ma “il 3%” di che, esattamente?

Esperimento n. 2: la frequenza degli anglicismi e dei sostantivi

emilio isgroFa’ finta che il libro immaginario che ha 300 parole per pagina sia un libro di 100 pagine, 30.000 parole in tutto. Se l’1% sono in inglese ci sono 300 anglicismi, cioè si può riempire una pagina intera, raccogliendoli (sarebbero 900 = 3 pagine, nelle statistiche citate da Riccardo Gualdo, ma preferisco non pensarci). Adesso aprilo in una pagina a caso e guardala concentrandoti non solo sulle parole, ma anche sugli spazi bianchi che le dividono, come è più facile fare in un’opera di Emilio Isgrò. Noterai che alcune parole sono lunghe o lunghette, mentre altre sono cortissime, di uno, due o tre caratteri. Quelle piccine non spiccano come le altre, ma sono tante. Tantissime di queste parole saranno “e”, “che”, gli articoli (il, lo, la, un), le preposizioni (a, di, da, per). La struttura di un testo è formata da poche manciate di parole che sono state definite “grammaticali” o “funzionali”, e ricorrono con un’altissima frequenza. Sono sempre le stesse, e tengono insieme le altre parole che invece hanno un’occorrenza bassissima. I nomi, per esempio, secondo gli studi di frequenza di Tullio De Mauro sono circa il 20% in un testo scritto di tipo giornalistico, e ognuno è diverso dagli altri, salvo eccezioni. Ognuno ricorre una volta sola, forse due o tre in casi meno comuni.

Adesso rileggi la tua pagina aperta a caso. Tra queste 300 parole, se guardi quelle più lunghette, potrai contare forse 60 sostantivi (il 20%), mentre i verbi saranno magari tra il 10% (calcolati nel Veli di De Mauro) e il 15% (Dizionario di riferimento raccolto da Ibm basato su 3,8 milioni di occorrenze di quotidiani e testi di agenzia). Dunque ci saranno 60 nomi e 30 o 40 verbi, e poi puoi sommare gli aggettivi e altre parole ancora, ma l’intelaiatura della pagina è fatta in buona parte dalle “parole funzionali” che si ripetono. Nella Divina Commedia, per esempio, la parola più usata è “e” che ricorre 3.884 volte.
Gli anglicismi, per il 90% sono nomi o locuzioni nominali. Non ci sono verbi, non ci sono “parole funzionali” inglesi. Le 3 parole inglesi della tua pagina saranno probabilmente comprese tra i 60 nomi che le statistiche prevedono: sono dunque il 5% dei nomi che designano le cose (ma se fossero il 3% delle parole, invece che solo l’1%, diventerebbero ben 9 nomi in inglese su 60, cioè il 15% dei sostantivi che hai letto).

Sono sempre pochi? Vogliamo dire che l’italiano non ha alcun problema e salvarlo conteggiando gli articoli e le preposizioni?
Va bene. Però non è ancora finita. Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere…

Esperimento numero 3: le forme, i lemmi e le parole che non valgono

potrebbe piovere frankenstein juniorRileggi la tua pagina casuale. Scommetto che incontrerai almeno una volta il verbo “avere” o il verbo “essere”. Certo, è probabile che non sia all’infinito come lo si trova sul vocabolario, ci sarà forse “è”, o “erano”, o “ha”, “avranno”, “avuto”… Non importa. Tutte queste parole sono “forme” diverse, sono tipi, ma sono tutte varianti di una stessa parola, cioè il verbo “essere”, oppure il verbo “avere”. Sono lo stesso lemma, il modello privo di flessioni registrato nei dizionari (dove non si trova “rossa”, “rosse” o “rossi”, c’è solo “rosso”).
E allora come valutare le 300 parole per pagina? “Parola” ha più di un significato, è una “parola” che può ingannare.
Quante parole ha la Divina Commedia? Ce ne sono 101.499, ma se invece di contarle in questo modo automatico, una per una, conteggiamo i tipi, le forme, il loro numero scende a 13.770. Se ordiniamo tutti questi tipi in ordine di frequenza si parte da “e” (una sola parola che ricorre 3.884 volte), poi c’è “che” (si trova 2.292 volte), “la” (2.254) e così via fino alle parole che ricorrono una sola volta. Tutte insieme, se si conteggiano anche i “doppioni”, sono oltre 100.000, altrimenti diventano meno di 14.000 (che è il 13,37% del totale).
Se ci mettiamo a “lemmatizzare” queste forme, cioè a conteggiare “avere”, “hanno”, “avrà”… non come parole diverse (tipi), ma come una sola parola flessa ricondotta la suo lemma come accade nei dizionari, il loro numero si riduce ancora di più.

Ecco, adesso tutto è più chiaro, spero. Si capisce forse meglio che bisogna sempre fare attenzione a parlare di “parole” e vedere di volta in volta che cosa si intenda, per non farsi fregare.
Anche se forse non lo sapevi, a questo punto hai compreso benissimo cos’è un andamento zipfiano per lemmi. Si chiama così dal nome dello studioso George Kingsley Zipf, che ha studiato per primo come in un testo le parole abbiano questo andamento. Un piccolo numero di parole funzionali che ricorrono tantissime volte, seguito da una lunghissima lista di parole che ricorrono poche volte, e da moltissime altre che compaiono una sola volta. Di sicuro è ciò che capita anche nella tua pagina aperta a caso.

Non resta che domandarsi: ma allora come si può valutare l’effettiva presenza degli anglicismi sui giornali?

Per capirlo ci può venire in aiuto un lavoro di Tullio De Mauro del 1989 che, supportato da Ibm, ha “macinato” con questi criteri scientifici di lemmatizzazione una gran quantità di articoli di Ansa, Il Mondo, L’europeo e La Domenica del Corriere (usciti tra il 1986 e il 1987), che complessivamente erano costituiti da 26 milioni di parole. Il suo scopo era di individuare i 10.000 lemmi più usati nella lingua italiana. I procedimenti statistici per questa scelta erano molto più complessi e rigorosi di quanto ho semplificato fin qui. Ma c’è almeno un altro criterio importantissimo da calcolare e che non si può trascurare.

Bisogna eliminare la parole “che non valgono”, per farla semplice e per non barare.

In un articolo di giornale non ci sono solo i vocaboli che si trovano nei dizionari, ci sono anche i numeri e le date, o i nomi di persona. Donald Trump o Giuseppe Conte, 4 parole, non sono propriamente né italiane né inglesi, ai fini dei conteggi sugli anglicismi. Anche i nomi delle aziende, poco importa se siano in italiano (Scavolini), in inglese (Microsoft) o in itanglese (Eataly). Fanno numero, ma sarebbe bene escluderle. I testi vanno insomma “puliti” prima di dare delle statistiche che altrimenti risultano inquinate, e sarebbe bene anche distinguere le parole che ricorrono tante volte da quelle che ricorrono una sola, oltre a ragionare sulle differenze tra forme e lemmi.

De Mauro, nella sua lemmatizzazione, si è posto persino il problema degli omografi, per essere davvero preciso: (io) sono e (essi) sono, sono parole diverse ma entrambe riconducibili al verbo essere, mentre (il) danno e (essi) danno sono due parole e due lemmi diversi, da conteggiare separatamente. Nel risultato di questo lavoro, il Veli (Vocabolario Elettronico della Lingua Italiana) con i 10.000 lemmi più utilizzati nel 1986-87, gli anglicismi erano il 2% (per l’esattezza l’1,9% attraverso il criterio statistico scelto, ma poiché veniva introdotto un algoritmo di correzione che poteva essere discutibile, senza questo intervento sarebbero stati il 2,1%).

Se oggi si utilizzasse lo stesso metodo di analisi, si scoprirebbe che gli anglicismi dei giornali sono almeno raddoppiati, se non triplicati, dagli anni Ottanta. Ma ciò richiede un lavoro colossale, dunque gli studi moderni a cui si è fatto riferimento operano in un altro modo che non è paragonabile a questo: non si possono confrontare i risultati del 2% di De Mauro con quelli del 3% di oggi, perché sono due cose completamente diverse, non sono dati omogenei (in sintesi: concludere che l’aumento è dell’1% significherebbe mettere assieme mele e pere, questo deve essere chiaro).

Oggi si fanno conteggi differenti, aggiungerei scompensati (avevo parlato anche di “statistiche drogate“), perché sono piuttosto grezzi da una parte e invece raffinati solo dall’altra: si conteggiano le parole di un articolo di giornale (in modo grezzo), si vanno a contare gli anglicismi, che come è noto sono invariabili e quasi sempre con funzione di sostantivo, e questa lista, bella pulita e raffinata, si confronta con il numero delle altre parole “sporche”, che per la maggior parte sono “e” e “parole funzionali”, includono le forme flesse di uno stesso lemma, e contengono anche le parole che non valgono. In questo modo il numero degli anglicismi si diluisce. Se, nonostante questo annacquamento, nei giornali fossero davvero il 3% sarebbe un’enormità di cui ci si dovrebbe preoccupare invece di concludere che “3” è un numero piccolo.

Dagli anni Ottanta a oggi, nei dizionari, gli anglicismi son più che raddoppiati. Nel Devoto Oli sono passati dai 1.600 del 1990 a oltre 3.500 (ma non è molto diverso da ciò che si evince dai conteggi dello Zingarelli). Questo dizionario ha poco più di 3.200 pagine. Ciò significa che, aprendolo a caso, non importa in quale pagina si finisca, in ognuna c’è un po’ più di un anglicismo. Certo, può capitare che siano concentrati maggiormente in alcune pagine e che in altre non ci siano, ma la media è questa. Prima di incontrare un francesismo, invece, ci sono da sfogliare più di 3 pagine (sono nell’ordine di 1.000), mentre bisogna voltare almeno 30 pagine prima di incontrare un ispanismo o un germanismo (che sono rispettivamente un centinaio). E probabilmente questi altri forestierismi, in tutto il libro che hai immaginato, li puoi contare con le dita, o non ci sono affatto.

E i 300 anglicismi che ti sono ti sono capitati quali erano? Un conto è dire che sono 300 tutti diversi, e un conto è dire che ce ne sono magari solo 80, e che alcuni ricorrono più volte e altri una sola. Chissà qual era il criterio dello studio che li quantifica nel 3%.
Probabilmente molti anglicismi del tuo libro sono da ricercarsi nell’elenco dei 129 che sono stati inseriti da De Mauro in una altro lavoro statistico, il Nuovo Vocabolario di Base (NVDB), cioè la lista delle circa 7.000/7.500 parole che si usano di più e costituiscono oltre il 90% di quelle con cui ci esprimiamo di solito. Nel 1980 gli anglicismi erano nell’ordine della decina (all lettera B c’era solo bar). Nell’ultima edizione del dicembre 2016 erano ben di più. Allora mi son messo a sfogliare tutte le voci e a contarli manualmente, e ho visto che erano decuplicati e che sono 129, se non me ne è scappato qualcuno (e senza conteggiare parole macedonia come salvaslip). Ma non credo, perché è lo stesso numero che riporta anche Gualdo, e anche se non cita la fonte, lo avvalora.

Questo aumento dell’inglese non si vede solo nei dizionari come il Devoto Oli o lo Zingarelli, ma anche nel NVDB e nelle frequenze di uso dei giornali, c’è poco da negare e poco da stare tranquilli. Di fronte a questo diluvio, chi dice che non sta succedendo niente e aspetta che la “scure del tempo” faccia cadere nel dimenticatoio gli anglicismi, che sarebbero solo delle parole passeggere, rischia di aspettare tutta la vita, perché intanto non fanno che aumentare.

Non si può giocare con la solitudine dei numeri “proni” davanti alle statistiche buttate lì, e dire per esempio che quello che Arrigo Castellani aveva chiamato Morbus anglicus era il solito becero allarmismo. Era lungimiranza, la sua. E a dire che è poco più di un’influenza… si rischia di comprendere che non è così un po’ troppo tardi.

Aggiornamenti sul contagio lessicale del virus a corona

Nei giorni scorsi è uscito sul Corriere.it un riepilogo delle tappe della pandemia da virus a corona (con tanto di linea del tempo denominata naturalmente timeline). Lo trovo molto utile per riflettere sui cambiamenti linguistici che, nel giro di un mese, hanno portato a un’anglicizzazione senza precedenti, per rapidità e dimensioni.

L’incipit è significativo: (23 gennaio 2020) “Wuhan in lockdown. Il mondo scopre il coronavirus”. Successivamente si legge: (8 marzo 2020) “La Lombardia in lockdown”; mentre il giorno dopo, forse per evitare la ripetizione dell’anglicismo, si titola: “Chiude tutta l’Italia” e “lockdown” finisce subito sotto nella spiegazione: “Passano 24 ore e dalla Lombardia il lockdown si estende a tutta l’Italia” (“chiude”, da solo, era forse poco chiaro senza l’inglese).

A due mesi dalla comparsa del virus la lingua dei giornali somiglia sempre più a un pastrocchio che non si può che definire itanglese, e oggi reinterpreta il proprio linguaggio di gennaio e febbraio con queste nuove parole e categorie che prima non usava.

Ecco come titolavano i giornali il 24 gennaio davanti a quelle che per un certo periodo sono state denominate “le misure cinesi”.

24 gennaio cina isolata

Isolamento, chiusura, quarantenalockdown non esisteva ancora, al contrario della sintesi che oggi ne fa il Corrierone.

Anche quando il virus è arrivato da noi si sono dichiarati alcuni comuni (tra cui Codogno) “zone rosse”, poi si è blindata la Lombardia, e il 9 marzo si è chiusa tutta l’Italia, e di “lockdown” non si parlava affatto. Il lessico si appoggiava al “tutto chiuso” (chiusura, chiudere), al blocco, alla quarantena, all’isolamento, alle serrate e persino al coprifuoco risemantizzato con perdita del significato letterale legato alle ore serali (ma anche quarantena ha del resto perso l’originario riferimento alla durata di “40” giorni).

giornali e coronavirus prima del lockdown

Poi è successo che il virus ha interessato anche i Paesi anglofoni, e l’11 marzo l’Oms (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e ha cominciato a parlare di “lockdown”. Mentre, dopo le “misure cinesi”, i provvedimenti del nostro governo diventavano per molti Paesi il “modello italiano” da seguire nelle democrazie, noi abbiamo pensato bene di rinominare il nostro modello in inglese!

Successivamente ai primi casi più o meno isolati (occasionalismi), il 17 marzo “lockdown” ha fatto la sua comparsa nei titoli del Corriere e di altri giornali. La stessa sera ha fatto capolino in televisione, era una parola ancora sconosciuta, così sconosciuta che nel pronunciarla, nella puntata di Dimartedì, Giovanni Floris ha detto “lockout”. “Lockout” circola da tempo e con bassa frequenza soprattutto nel linguaggio della “pallacanestro” [antica espressione per designare il basket, Ndr] per indicare gli scioperi (lett. serrate) di giocatori o dirigenti della NBA (National Basketball Association). Forse per questo si è generato qualche qui pro quo che si trova anche in Rete, per esempio in un articolo della Stampa (“Cercano eventuali trasgressori del «lockout», trovano alcuni spacciatori di droga”). Ma questi lapsus testimoniano la volontà di usare un inglese forzato di cui non si sente proprio il bisogno.

Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti. Da quel 17 marzo si parla solo di lockdown, nelle timeline del Corriere e in televisione. L’italiano, con tutti i suoi sinonimi e sfaccettature, è relegato a sinonimia secondaria.

Nella foto è possibile vedere, a titolo puramente evocativo, una delle più autorevoli fonti giornalistiche che si adopera per il sistematico genocidio delle nostre parole in nome della stereotipia a base inglese, facendo in questo modo vivere – più che morire – le “fake news” e uccidendo invece le “bufale”, le ”notizie false” e il nostro lessico.

gabanelli

Cercando “lockdown” sul sito del Corriere.it, si nota che a oggi ci sono quasi 600 articoli che impiegano questo termine, e i raffronti con gli anni precedenti si possono vedere nell’immagine qui sotto (nel 2018 non era mai stato usato).

lockdown

Una curiosità: provate a cercare parole come “lockdown” o “droplet” in un giornale di lingua spagnola come El País o in uno di lingua francese come Le Monde, oppure sulla Wikipedia spagnola o francese così diverse da quella italiana

Credo che questi confronti siano molto utili per chi crede che certe parole siano “internazionalismi”.

L’imposizione dall’alto della terminologia in inglese

Qualche sera fa ho sentito in televisione qualcuno, con tono da scienziato, dispensare perle di cultura sulla differenza tra il “droplet” e le “goccioline” con arrampicamenti di specchi che ne fissavano impalpabili limiti nel fatto che le seconde cadono a terra, le prime sarebbero più piccole e rimarrebbero nell’aria e altre simili fesserie. Dall’iniziale “distanza droplet” con cui in un primo tempo i mezzi di informazione hanno iniziato gli italiani, in un baleno queste “goccioline” inglesi sono diventate un tecnicismo che ci viene calato dall’alto come la parola giusta, esatta, scientifica, che per i profani e la fabrizio pregliasco dropletsplebe si può solo avvicinare con un goffo “gocciolina”. Droplet ricorre nelle conferenze stampa della Protezione civile con alta frequenza, e in bocca ai tanti che mostrano con queste scelte lessicali di essere dei veri esperti. Significativa è l’uscita del virologo Fabrizio Pregliasco, nella trasmissione “Quarto grado” del 17 aprile scorso: “Le goccioline, ormai lo sanno tutti, si chiamano droplets…”. Lo sanno tutti perché non fate che ripeterle. Un po’ come Mentana, che qualche sera fa, durante il suo telegiornale, dopo aver pronunciato “lockdown” si è fermato un attimo a pensare, per poi aggiungere: “Come ormai si dice”.
mentana lockdown“Come ormai si dice?” Si dice perché voi lo avete detto fino alla nausea senza alternative al punto che sembra che ormai non si possa farne più a meno! Prima si inroduce l’anglicismo e lo si diffonde, poi ci si nasconde dietro l’alibi dell’uso. Un bel corto circuito vizioso!
Dire che le goccioline si chiamano “droplets” è un’affermazione “criminale”, da un punto di vista della nostra lingua, e rivela un’inconsapevole quanto precisa e pericolosa visione del mondo: l’inglese è “la” lingua superiore della scienza e della verità, che si può adattare solo in una sorta di impreciso italiano vissuto come dialetto locale (da notare la “s” del plurale sempre più spesso pronunciata negli anglicismi da personaggi che finiranno per imporla come si imporrà il “qual’è” con l’apostrofo, di cui si intravedono già i primi segnali).

È la stessa logica distruttiva degli esperti che ci spiegano che la proteina di superficie del virus a corona si chiama “spike protein”, come ho sentito in un servizio televisivo. “Spike” lo avevo già segnalato: in inglese è semplicemente uno “spuntone”, e così è stato chiamato lo “spuntone” che caratterizza la corona del virus (nessun tecnicismo, in inglese). In un primo tempo è arrivato non tradotto, perché la scienza parla l’inglese, e non c’è un ricercatore che voglia tradurre il sacro dio inviolabile di questa lingua irraggiungibile. Dunque si importa spike come fosse il verbo divino, e quando subito dopo si scopre la proteina di superficie del coronavirus, viene divulgata in inglese: si è scoperta la spike protein. Anche questo ho sentito, quando un esperto, dall’alto delle sue competenze, ha spiegato agli spettatori che si chiama così. Si battezza ciò che è nuovo in inglese, con una terminologia che diffonde il lessico dell’Italia e incolla (in italiano c’è anche spinula, per indicare le formazioni appuntite in ambito zoologico, biologio e patologico).

La nuvola degli anglicismi che ci avvolge

Accanto agli anglicismi più nuovi e frequenti, come droplet o smart working ce ne sono innumerevoli altri nel lessico ai tempi del coronavirus. Così tanti che sono “incontabili”. Sono occasionalismi, uscite estemporanee che portano a un travaso dell’inglese invece che alla sua traduzione; sono parole di bassa frequenza che circolano nelle bocche di giornalisti, esperti, politici, virologi, bloggatori, tronisti… e di quanti cercano di darsi un tono di maggior precisione usando parole dal suono inglese, spesso incomprensibili o sparate a vanvera. È un malcostume che ricorre spesso anche nei “servizi televisivi” di chi invita a scegliere la propria “informazione responsabile” che di responsabile ha sempre meno. Ogni conduttore e giornalista alza il tiro in una gara a chi ne spara di più in itanglese. Questo fenomeno è difficile da quantificare, ma complessivamente porta l’inglese in primo piano, e anche quando non afferma un singolo anglicismo, che rimane solo un’espressione usa e getta, fa dell’inglese la lingua superiore.

formigliA “Piazza pulita” del 17 aprile, Corrado Formigli ha cominciato a parlare di “covid pass” per indicare ciò che fino a settimana scorsa era detto “patente di immunità”. Un’espressione che ben si sposa con i covid hospital, e che a sua volta si appoggia a day hospital… in un’abitudine a dire hospital al posto di ospedale.

Questo percolare dell’inglese, talvolta con ricombinazioni all’italiana, è difficile da quantificare, perché si tratta sempre meno di singoli “prestiti”, e sempre più di un ricorso immotivato all’inglese puro o impuro sempre più ampio, che complessivamente forma una “nuvola di anglicismi” – come l’ho chiamata altre volte – che avvolge molti discorsi in modo sempre più denso. Tra questa moltitudine di parole inutili, anche se molte rimangono nell’aria come goccioline solo per poco tempo, prima di svanire, ci abituiamo sempre più ai suoni inglesi come fossero la cosa più naturale. E qualcuna di queste parole, inevitabilmente, finisce per affermarsi, pianta i suoi “spuntoni” e si radica. È la panspermia dell’inglese che si riversa ovunque e che attecchisce dove trova le condizioni per farlo. L’Italia è una sorta di colonia economica e cultuale degli Stati Uniti caratterizzata dal terreno più fertile. Siamo privi di anticorpi. Così, le parole inglesi, dopo aver messo radici al posto delle nostre (o aver fatto morire le nostre), sempre più spesso si moltiplicano, si strutturano in famiglie. Le obbligazioni sono bond, e quindi dopo gli eurobond questo virus ci ha portato i coronabond e ora i recovery bond, i “buoni per la ripresa”.

Scherzavo, un mesetto fa, quando scrivevo “strano che non si dica smart learning, per coerenza con lo smart working”, eppure una ricercatrice del Politecnico di Torino, intervistata nell’ennesima trasmissione sulla pandemia l’altro giorno parlava, con la massima serietà e naturalezza, di “smart didattica”, e non di didattica a distanza; la stessa espressione che si ritrova con grande disinvoltura sulla pagina di una docente dell’Università di Perugia (“studenti tutti pronti e reattivi nella nuova modalità di smart-didattica. Buon lavoro!!?”).

L’aumento di frequenza degli anglicismi

Insieme ai vari anglicismi che coincidono sempre più con i neologismi (la nostra lingua è sempre meno capace di produrne di autonomi, su base endogena, e non fa che importare dall’angloamericano a costo di inventarseli), in questo momento così buio per il nostro Paese, ma anche per la nostra lingua, aumentano anche le frequenze degli anglicismi già radicati. In questo modo l’inglese è sempre più invadente, sempre più pervasivo. Gli anglicismi diventano degli automatismi, che saliviamo in riflessi incondizionati come il cane di Pavlov. Invece di dire che è necessario mappare, monitorare, fare controlli a campione o di massa della popolazione, nelle parole di Luca Zaia (sabato 18 aprile, “Petrolio” Rai 2) c’è solo lo screening, per due o tre volte ribadito anche con lo “screenare la popolazione attraverso i kit sierologici”.

zaia

Il conduttore gli rispondeva parlando di “app per il contact tracing”, e non per il tracciamento dei contatti, in un guazzabuglio di altri anglicismi ben radicati, da privacy a welfare, che aumentano di giorno in giorno la loro frequenza.

Ancora una volta può essere utile vedere l’aumento di occorrenze di questo tipo di anglicismi sul sito del Corriere. Basta fare un po’ di ricerche per scoprire che cluster è ormai usato al posto di focolaio, e che in soli 3 mesi e mezzo la frequenza di alcuni anglicismi ha superato abbondantemente quella dell’intero anno scorso. Nei picchi di stereotipia anglicizzata che caratterizzano i primi 3 mesi del 2020, screening è stato usato quasi il doppio delle volte rispetto all’intero 2019; così come voucher. Lievitano anche i test, gli hospital, e persino il jogging, dopo le polemiche sul vietare o meno le corsette, in un lessico che è sempre meno italiano e sempre più itanglese.

frequenze anglicismi corrirere della sera
Ricerche effettuate il 19 aprile 2020.

La guida per evitare gli anglicismi nella pubblica amministrazione è scritta in itanglese!

Un lettore (grazie Carlo!) mi ha segnalato un articolo uscito su La Repubblica il 17 febbraio 2020, “Abrogare il feedback e erogare la mission: il cattivo italiano dei burocrati” (di Riccardo Luna) che saluta l’impegno nel bandire il burocratese e gli anglicismi dalla pubblica amministrazione (mi si consenta di scriverla in minuscolo come nella Treccani invece che in maiuscolo come indicato nella guida di cui si parla) e di cui riporto un passo:

“Qualche giorno fa è uscita la prima Guida al linguaggio della pubblica amministrazione, appena rilanciata dal ministro dell’Innovazione Paola Pisano. E’ un documento interessante, che (…) elenca le parole da usare e non usare. (…) Gli inglesismi vengono quasi tutti banditi (…) Tutto ciò può sembrare una banalità e invece non lo è: in un paese con oltre dieci milioni di non utenti di internet, quasi tutti in età avanzata e scolarità elementare, è un dovere creare una rete inclusiva e facile. Il problema è che la Guida non è obbligatoria: è un consiglio. In quanti lo seguiranno? Sarebbe bene monitorarlo.”

Appena ho letto il pezzo me ne sono rallegrato. Ma poi ho contato fino a dieci e mi son detto: “Ma dai… ma ti pare davvero che in Italia si promuova l’italiano al posto dell’inglese? Non sarà la solita ‘marchetta’ per parlar bene di iniziative finte, senza leggere, senza approfondire, senza alcuno spirito critico, limitandosi a ribattere i comunicati stampa di chi se le suona e se le canta da solo? E soprattutto: la guida di cui si parla starà davvero seguendo le linee guida che dice di dispensare?”

Sfogliando il dizionarietto con “Le parole della Pubblica Amministrazione” si può effettivamente constatare che viene promossa una manciata di alternative agli anglicismi:

best practice/buona pratica;
citizen satisfaction/soddisfazione dei cittadini;
disclaimer/avvertenza;
feedback/riscontro;
Frequently asked questions (Faq)/Domande frequenti;
guideline/linee guida;
help desk/assistenza;
meeting/riunione/incontro;
speaker/relatore/relatrice;
tool/strumento;
username/nome utente.

A questi 11 anglicismi (11! Che sforzo titanico!) se ne aggiungono altri due: mission e vision che curiosamente non sono affiancati da missione e visione, no: al posto di mission – si legge – “preferisci termini alternativi (es. valori, scopi, obiettivi) a seconda dei contesti”; vision; “Trova termini più semplici per descrivere i progetti futuri della pubblica amministrazione, per esempio scenario futuro o obiettivi di lungo periodo. Comunque sia, a queste 13 parole si aggiunge poi touch screen, dove la forma italiana “schermo tattile” non è però consigliata, ma semplicemente riportata come possibile (il giornalista di Repubblica la etichetta come alternativa “improbabile”, evidentemente assuefatto al linguaggio praticato dai suoi colleghi). Altre parole inglesi sono invece ammesse senza riportare alternative (email, newsletter, online…).

Questo lodevole impegno contro l’abuso dell’inglese (o meglio: di 15 anglicismi sì e no) è affiancato anche da due fondamentali consigli sulle parole straniere:

Preferisci quando possibile i termini in italiano”
e
“Le parole straniere di uso comune non si declinano in italiano: ‘l’amministrazione ha comprato dieci tablet’, non ‘l’amministrazione ha comprato dieci tablets’.

Tutto qui? Vabbè è già qualcosa… è sempre meglio di niente…

 

Predicare benino e razzolare malissimo

Peccato che questi consigli siano disattesi, proprio dal sito che li eroga.

Nel capitolo Come strutturare il contenuto, appena sotto al consiglio “che i documenti siano scritti in modo chiaro, semplice e accessibile per tutti i cittadini”, nel paragrafo “Documenti allegati, pdf”, per approfondire si rimanda (anzi c’è il link) ai tool cioè una parola che la stessa guida sconsiglia di utilizzare!

tool

E mentre si parla di trasparenza e di linguaggio comprensibile a tutti i cittadini, la prima pagina della Guida al linguaggio della Pubblica Amministrazione recita che è possibile “creare delle issue e delle pull request direttamente su GitHub.” Nella stessa prima pagina si legge che la guida fa “parte del kit di Designers Italia dedicato alla progettazione, gestione e produzione di contenuti nei siti della Pubblica Amministrazione” e si invita ad andare al “content kit” dove si legge che sono “strumenti per organizzare un workflow per la creazione e gestione ordinaria e straordinaria dei contenuti”.

Issue? Pull request? Workflow? Content kit? Ma che lingua parla questa guida al linguaggio?
Basta vedere i “designers kit” per rendersene conto: sono scritti in puro itanglese.

Tra i “materiali all’interno del kit” ci sono “Workshop sul linguaggio” (“seminario” è troppo italiano?), esercizi di “editing collaborativo”, modello di “redesign dei contenuti in lavorazione”, board, “esercizio di card sorting” e di content journey

Nel “kit” di Designers Italia “dedicato alla progettazione, gestione e produzione di contenuti nei siti della Pubblica Amministrazione” spiccano i Developers, i Designers e i Docs (ma non si raccomandava di evitare la “s” dei plurali?), oltre alla road map e a tutto il resto.

designers

Ed eccoli, i design kit:

design kit

Dove sta l’italiano? Ma ci prendono in giro? Questa comunicazione per mettere al centro il cittadino è in inglese!

Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Sia sulla qualità di un pezzo giornalistico che esalta questo sito come una buona pratica che spera venga seguita, sia su una simile guida che si esprime in itanglese dicendo che bisogna evitarlo, come chi, nelle barzellette, afferma di non essere razzista ma che ci sono in giro troppi negri.

PS
Per le cose serie, a proposito di comunicazione istituzionale, strumenti per la redazione, linguaggio che arriva a tutti in italiano, e raccomandazioni sull’uso degli anglicismi… consiglio chi ne ha bisogno di buttare via gli italian designers kit e di rivolgersi ai siti svizzeri come questo. La tutela dell’italiano, la nostra lingua, in Svizzera, è fatta in modo molto più responsabile.

Virus a corona: diamo il benvenuto al nuovo anglicismo “wet market”

– Dobbiamo mettere online le news del coronavirus. Ce la fai a farmi un pezzo sulla chiusura dei wet market entro due ore?
– Web market?! Ma non si diceva e-commerce? Chiudono Amazon perché non rispetta le direttive per i lavoratori? O intendevi il web marketing?
– Ma che stai dicendo? Wet market! Il mercato degli animali vivi di Wuhan! Si sta muovendo Animal Equality e anche l’Onu… Sveglia!
– Ah, il mercato del pesce di Huanan, non avevo capito.
– Ma qu
wet market1ale mercato del pesce? Wet market! Devi titolarlo wet market.
– Lo abbiamo sempre chiamato mercato della città di Wuhan, mercato del pesce, o a cielo aperto… temo che non lo capisca nessuno. E se scrivessimo “il mercato degli animali vivi”, come nella petizione italiana di due mesi fa? Io ve l’avevo segnalata, ma mi avete bocciato il pezzo…
– Non rompere i coglioni come al solito, lascia stare le petizioni italiane. Adesso ci son quelle internazionali. E mettici qualcosa anche sullo spillover.
– Il salto di specie dei virus? In italiano sarebbe zoonosi se vogliamo usare una parola scientifica.
– Zoonosi non lo capisce nessuno, troppo tecnico!
– Be’ neanche spillover se è per questo… tanto vale usare una parola italiana visto che…
– Ma ci fai o ci sei? Il titolo è Coronavirus: il grido di Animal Equality: “chiudete i wet markets, paradiso degli spillover”.
– Markets? Ma la s del plur…
– Sbrigati! E che non ti venga in mente di cambiare una virgola. Se vuoi spiegare lo fai all’interno dell’articolo; il titolo lo lasci così, deve catturare l’attenzione, se glielo spieghi subito capiscono al volo, e col cazzo che lo leggono poi.
– Be però anche zoonosi, allora, potrebbe richiamare l’attenz…
– Se non fossimo in modalità smart working ti metterei le mani addosso! Tu da domani finisci a scrivere necrologi! Non capisci un cazzo di giornalismo…

* * *

Sulla stampa l’avevano fino a ieri chiamato il “mercato” di Huanan della città di Wuhan.
La seconda definizione più gettonata era “mercato del pesce”, in qualche caso anche “ittico”. Qualcuno aveva azzardato “il mercato a cielo aperto di Wuhan”, i più pignoli parlavano di “mercato di animali selvatici” o di “specie selvatiche”.
Poi sono cominciate a circolare le prime sporadiche traduzioni di “mercato umido” o “bagnato” (“Il virus ha avuto origine nella città cinese di Wuhan, forse in un ‘mercato umido’, uno dei mercati di prodotti alimentari freschi di origine animale…”). All’inizio i giornalisti usavano l’italiano, ma è stato solo uno sprazzo, e verso fine marzo l’anglicismo ha cominciato a comparire come tecnicismo tra parantesi: “La pandemia da Covid-19 avrebbe preso il via dal ‘mercato bagnato’ (Wet market) di Wuhan, in Cina, uno dei numerosi luoghi di commercio di…” (Altreconomia, 25/3/2020). Subito dopo è arrivata l’inversione di prospettiva, prima l’inglese e poi, tra parentesi, l’italiano.  In un bell’esempio di prosa giornalistica nell’itanglese che caratterizza una testata come Il Sole 24 ore, il 28 marzo si leggeva questo titolone: Dal “wet market” allo “spillover”: come nasce una pandemia. All’interno del pezzo l’inglese era in primo piano, come fosse la terminologia intraducibile di cui non si può fare a meno: “…si ipotizzava che sarebbe successo in un ‘wet market’, un mercato di animali (esotici e selvatici) venduti e mangiati in Brasile o in Cina…”.
E adesso? Pesce d’aprile, il mercato del pesce è definitivamente wet market, siamo diventati “internazionali”, anzi, statunitensi.
2 aprile: “Chiudiamo per sempre i wet market! La petizione con le scioccanti immagini dei mercati umidi asiatici” (greenMe.it); 3 aprile: “Le crude immagini dei ‘wet market’ in Cina. Gli animalisti: ‘L’Onu li vieti per sempre’” (Adnkronos)…

Il 6 aprile i wet market sono ormai su tutti i giornali, sul Corriere, La Stampa, il blog di Beppe Grillo… la frittata sembra fatta.

wet market

E pensare che solo un paio di mesi fa una poverina italiana che si chiama Vera Catalano aveva lanciato una petizione per chiudere “i mercati che vendono animali vivi”; ci rendiamo conto di quanta arretratezza, ingenuità e ignoranza nello scrivere queste cose in italiano (che tra l’altro è molto più lungo)?
Per fortuna adesso ci sono l’Onu e le organizzazioni internazionali a spiegarci quali sono le parole che i nostri giornalisti devono usare.
Wet market. La mia previsione è che entro stasera o domani tutta la nostra bella schiera di giornalisti televisivi non dirà altro. Già mi pregusto come si riempiranno la bocca le Lilli Gruber, i Floris, i Formigli, i virologi e gli esperti degli speciali Mentana, negli approfondimenti di tg 1, 2, 3… stella! Tutti tronfi di usare il loro amato itanglese, per poi rivolgersi sornioni alla telecamera spiegando all’italietta analfabeta che non padroneggia i loro tecnicismi da esperti: letteralmente “mercati umidi”, sono i mercati dove bla bla bla. Spiegazione effettuata! Poi basta, si procede con l’inglese.

Mi piacerebbe essere lì con loro e domandare: scusate… mi chiedevo… ma come lo chiameranno in Cina un wet market? Qualcuno se lo sarà chiesto? No? Non vi interessa la parola cinese? Capisco, non ve ne frega niente del cinese e preferite importare dall’inglese… Speriamo che presto lo dicano anche loro così, i cinesi dico… se non altro per vietare questi mercati in modo comprensibile a tutti, se li devono chiudere i cinesi, forse loro sanno come si dice…

Ci rendiamo conto di quanti anglicismi assurdi stiamo importando in quest’emergenza? E con che rapidità si radicano? Nel giro di una settimana siamo travolti dalla frequenza dei picchi di sterotipia ed è come se li usassimo da sempre.

Il 17 marzo, davanti al timido comparire di lockdown, scrivevo: “Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà ‘la’ parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena?”. Sembra passato un secolo, eppure prima del 17 marzo ancora non si usava. Adesso non si sente dire altro in tv.

Il 25 marzo, nel segnalare l’avvistamento di anglicismi come smart working, spillover, spike, covid hospital e gli altri, scrivevo: “Finché il problema era solo cinese non si è registrata alcuna interferenza linguistica proveniente dall’Oriente; e anche quando è esploso da noi, la comunicazione era prevalentemente in italiano. Poi l’Organizzazione mondiale della sanità (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e il virus ha contagiato i Paesi anglofoni, dunque tutto è improvvisamente cambiato, e la mia previsione è che sia destinato ad anglicizzarsi sempre più.”

Oggi mi verrebbe da prevedere che a esplodere sarà il wet market, che probabilmente qualcuno non aveva ancora sentito prima di oggi. Ma di sicuro mi sbaglierò, anche perché, come ha osservato qualche grande linguista poco preoccupato per le sorti dell’italiano, queste parole sono solo espressioni usa e getta che passata l’emergenza sono destinate a scomparire. Peccato che il punto è un altro: tutto ciò che è nuovo, persino se viene dalla Cina, diventa inglese. Poco importa che di un centinaio di anglicismi legati al virus a corona (scusate, al coronavirus) la maggior parte passeranno, la verità è che migliaia di altre parole “usa e getta” sono destinate a entrare nella nostra lingua, in un flusso continuo sempre in inglese e sempre più numericamente significativo. Qualunque cosa accadrà in futuro. Molte passano, certo, ma molte altre attecchiscono, si radicano e germogliano. Il linguista replicherà a questo punto che non è grave, perché sono solo i mezzi di informazione a usarle… hai detto niente! Sono quelli che hanno unificato l’italiano, e quelli che oggi lo stanno distruggendo. Come si fa a non capirlo?
Mentre i linguisti di questo tipo ci spiegano che l’interferenza dell’inglese non è reale, è solo una nostra distorsione delle cose perché è limitata ai giornali, o perché è confinata nei settori come quelli della Rete, della tecnologia, della scienza, dell’economia, della moda, dello sport, del cinema, della pubblicità… mi domando, se togliamo tutti questi ambiti, cosa altro rimanga dell’italiano.

anglicismi giornali

Coronavirus, lockdown (e tutto ciò che bisogna sapere su tamponing, disinfetting e mask-down)

All’inizio c’è stato il blocco, l’isolamento, la quarantena cinese di Wuhan. Poi è toccato all’Italia, e il governo ha varato provvedimenti restrittivi per il contenimento, proclamando zone rosse, mentre grandi testate giornalistiche italiane attaccavano il governo che uccideva la nostra economia per qualcosa che era poco più di un’influenza, per poi accusarlo, il giorno dopo, di essere intervenuto troppo tardi. Intanto in Europa aleggiavano i sorrisini tipici di capi di Stato come Macron e Merkel, mentre Trump assumeva posizioni negazioniste e nel Regno Unito qualcuno (Christian Jessen) ha liquidato i nostri blocchi come una scusa per non andare a lavorare e qualcun altro (Boris Johnson) ha pensato bene di non fare nulla, se non anticipare agli inglesi che avrebbero perso i loro cari, ma che si sarebbero salvati grazie all’immunità di gregge. Poi ha cambiato idea, sembra; finirà forse per imparare da noi?

Oggi molti sorrisini si sono trasformati in una smorfia di terrore, la risposta italiana è diventata un modello che tutti gli altri Paesi si apprestano a seguire, una soluzione da studiare, utile per salvare il proprio culo, per imparare quali siano le soluzioni che funzionano e anche quali siano gli errori da evitare. Errori in cui mi pare sia più che comprensibile incorrere davanti a qualcosa di nuovo che ci sta travolgendo come un’onda anomala devastante. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato la pandemia e ha elogiato i provvedimenti italiani invitando a seguirli.

Finalmente Trump è corso a farsi un tampone e finalmente adesso entrano in gioco anche gli “americani”, con il loro bel modello sanitario che negli ultimi 20 anni abbiamo cercato di imitare tagliando la sanità di almeno 37 miliardi e riducendo i posti letto del 30%. Grazie a questi provvedimenti ci siamo finalmente avvicinati ai numeri di Paesi avanzati come gli Stati Uniti che hanno ben 2,8 posti letto di terapia intensiva ogni 1.000 abitanti, e del Regno Unito che ne ha 2,5. Purtroppo il coronavirus è arrivato prima che potessimo smantellare altri posti letto, e al momento eravamo sopra questi dati, con il nostro 3,2, mentre in Germania ne hanno ben 8! Sono risorse molto diverse per far fronte all’epidemia, e fanno la differenza, perché da questi numeri dipenderà anche il tasso di mortalità dei contagiati e il punto di collasso dei reciproci sistemi sanitari.

Anche se adesso ci affanniamo a raddoppiare questi numeri con uno sforzo eroico per “dis-americanizzarci” al più presto, la buona notizia è che continueremo a fare gli “americani” almeno linguisticamente.

lockdown
Dal Corriere.it di oggi: lockdown strillato senza virgolette né spiegazioni.

Finalmente sui giornali arrivano le giuste parole, e ora che anche negli Stati Uniti l’emergenza sta esplodendo si può finalmente parlare di lockdown. Se penso che fino a ieri il problema era cinese e italiano ed eravamo qui a parlare ancora di blocchi, isolamenti, persino quarantena… mi vergogno profondamente. Quarantena non è nemmeno una parola italiana! È dialetto veneto, in italiano sarebbe semmai quarantina, e comunque è roba arcaica, che risale addirittura a un periodo di tempo di digiuno (un arcaismo che significa non-food) di Gesù nel deserto. E poi se un tempo questo nome era legato ai 40 giorni di isolamento delle persone e delle merci esotiche che arrivavano via mare, oggi il periodo varia a seconda dei casi e delle malattie, dunque “quarantena” che evoca il numero “40” è assolutamente fuorviante, sarebbe più opportuno usare una terminologia più rigorosa, per esempio quattordicena, nel caso del coronavirus.  Ma non vale la pena di discuterne, tutto si può risolvere passando all’inglese. Meglio un bel lockdown.

Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà “la” parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena? Per non parlare di sinonimi poco rigorosi come, che ne so, segregazione, che evoca quella razziale… mi vengono i brividi al solo pensarci. Lockdown è un protocollo di emergenza che blinda e impedisce di uscire da una determinata area. Non se ne era mai parlato sui giornali, se non ai tempi dell’11 settembre e in pochissime altre occasioni in cui era stato virgolettato. In questi giorni viene sbattuto nei titoloni senza virgolette e senza spiegazioni. Eccolo il nuovo anglicismo, il nuovo tecnicismo, il neologismo che ci serviva! Diffondiamolo. Speriamo che lo usino presto anche i nostri politici, a cominciare dai nostri “governatori” delle regioni, anche se in italiano sarebbero i presidenti, visto che il modello federalista che attinge dal lessico d’oltreoceano non hai mai preso piede. Ma tanto anche il Presidente del consiglio è il premier nel linguaggio giornalistico, e il nostro stato sociale (almeno quel che ne resta) è il welfare.

smartworkingSe è pandemia che si usi il linguaggio internazionale, che si usi l’inglese!
Come nel caso dello smart working. O si scrive tutto attaccato smartworking? La risposta è che è lo stesso, tanto in inglese mica si dice così. Milena Gabanelli – grande giornalista ma allo stesso tempo grande massacratrice della lingua italiana, fomentatrice di anglicismi nella propria comunicazione e nei nomi delle sue trasmissioni, da Report a Data room – ieri ne discuteva con Mentana con la massima disinvoltura, senza troppe alternative, come se fosse la cosa più naturale e comprensibile del mondo. E sul Corriere si scrive tuttoattaccato (certe volte).
Un comune vicino a Bologna, Medicina, da ieri è stato chiuso e blindato dall’esercito perché zona particolarmente contaminata, e tutti i giornali riportano virgolettata la stessa fonte che parla “dell’elevata diffusibilità correlata all’alto burden microbico” di quel paese. Frasi copiaincollate con lo stampino che rimbalzano dall’Ansa a tutti i giornali, senza che qualcuno si prenda la briga di tradurre “burden” con carico o con qualcosa d’altro che serva a spiegare di che cacchio si stia parlando, diffondendo burden come un tecnicismo intraducibile e tecnico.

Tra anglicismi e pseudoanglicismi, adesso che il coronavirus non è più roba da cinesi o da italiani, sarà bene adeguare la nostra terminologia. Siam tutti qui che aspettiamo il picco del virus, abbiamo problemi perché le mascherine di protezione sono finite, non sappiamo come sanificare ciò che viene dall’esterno… Questi problemi li avranno presto anche gli altri Paesi. In attesa che i giornali diffondano la nuova terminologia per queste cose che in italiano cerchiamo di esprimere in modo confuso e con parole nostre, propongo ai mezzi di informazione di giocare di anticipo e di aiutarci nel ridefinire tutto con qualcosa di più sintetico, moderno e anglomane.

Basta con ‘sti picchi, che poi magari qualcuno pensa agli uccellini, cerchiamo di darci un tono scientifico e rigoroso e di creare una parola per ogni cosa! Vogliamo parlare, che ne so… del pick-down? Si ha quando un trend (positivo o negativo) raggiunge il culmine e poi discende. E vediamo come risolvere anche il problema del mask-down, una buona volta (la carenza di mascherine), varando qualche provvedimento per lo smart-mask, la produzione italiana intelligente di mascherine, di cui un tempo eravamo ottimi fabbricatori, prima che tutto fosse esternalizzato – scusate: dato in outsourcing – per esigenze produttive funzionali alla logica della globalizzazione e del risparmio. Per non parlare del tamponing. È giusto fare i tamponi a tutti, asintomatici compresi? Da un punto di vista epidemiologico ci aiuterebbe a  capire meglio la diffusione del virus, ma dal punto di vista diagnostico c’è il problema che l’attendibilità dei risultati in assenza di sintomi è bassina, e poi una volta fatto il tampone, per essere tranquilli, lo dovremmo rifare ogni tre giorni…
Soprattutto, invito i giornali a spiegarci come comportarci nel disinfetting (sanificazione suona male, nasconde al suo interno la parola “fica”, e disinfezione evoca i rimedi della nonna, quelli di una volta), di questi tempi ci può salvare la vita. Forse c’è chi crede che questo linguaggio possa salvare la vita anche ai quotidiani che vendono sempre meno…

Forse interrogarsi se l’anglicizzazione sia da mettere in correlazione con il press-down (il calo delle vendite dei giornali) non salverà i quotidiani ma aumenterà la qualità dell’informazione.

Hate speech: l’incitamento mediatico all’odio (contro l’italiano)

Una lettrice mi ha segnalato l’impennata della frequenza di “hate speech” nei mezzi di comunicazione dell’ultimo mese “in seguito soprattutto alle vicende che hanno coinvolto la senatrice Segre”. Ciò che l’espressione designa è tristemente antico. E anche questo virgolettarla dalla cultura statunitense non è nuovo, circola da una decina di anni, benché inizialmente si dicesse soprattutto in italiano, incitamento all’odio. La novità è che più passa il tempo più la nostra lingua scivola in secondo piano e retrocede, diventa la spiegazione da affiancare all’espressione inglese gridata nei titoli che inevitabilmente poi diventerà quella più in uso, tecnica, corretta e “insostituibile”.

Le radici dell’odio

In un articolo della Repubblica del 29 maggio 2013 (“Facebook, stop violenza alle donne: utenti e investitori contro il sessismo”), si poteva leggere che a Palo Alto avevano ammesso “di aver sottovalutato l’insidia del cosiddetto ‘hate speech’, ovvero ‘odio mediatico’, che nell’avversione alle donne trova uno degli esempi più diffusi e deprecabili.”

Tutto inizia ogni volta così, con qualche occasionalismo virgolettato affiancato da una spiegazione. Le schermaglie che precedono questa prima fase, di solito, sono espressioni del tipo: “Nella giurisprudenza statunitense esiste un’espressione per indicare l’incitamento all’odio…”; oppure: “Hate speech, come dicono con una bella locuzione gli americani…”.
Con il tempo l’anglicismo comincia a essere utilizzato sempre più in primo piano, la traduzione letterale o possibile viene solo affiancata, e non è mai evocativa o precisa come il dio inglese.
La terza fase è quella di far sparire ogni corrispondente. L’italiano che serviva da bastone si getta. C’è solo l’inglese, possibilmente da sbattere nei titoloni (cliccare per credere). La traduzione, se va bene, si trova all’interno dell’articolo, giusto per spiegare di che cosa si sta parlando ai subalterni che non capiscono, al rango inferiore della società reo di non padroneggiare l’idioma alto della cultura globale. E così nel 2018 l’espressione è stata annoverata tra i neologismi della Treccani, che riporta numerose citazioni dai giornali. Il prossimo passo saranno i dizionari e il radicamento nella nostra lingua?

Già mi prefiguro gli anglopuristi e i giornalisti che tra qualche tempo argomenteranno: hate speech non è proprio come le parole o i discorsi di odio… è qualcosa di più, qualcosa di intraducibile… E poi gli equivalenti italiani non sono in uso…
Questo ragionamento è frutto di una prospettiva malata! Sempre più spesso gli anglomani decidono di usare l’inglese invece dell’italiano, nella fase iniziale, e procedono con un martellamento in cui lo diffondono senza alternative. Fino a quando possono concludere che l’italiano non è più in uso… bella scoperta! Siete voi che avete scelto di non usarlo e di farlo ammuffire! Un bel circolo vizioso per creare l’alibi della necessità dell’itanglese.

In questo modo entrano migliaia di parole inglesi che alla fine ci vendono come “insostituibili”. Selfie? Non è certo la stessa cosa di autoscattoKnow how? Non è proprio come competenze… si legge sul sito della Crusca. Stalker è più preciso di persecutoremobbing non corrisponde esattamente a vessazione
–  “Ma mobbing in inglese non si usa molto nel significato lavorativo che gli diamo noi!”
– “Non fa nulla, in italiano si è acclimatato a questo modo. Rassegnati, ormai è un tecnicismo e si deve dire così. È la stampa, bellezza!”

Chi prende queste posizioni, chi afferma che gli anglicismi sono “intraducibili” e “necessari” dovrebbe dire come stanno le cose fino in fondo. Ciò vale solo per l’italietta degli anglomani fieri di essere coloni. Selfie non è “intraducibile” né in Francia né in Spagna, dove coniano nuove parole come “egoritratto” o ampliano il significato di quelle vecchie come “autoscatto”. Know how non si usa in francese, oppure è perfettamente tradotto in spagnolo, ed entrambi i Paesi non vedono la necessità e l’intraducibilità di stalker, perché usano la propria lingua, e invece di dire mobbing dicono meglio harcèlement moral o acoso laboral. Davanti all’espansione dell’inglese ci sono lingue che resistono ed evolvono autonomamente, e altre che soccombono.

E allora chi fa la lingua in Italia? Quali sono i nuovi centri di irradiazione dell’italiano?
Già negli anni Sessanta Pasolini (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) aveva capito che l’italiano basato sui testi letterari e sul toscano era finito e che il neoitaliano tecnologizzato arrivava dai centri industriali del Nord. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese, e il lessico della tecno-scienza ci arriva direttamente dall’inglese globale, come la terminologia del lavoro. A fare la lingua spesso sono gli influenti della Rete, dunque siamo passati dal prestigio letterario di Manzoni a quello linguistico della coppia Ferragni-Fedez, un bel salto di modernità, non c’è che dire! E a fare la lingua sono soprattutto i mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi stanno unificando l’itanglese.

I giornali attingono il peggio da tutti questi settori e lo sbattono in prima pagina facendolo diventare il moderno italiano.

Le conseguenze dei picchi di stereotipia del giornalismo

L’ossessività con cui, nei giornali e nei telegiornali, le espressioni e le parole vengono spesso ripetute in modo martellante e senza mai ricorrere a sinonimi, come un tormentone mono-significato, è ben nota. Il concetto di “stereotipia” nei mezzi di informazione è stato ben evidenziato per esempio da Maurizio Dardano (Il linguaggio dei giornali italiani, Laterza, Bari-Roma 1986, p. 236). Ma si può citare anche Riccardo Gualdo:

La lingua dei giornali assorbe come una spugna gli usi nuovi, contribuisce potentemente a farli diventare di moda e, infine, anche a fissarli nell’uso ripetendoli in modo ossessivo” in una “riproduzione meccanica di associazione di (nome-aggettivo, intere frasi) o di traslati in origine brillanti ma a poco a poco resi stucchevoli per il troppo uso.

L’italiano dei giornali, Carocci Editore, Roma 2005, p. 85.

Il lessico della stereotipia coinvolge ormai soprattutto gli anglicismi e le espressioni mutuate dagli Stati Uniti. Come ha osservato nella sua tesi Gaia Castronovo:

L’assenza di sinonimi è dovuta molte volte “a lasciare a terzi il lavoro di traduzione per le notizie di politica estera direttamente dalle agenzie (es. ANSA). Spesso le bozze non subiscono una revisione dalla redazione, ma vengono pubblicate cosi come sono, a causa delle rapide tempistiche e, talvolta, mancanza di personale.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 48.

E così un’espressione come “fake news”, virgolettata direttamente dai discorsi di Trump, invece di essere tradotta con notizie false o bufale, si è radicata in un batter d’occhio nella nostra lingua al punto che oggi ci si chiede: “Ma come si potrebbe rendere in italiano?”
Ma come facevamo a parlare di queste cose sino a tre anni fa? Come facevamo a esprimerci nella nostra lingua prima che prendessero piede parole ormai “insostituibili” come location?

L’impatto che i picchi di anglicismi hanno sulla lingua si può misurare con molti esempi significativi.

Se si analizza la frequenza della parola compound negli archivi del Corriere della Sera, si vede che tra il 2003 e il 2010 era trascurabile, ricorreva in un numero limitato di articoli (una media di 5 all’anno), e talvolta non indicava un edificio, ma un tipo di arco che si usa nelle competizioni sportive, perché il termine ha due significati. Nel 2011, improvvisamente gli articoli salgono a 41. In quell’anno, infatti, c’è stata sia la guerra con la Libia in cui Gheddafi era barricato nel suo compound, sia l’uccisione di Bin Laden scovato in un compound in Pakistan. In entrambi gli episodi, la parola ha avuto una vasta eco mediatica quasi senza alternative, dovuta probabilmente al riportare la notizia con le stesse parole delle fonti americane. Poi, passato il momento dell’ossessività, nel quinquennio fino al 2016, negli stessi archivi si può notare che la parola ricorre con una media di poco più di 20 articoli all’anno. In sintesi, dopo il picco della stereotipia, causato da eventi contingenti, la frequenza della parola si abbassa, ma è ormai diventata popolare rispetto a prima, e viene perciò usata normalmente 4 volte di più.

Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nell lessicodell’Italia e incolla, Hoepli 2017, p. 124-125.

Ma questo fenomeno non è causato solo dallo scimmiottamento di ciò che arriva d’oltreoceano, siamo bravissimi a farci male da soli anche sul piano interno. Riporto una tabella tratta dalla citata tesi di Gaia Castronovo che ha analizzando la frequenza della parola job sul quotidiano La Repubblica dal 1984 al 2014. I picchi di stereotipia saltano all’occhio.

tabella gaia castronuovo JOB
Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 52.

La parola, più che essere usata da sola, è quasi sempre associata ad altre in varie espressioni, e negli anni Ottanta le occorrenze erano sotto la decina.

“La media annuale si assesta poi su un ordine di grandezza in più (10-50). Il grafico mostra inoltre dei picchi che corrispondono alle ripetizioni ossessive a cui si riferisce Gualdo nella citazione sopra riportata. Negli anni Duemila era il momento di job rotation e job creation, nel 2014, invece, di job act.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, op. cit. p. 52.

Quello che è successo dopo lo sappiamo. L’iniziale job act si è attestato definitivamente con la s di jobs act, e oggi la frequenza sui giornali delle tante combinazioni di job è aumentata a dismisura. Un bell’anglicismo “produttivo” come dicono alcuni linguisti, ma più onestamente si potrebbe dire: infestante. In attesa che il mondo del lavoro diventi del job, come quello della ristorazione è ormai del food, mentre l’economia diventa economy, il verde green, e le tasse tax, ci sono ancora dei linguisti negazionisti che ci raccontano che non sta accadendo nulla. C’è anche chi preferirebbe mettere l’italiano in un museo – invece di praticarlo, difenderlo, farlo vivere ed evolvere – e afferma che l’anglicizzazione è solo “un’illusione ottica”. Infatti sarebbe circoscritta solo in alcuni ambiti, come l’informatica, e poi “sono soprattutto i mezzi di comunicazione e i politici” a usare le parole inglesi… Affermazioni come queste sono imbarazzanti, come se questi che vengono considerati “marginali” non fossero proprio i nuovi centri di irradiazione della lingua. Non rendersi conto dell’impatto che i mezzi di informazione hanno sull’italiano, oltre a essere antistorico, è soprattutto anti-attuale. Il linguaggio dei giornali è quello che viene poi inevitabilmente ripetuto dalla gente, e finisce così nei dizionari. Per questo capita che un vecchietto, che non hai mai avuto a che fare con uno spacciatore in vita sua, racconti scandalizzato che hanno arrestato un pusher proprio dietro casa sua. Perché l’ha letto sul giornale.

pusher e spacciatore google
Cercando “pusher” e “spacciatore” sulle Notizie indicizzate da Google risulta chiaro come l’anglicismo sia preferito.

È significativa a questo proposito una ricerca del 1999 in cui Katalin Doró ha scandagliato le annate di Corriere della Sera, Il Messaggero, La Repubblica e L’Espresso. Tra i 416 anglicismi presenti nei titoli e nei sottotitoli, 89 non erano presenti nello Zingarelli del 1995. Ma cosa è successo dopo? Che 23 di questi sono stati registrati nel 2000 (5 anni dopo), e altri 12 nel 2002.

Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, num. 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91.

Ancor più significativo è uno studio di Antonio Taglialatela del 2012 sulle prime pagine di Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa per rintracciare gli anglicismi più usati, con lo scopo di dimostrare che “riescono a penetrare nel lessico per il loro uso ‘popolare’, dovuto in gran parte ai media e al linguaggio politico, trasformandosi in vere e proprie voci di dizionario”. Se nel 2012 solo 4 di essi non erano presenti nei vocabolari (bailout, downgrade, fiscal compact e stress test), controllando sull’edizione del Devoto-Oli 2017 si vede che adesso sono stati annoverati anche questi.

Antonio Taglialatela, “Le interferenze dell’inglese nella lingua italiana tra protezionismo e descrittivismo linguistico: il caso del lessico della crisi”, in Linguæ &, Rivista di lingue e culture moderne, Vol. 10, Num. 2, 2011., p. 78 e tabella 3 p. 88.

La conclusione è che il 100% degli anglicismi più utilizzati dalla stampa finisce inevitabilmente nei dizionari e nella lingua, è solo questione di tempo.

Sono i giornali che portano alla diffusione delle parole che poi i dizionari non possono che registrare, come si fa a non capirlo? Alla faccia di chi pensa che siano un fenomeno circoscritto e marginale o passeggero e caratterizzato da rapida obsolescenza.

In Diciamolo in italiano (p. 96-97) ho confrontato le parole inglesi annoverate nel Devoto Oli 1990 con quelle del 2017 (nessuno lo aveva mai fatto) e il risultato è che da circa 1.600 anglicismi siamo arrivati a 3.500, e quelli che invece sono usciti “falciati dalla scure del tempo” che qualcuno sbandiera, non si capisce su quali basi, sono 67! Ma di quale obsolescenza si sta parlando? I picchi di stereotipia giornalistici possono anche essere passeggeri e possono anche regredire. Ma quello che ogni “tsunami anglicus” (cito Tullio De Mauro) ci lascia dopo ogni ondata è la distruzione della nostra lingua.

Per questo è importante che davanti al monolinguismo anglicizzato dei mezzi di informazione (in generale, non solo nel caso di hate speech che si appoggia a sua volta a hater che grazie ai giornali ha la meglio su odiatore) si facciano circolare le nostre alternative che vanno difese da chi – il suo odio – lo riversa solo contro la lingua italiana. Purtroppo questo tipo di odio sembra non suscitare alcuno scandalo. I giornali, invece di deprecarlo, lo alimentano.

Bookcity e la “gerarchia” degli anglicismi

Questa settimana parte l’ottava edizione di Bookcity, l’evento milanese dedicato ai libri, agli autori e alle letture che si snoda in molteplici incontri e iniziative disseminati per la città. Sono tutti eventi in italiano, rivolti agli italiani, e il logo della manifestazione consiste in un Duomo stilizzato fatto di libri. Ma nel linguaggio della città capitale dell’itanglese il libro è ormai book, e la città è city.

Quest’anno la locandina di Bookcity non pullula di anglicismi come quella della scorsa edizione, e la cosa mi ha sorpreso, oltre a farmi piacere.

bookcity
L’edizione di Bookcity 2018 nella comunicazione dell’evento.

Ma in generale Milano è in prima linea nella distruzione sistematica della nostra lingua attraverso la sua comunicazione, dalla Settimana della moda che è diventata Fashion Week, al Salone del mobile divenuto il Week Design. In questo volere essere internazionali puntando sull’inglese, e non sulla nostra lingua che all’estero ha invece un fortissimo richiamo, si anglicizza anche ciò che è rivolto all’interno della città:  nell’urbanistica la zona Fiera è diventata Fiera Milano City, si introducono i district, e non i distretti, e per fare gli americani si ribattezzano i quartieri, come il Nolo, cioè il North of Loreto. L’Atm, l’azienda meneghina dei trasporti, introduce senza alternativa il ticketless, e parla sempre più di ticket anziché di biglietti e così via.

In questo contesto, il punto non è solo che si diffondono gli anglicismi che anno dopo anno vanno ad aggiungersi ai lemmi dei nostri dizionari in numero sempre maggiore. E non c’è nemmeno solo il preoccupante aumento della loro frequenza d’uso e della loro “prolificità”, che qualcuno chiama ipocritamente “produttività”, per conferire un’accezione positiva (ma anche il cancro è “produttivo”, cioè cresce, si amplia intacca e distrugge le altre cellule, si allarga). C’è un altro fatto trascurato dai linguisti che sarebbe invece il caso di indagare e approfondire e che si potrebbe chiamare il problema della “gerarchia degli anglicismi”.

Le parole inglesi che irrompono nella nostra lingua, sempre più spesso, occupano una gerarchia alta. Sono usate come le categorie principali, come le etichette più significative per indicare ciò che è fondamentale, mentre gli equivalenti italiani sono collocati sotto, come specificazioni di ordine inferiore. E allora una manifestazione che parla di libri deve ormai chiamarsi Book: questo è il titolo, la categoria superiore in senso metaforico e letterale. Di libri si parlerà solo nel concreto e all’interno degli eventi. Quando sono oggetti quotidiani si esprimono in italiano, ma il settore è quello dei book.

Le parole inglesi di “categoria superiore” come book (ma anche food, green, economy, tax…) non sono come i “prestiti sterminatori” che fanno morire le nostre parole: computer che ha ucciso calcolatore, selfie e autoscatto, manager e dirigente, gossip e pettegolezzo/cronaca rosa, sticker e adesivo… Però diventano la copertina, mentre la parola “libro” slitta nel “fronte-ospizio” del frontespizio, di fronte all’inglese. È la stessa logica per cui gli anglicismi compaiono soprattutto nei titoli di giornale,  nelle insegne dei negozi (bookstore, hair stylist, wine bar…), sui biglietti da visita per indicare le professioni, nei concetti chiave della scienza, della cultura o dell’informatica, nelle innovazioni della politica. E in sempre più ambiti.

Nelle analisi sull’interferenza dell’inglese, allora, non c’è  da solo il numero e la frequenza. Le parole hanno un peso. E il peso della nomenclatura inglese schiaccia le alternative italiane. Il caso di book è esemplare per comprendere questo fenomeno.


Il boom del book

Quanto è infestante (non “produttiva”: infestante!) la parola book?
In principio il book era solo quello fotografico, il portafoglio per esempio dei modelli (o portfolio come si dice in inglese, ma anche in italiano, purtroppo). C’era anche il bookmaker, cioè chi compila il “libro degli scommettitori”, che in italiano è un allibratore. Ma oggi tutto è esploso in modo impazzito.

Le prenotazioni sono diventate booking e l’over booking spopola al punto da sembrare intraducibile e necessario, perché quasi a nessuno viene in mente di dire sovraprenotazione o eccedenza di prenotazioni, mentre le prenotazioni a largo anticipo che permettono sconti sono vendute, e perciò poi dette e ripetute, come advanced booking. In informatica un marcatore, un indirizzo o collegamento memorizzato, è bookmark, i piccoli calcolatori che si aprono come un libro sono arrivati come netbook, i libretti dei cd sono booklet, in Rete il libro degli ospiti è guestbook, e poi sono arrivati gli e-book, non i libri elettronici, che si leggono attraverso un e-reader e non un lettore (mentre la e- di electronic è diventata un prefissoide che genera un’infinità di altre parole, così tante che non è più possibile contarle).

E così book si è radicato sempre più, c’è il bookcrossing e non il passalibri o il giralibri (si appoggia al crossing over, al crossmediale, al cross, al crossare…), sono arrivati i booktrailer , e non i videopromo dei libri o le videoanteprime (perché trailer si è ben radicato). Le librerie diventano bookshop e bookstore, visto che botteghe, negozi e punti vendita stanno diventando shop o store (beauty shop, coffe shop, duty shop, e-shop, sexy shop, temporary shop… oppure e-store, megastore, temporary store, concept store… senza dimenticare gli show room).
E ancora, i libri tascabili sono pocket book, un’opera  di consultazione, enciclopedica è un reference book,  un libro sensoriale è un sensory book, un libro animato un flip-book, un libro a caldo è un instant book, un libro contabile aperto un open book, un opuscolo con la presentazione di un film è un pressbook

Si può continuare in questo elenco, ma a questo punto chi non è cieco ha capito perfettamente che cos’è oggi l’interferenze dell’inglese. È un dilagare incontrollato di radici infestanti che si ricombinano tra loro in una rete che si espande e che ha una portata devastante e soffoca la nostra lingua. Cercare di interpretare ciò che accade liquidando tutto con le categorie dei “prestiti” – cioè episodi isolati, singole parole etichettate in modo assurdo come di “lusso” o di “necessità” –  è ridicolo, miope, anacronistico e non permette di comprendere la portata del fenomeno: la rinuncia all’italiano, il trapianto linguistico non solo di singole parole, ma di espressioni e di una rete di fitte interconnessioni dove tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese. Queste espressioni sono così tante che non è più possibile contarle. E in questa rete l’inglese occupa il vertice della gerarchia. Negare l’anglicizzazione non è solamente stupido e falso. È un atteggiamento irresponsabile e criminale.

Voglio citare un titolo di giornale che trovo esemplare per comprendere la nostra follia:

Allontanare ansia e stress con la creatività, i Color Therapy Book

Oggi vi parliamo di una tendenza nata in Francia e che in pochissimo tempo ha conquistato l’Europa intera, i Color Therapy Book… (Triesteprima.it, 4/11/2019)”.

Naturalmente in Francia questi libri non si chiamano così, perché i nostri vicini sono afflitti da una strana malattia che li porta a esprimere nella propria lingua ciò che inventano, e hanno semmai ideato la couleur thérapie, o la livre art thèrapie. Ma noi ribattezziamo in inglese persino una moda nata in Francia in lingua francese che si esprime con titoli come Livre mandalas coloriage creatif (édition Bravo) o Livres colorier mandala – Couleur thérapie Pages relaxation rtress gratuit pour adultes

La gerarchia degli anglicismi negli eventi editoriali

Francia 2019. Al salone del libro di Parigi un centinaio di scrittori e di intellettuali si sono ribellati contro la nomenclatura in inglese nell’editoria attraverso un appello per bandire categorie e parole anglicizzate come bookroom, photoboothm, live, brainsto, young adult, photobooth… (“Niente ‘bookroom’ o ‘live’ al Salon du Livre di Parigi: cento scrittori e artisti francesi contro l’invasione dell’ingleseIl Messaggero, 5/2/2019).

E in Italia cosa accade? Che le librerie diventano bookshop, con l’inglese gridato nelle insegne, il vertice della gerarchia delle parole. La libreria Mondadori è diventata Mondadori Bookstore, ed è nata la Feltrinelli Red, dove il colore “rosso” nasconde l’acronimo Read, Eat, Dream (ed ecco che spuntano anche i primi verbi in inglese, che fino a pochi anni fa non si erano mai visti), mentre tra best seller e long seller, thriller e modern fiction, home video e game… le categorie editoriali sono sempre più inglesi, comprese le graphic novel, nonostante l’origine italiana di novella mutuata dal Boccaccio (in francese roman graphique e in spagnolo novelas graficas). Ma, soprattutto, ogni fiera del libro o manifestazione di libri, da Bookcity di Milano  al Catania Book Days si esprime in inglese.

libreria feltrinelli red e mondadori bookshop

Una rassegna stampa degli eventi editoriali (limitata ai soli mesi di ottobre e novembre 2019!) porta risultati sconcertanti.

A Padova si è svolto “One book one city: aperitivo col vecchio che leggeva romanzi…” (PadovaOggi, 16/10/2019); anche qui, come a Milano, oltre a book al posto di libro, si parla di city, invece che di città.

A Genova c’è il Book Pride, nel 2019 giunto alla terza edizione che si appoggia all’introduzione della fortunata locuzione gay pride e dei suoi derivati (es. “A Milano uno School Pride a sostegno della Scuola Pubblica” = manifestazione di protesta; “Smog a Torino. Bike Pride” = corteo, sfilata di protesta in bicicletta…). E restando in Liguria si segnalano eventi più periferici come il Market book di Bordighera: “Il mercato coperto di Bordighera location dell’evento Market book”. Anche qui il libro è book, il luogo è location e il mercato diventa market, nell’era del marketing e dei suoi derivati (direct marketing, guerrilla marketing, marketing mix e marketing oriented, multilevel marketing, viral marketing…).

Nella ridente cittadina di Bardonecchia (ma c’è poco da ridere) si è da poco svolto un evento di “Sei incontri con sei autori per il Mountain book” (TorinOggi.it, 16/10/2019), dove la montagna è mountain nel gioco di parole con mountain bike (che si collega al bike sharing, city bike, bike friendly…). Sempre in Piemonte segnalo “Cook the Book a Carignano con quattro autori”  (Ieri Oggi Domani Cronache, Comunicati Stampa, 4/11/2019), dove cook – ecco di nuovo un verbo – ben si sposa con la proliferazione del food, che si trova nel programma “Food & Book”, di Montecatini Terme, “il festival del libro e della cultura gastronomica” (La Nazione, 9/10/2019).

Per rimanere in Toscana vale la pena di citare anche il progetto “OFF Book” del Dipartimento di Scienze politiche e internazionali dell’Università di Siena (“OFF Book: agli Industri performance finale del progetto…”, Grosseto Notizie, 16/10/2019) con una “Performance finale progetto OFF Book” (Maremmanews, 16/10/2019). E poi “Il Pisa Book Festival diventa ‘eco-friendly’” (LetteratitudineNews, 4/11/2019) dove “eco-friendly”, più lungo di ecologico che suona molto più antico, irrompe insieme a book, mentre il fèstival pronunciato all’inglese ha preso il posto della più antica pronuncia alla francese, festivàl. E ancora: “Lo staff di Lucca Comics ha diffuso il Program Book di Lucca Comics & Games 2019” (AFNews Comunicati Stampa, 23/10/2019). E poi si è svolta la IV edizione del “Libra Casentino Book Festival, che celebra la montagna nel parco nazionale delle Foreste casentinesi (ArezzoWeb, 10/10/2019).

In Emilia “Torna Book & Wellness” (Renonews Comunicati Stampa, 13/10/2019) alle Terme di Porretta.

Dal centro scendiamo verso sud, isole comprese. In Sardegna a “Pirri arriva il book-nic: sul prato con libro, cestino e plaid” (Casteddu on Line, 14/10/2019). “Al MAV Museo Archeologico Virtuale di Ercolano arriva il Book Party più Mostruoso dell’anno. Venerdì 1 novembre” cioè l’Halloween Book Party (NapoliToday, 18/10/2019).
In Sicilia, a Pachino, “Bilancio positivo per la prima edizione del Marzamemi book fest, un festival dedicato ai libri e alla cultura” (Pachino News, 22/10/2019), mentre a Catania ci sono stati i “Catania Book Days, evento che preannuncia il Catania Book Festival (in programma dal 7 al 9 maggio 2020)” (CataniaNews.it, 23/10/2019) dove le giornate sono ormai day sulla scia delle espressioni click day, D-day, day after, day by day, day hospital, election day, familiy day, memorial day, open day

Oltre a questi eventi locali, “Arriva la settima edizione del Social Book Day” (Libreriamo, 14/10/2019), “la giornata mondiale dedicata ai libri sui social…” (RTL 102, 5-15 ott 2019).
Nelle notizie recenti delle testate dai nomi sempre più inglesi, book rimbalza in molti altri contesti: ci sono i book blogger (bloggatori non è una parola che si è diffusa, visto che apparirebbe italiana) come Giulia Ciarapica “una delle più influenti book blogger d’Italia; e ha appena dato alle stampe…” (“Giulia Ciarapica, la grande book blogger si racconta tra lavoro e…”, L’Ordinario Comunicati Stampa, 26/10/2019). Sul Corriere si può leggere di “Francesca, Elena e Ilenia, le «book influencer» star di Instagram. Oggi, a determinare il successo di un lavoro editoriale, e a mandare i romanzi in sold out, ci sono le «book influencer»: bastano trenta secondi di…” (Corriere della Sera, 29/10/2019), perché non c’è solo influencer al posto di influenti, la parola si contamina con le altre: book influencer, food influencer, blog influencer… in un sottofondo brulicante di altri anglicismi come social, news, star, sold out, performance… ma un italian influencer che possa essere una guida influente per cercare di parlare in italiano esisterà ancora?

Forse no, visto che un libro fotografico di animali, “da un elefante partecipe dei sentimenti del suo padrone a un cane trasportato tra le macerie di Kabul sul retro di una bicicletta”, diventa “Gli Animals di Steve McCurry in un photo book per Taschen” (Amica, 25/10/2019).

Ormai una “fiera del libro” è forse solo una donna orgogliosa della propria lettura, altrimenti dobbiamo usare l’inglese, perché siamo evidentemente celibrolesi! Crediamo che book sia più moderno, ma è solo un alibri, dove la prima “a” si può leggere come alfa privativo, cioè “senza libri” e pieni di book. Non c’è più libridine nel parlar la nostra lingua, non c’è alcun equilibro tra libro e book, le due parole non sono sullo stesso piano, non sono dello stesso calibro, hanno un diverso rango, una diversa gerarchia. Book è nobile e diventa titolo, categoria. Libro è il suo valvassino. Inglese e italiano si fondono in un librido, l’itanglese, libero da “libro”.

I giochi di parole si fanno sull’inglese (Mountain Book, book-nic, Cook the Book…), eppure si potrebbero fare anche con la lingua italiana, chissà mai che i copy, i creativi che per fare il loro lavoro espresso in inglese puntano alla lingua di gerarchia superiore, non copino anche questa possibilità. Altrimenti gli ex libris diventeranno presto ex books, o forse cambieranno di significato: gli ex libri ora book che è più cool. Della “morte del libro” si parlava già molti anni fa, spesso a sproposito. Oggi forse ha una valenza linguistica più che concettuale. Book è cool. Ogni doppio senso che si può ricavare dall’accostamento delle parole è puramente voluto.