Dal multilinguismo all’inglese obbligatorio

I concorsi per l’assunzione dei nuovi insegnanti che partiranno in ottobre hanno suscitato polemiche e dibattiti, nella politica e sui giornali. Il Movimento 5 stelle e Italia Viva hanno difeso la scelta “meritocratica” della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, il Pd voleva posticipare tutto per non aggravare la difficile situazione della scuola durante la pandemia, la Lega e Fratelli d’Italia avrebbero voluto confermare i precari già nelle scuole… In tutto questo rumore – forse per nulla – la cosa più assordante è però il silenzio su un particolare che viene taciuto e che è ben più importante di ciò che emerge dal teatrino della politica e dal chiacchiericcio mediatico.

La novità è che nei concorsi scuola 2020 la conoscenza dell‘inglese è divenuta un requisito obbligatorio. Come specificato negli articoli 8 e 9 del Decreto 201 del 20 aprile 2020, la prova preselettiva e la prova orale accerteranno la conoscenza della lingua inglese almeno al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento. Si tratta di un livello alto che prevede la comprensione di testi complessi e specialistici astratti e concreti, la capacità di comunicare in modo fluente, e un’esposizione chiara, esaustiva e articolata.

Il problema non è solo che (quasi) nessuno parla di questa novità, ma soprattutto che nessuno sembra porsi il problema del perché, e della legittimità, di questo cambiamento.
Perché mai un insegnante di materie come l’italiano o la matematica dovrebbe conoscere obbligatoriamente l’inglese? Dov’è l’inerenza tra il requisito dell’inglese e la materia insegnata? E perché l’inglese e non altre lingue?

La risposta del Ministero dell’Istruzione è stata laconica:

L’accertamento delle competenze linguistiche, previsto nell’ambito di tutte le procedure concorsuali, è stato limitato alla lingua inglese in virtù del novellato articolo 37 del d. lgs. 165/2001. Il d.lgs. 25 maggio 2017, n. 75 (successivo al d.lgs. n. 59/2017), ha infatti sostituito, in via generale e per tutte le pubbliche amministrazioni, all’accertamento ‘di almeno una lingua straniera’ quello della sola lingua inglese” (Fonte: Orizzonte Scuola).

Il decreto invocato (n. 75 del 2017) è a sua volta l’attuazione della cosiddetta Riforma Madia, che (legge n. 124 del 7 agosto 2015, “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, articolo 17, lettera e) introduceva per i tutti i concorsi pubblici della pubblica amministrazione l’accertamento “della conoscenza della lingua inglese e di altre lingue, quale requisito di partecipazione al concorso o titolo di merito valutabile dalle commissioni giudicatrici, secondo modalità definite dal bando anche in relazione ai posti da coprire.

La legge Bassanini (n. 127/1997) prevedeva da tempo l’accertamento delle competenze informatiche e di una lingua straniera – non per forza l’inglese – per i concorsi pubblici, ma questa direzione che spingeva verso l’inglese si trovava già nel concorso del 2012 indetto dall’allora ministro Francesco Profumo, ed era presente nella legge 107 del 2015 che all’articolo 7 definiva come obiettivi formativi prioritari “la valorizzazione e il potenziamento delle competenze linguistiche, con particolare riferimento all’italiano nonché alla lingua inglese e ad altre lingue dell’Unione europea, anche mediante l’utilizzo della metodologia Content language integrated learning”. Ma mentre prima era sufficiente la conoscenza di una qualsiasi lingua straniera, con la riforma di Marianna Madia l’inglese è diventato obbligatorio per legge per tutti coloro che vogliono accedere ai concorsi pubblici. Basta cambiare una virgola e spostare due parole ed ecco che, zitti zitti, il gioco è fatto. Tutto si ribalta e si introducono nuove prassi che stravolgono completamente i principi formativi trasformando un disegno che dovrebbe promuovere il multilinguismo in un provvedimento che è il suo contrario e sancisce la dittatura del solo inglese.

Per fare chiarezza, il Content and Language Integrated Learning a cui si fa riferimentoche abbiamo introdotto direttamente l’acronimo inglese CLIL visto che siamo un popolo colonizzato che rinuncia sempre più alla nostra lingua – in italiano si chiamerebbe “Apprendimento Integrato di Contenuto e Lingua”, ed è stato proposto in ambito europeo da un economista dell’università di Oxford, David Marsh, nel 1994. La filosofia del progetto era quella di introdurre nelle scuole alcune ore in cui una certa materia venisse insegnata direttamente in una lingua straniera, per favorire l’acquisizione dei contenuti disciplinari e dell’apprendimento di una lingua in colpo solo. Non voglio entrare nel merito di questa proposta didattica di cui non condivido affatto i principi – credo che l’insegnamento di una materia e l’insegnamento di una lingua siano due cose separate che è bene tenere separate e non confondere – bisogna però precisare che riguardava “una lingua straniera” qualsiasi, non necessariamente l’inglese. Come si vanta il Miur: “Il nostro è il primo paese dell’Unione Europea a introdurre il CLIL in modo ordinamentale nella scuola secondaria di secondo grado.” Ma in questa attuazione, di fatto, la lingua straniera scelta è quasi esclusivamente l’inglese.

Fatte queste premesse, dalla prassi si è passati alla norma. Quello che accade oggi è che, per legge (!), la conoscenza di una lingua straniera da parte degli insegnanti e dei dipendenti della pubblica amministrazione è cancellata e sostituita dal solo inglese. Il requisito è obbligatorio, e la conoscenza di altre lingue è solo un di più facoltativo.

Le reazioni a questi imbrogli, realizzati a piccoli passi e in silenzio, si sono visti nel 2017 a proposito del concorso per entrare nell’Inps. Dopo anni di attesa, quando finalmente è uscito il bando è arrivata la sorpresa: tra i requisiti di accesso c’era proprio il possesso di una certificazione linguistica, rilasciata dagli enti autorizzati, attestante almeno il livello B2 della lingua inglese. La certificazione non è obbligatoria per legge, tuttavia chi bandisce un concorso può benissimo includerla nei requisiti, e dunque poco cambia. Nel totale silenzio mediatico – qualcuno ha mai sentito un dibattito televisivo in proposito? – ci sono stati vari ricorsi da parte di potenziali candidati che non erano in possesso della certificazione; in qualche caso il Tar del Lazio li ha accolti (come nel decreto n. 06807 del 18/12/2017), mentre in altri li ha respinti (come nella sentenza n. 1206 del 01/02/2018), perché il profilo di un analista del processo, per esempio, prevedeva la conoscenza dell’inglese.

Ma, nel caso degli insegnanti, qual è il senso della conoscenza obbligatoria dell’inglese nella maggior parte dei casi? Qui non c’è in gioco solo il divieto di discriminazione nell’accesso al lavoro in nome delle pari opportunità (come nell’articolo 27 del D. Lgs. 165/2001). C’è una discriminazione anche nei confronti delle altre lingue e culture, che diventano improvvisamente di serie B di fronte all’inglese. Dietro provvedimenti del genere c’è una sotterranea e viscida imposizione dell’inglese come la sola lingua internazionale che è tutto il contrario del multilinguismo.

Mentre l’Italia non ha alcuna politica linguistica nei confronti dell’italiano, nei confronti dell’inglese le cose sono molto chiare. Il nostro Paese è in primo piano nell’attuazione del progetto colonialistico di condurre tutti i Paesi sulla via di un bilinguismo dove le lingue locali sono viste non come una ricchezza culturale, ma come un ostacolo alla comunicazione internazionale che deve avvenire nella lingua madre dei popoli dominanti. Invece di favorire lo studio delle lingue, si favorisce lo studio del solo inglese. È il progetto dell’imperialismo linguistico lucidamente prospettato da Churchill e in seguito perseguito dalla politica linguistica internazionale statunitense, dal piano Marshall in poi. Giorno dopo giorno, attraverso una politica graduale fatta di piccoli provvedimenti che passano silenziosi – visto che la cultura e i mezzi di informazione della colonia Italia sono in mano a collaborazionisti anglomani – agevoliamo dall’interno la dittatura dell’inglese globale. E accettiamo queste cose in servile silenzio, senza nemmeno che ci sia un dibattito. In questo modo, passetto dopo passetto, anno dopo anno, l’italiano ha cessato di essere la lingua del lavoro in Europa, la domanda per i Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) del MIUR, dal 2017, deve essere scritta soltanto in lingua inglese, al Politecnico di Milano si insegna di fatto in inglese, l’inglese è diventato un requisito per entrare nella pubblica amministrazione… e l’italiano? Quello la nostra politica lo vuole mettere in un bel museo. Il ruolo che gli spetta e gli spetterà sempre di più se andiamo avanti a questo modo. E l’anglicizzazione della nostra lingua è solo l’effetto di questa sottomissione politica, economica e culturale ben più ampia e profonda.

13 pensieri su “Dal multilinguismo all’inglese obbligatorio

  1. Lo scorso decennio ho provato a studiare lingue (spoiler: ho dato pochi esami e non sono andato avanti).
    Per entrare, era necessario sottoporsi a un test di cultura generale a risposte multiple, in seguito a cui venivano assegnate le lingue da studiare, cercando più o meno di seguire le preferenze.

    Perché questo preambolo? Perché il risultato del test poteva non assegnare l’inglese come prima o seconda lingua (prima o seconda non comportavano differenze, mentre la terza lingua richiedeva esami e approfondimento inferiori) e le lauree specialistiche, a quei tempi, avevano lo studio dell’inglese come prerequisito!
    Tutto questo qui a Cagliari, dove ci sono state un bel po’ di lamentele, ovviamente – non so poi come sia finita.

    Torniamo al tuo articolo.
    Che una fetta di mondo giri intorno all’inglese è evidente, così come il fatto che questa fetta diventi sempre più consistente. Che per avere un posto nella pubblica amministrazione ti serva una conoscenza obbligatoria dell’inglese e per di più certificata (mica è gratis!) è sicuramente inaccettabile.
    Io non sono per il protezionismo linguistico al livello della Francia del passato, se una lingua va in una direzione per volontà dei parlanti, pace, ma di solito, l’uso quotidiano non viene agevolato così sfacciatamente da chi dovrebbe conservare lo status quo, come la scuola o le autorità nazionali.
    Di solito, il cambiamento di una lingua richiede tempo, ma qui si va per corsie preferenziali e mi lascia piuttosto perplesso.

    Probabilmente, se venissero realizzati dei prodotti di intrattenimento e culturali di buon livello – io punto ai miei amori, narrativa fantastica, cinema di fantascienza etc. – e si desse loro un risalto dovuto al loro valore, senza dividersi in conventicole, si potrebbe arginare o ridimensionare la tendenza nel corso di qualche decennio, ma a scuola si prende in considerazione quasi esclusivamente vecchiume noioso e non all’altezza dei cambiamenti del mondo.
    Non che questa mia ricetta sia l’unica soluzione, bisognerebbe lavorare su diversi livelli (per esempio, rifiutare certe impostazioni del lavoro tipicamente statunitensi come mangiare tutto il tempo di chi lavora): la lingua riflette e descrive l’andamento della vita di chi la parla, oltre a influenzarla.

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    • Quando scrivi che la certificazione mica è gratis tocchi un nodo esplosivo. Gli unici che parlano della novità dell’inglese obbligatorio sono infatti i siti delle scuole che certificano e insegnano l’inglese. Per loro è una manna, ma il punto è che il progetto di fare dell’inglese la lingua internazionale a noi non conviene affatto, conviene a inglesi e americani, anche se la nostra classe politica sembra non capirlo e sembra ignorare completamente che non è nel nostro interesse. Alcuni economisti hanno cercato di calcolare quanto ci costa dover passare all’inglese, e sono cifre enormi. I Paesi anglofoni, non hanno questi costi e possono destinare i loro soldi ad altro, e non studiano altre lingue, godendo di tutti i vantaggi di esprimersi internazionamente nella loro lingua madre.

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    • Apprezzo che parlino di “novella grafica”, un po’ meno il target e lo spot… Comunque benvengano queste iniziative, ce ne vorrebbero di più. Il punto è che se non sono seguite da cose concrete nella politica di tutti i giorni rischiano di diventare come una festa da celebrare una volta all’anno, per mettere a posto la coscienza, che incide poco sulla realtà.

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      • Va bé, almeno nei confronti di “target” hanno menzionato anche i “destinatari” (anche se avvenuto nel testo in piccolo anziché nel titolo in grassetto).

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      • “Novella grafica” non è che mi entusiasmi molto, avrei preferito un calco semantico più che formale (romanzo, no?), sempre meglio di graphic novel, ok. Però “hastag” (sic) invece mi fa quasi sbellicare 😉
        Ciò detto da una fiera di avere l’intero curriculum, dall’asilo alla laurea, completamente privo di inglese 🙂

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  2. Così avremo tutta la categoria insegnante perfettamente anglicizzata e che influenzerà in tal senso anche i propri alunni. L’intento è chiarissimo come tu perfettamente denunci. Siamo governati e diretti da una classe dirigente servile ed antinazionale, lo si riscontra in tutti gli ambiti e quindi anche in quello linguistico. Corriamo davvero il rischio di sparire come nazione sia geograficamente che culturalmente e questo alla faccia di tutte le dichiarazioni finto patriottiche che sentiamo fare da questi dementi alle televisioni.
    Gravissimo non avere alcuna forza politica neppure minuscola nè alcun media che sia sensibile a questo enorme pericolo che ci sovrasta. Qualche eccezione però potrebbe esserci.. Vorrei infatti segnalarti un video riguardante un’intervista che un giovane (e promettente) giornalista della redazione di Byoblu, Edoardo Gagliardi ha realizzato con il cronista investigativo Franco Fracassi. Il tema trattato è quello delle cosiddette “rivoluzioni colorate” con le quali gli Usa hanno sostituito i più tradizionali colpi di stato per ricondurre sulla “retta via” le nazioni più riottose. Il discorso si fa però veramente interessante quando, prendendo spunto dalle cosiddette “primavere arabe” l’intervistatore si pone l’interrogativo del perchè siano state organizzate contro paesi come l’Egitto e la Tunisia che già si trovavano nell’orbita occidentale. E la risposta di Fracassi è stata che in realtà queste operazioni più che al sovvertimento politico tendono alla cooptazione culturale di questi paesi. Nel caso dell’Egitto infatti, dice sempre Fracassi, la gente era del tutto estranea ad esempio a tutto il sistema di intrattenimento occidentale, non sapevano neppure chi fossero i Beatles. Non hanno parlato del ruolo della lingua ma è chiaro che ci sono andati davvero vicini Il video poi termina con l’auspicio di Gagliardi di rincontrarsi presto e parlare magari proprio del nostro paese e di come questo tipo di manipolazioni abbiano agito ed agiscano da noi.
    Ecco l’ho presa un po’ alla larga, ma era per dirti che forse contattare questo giornalista vista la sua curiosità a scavare nelle questioni (come dovrebbero avere tutti i veri giornalisti) per parlare di colonialismo linguistico in Italia potrebbe essere una buona idea. Come ben saprai Byoblu è da considerarsi ormai un media, già presente in tre regioni sul digitale terrestre, lo sarà presto su tutto il territorio nazionale.
    Il video in questione è questo

    il sito di Gagliardi questo

    https://www.edoardogagliardi.it/

    Ciao.

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    • Grazie delle segnalazioni. Le nuove forme di politica estera statunitense che mirano a infiltrarsi in tutto il mondo per appoggiare e controllare hanno di sicuro delle connessioni con il progetto del controllo culturale ed economico che si porta dietro anche la questione della lingua. Non credo che in Italia ci sia però un controllo esercitato direttamente, più semplicemente siamo stati – non sempre in modo consapevole – colonizzati mentalmente a partire dagli anni ’40, dal piano Marshall in poi, attraverso il sogno americano, il cinema, la tv, la Rete… Il risultato è un’americanizzazione della società, tra merci, cultura e pressioni economiche ormai vissuta in modo naturale. Prendi la sinistra, dall’anitamericanismo degli anni ’70 si è clonata da sola sul modello statunitense: il partito democratico, le primarie, il linguaggio renziano degli act al posto delle leggi, la cosiddetta seconda repubblica e il tentativo forzato di introdurre un bipartitismo che non ci apartiene… Tutto questo è frutto delle scelte di una classe dirigente colonizzata, non di un “complotto” che arriva da fuori. Insomma le rivoluzioni colorate si tentano ma non funzionano quasi mai negli intenti e fuor dalla propaganda, come ha detto il giornalista intervistato. Invece quello che funziona è l’asservimento culturale della classe dirigente procede poi da sola all’emulazione di certi modelli. Apoggiare il progetto dell’inglese globale come lingua internazionale a noi non conviene, ma i nostri politici, che pensano di essere americani, non lo capiscono.

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      • In effetti mi chiedo: se dagli anni 70 fino al 1989 la sinistra italiana era più anti-americanista allora perché dopo il crollo del Muro di Berlino ha abbandonato quel pensiero critico, agendo così come colonizzata e collaborazionista ?

        Inoltre sebbene il cosiddetto Piano Marshal (così come la massiccia fruizione di opere commerciali e reti statunitensi) abbia coinvolto l’intera Europa tuttavia solo la nostra dirigenza italiana (seguita da quella olandese e scandinava) si dimostra totalmente zerbinata, mentre gli altri paesi europei invece si impegnano a fare più resistenza dal punto di vista linguistico/culturale (nel caso della Germania però gli anticorpi sono metà e metà). Possibile che proprio in Italia doveva capitarci dei capoccia così inetti ? (senza però fare distinzioni di partiti). Che ingiustizia !

        Nel frattempo la nostra petizione sta ancora raccogliendo stabilmente altre firme…

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        • Il crollo del muro ha americanizzato tutto e prodotto la globalizazione. Dall’anglicizzazione non è esente né la Russia né le ex repubbliche dell’URSS. Quanto al piano Marshall, non tutta l’Europa ne ha subito le consegenze politico-economiche e dunque culturali. La Spagna era neutrale e ne era fuori, gli aiuti sono arrivati successivamente per farne un Paese Nato. La Francia usciva vittoriosa dalla guerra, non come noi, che eravamo fascisti, e abbiamo avuto il governo provvisrio degli alleati (Amgot): De Gaulle non ha permesso che dopo lo sbarco in Normandia la Francia diventasse una provincia statunitense, e ha mantenuto la sua autonomia politica e linguistica. Da noi ci sono ragioni storiche molto diverse.

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      • Sono d’accordo. Resta il fatto che il colonialismo linguistico e culturale, sia che sia “spontaneo” oppure indotto non è percepito praticamente da nessuno in Italia, nè nei media, nè nella politica. C’è bisogno di trovare tribune disposte a parlarne altrimenti questi procederanno fino a combinare guai che possono risultare alla fine irreparabili.

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