L’inglese e la nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza

Cultura e scuola non sempre viaggiano sugli stessi binari. Purtroppo la scuola ha preso da qualche tempo una brutta piega e, nel suo americanizzarsi, di tanto in tanto produce qualcosa che è il contrario della cultura come l’abbiamo sempre intesa.

Per fortuna nella scuola pubblica l’anglicizzazione del linguaggio è marginale, e non riguarda le lezioni degli insegnanti che parlano ancora in italiano. Il mondo della formazione, però, e in particolare il linguaggio con cui ci si rivolge agli insegnanti, per formarli, è decisamente virato verso l’itanglese.

Sul sito Tecniche della scuola si può leggere un articolo come: “Attività di debate per favorire il cooperative learning e la peer education” (Aldo Domenico Ficara, 31/01/2020), ma ce ne sono tantissimi altri scritti con lo stesso stile e criteri. Il titolo contiene tutto il paradosso del nostro problema, culturale, prima che linguistico. Le nostre radici sono sistematicamente recise e sostituite da una nuova cultura che importiamo ma non ci appartiene: nei concetti, e nel linguaggio che si esprime con la terminologia in inglese.

Leggendo questo pezzo sulla didattica – o forse dovremmo dire sul learning se vogliamo suicidarci per bene – scopriamo che nella suggestiva cornice di Villa Bassetti, a pochi passi dall’eremo di Santa Caterina del Sasso, a Leggiuno (nel Varesotto), si è tenuta la prima Debate Academy Italiana. L’ossimoro di tanta italianità di una cornice che però contiene un quadro che si esprime in inglese dovrebbe stridere. Ma non è così, sembra tutto normale, come normale è diventato insegnare in inglese invece che in italiano, e in molti casi diventa persino un vanto! E infatti alla manifestazione hanno partecipato prima i 23 studenti che hanno alternato attività di dabate tenute in lingua inglese a un corso di vela a Laveno (un abbinamento culturale un po’ curioso). Solo in un secondo tempo sono arrivati altri 25 studenti che hanno potuto partecipare alle sessioni anche in lingua italiana.
Scorrendo l’articolo, dopo le premesse del titolo in un inglese volutamente non spiegato, finalmente arriva la rivelazione per gli “ignoranti”: la metodologia didattica chiamata debate consiste in un confronto nel quale due squadre (composte ciascuna di due o tre studenti) sostengono e controbattono un’affermazione o un argomento dato dall’insegnante, ponendosi in un campo (pro) o nell’altro (contro). Il debate (che significa semplicemente dibattito) è quindi definito una “metodologia che permette di acquisire competenze trasversali (life skill) e curricolari, smontando alcuni paradigmi tradizionali e favorendo il cooperative learning e la peer education, non solo tra studenti, ma anche tra docenti e tra docenti e studenti”.

Ci rendiamo conto del livello che abbiamo raggiunto? Il dibattito, l’arte dell’argomentare che una volta era la dialettica, il contraddittorio, la disputa, la controversia scientifica, il confronto politico o culturale tra due tesi è ridotto a un debate che assomiglia più a un programma (o format) televisivo. Questa è la terminologia – e la prassi – che ci stanno imponendo, insegnando non è la parola più adatta. Si tratta di un calcio a millenni di storia e di filosofia, dalla retorica di Greci, sofisti e aristotelici alle dispute medievali che prevedevano l’avvocato del diavolo, dal saggio sulla libertà di John Stuart Mill che esaltava il valore euristico del confronto che corrobora le proprie idee attraverso la confutazione delle tesi avversarie, alla dialettica di Hegel e di Marx… La nostra cultura, accumulata in millenni di storia del pensiero occidentale attraverso un linguaggio che racchiude in sé secoli di stratificazioni celati nella parole, è improvvisamente stata annullata attraverso l’importazione del debate, ridicolo frutto del pragmatismo spicciolo e di una nuova “cultura” che si esprime in inglese, ma è solo l’importazione dell’ignoranza. E sembra più una supercazzola che una metodologia didattica.

Il problema è che di esempi del genere se ne possono fare migliaia, dallo speed mentoring e il role model al circle time e la token economy. La formazione e alcuni settori della didattica sono ormai in larga misura fatti di queste idiozie. Che cosa sono le life skill? Le possiamo tradurre con competenze trasversali o cognitivo-relazionali (come si è sempre detto in psicologia), ma anche questo tipo di traduzioni non fa che ricalcare qualcosa che ci è estraneo. Cercando in Rete le definizioni di questi concetti si possono trovare spiegazioni come: “Con il termine life skills si indicano tutte quelle capacità umane che si possono acquisire per insegnamento o per esperienza diretta, che possono tornarci utili ogni giorno per risolvere problemi, rispondere a domande, affrontare situazioni che la vita stessa ci pone davanti giorno dopo giorno. Le competenze per la vita sono da intendersi come un gruppo di abilità relazionali, emotive e cognitive che aiutano ogni individuo in ciascun ambito della sua vita.”

L’espressione inglese è dilagata in seguito a un modello sviluppato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Lsbe: Life skill based education) che ha tentato l’elencazione di queste skill (consapevolezza, pensiero critico e creativo, empatia, gestione delle emozioni…) e si è diffuso soprattutto nell’ambito della didattica, dove si mira a insegnare e sviluppare questo tipo di capacità definite in molti casi attraverso l’inglese, visto che includono il problem solving, il decision making (capacità di prendere decisioni) o la gestione dello stress. Nell’ambito del lavoro queste stesse cose sono chiamate invece soft skill, e indicano molto semplicemente la capacità di relazionarsi con gli altri e di lavorare in gruppo, cioè una predisposizione slegata dalle competenze acquisite. Il punto è che il linguaggio della formazione prepara al linguaggio del lavoro, che ormai si è appiattito su concetti e termini inglesi. Ma anche il linguaggio dei giornali riprende lo stesso criterio, e le occorrenze di espressioni come queste sono infinite: “…è cosi che si favorisce anche l’acquisizione di competenze trasversali (life skill) (La Nazione, 19/1/2017); “…è un classico esempio di ‘soft skill’ o ‘life skill’, cioè di competenza trasversale, non strettamente legata a un sapere” (La Repubblica, 11/9/2014); “Sono 10 e si possono imparare, allenare, sviluppare: sono le ‘life skills’ o ‘competenze per la vita’ (greenMe.it, 31/8/2017); “…una metodologia per acquisire competenze trasversali («life skill»)” (La Tecnica della Scuola, 4/10/2019)…
Dov’è la novità, in questi concetti, a parte che si dicono in inglese come fossero cose nuove e moderne?
Non solo facciamo evolvere l’italiano quasi esclusivamente attraverso l’importazione dell’angloamericano (la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo), ma lo stesso accade per la nostra cultura, perché il linguaggio è lo strumento per ricostruire e interpretare la realtà.

Ripenso a Pasolini, a quando esaltava la dignità della cultura popolare dei contadini e delle masse – in un certo senso la saggezza – in contrapposizione alla cultura scolastica ed erudita. Ripenso alla storica differenza tra i saperi tecnici e professionali e l’esperienza di vita, alle massime di buon senso come “è pieno di imbecilli laureati e di persone che pur non avendo compiuto degli studi sono comunque preparate e intelligenti”, ai dibattiti pedagogici imperniati sulla differenza tra la cultura nozionistica e quella critica, alle valutazioni curriculari sulle attitudini di un candidato e non solo sulla sua esperienza… Tutto ciò viene cancellato dalla nostra storia e ridefinito in itanglese, imposto dall’alto al basso con una nuova terminologia che taglia le nostre radici e germoglia sulla loro uccisione e morte, in una metafora di cultura e coltura che mi pare calzante.

Ripetiamo le direttive culturali dell’Oms, che parla e pensa in inglese, in modo servile e acritico. Le facciamo nostre in un tabula rasa del nostro passato.

Omnia ex Usa

In un bellissimo ciclo di incontri in radio sul linguaggio, nel 1994, un intellettuale come Giuseppe Pontiggia rifletteva su un episodio che mi pare molto significativo. Quando il sociologo russo Pitirim Aleksandrovič Sorokin migrò in America, non ebbe una buona opinione di quell’ambiente culturale perché vedeva le proprie idee saccheggiate dai colleghi e trasposte in un altro linguaggio che non era il suo e grazie al quale questi colleghi riuscivano a far passare come propri i concetti espressi dal sociologo russo. Sorokin si accanì contro questi “travestimenti verbali” che servivano per occultare i furti di cui era vittima [cfr. Mode ed utopie nella sociologia moderna e scienze collegate, Editrice universitaria G. Barbera, Firenze 1965] e arrivò all’esplicita denuncia di plagio nei confronti del sociologo Talcott Parsons. Ma al di là dei plagi e della malafede, su cui non voglio entrare, sotto questo aneddoto traspare tutto il problema culturale della nostra americanizzazione. Tutto sembra arrivare dagli Usa, tutto è ridefinito con questi nuovi paradigmi che si esprimono in inglese e fanno piazza pulita del nostro pensiero, insieme alla nostra lingua. Questo tipo di “cultura” apparente, che ridefinisce le nostre categorie storiche, ci sta portando a pensare con i concetti-termini inglesi e attraverso le loro immagini mentali. Uno studente del Politecnico di Milano che è obbligato a ricevere le lezioni in inglese, o uno studente dell’Humanitas della stessa città, dove la medicina si insegna in inglese, finirà per pensare in inglese, perderà la terminologia e la capacità di esprimersi nella sua lingua madre; sarà costretto, se proprio lo deve fare, a tradurre il suo pensiero in italiano, sempre che esistano le parole, visto che in molti casi circolano solo gli anglicismi. E ciò vale anche per l’insegnamento in italiano che però è l’acritica trasposizione di paradigmi americani i cui concetti chiave sono espressi con una terminologia americana. Il risultato è un italiano apparente, l’itangese. Questo modo di fare scuola sembra non essere consapevole del legame per cui il linguaggio influenza il nostro modo di pensare. Oppure, se per caso deve riflettere su queste cose in modo astratto, tira in ballo l’ipotesi formulata da Sapir Whorf, come fosse il frutto di un’innovazione americana (di cui ho già accennato) e non del filosofo tedesco Von Humboldt, in una sudditanza culturale dove sembra che ci siano solo gli Stati Uniti e tutto è reinterpretato come un prodotto della loro cultura ed espresso nella loro lingua.

Lucio Fontana, celebre per i suoi tagli, era furibondo per il fatto di essere considerato come un sottoprodotto dell’arte americana. “Se io dico che ho fatto i neon” spiegava riferendosi alle sue installazioni artistiche luminose, chi sta facendo i neon negli Stati uniti “dice che sono un sottoprodotto degli americani. E loro non accetteranno mai che tu hai fatto i neon vent’anni fa, non io, ma anche Vantongerloo”, che era un artista belga. “Io vorrei, domani, fare un congresso internazionale e aggiornare trent’anni, quarant’anni di pittura e far vedere agli americani che loro non sono in niente precursori, oggi come oggi, dell’arte europea, che loro dicono che l’Europa è finita.”
[L’intervista integrale contenuta in Carla Lonzi, Autoritratto, De Donato editore, Bari 1969, è riportata nell’introduzione di Giorgio Kadmo Pagano in Robert Phillpson, Americanizzazione e inglesizzazione come processi di conquista mondiale, Esperanto Radikala Asocio, 2013].

Quando un giornalista italiano fece vedere a Dan Aykroyd il filmato di Jannacci e Gaber che negli anni Sessanta cantavano Una fetta di limone, un pezzo rock-blues interpretato in completo giacca e cravatta nere su camicia bianca, occhiali neri, capello nero… l’attore americano pensava che fossero imitatori dei Blues Brothers di cui era stato l’interprete, e non riusciva a credere che si trattasse di un “plagio ante litteram”. Perché solo così si può ormai interpretare ciò che non è americano, dove ciò che conta non è chi ha inventato qualcosa, ma chi lo impone in tutto il mondo, con le proprie parole e i propri concetti. Quello che c’era prima o che esiste al di fuori viene semplicemente ignorato e cancellato. Sotto il fenomeno dell’anglicizzazione della nostra lingua c’è questa “ignoranza”, questa ben più profonda colonizzazione culturale che si è ormai fatta strada tra i nostri intellettuali, politici, giornalisti, imprenditori, scienziati che hanno perso le proprie radici e pensano e parlano a stelle e strisce. E fuori dalla cultura alta, se guardiamo agli altri centri di irradiazione della lingua e del pensiero, siamo messi anche peggio. La nuova anglo-cultura di massa è propagata dalle menti colonizzate dei tronisti della televisione o della Rete che si fanno chiamare influencer o youtuber, a loro volta formati attraverso la “cultura” che è ormai quella dei canali satellitari che entrano nelle nostre case e ci abituano a ben precisi stili di vita, visioni del mondo e parole d’oltreoceano, che non sono nostri, ma che alla fine interiorizziamo e facciamo nostri.

Se non riusciamo più a fare tesoro della nostra cultura storica, a partire dalla formazione, dalla didattica e dalla scuola, significa che siamo un popolo ormai finito, sulla via dell’americanizzazione non solo linguistica, ma esistenziale. Stiamo facendo la fine degli Etruschi che si sono suicidati in un’assimilazione alla cultura romana che li ha inglobati fino a farli estinguere.

28 pensieri su “L’inglese e la nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza

  1. Parole sante ! E non dimentichiamoci dell’eccessiva semplificazione delle lezioni scolastiche, con conseguenza che le nuove generazioni rischiano di emergere con una capacità culturale troppo limitata (abbastanza da farsi trascinare sia dal sovranista di turno e sia da quegli imbecili che popolano la giungla di YouTube).

    L’episodio di questo povero sociologo russo mi fa ricordare quello di Thomas Edison quando “rubò” l’invenzione della lampadina ad Alessandro Cruto.

    E c’è anche un caso inverso, cioè quello dei biscotti della fortuna (un invenzione spacciata per cinese quando si tratta in realtà di un invenzione “americana”).

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    • Non tutti i “tubisti” sono imbecilli, c’è anche gente che fa cose lodevoli, e per es, Douglas Mortimer ha fatto ben due pezzi sul pericolo dell’inglese e la crisi dell’italiano.
      Tra le controversie sulle priorità il caso più eclatante è quello di Bell e Meucci, in ogni caso la rivoluzione industriale di fine 800 ci ha lasciato il telefono e la lampadina non lo smartphone come quella internettiana o la lamp. E la tecnologia senza fili inventata da Marconi oggi ci ritorna sotto il nome di wireless (termine entrato in inglese in seguito all’invenzione marconiana) riferito a Internet.
      Quanto alla scuola ho notato il poliferare dei questionari a domanda multipla, tipici dell’approccio statunitense che è spesso quantitativo e molto diverso da quello qualitativo che da noi privilegia la riflessione storica-critica, o l’esposizione. Forse quello che chiamano “debate” per loro è innovativo, agli occhi di un italiano come me, laureato in filosofia che sul confronto dialettico si è formato, fa molto ridere. Ma anche piangere.

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      • Tranquillo, lo so che su YouTube ci sono anche le eccezioni, come Appunto “Douglas Mortimer”, certamente (così come i canali video sulla divulgazione storica-scientifica) . Però mi riferivo alla restante maggioranza dei “tubbisti” che invece considero da cattivi esempi per i nostri figli (tipo FaviJ, Me contro Te… tutti personaggi che per me che sono nato nel 1991 sono semplicemente insopportabili).

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  2. Finalmente qualcuno che ha capito come stanno le cose!
    Non capisco perché solo in questo paese la gente è convinta che nel futuro parleremo tutti inglese.
    Usiamo un sacco di parole inglesi spacciandoli per internazionalismi (mouse,password,privacy si usano quasi esclusivamente da noi) e addirittura molti credono che utilizzarli li faccia sembrare più intelligenti quando in realtà i primi ad abusarne sono proprio gli ignoranti

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  3. A me non piace neppure che abbiano messo già in prima elementare l’inglese come materia di studio obblgatoria. Quando i nostri bimbi si accingono ad imparare la loro lingua madre dal punto di vista formale si ritrovano quell’altra da assimilare in parallelo come se ormai il nostro paese debba essere impostato sul bilinguismo. Di questo passo faremo la fine di Hong Kong o peggio delle Hawaii.

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    • C’è un progetto internazionale per condurre tutti i Paesi sulla via del bilinguismo, dove l’inglese deve diventare la lingua globale. L’Italia si è adeguata e ormai l’nglese è diventato un obbigo nella scuola, persino gli insegnanti per accedere ai concorsi devono sapere l’inglese, mentre fino a poco tempo fa c’era la possibilità di conoscere una lingua diversa. Tutto cià è il contrario del plurilinguismo, è la dittatura dell’inglese.

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      • In realtà, in teoria dovrebbe valere ancora (almeno non conosco circolari o decreti che la neghino) la raccomandazione della UE, accolta allora dal ministero della Pubblica Distruzione, di studiare ALMENO DUE lingue straniere (per cui una dozzina di anni fa era stata introdotta obbligatoria alle scuole medie inferiori – ops, superiori di I grado – una seconda lingua straniera, che prima esisteva solo in sezioni con sperimentazione, anche se solo con due ridicole ore settimanali).
        Trovo veramente vergognoso e inqualificabile che qualcuno che voglia insegnare filosofia, matematica o magari una lingua straniera che non sia l’inglese debba per forza dimostrare una comprensione di inglese scritto a livello B2, chissà cosa gli serve! Tra l’altro non c’era stato nessun avviso in questo senso, ora pubblicano il bando di concorso e uno improvvisamente deve mettersi a leggere inglese, ma siamo folli??
        Invece metterei storia (del XX ec.) come materia obbligatoria per chiunque voglia insegnare.

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        • Sono perfettamente d’accordo con te. La cosa sporca è che quando introducono le leggi sulle altre lingue parlano di plurilinguismo, dunque non c’è scritto che la seconda lingua deve essere l’inglese (anche se di fatto è quasi sempre così). Poi zitti zitti dopo qualche tempo sostituiscono “altra lingua” con “inglese”, passando dalla democrazia linguistica alla dittatura di una lingua sola, come nel bando che mi pare mi avessi segnalato proprio tu (https://www.orizzontescuola.it/concorso-scuola-certificazione-o-conoscenza-della-lingua-inglese-b2-facciamo-chiarezza/). E la cosa più allucinante è che tutto passa in silenzio, senza che i giornali né parlino e che nessuno protesti o si ribelli. Siamo sempre più una colonia a partire dalle nostre menti, rassegnate a fare dell’inglese un obbligo e una discriminante. Una lingua “franca” che però non è un’interlingua neutra, è la lingua madre di inglesi e angloamericani -popoli dominanti e colonizzatori – che nei loro sistemi scolastici non apprendono nessun’altra lingua in modo obbligatorio, ma soltanto facoltativo e di fatto non studiano le altre culture, impongono la popria a tutti quanti. E noi, deficienti, invece di opporci aiutiamo questo disegno di imposizione dell’inglese globale che non è affatto nel nostro interesse. Anzi… è per noi un costo altissimo e ci danneggia.

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          • Infatti, ne avevamo parlato ad agosto, quando sembrava che il concorso dovesse svolgersi online e quindi solo comprensione scritta, ora (mi informerò meglio, è stato pubblicato sulla Gazzetta solo un paio di giorni fa) penso che si debba sostenere un colloquio, sempre di livello B2. E, sempre come te, sono basita che nessuno protesti, nemmeno si meravigli, nemmeno i sempre agguerriti francesisti (ispanisti e germanisti di solito chinano la testa)!

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          • Spero solo che in futuro questa egemonia angloamericana possa implodere esattamente come l’impero romano (la storia come si sa è ciclica, per qualsiasi impero arriverà sempre la fine dei giorni).

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            • A be su tempi lunghi siamo tutti morti 🙂
              Per il momento l’angloamericano è come il latino della Roma imperiale, e nonostante l’uscita del Regno Unito, e nonostante sia di fatto una lingua extracomitaria, continua a essere la lingua del lavoro dell’Europa! Le implosioni non sono in vista…

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              • D’accordo ma comunque (non importa quando e come) un cambiamento dovrebbe avvenire nel futuro prossimo venturo (anche senza essere apocalittici).

                Stessa cosa anche per quanto riguarda l’inglese “extracomunitario” in Europa.

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          • Non sono d’accordo conquesto. E’ verissimo che gli anglosassoni sono dominanti, ma non mi pare che nessuno di loro sia venuto in Italia con le armi in mano e ci abbia obbligati ad usare inglesisimi ed a diventare quello che siamo culturalmente, linguisticamente, economicamente, ecc.. Siamo stati noi a farlo. sono i cosiddetti intelligenti italiani che lo fanno per partito preso o per noncuranza. Finche’ noi non facciamo niente, niente cambiera’ ed il cambiamento potra’ venire solo dal basso, solo se il popolo si ribella invece di accettare tutto perche’ “tanto non vale protestare”, come mi viene sempre detto. E protestare non significa fare la guerra, ma significa scrivere lettere, fare dimostrazioni, identificare chi sono i politici che dovrebbero aiutare ma non lo fanno; e non rieleggerli,…
            Recentemente, ho fatto delle traduzioni per un amico che voleva fare domanda per ottenere fondi europei. La domanda doveva essere in inglese, francese o tedesco; non poteva essere in italiano! Di chi e’ la colpa? Per me e’ solo nostra. Noi abbiamo il governo che abbiamo eletto e quindi ci meritiamo. Tra parentesi, sono sinistroide, non estremista, quindi…

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            • L’esterofilia degli italiani è antica ha delle ragioni storiche. L’anglicizzazione dell’italiano è cominciata nel secondo dopoguerra, e dopo un ventennio di restrizioni e di esterofobia – anche linguistica – i prodotti culturali e gli stili di vita angloamericani sono stati apprezzati agli italiani. In un quadro di espansione politica, economica e culturale (piano Marshall, Nato, Onu, cinema…) ciò che veniva d’oltreoceano è diventato un mito (jeans, coca cola, rock, juke-box, Hollywood…) e negli anni ’50 ha cominciato a diffondersi anche una sorta di “lingua dell’ok” dove gli anglicismi erano preferiti dal basso. Era l’epoca in cui Renato Carosone e Alberto Sordi ci scherzavano con il “Tu vuo’ fa l’americano” e “Un americano a Roma”. Numericamente il fenomeno non era preoccupante dal punto di vista linguistico. Ma è cresciuto decennio dopo decennio in modo anomalo, e negli anni ’80 ha raggiunto una dimensione allarmante, che poi è continuata negli anni ’90 con internet e la globalizzazione, per travolgerci nel nuovo Millennio. L’americanizzazione culturale, economica e linguistica è un fenomeno mondiale dovuto all’espansione non attraverso le armi, certo, ma attraverso le multinazionali. Quello che manca in Italia, a differenza di Francia e Spagna per esempio, è una resistenza dall’interno che argina il fenomeno. Lo agevoliamo dall’interno. Ora, ciò che caratterizza gli anni 2000 è che la nostra classe dirigente e politica si è anglicizzata nella testa prima che nella lingua. L’inglese che straborda in ogni settore (lavoro, economia, scuola, pubblicità, internet, giornali…) non è più la lingua dell’ok preferita dal basso, ma è imposta dall’alto, dalla politica e dagli altri centri di irradiazione della lingua e del potere, con il risultato che molti anglicismi risultano incomprensibili a larga parte della popolazione. Su questo processo pesa il progetto internazionale di imporre l’inglese come lingua mondiale della comunicazione, che porta a insegnare in inglese al Politecnico, nel far diventare l’inglese requisito obbligatorio per i concorsi, insegnarlo nelle scuole come unica lingua straniera, e farlo diventare la lingua del lavoro in Europa estromettendo l’italiano. Questo ultimo fatto stato denunciato per esempio da Camilleri in un breve video che avevo già citato (https://vdnews.tv/video/camilleri-lingua-italiana) e la colpa è dei nostri politici, certo.

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              • Concordo, infatti (soprattutto) i giornalisti e i mezzi di comunicazione in genere perseverano in questo uso e abuso di parole inglesi, ormai scegliendo anche parole di difficile pronuncia (endorsement) oppure “mistress” nella cronaca rosa. Si ha proprio l’impressione che lo facciano apposta per farci il lavaggio del cervello…

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  4. Sono molto interessato al problema degli anglismi in Italia e quando ho visto il vostro sito ho cominciato a leggerlo con piacere e vorrei partecipare con qualche osservazione.
    Premetto che sono italiano, nato in Italia dove sono rimasto fino a dopo il liceo. Dal 1958 vivo negli USA dove mi sono laureato ed ho lavorato. Ora sono in pensione.

    Sono tornato spesso in Italia e fino a poco tempo fa leggevo vari giornali italiani sull’Internet. Sono rimasto sempre rattristato nel vedere che in Italia si usano sempre più anglismi, la maggioranza dei quali sono inutili perché ci sono parole italiane con lo stesso identico significato.

    Parecchi anni fa ho comiciato il sito IPLI.COM per cercare di combattere il dilagarsi dell’uso di anglismi in Italia (tra parentesi, IPLI sta per “Italiani Per l’Italiano).
    Siccome ero e sono convinto che questa situazione non verrà cambiata dall’alto (quindi la lettera a Mattarella non aiuterà), ma potrà cambiare solo se la maggioranza degli italiani vorrà cambiarla, nel mio sito c’era anche una pagina che indicava un modo per farlo. Infatti, suggerivo che ogni lettore del sito facesse due cose molto semplici: Una, scrivere ad un giornale italiano ed a una TV italiana che non avrebbe più comprato il giornale o guardato il loro canale se continuavano ad usare anglismi inutili. Due: convincere due amici a fare la stessa cosa. Naturalmente, il sito conteneva anche molte altre pagine che non elenco qui.

    Dopo qualche anno, vedendo che ricevevo complimenti da molti ma nessuno faceva niente, mi son arreso ed ha chiuso il sito.

    Ho scritto questo non per lamentarmi, ma solo per dire che non sono nuovo a questo problema. Ed ora varrei fare alcuni commenti sul vostro sito e sul problema.

    Ho l’impressione che in Italia si creda che le parole inglesi siano magiche: hanno significati che le corrispondenti parole italiane non hanno, sono più esatte e poi si usano giri di parole per spiegarle.
    Ecco un esempio:
    Il vostro articolo sembra dire che il significato della parola inglese Debate sia differente da quello della parola italiana Dibattito. Se si esaminano i rispettivi dizionari, si vedrebbe subito che il significato di queste due parole è identico nelle due lingue.

    In Italia, come ho detto, spesso si usano giri inutili di parole per espressioni inglesi altrettanto inutili.
    Un esempio, sempre dal vostro articolo:
    Life skill può essere tradotto semplicemente ed elegantemente con Capacità umana.

    Se, parlando in inglese con un inglese, chiedessi “What are your life skills” mi capirebbe esattamente come mi capirebbe un italiano se gli chiedessi “Quali sono le tue capacità umane”. Tra parentesi sarei curioso di sapere che direbbe se gli chiedessi quali sono le tue competenze trasversali, almeno che il mio interlocutore non fosse un esperto.

    Ecco un altro esempio di usare il significato sbagliato di parole inglesi: l’espressione decision making non indica la capacità, ma solo l’atto di prendere una decisione. Se indicasse la capacità, come tradurremmo “I have no decision making capacity”?

    Il problema della lingua e cultura italiane è enorme e non so se potrà essere risolto. Sono però convinto che la soluzione potrà venire solo dal basso, come ho detto prima, e che presto non sarà più possibile. È necessario affrontare coloro che le danneggiano, per partito preso o per noncuranza, senza mezze parole, anche ridicolizzandoli. E bisogna farlo con convinzione, continuità, curatezza e coerenza (qui mi chiedo perché il libro “L’italiano for Dummies” e non “L’italiano per Ottusi”, per esempio?). Altrimenti è solo perdita di tempo.

    Queste mie osservazioni sono solo critiche costruttive e spero che saranno prese come tali. Continuerò a leggere il vostro sito e vi auguro tanto successo.

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    • È vero che ciò che suona inglese è “magico” e spesso l’importante non è che sia inglese, ma che suoni inglese. Dunque nascono pseudoanglicsmi ridicoli (smart working) oppure importiamo parole in inglese di cui avremmo alternative, ma l’inglese ci pare diverso e più evocativo (lockdown). Le parole non hanno solo una denotazione per cui dibattito e debate sono equivalenti, ma anche una connotazione, e allora succede che debate suoni più professionale, moderno, internazionale e “magico”. Questo a lungo andare fa morire le parole italiane, come è successo a calcolatore/elaboratore ormai inutilizzabili davanti a computer. Rimane il fatto che molti anglicismi sono il risultato dell’espansione delle multinazionali, che ci impongono la loro lingua: Twitter impone i follower o Microsoft il download nelle interfacce dei programmi, e a noi non resta che ripete ciò che leggiamo. La collana for Dummies che un tempo era per gli imbranati o per i nuls in francese, oggi si lascia intoccabile in inglese per accordi commerciali con la casa madre e non siamo certo liberi di cambiare quel marchio, così come non si traducono più i titoli dei film statunitensi.
      Su forme di protesta dal basso e lo scrivere ai giornali sfondi una porta aperta, e un paragrafo del libro “Diciamolo in italiano” invitava proprio a fare questo.
      Il mio cercare di fare qualcosa, nel mio piccolo, si basa su varie azioni:
      – produrre dati, riflessioni e denunciare il fenomeno dell’itanglese che alcuni linguisti negano (su questo sito)
      – promuovere le alternative italiane (sul sito AAA alternative Agli Anglicismi)
      – aggregare una comunità di “attivisti dell’italiano” disposti a fare qualcosa e protestare (sito Attivisti dell’italiano)
      – e infine anche fare pressioni sulla politica: dall’alto. Questo aspetto è importantissimo, e in Francia e Spagna funziona. Da qui la petizione a Mattarella, dopo che ho scritto a Di Maio, alla Meloni e ad altri politici che non mi hanno mai risposto. A dire il vero ho scritto anche a tutti quelli che si sono espressi pubblicamente contro l’abuso dell’inglese come Riccardo Muti, Elio delle storie tese, Nanni Moretti, Riccardo Muti, Enrico Montesano… sempre senza risposte.

      Questo per dirti che non siamo poi così distanti nel vedere il fenomeno. Ma per ipotizzare una protesta dal basso ci vuole un lavoro e una risonanza che non è facile raggiungere. Io, però, ci sto almeno provando.

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    • Per me, un modo rapido e diretto di segnalare il proprio disappunto (diciamo così) è quello di cinguettare, ossia di inviare dei tweet non appena si vede o sente uno strafalcione in tv.
      Se non sbaglio, a giugno Mattarella è andato in visita a Brescia con un protocollo diverso dal consueto. I giornalisti del Tg1 dicevano che era una “visita privata” (ovviamente errato perché la visita era pubblica) e cercavano di spiegare la loro scelta linguistica, forse perché qualcuno sulle reti sociali stava facendo notare loro che la visita di Mattarella non era affatto privata…. Questa approssimazione sulle parole è l’altra faccia, o forse la concausa, dell’itanglese, secondo me.

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  5. Cinguettare è facile e veloce, ma poco o niente efficace. Ignorare un milione di cinguettii che potrebbero arrivare ogni giorno, sarebbe molto facile. Ad un certo punto potrebbero anche essere bloccati. Ignorare mille lettere che arrivano sulla scrivania ogni giorno, non sarebbe tanto facile, e non potrebbero neanche essere bloccate. Però scrivere una lettera e spedirla richiede un po’ di lavoro ed una piccola spesa.

    La spiegazione sul fatto dei Dummies mi sgomenta ancora di più degli anglismi. Significherebbe che in Italia non si possono scrivere i libri che si vogliono con i titoli che si vogliono. Se è così, povera Italia! Ma non credo sia così. Credo piuttosto che si tratta di decisione personale di Italiani.

    Quando alle imposizioni, faccio notare che tutto ciò che appare su un sito italiano può essere interamente in Italiano e questo lo so per esperienza. Quindi, “follower,..download,…link,…news,…” invece di “seguace,…scarica…nesso,…notizie,…” sono colpa dei creatori ed amministratori dei siti italiani e non di Tweet, Microsoft, e simili.. Ma anche qui è necessario più lavoro.

    In Italia si ritiene che le parole inglesi siano tecniche, create proprio per certi scopi (questo intendevo dire usando la parola “magico”). Invece tutte le parole inglesi sono parole comuni con significati comuni capite anche da chi non è un tecnico. Per esempio. parole come “follower, vision, mission” non sono tecniche, ma parole che si usano tutti i giorno ed in tutti i campi. Hanno esattamente il significato che “seguace, visione, missione” avevano in Italiano quando non c’era “l’imposizione” anglosassone.

    Come ha detto altrove, mi fa piacere che in Italia ci sia chi vuole cercare di frenare l’uso di anglismi, ma penso che si stiano usando metodi sbagliati che non avranno nessun risultato positivo per quello che si vuole fare.
    Grazie per avermi letto ed auguri.

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    • Sono perfettamente d’accordo che una forma di protesta per lettera, e aggiungo anche telefonica, sia più efficace di quelle telematiche, tuttavia non è così semplice da organizzare. Sono consapevole della scarsa efficacia di petizioni come quella a Mattarella, ma più che una questione di metodo è una questione di valutare le effettive possibilità di azione. Raccogliere 4000 firme è stata dura, perché non c’è un solo giornale che abbia riportato la notizia. Pensare di fare qualcosa di analogo con altre modalità avrebbe prodotto forse un decimo delle adesioni, credo anche meno. Sono anche d’accordo sul fatto che sia noi italiani i primi a preferire l’inglese, ho più volte chiamato questo autolesionismo linguistico la “strategia degli Etruschi” che si sono sottomessi da soli alla romanità, che consideravano qualcosa di superiore, fino a esserne inglobati e a estinguersi. Però, mi ripeto, questa esterofilia dall’interno si aggiunge a un processo di espansione molto forte che arriva dall’esterno. Mi spiego citando le parole di un importantissimo giurista italiano, Francesco Galgano, che a proposito di parole legate alla giurisprudenza come franchising, leasing, copyright e molte altre notava che sono diventate internazionalismi intoccabili in tutto il mondo. E questo perché:

      “Le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale”.
      [Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153]

      Quando la Mondadori pubblicava i for Dummies la collana si chiamava “Per negati”, e in Francia si chiamava “Pour les nouls”. Oggi “dummies” ha un bel marchio registrato a fianco e si trova così anche in Francia, e persino in Spagna la collana è diventata “para Dumimies” dove solo il for è stato sostituito. Allo stesso modo i titoli dei film che non si traducono più sono scelte della grande distribuzione internazionale. Venendo ai colossi della Rete, è vero che in Italia si recepisce quasi tutto in inglese per colpa di chi dovrebbe tradurre le interfacce e non vuole o non è nemmeno capace, e infatti in Airbnb siamo gli unici che lasciamo “host” invece di locatore, come è tradotto rispettivamente in francese, spagnolo, portoghese e via dicendo. Ma da noi mancano strutture serie che si occupano di terminologia e anche leggi – e cultura – che difendono l’italiano. Mi spiego: in Francia il software – chiamato logiciel – deve essere per legge tradotto, così come i contratti di lavoro. Lì esistono banche dati terminologiche traduttive, da noi i terminologi sono gli apologeti dell’anglicismo. In Francia e Spagna le accademie creano sostitutivi e hanno un potere prescrittivo, oltre a compilare vocabolari ufficiali della lingua. In Italia la Crusca non fa nulla di tutto questo. In Italia capita che un’azienda come Italo introduca da sola la figura del train manager al posto del capotreno non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma anche nei contratti. In questo clima l’espansione delle multinazionali non trova resistenze e ci travolge. E così mi sveglio una mattina e Google mi spiega, dall’alto, che ci sono gli snippet. Il personale italiano di Google non ha alcuna sensibilità e capacità nei confronti della nostra lingua, è colonizzato nella mente, e vengono assunte solo persone funzionali ai loro criteri, e non certo a quelli che fanno bene l’italiano. Anche per questo gli anglicismi diventano tecnicismi solo in italiano dove mouse è un preciso oggetto così come il tablet, come fossero nomi propri e non parole generiche usate metaforicamente con accezione informatica. Insomma non sottovaluto la nostra propensione a parlare in itanglese,ma non trascuro nemmeno il ruolo dell’espansione delle multinazionali. La somma di questa pressione interna ed esterna è una miscela micidiale.
      Io provo rare una nuova cultura, a diffonderla, ma anche a rivolgermi alle istituzioni, benché consapevole dello scarso successo. Senza questi “pezzi” che presuppongono anche interventi dall’alto, politici, oltre che dal basso, dalla gente, non sarà mai possibile fare nulla.

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      • Stamattina ho sentito che il paesino austriaco di Fucking vuole cambiare nome… Ma perché?? Non è mica colpa loro se il nome è omografo della parolaccia inglese. Sarà invece per la pressione delle reti sociali anglofone/anglicizzate?

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          • Gli abitanti di Fucking, che dal primo gennaio prossimo si chiamerà Fugging, sono stufi del fatto che turisti inglesi rubino i loro cartelli stradali o vanno a farsi fotografare davanti ai cartelli, e fanno anche altre cose vicino ai cartelli. Da anni c’era chi voleva cambiare il nome e finalmente ci sono riusciti. Quindi, la pressione anglosassone, se di pressione si vuole parlare, ha avuto l’effetto contrario. Basta leggere gli articoli su Fucking sull’Internet per rendersene conto. Quello inglese è molto più dettagliato di quello italiano, ma la notizia è la stessa.

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      • Avevo preparato una lunga risposta perche’ ci sono parecchie cose che non sono corrette, ma poi ho pensato che non vale la pena continuare. Vedo che siamo colonizzati e ci piace esserlo sempre di piu’.Da decenni ho visto che giustifichiamo il nostro non far niente dando la colpa agli altri per problemi che abbiamo creato o permesso noi e dovremmo essere noi a lavorare per correggerli. Per mia fortuna, ho una certa eta’ e quindi me ne andro’ presto. Ma e’ triste vedere come abbiamo ridotta l’Italia, e non solo per la lingua.

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    • Sì, è possibile che lettere fisiche siano più diffili da ignorare, ma come dico nel mio commento più sopra alla visita di Mattarella, io ho avuto l’impressione che i giornalisti fossero in imbarazzo perché molti (?) gli stavano facendo notare sulle reti sociali l’errore di dire “visita privata”.

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  6. Siccome non vivo in Italia non so che è successo in questo caso. Per me, se Mattarella va in un posto come presidente, la visita è pubblica. Se invece ci va come Mattarella, la visita è privata. Mi sembra che qualcuno era confuso.

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