Anglicismi e forestierismi: le abissali differenze

La guerra ai barbarismi del ventennio fascista fu fatta per motivi di principio e di autarchia e non certo perché le parole straniere – che a quei tempi erano soprattutto francesi – rappresentassero una reale minaccia per l’italiano.

L’ostilità verso i forestierismi affondava le sue radici nel pensiero risorgimentale e patriottico legato all’unità d’Italia e alle invasioni straniere che da secoli rendevano il nostro Paese una terra di conquista. E il motto di un libro come Barbaro dominio di Paolo Monelli (1933) riprendeva proprio una citazione del Principe di Machiavelli che veniva applicata alla lingua: “Ad ognuno puzza questo barbaro dominio” (cap. XXVI).
Sul piano linguistico questo sentimento si intrecciava con secoli di “purismo” e di dibattiti sulla questione della lingua, dove nel separare metaforicamente il fior di farina dalla crusca che aveva guidato la nascita dell’omonima Accademia, insieme ai neologismi, ai tecnicismi e alle parole non toscane si condannavano in blocco anche i forestierismi; persino quelli adattati come “precisazione” citata da Leopardi, o “emozione”, che in un popolare dizionario di Rigutini di fine Ottocento era bollata come un gallicismo da evitare (Giuseppe Rigutini, I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, Roma, Libreria editrice Carlo Verdesi, 1886).

“Scusate il francesismo”, che si usa ancora a oggi in modo spiritoso davanti a una parolaccia, deriva proprio da questo contesto, dal chiedere venia davanti all’uso di parole francesi come fossero offensive. E lo stesso atteggiamento di repulsione si registra anche per molti neologismi italiani, a cui non siamo avvezzi.

Di fronte alle odierne denunce per l’abuso dell’inglese, molti credono che la questione sia ancora di questo tipo. Non si sono accorti che la storia ha voltato pagina in un cambio di paradigma che rappresenta un salto e una discontinuità rispetto al passato.

Numeri, mancato adattamento e velocità di penetrazione

Il numero degli anglicismi non adattati accolti nei dizionari è attualmente superiore alla somma di tutti gli altri forestierismi crudi provenienti da tutte le lingue del pianeta messe assieme, compresi i francesismi.
Sul Devoto Oli ce ne sono 4.000, sullo Zingarelli sono 3.000, ma lo scarto è dovuto solo ai diversi criteri di classificazione: il primo dizionario tende a fare di ogni locuzione una voce a sé, mentre il secondo tende a registrarla all’interno della voce madre, per cui marketing mix si trova sotto il lemma principale marketing e non viene conteggiato dalle ricerche automatiche. Ma a parte ciò, i numeri delle voci non sono poi molto diverse se si confrontano i due vocabolari.

I francesismi crudi sono invece meno di 1.000, gli ispanismi meno di 150, altrettanti sono i germanismi. Seguono un’ottantina di parole giapponesi non adattate, una trentina arabe, una trentina portoghesi, e le voci delle altre lingue, dal russo al cinese, sono ognuna nell’ordine della decina o di poche manciate (Cfr. “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo“).

A impressionare non ci sono solo queste enormi differenze numeriche. Anche la velocità di diffusione è preoccupante. Il 90% delle parole inglese è penetrata nell’italiano negli ultimi 70 anni, fondamentalmente dal dopoguerra in poi. Nel 1990, la prima edizione digitale del Devoto Oli registrava solo 1.600 parole inglesi crude, e nel 1995, quella dello Zingarelli ne conteneva 1.800.
I meno di 1.000 francesismi non adattati, al contrario, sono l’eredità storica di substrati plurisecolari di influenza del francese. Ma vista l’affinità con l’italiano, l’interferenza del francese nel complesso ha subito un adattamento e oggi le parole di origine francese, come “emozione” sono a tutti gli effetti parole italiane, al contrario di espressioni come fake news che rimangono “corpi estranei” nel loro suono e nella loro ortografia che violano la nostra identità linguistica. Stando alle marche di un dizionario specialistico come il Gradit del 2007, oltre il 70% dei gallicismi sono stati assimilati, mentre nel caso dell’inglese le parole penetrano quasi sempre senza adattamenti e le italianizzazioni costituiscono meno del 30% dei casi. E da allora le cose sono peggiorate. Tullio De Mauro, nel confrontare i numeri del Gradit del 1999 con quelli del 2007 ha dichiarato:

Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del GRADIT mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale.
(Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136.)

In altre parole, nell’arco di una sola generazione l’interferenza dell’inglese ha raggiunto e superato quella del francese che è avvenuta in un lasso di tempo di secoli e secoli raggiungendo anche il lessico comune.

Frequenze e ambiti

Un’altra spropositata differenza tra gli anglicismi e gli altri forestierismi sta nella frequenza con cui li utilizziamo. Basta scorrere la pagina principale di un qualsiasi giornale in Rete e contare le parole inglesi. Mediamente se ne trovano a decine e le loro percentuali sono altissime, mentre nel caso delle altre lingue se ne trovano al massimo solo una o due, di solito.
Quando “chef” era solo un francesismo e si usava al posto di “cuoco” per moda e snobismo, la sua diffusione era bassa. Nel nuovo Millennio, da quando la stessa parola ci è arrivata dall’angloamericano dell’era dei MasterChef e dei FoodNetwork, la sua frequenza è decuplicata! E oggi l’italiano evoca una professione di serie B: il cuoco è quello delle trattorie e delle mense aziendali – la manovalanza – mentre nei ristoranti stellati o di lusso ci sono solo gli chef.


La cosa grave è che gli anglicismi non riguardano solo la cucina, la moda, il costume o gli ambiti marginali della società, sono penetrati senza alternative nel lessico di tutti i giorni e nei settori strategici della modernità, dove l’italiano è ormai mutilato, incapace di esprimere con parole sue – senza la stampella dell’inglese – i settori come l’informatica, la tecnologia, il lavoro, la scienza, l’economia… e da computer a marketing, da spread a lockdown, le parole italiane sono venute a mancare.

Dalla quantità al salto verso l’itanglese

L’attuale interferenza dell’inglese non ha nulla a che fare con quella del francese o delle altre lingue anche nell’impatto che sta stravolgendo la nostra lingua. Se i forestierismi si possono ancora considerare “prestiti” lessicali isolati, gli anglicismi non lo sono affatto. L’inglese produce il fenomeno delle ibridazioni e la nascita di centinaia e centinaia di parole come chattare, backuppare, downloadare, hackerare, twittare, whatsappare… ma anche zoomabile, fashionista, scoutismo… mentre le radici inglesi si accostano a quelle italiane (clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…) e parole come killer, o confissi come baby, cyber, over… si trasformano in regole generative foriere potenzialmente di infinite ricomposizioni (killer sassi killer, zanzare killer, squalo killer, cellule killer, batterio killerbaby-calciatore, cyber-criminale, over-ottantenne…). Le parole inglesi si accostano poi tra di loro in una rete sempre più fitta di ricombinazioni che si allargano nel nostro lessico con un effetto domino: food fast food, street foodpet pet food, pet sittersmart smart working, smartphone
Ci sono intere famiglie di parole declinate nelle desinenze in –ing e –er: surf/surfing/surfer, work/working/worker, shop/shopping/shopper… e tra blogger e rapper invece di bloggatori e rappatori l’inglese si trasforma in una grammatica inconscia che genera anglicismi e pseudanglicismi che vivono di vita autonoma: no global, no vax… → no + qualsiasi cosa in inglese; covid hospital, covid free… → covid + qualsiasi cosa in inglese

Tutto ciò non si vede nel caso degli altri forestierismi. L’interferenza dell’inglese si sta trasformando in una neolingua ibrida che sta producendo anche i primi prestiti sintattici dove la collocazione delle parole italiane si scombina: social media manager, green economy o green pass non seguono l’ordine di responsabile della comunicazione digitale ed economia o certificazione verde.

Negli ultimi anni stiamo assistendo alla crescita di enunciazioni mistilingue che alternano all’italiano codici in inglese sempre più complessi come off course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, last but not least, the best, real time… Questo fenomeno è in fase embrionale, ma si sta allargando e la mia impressione è che sia destinato ad ampliarsi in modo sempre più veloce e profondo. Ultimamente, nel parlato, si sentono sempre più spesso enunciazioni come too much per dire “questo è troppo”. E in questo vezzo anche i verbi cominciano a fare la loro comparsa e si infilano nell’italiano come fosse un normale intercalare, per esempio remember, don’t worry¸ stop, relax, save the datefuck you!

Dalla “questione della lingua” alla questione delle lingue

Questi sono i fatti. Continuare a blaterare che è normale che le lingue si evolvano, come si sono sempre evolute, e concludere che l’interferenza dell’inglese non è preoccupante, significa non comprendere come stiano le cose.

“Tsunami” è un nipponismo, ma non c’è alcun problema a usare un forestierismo del genere, perché è un “prestito” isolato che non rappresenta alcuna minaccia per l’italiano. Certo, qualcuno che si scaglia con l’inglese per motivi che hanno a che fare con il purismo ci sarà sempre. Ma chi non capisce la portata dell’attuale tsunami anglicus rischia di essere l’altra faccia della medaglia di questo purismo anacronistico di cui fa il controcanto. I due atteggiamenti sono altrettanto stupidi.

Il problema non sono i forestierismi, il problema è il numero degli anglicismi, e solo quelli, che hanno preso il sopravvento e non costituiscono più un arricchimento, ma un depauperamento dell’italiano. La questione non è più quella “della lingua”, ma delle lingue di tutto il pianeta minacciate dall’interferenza dell’inglese globale. Quelle minori rischiano di scomparire, ma anche quelle più forti ne escono snaturate. E in Italia, dove non c’è alcuna attenzione per l’ecologia linguistica, dove non esiste alcuna politica linguistica, e dove la nostra classe dirigente diffonde l’itanglese ed è schierata a favore del globalese, siamo messi molto male.

Le questioni linguistiche della guerra in Ucraina e l’anglificazione

Il mese scorso, nella trattativa diplomatica per risolvere il conflitto in Ucraina che Erdogan aveva rivolto a Putin, sul tavolo non c’era solo Kiev fuori dalla Nato e la questione della sovranità di Donbass, Crimea e territori occupati, ma anche la protezione della lingua russa. Perché le questioni linguistiche si intrecciano in modo inestricabile con quelle delle identità etniche, sociali e culturali, e fuori dalla miopia italiana, sono un fattore politico di primo piano quasi ovunque.

Le lingue dell’Ucraina

La lingua ucraina convive e si mescola con il russo in tutto il Paese, anche se esistono varie altre minoranze linguistiche. Secondo un censimento del 2001, i madrelingua ucraini sarebbero quasi il 70%, e i russofoni meno del 30%, un dato che non corrisponde all’etnia della popolazione rilevata dallo stesso censimento che registrava una percentuale russa ben superiore al 50%. E secondo un’indagine svolta dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev nel 2004, le due lingue si equivarrebbero nell’essere parlate tra le mura domestiche. La presenza del suržik, un misto di russo e ucraino parlato in molte regioni, rende ancora più difficile distinguere nettamente chi parla una o l’altra lingua.

La diffusione dei due idiomi non si può sovraporre con le realtà territoriali, è indelimitabile e sfumata.
Anche se il russo prevale in Crimea e nelle regioni orientali contese nel conflitto, a Ovest prevale l’ucraino in città come Leopoli, al centro il russo va per la maggiore soprattutto nelle aree urbane, come nella capitale Kiev, mentre l’ucraino è diffuso nelle campagne. In questa distribuzione a macchia di leopardo che include un largo bilinguismo, nonostante l’ucraino goda dello status di lingua ufficiale dal 1991, molti ucraini non lo conoscono. Lo stesso presidente Zelensky, russofono, durante la campagna elettorale del 2019 che lo ha eletto presidente, non sapeva parlare ucraino, anche se si era impegnato a farlo. Nel suo programma elettorale c’era invece la creazione di un portale in lingua russa destinato agli abitanti del Donbass per fare arrivare loro il punto di vista di Kiev.

Nel 2012, il governo Janukovych aveva introdotto un discusso concetto di “lingue regionali” che in alcune aree aveva portato al riconoscimento del russo come lingua della scuola e dell’amministrazione, al pari dell’ucraino. Ma tutto è stato spazzato via nel 2019 dal predecessore di Zelensky, Petro Poroshenko, con una legge sulla lingua (n° 5670-d) che toglieva al russo e alle altre lingue minoritarie lo stato giuridico di “lingue regionali” e ne limitava l’uso nella sfera pubblica.

Nell’attuale conflitto si combattono anche le questioni linguistiche accanto a quelle territoriali e politiche. E da anni è in atto una guerra della lingua che vede scontrarsi il progetto di una nuova ucrainizzazione contro quello della storica e secolare russificazione del Paese.

Ucrainizzazione e russificazione

Fino al 2013 il mercato editoriale ucraino era formato per il 75% da libri russi, ma nell’ultimo decennio la proporzione si è invertita a favore di quelli ucraini che prevalgono per numero di titoli ma anche per copie venute. Questa rinascita della letteratura ucraina, in ascesa sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo, è il risultato delle politiche linguistiche e anche di una guerra culturale che ha seguito la guerra di Crimea del 2014.

Il Consiglio Supremo ha sancito l’ucraino come lingua dello Stato, favorendolo e esaltandolo, e ha bandito il russo dal linguaggio istituzionale e ufficiale, mentre il Parlamento ha vietato i libri importati dalla Russia. Nel 2015 è uscito una sorta di “indice dei libri proibiti” che ne metteva ben 38 in una lista nera, in un clima di una più vasta “derussificazione” avviata dal nuovo governo filo-occidentale che ha soppresso persino il partito comunista locale. La legge dell’ex presidente Poroshenko prevede che i cittadini parlino ucraino (almeno in teoria), introduce un esame da superare per ottenere la cittadinanza, ed estromette il russo dai programmi formativi e scolastici. Anche le radio e le televisioni devono trasmettere in ucraino per il 90%, la stessa percentuale del cinema, con l’obbligo di sottotitoli ucraini nelle pellicole in russo.

Questo pacchetto di provvedimenti ha innescato un ampio dibattito, e il progetto di una deliberata “ucrainizzazione” era mal visto dalla popolazione russofona. La forte divisione tra le due culture che si scontrano è evidente soprattutto nelle aree che hanno proclamato la secessione dove, al contrario di quanto avviene nel Paese, dal 2020 hanno introdotto come unica lingua ufficiale il russo.

L’invasione da parte della Russia è avvenuta in questo clima, e anche se si sovrappone a una guerra che va avanti dal 2014, di cui si è parlato poco, ha oggi assunto un carattere globale.

Ma dal punto di vista linguistico, nel nuovo contesto che ha coinvolto il mondo intero, tra ucrainizzazione e russificazione è spuntato anche l’inglese.

L’anglificazione nella Prima guerra globale

Nella speranza che il conflitto non si trasformi nella Terza guerra mondiale, per ora sembra più una Prima guerra globale, e nella controversia linguistica tra ucrainizzazione e russificazione si sta insinuando anche il progetto dell’anglificazione, come avviene in tutto ciò che è legato alla globalizzazione.

Nella legge sulla lingua caratterizzata dai provvedimenti de-russificatori, è previsto che i siti Internet .ua debbano avere la pagina iniziale in ucraino – il che è linea con l’imposizione della lingua in tanti altri aspetti che riguardano l’ufficialità – ma è comparsa un’aggiunta molto curiosa: oppure in inglese o altra lingua ufficiale dell’Ue. In altre parole il russo è vietato, ma di fatto si apre all’inglese, anche se in teoria sarebbe possibile usare altre lingue ufficiali.

Il provvedimento si può interpretare come un’espressione del desiderio di far parte dell’Europa, ma quello che colpisce è che nel testo della legge 5670-d il russo è stato cancellato e non viene più nominato, mentre l’inglese è nominato per ben 18 volte!

Senza voler giustificare l’ingiustificabile – l’invasione dell’Ucraina è un crimine – il montante sentimento anti-russo, che Putin ha chiamato “isteria”, sull’onda dell’emotività sta valicando gli aspetti politici e bellici per allargarsi a quelli culturali e più generali.

In Italia ha fatto scalpore l’isteria dell’Università Bicocca di Milano che, qualche tempo fa, avrebbe voluto sopprimere una conferenza di Paolo Nori su Dostoevskij (avevo già parlato del suo libro in tempi non sospetti) in preda a un oscurantismo anti-russo rimangiato a causa delle polemiche, con un atteggiamento schizofrenico per cui il rimedio si è rivelato ancor più imbarazzante della decisione iniziale.

Naturalmente per chi è sotto le bombe questo sentimento anti-russo è più che comprensibile, da un punto di vista emotivo.

In un articolo sull’Huffingtonpost si può leggere una dichiarazione di Olena, una donna ucraina, che urla il suo sfogo:

Sono nata e cresciuta a Donetsk. Ho parlato russo per tutta la vita. Ora sono letteralmente nauseata da qualsiasi cosa che sia russa: cultura russa, balletto russo, lingua russa, musei russi. Che vada all’inferno. Ecco da dove viene tutto ciò che è russo. Adesso parlo ucraino. O inglese.

Questo sentimento appartiene a molti, e pare che stia nascendo una sorta di rivolta culturale che implica l’abbandono del russo sulle piattaforme sociali e anche nella vita quotidiana, come segno di protesta, ma il riferimento all’inglese come simbolo dell’Occidente è una novità sui cui riflettere.

Per un ucraino di lingua russa, o per un politico come Zelensky che non padroneggia l’ucraino, la tentazione di rinnegare la propria identità linguistica e passare all’inglese sembra forte. Alla base c’è una mancata separazione e confusione tra i piani culturali e linguistici, da una parte, e quelli politici e bellici dall’altra. Si può benissimo condannare e combattere la guerra di Putin senza rinnegare la propria lingua e cultura, in teoria. Ma nella pratica quello che accade è che l’odio per l’invasore finisce per coinvolgere anche il piano linguistico.

Un simile sentimento è al centro del libro Ritorno a Berlino (Verna Carleton, Guanda 2017) in cui il protagonista, dopo il nazismo, aveva cambiato identità, si spacciava per americano e parlava in inglese celando le proprie origini germaniche e la propria lingua davanti al mondo:

Mi vergognavo di essere tedesco, mi vergognavo di appartenere a un paese che aveva tollerato l’esistenza di un regime tanto atroce. Non riuscivo ad affrontare la vita come Erich Dalbur. Come Eric Devon ho trovato il modo di stare a galla.

I segnali di apertura all’inglese sul piano interno dell’Ucraina, dove la “vergogna” nasce dal parlare la stessa lingua dell’invasore, si radicano attraverso il sentimento di voler appartenere all’Europa.
Filippo Mastroianni, in un articolo su Il Sole 24 ore ha scritto: “L’attenzione posta sull’inglese, citato ben diciotto volte nella legge (…) è l’indizio di una politica di più ampio respiro e di un progetto di collocazione europea che Kiev ha ormai imboccato.” Ma anche questo sentore è frutto di una confusione, perché l’inglese non è affatto la lingua dell’Europa, almeno sulla carta. Anche se in questa Prima guerra globale sta guadagnando terreno.

Jean-Luc Laffineur – il presidente dell’associazione Gem+ di Bruxelles che difende il multilinguismo e combatte la prassi surrettizia dell’inglese come lingua dell’Ue – nel bollettino del 31 marzo agli associati ha osservato:

Prima dell’invasione dell’Ucraina, la bandiera europea veniva sventolata accanto alle bandiere nazionali degli stati più filoeuropei anche se non è mai apparsa dietro le scrivanie di Orban o dei primi ministri polacchi. Tre giorni fa a Varsavia, la bandiera americana è stata innalzata accanto a quella polacca, la bandiera europea no. Prima dell’invasione dell’Ucraina, si parlava di allargamento dell’UE. Ora si parla di un allargamento della NATO alla Svezia e alla Finlandia. (…) Prima dell’invasione dell’Ucraina, monitoravamo attentamente la presidenza francese dell’UE per conteggiare il tempo che i dirigenti europei passavano a parlare in francese e in altre lingue. Da allora, abbiamo visto i leader sloveno, polacco e ceco recarsi, senza alcun mandato del Consiglio europeo, a Kiev per sostenere il presidente Zelenski e tenere una conferenza stampa improvvisata in inglese. (…) Non dimentichiamo che l’uso e la crescita di una lingua è legata al potere dello stato dominante. Aumentando la sua dipendenza economica e militare dagli Stati Uniti, l’UE sta di fatto facendo un ulteriore passo verso il vassallaggio politico all’alleato americano.

Questo “vassallaggio” dell’Europa verso la politica e la lingua degli Stati Uniti sta contribuendo all’affermarsi del globalese come lingua internazionale; ed ecco che anche in Ucraina viene percepito così, e accade che l’inglese diventi la lingua alleata dell’ucraino in funzione anti-russa, e che un presidente russofono come Zelensky che non sa parlare bene l’ucraino guardi all’inglese, esattamente come raccontava nell’intervista la cittadina ucraina Olena disposta ad abbandonare persino la propria identità.

Passando dal “vassallaggio” europeo a quello italiano, la novità è che Enrico Letta, segretario del PD, uno dei partiti più americanizzati e filoamericani d’Europa, dall’inizio del conflitto ha cominciato a cinguettare su Twitter in inglese con aforismi come questo:

How many #Bucha before we move to a full oil and gas Russia embargo? Time is over” (3 aprile).

A dire il vero ne ha fatti 2 o 3 anche in francese negli ultimi tempi, ma quelli in inglese al 24 marzo erano ben 14! E più che di multilinguismo bisognerebbe parlare di una comunicazione politica che comincia a dare i primi segnali di anglificazione per rivolgersi non solo agli altri politici europei in inglese, ma anche sul piano interno agli italiani, come fanno le pubblicità e le multinazionali d’oltreoceano. Questi primi segnali si sono visti anche con due cinguettii in inglese di Di Maio (27 febbraio e 2 marzo), due di Renzi (24 febbraio e 2 marzo) e uno di Calenda (25 marzo).

Accanto all’ucrainizzazione, alla russificazione e all’anglificazione dell’Europa, la de-italianificazione della nostra classe politica è sempre più evidente e si allarga.

Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la propria lingua, nel mondo e nell’UE. E l’Italia?

Sembra che il 2022 sarà l’anno della riscossa del francese nell’Unione Europea. Ciò avverrà durante il semestre (gennaio-giugno) in cui la presidenza del Consiglio spetterà alla Francia, come anticipa il Politico (“France plots an EU presidency en français, s’il vous plaît”, Maïa de La Baume, 7 giugno 2021): Ben “sette mesi prima di assumere la presidenza di turno del Consiglio dell’UE, il governo francese sta studiando dei piani per rilanciare l’uso e la visibilità in declino della lingua di Molière”.

L’ultima volta che questo ruolo è spettato all’Italia era il 2014, quando il presidente di turno era Matteo Renzi, l’uomo che – tra slide e flexicuritybattezzò la riforma del lavoro jobs act aprendo la strada a una tendenza più generale a chiamare le leggi act, dal family act alle infinite variazioni che oggi pullulano sui giornali (Digital Services Act, Cloud Act…).

Questo impietoso raffronto mostra bene l’abisso culturale che c’è tra la Francia e l’Italia, a proposito della propria lingua.

Dal 2014 a oggi la situazione è precipitata. Non solo non abbiamo fatto nulla per promuovere l’italiano nell’UE, ma sul piano interno lo abbiamo anglicizzato con una buona serie di anglicismi istituzionali che in Francia a nessun politico verrebbe in mente di impiegare, e che comunque sarebbero vietati dalla legge!
Il 2021 è l’anno di Dante, e ci sono state tante celebrazioni retoriche volte al passato più che al presente e al futuro, con l’istituzione di un Dantedì che può anche trasformarsi in una ricorrenza come la festa della donna nel suo risvolto più folcloristico, dove un giorno all’anno serve a ricordare la questione dei diritti, spesso calpestati negli altri 364. È questa la via per promuovere la nostra lingua?

Proprio accanto a noi, in Svizzera, almeno dal 2014 il Consiglio Federale sta promuovendo l’italiano – più debole del francese e del tedesco – con ingenti fondi che prevedono il rafforzamento della presenza della lingua e della cultura italiana nell’insegnamento, nella formazione bilingue e con una serie di manifestazioni culturali anche attraverso concorsi e incontri su tutto il territorio, e non certo con la creazione di un museo. E mentre lì si sono emanate linee guida e raccomandazioni per evitare l’abuso degli anglicismi, da noi vengono introdotti proprio dalle istituzioni (il navigator e il cashback sono tra gli ultimi regali più eclatanti dei governi Conte), oppure si annuncia una nuova piattaforma digitale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”, ma lo si chiama in inglese: ITsART, ennesima testimonianza di come il nostro patrimonio linguistico non venga considerato parte di quello culturale.

In quasi 300 abbiamo scritto una lettera di protesta contro questa denominazione al ministro Dario Franceschini. Nessuna risposta è pervenuta, e pochi giorni fa il sito ha visto la luce.

L’anno scorso, in più di 4.000 abbiamo rivolto una petizione al presidente Sergio Mattarella chiedendo di intervenire almeno in modo simbolico per evitare l’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale, e anche in questo caso siamo ancora in attesa di una risposta.

In più di 1.300 stiamo oggi chiedendo ai parlamentari di discutere la nostra proposta di legge per l’italiano, assegnata alla Camera e al Senato, ma per il momento regna il più assoluto disinteresse, e tra le poche risposte pervenute ricorre una strana giustificazione: non è questo il momento.
Non è questo il momento? Se non ora, quando?

In questo clima dove queste iniziative concrete sono ignorate, il Dantedì rischia di divenire tristemente simile al giorno dei morti, roba appunto da museo, più che qualcosa di vivo che dovrebbe essere rilanciato con uno sguardo al futuro.

I nostri politici e la nostra classe dirigente dovrebbero imparare dai francesi, e non solo da loro.

Il 2022, l’anno del francese

Il paragrafo 10 della nostra petizione di legge chiede una cosa molto semplice e naturale, che dovrebbe essere condivisa da tutti e appartenere al buon senso di tutti: adoperarsi perché l’italiano ritorni a essere lingua di lavoro in Europa, come lo era un tempo e come oggi lo sono anche il francese e il tedesco, oltre all’inglese. Anche se ai nostri politici sembra non importare nulla di tutto ciò, è una richiesta che è nell’interesse del nostro Paese e di tutti i cittadini. In Francia lo capiscono benissimo. Non è un caso che la notizia delle nostre petizioni sia stata ignorata dai mezzi di informazione italiaoti, ma non da France culture (e più in generale è stata riportata su Corsica Oggi, su un giornale spagnolo come El Confidencial, su una rivista Svizzera, sulla rivista irlandese scritta in gaelico Nós, su una rivista austriaca…).

Il piano di rilancio del francese nella UE è stato oggetto di un articolo de il Post (“La Francia vorrebbe che l’Unione Europea usasse di più il francese”, 07/06/2021) che spiega come già dal 2018 “il presidente francese Emmanuel Macron sta lavorando per promuovere la lingua francese nel mondo, sostenendo progetti francofoni in Africa, per esempio. E con un’elezione dietro l’angolo nel 2022, Macron sta anche respingendo una rivale presidenziale di estrema destra, Marine Le Pen, che si propone come preservatrice dello stile di vita francese.” Questa attenzione per la lingua non mi pare una “scelta reazionaria” come la definisce il giornalista, ma al contrario un segnale da leggere in un altro senso, e cioè che la questione della lingua non è affatto un tema che riguarda la destra, ma qualcosa che riguarda tutti, e la sinistra italiana che ha la testa solo ai modelli angloamericani pare che non lo capisca, e che lasci alla destra una questione che invece sta a cuore a una gran parte del suo potenziale bacino di elettori.
Il diverso sentimento che c’è in Francia sulla lingua è trasversale alle ideologie, e proprio l’occasione della presidenza dell’UE rappresenta un momento per attuarlo, perché dopo l’uscita del Regno Unito il problema dell’inglese nell’Europa è stato sollevato in molti Paesi – dalla Francia alla Germania – visto che è la lingua madre dell’1,5% degli europei (in pratica irlandesi e maltesi che però hanno scelto come lingua ufficiale rispettivamente il maltese e il gaelico). E così, durante la presidenza francese, i diplomatici hanno annunciato che tutte le riunioni chiave del Consiglio della UE saranno condotte in francese con le traduzioni disponibili. Anche le note e i verbali saranno in francese, così come le riunioni preparatorie. “Se una lettera arriverà dalla Commissione europea in inglese, resterà senza risposta” riporta il diplomatico citato dal Politico. “Vogliamo che le regole siano rispettate (…). Così, chiederemo sempre alla Commissione di inviarci in francese le lettere che vuole indirizzare alle autorità francesi, e se non lo faranno, aspetteremo la versione francese prima di inviarla.”

Dallo sciovinismo al plurilinguismo

Un tempo era il francese la lingua franca dell’Europa, e la Francia ha un passato coloniale in cui l’esportazione della lingua faceva parte del pacchetto, esattamente come è sempre avvenuto – e avviene tutt’oggi – anche nel caso dell’inglese (e come ha teorizzato lucidamente Churchill). L’Italia, accecata dall’anglomania e da un complesso di inferiorità verso l’anglomondo che rasenta il servilismo, non sembra nemmeno cogliere questi aspetti che altrove sono evidenti; chiunque è in grado di capire che la lingua non è solo un collante sociale e un elemento di identificazione culturale, ma è anche uno strumento di potere.

Dietro il rilancio del francese in Europa non c’è però solo questo residuo di una mentalità colonialista o un certo sciovinismo storico sicuramente caro alla destra; c’è anche un tema ben più moderno e attuale che dovrebbe appartenere alla sinistra, e cioè il plurilinguismo, culturale e linguistico, che è un valore da difendere davanti all’inglese globale, la lingua unica che sta schiacciando tutte le altre.
I funzionari francesi spiegano che il progetto di rilancio del francese “è una questione di sopravvivenza culturale per tutti (…) è un modo per bloccare l’insinuarsi del ‘Globish’” in nome del multilinguismo. Il globalese “restringe il campo dei pensieri, e limita la capacità di esprimersi più di quanto la faciliti.”

“I francesi – scrive il Post – non sono gli unici a spendersi per un maggiore utilizzo del francese. A maggio si sono incontrati per la prima volta i 19 membri di un gruppo informale del Consiglio di cui fanno parte i rappresentanti permanenti che parlano francese. A settembre sarà pubblicato un rapporto a cui stanno lavorando una quindicina di persone, fra cui il parlamentare europeo italiano ma eletto in Francia Sandro Gozi, per promuovere l’utilizzo della lingua francese all’interno delle istituzioni europee.”

Il punto non è quello di passare al francese invece che all’inglese, ma di aprire la via al plurilinguismo inteso come ricchezza e come modello alternativo all’inglese globale. Visto che l’Europa nasce all’insegna del multilinguismo, sarebbe auspicabile che anche altri Paesi promuovessero la propria lingua in Europa, invece che farla sprofondare nella serie B come un dialetto di un’UE che parla inglese, la presunta lingua ufficiale che non è mai stata affatto sancita come tale.

Sarebbe bello che nel 2028, quando di nuovo la presidenza del Consiglio Europeo spetterà all’Italia, anche la nostra classe politica rilanciasse l’italiano in modo concreto, invece che con il Dantedì e con i musei, facendo in modo che ritorni a essere lingua di lavoro.

Spagnolo, portoghese e tedesco

Davanti alla “dittatura” dell’angloamericano, l’italiano si può salvare solo all’interno di un modello culturale diverso che metta al centro il plurilinguismo. È in questa prospettiva che si dovrebbe imparare dai francesi e appoggiare il loro progetto unendosi a loro e affiancando la dignità e l’importanza dell’italiano alle altre lingue. La scienziata Maria Luisa Villa, davanti allo strapotere dell’inglese come lingua unica della scienza, auspica per esempio di ancorarci maggiormente allo spagnolo, una lingua che ha una comunità di parlanti enorme, e che ha una forte intercomprensibilità da parte nostra.

Per citare un articolo del portale sloveno Havný Denník (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio2021”): “Lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo, con 471,5 milioni di persone che lo parlano come prima lingua. Sul totale dei parlanti di questa lingua e di quelli per i quali è una seconda lingua (586 milioni in totale), lo spagnolo è al terzo posto nel mondo, insieme all’hindi (600 milioni), dopo l’inglese, che è parlato da 1,4 miliardi di persone in totale, e il cinese (1,2 miliardi).” E anche le alternative agli anglicismi prodotte in Spagna e Francia potrebbero rappresentare una guida da seguire per renderli in italiano, invece di importarli in modo crudo. Inoltre, come ha sottolineato il filosofo argentino Alberto Buela, lo spagnolo e il portoghese sono lingue correlate tra loro comprensibili, dunque, aggiungendo ai Paesi ispanofoni anche quelli che parlano portoghese (260 milioni) otteniamo un totale di oltre 800 milioni di parlanti distribuiti in una trentina di Paesi diversi, che costituiscono un’area linguistica enorme e in aumento. Havný Denník riporta che il 6 maggio 2021, gli ambasciatori di Portogallo, Angola, Mozambico e Brasile hanno inaugurato il Centro di lingua portoghese presso l’Università di Nairobi in Kenya, un Paese anglofono. E secondo gli esperti, entro il 2050 il numero di persone che parlano portoghese aumenterà del 30% e nel 2050 raggiungerà i 500 milioni. Questa tendenza alla crescita si registra anche per lo spagnolo, e molti prevedono che nei prossimi anni sarà questa la lingua più forte destinata a scontrarsi con il predominio dell’inglese.

Anche in Germania la questione dell’inglese è aperta, sul fronte dell’interferenza con il tedesco ma anche come una lingua che potrebbe estromettere il tedesco in ambiti come l’università o il lavoro. Ogni anno si pubblica il cosiddetto “Indice degli Anglicismi” (Anglizismen-Index) che circolano nelle aree dove si parla il tedesco, con le corrispondenze tedesche introdotte da una commissione composta di esperti della Verein Deutsche Sprache (di Dortmund), della Verein Muttersprache (Vienna) e del Sprachkreis Deutsch (Berna). E Wolfgang Münchau, direttore dell’Euro Intelligence tedesca, per ridurre l’influenza della lingua inglese in Europa, “propone la creazione di reti sociali in altre lingue europee. Twitter, WhatsApp e Facebook in lingua inglese sono assolutamente dominati da giornalisti, esperti e analisti americani e britannici che impongono la loro visione del mondo agli utenti europei. Il secondo passo è quello di creare un programma di qualità per i traduttori che operano in Rete senza usare l’inglese” (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio 2021”).

In sintesi, in Francia, Spagna, Portogallo e Germania sono sempre più coloro che intendono battersi per far crescere la propria lingua a livello internazionale e che non approvano il predominio diffuso dell’angloamericano.

Invece di guardare solo all’anglosfera come l’unico modello possibile di internazionalismo, l’Italia dovrebbe togliersi i paraocchi e vedere cosa accade nei Paesi vicini. Dare per scontato che il globalese sia la lingua internazionale è solo un punto di vista e un progetto politico che si vuole perseguire, ma che non ci conviene. E questo vale non solo nel mondo, ma a maggior ragione in Europa.

La Corte di giustizia europea difende il plurilinguismo

Nella UE, accanto alla presidenza del Consiglio a rotazione – organo degli Stati membri – e al Parlamento Europeo eletto dai cittadini, esiste anche un altro organo istituzionale di fondamentale importanza: la Corte di giustizia che fa rispettare il diritto europeo e che si è più volte espressa contro la discriminazione delle altre lingue davanti all’inglese. E attraverso i ricorsi a questa istituzione sono state vinte varie battaglie legali contro l’imposizione di un sola lingua dominante. Attualmente sono in atto alcune controversie che riguardano la carta d’identità bilingue a base inglese (ma in Austria e Germania è trilingue) o il passaporto vaccinale bilingue che presuppone – in modo illecito – che l’inglese sia la lingua dell’Europa e che i documenti con validità europea debbano essere bilingui, nell’idioma locale (concepito come un dialetto) e in inglese (concepito come “la” lingua internazionale). Questo modello dell’Europa, però, non è mai stato scritto, ci viene imposto in silenzio, a piccoli passi, in modo surrettizio e c’è chi lo respinge.

L’ultimo esempio di imposizione dell’inglese come lingua unica da parte della Commissione europea è di poche settimane fa. Come mi ha segnalato Jean-Luc Laffineur da Bruxelles, si tratta della Decisione di esecuzione (UE) 2021/858 della Commissione del 27 maggio 2021 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’UE il 28 maggio) che riguarda gli allarmi generati da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero e il tracciamento dei contatti dei passeggeri. Il primo comma stabilisce che i casi di covid individuati all’arrivo di una persona nel territorio di uno Stato membro dovrebbero essere immediatamente condivisi con le autorità sanitarie dei Paesi in cui ha soggiornato attraverso un sistema (l’ECDC) che “fornisce supporto in inglese” per tutti i servizi della piattaforma tramite telefono, posta elettronica o portale web. Anche questa decisione costituisce un precedente che impone ufficialmente l’inglese come unica lingua nell’UE. La sua legalità è però molto discutibile in quanto viola i principi di proporzionalità e sussidiarietà stabiliti dalla Corte di giustizia.

I governi degli stati membri hanno tempo fino al 27 luglio per decidere se presentare un ricorso per l’annullamento di questo paragrafo. Ma chi lo farà?
Speriamo che lo facciano in Francia, o in Germania, o che intervengano le associazioni come la GEM+ di Bruxelles che davanti a queste decisioni minaccia cause legali che hanno ottime possibilità di successo. Perché in Italia neanche se ne parla, e il passaporto vaccinale viene chiamato green pass oppure covid pass! Dovremmo inveceunirci a quei francesi, tedeschi, spagnoli e portoghesi che tutelano la propria lingua non perché sono reazionari, ma perché hanno capito che il plurilinguismo è un valore da difendere e che l’inglese globale, è una soluzione alla comunicazione internazionale che costituisce allo stesso tempo una minaccia per le lingue e le culture locali.

Dal multilinguismo all’inglese obbligatorio

I concorsi per l’assunzione dei nuovi insegnanti che partiranno in ottobre hanno suscitato polemiche e dibattiti, nella politica e sui giornali. Il Movimento 5 stelle e Italia Viva hanno difeso la scelta “meritocratica” della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, il Pd voleva posticipare tutto per non aggravare la difficile situazione della scuola durante la pandemia, la Lega e Fratelli d’Italia avrebbero voluto confermare i precari già nelle scuole… In tutto questo rumore – forse per nulla – la cosa più assordante è però il silenzio su un particolare che viene taciuto e che è ben più importante di ciò che emerge dal teatrino della politica e dal chiacchiericcio mediatico.

La novità è che nei concorsi scuola 2020 la conoscenza dell‘inglese è divenuta un requisito obbligatorio. Come specificato negli articoli 8 e 9 del Decreto 201 del 20 aprile 2020, la prova preselettiva e la prova orale accerteranno la conoscenza della lingua inglese almeno al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento. Si tratta di un livello alto che prevede la comprensione di testi complessi e specialistici astratti e concreti, la capacità di comunicare in modo fluente, e un’esposizione chiara, esaustiva e articolata.

Il problema non è solo che (quasi) nessuno parla di questa novità, ma soprattutto che nessuno sembra porsi il problema del perché, e della legittimità, di questo cambiamento.
Perché mai un insegnante di materie come l’italiano o la matematica dovrebbe conoscere obbligatoriamente l’inglese? Dov’è l’inerenza tra il requisito dell’inglese e la materia insegnata? E perché l’inglese e non altre lingue?

La risposta del Ministero dell’Istruzione è stata laconica:

L’accertamento delle competenze linguistiche, previsto nell’ambito di tutte le procedure concorsuali, è stato limitato alla lingua inglese in virtù del novellato articolo 37 del d. lgs. 165/2001. Il d.lgs. 25 maggio 2017, n. 75 (successivo al d.lgs. n. 59/2017), ha infatti sostituito, in via generale e per tutte le pubbliche amministrazioni, all’accertamento ‘di almeno una lingua straniera’ quello della sola lingua inglese” (Fonte: Orizzonte Scuola).

Il decreto invocato (n. 75 del 2017) è a sua volta l’attuazione della cosiddetta Riforma Madia, che (legge n. 124 del 7 agosto 2015, “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, articolo 17, lettera e) introduceva per i tutti i concorsi pubblici della pubblica amministrazione l’accertamento “della conoscenza della lingua inglese e di altre lingue, quale requisito di partecipazione al concorso o titolo di merito valutabile dalle commissioni giudicatrici, secondo modalità definite dal bando anche in relazione ai posti da coprire.

La legge Bassanini (n. 127/1997) prevedeva da tempo l’accertamento delle competenze informatiche e di una lingua straniera – non per forza l’inglese – per i concorsi pubblici, ma questa direzione che spingeva verso l’inglese si trovava già nel concorso del 2012 indetto dall’allora ministro Francesco Profumo, ed era presente nella legge 107 del 2015 che all’articolo 7 definiva come obiettivi formativi prioritari “la valorizzazione e il potenziamento delle competenze linguistiche, con particolare riferimento all’italiano nonché alla lingua inglese e ad altre lingue dell’Unione europea, anche mediante l’utilizzo della metodologia Content language integrated learning”. Ma mentre prima era sufficiente la conoscenza di una qualsiasi lingua straniera, con la riforma di Marianna Madia l’inglese è diventato obbligatorio per legge per tutti coloro che vogliono accedere ai concorsi pubblici. Basta cambiare una virgola e spostare due parole ed ecco che, zitti zitti, il gioco è fatto. Tutto si ribalta e si introducono nuove prassi che stravolgono completamente i principi formativi trasformando un disegno che dovrebbe promuovere il multilinguismo in un provvedimento che è il suo contrario e sancisce la dittatura del solo inglese.

Per fare chiarezza, il Content and Language Integrated Learning a cui si fa riferimentoche abbiamo introdotto direttamente l’acronimo inglese CLIL visto che siamo un popolo colonizzato che rinuncia sempre più alla nostra lingua – in italiano si chiamerebbe “Apprendimento Integrato di Contenuto e Lingua”, ed è stato proposto in ambito europeo da un economista dell’università di Oxford, David Marsh, nel 1994. La filosofia del progetto era quella di introdurre nelle scuole alcune ore in cui una certa materia venisse insegnata direttamente in una lingua straniera, per favorire l’acquisizione dei contenuti disciplinari e dell’apprendimento di una lingua in colpo solo. Non voglio entrare nel merito di questa proposta didattica di cui non condivido affatto i principi – credo che l’insegnamento di una materia e l’insegnamento di una lingua siano due cose separate che è bene tenere separate e non confondere – bisogna però precisare che riguardava “una lingua straniera” qualsiasi, non necessariamente l’inglese. Come si vanta il Miur: “Il nostro è il primo paese dell’Unione Europea a introdurre il CLIL in modo ordinamentale nella scuola secondaria di secondo grado.” Ma in questa attuazione, di fatto, la lingua straniera scelta è quasi esclusivamente l’inglese.

Fatte queste premesse, dalla prassi si è passati alla norma. Quello che accade oggi è che, per legge (!), la conoscenza di una lingua straniera da parte degli insegnanti e dei dipendenti della pubblica amministrazione è cancellata e sostituita dal solo inglese. Il requisito è obbligatorio, e la conoscenza di altre lingue è solo un di più facoltativo.

Le reazioni a questi imbrogli, realizzati a piccoli passi e in silenzio, si sono visti nel 2017 a proposito del concorso per entrare nell’Inps. Dopo anni di attesa, quando finalmente è uscito il bando è arrivata la sorpresa: tra i requisiti di accesso c’era proprio il possesso di una certificazione linguistica, rilasciata dagli enti autorizzati, attestante almeno il livello B2 della lingua inglese. La certificazione non è obbligatoria per legge, tuttavia chi bandisce un concorso può benissimo includerla nei requisiti, e dunque poco cambia. Nel totale silenzio mediatico – qualcuno ha mai sentito un dibattito televisivo in proposito? – ci sono stati vari ricorsi da parte di potenziali candidati che non erano in possesso della certificazione; in qualche caso il Tar del Lazio li ha accolti (come nel decreto n. 06807 del 18/12/2017), mentre in altri li ha respinti (come nella sentenza n. 1206 del 01/02/2018), perché il profilo di un analista del processo, per esempio, prevedeva la conoscenza dell’inglese.

Ma, nel caso degli insegnanti, qual è il senso della conoscenza obbligatoria dell’inglese nella maggior parte dei casi? Qui non c’è in gioco solo il divieto di discriminazione nell’accesso al lavoro in nome delle pari opportunità (come nell’articolo 27 del D. Lgs. 165/2001). C’è una discriminazione anche nei confronti delle altre lingue e culture, che diventano improvvisamente di serie B di fronte all’inglese. Dietro provvedimenti del genere c’è una sotterranea e viscida imposizione dell’inglese come la sola lingua internazionale che è tutto il contrario del multilinguismo.

Mentre l’Italia non ha alcuna politica linguistica nei confronti dell’italiano, nei confronti dell’inglese le cose sono molto chiare. Il nostro Paese è in primo piano nell’attuazione del progetto colonialistico di condurre tutti i Paesi sulla via di un bilinguismo dove le lingue locali sono viste non come una ricchezza culturale, ma come un ostacolo alla comunicazione internazionale che deve avvenire nella lingua madre dei popoli dominanti. Invece di favorire lo studio delle lingue, si favorisce lo studio del solo inglese. È il progetto dell’imperialismo linguistico lucidamente prospettato da Churchill e in seguito perseguito dalla politica linguistica internazionale statunitense, dal piano Marshall in poi. Giorno dopo giorno, attraverso una politica graduale fatta di piccoli provvedimenti che passano silenziosi – visto che la cultura e i mezzi di informazione della colonia Italia sono in mano a collaborazionisti anglomani – agevoliamo dall’interno la dittatura dell’inglese globale. E accettiamo queste cose in servile silenzio, senza nemmeno che ci sia un dibattito. In questo modo, passetto dopo passetto, anno dopo anno, l’italiano ha cessato di essere la lingua del lavoro in Europa, la domanda per i Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) del MIUR, dal 2017, deve essere scritta soltanto in lingua inglese, al Politecnico di Milano si insegna di fatto in inglese, l’inglese è diventato un requisito per entrare nella pubblica amministrazione… e l’italiano? Quello la nostra politica lo vuole mettere in un bel museo. Il ruolo che gli spetta e gli spetterà sempre di più se andiamo avanti a questo modo. E l’anglicizzazione della nostra lingua è solo l’effetto di questa sottomissione politica, economica e culturale ben più ampia e profonda.