La prolificità degli anglicismi nel lessico italiano

Nella sua evoluzione storica, l’italiano ha da sempre assorbito un gran numero di parole straniere, anche se nella maggior parte dei casi le ha completamente assimilate e italianizzate. Nei dizionari monovolume si trovano un centinaio di ispanismi, un centinaio di germanismi e un migliaio di francesismi, penetrati attraverso substrati plurisecolari. Le parole che arrivano da altre lingue sono invece di un ordine di grandezza inferiore, quantificabile nelle decine. Ma negli ultimi 70 anni il numero degli anglicismi crudi che abbiamo importato è diventato almeno il triplo di quello dei gallicismi, e questa lievitazione non è normale né sana, si tratta di un fenomeno molto preoccupante.

forestierismi adattati e non nel GRADIT
Le parole straniere adattate e non adattate nel Grande dizionario dell’italiano di Tullio De Mauro (Gradit 1999, fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 87).

Non è possibile sostenere che ciò che accade oggi con l’inglese sia già successo ai tempi in cui era il francese ad influenzarci (cfr. “Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese”), sta accadendo qualcosa di più profondo e di inedito sulle cui conseguenze dovremmo cominciare a riflettere con nuove prospettive.

Bastardi senza gloria: le parole ibride e l’effetto domino dell’inglese

Una caratteristica molto allarmante dell’interferenza dell’inglese nel nostro lessico è che gli anglicismi che continuano ad accumularsi sono così tanti che da “prestiti” isolati si sono trasformati in una rete di voci e radici tra loro interconesse che si espandono nel nostro lessico e si strutturano in famiglie di anno in anno più numerose. Questa moltiplicazione fa regredire le parole italiane, e ostacola la traduzione e l’evoluzione della nostra lingua. Ho già accennato a questo tema in più di un’occasione (cfr. “Anglicismi: dai singoli ‘prestiti’ a una rete di parole interconnesse che colonizza interi settori”), ma voglio concentrarmi su un “effetto collaterale” di questo fenomeno che sino a oggi è stato molto trascurato dagli studiosi.

I derivati ibridi che nascono dalle radici inglesi, cioè i semidattamenti come backuppare, bypassare, googlare, fashonista, hackeraggio, leaderistico, linkabile, shampista, targetizzazione, toasteria… sono in grande aumento, e benché il loro numero sia ancora contenuto, questo fenomeno non ha precedenti nell’interferenza del francese.

A questa moltiplicazione di voci che violano le nostre regole di grafia e di pronuncia, vanno poi aggiunti i composti ibridi (come clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…) che sono molti di più.

E a questi bisogna aggiungere anche un numero ancora più ampio di ricombinazioni soltanto delle radici inglesi (baby sitterpet sitter, dog sitter, cat sitter; babybaby gang, baby killer, baby boss…).

L’effetto domino di tutti questi riaccostamenti è numericamente impressionante, e non si riscontra nell’interferenza delle altre lingue.

Poiché non ci sono molti studi in proposito, ho provato a svelare il meccanismo della prolificità degli anglicismi e a quantificare questi “bastardi senza gloria” in un articolo pubblicato sul sito dell’Enciclopedia Italiana Treccani di cui riporto l’incipit.

L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione

– Attento al camperone, doggialo!
– Droppagli gli shieldini!

da camper a camperone

Questo gergo adolescenziale è molto diffuso tra i giocatori di videogiochi in Rete, soprattutto nell’ambiente dello “sparatutto” attualmente più in voga, Fortnite. “Camperone” è un cecchino, nel gioco indicato con camper, a cui si applica istintivamente la regola dell’accrescitivo e si deriva anche “camperare”, cioè “campeggiare”, appostarsi in un luogo sicuro per sparare a chiunque passi davanti. “Doggiare” (o dodgiare) significa schivare (da to dodge), “droppagli” è un invito a impossessarsi di ciò che il nemico ha lasciato cadere (da to drop) e gli “shieldini” (da shield), detti anche “scudini”, sono pozioni che permettono di guarire dalle ferite e recuperare punti.
L’emergere di termini come questi travalica la categoria del “prestito linguistico”, nasce dalle declinazioni all’italiana (adattamenti morfologici) di radici inglesi che circolano nelle interfacce dei programmi. Dilagano anche “killare” (da to kill) e “le kill” (le uccisioni) che non si possono bollare semplicisticamente come “orribili favelle” gergali giovanili destinate a svanire, sono lo specchio di quello che accade in ogni livello della nostra lingua, da cui scaturiscono anche parole che si stabilizzano.

Il neologismo skippare nasce dal bottone su molti video in Rete (skip) per saltare una pubblicità, oggi sempre più tradotto, ma un tempo prevalentemente in inglese. Lo stesso percorso che ha generato downloadare (trasferire o scaricare), ormai registrato dai dizionari. Questi ibridismi, o “semiadattamenti”, non compaiono solo nell’informatica, si ritrovano nel lavoro (dai gergali skillato o brieffare ai più stabili customizzare o brandizzare), nello sport (dagli incipienti “baskettista” o “cornerista” ai datati waterpolista o dribblare), nella musica (jazzista, rockettaro) per poi finire nel linguaggio comune (shockare, zoomare). Sono parole che di solito non vengono conteggiate nelle statistiche sugli anglicismi e sfuggono alle estrazioni automatiche dei dizionari digitali…

Continua: leggi tutto l’articolo sul portale della Enciclopedia Treccani.

La petizione per l’italiano come lingua di lavoro dell’Unione Europea

Lo scorso articolo (“Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese”) ha suscitato un certo interesse sulle lingue internazionali. In tanti mi hanno contattato e voglio riprendere brevemente l’argomento spiegando perché ho firmato la petizione “Italiano come lingua di lavoro dell’Unione Europea.


Il complesso di inferiorità verso l’inglese

Il complesso di inferiorità che abbiamo nei confronti dell’inglese sta portando a un’anglicizzazione sempre più ampia della nostra lingua. La battaglia culturale di questo sito vuole innanzitutto denunciare ciò che sta accadendo (visto che per troppo tempo i linguisti hanno negato il fenomeno), e allo stesso tempo rivendicare che l’italiano è una lingua meravigliosa, di cui non dobbiamo vergognarci e di cui ci dovremmo riappropriare con orgoglio. Per questo ho dato vita al dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, e per questo ho fondato con gli amici di Italofonia.info il progetto Attivisti dell’italiano: è necessario che la “resistenza” alla sottomissione dell’inglese avvenga innanzitutto sul “fronte interno”, nella comunicazione di tutti i giorni, ma non solo. Dovremmo reagire anche sul “fronte esterno” e, in nome del plurilinguisimo, cessare di considerare l’inglese come l’unica soluzione della comunicazione internazionale in Europa.

Sono sempre più convinto che la nostra lingua dovrebbe essere promossa, valorizzata e tutelata, così come tuteliamo la nostra arte, la nostra cultura, i nostri prodotti gastronomici e tutte le nostre eccellenze. Purtroppo in Italia ciò non avviene, al contrario di ciò che accade normalmente in Francia, in Spagna, in Svizzera e in moltissimi altri Paesi. Da noi, invece, non solo non esiste alcuna politica linguistica, ma, peggio ancora, assistiamo all’introduzione dell’inglese persino nel linguaggio istituzionale e della politica, il che è a mio avviso davvero inaccettabile. Questo atteggiamento contribuisce al declino della nostra lingua e ha anche delle ricadute pesanti che coinvolgono tutti noi come cittadini e riguardano anche questioni pratiche.


L’inglese sta soppiantando l’italiano come lingua di lavoro

Un caso eclatante, denunciato anche da Claudio Marazzini, è la decisione del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) che il 27 dicembre 2017 ha diffuso il PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale), cioè il bando per il finanziamento dei progetti universitari e di ricerca di interesse nazionale

in cui “si leggeva che la domanda avrebbe dovuto essere scritta soltanto in lingua inglese, con un buffo codicillo, cioè che eventualmente era possibile aggiungere una versione facoltativa in italiano”.

[C. Marazzini, L’italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua, Rizzoli 2018, p. 75].

Per la cronaca: nel 2012 la domanda doveva essere compilata in italiano e inglese, nel 2015 si lasciava la libertà di usare l’inglese oppure l’italiano, e nel 2017 si è passati al solo inglese (ivi, p. 77).

È possibile che nell’università italiana, e tra italiani, la lingua di lavoro diventi l’inglese? Sì, è precisamente quello che sta già accadendo, sia pure nella disattenzione generale. Ad alcuni docenti (tra i quali chi scrive) è appena capitato di ricevere da un ateneo la richiesta di esaminare e valutare un progetto di ricerca. E fin qui sarebbe tutto normale. Il punto è che l’intera procedura – le mail del rettore che formulava la richiesta, il progetto da valutare, il giudizio espresso dal valutatore – doveva svolgersi unicamente in inglese. Più che di un caso limite, si trattava in realtà di una solerte anticipazione di una linea di condotta ministeriale che va diventando sempre più evidente.”

[“L’inglese lingua di lavoro? Non è la scelta migliore”, Giovanni Belardelli, Corriere della Sera, 6 gennaio 2018].

Perché i progetti di “rilevanza nazionale” dovrebbero essere espressi in lingua inglese? Perché si rinuncia all’italiano, invece di promuoverlo, dando per scontato che l’inglese diventi la lingua ufficiale della ricerca?

Un altro esempio molto noto che va nello stesso senso è quello della decisione del Politecnico di Milano, nel 2011, di rendere obbligatorio a partire dall’anno accademico 2013-2014 l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti. La decisione sollevò l’indignazione di tanta gente e 126 docenti firmarono una lettera di protesta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La professoressa di Istituzioni di diritto pubblico del Politecnico Maria Agostina Cabiddu, da poco premiata dall’Accademia della Crusca proprio per questa sua battaglia, è riuscita in questo modo a bloccare l’iniziativa, dichiarata poi illegittima dal Tar della Lombardia che ha sancito che la lingua italiana debba mantenere il “primato in ogni settore dello Stato”.  Nel 2017, tuttavia, la Corte costituzionale si è pronunciata sull’inglese nell’università ritenendo non condivisibile la sentenza del Tar e, pur riconoscendo l’ufficialità e la primazia della lingua italiana, ha ammesso che nella propria autonomia gli atenei possano erogare corsi in lingua straniera secondo un principio di “ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza”. Dopo altre sentenze successive, la questione dell’insegnamento in lingua inglese nelle università è tutt’ora terreno di scontro, e in inglese si insegna attualmente per esempio al MUNER (Motorvehicle University of Emilia-Romagna) o all’Humanitas University di Milano nella facoltà di medicina.

Dietro questa confusione tra la lingua della didattica e la lingua della ricerca (ma va ribadito che l’inglese non è ovunque la lingua della scienza) c’è una visione del mondo che dà per scontato che essere internazionali equivalga a parlare l’inglese. Questa presa di posizione è però a mio parere da combattere con ogni mezzo in nome del plurilinguismo, che è invece un valore da difendere, come fanno maggiormente negli altri Paesi dove in proposito c’è una sensibilità molto diversa che da noi. E così, mentre per valorizzare l’Italia all’estero la RAI annuncia il suo prossimo canale solo in inglese, definito “la lingua del mondo”, la BBC informa in 45 lingue differenti, e in Paesi come la Francia o la Germania si punta alle trasmissioni non solo in inglese, ma anche in francese, tedesco, spagnolo e arabo (cfr. “Canale Rai solo in inglese, ‘la lingua del mondo’. Ma la BBC informa in 45 lingue”).

Davanti alla scelta tra il monolinguismo basato sull’inglese o il plurilinguismo, il nostro complesso di inferiorità che sul fronte interno ci sta portando all’itanglese, sul fronte esterno ci vede preferire la lingua della globalizzazione per relegare l’italiano a una sorta di dialetto interno nella convinzione-confusione che essere internazionali coincida con parlare l’inglese.

E nell’Unione Europea cosa avviene? E qual è la differenza tra italiano, inglese e tedesco?


La petizione per l’italiano come lingua di lavoro dell’Unione Europea

L’Unione europea è attualmente fondata sulla piena autonomia, anche linguistica, di ogni singolo Paese. Sono dunque i parlamentari eletti localmente a dovere comunicare tra loro attraverso le lingue comuni (ma nella pratica usano l’inglese), e non certo i cittadini europei.

Eppure l’Ufficio Europeo di Selezione del Personale (denominato non a caso con la sigla inglese EPSO: European Personnel Selection Office) bandisce concorsi in cui l’italiano è in pratica estromesso e la seconda lingua deve essere l’inglese, il francese o il tedesco. Se nel Regolamento delle Comunità Europee del 1958 (art.1/58) l’italiano era una delle lingue di lavoro (“Le lingue ufficiali e le lingue di lavoro delle istituzioni della Comunità sono – in ordine alfabetico – la lingua francese, la lingua italiana, la lingua olandese e la lingua tedesca”), successivamente è stato discriminato dai governi che si sono succeduti. Nonostante l’imminente uscita del Regno Unito (entrato nella CEE solo nel 1973) e nonostante le norme sancite dai trattati, ultimamente nell’UE si registra la supremazia di fatto del trilinguismo anglo-franco-tedesco, da cui l’italiano è estromesso.

Ecco perché ho firmato l’Appello per l’italiano lingua di lavoro dell’Unione europea rivolto al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, al Governo e a ciascun parlamentare. Perché tutti si adoperino perché l’italiano diventi anche lingua di lavoro dell’Unione, e non sia solo una lingua ufficiale, e perché ne sia riconosciuto il valore e la sua promozione. Passando dalle questioni di principio a quelle pratiche, ciò permetterebbe anche alle piccole  e medie imprese un accesso rapido e agevole ai finanziamenti europei senza sobbarcarsi i costi delle traduzioni professionali che si aggiungono pesantemente alle difficoltà burocratiche.

Chi volesse firmare la petizione #DilloInItalianoInEuropa lo può fare a questa pagina di Buonacausa.org in modo semplice e in meno di un minuto. Mancano soltanto poche firme per il raggiungimento dell’obiettivo, e mi pare una causa importante e un intento molto lodevole.

Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese

Era il 1965 (secondo varie fonti) quando Ted Nelson coniò il termine ipertesto (hypertext), ispirato dallo scritto di un ingegnere (Vannevar Bush, “As We May Think”, in The Atlantic Monthly, 1945) che aveva ipotizzato una macchina teorica fatta di schermi translucidi, il Memex, in grado di associare pagine di libri riversati su diapositive. Nelson vide nel calcolatore uno strumento concreto per realizzare quel sogno, e ne delineò i fondamenti con il progetto Xanadu, sfociato in un programma per realizzare questi collegamenti (seguito dal libro Literary Machines, 1982).

Questa è la storia dell’ipertesto che ci hanno raccontato i manuali statunitensi. Ma c’è anche un’altra storia, visto che proprio nel 1965, in Italia, vide la luce un voluminoso tomo con l’analisi della Divina Commedia che era stata riversata in un calcolatore e suddivisa in indici con le concordanze, le rime, le frequenze… cioè un ipertesto stampato su carta (a cura di Carlo Tagliavini, realizzato da Ibm Italia). Quest’opera seguiva le orme dei lavori di Roberto Busa, un gesuita italiano studioso di Tommaso d’Aquino. Fu lui il primo uomo al mondo che utilizzò un calcolatore per l’analisi linguistica e per creare ipertesti (anche se non li chiamava così e avevano qualche differenza concettuale):

“Sin dal 1946 aveva pensato a come utilizzare una macchina nella catalogazione del corpus tomistico e per la creazione di indici sistematici. Così, con l’appoggio di IBM, si recò a New York dove, a partire dal 1949, cominciò a lavorare sulle prime macchine a schede perforate per inserire in un mainframe tutte le opere di San Tommaso, in latino, codificando ogni parola e registrandone tutte le flessioni. Il primo volume di questa impresa titanica uscì nel 1951”.

[Antonio Zoppetti, Blog. PerQueneau? La scrittura cambia con internet, Luca Sossella, Roma 2003]

Sono stato il primo a divulgare questa storia, nel 2000 in Rete e nel 2003 in un libro. Il primo ipertesto della storia, ben 15 anni prima che Nelson ne inventasse il nome, fu realizzato da un italiano, in latino, non in inglese. Alla morte del gesuita, nel 2011, questa ricostruzione è stata ripresa da molti giornali in Italia (La stampa, il Giornale, l’Osservatore romano) e in tutto il mondo (Brasile, Polonia, Vietnam, Cina). Da qualche anno il contributo di Roberto Busa è stato riconosciuto universalmente, e oggi è considerato il padre della linguistica computazionale.

Questo aneddoto è utile per comprendere qualcosa di molto importante: il predominio economico e culturale angloamericano, insieme alla propria lingua esporta anche la propria visione delle cose, che il più delle volte è di parte ed è quella che gli fa più comodo. La storia la scrivono i vincitori, e ciò che conta non è chi ha inventato qualcosa, ma chi l’ha imposto sul mercato. Ecco perché l’ipertesto è considerato un’invenzione d’oltreoceano, il personal computer non è stato inventato dalla Olivetti, e il telefono è stato inventato da Bell invece che da Meucci. Tutto questo ha a che fare anche con la lingua, uno strumento del “colonialismo culturale” ed economico molto potente. E così la tecnologia senza fili inventata da Marconi oggi la chiamiamo wireless, applicata alla Rete, e se un tempo esportavamo le nostre eccellenze nella nostra lingua (nel Rinascimento quelle artistiche, successivamente quelle musicali) oggi le esprimiamo sempre più spesso in inglese: il made in Italy o l’italian design.

Dovremmo riflettere maggiormente sulle conseguenze dell’accettazione dell’inglese come lingua franca internazionale, perché non è una scelta innocente, né etica, né l’unica possibile, come testimoniano i casi del latino e dell’esperanto.


Il latino non è solo una lingua morta

Quando si dice che il latino è una “lingua morta” non si tiene conto del fatto che è utilizzato come lingua franca in tutto il mondo per esempio negli ambienti cattolici e del Vaticano. Roberto Busa scriveva in latino per rivolgersi agli studiosi di San Tommaso di ogni Paese, e la sua opera, commercializzata a partire dal 1989, si intitolava Thomae Aquinatis Opera Omnia. Cum hypertextibus in cd-rom.

thome aquinatis opera omnia roberto busa 2

Nel lavorare alla riedizione di questo lavoro, nel 1992, fui molto colpito e allo stesso tempo divertito da espressioni come cum hypertextibus e da questa modernizzazione del latino, e rimasi molto sorpreso quando Busa mi spiegò che nella comunicazione internazionale tra religiosi si usavano normalmente parole come telephonum e molte altre che servivano a tenere vivo il latino, visto che era utilizzato e diffuso, seppur da una comunità ristretta rispetto a quella dell’inglese.

La traduzione delle neologie in latino è di recente rimbalzata su vari giornali (da la Repubblica a Vatican News) in occasione di un libro della Libreria Editrice Vaticana con i cinguettii di Papa Francesco tradotti in latino. Lo sforzo del Vaticano di tradurre in una lingua antica i concetti moderni produce neologismi interessanti da cui forse dovrebbero trarre qualche spunto anche i linguisti italiani. I tweet sono breviloquia, il computer è un instrumentum computatorium e il sistema di navigazione satellitare GPS è l’universalis loci indicator. In sintesi, il latino si arricchisce di neologismi che in italiano (da questo punto di vista una lingua molto più morta) sono invece detti in inglese. Nel manuale di istruzioni del cd-rom di Busa (redatto anche in inglese e italiano) i file erano detti documentum-i e il mouse era definito instrumentum quod “mouse” vocatur (strumento chiamato mouse), ma nella versione in latino della Wikipedia la soluzione di oggi è quella più semplice e naturale, la stessa adottata in francese, spagnolo, portoghese, tedesco… quella di tradurlo con topo: mus (computratalis).

Di sicuro qualcuno riderà davanti a questa “bizzarria” di far rivivere il latino come lingua franca davanti all’inglese (personalmente invece la rispetto e la apprezzo enormemente, nonostante le mie profonde convinzioni anticlericali). Qualcun altro la potrà bollare come un ritorno al Medioevo. Eppure il latino medievale aveva in sé un elemento etico e democratico che non appartiene all’inglese globale: non era la lingua madre di nessuno, era la seconda lingua letteraria di teologi, giuristi e talvolta anche di scienziati che la utilizzavano per la comunicazione internazionale “ad armi pari”. L’inglese è invece la lingua quotidiana di chi la impone a tutti gli altri con la prepotenza della propria supremazia, il che ha delle conseguenze culturali, politiche ed economiche che spesso vengono sottovalutate. A cominciare dalla sua intelligibilità: nelle conversazioni in inglese tra chi non è madrelingua la comprensione è di solito agevolata (entrambi gli interlocutori ricorrono alla lingua franca), mentre nelle conversazioni con i madrelingua inglesi c’è necessariamente una condizione di inferiorità di chi deve ricorrere a una lingua ausiliaria che non gli appartiene.


Giorgio Pagano e l’ingiustizia dell’inglese come lingua franca

 

Giorgio Pagano
Giorgio Pagano.

Un’altra conseguenza molto deleteria del ricorso all’inglese come lingua franca è denunciata con forza da moltissimi pensatori di ogni Paese, e in Italia è stata messa ben in evidenza da Giorgio Pagano:

“La Gran Bretagna sul non insegnamento della lingua straniera nelle proprie scuole risparmia 18 miliardi di euro l’anno, mentre l’Italia ne spende 60, di miliardi l’anno, per colonizzare la mente dei propri giovani nella sola lingua inglese. Stiamo parlando di circa 900 euro l’anno per ciascun italiano, piccolo o grande che sia. Questo è danaro che si toglie alle nostre università, alla nostra ricerca, ai nostri precari, alle nostre case editrici, alla nostra creatività e innovazione, andando ad ingrandire quelle straniere.”

[Citazione tratta dal sito dei radicali]

Dire che l’inglese di oggi è come il latino di un tempo, la lingua internazionale del nuovo Millennio, è un’affermazione ambigua. Questa analogia non va fatta con il latino medievale usato come lingua franca degli studiosi (che non era la lingua viva di nessuno), ma con quello della Roma imperiale, che nella sua espansione (di sicuro oggi moralmente non giustificabile) ha colonizzato tutto il mondo. Allo stesso modo l’inglese planetario odierno rischia di ridurre le altre lingue a dialetti, se non a distruggerle. Secondo Claude Hagège, che si occupa della dimensione internazionale della linguistica, nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa.

“È un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale”. E la principale minaccia è proprio l’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”.

[Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7 e p. 99].

Giorgio Pagano è in prima linea da molti anni nella denuncia delle conseguenze che comporta l’adozione dell’inglese a livello internazionale, e ha anche messo in risalto che il progetto di una “dominazione linguistica” mondiale segnerebbe il passaggio dal colonialismo fisico, dei territori, a quello culturale di epoca moderna. Un’ideologia che si rintraccia esplicitamente in Roosevelt o in Churchill che il 6 settembre del 1943, all’università di Harvard, dichiarò in modo lucido:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

[“The power to control language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind”. Fonte: Winston Churchill – in dialogo con Roosevet – Università di Harvard, 6 settembre 1943].

Per questi motivi Pagano è arrivato al punto di fare vari scioperi della fame per sensibilizzare tutti su questo argomento, e la soluzione che propugna è quella, etica, dell’esperanto.

Le speranze dell’esperanto

Ludwik Zamenhof esperanto

L’esperanto è una lingua artificiale elaborata nell’arco di 15 anni (1872-1887) da un medico e linguista polacco, Ludwik Lejzer Zamenhof, con lo scopo dare vita a un sistema di grande semplicità che si possa utilizzare nelle comunicazioni internazionali e che possa essere di tutti, invece di adottare la lingua naturale di un solo popolo. Si scrive come si pronuncia (un suono per ogni lettera), ha una grammatica lineare e senza eccezioni fondata su 16 regole principali che prevedono che i nomi terminino in -o, gli aggettivi in -a, e che i plurali si formino con -j. Il lessico pesca dalle radici internazionale più diffuse e comprensibili in ogni lingua, spesso latine, ed è concepito per essere appreso in modo molto semplice anche in età adulta e in modo autodidatta.

Questa proposta che arrivava da uno sconosciutissimo trentenne fu accolta sin da subito con molto scetticismo dai linguisti, che la considerarono una follia. La sua efficacia, però, emerse nel 1905, quando gli esperantisti di una ventina di diversi Paesi si riunirono in Francia comunicando tra loro in esperanto. Da allora questa lingua è uscita dalle mani del fondatore per diventare patrimonio degli esperantisti e dell’umanità, almeno negli intenti, visto che non si è mai imposta concretamente come una lingua accettata dalla comunità internazionale. La sua espansione entrò in crisi con le guerre mondiali, e non fu mai presa in considerazione come lingua “neutrale”. Hitler, al contrario, la definì la “lingua delle spie”, creata da un ebreo, e perseguitò gli esperantisti, perseguitati anche da Stalin e in vari Paesi. Nel dopoguerra continuò a rimanere una proposta senza seguito, benché, nel 1954, l’UNESCO ne riconobbe il valore e si impegnò nella sua diffusione. In tempi più recenti ci sono state proposte per utilizzare l’esperanto per esempio all’interno dei lavori del Parlamento Europeo, ma sono sempre state rifiutate.

Asterix il gallico in esperanto asteriks la gaulo
Asterix il gallico in un’edizione in esperanto.

Nonostante questa storia infelice, va detto che l’esperanto esiste! È parlato da almeno un milione di persone nel mondo, esistono molti libri tradotti, e persino qualche scrittore che l’ha impiegato come lingua letteraria, per esempio il poeta scozzese William Auld. Esiste anche qualche film o opera teatrale, ci sono vari gruppi musicali che lo utilizzano, c’è una radio che trasmette in questa lingua dal 2011 (Radio Muzaiko), e c’è la versione in esperanto della Wikipedia che ha un numero di voci superiore a quello di altre lingue naturali. Ultimamente, c’è anche un portale in Rete, evoluto da un indirizzario fisico nato nel 1974, che permette di viaggiare attraverso lo scambio di ospitalità tra gli esperantisti di tutto il mondo.

L’esperanto è perciò una realtà e una soluzione possibile più che un’utopia, una parola che non designa qualcosa di irrealizzabile (lett. un luogo che non esiste), ma solo qualcosa di irrealizzato. Se l’esperanto si insegnasse nelle scuole di tutta l’Europa, per esempio (visto che l’uscita del Regno Unito rende di fatto l’inglese una lingua extracomunitaria, a parte qualche cavillo), nel giro di una generazione potrebbe davvero essere la lingua franca del futuro. Ma naturalmente un progetto del genere andrebbe contro gli attuali assetti del potere, che non possono che osteggiare soluzioni come queste: neutrali, democratiche, pacifiche e razionali, dunque non convenienti per chi oggi sfrutta i vantaggi della propria posizione di dominio. Pensare che l’esperanto sia una soluzione praticabile è “utopistico” solo per questo motivo.

Invece di andare fieri dell’inglese globale, dovremmo riflettere sulle conseguenze del nostro esserne subalterni e ripensare agli insegnamenti di Alexis de Tocqueville, che nello studiare il modello della democrazia statunitense, ci ha insegnato una cosa fondamentale: l’importanza di difendersi dalla tirannia della maggioranza.

 

Per saperne di più c’è il sito esperanto.it dove è anche possibile imparare gratuitamente l’esperanto.