Le 3000 firme della petizione a Mattarella

Continuo le mie riflessioni sui perché della petizione a Mattarella, #litalianoviva, che conta ormai 3.000 firme. Provo anche a rispondere ad alcune delle critiche basate sulle sciocchezze e sui luoghi comuni di chi non ha studiato e compreso il problema, né tanto meno lo spirito dell’iniziativa.

La nuova questione della lingua

Non se ne può più di sentir dire che è normale che le lingue evolvano o che il francese e tantissimi altri idiomi hanno influenzato l’italiano sin dai tempi di Dante. Queste sono banalità che non si possono che dare per scontate; bisognerebbe essere un po’ più seri e studiare come la nostra lingua si sta evolvendo.

È semplicemente una questione di numeri: dal secondo dopoguerra a oggi – nell’arco di una sola generazione – gli anglicismi sono almeno quintuplicati. Hanno colonizzato i centri di irradiazione della lingua (il lavoro, la scienza, la stampa, l’informatica, l’economia…), si riversano nel linguaggio comune, aumentano di frequenza, penetrano nel lessico di base e, soprattutto, tutto ciò che è nuovo viene sempre più introdotto in inglese crudo, con il risultato che il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è costituito da anglicismi. Il punto non è gridare alla morte dell’italiano per becero allarmismo, è constatare che di fatto è già morto, nel senso che ha cessato di evolvere per via endogena, e che registra una regressione davanti all’inglese anche quando esistono parole italiane che finiscono per essere dimenticate o diventare obsolete davanti ai “prestiti sterminatori”. Gli anglicismi non sono perciò una ricchezza, ma al contrario segnano l’impoverimento e la morte del nostro lessico. La loro penetrazione avviene in modo crudo, senza adattamenti, e dunque sta snaturando la nostra identità linguistica, che non è un concetto filosofico e astratto, ma una cosa molto semplice e concreta: nella maggior parte dei casi gli anglicismi costituiscono dei “corpi estranei” che violano le regole dell’ortografia e della pronuncia dell’italiano. Non c’è alcun problema ad accogliere forestierismi non adattati, se sono contenuti in una percentuale fisiologia, è un fenomeno normale che si riscontra in ogni lingua. Ma quando questa percentuale cresce a dismisura, supera nel giro di 70 anni quella di una lingua come il francese che ha una storia di substrati plurisecolari, quando la somma di tutti i forestierismi di ogni lingua del mondo non arriva alla metà degli anglicismi che abbiamo importato in un lasso di tempo così breve, e che usiamo così spesso, c’è un problema oggettivo. Non siamo più di fronte a un fenomeno normale, ma a una creolizzazione lessicale che stravolge la nostra lingua storica. Questi sono fatti. Ogni critica ne deve tenere conto.

Allora la questione, e il terreno del dibattito, è un altra. Dobbiamo chiederci quale italiano vogliamo. Crediamo che la modernità si esprima con l’inglese e vogliamo che la percentuale di anglicismi della nostra lingua diventi in ogni ambito quella del linguaggio del lavoro o dell’informatica?

Bene lo si dica chiaramente, invece di giocare a fare i negazionisti.

Questa idea dell’italiano, però, per me coincide con l’itanglese, e mi vede dall’altra parte della barricata a combattere quello che considero non un segno di modernità, ma il depauramento del nostro patrimonio culturale. Ciò è tutto il contrario del purismo, ostile da sempre ai neologismi. Viceversa, c’è da auspicare un italiano che si sappia evolvere per via endogena, creando le proprie parole e i propri neologismi, invece che importarli dall’inglese.

Chi ha un’altra idea dell’italiano getti la maschera, si schieri dall’altra parte, e difenda l’itanglese senza fare l’ipocrita. I nuovi puristi del Duemila, quelli che vogliono ingessare l’italiano nella sua forma storica senza farlo evolvere perché tutto ciò che è nuovo si dice in inglese, sono gli anglomani. Sono loro – li chiamo anglopuristi – che vogliono trasformare l’italiano nella “lingua dei morti”.

Questa è la nuova “questione della lingua”. Sarebbe ora di dirlo chiaramente.

Non si tratta di fare la guerra ai singoli anglicismi, si tratta di prendere posizione, e di spezzare la strategia comunicativa che spinge a importare l’inglese crudo senza alternative. Il problema non è linguistico, è culturale. Gli anglicismi non sono “prestiti”, con queste sciocche categorie obsolete non si può rendere conto dell’attuale fenomeno dell’interferenza dell’inglese. Quando il confinamento diventa lockdown, il lavoro da casa smart working, quando si coniano all’inglese espressioni come covid hospital, invece che ospedali covid, e si parla di covid pass, covid free, covid manager, covid like, covid test… il problema non è in questi trapianti e in queste ricombinazioni ridicole prese singolarmente; il punto è che abbiamo perso la volontà di parlare in italiano e siamo passati a una strategia compulsiva (la strategia degli Etruschi) che consiste nella scelta di parlare in itanglese.

Una questione politica, non linguistica

Oggi la nostra classe dirigente – dai mezzi di informazione alla politica, dalla scienza al mondo del lavoro – ha scelto l’itanglese, e in questo modo lo diffonde e lo impone a tutti. Per spezzare questa strategia occorre una rivoluzione culturale e politica. Nello scorso articolo ho mostrato perché non è certo alla Crusca che ci si può rivolgere per cambiare le cose. L’Accademia non ha né il potere né la missione di regolamentare la nostra lingua. Solo la politica potrebbe forse investirla di questo mandato, come avviene per le accademie spagnole e francesi. Lì si creano alternative agli anglicismi e la popolazione è libera di scegliere come parlare. Alcune proposte sono accolte ed entrano nell’uso, altre non vengono invece recepite, ma il risultato è che l’anglicizzazione di queste lingue non è minimamente paragonabile alla nostra. Ognuno è libero di usare il lessico che preferisce, ma la libertà sta nello scegliere, se mancano le alternative cade la scelta, e l’inglese diventa un automatismo senza altre possibilità, diventa la tirannia della minoranza che controlla i centri di irradiazione della lingua e che la impone a tutti.

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Le “reti sociali” o i “fondi di recupero” su Correre, El País e Le monde. Da noi sono anglicismi (i “gruppi tech” in spagnolo sono “grandes tecnologicas”, e persino gli Usa sono detti secondo l’ordine della loro lingua: EEUU).

La petizione per eliminare gli anglicismi almeno dal linguaggio istituzionale – una cosa che in Francia è espressamente vietata dalla legge, ma che non verrebbe nemmeno in mente ad alcun politico, come del resto in Spagna – va rivolta alla nostra classe politica. Ma rivolgersi al parlamento avrebbe senso?

Non mi pare.

Non dimentichiamo che i nostri politici son proprio coloro che contribuiscono a uccidere la nostra lingua storica. Se il politichese, sino a tutto il Novecento, era caratterizzato da formule ampollose, astruse o burocratiche, nel nuovo Millennio è diventato itanglese. Dal jobs act al navigator, il lavoro è job, le tasse sono tax, le leggi act, l’economia è economy, i fondi per la ripresa sono introdotti in inglese, recovery fund, e qualcuno parla di un recovery plan per la pandemia. Gli anglicismi politici registrano un aumento preoccupante: quantitative easing, voluntary disclousure, caregiver, stepchild adoption, spending review, spoils system, devolution e deregulation, election day e family day… E in questo linguaggio fatto di establishment, governance, leadership, impeachment, question time, moral suasion, premiership… ci sono anche figure istituzionali come il garante della privacy, o il ministro del welfare, alla faccia della salute del nostro lessico. I giornali rilanciano e amplificano questo vocabolario politicamente scrorrect, mentre si parla sempre più di premier al posto di presidente del consiglio come è scritto nella nostra Costituzione, o di governatori invece che presidenti delle regioni perché si vuol fare gli americani, anche se il nostro sistema non è federalista.

In questo contesto appare poco proficua una petizione rivolta ai politici. Senza scadere nel qualunquismo, bisogna ricordare che negli ultimi anni sono state presentate innumerevoli proposte di legge o di istituzione di un Csli (Consiglio Superiore della Lingua Italiana) che sono sempre rimaste nei cassetti, per riemergere ciclicamente senza che nulla di concreto sia mai stato fatto.

Nel 2012, una petizione dell’Era propose di dire in italiano “question time” e ricevette consensi da ogni parte politica, ma l’iniziativa lodata da tanti solo a parole, non ebbe nei fatti alcun seguito (in Svizzera si dice invece l’ora delle domande, in parlamento e sui giornali).

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“L’ora delle domande” sul Corriere del Ticino.

Nel 2018, Giulia Bongiorno, ministra della pubblica amministrazione del Governo Conte, scriveva:

“Nei primi giorni da Ministro mi sono stati sottoposti alcuni fascicoli – definiti dossier – dai quali emergeva che i problemi più urgenti da affrontare erano:
1) il blocco del turnover;
2) l’inadeguata valutazione della performance dei dirigenti;
3) il digital divide;
4) la scarsa applicazione (…) dello smart working;
4) l’uso improprio del badge per entrare nel luogo di lavoro.
Per affrontarli avrei dovuto partecipare a numerosi meeting; inoltre, mi si rendeva noto che il budget a mia disposizione era – purtroppo – limitato.
Amo l’inglese (…) Eppure credo sia sbagliato, e fuorviante, accettare questa sostituzione della lingua italiana; parlo di sostituzione perché l’uso reiterato delle parole inglesi fa sì che a volte il corrispettivo italiano si perda. Dunque dico basta, con forza, a questo ibrido che forse vorrebbe far sembrare l’italiano più moderno, ma in realtà lo sta svilendo.”

(Lettera aperta del 19 dicembre 2018 per denunciare l’abuso dell’inglese nel linguaggio amministrativo).

Che cosa è accaduto, da allora, è sotto gli occhi di tutti.

Anche le iniziative come Europarole del Dipartimento delle politiche europee, avviata nel 2018, che doveva tradurre gli anglicismi che circolano nell’ambito dell’Unione Europea si è rivelato un progetto vuoto, e da allora ha raccolto solo 37 parole!
Visto che le istituzioni non lo fanno – da quelle politiche alla Crusca – il più grande repertorio esistente nel nostro Paese è il Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA), che ne ha raccolti ormai 3.700, e nasce da un’iniziativa privata senza alcun finanziamento.

Da queste considerazioni è nata la decisione di rivolgere la petizione non alla politica, ma al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la massima carica dello Stato.

C’è chi ha storto il naso davanti all’opportunità di rivolgersi a lui in questo frangente in cui l’Italia versa in ben altri e più gravi problemi. Eppure il lievitare degli anglicismi ha raggiunto picchi inediti proprio durante la pandemia e, soprattutto, le nostre richieste sono davvero facili, e non costano nulla. Non abbiamo invocato leggi come quelle che ci sono in Francia, né domandato di attuare ciò che la politica ha più volte presentato senza che mai si sia realizzato.
Le richieste consistono, semplicemente, in una supplica, perché il capo dello Stato attui un simbolico richiamo alla politica di non utilizzare anglicismi almeno nel linguaggio istituzionale, per il rispetto, oltre che per la trasparenza, che le istituzioni dovrebbero avere nei confronti dei cittadini italiani e del nostro patrimonio linguistico (non dimentichiamocene, quando saremo chiamati alle urne!).
La seconda richiesta è di favorire una campagna di sensibilizzazione contro l’abuso dell’inglese. Anche questa preghiera non ci pare gravosa, e soprattutto non comporta alcuna spesa, visto che gli spazi delle pubblicità progresso sono già previsti. E come si fanno e si sono fatte contro il bullismo o contro la violenza delle donne, potrebbero farsi anche per promuovere la nostra lingua, di cui non è il caso di vergognarsi.

Crediamo che questa petizione chieda qualcosa che dovrebbe essere dato per scontato, qualcosa che nasce semplicemente dal buon senso e che dovrebbe appartenere a tutti. E facciamo fatica a comprendere come si possa non condividere questo appello.

Eppure, se la petizione #dilloinitaliano di cinque anni fa fu ripresa da tutta la stampa, oggi invece non c’è un solo giornale a tiratura nazionale che ne abbia accennato nemmeno con una sola riga. Le 3.000 firme raccolte nascono solo dal passaparola in Rete e tra la gente, mentre i mezzi di informazione e le istituzioni che dovrebbero occuparsi della nostra lingua in modo ufficiale lo hanno ignorato. Al contrario di quanto hanno fatto invece persone di primo piano della cultura nazionale e internazionale.

 

I firmatari e gli amici dell’italiano

Sin dai primi giorni, la notizia della petizione #litalianoviva è stata ripresa e diffusa dall’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook, oppure dal sito Corsica Oggi. In Svizzera è stata segnalata dal Forum per l’italiano in Svizzera, e dalla Rivista.ch. E così la notizia si è sparsa per il mondo, tra i firmatari ci sono italofoni tedeschi, dall’università di Barcellona ha firmato un’importantissima profesora emerita di Filologia Italiana, dall’Australia ha firmato la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day, per i suoi meriti nel tradurre in italiano. Voglio riportare qualche battuta tratta da un’intervista che rilasciò in quell’occasione:

Barbara McGilvray
Barbara McGilvray.

– Hai notato delle differenze nell’evoluzione della lingua italiana da quegli anni ’60 in cui eri a Roma all’italiano che si parla oggi? Magari il fatto che oggi sia infarcito di parole inglesi? Una volta non era così…
Io cerco di evitare e parole inglesi in italiano anzi sono iscritta a due o tre gruppi di traduttori in Italia, gruppi virtuali, sull’Internet e lottiamo tutti per evitare di usare neologismi inglesi, preferisco evitarli. (…) Spending review mi fa una rabbia (RIDE), ci sono espressioni perfettamente adeguate in italiano, perché usare quelle inglesi? Non lo so…

– O il jobs act…
Jobs act… un altro, no, no… non ne parliamo…

– La nostra rubrica si chiama La lingua più bella del mondo, sei d’accordo con il nome che abbiamo dato a questo segmento?
Assolutamente! Come no?

Se volte sentire queste parole dal suo delizioso accento anglofono, lo potete fare qui (al min, 4,30 circa).

Tra i tanti che hanno firmato e che mi hanno scritto dall’estero ci sono italofoni dall’Argentina, dal Canada, dalla Francia, e anche dal Regno Unito e dagli Stati Uniti.

Possibile che all’estero ci sia un’attenzione per l’italiano superiore alla nostra?

Evidentemente sì.

Ma non è del tutto esatto. Non bisogna confondere il silenzio stampa e delle istituzioni che si registra in Italia con il sentimento degli italiani. L’indifferenza mediatica non corrisponde alla sensibilità di tante persone di ogni fascia sociale (infermieri, medici, farmacisti, parrucchieri, avvocati, imprenditori, formatori, studenti, insegnanti, mamme, agenti immobiliari… c’è anche un suora). E tra i firmatari ci sono poi diversi politici che appartengono a ogni schieramento: da Potere al popolo e Sinistra alternativa passando per il Pd, i 5 stelle, la Lega, sino a Forza Italia, Fratelli d’Italia e alla destra. Ma soprattutto mi ha colpito la presenza di molti personaggi di spicco della cultura del nostro Paese. Non sempre mi è stato possibile verificare se certi nomi sono davvero illustri o se si tratta di omonimi, e non so se Elena Ferrante è veramente lei o se Paolo Repetti è davvero il fondatore e il direttore della collana Stile Libero di Einaudi. So però di certo che hanno firmato professori universitari o accademici come lo psicologo Fulvio Scaparro, il filosofo Fulvio Papi, scrittori come Elisabetta Bucciarelli (vincitrice del premio Scerbanenco) o come la docente Laura Margherita Volante, traduttori di primo piano come la poetessa Claudia Azzola direttrice della rivista TraduzioneTradizione, giornalisti come Alberto Giovanni Biuso, intellettuali che gravitano intorno alla rivista Odissea diretta da Angelo Gaccione, come il medico Teodosio De Bonis (“Ho deciso di iscrivermi ad un corso di lingua straniera: mi è stato consigliato l’Italiano”), lo scrittore Oliviero Arzuffi, i poeti Antonella Doria, Gabriella Galzio e Nicolino Longo… e una lunga lista di donne e uomini che fanno comprendere che esiste un’altra idea di lingua e di cultura, oltre a quella dominante. E che a opporsi all’insensato ricorso all’abuso dell’inglese siamo in tanti.

Per aiutarci a diffondere la nostra iniziativa, visto che i giornali non lo fanno, passa parola, per favore!

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I perché di una petizione a Mattarella (e le prime 2.500 firme)

La petizione #litalianoviva (che ha raggiunto le 2.500 firme) arriva cinque anni dopo quella, fortunatissima, lanciata da Annamaria Testa (#dilloinitaliano). Le quasi 70.000 firme di allora ebbero una risonanza senza precedenti e una rassegna stampa fitta e internazionale. Proprio in seguito a questo straordinario successo, l’Accademia della Crusca. a cui era rivolta, decise di dare vita al Gruppo Incipit, che aveva lo scopo “di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede.” Dunque: “monitorare” più che “arginare”, anche se nei comunicati sono sempre stati indicati dei sostitutivi italiani.

A cinque anni da questo evento, ho tentato di fare un bilancio di cosa sia accaduto e di che cosa sia cambiato. Purtroppo la risposta è che, nel concreto, non è accaduto nulla. Anzi, da allora le cose sono decisamente peggiorate. Ecco perché ho provato a immaginare un’iniziativa simile ma con altri interlocutori e altre richieste.

L’attuale ruolo della Crusca

Mi pare che l’importanza della petizione di Annamaria Testa si possa riassumere nella presa di coscienza del fastidio verso l’abuso dell’inglese di una grande fetta degli italiani. La svolta che ha segnato è stata proprio l’emergere di questo nuovo modo di sentire nell’opinione pubblica, un cambio di paradigma storico molto importante: per la prima volta, parlare di tutela dell’italiano non veniva più associato alla politica linguistica del fascismo, alla guerra ai barbarismi, e neanche alle prese di posizione “puriste” o “neopuriste” che avevano caratterizzato la denuncia del “morbus anglicus” di Arrigo Castellani negli anni Ottanta.

accademia della cruscaNon è un fatto da poco. Bisogna tenere presente che Francesco Sabatini, quando era il presidente della Crusca, fondò nel 2001 il Clic (Centro di consulenza sulla lingua italiana contemporanea), che si interruppe presto anche per le reazioni ostili dei mezzi di informazione davanti alla “difesa della lingua”, un argomento ancora tabù. Con la costituzione del Gruppo Incipit, l’Accademia si aspettava analoghi attacchi e resistenze culturali, ma la cosa più sorprendente fu che non ce ne furono affatto. Il vento era cambiato, la petizione #dilloinitaliano fu come una gigantesca manifestazione di piazza, seppur virtuale, che lanciò questo importantissimo segnale.

Eppure la timidezza della Crusca nello schierarsi a favore della difesa della lingua è rimasta.
Anche se nella percezione della gente l’Accademia è ancora associata alle attività del passato, quando questa antichissima e prestigiosa istituzione pubblicava il vocabolario della lingua italiana e aveva un atteggiamento prescrittivo nei confronti della lingua, oggi non è più così. Fu proprio durante il fascismo che l’attività lessicografica della Crusca fu soppressa, con il Regio Decreto del ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile nel 1923, e fu invece la Reale Accademia d’Italia (Rai) a essere in seguito incaricata di compilare il dizionario della lingua italiana del regime, che si interruppe (alla lettera C) con la caduta del fascismo. Negli anni Sessanta, quando il presidente della Crusca era Giacomo Devoto si delineò molto chiaramente il nuovo spirito dell’Accademia di rinunciare agli intenti normativi e prescrittivi in favore del descrittivismo, cioè di esaminare l’evoluzione dell’italiano senza intervenire, perché la lingua non va difesa, va studiata, per citare Giancarlo Oli. Questa prospettiva è quella dominante anche oggi, e poco si concilia con il volere arginare gli anglicismi.

Il Gruppo Incipit

Nel contrastare le parole inglesi, il Gruppo Incipit ha giocato un ruolo simbolico ma non ha raggiunto obiettivi concreti. A parte qualche presa di posizione dei suoi membri in occasioni pubbliche o interviste, si è limitato a diramare 13 comunicati che complessivamente hanno indicato le alternative a qualche manciata di parole, a fronte delle centinaia che si sono affermate. Non sono al corrente del loro lavoro di “monitoraggio” (studi quantitativi o altre analisi organiche), ma stando ai comunicati si evince che il problema è stato affrontato a sprazzi, e non certo in modo sistematico. Alla fine del 2016 sono entrate prepotentemente nel linguaggio comune fake news, grazie ai giornali che hanno virgolettato senza tradurre un’espressione di Trump (per far cadere le virgolette il giorno dopo e introdurre nella nostra lingua l’inglese crudo invece che “notizie false” o “bufale”). Nel 2017 è esploso il black friday, grazie al trapianto di una consuetudine statunitense nel nostro Paese. E di anno in anno, anglicismo dopo anglicismo, si può arrivare alla pandemia del 2020 che ci ha regalato il lockdown (insieme a droplet e tantissimi altri che ho ricostruito in un articolo Treccani). Dunque stupisce la mancata presa di posizione davanti a questi esempi eclatanti che hanno stravolto il nostro modo di parlare.

L’attività della Crusca non è insomma minimamente paragonabile a quella delle accademie di Spagna e Francia, che non hanno paura di essere prescrittive o di proporre alternative, anzi, ciò rientra nei loro compiti e nella loro missione. L’Académie française, inoltre, non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” ci sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

A parte queste diverse prospettive, bisogna anche riconoscere che i comunicati del Gruppo Incipit, benché esigui, non hanno sortito alcun effetto tangibile.

I limiti di Incipit e della Crusca

Incipit parte dal presupposto che quando un anglicismo si afferma è poi molto difficile da sradicare. Ciò è vero soltanto in Italia, bisogna precisarlo, perché in Francia molti sostitutivi introdotti in seguito alla legge Toubon hanno fatto regredire l’inglese. Ma questo approccio, che se non è supportato da una politica linguistica risulta poco efficace, ha anche un altro forte elemento di debolezza. Lo aveva sollevato sin dall’inizio Tullio De Mauro. Davanti alle proposte sostitutive per esempio di analisi on desk, benchmark, tool, distance learning o peer review (comunicato n. 6), “se l’obiettivo dell’Accademia è ottenere gli applausi della stampa, l’obiettivo è in gran parte raggiunto”. Altrimenti queste parole non erano affatto incipienti, visto che erano registrate dai dizionari già da decenni, per cui “se c’è (e c’è) abuso di anglismi nella comunicazione universitaria, l’imputato chiamato alla sbarra da Incipit, l’aziendalese, va assolto: non è lui che ha commesso il fatto” ( → “È irresistibile l’ascesa degli anglicismi?”).

Insomma, se i linguaggi di settore vengono colonizzati sempre più dall’inglese, poi è inevitabile che da lì straripino nella lingua comune. E allora l’argine a ciò che è in fase incipiente dovrebbe semmai essere doppio. Bisognerebbe operare scelte terminologiche traduttive innanzitutto quando gli anglicismi entrano nei linguaggi specialistici, ma è un po’ difficile visto che la scienza, la tecnologia, l’informatica, il lavoro, l’economia e quasi ogni ambito culturale si studiano sempre più in inglese con il risultato di trapiantare i tecnicismi in modo crudo invece di saperli interpretare autonomamente. Il secondo argine dovrebbe essere eretto quando queste parole, magari dopo molti anni, si riversano nella lingua comune. Ma siamo sicuri che questo sistema funzioni?

Direi di no. Nella realtà, giornalisti e politici se ne fregano dei sostitutivi promossi dalla Crusca, ammesso che li conoscano, e puntano ad attingere al linguaggio specialistico invece che al lessico della divulgazione. “Smart working”, per esempio, era uno pseudoanglicismo presente già prima della pandemia del coronavirus, anche se la sua frequenza era bassa e la sua circolazione era ristretta al mondo lavorativo degli addetti ai lavori. Incipit, nel 2016, ha promosso l’alternativa in circolazione nel linguaggio contrattuale di “lavoro agile” (comunicato n. 3) quando ancora la parola non era così comune. Ciononostante, da qualche mese l’espressione ha fatto il salto di specie: i giornali, i politici e i tecnici hanno usato l’inglese ripetuto in modo ossessivo fino a farlo diventare la parola più gettonata, che ha scalzato non solo l’equivalente tecnico di lavoro agile, ma anche quelli possibili nella lingua comune, cioè il lavoro da casa, da remoto, a distanza o il telelavoro. Lo stesso si può dire di caregiver, che circolava come tecnicismo già ben prima del 2018 quando è entrato nella legge di bilancio e quando Incipit lo ha affiancato a “familiare assistente”, “prestatore di cure o “assistente domestico” (comunicato n. 9).

Vale la pena di ricordare che caregiver è diventato un tecnicismo solo in italiano, in inglese non ha questa specificità, e la parola non si trova né in spagnolo – si parla di “curatore”, cuidador (familiar) – né in francese – “aiutante”, aidant familial o informal, proche aidant –. Lo stesso vale per per smart working, che non esiste in francese, in spagnolo né in inglese (remote working).

E allora la strada per fermare l’anglicizzazione è forse un’altra rispetto a quella prospettata da Incipit, e implica l’essere meno provinciali, tradurre o inventare neologismi italiani (qualora le parole ci mancassero) invece che importare parole inglesi crude (se va bene, altrimenti si inventano pseudoanglicismi). Insomma, davanti alle migliaia di parole inglesi il punto non è quello di sostituirle nella fase incipiente, ma agire alla base: è necessario creare un nuova cultura, spezzare l’anglomania da colonizzati che porta a preferire i suoni inglesi a prescindere dalle singole parole, riappropriarci con orgoglio della nostra lingua e della capacità di generare neologismi su base endogena. Dobbiamo superare il nostro senso di inferiorità che ci fa vedere l’inglese come una cultura e una lingua superiori, dobbiamo smettere di confondere l’inglese con l’essere moderni o internazionali. Per essere moderni dovremmo fare evolvere l’italiano, e per essere internazionali dovremmo fare come si fa all’estero, dove si usa maggiormente la propria lingua.

E soprattutto, dovremmo cessare di aver paura di essere prescrittivi. Come fanno le accademie francese e spagnole.

Un po’ di sano prescrittivismo

Se la strada di Incipit non è stata produttiva, non è all’Accademia della Crusca che ci si deve rivolgere per cambiare le cose. Forse l’Accademia andrebbe rifondata, e investita di un po’ di sano prescrittivismo proprio dalla politica che un tempo le ha sottratto questo ruolo. Davanti all’espansione dell’inglese globale che minaccia molte lingue, il liberismo linguistico rischia di trasformarsi in un anarchismo nel senso più negativo, uno stato di natura selvaggio e senza regole che coincide con la sopraffazione del più debole (homo homini wolf).
La difesa della lingua, un tempo invocata per purismo o per motivi di principio esterofobi, è oggi da rivedere da un altro punto di vista basato sui numeri. Qui si tratta di proteggere il nostro patrimonio culturale esattamente come si difendono i panda e le balene che rischiano l’estinzione.

Andrea Camilleri protezione lingua italianaQualche anno fa, Andrea Camilleri ha sintetizzato tutto ciò in modo meraviglioso in un brevissimo video, che vi invito a vedere, in cui sviscerava il tema-tabù della “protezione della lingua” davanti all’inglese. Spiega che da quando la lingua dell’Europa, per le leggi e il lavoro, ha cessato di essere tradotta in italiano e riporta i documenti solo in inglese, francese e tedesco, la nostra lingua è regredita. I nostri politici avrebbero dovuto opporsi, ma non l’hanno fatto. Per Camilleri, se dalla terminologia tecnica (sempre più in inglese crudo) le parole entrano poi nella lingua comune è per “provincialismo assoluto”, e sfoggiare questo lessico inglese non è cultura. Il rischio lucidamente intravisto era che l’italiano diventasse una lingua morta, che ha la sua tradizione storica congelata nella letteratura del passato, ma senza sapere evolversi. Per lo scrittore, la soluzione non è certo l’autarchia come ai tempi del fascismo, ma una “giusta difesa della lingua andrebbe fatta”, smettendo di essere provinciali e recuperando “le bellissime parole della nostra lingua”.

Come si può non essere d’accordo? Come possono i linguisti italiani non comprendere che tra l’autarchia linguistica e l’essere normativi nel modo più rigido e antistorico ci sono delle vie di mezzo necessarie e sane, come hanno capito in Francia, in Spagna o in Svizzera?

Per tutelare l’italiano, l’attuale atteggiamento descrittivo della Crusca non basta. Visto che i linguisti non si fanno problemi a prescrivere le giuste parole nel caso del linguaggio non discriminante per le cariche femminili e sono intervenuti nello schierarsi a favore di parole come ministra o sindaca modificando l’uso – come stanno facendo anche davanti a quisquilie come scrivere “sé stesso” invece di “se stesso” senza accento che si era affermato nell’editoria del Novecento – perché non dovrebbero avere lo stesso atteggiamento davanti agli anglicismi in nome delle pari opportunità dell’italiano, oltre che delle donne?

Per contrastare l’abuso dell’inglese basterebbe agire con coerenza e nello stesso modo, invece di usare due pesi e due misure. Proprio dalla politica, e dalle raccomandazioni delle amministrazioni supportate dalla consulenza Crusca sono arrivate le direttive del linguaggio non discriminante. La promozione di questo lessico e la campagna culturale che c’è stata in proposito hanno dato i loro frutti, e hanno portato i giornali a utilizzare le nuove parole e i dizionari ad accoglierle e a registrarle.

vivalitaliano 300 x 145Queste sono le due vie proposte dalla petizione per promuovere l’italiano e spezzare l’abuso dell’inglese. L’eliminazione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e l’avvio di una campagna di sensibilizzazione.
L’interlocutore non può che essere la politica…

 

Continua.

La strategia degli Etruschi (e 1.500 firme per fermarla)

Le firme della petizione #litalianoviva al presidente Mattarella, per l’estromissione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e per l’avvio di una campagna contro l’abuso dell’inglese, aumentano. Non so più come ringraziare i tanti che mi hanno scritto e che si stanno adoperando per diffonderla. Tra le oltre 1.500 adesioni di questi giorni mi ha colpito l’alto numero di professori universitari, scrittori, personaggi di primo piano della cultura (prossimamente ne parlerò più nei dettagli). Mi pare un dato molto significativo, perché vedo che questo tema non è sentito solo dalla gente, ma anche da molti intellettuali che hanno preso una posizione netta.

Una nuova egemonia culturale

Per comprendere meglio cosa sta avvenendo nel nostro Paese vorrei partire proprio dalla riflessione di un intellettuale come Gramsci, che riporto senza alcuna presa di posizione ideologizzata, ma solo perché la trovo molto acuta e attuale:

“Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”
(Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3).

Oggi la “questione della lingua” riguarda soprattutto l’interferenza dell’inglese e va inserita in un quadro internazionale che ha a che fare con l’espansione dei modelli angloamericani in tutto il mondo e con la globalizzazione. Questi modelli non sono solo linguistici, ma anche economici, politici e culturali. Perciò la riflessione sulla necessità di una riorganizzazione dell’egemonia culturale mi sembra più che mai valida.

L’attuale egemonia culturale italiana, che occupa il panorama mediatico, politico e i posti di rilievo nel mondo del lavoro, sempre più spesso punta all’inglese come modello superiore. Ma come ha osservato un grande linguista tedesco, Jürgen Trabant, questo atteggiamento sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Ciò non riguarda solo l’uso dell’inglese come la lingua della comunicazione internazionale, della scienza o dell’Europa, riguarda anche l’abuso dell’inglese nell’italiano. Insomma, mi pare che le parole di Gramsci siano illuminanti: la nuova classe dirigente dell’era della globalizzazione e del dopo-muro di Berlino sta procedendo a una riorganizzazione culturale, e linguistica, che sta creando fratture con la gente, con le masse, con gli italiani.

Ecco perché mi sembra importante che emerga un altro modello di egemonia culturale. Un modello che in Italia c’è, ma è sommerso dal pensiero dominante e disgregato, e bisognerebbe invece che si organizzasse ed emergesse come avviene normalmente all’estero.

 

Il senso di inferiorità verso l’inglese: un’anomalia tutta italiana

Mentre in Italia sembra che nessuno si preoccupi di tutelare e promuovere il nostro patrimonio linguistico, all’estero non è così.

La tutela della lingua si trova in Paesi lontani come la Cina e in quelli vicini come la Svizzera, dove l’italiano è promosso molto meglio che da noi. In Islanda esiste la figura del “neologista” che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. La questione è sentita in special modo in Africa, dove intellettuali in odore di Nobel come Ngugi wa Thiong’o (autore di Decolonizzare la mente, Jaca Book, 2015) invitano a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, la Repubblica 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie che promuovono la propria lingua e creano alternative agli anglicismi. Come ha ricordato Gabriele Valle, la presentazione del Diccionario panhispánico de dudas (2005) che, oltre a diffondere le alternative agli anglicismi rappresenta un punto di riferimento per l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi ispanici, è avvenuta dinnanzi a tutti i giornali più importanti, che sottoscrissero un accordo:

“Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa”.
(“Lʼesempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: lʼitaliano e lo spagnolo a confronto”, p. 757).

In Italia, i mezzi di informazione sembrano invece piuttosto irresponsabili e poco consapevoli del loro ruolo storico nell’unificazione dell’italiano che oggi depauperano. O più probabilmente ne sono perfettamente consci, ma la loro visione della modernità è quella dei collaborazionisti dell’itanglese.

Anche l’Académie Française opera per la creazione di alternative agli anglicismi e per la loro diffusione, al contrario di quanto fa la Crusca, e in Francia esiste la legge Toubon che impone il francese – lingua inserita nella Costituzione – nel linguaggio istituzionale e in quello del lavoro. In questo Paese capita che intellettuali come il filosofo Michel Serres accusino la classe dirigente che abusa dell’inglese – e non certo nel linguaggio istituzionale, perché sarebbe impensabile – di essere dei “collaborazionisti”:

“Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”
(Contro i bei tempi andati, Bolati Boringhieri 2018).

Da noi queste parole appaiono estremiste, perché la nostra classe dirigente è formata sempre più da chi è colonizzato: i collaborazionisti hanno occupato le posizioni centrali e impongono la nuova lingua dominante, a cominciare della sinistra che ha perso ogni contatto con le “masse” e ogni spirito critico nei confronti degli Stati Uniti, per finire con i “sovranisti” che però praticano l’itanglese.

E allora forse dovremmo essere davvero internazionali, che non significa avere la testa soltanto oltreoceano, ma guardare a cosa accade negli altri Paesi, a cominciare da quelli vicini.

Il ricorso all’inglese ridicolo e devastante

Piero Bevilacqua, nell’aderire alla petizione, ha dichiarato:

“Lo sciocco narcisismo con cui giornalisti, uomini politici, personaggi dello spettacolo esibiscono il loro inglese orecchiato, va denunciato con le armi della critica come un fenomeno di inferiorità culturale. Chi crede di apparire più colto ricorrendo a termini inglesi – che spesso sono di origine neolatina – ignora la ricchezza e grandezza della lingua italiana e perciò esibisce non la propria cultura e il proprio essere aggiornato, ma la propria ignoranza. Il ricorso a una lingua straniera, quando esistono equivalenti italiani, spesso semanticamente più ricchi e vocalmente più musicali, rivela un fondo di servilismo da popolo colonizzato, che svaluta la storia della propria lingua, cultura, civiltà. Perciò chi si fa strumento della creazione di un immaginario nazionale subalterno va criticato aspramente, additato come responsabile di un danno di immagine procurato al Paese, portatore di un messaggio diseducativo e fuorviante alle nuove generazioni.”

Sottoscrivo ogni parola di Bevilacqua e voglio provare a esemplificarne il senso e ad aggiungere ulteriori elementi.

Credo che la situazione italiana sia pericolosa, per la nostra lingua e cultura, perché non esiste alcuna resistenza né reattività davanti all’espansione dell’inglese globale. Al contrario, la nostra classe dirigente sembra agevolarla dall’interno, operando scelte lessicali anglomani davanti a tutto ciò che è nuovo a costo di ricorrere agli pseudoanglicismi (come smart working o navigator). Basta che suoni inglese, insomma, anche se non lo è affatto.

In questa follia, in questa mania compulsiva elevata a strategia comunicativa (non sempre consapevole) ciò che sta accadendo travalica quello che si può spiegare con le categorie ingenue e datate del “prestito” che molti linguisti ancora utilizzano senza riuscire a comprendere cosa ci sta accadendo. Siamo in presenza di uno “tsunami anglicus”, per citare Tullio De Mauro, cioè a un travaso dell’inglese di ben altra portata.

Gli anglicismi non sono più poche manciate di semplici parole isolate (“prestiti”) che importiamo perché non ne abbiamo di nostre (e non vogliamo né tradurre, né italianizzare, né reinventare con neologismi autoctoni) o perché ci appaiono più prestigiose ed evocative. Siamo in presenza di un’emulazione basata sulle ricombinazioni di radici inglesi che si ricompongono in modo virale e generano un quantità di anglicismi che sfugge ormai alla possibilità di ogni classificazione (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani).

Invece di parlare di fondi per la ripresa, durante la pandemia i politici e i giornali hanno scelto di utilizzare l’espressione inglese recovey fund. Il risultato è l’imposizione alla gente dell’ennesimo anglicismo che battezza un nuovo concetto attraverso un’espressione che viene trapiantata come fosse un nome proprio insostituibile, poco trasparente non solo alle masse, ma persino agli stessi trapiantatori che spesso la storpiano in modo errato, perché sono i primi a non conoscerla. Penso all’onorevole Gelmini che alla Camera ha pronunciato sistematicamente “recovery FAUND” e non “FAND” (lo si può ascoltare qui, al minuto 1,35 circa), come se fosse scritto “found” (inglese: not found! ). Questo non vuole essere un attacco politico, né personale, l’onorevole è in buona compagnia di altri colleghi parlamentari di ogni schieramento e anche di numerosi giornalisti che hanno sfoggiato la stessa dizione in tv e persino nello scrivere (vedi primo riquadro dell’immagine sotto).

E allora a che giova ostentare questo tipo di inglese maccheronico?

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Purtroppo non finisce qui. Al ridicolo si aggiunge il deleterio.
L’introduzione di recovery fund diventa popolare perché ripetuto in modo martellante e senza alternative, e questo porta all’assimilazione di recovery che prende vita e produce altre ricombinazioni a catena dove tutto va bene, basta che non sia italiano. Si parla perciò anche di recovery bond, visto che le obbligazioni sono sempre più spesso bond, dagli eurobond ai coronabond, ma si trovano anche: recovery instrument, recovery initiative, recovery strategy, e alla fine Di Maio se ne esce con la necessità di un recovery plan, su cui ironizza Giorgio Comaschi in una delle sue pillole in video, che radica recovery ma anche il parlare di plan invece che di piano in una rinuncia all’italiano sempre più ampia.

In questo ricorso alle ricombinazioni di radici inglesi accade perciò che nasca la regola istintiva del “covid + N”, dove “N” sta per qualunque cosa purché sia inglese. I covid hospital, invece che ospedali covid, consolidano l’abitudine a invertire le parole all’inglese, ma anche a far circolare hospital invece di ospedale (come del resto si parla di day hospital al posto di ospedale diurno). E così dilagano i covid pass che prima si indicavano con patente di immunità, spuntano i covid manager, si legge della ristrutturazione dei locali in modo covid free, e tra covid test e covid stress, l’ultimo arrivato da pochi giorni nella famiglia è il covid like.

Lo stesso vale per lo smart working, che nonostante sia uno pseudoanglicismo diffuso solo in Italia, diventa il modello per la smart-didattica, espressione inesistente sino a un mese fa e che oggi comincia a farsi strada.

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Fino all’1 marzo 2020 “smart-didattica” compariva in questi soli 3 articoli in tutte le notizie della Rete.

Negli ultimi vent’anni l’espressione era stata azzardata in solo 3 articoli presenti in tutte le notizie italiane della Rete, ma negli ultimi due mesi è stata usata 1.150 volte. La logica è quella della bat-mobile e della bat-caverna, dei Barpapà e del barbatrucco, ma purtroppo non c’è nulla di ironico. È tutto tragicamente reale.

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Le 1.150 occorrenze di “smart didattica” nelle notizie in Rete al 19/5/20

 

In questo “servilismo” ridicolo da popolo colonizzato si trova ormai di tutto, è uno straparlare che assomiglia a una gara a chi spara più anglicismi e a chi riesce a depauperare maggiormente il nostro lessico. E tra il grocery e lo shelf life contro cui si scaglia Giorgio Comaschi, probabilmente destinati a rimanere degli occasionalismi, si fa strada la staycation che ci regala la Repubblica (e tante altre riviste digitali) che potrebbe invece radicarsi e diventare il tormentone dell’estate (dopo le prime apparizioni sui giornali di qualche anno fa che non si sono affermate).

staycation

Ecco dove sta andando l’italiano. Questo non è un fotomontaggio, è una pubblicità vera (grazie a Giampaolo Donini che me l’ha mandata). E cosa rimane della nostra lingua?

pubblicità

È questa la lingua che vogliamo? È questo il futuro dell’italiano?

Intanto, diciamolo forte a tutti i “negazionisti”: questo è già il presente, e forse è arrivato il momento di fermarci.

Ho chiamato questa anglomania ormai fuori controllo “la strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi alla romanità, che evidentemente consideravano qualcosa di più moderno o superiore alla propria meravigliosa cultura, fino a farsi assimilare e fino a scomparire.

Ecco il perché della petizione #litalianoviva, ed ecco perché mi pare così bello e importante vedere insieme alla gente comune anche gli intellettuali, i docenti universitari o gli artisti che rappresentano una buona alternativa alla classe egemone. Tutti aggregati nello stesso obiettivo di non abbandonare le nostre radici, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra lingua possiamo dare vita a una battaglia che vale la pena di combattere.

 

PS
Sulla differenza nel trattare gli stessi anglicismi tra Corriere della Sera, El País e Le Monde consiglio questo breve video di Cinzia Filannino, una studentessa che ha compiuto una ricerca semplice quanto significativa.

#litalianoviva: la “spedizione” dei 1.000 firmatari

Voglio ringraziare gli oltre 1.000 cittadini che in soli 3 giorni hanno spedito le loro firme e sottoscritto la petizione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere di non usare anglicismi nel linguaggio istituzionale e per avviare una campagna mediatica per la promozione dell’italiano e contro l’abuso dell’inglese.

Mi pare una partenza incoraggiante, e per farci ascoltare dobbiamo continuare così e “salire al firmamento“.

Prego tutti non solo di firmare, ma anche di diffondere l’iniziativa (lo strillo per la Rete è #litalianoviva, clicca qui → per saperne di più e vedere i 12 promotori), per far sapere a tutti della sua esistenza.

Più saremo, e più avremo la forza di farci ascoltare!

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Da anni denuncio e combatto da queste pagine, e non solo da qui, l’anglicizzazione della nostra lingua con ogni mezzo.

Oggi però voglio dare la parola a voi.

Di seguito riporto alcuni dei tanti commenti arrivati insieme alle firme, con le motivazioni e le frasi che mi hanno maggiormente toccato. Ce ne sarebbero anche tante altre, non posso riportarle tutte (chi non si ritrova non me ne vorrà).
Grazie!

 

La parola ai firmatari

Guia Risari (scrittrice)
È bello parlare l’italiano ed è bello parlare l’inglese. Utilizzare un gergo inglese per parlare di quel che la gente dovrebbe capire è un’operazione scorretta e ridicola.

Riccardo Marrone
È vergognoso che politici e giornalisti che dovrebbero farsi capire dalla gente, si riempiano invece la bocca di parole inglesi. È ora di finirla.

Leonardo Ottoboni
Sono un studente del liceo linguistico. Amo follemente le lingue e soprattutto la mia lingua madre. Ogni lingua ha una propria espressività, anima, colorazione, e il fatto che le lingue si influenzino tra loro è bellissimo e utile, ma deve avvenire correttamente, affinché esse non si snaturino. Preserviamo la salute e la bellezza del nostro idioma, affinché possa evolversi verso la modernità mantenendo la sua meravigliosa armoniosità, per cui è apprezzata e studiata nel mondo!

Caterina Zuccaro (Roma)
Gli eccessivi anglicismi sono frutto di pigrizia mentale, provincialismo culturale e crassa ignoranza della lingua italiana. Le cause sono diverse, ma una delle principali è la insufficiente capacità di istruzione e formazione della scuola. È curioso poi che chi li usa e li propina su media e social spesso non conosce abbastanza neanche l’ inglese…

Vincenzo Ciaccio
Mi infastidisce enormemente sentire in televisione, da parte specialmente degli operatori dell’informazione, l’uso di termini inglesi, più o meno decodificabili, seguiti subito dopo dalla traduzione italiana. Le parole italiane per descrivere quel concetto esistono. Allora perché usare l’inglese? Io la risposta ce l’ho: pochezza!

Carlo Fizzotti
Pur amando l’inglese, deploro l’utilizzo di anglicismi nella lingua italiana, stupenda com’è e come deve continuare a essere.

Paola Barberis (Torino)
Sono insegnante e traduttrice, e per me fa parte dell’etica professionale usare la mia lingua ogni volta che posso.

Carlo Fizzotti
Pur amando l’inglese, deploro l’utilizzo di anglicismi nella lingua italiana, stupenda com’è e come deve continuare a essere.

Giacomo Gabriele Bianchi
L’italiano è una lingua eccezionale nel senso stretto della parola, nonché la lingua madre della più vasta letteratura nel mondo. È creativa e piena di note armoniose e forgia delle menti che rispettano queste qualità, che fanno dell’Italia e del suo Popolo la patria dell’Umanesimo e una discriminante dell’arte e della cultura nella storia mondiale. Con tutto questo valore, questo onore e questa responsabilità, quale motivazione può mai spingere ad adottare sempre più termini di una lingua i cui stessi primi utilizzatori elogiano dopo l’Italiano? Solo una cieca attitudine a rinunciare alla propria identità e libertà può muovere una pigra popolazione a siffatta abitudine. Per tale ragione firmo questa petizione: per mostrare amore verso quella vastità di tesori che mi ha arricchito come umano e perché in quanto Italiano, sono tenuto a difendere e supportare umanamente il mio Stato, con tutte le sue componenti. Viva l’Italiano!

Barbara McGilvray (Australia)
I’m signing because as a translator and longtime italophile I’m very concerned about the increasing use (and often misuse) of English words in Italian, including in many instances where a perfectly good Italian term already exists. We must do whatever we can to preserve the beauty of the Italian language. [Firmo perché come traduttrice, e italofila da molto tempo, sono molto preoccupata per l’uso crescente (e spesso l’abuso) di parole inglesi in italiano, compresi i molti casi in cui esistono termini italiani perfettamente utilizzabili. Dobbiamo fare tutto il possibile per preservare la bellezza della lingua italiana.]

Mario Nardi
L’Italia possiede il 70% del patrimonio storico, artistico, musicale rispetto al resto del mondo e questo patrimonio deve essere portato con orgoglio non asservito a mode inutili e dannose.

Thomas Benedikter
L’inflazione di anglicismi è insopportabile. Ciò vale anche per altre lingue come il tedesco, la mia lingua materna. Anzi, è ancora peggio.

Sara Monti
Le lingue straniere vanno studiate ma NON usate a sproposito o in sostituzione della nostra. È ridicolo. Sostengo questa causa!

Alberto Vitale
Parlando 5 lingue dico che quella italiana resta sempre la più melodica e la più invidiata all’estero, così come lo è la nostra cucina. Non a caso la parola più usata al mondo (pizza) è italiana e rappresenta una nostra specialità culinaria. Non lasciamo che il nostro patrimonio linguistico venga snaturato.

Enrico Gaetano Borrello
Non voglio essere colonizzato linguisticamente.

Rossana Ottolini
Non ne possiamo più di non capire coloro che dovrebbero informarci.

Paolo Ziani
Almeno le istituzioni e le leggi dovrebbero usare solo l’italiano

Gianmarco Bellodi
Usano le parole inglesi al posto di quelle della lingua nazionale per compensare il senso di inferiorità generato dall’endemico ritardo nella conoscenza delle lingue straniere, diffuso a livello nazionale. Ma non ottengono altro che rendersi ridicoli.

Chiara Cazzaniga
Ascoltando i politici a volte si fa fatica a capire il significato delle frasi! Un po’ più di trasparenza ci vorrebbe proprio.

Riccardo De Benedetti
L’italiano non è solo la mia lingua e quella di tutti gli italiani, ma è in particolare una lingua nata dalla letteratura. Come tale, esso fa legittimamente parte del nostro patrimonio artistico. Traduciamo gli anglicismi. Oppure, laddove suonassero male, impariamo a creare dei neologismi. Parole nuove, ma dette in italiano, una lingua che offre immense possibilità, in virtù di una grammatica sofisticata, parole musicali e tanti sinonimi e sfumature che s’identificano in un singolo vocabolo. In tal modo, esso tornerà a crescere in modo sommo e significativo.

Vitaliano Angelini
Non è bello sentire chiamare il David di Michelangelo “Devid” e ancor meno la Nike di Samotracia “Naike”.

 

E per concludere (anzi nessuna conclusione, è solo l’inizio!): una nuova trasmissione di Fabio Bernieri (Douglas Mortimer) che ha parlato della petizione sul Tubo.

 

Basta anglicismi nel linguaggio istituzionale! Firma la petizione “Viva l’italiano” #litalianoviva

Se non ne puoi dell’abuso di anglicismi, è arrivato il momento di passare dai lamenti all’azione!

dito nota bene okFirma subito anche tu la petizione per tutelare la lingua italiana contro l’abuso dell’inglese!

 

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Un piccolo gruppo di intellettuali, linguisti, scienziati, professori universitari, attori e cittadini ha deciso di unirsi e attivarsi per il bene dell’italiano e di chiedere al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di adoperarsi per escludere gli anglicismi dal linguaggio istituzionale e di promuovere una campagna per la promozione del nostro patrimonio linguistico e contro l’abuso dell’inglese.

Troverai la petizione nel collegamento sotto e anche sul sito di suppporto dove ci sono maggiori informazioni.

 

Unisciti a noi!

Firma e invita tutti a firmare e diffondere questa iniziativa ai propri contatti, chiedendo di firmare e di diffondere…
Il cancelletto (hashtag) che servirà da parola d’ordine in Rete è: #litalianoviva.

attenzione 100Se qualcuno dei tuoi contatti non ha accesso a Internet puoi dirgli di spedire una lettera cartacea con scritto: “Aderisco alla petizione Viva l’italiano #litalianoviva!” che dopo essere stata firmata (e integrata da eventuali commenti o motivazioni) si può inviare a:

Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Palazzo del Quirinale, Piazza del Quirinale, 00187 Roma.

 

Istruzioni per firmare
(come salvare l’italiano in 1 minuto e 5 passi)

■ 1) Vai a questa pagina: https://www.change.org/p/sergio-mattarella-basta-anglicismi-nel-linguaggio-istituzionale-viva-l-italiano-litalianoviva
■ 2) Inserisci nel campo a destra: nome, cognome e indirizzo di posta elettronica (email).

Conconsigliosiglio: Per il rispetto della tua privatezza (privacy) puoi spuntare: “No. Non voglio sapere se ci sono novità su questa e altre importanti petizioni.” In questo modo non verrai profilato dalla piattaforma che non ti potrà mandare comunicazioni (a parte la conferma della firma).

Puoi scegliere che il tuo nome (solo quello, non il tuo indirizzo di posta) sia visibile a tutti e puoi lasciare un commento; se preferisci rimanere anonimo puoi spuntare la casella: “Non mostrare il mio nome e il mio commento su questa petizione”.
■ 3) Clicca “Firma” ed evita di lasciare contributi (noi non chiediamo nulla).
■ 4) Vai nella casella di posta e cerca il messaggio di Change.org che dovrai confermare (attenzione: potrebbe arrivare nella cartella “Promozioni”).
■ 5) A questo punto la firma si può attivare. Ti arriverà un ultimo messaggio della piattaforma con il ringraziamento dell’avvenuta firma e l’invito a condividere. Vedi tu.
Se hai spuntato l’opzione di non essere contattato non riceverai altre comunicazioni.

 

I promotori (la pulita dozzina)

Di seguito l’elenco dei promotori (in ordine di adesione) che hanno deciso di “metterci la faccia”.

Antonio Zoppetti: redattore, saggista, insegnante.
“La mia preoccupazione per l’eccessivo aumento dell’inglese
è basata su numeri e statistiche.”

Antonio Zoppetti
Alternative Agli Anglicismi: https://aaa.italofonia.info/
Sito: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/


Giorgio Cantoni: fondatore del portale Italofonia,
lavora presso una multinazionale informatica californiana (Usa).
“Italiano e inglese: due ingredienti che trovo ottimi separatamente
ma indigesti se mischiati.”

Giorgio Cantoni
Sito: https://italofonia.info


Fabio Bernieri, in arte Douglas Mortimer: divulgatore, consulente, formatore.
“L’italiano è una lingua raffinata ed elegante:
contaminarla con l’abuso di anglicismi ne corrompe la sua nobile natura. Tuteliamola!”

Fabio Bernieri Diuglas Mortimer

Sito: https://www.douglasmortimer.it
Canale YouTube: https://www.youtube.com/user/DouglasMortimer74/
Profilo Instagram: https://www.instagram.com/douglas_mortimer_official/
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/douglas.mortimer.ufficiale


Maria Luisa Villa: già professore ordinario di Immunologia, Università degli Studi di Milano, socio corrispondente dell’Accademia della Crusca,
autrice di libri di divulgazione scientifica.
“Conosco altre lingue, ma penso in italiano.”

Maria Luisa Villa


Luigi Quartapelle: professore di Fisica e Dinamica dei Fluidi.
“Se parliamo in italiano, invece che in ‘itanglese’,
rischiamo di capirci – pensate – persino con tutti gli altri.”

Luigi Quartapelle


Gabriele Valle: Saggista, traduttore, docente.
“In spagnolo gli anglicismi non sono così numerosi e frequenti come in italiano.
E se seguissimo l’esempio della nostra lingua sorella?”

Gabriele Valle

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ItalianoUrgente
Sito: http://www.italianourgente.it/


Corrado d’Elia: attore, regista, autore.
“Difendiamo la lingua italiana, il nostro più grande patrimonio!

Corrado d'Elia

Sito: http://corradodelia.it/corrado-d-elia
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/corradodelia1
Canale YouTube: https://www.youtube.com/user/cdlibero/videos


Giorgio Comaschi: attore, scrittore, giornalista.
“Di dove sei? E allora parla come sai!”

Giorgio Comaschi

Sito: http://www.giorgiocomaschi.it/
Pagina Facebook; https://www.facebook.com/gcomaschi
Profilo Instagram: giorgiocomaschi6269
Canale YouTube: Giorgio Comaschi


Graziella Tonon: poetessa, già ordinario di Urbanistica.
“Ogni parola che cede il passo all’inglese veicolare è una possibilità in meno che abbiamo: è una parte di noi, della nostra storia e della nostra identità che se ne va.”

Graziella Tonon


Giancarlo Consonni, poeta, prof. emerito di Urbanistica.
“Come scriveva Ludovico di Breme nel 1819,
quanto più una lingua è ‘ricca, gentile, flessuosa, urbana’ tanto più elevato è il suo contenuto di civiltà: è questo legame che va preservato e coltivato.”

Giancarlo Consonni


Piero Bevilacqua: storico, scrittore,
già ordinario di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma.
“Dobbiamo criticare aspramente l’attuale servilismo da popolo colonizzato
che svaluta la nostra lingua, cultura e civiltà.”

Piero Bevilacqua


Giorgio Kadmo Pagano: artista e teorico dell’arte,
architetto, giornalista ed esperto di Economia linguistica.
“La corruzione linguistica è più dannosa di quella economica, dobbiamo decolonizzare l’Italia.”

Giorgio Pagano

Siti: www.kadmo.eu;
www.era.ong.


Unisciti a noi subito:
basta firmare per fermare (l’inglese) e basta diffondere per difendere (l’italiano)!

Non farai un favore a noi ma alla lingua italiana!

GRAZIE!


Abbiamo aperto un canale YouTube!

Ecco i primi video

Il passero single

L’inferno dell’itanglese di Corrado d’Elia

O darling ciao!

Gli strali di Giorgio Comaschi

Metti la faccia anche tu!
Mandaci un video di massimo trenta secondi in cui spieghi perché hai firmato, perché aderisci o quello che vuoi. I più belli saranno pubblicati sul Tubo!


Questo è il nostro “gagliardino” (banner), il nostro logo con il motto (slogan) e il cancelletto (hashtag) #litalianoviva che invitiamo tutti a copiare, a diffondere, a pubblicare sulle pagine in Rete con il collegamento (link) a questa pagina, al sito di supporto o direttamente a quella della petizione.

dito nota bene verticale

Formato gigante: 879 x 245

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Grande: 600 x 290

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Medio: 300 x 145

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Piccolo: 200 x 96

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Microscopico: 150 x 72

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La temperatura percepita, la scure del tempo… e i numeri degli anglicismi

“Espressioni inglesi ne sentiamo molte: dalla radio, dalla tv, dai giornalisti, dai politici. Ma quante ne usiamo davvero nel nostro parlato quotidiano?
La situazione può essere paragonata alla temperatura percepita (…). Come ci hanno spiegato più volte i meteorologi, a una temperatura obiettiva (misurabile con il termometro), corrisponde – nelle calde giornate d’estate – una temperatura percepita più alta, perché condizionata dal notevole tasso di umidità. Quello che avviene per gli anglicismi non è molto diverso: una presenza obiettiva contenuta in percentuali fisiologiche viene avvertita come preoccupante, perché amplificata dal frastuono mediatico.”
Dalla prefazione di Giuseppe Antonelli a Gli anglicismi, di Riccardo Gualdo a p. 8.

Giuseppe Antonelli ha ribadito questa interpretazione in innumerevoli altri scritti, e la sua conclusione è che è tutta “un’illusione ottica”.

Ho sempre trovato l’analogia con la “temperatura percepita” infelice e controproducente. È infatti la temperatura percepita a farci stare male. Non a caso, nelle giornate estive più infernali, i ricoveri e i decessi aumentano proprio durante i picchi di calore umido. Il termometro non è lo strumento più adatto per stabilire la “realtà” delle cose nel caso della salute, segna una misura che non è affidabile perché mancano i parametri che contano.

Non lo so quanti anglicismi si usino nel “parlato quotidiano”, io ne sento tanti. E poi quale parlato? Quello familiare dove a volte si usa il dialetto? Quando andiamo al lavoro dove l’aziendalese coincide ormai con l’itanglese puro? In quali zone geografiche? In quali fasce sociali?

Comunque sia, questa idea per cui la nostra lingua sarebbe salva perché nel “parlato quotidiano” non useremmo anglicismi si scontra con il fatto che l’italiano è una lingua tradizionalmente scritta, e l’unificazione del parlato è un fatto recente che ha meno di un secolo. Nasce con l’epoca del sonoro, con la radio, il cinematografo e poi la televisione. Solo intorno agli anni Cinquanta si registra un sostanziale abbandono dei dialetti (che poi questo sia un bene o un male è un’altra faccenda). E i mezzi di informazione non si possono liquidare come qualcosa di marginale e a sé stante. Sono loro che hanno unificato l’italiano parlato e che oggi lo stanno anglicizzando.
Un gigante come Pasolini, in questo filmato del 1968. ha sintetizzato benissimo la differenza tra italiano parlato, letterario e il ruolo dei mezzi di informazione.

Allora l’italiano era ancora “unitario” e tutto sommato basato sui modelli letterari del passato, ma Pasolini rilevava che il cambiamento in atto era l’apparire di un nuovo italiano tecnologizzato, che arrivava soprattutto dai centri industriali del Nord, i nuovi centri di irradiazione della lingua. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese e il linguaggio tecnologico è fatto di parole inglesi. Se Pasolini fosse vivo lo potrebbe spiegare molto meglio di me.

Per capire cosa sta succedendo basta guardare l’informatica. La metà delle parole così marcate nel Devoto Oli sono in inglese puro, e da lì si sono riversate nel linguaggio comune (mouse, computer, web, tablet, chat…).

Se negli anni Sessanta furono proprio i linguisti a dare addosso a Pasolini per la sua lucida intuizione sul nuovo italiano tecnologizzato, con il senno di poi oggi sono tutti concordi con lui nel riconoscere che la lingua comune si sta arricchendo sempre più di parole che provengono dai lessici specialistici. E dire che l’italiano non è intaccato dall’inglese tranne in alcuni settori come l’informatica e il linguaggio mediatico, a cui bisogna aggiungere almeno quello economico, del lavoro, della scienza, della pubblicità, del cinema… mi sembra un po’ bizzarro. Se si tolgono tutti questi ambiti cosa rimane dell’italiano? La risposta si può trovare nelle parole di Luca Serianni:

“Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali”.

Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015.

Le stesse cose che scrive anche Gian Luigi Beccaria:

“Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina”.

Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116.

Il numero e la frequenza delle parole inglesi

Nel 2016 Antonelli scriveva:

“All’inizio degli anni Settanta, l’incidenza degli anglicismi integrali era al di sotto dell’1% del patrimonio lessicale dell’italiano; oggi – stando a quanto si può ricavare da tutti i principali dizionari dell’uso – non raggiunge il 2%”.
L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino 2016, seconda edizione p. 19.

Ma non era preoccupato per questo raddoppio, la conclusione era che si trattava di numeri contenuti. Oggi però, nel 2020, scrive:

“La percentuale complessiva di parole inglesi presente nei principali dizionari italiani non supera il 3%.
Prefazione” a Gli anglicismi, di Riccardo Gualdo a p. 7.

Nel 2016 gli anglicismi erano meno del 2% e oggi sono meno del 3%, i numeri cambiano, raddoppiano, triplicano, ma la conclusione è sempre la stessa: niente di cui preoccuparsi! Anche Serianni e De Mauro non erano preoccupati dai numeri, negli anni Ottanta, ma dalla metà del Duemila hanno cambiato idea, visto che la situazione è completamente mutata.
Antonelli riconosce che il 50% dei neologismi del Nuovo millennio sono parole inglesi, ma più che essere allarmato si chiede: “Ma quante di queste rimarranno nell’uso?”

La domanda retorica sottinende: pochissime! Eppure non trovo i dati per giustificare questa ipotesi.

È vero invece, per citare Serianni, che tutti i neologismi – non solo gli anglicismi – sono effimeri, come girini di cui solo pochi riusciranno a diventare rane adulte (Luca Serianni, Il lessico, Rcs, 2020). Si potrebbe allora concludere che l’obsolescenza non riguarda solo gli anglicismi, ma anche le parole italiane, e in questa ipotesi il rapporto del 50% rimarrebbe invariato. Purtroppo non credo che sia così. Sono più pessimista.

Se andiamo a vedere quali sono questi neologismi e questi nuovi anglicismi scopriamo che le parole inglesi appaiono ben più solide dei neologismi a base italiana. Serianni analizza a campione i neologismi della lettera A del Devoto Oli che ha curato, mostrando che non ci sono parole primitive, sono tutte composte (anarco-inserruzionalista) o derivate (africaneria). Se non siamo più capaci di inventare parole nostre, a mio parere, è proprio perché le importiamo dall’inglese e basta, e infatti gli anglicismi della lista sono quasi tutti “primitivi” e tra questi spiccano “i termini legati all’informatica e all’elettronica, tutti di origine inglese” (ivi, p. 55). Dunque, se la metà dei 608 neologismi dell’ultimo Devoto-Oli è in inglese, bisognerebbe aggiungere che rispetto alle nostre parole sembrano ben più stabili.

“Forse tra un paio di generazioni anche badge, competitor, sneaker saranno diventate parole ‘vintage’ e finalmente torneremo a dire tesserino, concorrente, scarpe da ginnastica”.
Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Mondadori 2018.

Non riesco a comprendere da dove venga questo ottimismo che presuppone che la “scure del tempo” falcidierà le parole inglesi, perché non è supportato da alcun dato. Pensare che quello che accade oggi con l’inglese sia paragonabile all’epoca in cui era il francese la lingua che ci ha influenzati maggiormente non è sostenibile. I due fenomeni sono profondamente diversi, per numero, penetrazione, ambito, diffusione e rapidità. Le parole inglesi entrate negli ultimi 50 anni non stanno affatto scomparendo. Ho confrontato l’elenco dei 1.600 anglicismi del Devoto-Oli 1990 con gli oltre 3.500 dell’edizione 2017, e ho scoperto che sono più che raddoppiati ma ne sono usciti solo meno di 70 (Diciamolo in italiano, Hoepli 2017 p. 96). Non vedo questa obsolescenza presunta. Anzi: nel 1990 erano spesso dei tecnicismi (dal gioco del golf o del bridge al linguaggio militare); quelli del 2017 sono invece maggiormente parole comuni, si trovano tranquillamente sui giornali, e sono sempre meno specialistici.

Se si passa dal loro numero alle loro frequenze, cioè a quanto si usano, le cose non vanno meglio.

Nel 2016 Antonelli (L’italiano nella società della comunicazione 2.0) si appoggiava alle marche del Gradit di De Mauro (credo l’edizione del 1999) e concludeva che gli anglicismi erano solo lo 0,08% delle parole comuni. Ma questo numero oggi va rivisto totalmente, gli anglicismi comuni, secondo i miei calcoli, sono quasi 2.000 (li potete trovare qui), ma anche a dire che i miei criteri son partigiani, sfido chiunque a trarne una lista che ne annoveri meno di 1.500. Dunque, se le parole comuni, come stimava De Mauro, sono circa 40.000, le percentuali sono molto più alte, intorno al 3% o 4%.
Se si passa dalle parole comuni a quelle “di base” cioè quelle poche che formano oltre il 90% dei nostri discorsi, secondo gli studi sulle frequenze di De Mauro, oggi sono decuplicati rispetto agli anni Ottanta e rappresentano l’1,7% o l’1,8% (sono 129 su 7/7.500 parole, come ho calcolato io stesso e come è riportato proprio nel libro di Gualdo di cui Antonelli ha scritto la prefazione).

Se è difficile dire come parliamo, è più facile vedere come scriviamo, soprattutto in Rete, dove ciò che si legge è spesso molto simile a quello che nota Giorgio Comaschi.

 

Gli anglicismi dei giornali

Tornando ai giornali e al loro ruolo di irradiazione dell’inglese nel “linguaggio parlato”, basta vedere cosa è successo nel 2017 con l’espressione “fake news”, nata dal virgolettare un’espressione di Trump (che oggi le bufale le fabbrica con l’ipotesi del “virus cinese”). L’espressione è finita sulla bocca di tutti nel giro di poche settimane proprio perché i giornali da quel momento in poi hanno detto solo così. La stessa cosa è accaduta nell’ultimo mese con parole come lockdown o smart working. Il picco di stereotipia mediatico ossessivo ci ha fatto perdere la cognizione del tempo, al punto che ci chiediamo come tradurre queste espressioni senza nemmeno più ricordarci come parlavamo due mesi fa! Ho ricostruito questa storia in un articolo sul sito Treccani, ma basta aprire i giornali per rendersi conto di come influenzino il nostro modo di parlare.

corriere 9 maggio

Questa fotografia mostra la reale successione di tre articoli del Corriere.it (9/5/20).

Smartworking, bonus (sarebbe latino, ma l’abbiamo importato dall’inglese), under + qualcosa, ok, crash test, bipartisan, selfie, lockdown, leader. Non si può sostenere che non siano parole comuni.

La correlazione tra lingua dei giornali e lingua che usiamo mi pare evidente e innegabile. Così come l’invadenza dell’inglese che raggiunge l’apice proprio perché è urlata nei titoli. Questa rassegna stampa di Giorgio Comaschi è significativa, e sottoscrivo ogni sua parola, turpiloquio compreso (come mi ha confessato anche un amico linguista dai modi di solito molto urbani).

Di queste pillole si potrebbe fare un vocabolario in video, il dizionario dello “squasso delle pugnette inglesi” come dice l’autore: dalle notizie in primo piano come il lockdown o il body shaming della Bottero, alle parole comuni e meno comuni come wedding planning, brieffing e advertising, recovery, endorsement e crodwfunding, influenzer, drescod, lochescion e pugnette.

Ma se Comaschi esercita la sua comicità boccaccesca con la veemenza di Cecco Angiolieri e un linguaggio che piacerebbe all’Aretino, a prendere posizione contro l’abuso dell’inglese c’è anche chi ha fatto dell’eleganza e della raffinatezza la propria immagine, con uno stile più simile a quello di Giovanni Della Casa autore del Galateo. Sto parlando del Tubista influente Fabio Bernieri (temo che non mi perdonerebbe mai questa etichetta al posto di youtuber e influencer), dallo pseudonimo di sapore anglofono Douglas Mortimer (ma è un riferimento a un personaggio dei film di Leone). Non è certo un tipo che si fa problemi a usare qualche anglicismo, eppure anche lui si è reso conto dell’esagerazione in atto, e anche se di solito si occupa di tutt’altro, ci ha regalato una divulgazione del problema di rara chiarezza e di grande spessore.

Che cosa hanno in comune questi due Tubisti dallo stile così agli antipodi? Entrambi percepiscono la stessa “temperatura”, e forse non sono loro le vittime di un’illusione ottica. La stessa temperatura è sempre più avvertita da qualche tempo con fastidio anche nella Rete e tra la gente. Lo hanno capito tutti che l’inglese ha sorpassato ogni limite, tutti tranne forse solo quelli che continuano a usarlo e ad abusarlo per ostentare la loro superiorità che appare sempre più ridicola, invece che autorevole e moderna. A cominciare dai giornalisti, i politici e i collaborazionisti dell’inglese globale che occupano i posti di prestigio nel mondo professionale.

E allora…

e allora continua nella prossima puntata.

Tormentoni e anglo-tormentoni

Tormentoni Silverio Novelli
Silverio Novelli, Tormentoni, Rcs 2020

“Tormentone” è una parola di successo, a base italiana, che si diffonde a partire degli anni Ottanta. Nel suo libro, Silverio Novelli ne ripercorre le tante valenze e il significato a volte sfuggente e cangiante a seconda dei contesti. È una lettura che mi ha fatto riflettere sul fatto che anche l’inglese ricorre spesso in maniera ossessiva, appunto come un tormentone. Più che risolversi in una lista di espressioni o parole che ricorrono in modo martellante, mi pare che il tormentone anglicus consista nel ricorso all’inglese e agli anglicismi come una strategia che si ripete con la forza, talvolta inconscia, della coazione a ripetere. Se si analizzano gli anglicismi sbucati, diffusi o maggiormente utilizzati durante l’attuale pandemia, per esempio, tutto risulta più chiaro.

In un articolo uscito sul portale Treccani lo spiego meglio: “La panspermia del virus anglicus” (per chi fosse interessato).

 

Tormentoni non solo linguistici

Un tormentone può essere un simpatico ritornello e può mettere allegria (si potrebbe anche dire un refrain che, benché venga spesso pronunciato all’inglese, sarebbe una parola francese), ma deriva dal tormentare e dal tormento, e nasconde qualcosa che nel suo ripetersi in modo insistente può infastidire. Questa ambivalenza coinvolge appunto i tormentoni musicali, spesso estivi (personalmente devo ancora riprendermi dal pulcino Pio), quelli cinematografici (la boiata pazzesca di fantozziana memoria), pubblicitari (provare per credere) e anche molte altre tipologie che Novelli individua e classifica acutamente. Non è infrequente che da questi ambiti i tormentoni si riversino nella lingua e persino nei dizionari, ma non sono sempre e solo linguistici. L’autore ricorda proprio che tra i “memorabilia” esistono anche i “tormentoni scenici”. Risalgono almeno a un secolo fa e appartengono per esempio al genere delle comiche dei film muti, le “sitgh gag”, in inglese, cioè quelle scenette visive che ripercorrono anche il teatro di varietà e l’avanspettacolo. E infatti sui dizionari la parola “tormentone” viene associata al gergo teatrale proprio come “ripetizione ossessiva di una battuta o di un gesto”, anche se poi la sua dimensione linguistica si amplia alla ripetitività che si ritrova per esempio sui giornali. Aggiungerei anche nella Rete, dove oggi, soprattutto tra i giovani, va per la maggiore il meme, che in fondo è una forma di tormentone virale non necessariamente linguistico. Questo intreccio di lingua e gesti spicca per esempio nella consuetudine di specificare (cito da pvirgoletteag. 107):

Tra virgolette. Un’espressione a largo spettro, perché, volendo, viene accompagnata (o addirittura surrogata) dal gesto con le mani fatto dal doppio indice e medio sollevati a uncino, importato dal codice gestuale statunitense”.

Un anglicismo gestuale, si potrebbe definire. Mi ricordo che la prima volta che mi capitò di vederlo fu negli anni Novanta, mimato proprio da un collega di lavoro di Los Angeles. Tra gli altri anglicismi linguistico-gestuali tormentonici mi viene in mente almeno “dammi il cinque”, calco di “give me five” nato pare in ambienti sportivi d’oltreoceano e diventato popolare in italiano anche grazie a un tormentone musicale di Jovanotti, che del resto pensa positivo, più che positivamente (da think positive).

Se, nei Malavoglia, i torme ‘ntoni di Padron ‘Ntoni esprimevano attraverso i proverbi la cultura popolare non scolastica, oggi i tormentoni linguistici e le frasi fatte si ritrovano soprattutto nel linguaggio giornalistico con tutt’altra valenza. In tempi di virus a corona, ho già sottolineato come ricorrano con alta frequenza (per me nella loro accezione insopportabile e tormentante, ma va a gusti) frasi fatte come “città spettrali” o “misure draconiane”, che caratterizzano i picchi di stereotipia del linguaggio dei mezzi di informazione. Nel libro di Silverio Novelli se ne trovano tante, anzi, a iosa. “Morsa del gelo”, “ha riscosso l’unanime consenso”… espressioni cristallizzate che dilagano sulla stampa ma anche nel linguaggio politico-giornalistico (cito a proposito: “scendere in campo”, “entrare a gamba tesa”). I tormentoni non riguardano solo le espressioni, ma anche le singole parole, in una tendenza a utilizzare sempre gli stessi vocaboli che finiscono per diventare fastidiosi nel loro abuso, più che efficaci (il “troppo stroppia”, per usare il tormentone più adatto alla circostanza): l’inflazione di attimino, i plastismi, le parole di plastica che si adattano a ogni circostanza come assolutamente, allucinante, fantastico e poi le parole/espressioni che ricorrono come automatismi e “tic linguistici”. La galleria di questi vocaboli che ci tormentano, al tempo stesso orribili e meravigliosi, è “tanta roba” in questo libro accurato ma piacevole (non capita spesso in linguistica), perché ha uno stile scanzonato e ironico e non si “prende troppo sul serio” (e di queste matriosche che contengono gli stereotipi che allo stesso tempo svelano ce ne sono parecchie).

Non mancano, of course, le espressioni inglesi, talvolta foriere di prolificità, come il “mix di…”, un’espressione che da sempre scatena le mie personali allergie lessicali. Ricordo una revisione di un libro scritto soprattutto con frasi fatte e anglicismi, qualche tempo fa. Avevo trovato per 6 o 7 volte l’espressione “giusto mix”, che mi ero premurato di alternare con giusto “equilibrio”, “miscela”, “alchimia”, “ricetta”… Ma per l’autore, che credo non abbia troppo apprezzato i miei interventi, c’era solo un’espressione codificata. Tormentone e vocabolario limitato, si potrebbe concludere, eppure forse c’è qualcosa in più, qualcosa di legato psicologicamente ai meccanismi compulsivi ma anche una concezione della lingua nel suo aspetto monosemico.
C’è anche chi ama e preferisce il linguaggio precotto e le frasi idiomatiche, accanto a chi fa dell’individualismo espressivo e della creatività il proprio stile. Meglio usare la parola giusta, una parola per ogni cosa in una concezione chirurgica del lessico, o le parole in libertà che forzano i significati e si fanno ardite? Dipende dai contesti e anche dagli scrittori. Manzoni voleva far pulizia tra le troppe parole e forme per unificare l’italiano sul modello del fiorentino vivo, recidendo doppioni e regionalismi impuri che erano un di più che dava fastidio. Contemporaneamente, Tommaseo dava invece vita a uno dei primi dizionari dei sinonimi, considerati come una ricchezza. La stessa concezione che si ritrova in Gadda (“i doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni”).

tormentone
La frequenza di “tormentone” nelle statistiche di Google libri.

Il tormentone è tutt’altro rispetto al linguaggio preciso e appropriato, ma è ugualmente l’antitesi dei sinonimi e delle varietà linguistiche. E in questa diversa visione della lingua si inserisce molto bene anche la questione dell’inglese, così comodo, breve e sintetico nella sua portata monosemica che facilita le cose, soprattutto ai giornalisti, ai politici o ai tecnici (mouse non è un topo come in tutte le lingue del mondo o quasi, è il puntatore vicino alla tastiera, e in italiano diventa tecnico e monosignificato). Altre volte invece assume le sembianze di un plastismo. Anche questo semplifica la vita: il restyling di una casa, del marchio di un’azienda, delle rughe… o di una location, per citarne un altro. Insomma, l’anglicismo è versatile e per “tutte le stagioni”.

Tormentati dall’inglese

Nel leggere i tormentoni silverio-novelleschi mi ha colpito proprio l’alto numero di anglicismi che si incontrano, il mix e il remix, il consumer e il prosumer… E allora ho provato a chiedermi quanto inglese ci sia nei tormentoni, anche questo è un indice statistico da studiare che non avevo troppo considerato prima di questa lettura.

Provo a farlo spiritosamente, violentando l’intento del libro che non ha prese di posizione di questo tipo, ma consapevole che le cose leggere spesso nascondono quelle più profonde, sotto la punta del banco di ghiaccio (basta con ‘sti iceberg!).

In fondo al volume c’è un bel glossario. Non è un indice analitico vero e proprio, è solo una sintesi con

“i vocaboli e le espressioni (in prevalenza si tratta di tormentoni, ma anche no)”

su cui l’autore si è soffermato con maggiore attenzione.
Mi son messo a contare tutte queste parole/espressioni. Sono 235, e di queste 29 in inglese crudo a cui se ne aggiungono 4 frutto di ibridazione (brieffare, downloadare, flaggare e upgradare):

asap (acronimo di As Soon As Possible)
brand
celebrity
cool
friendly
green
influencer
in real time
lol
(acronimo di Laughing Out Loud)
made in Italy
maker
mission
mission impossible
mix
di….
no problem
punta dell’iceberg
random
skills
smart
social
storytelling
think tank
trendy
twerk
e twerking
underground
up to date
vision
yuppie
.

Queste 33 parole/espressioni usate in modo trito, ritrito e tri-trito rappresentano il 14,04% dei tormentoni più significativi della lingua italiana considerati nell’opera. Mica male, viste le percentuali di anglicismi stimabili nel linguaggio giornalistico o nei dizionari e le prese di posizione per cui l’interferenza dell’inglese si può liquidare con un no problem, my dear. Certo, non si può ricavarne alcunché di scientifico o statistico, a essere seri, ma comunque è un dato significativo.

Last, but not least, si potrebbe forse aggiungere, una delle cose più belle di questo libro è che i tormentoni sono stati raggruppati per decennio, come fossero tormentoni generazionali, dieci per decade (più una che le vale tutte). Gli anni Settanta, per esempio, erano il periodo del “portare avanti”, “nella misura in cui”, “a livello di…”. Ogni periodo ha i suoi anglo-tormentoni, anche questi sono generazionali, in fin dei conti. “Sexy” è tra quelli degli anni Sessanta, “cool” degli anni Novanta, e “smart” del Duemila. Sarà un caso che la loro frequenza si concentri soprattutto nel periodo 2010-2019 (4 su 10: green, mission impossible, lol, social)? Tra il serio e il faceto noto che quasi la metà dei tormentoni dell’ultimo periodo sono in inglese, a quanto pare, proprio come quasi la metà dei neologismi del Nuovo millennio sui dizionari.

 

PS

Per fare qualche confronto: fuor dall’inglese ci sono invece solo 4 tormentoni dialettali (amarcord, bufu, daje, rega), 2 francesi (à la page, monstre), 1 spagnolo (vamos a la playa), 1 giapponese (tsunami).
Meditate gente, meditate… (tormentone pubblicitario).