Wikipedia davanti agli anglicismi. Intervista al portavoce di Wikimedia Maurizio Codogno

Nel 2015, il linguista Claudio Giovanardi scriveva:

“Per quale motivo un utente italiano dovrebbe andare a cercare in un dizionario monolingue una parola inglese? Presumibilmente perché vuole conoscerne il significato (oltre alla grafia) e vuole trovare un’alternativa italiana più accurata e meditata rispetto a ciò che potrebbe trovare in un comune dizionario bilingue. Si potrebbe dunque inserire il forestierismo nel lemmario, ma con un corrispettivo secco al corrispondente italiano…”

[“Un bilancio delle proposte di traduzioni degli anglicismi 10 anni dopo”, pp. 64-85, in Claudio Marazzini e Alessio Petralli (a cura di), La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, Accademia della Crusca/goWare (e-book, formato epub), 2015].

Queste parole si riferivano alla constatazione che, nel registrare gli anglicismi che si diffondono, i dizionari puntano spesso alla definizione e al significato, ma non sempre li affiancano ad alternative o traducenti, dimostrando “una notevole timidezza per tutto ciò che è di matrice italiana, per il made in Italy del lessico”.

Aggiungo anche che (a parte il problema delle “parole mancanti” di cui non circolano altenative) c’è una notevole differenza tra gli anglicismi riportati in un dizionario inglese/italiano e quelli riportati dai dizionari italiani, e in molti casi le cose non coincidono affatto. Esistono molte voci che sono pseudanglicismi, e non esistono nei Paesi anglofoni (pile, slip, smoking, footing, autostop, beauty case…). Così come certe decurtazioni maccheroniche non corrispondono all’inglese, e basket, per esempio, in inglese è cesto, non pallacanestro (basketball), come social vuol dire sociale, non rete o piattaforma sociale (social network). E poi ci sono le sedimentazioni che certe parole inglesi acquisiscono solo in italiano, per esempio lo shopping, usato in inglese anche per fare la spesa, ma che da noi si trasforma nell’andar per vetrine, cioè nel fare acquisti di lusso o per la persona. E ancora, il più delle volte importiamo solo una delle accezioni inglesi, per cui tablet da noi si è affermato come tecnicismo per indicare un lettore digitale portatile, ma in inglese è più genericamente una tavoletta, una lastra, persino una pastiglia. In queste differenze tra inglese e italiano è allora molto importante che i dizionari rimandino alle alternative italiane.

Va detto che, nel 2017, il Devoto Oli sembra aver seguito le considerazioni di Giovanardi inserendo una lista di 200 equivalenti italiani. Una lodevole iniziativa, ma forse un po’ “scarsa” di fronte ai 3.500 anglicismi riportati nel dizionario.

Nel realizzare il dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi) sono partito da queste premesse: colmare le lacune dei dizionari affiancando soprattutto i traducenti e i sinonimi in uso e possibili (oltre alle spiegazioni). In Francia e in Spagna ciò viene fatto istituzionalmente o dalle accademie, che si possono permettere anche di proporre neologismi e nuovi traducenti, cosa che personalmente non ho certo l’autorevolezza di fare. Da noi il Gruppo incipit dell’Accademia della Crusca interviene sugli anglicismi incipienti con un approccio importante da un punto di vista simbolico – come quando si è scontrato con il linguaggio del famigerato sillabo del Miur – ma senza operare in modo sistematico, e i suoi comunicati riguardano poche decine di sostitutivi, l’ultimo dei quali l’emblematico pornovendetta (che avevo registrato anche io) al posto di revenge porn.
La mia iniziativa è invece indipendente e partita “dal basso”, ma è diventata una comunità dove i lettori partecipano con suggerimenti di parole mancanti e traducenti, oltre che con le segnalazioni di correzioni. Lo spirito è simile a quello della Wikipedia, con una sostanziale differenza (dimensioni a parte): i contenuti segnalati dal popolo della Rete sono filtrati, amalgamati e riscritti in un modo da mantenere uniforme il taglio dell’opera.

Quanto ad altre iniziative dal basso (a parte lavori specifici come Italiano urgente di Gabriele Valle o “Italiano ci manchi: lista dei traducenti italiani” del Forum Cruscate), mi pare che in generale le pagine in Rete seguano la “timidezza” dei dizionari nel riportare le alternative agli inglesismi, ma ho invece notato che da questo punto di vista Wikipedia è un’ottima fonte, attenta e ricca in modo decisamente superiore ad altre opere cartacee blasonate.

wikipedia italiana
Per discuterne ho intervistato il portavoce italiano di Wikimedia Italia, Maurizio Codogno, in Rete attivissimo sin dagli albori con vari siti, e noto anche  come “.mau.”.

 

Wikipedia: intervista a .mau.

Per cominciare a parlare dell’attenzione “dell’enciclopedia libera” per la nostra lingua, partirei dal suo nome: “Wikipedia in italiano” e non “Wikipedia Italia”, una differenza significativa che stacca giustamente il concetto di lingua da quello del Paese, è così?

Maurizio Codogno mau portavoce Wikipedia
Maurizio Codogno (.mau.) portavoce di Wikimedia Italia

La scelta di suddividere Wikipedia in edizioni linguistiche e non nazionali è una delle tante generalmente ignorate da chi usufruisce dell’enciclopedia, il che è chiaramente un peccato. Tanto per fare un esempio, questo significa che quando si scrive una voce generalista bisogna sempre ricordarsi che non sarà letta solo dai nostri connazionali, ma per esempio anche dai ticinesi o dalle comunità italofone all’estero, e quindi non possiamo dare nulla per scontato. Anche questo è un modo per cercare di essere il più neutrali possibili. Inutile dire che per lingue parlate in tutto il mondo come inglese, francese o spagnolo questa attenzione è ancora più importante!

Venendo alla pronuncia italiana di un’opera di matrice angloamericana, il presidente della Crusca Claudio Marazzini si è espresso in favore di “vikipedìa”, invece di “uikipìdia” o in altri modi. Tu che cosa ne pensi?

La posizione ufficiale è: “Pronunciatela come volete”.
Da un punto di vista puramente teorico – anche se immagino che molti inglesi dicano “uichipìdia” – “vichipedìa” dovrebbe essere la pronuncia corretta: la radice “wiki” è una parola hawaiana dove la lettera “w” si pronuncia “v”. Essendo poi un’encicloPEDÌA, l’accento finisce sull’ultima “i”.
Però, lo ammetto, sono il primo a predicare bene e razzolare male, con una pronuncia ibrida “vichipédia” che non è né italiana né inglese.

Cercando gli anglicismi sulla Wikipedia ho notato un’attenzione nel riportare gli equivalenti italiani molto spiccata, non di rado sono indicati all’inizio della voce, cosa che nelle opere cartacee non è così frequente. Dunque trovo che l’opera sia una fonte molto utile da questo punto di vista. Immagino che dipenda dalle linee guida che valgono anche per gli altri Paesi, dove questa prassi che a noi appare strana è invece più frequente e normale.

Bisogna ricordare innanzitutto che non esiste una “redazione di Wikipedia”, e che le scelte stilistiche sono condivise tra i contributori. Si può insomma dire che ci sono alcune persone che amano aggiungere alternative italiane ai termini anglofoni presenti nell’enciclopedia, e che in generale gli utenti non sono contrari a questa scelta. Non trovo che la scelta sia così strana: in fin dei conti l’enciclopedia deve riportare tutti i modi comuni in cui un concetto è chiamato, perché altrimenti non si ha la possibilità di trovare l’informazione richiesta. Quello che Wikipedia di per sé non dovrebbe fare è definire quale sia il termine “giusto”: non lo fa la Crusca, figuriamoci noi!

Tempo fa avevo tentato di fare un confronto, limitato alla lettera “A”, tra gli anglicismi presenti nella Wikipedia in italiano e quella in francese (cfr. “Anglicismi in Francia e in Italia: non c’è partita“). Il bilancio era nettamente diverso: in francese molte voci inglesi sono assenti, oppure vengono reindirizzate alla pagina dell’alternativa francese, e anche sull’indicazione delle alternative la versione italiana è più “parca”. Lo stesso mi è capitato di notare nel caso della versione spagnola. Esistono dei dati o dei confronti tra il trattamento degli anglicismi nei differenti Paesi?

Non sono a conoscenza di studi sul numero di anglicismi presenti nelle diverse edizioni linguistiche di Wikipedia. Mi aspetterei che per esempio in francese ce ne siano di meno, ma solo perché lì la lingua viene difesa, a volte sin troppo.
Però vorrei ricordare che tra i progetti della Wikimedia Foundation non c’è solo l’enciclopedia, utile per questi tipi di ricerche, c’è anche il Wikizionario. Esiste anche la versione in lingua italiana, nel senso che le definizioni sono scritte in italiano, ma contiene parole in tantissime lingue.

Fuori dal tuo ruolo di portavoce di Wikimedia Italia, sei molto attivo in Rete con i tuoi siti, e so che più di una volta sei intervenuto anche sul tema dei sostitutivi alle parole inglesi, per esempio promuovendo “furbofono” come alternativa a smartphone e con altre considerazioni.

“Furbofono” (che non ho inventato io, ma mi piace e quindi lo uso) è una di quelle parole che definirei “ridicola ma seria” (“ha ha only serious” della tradizione hacker). A pensarci bene, la maggior “fregatura” di usare parole inglesi è che rimangono opache anche a chi mastica bene la lingua di Albione. Se abbiamo uno smartphone ci troviamo tra le mani un “coso” che può fare tante operazioni diverse, a volte persino le telefonate. Ma se usiamo un “furbofono” capiamo – almeno subliminalmente – che in qualche modo vorrebbe fregarci…
Più in generale, credo che il problema sia proprio questo: in molti casi il termine inglese serve solo a nascondere la nostra ignoranza. Non è sempre così, ci sono concetti per cui non avevamo una parola nostra e allora tanto vale riprendere quella inglese che almeno ci permette di essere capiti ovunque, nonostante il nostro accento. Ma perché abbiamo cominciato a parlare di Human Resorces quando avevamo gestione del personale che andava benissimo e non sviliva i lavoratori come fossero “risorse” disumane, magari intercambiabili o licenziabili quando fa comodo? Esiste anche il calco risorse umane che però non ha mai davvero attecchito, e in casi come questi sono convinto che “personnel management” avrebbe soppiantato “gestione del personale” se sotto le parole non ci fosse appunto stata questa spersonalizzazione che è tanto di moda.

* * *

mauMaurizio Codogno è noto anche come .mau.
Nato a Torino nel 1963, laureato in matematica alla Normale di Pisa e in informatica a Torino, sfugge a ogni etichetta e si occupa di troppe cose perché non riesce mai a decidere quale sia la più importante. Si definisce “matematto divagatore” perché sotto sotto non fa davvero il matematico e, soprattutto, quando racconta qualcosa parte poi per la tangente. Ogni tanto scrive libri divulgativi (l’ultimo è Numeralia, Codice 2019) e fa il portavoce di Wikipedia. Tra i tanti suoi “posti” in Rete, i principali sono xmau.com e ilpost.it/mauriziocodogno.

 

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Speed mentoring, Role model, Chunking e soprattutto molto… Cialtroning!

Ho ricevuto una richiesta di aiuto da parte di una professoressa delle scuole superiori per decifrare il senso della seguente proposta pervenuta:

speed mentoring

La povera professoressa ignorante e sempliciotta, visto che è abituata a praticare l’italiano, non capiva cosa fossero lo speed mentoring e il role model, come non lo capivano le sue studentesse invitate.

Ma come? Ma in che mondo vivi? Possibile che non sai queste cose, nonostante tu abbia una laurea in fisica? E allora vieni al talk, te lo insegniamo noi!

Le ho risposto che mai e poi mai avrei consigliato ai miei studenti di partecipare a un evento del genere (ma per chi volesse farci un salto ecco il loro sito redatto in puro itanglese), visto la comunicazione che utilizzano.

Questo è il linguaggio che quotidianamente si usa a Milano (l’evento è patrocinato dal comune di Milano, capitale dell’itanglese) nel mondo della formazione e della didattica, in linea con il famigerato sillabo del Miur e in linea con il linguaggio aziendale che ha ormai preso piede.

Per la cronaca: il mentoring è una “metodologia di formazione che si basa su un relazione uno a uno” tra una persona che ha una qualche esperienza (definita preferibilmente senior mentor) e un allievo, un discente o un qualunque sfigatissimo subalterno.
Dunque, se un ragazzino prende ripetizioni da un insegnante privato perché va male a scuola, sta facendo un percorso di mentoring, anche se forse qualcuno glielo dovrebbe spiegare! Nelle aziende è semplicemente un processo di formazione o tirocinio. Ma la novità, che oserei definire innovativa e geniale, sta nello speed mentoring! Questa metodologia che arriva direttamente dagli Stati Uniti, come le migliori cinture dimagranti pubblicizzate negli appositi spazi televisivi, consiste più o meno in un incontro di 10 minuti con un esperto che aiuta il subalterno o il discepolo a comprendere il proprio senso della vita, oppure ad avviare un’attività imprenditoriale e tante altre belle cose del genere. Che poi l’esperto sia l’ultimo dei cialtroni, un venditore del proprio prodotto (magari culturale), un santone che ti aiuta a ritrovare te stesso, o il più grande luminare di questa terra, poco importa. Naturalmente, vista la formula dei 10 minuti, ognuno trarrà da solo le proprie conclusioni sui benefici di simili pratiche.

Quanto al role model è un modello di comportamento, per esempio può indicare una persona vincente di cui si cercano di imitare e ricalcare le caratteristiche carismatiche, dunque un personaggio carismatico, o un professionista di successo, in questo caso. Riassumendo il senso dell’evento è probabilmente una conferenza con imprecisati esponenti di spicco o professionisti (definiti carismatici dagli organizzatori e non riconosciuti come tali dalla platea, che probabilmente non li ha mai sentiti), seguito da una chiacchierata privata di 10 minuti con chissà quali consigli di grande spessore (essendo un colloquio a due, tanto testimoni non ce ne sono). Se non fosse per lo speed mentoring, una qualsiasi pallosissima presentazione di un pallosissimo libro avrebbe forse le stesse caratteristiche.

Non entro nei contenuti, mi limito a valutare il linguaggio e la comunicazione, volutamente manipolati attraverso un uso calcolato dell’inglesorum davanti al quale il manzoniano Azzecca-garbugli era solo un dilettante.

Il punto è che davanti a queste supercazzole dovremmo reagire. E rispondere per esempio: no grazie, credo sia meglio parlare come si mangia o comunque evitare di parlare come si scoreggia; non ritengo che chi usa questo tipo di comunicazione sia in grado di tenere buoni corsi, e preferisco consigliare ai miei studenti eventi formativi tenuti in italiano.

Invece, il nostro senso di inferiorità davanti alla cultura e alla lingua inglese ci fa percepire il tutto come chissà quale grande evento, in una manipolazione delle parole che fa parte del pacchetto che ci vendono. Lo scopo è quello di far sentire ignorante il destinatario, per soggiogarlo e imporgli dall’alto le nozioni (e il linguaggio) in modo da renderlo acritico. Questo tipo di cose, oltre a dimostrare che l’itanglese è una realtà, è il segno di una colonizzazione allo stesso tempo culturale e linguistica. Ti vendo e ti impongo il mio modo di vedere insieme alle mie parole, che non traduco volutamente perché tu sia suddito e non abbia la possibilità di replicare, anche nel caso di semplicistiche corbellerie camuffate da perle di saggezza. Attraverso questa terminologia oscura spacciata per tecnica ti domino: no, non è una stronzata, sei tu che non hai capito!

La cosa più grave è che questo modo di procedere è applicato sempre più spesso alla didattica! È rivolto agli adolescenti che non hanno ancora gli strumenti critici per decifrare. Questo tipo di “formazione” invece di incentivare lo spirito critico li plagia in un lavaggio del cervello imposto dalla cultura del mercato.

Se questo è il linguaggio della formazione che si propone ai liceali, quale potrà essere la loro lingua del futuro?
Ripeteranno queste cose che insegnano loro perché questo tipo di comunicazione, manipolatrice e in itanglese, sarà per loro normale: la lingua che li ha fatti e cresciuti e che inculcheranno loro ancor meglio una volta entrati nel mondo del lavoro. Questa è già la lingua d’obbligo nel mondo del lavoro, in molte realtà. Imposta come un marchio di appartenenza fino a che non diviene naturale, e dunque si riversa nel linguaggio comune: “Andiamo a vedere un talk!”.


La colonizzazione culturale dell’inglese

L’episodio che ho riportato non è un caso isolato, è ciò che accade tutti i giorni.
Ecco un altro esempio (reale) tratto da un testo di didattica che si basa sulla PNL (Programmazione Neuro Linguistica):

“Le modalità con cui le persone raccolgono e organizzano le informazioni sono note con il termine chunking, che significa “spezzettare” (da chunk = pezzo). Si distinguono il Chunking down, che consiste nel procedere dal generale scendendo nel particolare, e il Chunking up (dal particolare al generale in un processo di astrazione)”.

Sono note con il termine chiunking?” Ma ci rendiamo conto dell’ignoranza della nostra storia e cultura che veicolano definizioni come queste? Secoli di riflessioni di grandi pensatori e filosofi sulla gnoseologia, sul metodo analitico, sul metodo deduttivo e induttivo, sull’astrazione… ridotti alla grande teoria del chunking down e up da chi si sveglia una mattina, scopre l’acqua calda, la semplifica ulteriormente in nome del problem solving, la ribattezza magari hot water e ce la rivende come un tecnicismo “intraducibile” da ripetere in inglese che sottintende una rivoluzionaria teoria della conoscenza!

In questi modelli di “cultura” colonizzatrice lo schema è sempre lo stesso: esportare e vendere una teoria espressa con termini inglesi spacciati come essenziali all’interno della teoria, con le seguenti modalità:

1) dare le definizioni in inglese, perché sono sacre e inviolabili (fanno parte del pacchetto);
2) affiancarle a una sommaria spiegazione in italiano che non è una traduzione con concetti nostri che abbiamo, ma un lungo giro di parole, in modo che la terminologia inglese appaia “intraducibile” e “necessaria”;
3) abbandonare immediatamente le spiegazioni/definizioni italiane e procedere imponendo la terminologia in inglese che viene così esportata insieme alla teoria.

Se non ci piacesse essere sottomessi e colonizzati reagiremmo. Se in un libro sul brainstorming, a suo tempo, quando era un’innovazione, il termine fosse stato tradotto, per esempio con un’espressione italiana bellissima come parole in libertà – ma non importa come, va bene qualunque cosa purché sia in italiano – oggi non avremmo l’ennesimo anglicismo spacciato per “necessario” e “intraducibile”, che in spagnolo è invece stato tradotto con pioggia di idee (lluvia de ideas), e in francese con spremi-meningi (remue-méninges, coniato negli anni ’60 da Louis Armand, membro dell’Académie française).

Ecco come si diffonde l’itanglese in questi processi di colonizzazione culturale.
E così Abraham Maslow e Carl Rogers un bel giorno si inventano un approccio didattico chiamato circle time che viene poi esportato/importato a questo modo in certi manuali che ripetono invece di tradurre (solo molto raramente è stato adattato con cerchio magico); consiste nel sedersi in cerchio insieme a un insegnante e coordinatore, una “nuova metodologia che migliora l’ascolto degli alunni, perché si basa sui concetti di inclusione” e “bla bla bla…”. Poco importa che questa postura risalga agli uomini delle caverne o sia utilizzata da sempre dagli scout, ciò che importa è rivenderla come nuova e con una terminologia inglese.

E ancora, si può per esempio importare senza traduzioni la token economy (si chiama anche economia dei gettoni ma è meglio in inglese, altrimenti si capisce subito quel che è), uno strumento motivazionale che trova interessanti applicazioni anche nella didattica, e che si basa su gettoni simbolici che servono per premiare determinate azioni, e che vengono invece sottratti in caso di comportamenti da penalizzare; in altre parole i punti fragola applicati alla psicologia e alla didattica (cfr. “La lingua delle multinazionali: traduzione, localizzazione e supercazzole terminologiche”)!

Purtroppo questo fenomeno dilagante di sudditanza non riguarda solo la didattica, ma è la norma in ogni settore. Tullio de Mauro aveva denunciato come le classi dirigenti dell’ultimo mezzo secolo siano ormai culturalmente molto povere, aggiungerei “zerbinate”, e non fanno che subire passivamente l’egemonia culturale statunitense senza essere in grado di difendere la nostra cultura europea, dall’illuminismo allo stato sociale, oggi chiamato preferibilmente welfare. E che “l’abuso di tecnicismi e parole poco note (esotismi o no) appartiene alle fasce culturalmente basse dei locutori, a quelli che a Napoli chiamiamo mezze calzette”.

Purtroppo queste “mezze calzette” sono ormai dappertutto, in ogni settore, persino nella linguistica, visto che ormai anche in pubblicazioni che dovrebbero essere di alto livello una “commutazione di codice” è detta code mixing, una “lingua veicolare” pidgin, una “parola macedonia” (coniazione di Bruno Migliorini) blend e così via.

Scegliere di non tradurre e ripetere questi termini in inglese è il simbolo del nostro collaborazionismo di fronte all’espansione dell’inglese. Significa rinunciare alle nostre radici, alla nostra lingua, alla nostra cultura in un processo che si potrebbe forse chiamare cialtroning!

 

 

Buone notizie e qualche argine all’itanglese

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico: il recuperare le parole storiche della nostra lingua – attingendo, perché no?, anche dal patrimonio dialettale – per donare loro nuovi significati moderni e attuali. Lo si può fare attraverso la ricombinazione inedita di radici italiane, invece che importare dall’inglese come unica strategia per descrivere le novità del contemporaneo.

Questo è uno dei temi su cui traduttori, linguisti, autori e intellettuali si sono confrontati nei giorni scorsi al Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia di Siena, all’interno della manifestazione “Parole in cammino”. Ma il tema delle alternative e delle traduzioni italiane davanti all’inglese, nell’ultima settimana, è rimbalzato anche sulle pagine di tutti i giornali per esempio a proposito della sostituzione di doggy bag con rimpiattino, o di revenge porn con pornovendetta avvalorato dal Gruppo incipit dell’Accademia della Crusca.


Rimpiattino, il doggy bag italiano

La notizia della creazione del neologismo è dell’anno scorso, a dire il vero, ma è rimbalzata sul Corriere di qualche giorno fa perché nella capitale il rimpiattino è diventato un fatto.

Tutto è nato da un concorso della Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) che insieme a Comieco aveva lanciato un’iniziativa contro lo spreco alimentare nei bar e ristoranti. Davanti a una parola mancante, in italiano, per designare il doggy bag, le associazioni hanno indetto una gara tra i ristoratori per trovare una soluzione creativa. L’alternativa vincente è stata quella del Duke’s Bar&Restaurant di Lorenzo Farina di Roma che (nonostante il nome anglicizzatissimo) ha proposto un meraviglioso “rimpiattino” che si appoggia a piatto e ammicca al neologismo impiattare, ormai in voga, in uso e accettabile anche secondo la Crusca: “Si tratta di una formazione corretta e analoga, come abbiamo detto, a molte altre dell’italiano; la diffusione piuttosto ampia e l’accoglimento nei dizionari più recenti confermano inoltre la sua crescente vitalità”.

rimpiattino

Ma poiché il problema non è quello di inventare una parola, bensì di riuscire a diffonderla, la novità è che il rimpiattino non è più solo un nome: è una realtà, un oggetto concreto (e molto bello) che è stato messo in produzione, è disponibile nei locali, e si chiama così, come scritto chiaramente sulla confezione. Un cliente può quindi domandare un rimpiattino, per portarsi via ciò che non ha consumato, senza ricorrere all’inglese doggy bag, senza usare parole più ampie (iperonimi) come busta, confezione o sacchetto e senza ricorrere a perifrasi e giri di parole.

E questa è la prima buona nuova.

 


Traduzioni creative. Fra lingua e dialetto

Al convegno “Traduzione creative. Tra lingua e dialetto” che si è tenuto nella cornice mozzafiato della Biblioteca degli Intronati di Siena (7 aprile 2019) si è discusso anche di un altro concorso: “Parole in cammino”, ideato da Massimo Arcangeli, che invita tutti a proporre nuove traduzioni “creative”, invece che “funzionali”, per le “parole mancanti” (come le chiama la traduttrice Simona Mambrini), attingendo anche dal patrimonio dei nostri dialetti.

siena 7 aprile 2019 parole in cammino
Un’immagine dalla Biblioteca degli Intronati, durante l’intervento che ho fatto insieme a Fabio Pedone e Simona Mambrini.

A proposito degli “intraducibili”, la traduttrice Ilide Carmignani ha distinto acutamente le parole che non si riescono a fare corrispondere perché sottintendono “universi concettuali” differenti tra due lingue, da quelle che non hanno corrispondenti, e Simona Mambrini ha ricordato che di fatto tutto è traducibile, il punto sta semmai nel farlo con una parola sola, ma quando non si riesce si può sempre ricorrere a spiegazioni e perifrasi. La traduzione è perciò anche l’arte di riuscire a creare neologismi, coniazioni e riconiazioni efficaci e, per dirla con Fabio Pedone, valentissimo traduttore di Joyce, il processo di “invenzione” dei neologismi non solo si appoggia al patrimonio linguistico storico, ma spesso è una “reinvenzione” delle parole che allarga i significati precedenti. Quando D’Annnunzio ha utilizzato “velivolo” per indicare l’aeroplano ha operato un’invenzione e allo stesso tempo una reinvenzione: precedentemente la parola indicava le navi leggere che si muovevano con le vele (su i legni velivoli le molte robe imponemmo, Pindemonte), ma dopo la nascita dell’aeroplano è diventata una “macchina volante”. Il gioco del tradurre è molto affine a questo reinventare, secondo Pedone: i traducenti creativi partono spesso da radici e concetti preesistenti, e il bello è che producono risultati imprevisti e imprevedibili, in un gioco di rimbalzi per cui i traducenti proposti con certi significati vanno oltre gli intenti di chi li ha pensati, e producono risemantizzazioni inaspettate che a loro volta possono portare a ulteriori neoconiazioni.

Nel concorso “Parole in cammino”  sono proposte due tipologie di parole straniere da tradurre:
♦ quelle che coinvolgono per esempio la traduzione di testi letterari, che riguardano tutte le lingue e si scontrano con il problema delle “parole mancanti” e dei differenti “universi concettuali”;
♦ e poi gli anglicismi che circolano senza alternative nella lingua italiana, oppure di cui esisterebbero i traducenti, anche se non sono in uso o suonano meno evocativi.

Nel primo elenco c’è per esempio lo spagnolo ensimismarse. Come si potrebbe rendere in italiano? Deriva da “en sí mismo” cioè “in sé stesso” e vuol dire astrarsi, immergersi nei propri pensieri, e in certi contesti, mi aveva suggerito Gabriele Valle, è possibile renderlo con l’italiano raccogliersi.
In altri contesti letterari non è invece così semplice rendere la valenza spagnola di “estoy ensimismado”, e Simona Mambrini ha ricordato che esiste una coniazione di Dante che è molto efficace e che si potrebbe forse recuperare e riproporre: il verbo immiarsi (o inmiarsi) che deriva da mio/me, col prefisso in (Già non attendere’ io tua dimanda, / s’io m’intuassi, come tu t’inmii, Par. IX, 80-81).

Questi tentativi di trovare parole italiane in uso (dialetti compresi), o di recuperare parole del passato con nuove valenze e allargamento di significato, sono molto utili anche per il secondo elenco in concorso, gli anglicismi. Purtroppo, sempre più spesso i neologismi della nostra lingua tendono a coincidere con parole inglesi non adattate, e per vari motivi l’italiano fatica a creare parole nuove autoctone per esprimere la modernità. Naturalmente non c’è nulla di sbagliato o di pericoloso nell’importare le parole straniere; per citare le parole di Antonella Cavallo, i forestierismi possono essere una ricchezza, ma non bisogna dimenticare che possono anche rappresentare un impoverimento, dipende dai casi, dai contesti e, mi permetto di aggiungere, dal ricorso all’inglese in modo eccessivo o esclusivo.

E allora, tornando al concorso, come tradurre per esempio una parola come doodle?
Dire che è un prestito di necessità è troppo facile, dire che è intraducibile è sciocco, sarebbe più corretto ammettere “l’impotenza del traduttore” o la “pigrizia” che è alla base del successo degli anglicismi, come ha ricordato Leonardo Luccone in un intervento al Festival.
Doodle letteralmente è uno scarabocchio, ma attraverso Google è divenuto il sinonimo della variazione del logotipo quasi in un esercizio di stile grafico. Davanti a questo apparente “intraducibile”, la soluzione più bella è arrivata da Andrea Cortellessa che ha proposto di recuperare girigogolo (giro + arzigogolo) che non solo è una parola esistente (utilizzata da Manzoni o da Aldo Palazzeschi: Lazzi, frizzi, schizzi, girigogoli e ghiribizzi stampato in Scherzi di gioventù, 1956) e registrata dai dizionari, ma che trovo geniale perché contiene l’assonanza gogolo-google.

Per fare un altro esempio fuori concorso, davanti a una parola come hangover, che indica i postumi di una sbronza, invece di dire che è “intraducibile” in una parola potremmo attingere all’esempio dello spagnolo che utilizza “resaca” e dire risacca, come suggerisce Ilide Carmignani, una metafora suggestiva per passare dal ritorno del moto ondoso ai ritorni di altra natura… Ma oltre a guardare alle lingue a noi più vicine e affini dell’inglese, non dobbiamo dimenticare che a volte la soluzione va ricercata dentro di noi, anche se forse stiamo perdendo le nostre radici, al punto che non ci ricordiamo più che esiste la parola spranghetta, che si trova nei Promessi sposi (Cap. XV: “E, tra la sorpresa,e il non esser desto bene, e la spranghetta di quel vino che sapete, rimase un momento come incantato”), nelle poesie di Francesco Redi (Quando il Vino è gentilissimo, Digerìscesi prestissimo, E per lui mai non molesta La spranghetta nella testa), e sui dizionari. È vero che lo Zingarelli la definisce “in disuso”, però ho notato che circola anche in alcuni libri del nuovo Millennio (per es. nella traduzione di N. Rainò di: Leena Lehtolainen, Il mio primo omicidio, Fanucci 2010, in quella di Bruno Just Lazzari di: Frédéric Dard, Facce da funerale, e/o editore 2015, e in altre taduzioni oltre che in Andrea De Benedetti, Carlo Pestelli, ¡La lingua feliz! Curiosità, bizzarrie e segreti: tutto quello che avreste voluto sapere sulla lingua spagnola, Utet 2018).

E allora perché non recuperarla?
Rimane il problema che forse spranghetta non è comprensibile a tutti, ma anche hangover è comprensibile solo a una parte della popolazione italiana, benché (come tutti gli anglicismi) ricorra spesso sui giornali. Insomma, la traduzione implica sempre una scelta, ma anche davanti ai significati opachi dovemmo uscire dal circolo vizioso di dirlo solo in inglese: se non recuperiamo con orgoglio le nostre parole e non ce ne riappropriamo non entreranno mai in uso e rimarranno sempre più oscure e obsolete.

E questa è la seconda buona notizia: attraverso “Parole in cammino” la questione dei traducenti creativi è stata portata alla luce in modo divulgativo, con una gara che continuerà in altri festival e culminerà a maggio con la premiazione delle migliori soluzioni al festival “ANTICOntemporaneo” a Cassino e a Montecassino (le proposte vanno inviate a questo indirizzo: inpuntadilingua@gmail.com). E il gioco è rivolto a tutti, non solo ai traduttori e agli addetti ai lavori. Questa è la cosa importante, può partecipare la gente, si possono inviare soluzioni popolari e dialettali, perché il linguaggio è troppo importante per lasciare che se ne occupino solo i professori di glottologia, per citare Ferdinand de Saussure, ma anche per citare Stefano Jossa, che dal Festival di Siena ha rivendicato con orgoglio che bisogna smettere di ritenere che solo i linguisti possano scrivere della lingua o che solo i critici letterari si possano occupare di letteratura, perché il futuro (e anche il presente) è fatto di interdisciplinarità, e la lingua è anche “corruzione” (senza accezioni negative), cioè contaminazione, scambio e circolazione di parole anche dalle altre lingue. Personalmente approvo il suo inno alla pluralità, anche se constato con amarezza che proprio l’inglese, a mio avviso, sta uccidendo il pluralismo attraverso un predominio economico, culturale e linguistico che sfiora il colonialismo.


Pornovendetta e revenge porn

Davanti all’eccesso dell’inglese, la terza buona notizia, sul fronte culturale e mediatico, riguarda il nuovo comunicato del Gruppo incipit dell’Accademia della Crusca che il 4 aprile 2019 ha finalmente preso posizione su revenge porn sancendo l’alternativa pornovendetta, equivalente che avevo da tempo segnalato e incluso nel mio dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, visto che circola da qualche tempo, ma che adesso è avvalorato da chi ha più autorità di me ed è stato ripreso da tutta la stampa. E questo non può che favorire la libertà di scelta nel parlare, e contribuire a spezzare la stereotipia del monolinguismo basato sugli anglicismi.

Non so quanto i giornali utilizzeranno davvero l’italiano pornovendetta; passata l’ondata di articoli di questi giorni, è probabile che continueranno nella loro strategia di usare prevalentemente gli anglicismi. E infatti c’è anche chi ha subito criticato le posizioni della Crusca, per esempio un articolo apparso qualche giorno fa su il Post che ha il pregio di aggiungere un ulteriore traducente, “diffamazione pornografica” (avere a disposizione tanti sinonimi invece di una sola parola è una ricchezza), ma che taccia l’equivalente “pornovendetta” di non essere “corretto” con argomenti che trovo piuttosto deliranti. Porno-vendetta ricalca molto bene l’espressione inglese revenge porn con la giusta inversione dell’elemento specificato (determinante). Non mi pare invece troppo sensato proporre di eliminare la parola “vendetta” che implicherebbe una colpa oggettiva della vittima. Nel diffondere questo tipo di immagini private e intime, purtroppo, l’elemento della vendetta non è trascurabile nei fatti di cronaca: la vittima è umiliata e punita, “rea” magari di avere interrotto una relazione, con una pubblicazione di immagini che, una volta in Rete, diventa virale e sfugge a ogni controllo. Questo è l’aspetto più inquietante della “vendetta”: la replicabilità del digitale marchia come l’acido, e la vendetta porno, una volta messa in atto, diventa spesso impossibile da fermare producendo danni indelebili e potenzialmente inarginabili. Naturalmente, in caso di furto delle immagini ci possono essere altre motivazioni che più che alla vendetta appartengono al ricatto, alla diffamazione per fini politici come è accaduto per una politica del movimento Cinquestelle… ma dire che si tratta di un’espressione “impropria” in inglese e anche in italiano, è un approccio razionalistico che non tiene conto dell’uso che si è imposto così da tempo, in inglese e anche in italiano. Sarebbe un po’ come dire che è improprio dire velivolo perché l’aereo non ha le vele, ma per fortuna la lingua è metafora ed è fatta di rimbalzi imprevedibili, non segue certo la logica di chi vorrebbe inventarla a tavolino con schemini “simpLicistici”.

Traduzione e creatività: spunti per partecipare al gioco “Parole in cammino”

Torno sulla gara Parole in cammino, che consiste nel proporre traduzioni creative per una lista di parole straniere. Al Festival dell’Italiano e delle Lingue d’Italia di Siena, il 7 aprile, insieme al traduttore Fabio Pedone e a Simona Mambrini, commenterò le soluzioni pervenute all’interno del convegno Traduzioni “creative”. Fra lingua e dialetto (Biblioteca degli Intronati, ore 10,15).

Questo incontro è solo una fase intermedia del concorso che continuerà attraverso altre manifestazioni affiliate per culminare a maggio con la premiazione delle migliori soluzioni durante il festival “ANTICOntemporaneo” a Cassino e a Montecassino.

Rinnovo a tutti l’invito a partecipare a questo concorso in modo giocoso, e per aiutare a partecipare nel modo migliore aggiungo qualche riflessione su cosa significhi tradurre, e su come si potrebbero reinventare creativamente gli anglicismi proposti nella gara.

Festival dell italiano siena 2019


La tradizione della traduzione: c
osa significa “tradurre”?

Un luogo comune ormai inflazionato recita che tradurre è un po’ tradire, e si appoggia all’etimo molto simile delle due parole, condurre qualcuno o qualcosa fisicamente, o in senso figurato nel caso delle parole.

Tradire, letteralmente, significa consegnare (da tradere derivato a sua volta di trans = tra + dare) con riferimento all’episodio evangelico con cui Gesù venne consegnato da Giuda, e quindi tradito.
Tradurre (trans + ducere = condurre, portare) equivale a trasportare un testo da una lingua a un’altra.

Naturalmente, nel loro trasportare da una lingua all’altra, le traduzioni possono essere più o meno fedeli o traditrici.

Dare una definizione di traduzione è però molto difficile, non si può di certo ridurre alla corrispondenza delle singole parole, è un concetto molto complesso, che nei dizionari è definito, in modo un po’ tautologico, nel rendere in una lingua ciò che è espresso in un’altra.
Il punto è: come? E soprattutto: è sempre possibile? Per le parole che corrispondono a oggetti concreti le cose sono più semplici, ma quando si passa ai concetti astratti tutto si complica.

Storicamente, gli approcci prevalenti alla questione sono due: c’è chi ha teorizzato l’intraducibilità e l’irriducibilità di una lingua in un’altra, perché tra parole e pensiero c’è un rapporto di dipendenza profonda, e chi ritiene che le lingue si basino su universali comuni che si differenziano solo superficialmente nelle diverse lingue, e dunque si possono far corrispondere.

torre di babele edoardo bennatoQueste posizioni affondano le loro radici in secolari prese di posizioni filosofiche che hanno coinvolto pensatori di ogni epoca, da Cicerone a san Gerolamo, da Goethe a Von Humboldt, da Paul Ricoeur a Umberto Eco. Heidegger criticava la traduzione intesa come “trasferimento”, la “traduzione letterale”, parola per parola, un modello ingenuo e ingannevole, che non corrisponde necessariamente a una traduzione fedele all’originale come sembra promettere. Per Schleiermacher era possibile solo la parafrasi o il rifacimento. Peirce si soffermava sulle differenze, spesso inconciliabili, tra le lingue e le culture…
Nel caso di traduzioni scientifiche o tecniche, le cose sono più semplici, perché come osservava Benedetto Croce si basano su una terminologia stabilita, mentre a suo dire la traduzione della poesia era impossibile. Le traduzioni di opere letterarie o poetiche possono configurarsi come strumenti per comprendere fedelmente l’opera originale, e in tal caso possono essere “brutte ma fedeli”, oppure essere concepite come ricreazioni pensate per la lingua d’arrivo, ed essere quindi maggiormente “belle ma infedeli”. Tra le traduzioni omeriche in italiano, per esempio, la versione dell’Iliade di Vincenzo Monti (Cantami o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta…) è del secondo tipo, anche perché Monti non conosceva il greco ed era partito da altre traduzioni che aveva rimaneggiato puntando al rifacimento e alla resa poetica in italiano.

rosa calzecchi onesti
Rosa Caklzecchi Onesti

Viceversa, la traduzione dell’Odissea di Rosa Calzecchi Onesti (che seguiva quella dell’Iliade curata insieme a Pavese in un rapporto spesso conflittuale) è basata su un testo interlineare con il greco a fronte, in cui a ogni verso corrisponde la linea italiana, e si pone l’obiettivo di essere una guida alla comprensione autentica dell’originale, più che un’opera orientata alla piacevolezza della lettura nella lingua italiana.

Tra il privilegiare la lingua di partenza o quella di arrivo – nonostante viviamo in un’epoca in cui si aggiunge la prospettiva delle traduzioni automatiche che danno per scontata la possibilità di trasposizione e anche la sua automazione – oggi la traduzione è considerata soprattutto come un atto creativo e non come un processo meccanico.

Dunque: traduzione non significa traduzione letterale, né necessariamente funzionale! Tradurre è un’arte e il traduttore è perciò un art-ista e un art-igiano che lavora non solo sulle singole parole, ma anche e soprattutto sulla loro composizione e resa sintattica, e sulla trasposizione dei concetti da una cultura a un’altra, che possono essere sostituibili da metafore equivalenti, ma letteralmente infedeli. In questo tipo di trasposizione, l’operare del traduttore consiste in una scelta, e un buon traduttore produce e inventa soluzioni creative o funzionali a cominciare dal problema delle “parole mancanti”, quelle che non esistono in una delle due lingue.


Le armi del traduttore davanti alle singole parole

Venendo agli anglicismi, il problema è che oggi la soluzione prevalente è di importarli così come sono, e la conseguenza è che il loro numero sta sfuggendo a ogni controllo e ha abbondantemente superato i limiti del buon senso. È invece importante ricordare che esistono storicamente e logicamente anche altre soluzioni oltre a quella di importare esotismi crudi e non adattati.

Per comprendere come operare davanti a una “parola mancante” si può partire da un esempio, smarphone, che qualcuno etichetta ingenuamente come “prestito di necessità” o parola “intraducibile”.

smartphoneIn realtà ci sarebbero tantissimi modi di riproporlo in italiano. Si potrebbe per esempio adattare in smarfono, esattamente come serendipità sul modello di serendipity, o emoticona su quello di emoticon.  Purtroppo questi adattamenti che un tempo erano istintivi e normali, oggi si usano sempre di meno, perché il nostro senso di inferiorità di fronte all’inglese ci porta a non percorrere più questo tipo di scelta (normale nelle lingue sane), e a preferire i vocaboli inglesi anche in presenza degli adattamenti italiani (privacy/privatezza). Questo spesso riguarda non solo la grafia delle parole, ma anche la loro pronuncia. Mentre i francesi non si vergognano di pronunciare alla francese con l’accento finale camping o football, noi al contrario consideriamo l’inglese “sacro, e molti adattamenti fonetici del passato (club, chewingum, puzzle, jumbo…) oggi si pronunciano all’inglese, come se la violazione della pronuncia angloamericana fosse un segno di ignoranza. Per lo stesso motivo anche i calchi o gli adattamenti fonetici (come bistecca da beefsteak) sono sempre meno di moda, eppure non sarebbe una cattiva idea recuperarli e cessare di vergognarcene.

Un’altra soluzione è rappresentata dalla creazione di calchi strutturali che ricalcano parola per parola un’espressione inglese, sono cioè traduzioni letterali, che possono essere perfette – skyscraper = grattacielo (seguono lo stesso ordine) – o invertite per meglio rendere il costrutto secondo la nostra lingua: week-end = fine settimana. In questo modo smartphone potrebbe essere ricalcato per esempio con intellofono, o tecnofonino e con altre ricomposizioni che attingano al patrimonio linguistico endogeno, invece che estero. Oppure si può ricorrere a trasposizioni concettuali e coniare furbofonino o furbofono (furbo non è fedele trasposizione di smart, ma è un equivalente molto efficace). Un’altra alternativa è ricorrere a parole dall’accezione più generale (gli iperonimi), e dire semplicemente un più generico cellulare, visto che ormai quasi tutti questi dispositivi in commercio possiedono le caratteristiche “intelligenti” di navigare in Rete e via dicendo. E ancora si può ricorrere a parafrasi e perifrasi, per esempio telefono intelligente o multifunzionale, come hanno fatto i francesi con “mobile multifunction”.

Davanti a una parola che manca, inoltre, non bisogna dimenticare che è sempre possibile allargare il significato di parole vecchie oppure ricorrere a metafore.

toffoletteE poi c’è la strategia più bella: inventare un neologismo creativo, non importa quale, sta nell’abilità del traduttore coniarlo, come è accaduto con marshmallow che nella traduzione dei Peanuts di Franco Cavallone è diventato toffoletta, una parola di fantasia che si è imposta e oggi ricorre nei libri e nei siti di ricette (insieme alla metafora cotone dolce), nel film La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005:  “Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi”), e da poco tempo è stata inserita anche tra i neologismi della Treccani.

Infine, oltre a queste strategie, l’idea del concorso di Massimo Arcangeli propone di attingere, oltre che dall’italiano, anche dal patrimonio dialettale, che è ormai considerato come una ricchezza ed è fonte di molte neologie (dopo secoli di ostracismi per cui i dialetti erano visti come un ostacolo all’affermazione dell’italiano).

parole in cammino siena

In conclusione, dire che una parola è intraducibile o necessaria è solo una “dichiarazione di impotenza” del traduttore, una rinuncia, significa non sapere operare in modo creativo e attingere dal patrimonio della propria lingua. Un alibi per mascherare scelte frettolose, pigre o frutto di incapacità del traduttore. Ricorrere a un forestierismo, al contrario, è sempre una scelta, magari in nome dell’aderenza alla lingua di partenza, o nel caso dell’inglese più spesso è una precisa scelta “sociolinguistica”, perché l’inglese suona più evocativo o di prestigio in un certo registro o contesto.


Riflessioni creative sugli anglicismi in concorso

Alla luce di queste considerazioni, concludo con le mie riflessioni sugli anglicismi inseriti nel concorso e con qualche proposta creativa in italiano, e vi invito a partecipare con le vostre soluzioni creative, italiane o dialettali.

avatar
è una parola che arriva dal sanscrito, e significa “discesa”: nell’induismo è la discesa e l’incarnazione di una divinità. Ma attraverso l’inglese, la parola ci è arrivata con una nuova accezione legata all’informatica, per indicare la rappresentazione virtuale e grafica di un utente in Rete. Poiché è un alter ego virtuale trasformato anche in un’icona rappresentativa, ricalcando l’espressione latina si potrebbe forse riproporre come alter imago, ego-icona, l’io virtuale…

comfort food
è il cibo consolatorio, quello (solitamente ipercalorico) che suscita benessere, richiama l’infanzia o soddisfa bisogni emotivi. Produce endorfine e per creare una parola macedonia si potrebbe proporre un neologismo come endorcibo

coming out
è una pubblica dichiarazione (ammissione, rivelazione, esternazione, confessione) della propria omosessualità (anche se spesso è confuso con outing che è invece la dichiarazione pubblica dell’omosessualità altrui) e in senso lato può significare anche uscire allo scoperto. Si potrebbe inventare sessuammissione

contactless
letteralmente: senza contatto, come si dice ufficialmente nella Svizzera italiana, al contrario di quanto avviene per esempio nell’azienda dei trasporti milanese che riporta solo l’espressione inglese. Tra le alternative non molto diffuse ci sono pagamento a sfioramento o pagamento con appoggio. Non sarebbe male coniare un bel pagasfioro

cool
letteralmente significa freddo, ma ha ormai assunto il significato di alla moda, di tendenza e per estensione  è usato anche come sinonimo di fantastico, meraviglioso, bello o forte. Per ovvi motivi, un adattamento dell’anglicismo al suono italiano sarebbe poco elegante… L’alternativa italiana di moda esiste, solo che è percepita meno evocativa e quindi risulta meno cool. Corrisponde al francese chic, ed è interessante notare come l’italiano sia carente di parole sue per indicare  qualcosa di moda, si preferiscono gli esotismi evidentemente, un tempo il francese e oggi l’inglese (è il sintomo del nostro complesso di inferiorità?). Per fortuna ci sono i regionalismi che ci vengono in aiuto, come ganzo, oppure le voci gergali e colloquiali di registro più basso ma efficaci, come fico. Qualche altra idea?

default
nel linguaggio economico è l’impossibilità di pagare i debiti, e si può dire benissimo bancarotta, fallimento, stato di insolvenza; in informatica, l’espressione di default (l’opzione proposta da un sistema in assenza di specifiche da parte dell’utente) si può rendere con (impostazioni) di sistema, di base, automatiche, cioè ciò che è proposto in modo predefinito o preordinato (es. l’impostazione di default cioè automaticamente prevista dal sistema). Non vi basta? E allora scatenatevi…

doodle
in inglese significa scarabocchio, a dire il vero un tempo significava anche sciocco o babbeo (come nella canzone Yankee Doodle), ma oggi l’anglicismo ci arriva da Google che, giocando sull’assonanza con il proprio nome commerciale, l’ha utilizzato per definire gli scarabocchi che variano il proprio logo in occasione delle ricorrenze o delle circostanze. Per giocare su queste variazioni scarabocchiate con ghirigori grafici del logotipo propongo: logorigoro.

fake news
in italiano sono più chiaramente le notizie (o informazioni) false, fasulle, inventate, prive di autenticità, manipolate, contraffatte, quindi contraffazionimanipolazioni, mistificazioni, bufale, frottole, bugie o menzogne spacciate per notizie: un imbroglio costruito in modo consapevole per manipolare la realtà, orientare l’opinione pubblica o semplicemente per aumentare il traffico di certi siti in Rete che campano su questo tipo di informazione. Se si volesse coniare una nuova espressione per inseguire l’acclimatamento dell’anglicismo che si riferisce alle fase notizie in Rete si potrebbe proporre notizia pacco.
L’uso gergale e giovanile di “pacco” come equivalente di inganno è diffuso al Nord, ma affonda le sue radici anche nel dialetto napoletano dove il n. 58 (o’ paccotto) può anche significare “trovarsi con il pacco vuoto”, collegato alla truffa del “pacco napoletano”. “Tirare il pacco”, “fare il pacco” e il gergale “paccare” sono espressioni dialettali/gergali ormai registrate dai dizionari che hanno il vantaggio di arrivare ed essere comprese da tutti (es. Pacco doppio pacco e contropacco, film di Nanni Loy, 1993).

flat tax
in italiano è l’aliquota unica o tassa forfettaria ma da qualche tempo i mezzi di informazione hanno cominciato anche a far circolare nella sua traduzione letterale: tassa piatta, che si sta diffondendo ed è sempre più documentata. Oppure?

location
anglicismo che trovo piuttosto inutile, a parte il fatto che va di moda. Letteralmente designerebbe il luogo scelto per l’ambientazione di una ripresa cinematografica, quindi la scena, lo sfondo, l’ambientazione, scelta o ricostruita, ma la parola ha valicato l’ambito cinematografico per designare in modo più esteso un luogo, un ambiente, un posto, una sede, un’ubicazione, una collocazione, una zona, un’area dove ambientare qualunque cosa, per es. la location di un ristorante = la posizione (per es. vista mare), ma anche l’architettura (come si presenta) e l’arredamento (quindi l’arredamento, lo stile). Le alternative non mancano, ma evidentemente si preferisce l’inglese, soprattutto in certe trasmissioni televisive legate ai ristoranti… In qualche dialetto si trova di meglio?

mobbing
è un termine coniato da K. Lorenz nell’ambito dell’etologia per descrivere l’atteggiamento aggressivo (un assalto collettivo) con cui alcuni animali escludono un membro dal gruppo, dunque un’emarginazione, un allontanamento. Per estensione, nel linguaggio comune e anche in quello delle sentenze, l’anglicismo ha assunto il significato di comportamento vessatorio soprattutto nell’ambiente del lavoro, anche se nei Paesi anglofoni è poco usato in questo senso. Dunque indica le angherie, le persecuzioni sul posto di lavoro, l’ostracismo, le violenze psicologiche, le vessazioni, i dispetti, il rendere invivibile l’ambiente lavorativo, l’ostacolare e l’isolamento di un dipendente o di un membro di un gruppo, l’emarginazione, la mortificazione, lo scredito e ogni tentativo di allontanarlo (su questo modello sono poi nati bossing, le vessazioni da parte di un superiore, che ricorda tanto il nonnismo dell’epoca della naia, e straining, definito nelle sentenze come una forma di mobbing leggero o attenuato). E se molto semplicemente si utilizzasse un suffisso italiano applicato alla radice inglese? Mobbismo

mood
in italiano è semplicemente uno stato d’animo, umore, (pre)disposizione (mentale), spirito, modalità (non sono nel mood per andare a una festa) e anche clima, atmosfera (il mood natalizio = spirito, clima, atmosfera), oppure stile (un vestito dal mood premaman = stile da futura mamma). Mi pare così inessenziale davanti alle tante alternative italiane, a cui si può aggiungere aria: non sono nel mood, non è aria…

must
(da to must = dovere) in italiano si può dire d’obbligo, (qualcosa di) indispensabile, necessario (= che è e non può non essere), un imperativo, quindi anche irrinunciabile, imperdibile, imprescindibile… possibile che must sia davvero un must?

(to) scroll
è un’abbreviazione di scrolling (fare lo scroll o lo scrolling) cioè scorrere un testo a schermo. Ha generato il verbo scrollare che si può ormai utilizzare nel significato di scorrere una pagina a schermo, in senso lato anche sfogliare. In informatica il menu per lo scorrimento della pagina (detto anche scrollbar) si chiama anche più semplicemente ascensore. Qui forse i dialetti possono produrre cose buone…

smart card
è una tessera (tesserino o carta) di riconoscimento, personale, elettronica o magnetica per l’accesso a vari servizi (dunque anche un abbonamento) per es. quella da inserire in un decodificatore per accedere alla tv a pagamento. In certi contesti è molto simile anche a badge, e neoconiazioni come smartotessera, raziocarta o raziotessera sarebbero divertenti, anche se rischierebbero di non prendere piede, davanti al fascino di voler dirlo in inglese. A meno che qualcuno non trovi qualcosa di ancora più fascinoso…

spoiler
(da to spoil = rovinare, guastare) nel linguaggio televisivo o cinematografico è l’anticipazione (rivelazione o anteprima) di un finale (per es. in una recensione) che ne rovina i colpi di scena, quindi in italiano si può dire anche spifferata, il guastare o rovinare la sorpresa, l’anticipare, svelare (o rivelare) il finale o il dire come va a finire. Ricordo una scenetta di Raimondo Vianello, di fine anni ’70, in cui per godersi la partita della domenica trasmessa in differita alla televisione, si isolava per non avere “anticipazioni” sul risultato e viversela come fosse in diretta. Ma puntualmente Sandra Mondaini…
Un tempo non sentivamo l’esigenza di coniare una parola per questo tipo di cose. Oggi, in epoca di serie televisive,  l’anglicismo ha ormai raggiunto una notevole circolazione e popolarità ed è usato in senso figurato in vari ambiti, ha anche generato spoilerare: non spoilerarmi la sorpresa; gli ho spoilerato il regalo di compleanno = guastarmi! Ormai spoiler significa soprattutto questo, ma non dimentichiamo che:
2) in aeronautica è un diruttore o disruttore, cioè un elemento aerodinamico dell’ala che riduce la portanza;
3) nelle automobili è un elemento aerodinamico che si può dire anche alettone o deflettore e serve per una migliore tenuta di strada e aderenza al suolo.

stalker
è un molestatore (assillante), persecutore, tormentatore, spesso e soprattutto attraverso le nuove tecnologie. Ha generato una nuvola di parole come stalkerare, stalkizzare, stalkerizzare, stalkeraggio… Poiché indica chi sta col fiato sul collo, chi non molla la presa, sta addosso, in senso lato potrebbe essere un mastino (perché non allargare il significato?), un addossatore? un calcagnatore? Sono vittima di un addossamento, sono mastinato, non mi calcagnare… Qualcosa di meglio non lo trovate?

startup
è un’impresa nascente, nuova impresa, neoimpresa o società (azienda) di nuova costituzione, ma indica anche la fase di lancio di un’azienda, quindi il debutto, il lancio, l’avvio, il decollo, la fase iniziale di un’attività, di un’impresa o di un progetto. In inglese quell’up suggerisce (ipocritamente) che l’impresa sia destinata ad andare in alto, a salire verso le stelle (in realtà la maggior parte delle imprese nascenti sono statisticamente destinate a fallire e a rivelarsi start down o start spalsh). E se rendessimo questa metafora con azienda/impresa razzo?

touchpad
in italiano è la tavoletta tattile, la zona capacitiva o area sensibile al tocco del dito dei portatili che sostituisce il topo, anzi si dice mouse e basta (purtroppo) e che serve a imprimere i comandi. Forse, anche un bel toccatoio non sarebbe male.

 

Stretta la foglia larga la via… scrivete la vostra (indirizzo: inpuntadilingua@gmail.com), in italiano ma soprattutto attingendo dai dialetti della vostra regione, io ho scritto la mia.

A parte la premiazione, partecipare significa contribuire a migliorare la lingua italiana. E oltre agli anglicismi… ci sono molte altre bellissime parole che arrivano da altre bellissime lingue!

Dai “prestiti” alle reti di parole: l’inglese sempre più “smart”

Ho più volte argomentato come non sia possibile comprendere l’interferenza dell’inglese sull’italiano attraverso categorie ingenue come quelle del “prestito linguistico”, un’etichetta che tutti gli studiosi criticano, ma che nessuno sembra volere abbandonare (cfr. Interferenza linguistica: dal prestito all’emulazione).

prestiti linguisiti inglese
Immagine tratta dal sito growell

Quando poi questo approccio si spinge a una classificazione astratta che distingue i prestiti “di lusso” e “di necessità” (uno schema obsoleto che risale alle riflessioni del 1913 dello svizzero Ernst Tappolet) ci si allontana ancor più dalla realtà (cfr. Prestiti di lusso e di necessità; una distinzione che non sta in piedi).

Per comprendere i meccanismi della sempre più crescente anglicizzazione della nostra lingua occorrono nuovi modelli interpretativi. Le parole inglesi che circolano nell’italiano non sono riconducibili alla somma di singoli “prestiti” o voci importate, sono una rete di parole tra loro interconnesse che si espande nel nostro lessico in modo sempre più ampio e profondo, e bisogna considerare non solo i singoli anglicismi, ma soprattutto le relazioni tra gli anglicismi. Occorre studiare e quantificare il fenomeno in modo storico, statistico e concreto, invece di applicare schemini teorici, astratti e avulsi dalla realtà.

Smart, per esempio, è un anglicismo abbastanza “infestante” per la nostra lingua, e i suoi composti si stanno moltiplicando notevolmente. Oggi, nel suo circolare nella lingua italiana, indica prevalentemente qualcosa di intelligente in quanto basato sulle nuove tecnologie. Definirlo un semplice “prestito” e magari accapigliarsi inutilmente sul suo essere “necessario” o “di lusso”, oppure utile, inutile o sostituibile, è un approccio che non porta da nessuna parte, e soprattutto non tiene conto del suo aspetto storico e delle sue relazioni con le altre parole.


Il caso “smart”, la sua storia e la sua famiglia

smart setIn inglese non significa solo intelligente, ha anche altre accezioni che rimandano a qualcosa di elegante. Nel 1962, stando alle datazioni dei dizionari, l’anglicismo cominciò a circolare in italiano con questo secondo significato attraverso l’espressione smart set per indicare la buona società, il bel mondo, i personaggi che frequentano un ambiente (set) raffinato (smart).

Accanto a questa espressione c’era già qualcosa di equivalente almeno dal 1960, cioè la café society, la gente che conta, ma nel 1965 sono arrivate anche altre espressioni inglesi per definire concetti simili: la jet society detta anche jet set, letteralmente la gente che si può permettere di spostarsi in aereo, magari il proprio aereo privato, dunque l’alta società internazionale, anche se questo significato inglese, nel circolare in italiano, non è sempre fedele. Spesso l’espressione viene impiegata come sinonimo e variante di high society (1966), l’alta società, senza troppe distinzioni. Tutti questi equivalenti e variazioni sul tema, espressi in inglese, testimoniano come già a partire agli anni Sessanta l’inglese stava diventando cool, dopo l’epoca del francese, e cioè si impiegava per apparire trendy, e sentirsi sempre più in (in altri termini abbiamo cominciato a prenderlo incool). Il “lusso”, se di lusso si può parlare, o la “moda”, come preferiva il linguista Carlo Tagliavini, non stava nei singoli prestiti, quanto nel ricorso all’inglese per distinguersi e ricorrere a espressioni che suonavano di maggior prestigio e fascino. La gente che conta si prestava bene a essere espressa in inglese, poco importa se attraverso café society,  high society, jet society o smart set. Quest’ultima espressione in seguito è un po’ decaduta, in favore delle altre, e si è usata sempre meno. Smart è perciò rimasto nel limbo, come un “prestito” di poco successo, per qualche decennio. Ma invece di cadere nel dimenticatoio, negli anni Novanta è risorto, non in modo isolato, ma attraverso locuzioni come smart drink e smart drug che hanno cominciato a circolare rispettivamente con il significato di bibita energetica, stimolante, in grado di attivare le energie psicofisiche, e di droghe intelligenti, cioè quelle sostanze nootrope che stimolano l’attività mentale e che si basano su principi psicoattivi legali o che aggirano i divieti delle leggi.

NB: La comprensibilità di smart drink, a sua volta, si appoggiava al preesistente e consolidato drink, ma anche a locuzioni come soft drink, long drink ed energy drink che erano comprensibili e diffuse.

Nel 1994 sono poi arrivate le smart card, le carte elettroniche o magnetiche “intelligenti” perché dotate di un microprocessore che le rende di volta in volta un identificativo per servizi a pagamento.

NB: A sua volta, card non è un prestito isolato, circola da solo e anche in moltissimi in composti come credit card, businnes card, card collection – cioè le figurine –, e-card, fidelity card, inlay card, memory card, sim card, social card, wild card

automobile SmartNel 1996 arriva lo smartphone, il telefono intelligente, spacciato come “prestito di necessità” da chi non sa fare altro che compiacersi nel ripetere l’inglese a pappagallo, ma che avremmo potuto adattare per esempio in smarfono, o magari reinventare con furbofonino, una riformulazione che inizialmente circolava come un’alternativa, anche se non ha mai attecchito, davanti al “dio” inglese. Nello stesso anno, a rendere popolare la diffusione di smart ha poi contribuito un accidente extralinguistico: è arrivata la denominazione commerciale dell’omonima diffusissima automobile della Mercedes, tecnicamente acronimo di Swatch-Mercedes ART, ma giocata sul significato di smart inglese: raffinato, intelligente, ormai sempre più divenuto sinonimo di tecnologico, ed entrato nella disponibilità di tutti.

Quest’ultima è oggi l’accezione prevalente: smart è qualcosa di intelligente e tecnologico allo stesso tempo (intelligente perché tecnologizzato).

In questo modo, nel 2007 si è cominciato a parlare di smart grid, cioè le reti intelligenti (ma grid = griglia non è un prestito isolato, si appoggia ai già circolanti grid computing, 2002; grid girl, le  ragazze immagine delle squadre o team automobilistici, alle griglie di partenza, 2003); nel 2008 sono arrivate le smart city (ma city si ritrova anche in city airport, city bike, city card, city magazine, city manager, city safety, city tax…); nel 2009 gli smartglass (gli occhiali potenziati, ma anche i vetri fotocromatici); nel 2010 la smart tv; nel 2013 gli smartwatch (e la popolarità di watch, era a sua volta in relazione con il celebre marchio di orologi Swatch) e anche lo smart working (ma il lavoro era già virato verso l’inglese work attraverso e-work, e-worker, worhaolic, work in progress, workshop, workstation, co-working…).

A questo punto le cose sono più chiare: smart ormai vive di vita autonoma, anche da solo (es. “Dati sanitari e startup. Così l’assistenza è smart”, Corriere della Sera 27/03/2019), perché è stato veicolato da tutte queste relazioni tra anglicismi, e si è ritagliato il suo significato specifico, si è acclimatato o sedimentato in italiano con un’accezione un po’ diversa dal significato originario inglese. Liquidare questa storia dicendo che è un semplice “prestito”, cui si ricorre per mancanza di proprie parole (necessità) o per “lusso”, è riduttivo, miope e falso.

L’anglicizzazione dell’italiano si basa su storie come questa, non sui singoli prestiti isolati. Di esempi se ne possono fare migliaia, e in altri articoli ho già ricostruito la storia dei composti di baby, che è ormai un prefissoide che genera innumerevoli espressioni e riconiazioni all’italiana, ma vale anche per la storia di room, quella di manager, oppure di food… E mentre l’economia sta diventando economy, dobbiamo cominciare a studiare non le singole parole in inglese, ma le relazioni tra di loro e in che modo la rete degli anglicismi sta colonizzando il nostro lessico.


Due terzi degli anglicismi sono locuzioni o parole composte

Uno dei dati più eclatanti che si ricavano dalla raccolta degli oltre 3.600 anglicismi che ho classificato nel dizionario delle alternative AAA è che circa i due terzi delle espressioni inglesi entrate nella nostra lingua sono locuzioni (a oggi ne ho raccolte 1.395) – come access point, baby boom, car sharing e via dicendo – oppure parole composte da due radici che per la maggior parte sono a loro volta prolifiche. Per esempio, tra i composti di back si trovano: backup, background, backgammon, backdoor, backstage, back to school, back cover, back end, back office, flashback, playback e altre ancora.
Il punto è che anche le radici dei secondi elementi di queste espressioni si ricombinano quasi sempre con altre parole, e nel caso dell’ultimo esempio (playback) a sua volta play – oltre a vivere da solo (il tasto play, l’avvio o accensione) – si ritrova in fair play, long play, playboy, playgirl, playlist, playmaker, playoff, playstation, plug and play… senza contare che è la radice di parole sempre più frequenti come per esempio player.

Scorrendo le liste degli anglicismi – nel dizionario AAA, ma anche nei normali dizionari digitali – salta all’occhio in modo palese che non sono “prestiti” isolati, ma sono in larga parte raggruppabili in famiglie e si ricombinano in modo sempre più ampio dando vita anche a moltissimi semiadattamenti che di solito sfuggono ai conteggi automatici dei dizionari digitali. Da computer si passa a computerizzare, computerizzato, computerizzazione… parole che si aggiungono agli anglicismi crudi, e che violano le nostre regole di pronuncia e di scrittura. Allo stesso modo sono in aumento verbi come whatsappare, twittare, googlare, friendzonare, stalkerare e altri derivati in “ista” (fashionista, deskista, surfista), “ato” (glitterato, flashato, pixelato), “ismo” (scoutismo, gangsterismo, snobismo) e molti altri modi ancora (instagrammabile, hobbystica, holliwoodiano, killeraggio, rockettaro, scooterino…).

L’interferenza dell’inglese, in altri termini, non può essere paragonata all’interferenza delle altre lingue, né per numero, né per profondità. Se scorriamo la lista dei circa 1.000 francesismi non adattati riportati dai dizionari, ci accorgiamo che, salvo casi sporadici, non esistono né famiglie di parole, né ricombinazioni di radici che violano le nostre regole, né derivazioni semiadattate; al contrario, fuori dai forestierismi crudi, prevalgono gli innumerevoli adattamenti, italianizzazioni o calchi che terminano per esempio in -ismo, -ista, -aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio), -zione (rifrazione, presunzione), -izzare (razionalizzare, scandalizzare) e -ficare (elettrificare). Queste derivazioni da radici francesi sono perciò ben assimilate, e rendono l’origine francese irriconoscibile, al di là dell’etimo storico. Ho già mostrato le profonde differenze tra l’interferenza dell’inglese e quella del francese, e questa ulteriore diversità è indicativa per comprendere che l’invasione dell’inglese è più grave e molto più estesa.

Lo stesso vale per lo spagnolo, per il tedesco, per il giapponese e per le numericamente irrilevanti parole di provenienza da altre lingue: in nessun caso si registra qualcosa di equiparabile a quanto avviene nel caso dell’inglese. La categoria del “prestito linguistico”, nonostante i suoi limiti, può essere utile per comprendere l’interferenza delle altre lingue, ma nel caso degli anglicismi siamo in presenza di qualcosa di devastante, che va oltre e non si può ricondurre alla somma dei prestiti. È un fenomeno di emulazione e di ricombinazione molto più complesso e di ben altra portata.

Mentre molti linguisti continuano a liquidare tutto con la categoria dei prestiti, magari discutendo se una singola parola sia di lusso o di necessità, non si accorgono della valanga che sta precipitando sulla nostra lingua e che ci seppellirà, se non cambiamo atteggiamento.

 

PS
Per chi sarà al Festival della lingua italiana di Siena (5-7 aprile 2019) parlerò di questi temi:
il 6 aprile alle ore 17 presso la Libreria Palomar insieme a Stefano Jossa: “La LINGUA italiana. Bella e da difendere?” (introduce Massimo Marinotti, coordina Leonardo Luccone);
il 7 aprile alle ore 10.15 presso la Biblioteca degli Intronati insieme a Fabio Pedone: “In punta di LINGUA. Traduzione e creatività” (modera Simona Mambrini).

parole in cammino siena

Qui il programma completo.

 

Gioco-concorso: traduzioni creative e dialetti (“Parole in cammino” Siena, 5-7 aprile 2019)

italia
Immagine tratta da RaiPlay

Un tempo i dialetti erano visti come un ostacolo per la lingua italiana. Eppure c’è chi ha definito l’italiano un dialetto che si è imposto su tutti gli altri grazie ai modelli letterari di Dante, Petrarca e Boccaccio. Nella cosiddetta questione della lingua – e cioè: qual è l’italiano? – per secoli i puristi si sono scontrati con autori che rivendicavano invece un italiano più aperto. I primi erano ostili a neologismi, forestierismi e parole dialettali non basate sul toscano e sulla lingua delle “tre corone fiorentine”. Gli altri li ammettevano in nome dell’evoluzione e della modernità, per non cristallizzare l’italiano nella “lingua dei morti”. Ma queste controversie, nate già con Dante, e che si sono protratte fino alla soluzione manzoniana dei Promessi sposi (lo sciacquare i panni in Arno nel fiorentino vivo) e anche dopo, riguardavano l’italiano letterario, la lingua scritta, perché nella vita di tutti i giorni ognuno parlava nel proprio dialetto e l’italiano era una sorta di registro linguistico elevato che si utilizzava per le comunicazioni inter-regionali.

 


Dialetti: da un ostacolo per la lingua italiana a una ricchezza

L’italiano parlato è una conquista nata nel Novecento soprattutto con l’epoca del sonoro, la radio, il cinema e poi la televisione. Solo allora si è posta la questione dell’unificazione della lingua parlata.
L’estromissione dei dialetti dall’insegnamento avvenne già nei primi anni del regime fascista, quando era molto diffuso tra i maestri. Il fascismo tentò di regolamentare fortemente la lingua, vista come uno strumento di coesione del popolo e del nazionalismo e il dialetto, in un’epoca in cui l’italiano doveva essere ancora unificato, era considerato come un ostacolo all’affermazione della lingua nazionale. Questo atteggiamento è durato anche dopo, e ancora ai tempi delle emigrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, parlare il dialetto era percepito come un segno di ignoranza, il modo di esprimersi di chi non sapeva parlare l’italiano. In questo periodo in molti luoghi accadde un nuovo fenomeno: il dialetto usato da sempre in ambito familiare cominciò a cedere il posto all’italiano nel rivolgersi alle nuove generazioni. A Milano, per esempio, ricordo che quando ero bambino i miei genitori parlavano in dialetto con i miei nonni e con gli altri familiari. Ma tutti, nel rivolgersi a noi bambini si esprimevano in italiano. In questo modo il mio bilinguisimo dialettale si è spezzato, e personalmente sono in grado di comprendere il milanese, ma non sono in grado di replicarlo e parlarlo. In questo modo alcuni dialetti sono scomparsi o quasi. Il milanese si è perduto e non è più praticato se non da gruppi molto ristretti. In altre aree geografiche, e anche in Lombardia fuori dalle metropoli, la tradizione del dialetto è invece ancora viva.

Oggi, unificato l’italiano parlato, la questione dei dialetti è completamente cambiata. Non sono più un segno di ignoranza e un ostacolo, non sono più il simbolo del non saper parlare in modo corretto, sono al contrario una ricchezza. In sintesi, sono vissuti come un arricchimento culturale che non sostituisce l’italiano, ma si aggiunge come una seconda lingua e non riguarda più soltanto i ceti bassi e poco alfabetizzati, è un patrimonio culturale di chi cerca di conservare e riscoprire le tradizioni locali.

Le varietà regionali sono attualmente uno degli elementi più vivi della nostra lingua, sempre più policentrica e sempre meno toscana. Già da tempo il mescolamento delle culture ha comportato il confluire di molti termini dialettali nell’italiano. Dal siciliano sono arrivate parole come intrallazzo, picciotto o zagara, dal napoletano vongola, mozzarella, scugnizzo o fesso, dal romanesco abbuffata, abbacchio, sbafo, iella, caciara o borgata, dal lombardo balera, barbone, lavello o panettone, dal piemontese fonduta, gianduia, grissino e ramazza

Visto che ormai la metà dei neologismi è in inglese e che l’italiano sempre meno capace di evolvere con parole autonome, i dialetti costituiscono un patrimonio e un bacino di parole nuove molto interessante. Qualcuno li ha definiti “prestiti interni”.

Fatte queste premesse, ci si può porre una domanda: e se guardassimo ai dialetti come a una risorsa cui attingere davanti alle parole mancanti, spesso importate dall’inglese?

Davanti a una parola che non c’è, oltre a importarla da un’altra lingua in modo crudo, è anche possibile italianizzarla e adattarla, tradurla e ricorrere a un calco, creare un neologismo e reinventarla. Ma c’è anche un’ulteriore soluzione: recuperare i dialetti e provare ad attingere dal patrimonio linguistico regionale.

Un gioco e un concorso: “In punta di lingua. Traduzione e creatività”

parole in cammino siena

Durante un incontro a “Più libri più liberi” (Roma, 5-9 dicembre 2018), Massimo Arcangeli buttò lì l’idea di coinvolgere i dialetti nella traduzione di parole apparentemente intraducibili provenienti dalle più diverse lingue. La traduttrice Andreina Lombardi rispose immediatamente a quello stimolo e propose la traduzione di aftselakhis (yiddish) con il napoletano cazzimma.

Oggi questa idea è stata ripresa e trasformata in una nuova iniziativa per il Festival della lingua italiana, “Parole in cammino” (Siena, 5-7 aprile 2019), arricchita da due proposte “collaterali”:

comprendere un certo numero di anglicismi nell’elenco delle parole da tradurre attraverso traducenti dialettali, oltre che italiani;
provare a rendere nell’idioma nazionale alcune parole ed espressioni dei vari dialetti.

Invito tutti a partecipare giocosamente a questo concorso.

Domenica 7 aprile, in un incontro a Siena nell’ambito della manifestazione, commenterò le soluzioni pervenute insieme a Fabio Pedone e Simona Mambrini.
Lo stesso giorno partirà anche la seconda fase dell’iniziativa: la traduzione in italiano di parole ed espressioni dialettali della penisola che non hanno ancora un equivalente. Nel mese di maggio, il progetto culminerà a Cassino e a Montecassino, con la premiazione delle migliori soluzioni nella cornice del festival “ANTICOntemporaneo”.

Partecipa al gioco-concorso!

Per chi vuole partecipare e giocare, queste sono le parole inglesi di cui è possibile proporre un traducente:

avatar
comfort food
coming out
contactless
cool
default
doodle
fake news
flat tax
location
mobbing
mood
must
(to) scroll
smart card
spoiler
stalker
startup
touchpad
.

E queste sono altre parole che provengono da altre lingue:

Aftselakhis (sostantivo, yiddish): l’impulso o il bisogno di fare esattamente la cosa che qualcuno ci proibisce di fare, con lo scopo di farlo arrabbiare.
Fremdschäm (sostantivo, tedesco): la vergogna che si prova per qualcuno.
Fylleangst (sostantivo, norvegese): la paura di aver detto o fatto qualcosa di stupido di cui non ci si ricorda, e che ci assale il giorno dopo una tremenda sbronza.
Geborgenheit (sostantivo, tedesco): la sensazione di essere al sicuro, al calduccio, come in un nido o nel ventre materno.
Gjensynsglede (sostantivo, norvegese): la gioia di rivedere qualcuno dopo molto tempo.
Koselig (aggettivo, norvegese): si usa per descrivere un’atmosfera piacevole, rilassante, e per definire ciò che ci fa sentire bene, che è accogliente, dà calore, in qualche modo ci “coccola”.
Μάγκας (sostantivo, greco moderno): l’uomo del popolo, sicuro di sé fino all’arroganza. Si distingue dagli altri nel comportamento, nelle movenze e nell’abbigliamento. È un uomo con esperienza ed è ammirato dagli altri; è un duro ma è anche un giusto, non approfitta dei deboli e non si fa sopraffare dai prepotenti. Si usa colloquialmente anche come formula di saluto.
Nombrilisme (sostantivo, francese): l’atteggiamento egocentrico di chi pone sempre se stesso al centro dell’attenzione (letteralmente: l’atteggiamento di chi si contempla l’ombelico).
Rubberneck(er) (sostantivo, inglese): il curioso che guarda con morbosità qualcosa di sconveniente o indiscreto, spinto da un impulso irrefrenabile (il termine è diverso da “guardone”, e anche da “curioso”).
Schadenfreude (sostantivo, tedesco): la gioia maligna che si prova per la sfortuna altrui.
Sehnsucht (sostantivo, tedesco): esprime un desiderio doloroso, come la nostalgia, ma di qualcosa che non è stato e forse mai sarà. È il desiderio collegato al doloroso struggimento che si prova nel non poterne raggiungere l’oggetto. “Sehnsucht” viene da “sehnen” (‘anelare’, ‘sognare’, ‘avere voglia’) e “Sucht”, un sostantivo che indica propriamente il desiderio irrefrenabile, la smania, la sete di brama, il vizio (e quindi la dipendenza: dal cibo, dalla droga, dall’alcol). Letteralmente è un “desiderio del desiderio”.
Sisu (sostantivo, finlandese): è il particolare atteggiamento mentale, tipicamente associato al popolo finlandese, connotato da un misto di forza di volontà, coraggio, tenacia e razionalità. La parola deriva da sisus, che significa ‘intimo’ o ‘interiore’.
Sobremesa (sostantivo, spagnolo): le chiacchiere che s’imbastiscono davanti a una tavola ancora imbandita, tirando per le lunghe la fine del pranzo.
Solochvåra (verbo, svedese): è formato dalle parole “sol” (‘sole’) e “vår” (‘primavera’), e significa illudere una donna corteggiandola in modo serrato al solo fine di estorcerle del denaro.

Nulla è intraducibile, tutt’al più è intradotto, e cioè non lo si vuole o riesce a tradurre!

Le proposte vanno inviate a questo indirizzo: inpuntadilingua@gmail.com.

Questa iniziativa è realizzata in collaborazione con l’associazione di traduttori StradeLab e con l’associazione Twitteratura e Betwyll.

Troppo sesso siamo inglesi

madonna italians do it betterEra il 1973 quando uscì il film Niente sesso siamo inglesi (Cliff Owen) che evocava il luogo comune della freddezza anglosassone, ed era il 1986 quando Madonna indossò la celebre maglietta con la scritta Italians do it better (gli italiani lo fanno meglio) nel video di “Papa dont’ preach”. Un altro stereotipo che affonda le sue radici nel mito di Casanova o di Rodolfo Valentino, ma anche di Don Giovanni, per passare dall’Italia al fascino latino che dagli anni Sessanta si può dire anche in inglese, latin lover.

Che lo facciano meglio o peggio non si sa, ma sta di fatto che nel nuovo Millennio il sesso degli italiani è diventato sempre più angloamericano, almeno nella sua terminologia. Accanto agli anglicismi classici, come sex symbol o striptease decurtato all’italiana in strip, nell’era della Rete il sesso è sempre più sex.

Perché sforzarsi di dire sensuale, attraente, seducente, eccitante, e a seconda dei contesti erotico, conturbante, affascinante, irresistibile, avvenente, procace… quando abbiamo un anglicismo stereotipato che va bene per tutto come sexy?

Con che frequenza un italiano medio usa attivamente una parola come playboy? Per esprimere questo concetto circolano anche espressioni francesi come tombeur de femmes o varianti da mantenuto come gigolo, ma quest’ultima ha  aumentato incredibilmente la sua frequenza solo dopo il 1980, perché è stata resa popolare dal film American Gigolo (Paul Schrader). E parole come donnaiolo, conquistatore, amatore, sciupafemmine, casanova, dongiovanni, farfallone (“Non più andrai, farfallone amoroso”, per citare Mozart), si sentono sempre meno, mentre rubacuori è stato rispolverato dai giornali solo con il caso di “Ruby rubacuori” (per assonanza con il nome) a proposito del noto scandalo sessuale, che sulla stampa si dice perlopiù sexgate. Sui giornali è aumentata moltissimo l’occorrenza di escort (lett. accompagnatore). Un tempo indicava chi (uomo o  donna) accompagnava dietro compenso qualcuno in occasioni mondane o in viaggi (escort turistico), ma dagli anni Duemila la parola ha un’accezione quasi esclusivamente femminile, accompagnatrice, diventata un sinonimo eufemistico di prostituta di lusso, che oltre al ruolo di accompagnatrice è disponibile anche a prestazioni sessuali. Escort ci appare più gentile, più raffinato o meno volgare dei corrispettivi italiani, forse meno ipocriti. Così come il petting (da to pet = accarezzare) suona meno triviale di limonare o pomiciare e più tecnico per indicare l’accarezzarsi, il reciproco toccamento, palpeggiamento, l’insieme delle pratiche erotiche che non si spingono sino a un rapporto sessuale completo, un sesso senza penetrazione che in italiano si può dire di volta in volta i preliminari o lo scambiarsi effusioni, coccole, amoreggiare, baciarsi, strusciarsi, masturbarsi e via dicendo a seconda di quanto sia spinto.

playboy dongiovanni farfallone donnaiolo
Le occorrenze di playboy, dongiovanni, rubacuori, sciupafemmine, farfallone e casanova nelle statistiche di Google Viewer (periodo 1900-2008).

Per essere politicamente corretti (ma politically correct fa tutto un altro effetto, naturalmente) oggi si dice sempre meno omosessuale, o lesbica riferito alle donne (parole prive di qualunque connotazione negativa), e si preferisce gay (lett. gaio), che poi si ritrova in espressioni come gay pride, letteralmente l’orgoglio (di essere) omosessuale, quindi anche la rivendicazione dei diritti degli omosessuali, e come decurtazione di gay pride parade diventa persino una manifestazione (per i diritti) degli omosessuali, anche se in inglese non sarebbe possibile omettere parade, la manifestazione.
Ricorriamo spesso all’inglese snaturandolo in modo ridicolo. Come nel caso di lapdance (lap = grembo e dance =danza) che in italiano è un’esibizione (o danza) erotica alla pertica, uno spettacolo (o balletto) erotico al palo, ma è un’accezione che non corrisponde all’inglese: propriamente la lap dance è uno spettacolo erotico in cui le ballerine si siedono sugli spettatori, strusciando il grembo (lap, lo stesso di laptop, il portatile in cima al grembo) e intrattenendo contatti fisici, mentre la danza alla pertica si chiama pole dance, e non ha un significato necessariamente erotico, può essere anche un’esibizione di ginnastica o di danza acrobatica.


Dal porno in americano all’italiano

Visto che dirlo inglese equivale a essere moderni, un malato di sesso, ipersessuale, erotomane, sesso-dipendente è un sex addict; un negozio di erotismo è un sexy shop (ma in inglese si dice sex shop) o un pornoshop; un film erotico, a luci rosse, spinto, pornografico o porcellone è un film hot o hard (o hard-core, distinto dai meno espliciti soft-core e pornosoft), ma si parla anche di blue movie e di altre categorie più dettagliate come gli snuff movie (per indicare i film basati sulle torture a sfondo sessuale). Un fallo finto è un dildo (se non altro è un anglicismo “invisibile” che si scrive e legge come è scritto anche se al plurale rimane invariato), che rientra nella categoria dei sex toy (giocattoli sessuali), e si intreccia con l’espressione toy boy (uomo oggetto, uomo giocattolo) che di solito sono attraenti ragazzoni con cui si trastullano le cougar (lett. coguaro, puma) cioè le donne mature “predatrici” che gergalmente si possono indicare anche con tigri o panterone. E poi ci sono le milf, spesso adattate con l’accrescitivo milfone, un acronimo che letteralmente significa Mother I’d Like to Fuck (mamma che mi piacerebbe scopare), ormai di uso comune: si trova anche sui giornali con il significato edulcorato di donna matura piacente, dunque una splendida quarantenne o cinquantenne, una bella mamma o signora, una bellezza matura. Soltanto nel 1999, nella traduzione italiana del film American pie (Paul e Chris Weitz), la parola era stata resa con “MIMF”, Mamma che Io Mi Farei, visto che l’espressione era ancora sconosciuta.
Una donna grassa, obesa, cicciona o sovrappeso come quelle dipinte da Botero è invece edulcorata in donna curvy, cioè dalle forme piene o abbondanti, rotonda o rotondetta, florida, prosperosa, giunonica, tutta curve, curvilinea, maggiorata. Quanti sinonimi inutili davanti alla bellezza di simili parole inglesi… E se proprio si vuole spezzare la monosemia si può anche dire BBW, come si trova sui siti porno, acronimo di Big Beautiful Woman, cioè bella donna grossa, donnona, rotonda o abbondante.

Molti di questi anglicismi arrivano dal gergo del porno americano e si diffondono in italiano non certo per mancanza di alternative, come nel caso di blowjob per indicare la fellazione, in latino fellatio, e volgarmente pompino, pompa, bocchino, soffocone… I rapporti anali diventano inscrivibili nel genere anal (per risparmiare una e finale) come cantava Elio delle Storie tese: “Pratico l’anal e l’arte del bondaggio, come si vede nel mio cortometraggio” (“Cartoni animati giapponesi”, 1992). Il bondaggio è però più spesso definito bondage, e nelle pratiche legate al sado-maso si parla di master (cioè padrone) o di mistress (padrona), mentre passando dal gioco di chi domina e detta le regole della sottomissione al ruolo di chi ama sottomettersi ci sono gli slave, cioè gli schiavi, ma in queste pratiche sessuali è sempre bene concordare una safeword, cioè una parola di salvezza, una parola d’ordine che in caso di eccessi metta fine al gioco.

Betty Page, sculacciata sado maso

Perché dobbiamo ripetere questa terminologia americana? Anche nel sesso dovremmo imparare da loro?
Il motivo fondamentale è sempre lo stesso, come accade nell’informatica: ripetiamo ciò che leggiamo e non ci sforziamo di tradurlo. Leggiamo dowload e diciamo downloadare invece di scaricare… Leggiamo anal e lo ripetiamo così.

Altre volte, invece, sembra che ci manchino le parole, e ricorriamo all’inglese perché non le vogliamo tradurre, inventare o riconiare. Con l’avvento della Rete i siti pornografici si sono moltiplicati e soprattutto si sono strutturati in categorie sempre più specializzate, che fino al secolo scorso erano inimmaginabili oppure non avevamo l’esigenza di etichettarle con una parola, ma oggi sì, evidentemente. I generi e i sottogeneri delle perversioni e delle bizzarrie sessuali sono infiniti, basta navigare su un sito porno per scoprirne a bizzeffe, e poiché sembra che ci manchino le parole, non resta che ripeterli e importarli in inglese. E allora le sculacciate si indicano con la pratica dello spanking, mentre nei negozi di oggettistica sessuale si possono comprare ammenicoli come gli strap-on, cioè le cinture falliche, anche se nessuno le chiama in italiano. In questo modo si diffonde il pissing, alternato all’italiano “pioggia dorata”, che corrisponde all’urofilia, oppure lo squirting traducibile come eiaculazione femminile (o “leggenda metropolitana”, a seconda dei punti di vista), che trova adattamenti gergali nel verbo “squirtare”.

In inglese nasce e si diffonde una terminologia per descrivere nuovi fenomeni come il sexting (sex = sesso + texting = invio di un testo) cioè la pratica di inviare messaggi, autoscatti o filmati erotici attraverso i dispositivi mobili, in altre parole lo scambio di messaggi erotici (a luci rosse, porno), l’invio di foto bollenti o della corrispondenza/messaggistica erotica tra amanti. Queste cose sono pericolose quando il gioco è tra sconosciuti incontrati virtualmente, nella pratica del cybersex, o sesso virtuale, e quindi si rischia di incorrere in episodi di sextortion (sex + extortion = estorsione) che in italiano si può dire ricatto o estorsione sessuale. Quando invece una relazione finisce, il rischio si chiama revenge porn, letteralmente una pornovendetta in cui si pubblicano in Rete foto o video intimi degli ex-amanti, anche se le vittime di questo “sputtanamento” che è un vero e proprio reato, sono soprattutto le donne, con conseguenze sociali spesso tragiche. Davanti a questi nuovi fenomeni di costume noi ripetiamo l’inglese, senza porci il problema di tradurre, adattare, usare o recuperare le nostre parole. Ciò che è nuovo si dice in inglese. Punto.

Purtroppo questa strategia non rimane confinata nel gergo e nelle stravaganze del porno, sempre più spesso questi anglicismi finiscono per travasarsi nel linguaggio giornalistico o comune, magari con allargamenti di significato o estensioni metaforiche. La scusa per ricorrere all’inglese, lingua sintetica e pragmatica, è quasi sempre la stessa: ci manca la parola italiana. Magari non il concetto, ma la parola.

Laura Antonelli Malizia

Spesso quando in una lingua manca una parola è perché non si è mai sentita l’esigenza di coniarla. Chi non ricorda la scena di Malizia (Salvatore Samperi 1973) in cui Laura Antonelli saliva sulla scala della biblioteca in minigonna facendo impazzire il quattordicenne Nino (Alessandro Momo) che la sbirciava da sotto? Noi all’epoca non lo sapevamo, popolo di arretrati, ma questa scena entrata nell’immaginario collettivo cinematografico non era altro che un upskirt! Meno male che oggi abbiamo una parola per indicare tutto questo.

Upskirt (lett. sotto la gonna) nel gergo del porno indica una ripresa o una fotografia che ritrae le gambe e l’intimo di una donna dal basso, dunque uno scatto sotto la gonna. Può essere consenziente, anche se per lo più si tratta di scatti rubati che con l’avvento dei dispositivi mobili sono diventati un fenomeno inquadrabile nella molestia sessuale (es. dai giornali: “Upskirt al supermercato, arrestato 55enne che filmava sotto le gonne delle donne”).

Sharon Stone accavala le gambe in basic instinctL’anglicismo indica anche le “scosciate” involontarie riprese per esempio durante gli eventi pubblici o le trasmissioni televisive, come una donna che accavalla le gambe mostrando l’intimo (nel caso di Basic Instinct, del 1992, Sharon Stone non lo indossava, e la scosciata non era affatto involontaria). Queste scosciate (parola italiana che risale all’Ottocento) sono dette in inglese anche sui giornali: “Upskirt. Le giornaliste del TG5 restano in mutande sotto la scrivania”;  “Kylie Minogue, upskirt involontario sul palco durante il live a Cannes”; “Gli incidenti sexy delle dive, ecco i fuori di seno e gli upskirt più imbarazzanti”…

Adesso che ci penso non abbiamo una parola nemmeno per indicare il fenomeno di un seno che fuoriesce involontariamente o meno dalla scollatura di una donna. L’italiano è lingua povera, è sempre più evidente, e soprattutto incapace di evolvere autonomamente con propri neologismi davanti all’emergere di queste “nuove” esigenze. Per fortuna abbiamo gli anglicismi che sopperiscono alle nostre lacune.

Mi viene in mente una vecchia canzone in milanese di Nanni Svampa, che aveva a sua volta tradotto un testo di Brassens (“Brave Margot”), “La Rita de l’Ortiga”. Raccontava di una ragazza con la camicetta scollata che quando si chinava per versare il latte al gattino dava spettacolo, e tutti gli uomini le sbirciavano nella scollatura. Lei, inconsapevole, credendo che ammirassero la sua bestiola sorrideva e cantava allegramente…

Quanti giri di parole inutili in questi testi! Forse un anglicismo presto ci salverà anche da questa grave mancanza di poterlo esprimere con un solo termine, chissà…