Gli anglicismi che penetrano nel linguaggio delle istituzioni e delle leggi

La penetrazione degli anglicismi nella nostra lingua è arrivata a intaccare il cuore dello Stato. Non c’è solo il nuovo linguaggio della politica dove il garante per la protezione dei dati personali è sempre più della privacy, il ministero del lavoro e delle politiche sociali è chiamato del welfare, la riforma del lavoro è il jobs act, si parla sempre più di tax, di premier al posto di presidente del consiglio come indicato nella Costituzione e via dicendo (al tema ho dedicato un capitolo del mio libro, ma lo riprenderò anche qui). L’infiltrazione degli anglicismi nelle istituzioni coinvolge anche il linguaggio delle nostre leggi.

I termini giuridici inglesi non sono un fenomeno solo italiano, spesso sono una conseguenza dell’espansione delle multinazionali americane in tutto il mondo che esportano e impongono il proprio apparato lessicale estraneo alle legislazioni nazionali coinvolte. Uno dei più importanti giuristi italiani, Francesco Galgano, ha mostrato che la questione riguarda il delicato equilibrio del diritto internazionale, perché le aziende, per lo più americane, si preoccupano di

“realizzare l’unità del diritto entro l’unità dei mercati. L’uniformità internazionale di questi modelli è, per le imprese che li praticano, un valore sommo. Basti questa testimonianza: le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale”.

[Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153]

In questo modo, parole come leasing, franchising o performance bond si propagano intoccabili in tutto il mondo.
Alessandro Giglioli, nel ricostruire l’affermarsi della parola leasing, ha osservato che

“si tratta di un contratto atipico largamente presente, sulla base dei modelli americani, in Italia, che al momento della sua introduzione, a metà degli anni Sessanta, veniva utilizzato riportando la dicitura straniera o tradotto correntemente con l’espressione ‘locazione finanziaria’, ma anche con altre locuzioni”.

[Alessandro Giglioli, “Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, dalla rivista online Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3]

Oggi è utilizzato nella giurisprudenza e nel linguaggio comune senza più spiegazioni né virgolette. Tra gli altri anglicismi che non appartengono al nostro ordinamento, ma sono largamente usati in ambito giuridico, ci sono anche

franchising, factoring, joint venture, marketing, licensing, trust, performance bond, know-how, incoterms, merchandising, common law, civil law, buyer, competitor, consumer, delivery, welfare state, authority, devolution, spending review.”

[Ivi, p.1]

Ma ne esistono altri ancora, come antitrust, o dumping, e accanto a questi “internazionalismi forzati” ce ne sono poi molti che arrivano per altre vie, soprattutto dai mezzi di informazione che li propagano senza traduzioni e alternative fino a che non entrano nel linguaggio comune e, da qui, a quello della giurisprudenza. Tra questi segnalo grooming, stalking e mobbing.

Grooming
Possiede anche un’accezione diversa che riguarda l’etologia (indica lo “spidocchiamento” reciproco delle scimmie), ma di recente ha finito per indicare l’adescamento di minori attraverso la Rete, dove è facile camuffarsi dietro l’anonimato e mettere in pratica manipolazioni psicologiche che puntano ad approcci (e abusi) sessuali.

Stalking
A proposito di grooming e di stalking si sono espressi anche esponenti dell’accademia della Crusca, che hanno sottolineato i corrispettivi adescamento e persecuzione, riconoscendo che l’introduzione di queste parole è sicuramente dovuta anche alla

“funzione di indirizzo legislativo svolta dall’Unione Europea”, dato che il termine circola nella convezione di Lanzarote già dal 2007, a proposito della protezione dei minori.

[Matilde Paoli, “Grooming? Chiamiamolo adescamento (di minori in rete)!”, Redazione Consulenza Linguistica Accademia della Crusca, 27 giugno 2014]

Ma fino a che punto è reale la “favola” degli internazionalismi? È vero che certi termini penetrano nei linguaggi nazionali dall’inglese, lingua franca della Comunità Europea, ma non è vero che siano usati da tutti con la stessa frequenza e senza alternative come da noi.

Ho provato a fare qualche ricerca in proposito, e stalking si ritrova in Germania, ma non per esempio in Spagna (la Wikipedia spagnola rimanda alla voce acoso físico) e in Francia (non presente su Wikipedia). In queste due lingue le occorrenze della parola sono praticamente nulle nei grafici di Ngram, al contrario dell’italiano dove dal 2000 sono molto alte. E non perché lo stalking non sia un problema anche all’estero, ma perché per definirlo si usa la lingua nazionale, non si ricorre all’inglese, che non è affatto sempre la lingua sovranazionale.

stalking
Fonte: Ngram. Periodo di riferimento: 1995-2008. La frequenza della parola stalking nei corpus italiano, francese e spagnolo. Come si può notare, da noi il termine diventa popolare dopo il 2003, mentre in Francia e Spagna non è quasi rintracciabile.

 

 

Attraverso gli archivi storici de La Stampa (che li ha messi a disposizione in modo gratuito dal 1867 ed è uno degli strumenti più preziosi per fare questo tipo di ricerche) ho provato a risalire alla prima comparsa del termine. La prima volta è stata nel 1995 in un articolo dall’estero, in un’espressione inglese virgolettata: “‘Stalking horses’, un nome che la politica ha preso dall’arte venatoria e che descrive il cavallo dietro il quale si nasconde il cacciatore” (Mario Ciriello, “Un giuda per Major”, La Stampa, 27 giugno 1995, p. 10), e ricorre anche nei palinsesti televisivi di Videomusic che trasmetteva Due poliziotti a Palm Beach (Silk Stalkings). Ma dopo queste prime apparizioni occasionali, nel 2002 entra definitivamente nella cronaca:

“Negli Stati Uniti si chiama ‘Stalking’, ovvero, in termini strettamente giuridici ‘sindrome del molestatore assillante’. Letteralmente significa ‘fare la posta’ e viene utilizzato per indicare un comportamento ossessivo, fatto di pedinamenti, continui tentativi di contatto, telefonate ossessive. È tipico degli amanti respinti, dei fidanzati lasciati. E oltreoceano è considerato un reato vero e proprio”.

[Silvano Rubino, “Quando l’ex non si rassegna”, La Stampa, venerdì 5 luglio 2002, p. 5]

Dai giornali alla lingua comune il passo è breve, e così la parola finisce poi nei dizionari e, visto che si tratta di un reato, non può che coinvolgere la lingua di magistrati, avvocati e istituzioni. Un decreto legge del 2009 amplia così il concetto dei più vecchi reati di “atti persecutori” e inasprisce le pene per questo genere di episodi. Anche se nella legge non è contenuta la parola stalking, nelle sentenze e nella giurisprudenza si diffonde.

Mobbing
Anche il termine mobbing in Francia non ha preso piede, mentre in Spagna è entrato solo dopo il 2000, ma cercandolo sulla Wikipedia non esiste: si viene rimbalzati alla voce acoso laboral (o acoso moral en el trabajo).

mobbing
Fonte: Ngram. Periodo di riferimento: 1995-2008. La frequenza della parola mobbing nei corpus italiano, spagnolo e francese. Il termine diventa popolare da noi alla fine degli anni Novanta, mentre in Francia non si usa, e in Spagna si è diffuso più moderatamente solo dal Duemila.

A dire il vero mobbing non è un vero e proprio internazionalismo, nei Paesi anglosassoni non è molto in voga e si usano preferibilmente altre espressioni come victimization, persecution, harasament, workplace bullying (bullismo sul lavoro), oppure si parla meno tecnicamente di abuse e intimidation. Mobbing, infatti, è stato coniato negli anni Settanta dall’etologo Konrad Lorenz per descrivere l’atteggiamento aggressivo con cui alcuni animali escludono un membro dal gruppo. Ed è questa l’accezione principale. Da noi, al contrario, fa la sua comparsa negli anni Novanta, e su La Stampa il primo articolo dedicato al fenomeno è del 1993:

“In Italia dilaga da tempo. (…) Il nuovo fenomeno si chiama ‘mobbing’. Nel mirino anche le donne”.

[La Stampa, 5 giugno 1993, Pier Paolo Luciano, p. 37]

Sei anni dopo, nel 1999, il Tribunale di Torino riconosce per la prima volta le ragioni di una donna vittima dell’aggressione alla propria sfera psichica di lavoratrice, facendo riferimento proprio al fenomeno noto come mobbing:

Tribunale di Torino sent. del 16.11.1999, Giudice Ciocchetti- Erriquez C. Ergom. “Dipendente molestato dal diretto superiore con frasi offensive ed incivili – Postazione di lavoro angusta – Negazione di contatti con i colleghi – Configurabilità di tali comportamenti come mobbing – Danno psichico temporaneo – Risarcibilità ai sensi dell’art. 2087 c.c. e art. 32 Cost.”.

Da quella data in poi si troverà sempre più nei disegni di legge, nelle sentenze e negli atti della Gazzetta Ufficiale, oltre che nel parlare della gente.

L’aumento degli anglicismi ricavato dalle analisi dello Zingarelli

Dopo aver pubblicato i dati sull’aumento degli anglicismi, negli anni, ricavati dall’analisi delle versioni digitali del Devoto Oli, di seguito riporto il mio studio basato invece sullo Zingarelli, in generale meno aperto del primo all’accoglimento dei termini inglesi.

Il dato più antico che sono riuscito a recuperare è quello del 1995, quando gli anglicismi non adattati erano 1.811 (NB: questo numero e tutti i successivi riguardano i dati “grezzi” restituiti dai programmi di ricerca, e non sono perciò raffinati e ripuliti con un lavoro manuale, ma lo scarto percentuale non è molto significativo).

[Fonte: Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91]

Stando ai numeri riportati anche da uno studioso “negazionista” come Giuseppe Antonelli (per il quale “l’itangliano è ancora lontano” e non c’è affatto da preoccuparsi), nel 2000 se ne contavano 2.055, nel 2004 erano 2.219, e nel 2006 si passava a 2.318.

[Fonte: Giuseppe Antonelli, “Fare i conti con gli anglicismi” sul sito Treccani, ma i dati sono riportati anche in L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, Bologna 2016]

Infine, nell’edizione digitale dello Zingarelli 2017, cercando tutti i termini inglesi, escono 2.761 risultati, e nel grafico ho provato a ricostruire questa crescita dal 1995 al 2017 in modo visivo.

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La crescita degli anglicismi non adattati riportati dallo Zingarelli negli anni: 1995, 2000, 2004, 2006, 2017.

 

In 22 anni, sono entrati perciò 950 anglicismi non adattati, con un aumento percentuale del 52,46%, e una media di 43 nuove parole in inglese all’anno (senza contare i numerosissimi adattamenti come googlare o whatsappare che sono stati esclusi dal conteggio, riferito solo a quelli non adattati).

Supponendo che questa media di entrate annuali non sia destinata ad aumentare (cosa di cui dubito) intorno al 2050, tra poco più di 30 anni, ce ne saranno 1.419 in più, per un totale di 4.180, come visualizzato nel secondo grafico:

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La stima del numero di anglicismi non adattati che potrebbero essere inclusi nello Zingarelli del 2050, basata sull’incremento di 43 all’anno calcolato sul periodo 1995-2017.

Fino agli anni Ottanta la percentuale degli anglicismi non adattati era stimata tra lo 0,5% e l’1% del nostro patrimonio lessicale. In un celebre studio specialistico di Ivan Klajn del 1972 (Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze) ne venivano individuati 1.600 (2.150 compresi gli adattamenti) e rappresentavano ancora l’1%, poiché i lemmi del lessico italiano erano calcolati intorno ai 150.000.

A dire il vero, la stima del numero dei lemmi dell’italiano è difficile da stabilire, ma sembra inferiore: tra i dizionari monovolume, solo il Sabatini-Coletti e il Nuovo De Mauro dichiarano poco più di 150.000 lemmi, ma il Devoto-Oli ne registra circa 100.000, mentre lo Zingarelli parla di 145.00 “voci”, che non sono proprio la stessa cosa dei “lemmi”, perché includono per esempio molti diminutivi o vezzeggiativi. Comunque sia, prendendo per buono il dato (pompato) di 145.000 lemmi, in percentuale gli anglicismi non integrati dello Zingarelli sono passati da circa l’1,3% del 1995 al 2% di oggi, più o meno, mentre nel 2050 potrebbero rappresentare circa il 3,9%.

Secondo gli studiosi negazionisti, che spalmano gli anglicismi sul numero totale dei lemmi di un dizionario, queste cifre sono tutto sommato ancora contenute. Ma i numeri vanno spiegati, e questa maniera di spandere gli anglicismi sull’intero patrimonio lessicale è un trucchetto che assomiglia a quello dei governi che fan vedere che le tasse son diminuite perché nelle statistiche non conteggiano che in ospedale si deve pagare il ticket, che i parcheggi son diventati a pagamento e che il costo di una serie di altri servizi è aumentato, con il risultato che alla fine l’esborso dei cittadini è cresciuto, alla faccia di come i numeri sono presentati.

Se c’è una cosa su cui tutti gli studi e gli studiosi sono concordi, è che per il 90% gli anglicismi sono nomi, e per il resto aggettivi, mentre non esistono quasi verbi. Vista la differente struttura delle lingue, non possiamo includere e utilizzare forme come to drink, per esempio, che infatti sostantivizziamo in drink. La maggior parte dei verbi sono dunque italianizzati (speakerare, bloggare, surfare, twittare) e rimangono fuori dai conteggi qui riportati. Estraendo tutti i sostantivi e le locuzioni dallo Zingarelli, compaiono circa 67.000 voci, a cui bisogna sottrarre gli anglicismi contenuti, ma anche tutta una serie di parole poetiche, rare o desuete, per cui mi pare che indicare in 60.000 il numero dei sostantivi sia un’approssimazione più che ragionevole. Il calcolo delle percentuali, allora, mostra che nel 1995 gli anglicismi rappresentavano circa il 3% dei nomi che avevamo per designare le cose, oggi sono il 4,6% e nel 2050 potrebbero essere il 6,9% (secondo le analisi dello Zingarelli, perché se guardiamo al Devoto Oli questi numeri sono  maggiori).

La cosa più preoccupante è che nel nuovo Millennio i nomi inglesi rappresentano quasi la metà dei neologismi registrati (dato riconosciuto e riportato anche da Giuseppe Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, Bologna 2016, p. 213) il che è un rischio per la nostra lingua, che sembra destinata a riuscire a esprimere solo ciò che appartiene al passato, mentre per ciò che è nuovo non può più fare a meno dell’itanglese.

Gli anglicismi e le alternative: un tema caldo

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In questi giorni il tema degli anglicismi è “caldo”. La nuova edizione del Devoto Oli 2018, da poco annunciata, dedica al fenomeno una nuova attenzione e introduce una parte con gli anglicismi di cui si potrebbe fare a meno e le loro sostituzioni.

Anche i mezzi di informazione sembrano molto interessati all’argomento: dopo il pezzo su MicroMega, nell’ultima settimana mi hanno intervistato sul Corriere Scuola e La Verità; ieri ho partecipato a una trasmissione su Radio Lombardia (Mattina Lombardia, di Monica Stefinlongo) e oggi mi citano anche sul Secolo XIX.

A proposito del senso di fastidio della gente davanti all’uso eccessivo e inutile dell’inglese di cui accennavo l’altro giorno, è importante che le alternative italiane circolino, perché se gli apparati mediatici e istituzionali utilizzano solo gli anglicismi, è plausibile che la gente sarà portata e ripeterli fino a perdere la capacità di dirli in italiano. L’iniziativa del Devoto Oli è perciò un segnale importante.

Su quesitaliano urgenteto aspetto voglio segnalare un libro meraviglioso che rappresenta una guida formidabile per chi vorrebbe ricorrere alle parole italiane ma non sa in che modo farlo. Si intitola Italiano Urgente (Reverdito, Trento 2016) ed è scritto da Gabriele Valle, italo-peruviano, che ha raccolto 500 anglicismi con le possibili traduzioni nella nostra lingua proposte sul modello dello spagnolo.

Nei Paesi ispanici la Fundación del Español Urgente costituisce attraverso il suo sito un servizio di consulenza linguistica che è diventato un punto di riferimento per i giornalisti che si rivolgono proprio a queste risorse per trovare le traduzioni agli anglicismi. Inoltre, la Real Academia Española è affiancata da una ventina di altre accademie dislocate in tutti i Paesi di lingua ispanica che si prodigano per trovare e diffondere gli equivalenti ai termini stranieri. Il Dizionario panispanico dei dubbi (Diccionario panhispánico de dudas, 2005) rappresenta una guida che mantiene l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi che parlano lo spagnolo. Gabriele Valle parte e attinge proprio da queste esperienze, già al centro di un’altra sua preziosa pubblicazione (che ho “saccheggiato” e citato nel mio libro):  “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 742-767.

L’Italiano urgente rappresenta il prolungamento di questo primo saggio. La prefazione è firmata da Tullio De Mauro, e la voluminosa raccolta delle alternative è ragionata, non è una semplice lista di corrispondenti. Si tratta di un vero e proprio dizionario dei sinonimi che contiene spesso proposte nuove e interessanti. Le voci includono ricostruzioni storiche, etimologiche e consigli erogati con grande documentazione e attenzione. Uno dei rari casi in cui un dizionario non è soltanto uno strumento di consultazione, ma diventa una piacevole lettura anche da sfogliare pagina per pagina.

Milano capitale dell’itanglese

MITO“Milan l’è on gran Milan” diceva una canzone in dialetto meneghino del 1939 (Giovanni D’Anzi, Alfredo Bracchi). Oggi la parola “Milano” ha assunto il genere femminile, il dialetto è praticamente scomparso, e la città è diventata la capitale dell’itanglese.

Soltanto pochi anni fa, nel 2012, un manifesto pubblicitario del Comune ha proposto uno slogan in dialetto: “Tutt cos l’è bel” (e cioè “è tutto bello”), che ha scatenato le polemiche dei “puristi” del milanese che hanno osservato che “ogni cosa” si dice (e si scrive) “tusscòss”.

Ma il dialetto appartiene ormai al passato, e il Comune oggi ha scelto l’inglese per rivolgersi ai cittadini, e nel farlo si cela dietro il (falso) pretesto di fare apparire la metropoli più moderna e più internazionale.

Ieri, alla stazione Garibaldi, all’ombra dei (bei) grattacieli che disegnano il profilo della nuova “skyline milanese”, simbolo della nuova immagine della città, i tabelloni luminosi pubblicizzavano Yes Milano, “il nuovo brand di Milano per la promozione di eventi internazionali”.

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Le nuove iniziative si chiamano Fashion week (fino a poco tempo fa c’era la Settimana della moda), Design week (il Salone del mobile e il Fuorisalone), e poi c’è Food city (ricco di ghiotti “workshop” e “showcooking”), Music week, Museo city, Art week, Piano City, Food city, Arch week, Photo week, Movie week e per concludere Book city. Quest’ultima manifestazione è dedicata ai libri e alla lettura, ci sono presentazioni di autori e libri in italiano, rivolti a italiani, e sentire una denominazione inglese in nome dell’internazionalità è a mio avviso davvero ridicolo e fuori luogo.

Questo linguaggio è una scelta precisa, che rappresenta uno schiaffo per la nostra lingua, ma anche per la nostra storia e la nostra cultura. Gli stranieri che vengono in Italia lo fanno anche perché sono attratti dal nostro Paese e dai nostri prodotti, e la strategia di abbandonare la nostra lingua in nome dell’inglese rischia di scontentare anche loro, oltre a risultare poco comprensibile per molti italiani.

Per citare Annamaria Testa, mentre da noi si moltiplicano le insegne come Wine bar, a New York, nei ristoranti di lusso, si dice vino, perché il nostro termine contiene tutta la nostra eccellenza nel settore, oltre a suonare di tendenza.

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Quanto ai destinatari di questi programmi culturali, bisognerebbe ricordare al Comune che sono soprattutto cittadini italiani e di Milano, che non necessariamente comprendono il significato di market place, o più semplicemente preferiscono il cibo di strada allo street food, le biciclette al BikeMI, e non gradiscono che  nel sito del Comune il servizio di condivisione delle biciclette sia chiamato e intitolato bike sharing. Di esempi del genere che mostrano come la scelta linguistica delle istituzioni milanesi abbia ormai adottato l’itanglese se ne potrebbero fare tantissimi.

La perdita delle parole italiane, che quando esistono diventano spesso obsolete davanti all’entrata dei corrispondenti inglesi, è dovuta anche al linguaggio istituzionale (oltre a quello dei mezzi di informazione). La gente tende a ripetere quello che sente, e quando gli anglicismi diventano i nomi degli eventi o delle cose, quando compaiono urlati nei titoli e nelle manifestazioni senza alternative, con il tempo si finisce per perdere la capacità di dirli in italiano, e cessa la possibilità di poter scegliere come parlare.

Le istituzioni e il Comune di Milano hanno una grande responsabilità nel diffondere questo linguaggio. Questo tipo di comunicazione — oltre a impoverire il nostro lessico — risulta poco comprensibile e trasparente per molte persone, e per altre risulta sempre più eccessivo e fastidioso.

Credo sia arrivato il momento di fare qualcosa e di passare dal fastidio e dalle lamentele all’azione. Come cittadini, come consumatori e come elettori, abbiamo il diritto e il dovere di protestare e di fare sentire la nostra voce. Possiamo per esempio scrivere al Comune esplicitando il nostro rammarico, dichiarando che come consumatori e utenti preferiamo rivolgere la nostra attenzione a prodotti ed eventi promossi in italiano, per poi manifestare, come elettori,  tutto il nostro dissenso davanti a questo tipo di scelte.

Il Comune di Roma, nel 2015, ha tentato di rinnovare il logo della città sostituendo lo storico SPQR con il nuovo motto Rome and You, ma il progetto è stato tempestivamente fermato proprio dalle polemiche e dalle feroci proteste che ne sono sorte.

Nel 2014, con un’operazione fatta in sordina e senza pubblicità, la Rai, che forse si è resa conto del mancato gradimento da parte del pubblico, ha cambiato il nome a due dei suoi canali dai nomi anglicizzati, e così Rai International e Rai Educational si sono trasformati in Rai Italia e Rai Cultura.

Se, a Milano, chi non è d’accordo con quanto sta avvenendo non protesta e non si fa sentire, il linguaggio che parleremo fra trent’anni sarà quello che il Comune ci sta imponendo: l’itanglese.

Lo spanglish e l’itanglese

spanglishLo spanglish è nato e si è diffuso nelle aree negli Stati Uniti con una forte presenza della cultura ispanica, portoricana, messicana o cubana. In altre parole ha preso piede dove era presente un bilinguismo di base (spagnolo e inglese) che ha poi generato un’ibridazione gergale basata sull’alternare e mescolare le due lingue all’interno di una stessa frase spagnola, per esempio show, shopping o training invece di espectàculo, compras o entrenar. A questo primo livello, che coinvolge solo il lessico, il fenomeno non è poi così diverso da quello che possiamo bollare come itanglese, che si trova però non solo nel parlare, ma anche nello scrivere:

Raccontare e raccontarsi (…) è ormai una necessità ineludibile, non solo per le attività commerciali e di branding, ma per la governance complessiva delle relazioni comunicazionali (…) per la creazione di progetti di storytelling che possano generare una narrability organizzativa efficace.

[esempio reale tratto dalla presentazione in rete di un corso di “Corporate Storytelling” che dovrebbe insegnare l’arte del parlare, dello scrivere e del comunicare]

Lo spanglish è tuttavia un fenomeno ben più profondo e complesso, genera spesso neologismi che costituiscono calchi e adattamenti misti, come socketines invece di calcetines (cioè “calzini” derivato dall’inglese sock), parkear o parquear invece di estacionar (“parcheggiare”, da park), e il mescolamento durante le conversazioni prevede frasi in cui convivono non solo questo tipo di parole, ma anche parti importanti della frase che si alternano in un continuo cambiamento di codice linguistico.

[Gli esempi sono stati tratti da un lemmario riportato nella tesi di laurea di Stefania Teodora Anna, “Inglese e spagnolo a contatto: lo spanglish e il bilinguismo negli Stati Uniti”, anno accademico 2003/2004, Relatore prof. Gerardo Mazzaferro, Laurea in Storia della lingua inglese, Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, Facoltà di Lettere e Filosofia – Vercelli, pagg. 26-28].

Lo spanglish americano è prevalentemente orale, è un modo di parlare gergale diffuso soprattutto negli strati sociali poco acculturati o nella bocca dei giovani che lo impiegano come un linguaggio distintivo, e rivendicano l’orgoglio ispanico per differenziarsi da altri gruppi etnici che a loro volta lo indicano in modo dispregiativo.

Ci sono studiosi che hanno bollato il fenomeno come un miscuglio di errori e alterazioni che costituisce un grave pericolo per la lingua spagnola e anche per quella inglese. Altri lo studiano e difendono, per esempio Ilan Stavans che ha provocatoriamente tradotto in spanglish il primo capitolo del Don Chisciotte.

[Pubblicato in Ilan Stavans, Spanglish. The Making of New American Language, New York, Haper Collins, 2003 pp. 253-258].

Secondo lo studioso “non è ancora una lingua, ma un idioma di passaggio che va convertendosi in dialetto e insediandosi stabilmente nella cultura popolare”

[“A New York si ‘Vacuna la Carpeta’”, Il Manifesto, 28 dicembre 2000].

Conta circa 6.000 parole e rappresenterebbe l’emergere della forza della lingua spagnola che resiste — non si è mai fatta cancellare, irrompe nell’inglese contaminandolo — più che costituire un depauperamento della lingua natia attraverso l’importazione di anglicismi. Anche se è un fenomeno che riguarda il parlato, non manca una tradizione letteraria che risale al teatro campesino degli anni Cinquanta e Sessanta, e in seguito ha dato vita a poesie, canzoni e fumetti. Nell’era di Internet si sta diffondendo da città come New York, Miami e Los Angeles, in una versione che travalica i confini locali che è stata definita cyberspanglish. E alcuni personaggi di fama internazionale sono diventati veri e propri punti di riferimento di questo modo di parlare, per esempio Jennifer Lopez o Ricky Martin che in molte canzoni mescolano inglese e spagnolo, un po’ come da noi aveva fatto Pino Daniele con l’inglese napoletano di “Yes I know my way, ma nun’ è addò m’aie purtato tu”.

La differenza più evidente tra spanglish e itanglese è che da noi non esiste alcun bilinguismo. Dalle statistiche, anzi, solo il 43,7% della popolazione tra i 18 e i 74 anni conosce almeno un po’ di inglese (Istat 2012), mentre secondo altre fonti (Comissione Europea 2012) solo il 34% sarebbe in grado di sostenere una conversazione (ma le percentuali sono più alte nelle giovani generazioni). Proprio il fatto che non sappiamo l’inglese ci porta a voler fare gli americani impiegandolo per moda o snobbismo, spesso in modo ridicolo, con neoconiazioni all’italiana che non esistono nella lingua originale: beauty case, bomber nel senso di cannoniere, mister per allenatore, barwoman (ma in inglese si dice barmaid) costruito sul calco di barman; altre volte gli anglicismi sono accorciati all’italiana (Roberto Gusmani parlava di “prestiti decurtati”): basket, cioè cesto, per basketball, spending per spendig review, strip per striptease… E allora mi pare che si possa intravedere in questi esempi un passaggio alla fase due dell’ibridismo: dal mescolamento di termini italiani e inglesi e dall’adozione delle parole inglesi, si sta passando alle neocomposizioni e all’alternanza non più solo di parole, ma di elementi più complessi. Espressioni come: no problem, too mutch, step by step, vote for, back to school… sono un segnale.

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Un altro ancora è costituito dalle ricombinazioni, talvolta importate, talvolta fai-da-te, di elementi inglesi formanti che si ricombinano con effetto domino creando un rete di anglicismi tra loro connessi che si espande sempre più nel nostro lessico, per cui dalle numerose locuzioni inglesi si ricavano le voci madre, disponibili a tutti anche se non registrate nei dizionari come voci autonome, che a loro volta si ricombiano con le altre generando centinaia di parole: up si ritrova per esempio in set-up e checkup, a sua volta check si ritrova in check point, che si combina con set in set point

Il caso “shopper” e i buchi dei dizionari

Ero lì che ciondolavo con uno dei mie giochini preferiti, Ngram (ognuno si diverte come può), e mi son trovato davanti all’impennata del termine shopper, che dal 2000 ha praticamente quadruplicato la sua frequenza e sale inesorabilmente.

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La frequenza di “shopper” nel corpus dei libri italiani, periodo di riferimento: 1960-2008.

Mi è venuto in mente Arrigo Castellani, che nel suo “Morbus anglicus” del 1987 scriveva:

“Tutti oggi dicono sacchetti (del supermercato); ma negli scontrini c’è scritto shoppers, e i produttori vogliono che s’usi quella parola, che gli pare più prestigiosa.”

[Arrigo Castellani (1987), “Morbus anglicus”, p. 152, in Studi linguistici italiani, n. 13, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153.]

Quindi adesso si dice così? Ho pensato. Possibile che quando vado al supermercato sento dire sacchetto, busta, persino sportina, ma non mi è mai capitato di sentire chiedere uno shopper? Devo essere sempre più antico, ho concluso. E allora sono andato a controllare sui dizionari se questa parola avesse assunto altri significati. Ma niente:

per il Devoto Oli 2017 è solo un “sacchetto di carta o plastica con manici, distribuito ai clienti di negozi o grandi magazzini per il trasporto di oggetti acquistati al minuto”; per lo Zingarelli 2017 anche: “sacchetto con manici, di plastica o di carta, fornito ai clienti da negozi o grandi magazzini per il trasporto della merce acquistata”; come per il Nuovo De Mauro (“sacchetto di carta o di plastica per la spesa , in cui di solito sono impressi marchi , messaggi pubblicitari e sim.”), per il Gabrielli (“sacchetto di plastica o di carta dotato di manici, usato per trasportare la merce acquistata”) e per il vocabolario Treccani (“capiente sacchetto di plastica o di carta resistente [detto anche shopping bag «borsa per gli acquisti»], fornito di manici e spesso con scritte pubblicitarie, che i negozî e i grandi magazzini forniscono ai clienti per il trasporto della merce acquistata”). Shopper non è invece presente tra gli innumerevoli neologismi Treccani, come non è presente sul Sabatini Coletti disponibile in rete.

Qualche giorno dopo, facendo la spesa chiedo alla cassiera uno “shopper” e mi guarda storto. Poi parlo con un’amica che redige un noto sito di moda (ma che si inalbera quando dico così invece di fashion blogger) e mi spiega che più che i volgari sacchetti della spesa gli shopper sono sacchetti lussuosi e prestigiosi, o firmati (per dirlo con parole mie traducendo dall’itanglese la sua riposta), come si evince facilmente anche da uno sguardo alle immagini di Google.

shopper
Le prime immagini mostrate dalla ricerca su Google.

Infine cerco in rete, e mi rendo conto che da più di quindici anni la parola ha acquistato un nuovo significato, e viene usata come sinonimo di “acquirente”, come in inglese (l’etimo dello Zingarelli 2017: “vc. ingl., dove ha, però, il sign. di ‘acquirente, chi va a comperare [to shop]”). E infatti si trovano trattati sullo “shopper marketing” che investe sul punto vendita per trasformare i passanti in acquirenti, oppure si parla di “personal shopper”, cioè consulenti per gli acquisti, che hanno dato vita persino al titolo di un film (Olivier Assayas, 2016), e non c’è quasi nessuno, in rete, che usi shopper nel significato di sacchetto, a parte le aziende che li producono e li pubblicizzano a questo modo.

In effetti, sul Devoto Oli 2017 sono state inserite anche le voci “serial shopper” (“frequentatore instancabile di negozi alla moda” rifatto scherzosamente sul modello di serial killer) e “personal shopper” (“consulente personale per gli acquisti”, composto di personal [= personale] e shopper [= acquirente]). In altre parole si sono aggiunte alcune nuove locuzioni dove è presente il nuovo significato, ma nessun dizionario, sino a oggi, si è preso la briga di andare a ritoccare la voce madre.

La gente non si basa sui dizionari nel parlare, se ne frega e parla come vuole, o forse sarebbe meglio dire: ripete quello che sente in giro e si adegua. Dunque non resta che prenderne atto e, visto che è l’uso che fa la lingua, lancio il mio appello a tutti i dizionari italiani: aggiornate il vostro lemma che è fermo agli anni Ottanta!

PS
Per la cronaca, il Devoto Oli 2017 riporta le seguenti parole con la radice shop:

coffe shop, duty-free shop, e-shopping, free shop, gift shop, personal shopper, serial shopper, sex shop, shopaholic, shopper, shopping, shopping center, shoppingmania, windows shopping, workshop.

Ma sono ancora poche, in rete ne circolano ben di più.

Una “precisazione” di Leopardi sulla necessità di una lingua sovranazionale

leopardiNel 1821, Leopardi, con grande lungimiranza, notava nello Zibaldone che si andava formando un linguaggio sovranazionale:

Da qualche tempo tutte le lingue colte d’Europa hanno un buon numero di voci comuni (…) Non parlo poi delle voci pertinenti alle scienze, dove quasi tutta l’Europa conviene così che vengono a formare una specie di piccola lingua (…). Si condannino (come e quanto ragion vuole) e si chiamino barbari i gallicismi, ma non (se così posso dire) gli europeismi, che non fu mai barbaro quello che fu proprio di tutto il mondo civile (…) Diranno che buona parte del detto vocabolario deriva dalla lingua francese (…) Ma venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo.

[Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. II, Sansoni Editore, Firenze 1969, 24 giugno 1821, pagine dell’autografo: 1213-1214]

Questo e altri simili passi sono oggi spesso invocati dagli angloentusiasti che tirano per la giacchetta il poeta per portarlo dalla loro parte, concludendo che ogni allarme per il numero eccessivo degli anglicismi nell’era moderna è una presa di posizione arretrata, antistorica e figlia di un purismo intransigente. L’idea di fondo, soprattutto nel linguaggio della scienza, è che si debba parlare (e a volte persino insegnare) in inglese per essere internazionali. Come se il destino delle lingue nazionali fosse quello di diventare dialetti di un linguaggio europeo, in inglese. Come se il pluralismo linguistico non fosse un valore, ma un segno di arretratezza sulla via di una cultura monolinguistica globale tutta a vantaggio dell’angloamericano.

Ma quando si cita bisogna farlo in modo corretto e fino in fondo, altrimenti il rischio è quello di stravolgere e ribaltare il senso originale delle affermazioni. A quali parole si riferiva Leopardi? Non certo ai forestierismi non adattati, ma a quelli italianizzati, come si capisce da numerosi altri passi dello Zibaldone:

L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara. Per es. se io dicessi precisazione moverei le risa: perchè? [sic] non già per la natura della parola, ma perchè non siamo assuefatti ad udirla. E così le parole barbare divengono buone coll’uso; e così le lingue si cambiano, e i presenti italiani parlano in maniera che avrebbe stomacato i nostri antenati.

[Ivi, 2 luglio 1821, pag autogr. 1263, alla p. 1207. marg.]

“Precisazione” era allora considerato un gallicismo, definito “barbaro” come molte parole che terminano in –zione. Persino una parola bella come “emozione”, sul finire del secolo, veniva respinta come un cattivo neologismo da Giuseppe Rigutini: “Uno di quei gallicismi, dai quali si guarderà sempre chiunque, distinguendo l’uso dall’abuso, vorrà parlare e scrivere italianamente.”

[I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, libro compilato pei giovani italiani da Giuseppe Rigutini, Roma, Libreria Editrice Carlo Verdesi, 1886, p. 88]

Dunque, Leopardi, parlando di internazionalismi, si riferiva alle radici comuni delle lingue europee che venivano adattate in ogni idioma. E lodava la lingua italiana proprio per la sua intrinseca capacità di adottare “tutti i più disparati stili, ma conservando la sua indole” senza mutarsi e corrompersi:

Questo appunto è ciò di cui è capace, e non di perderla ed alterare il suo carattere per prenderne un altro forestiero, del che non fu e non è capace nessuna lingua senza corrompersi. E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili.

[Giacomo Leopardi, Tutte le opere, op. cit., 19 ottobre 1821, pag. autogr. 1947]

Se gl’italiani (…) conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, e non per tanto parlerebbero e scriverebbero in italiano: riuscirebbero a creare un linguaggio sociale italiano tanto polito, raffinato, pieghevole e ricco e gaio ec. quanto il francese, non però francese, ma proprio e nazionale. E in questo si potrebbe ben tradurre allora il linguaggio francese o scritto o parlato, che oggi non traduciamo, ma trascriviamo,come fanno i traduttori tedeschi.

[Ivi, pag. autogr. 1951]

Ma gli scrittori italiani moderni, o non hanno curato punto la lingua, né hanno servito ad una letteratura nazionale, ma forestiera, e quindi non sono propriamente italiani come scrittori.

[Ivi, 26 ottobre 1821, pagg. autogr. 1997-98]

Chiarito il senso delle riflessioni leopardiane, va precisato che nell’Ottocento i “puristi” respingevano i neologismi e i termini derivati soprattutto dal francese perché non facevano parte del linguaggio storico delle tre corone trecentesche (Dante, Petrarca e Boccaccio) e della tradizione letteraria più toscana. Ma nessuno, nemmeno i più arditi internazionalisti come Alessandro Verri (che dalle pagine del Caffè lanciò la celebre e solenne “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”), auspicava l’entrata di migliaia di esotismi senza adattamento. E se Leopardi fosse vissuto ai nostri tempi, sono abbastanza sicuro che non avrebbe mai scritto:

D’in sul top della old skyline,
passero single, alla campagna
tweettando vai nella deadline del giorno;
ed erra il feeling per questa valle…

[From: “Il passero single” by James G. Leopardi, translated by Zop]