Il lessico contagioso del coronavirus

virtual clinic
Coronavirus: telemedicina e virtual clinic, come aiutare i pazienti a distanza. Roberto Chifari 23 marzo 2020 – 18:22

“Misure draconiane”, “città spettrali”… espressioni codificate del genere, in questo periodo, rimbalzano negli articoli di giornali e sulle bocche dei conduttori con una frequenza esasperante. Sono i picchi di stereotipia (ne ho argomentato qui) tipici dell’informazione, che ama sguazzare nelle frasi fatte, nelle facili espressioni idiomatiche, nel lessico precotto privo di quella che Gramsci chiamava “individualità espressiva”, cioè la capacità di ognuno di usare una personale soluzione creativa nell’esprimersi, che è la vera ricchezza e bellezza del linguaggio.
In questi picchi di stereotipia ben si inserisce l’uso e l’abuso degli anglicismi, sempre più spesso spacciati per “la parola giusta”, quella più tecnica, moderna o internazionale, anche quando non lo è (magari è solo una reinvenzione all’italiana che ha un sapore ridicolo), o anche quando dietro l’alibi dell’internazionalismo si nasconde una ben precisa ideologia: essere internazionali non vuol dire multilinguismo, bensì esprimersi nel solo idioma inglese, il monolinguismo che la globalizzazione vorrebbe imporre a tutti, di cui gli anglicismi che percolano nell’italiano sono solo i detriti.

Nell’attuale momento di emergenza, i mezzi di informazione sono concentrati solo sul tema del coronavirus, e questa amplificazione permette di decifrare meglio il loro ruolo nella formazione del lessico e i meccanismi di evoluzione del linguaggio. Quando tutti gli italiani pendono dalla bocca dei giornalisti e degli esperti che hanno il compito di informare e anche di spiegare ciò che accade, è evidente che non potranno che ripetere ciò che viene loro impartito dall’alto. Se i tecnici e i giornalisti ricorrono all’inglese, le nuove “cose” vengono battezzate attraverso queste parole che vengono introdotte e diffuse, e che finiranno per radicarsi in inglese in modo profondo.

Finché il problema era solo cinese non si è registrata alcuna interferenza linguistica proveniente dall’Oriente; e anche quando è esploso da noi, la comunicazione era prevalentemente in italiano. Poi l’Organizzazione mondiale della sanità (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e il virus ha contagiato i Paesi anglofoni, dunque tutto è improvvisamente cambiato, e la mia previsione è che sia destinato ad anglicizzarsi sempre più.

Poco importa che l’Italia sia diventato il modello per arginare la malattia cui tutta l’Europa guarda, mentre nei Paesi extracomunitari come gli Stati Uniti e il Regno Unito sembra prevalere un’altra concezione dello Stato sociale, quella che ha dichiarato lucidamente per esempio un personaggio come l’economista Edward Luttwak con ragionamenti che avrebbero avuto il plauso di Hitler, una posizione appena ribadita anche da Trump nel biasimare i provvedimenti restrittivi che danneggiano l’economia. Siamo di fronte allo scontro tra due diverse visioni del mondo e dell’etica sociale, quella Europea mette al primo posto la vita e la salute dei cittadini, quella anglosassone vede al primo posto la salute delle Borse e l’interesse del capitalismo, come si sarebbe detto una volta.
Vedremo come andrà a finire e per quanto tempo le posizioni d’oltreoceano potranno essere sostenute; Boris Johnson ha dovuto fare retromarcia molto in fretta, e adesso segue la via italiana, forse non per motivi “umanitari”, ma perché si è reso conto che, davanti al numero dei morti, la strategia di non far nulla lo avrebbe travolto e sepolto politicamente. In questo scenario, il paradosso è che dal punto di vista lessicale continuiamo invece a vedere l’America come il modello da emulare, e non come qualcosa cui contrapporci con orgoglio. Se i giornali, fino a quindici giorni fa, parlavano delle restrizioni nell’area di Wuhan, dei provvedimenti restrittivi di Conte, di zone rosse e Italia protetta, adesso che tutto si è riversato nei Paesi di area anglofona parlano di lockdown. Questa espressione era praticamente sconosciuta ai più sino a pochi giorni fa, e di scarsissima frequenza mediatica, ma nel giro di una settimana è diventata sempre più contagiosa e sta soppiantando le alternative italiane che abbiamo sempre usato. Altri anglicismi, come smart working, registrato nel dizionario AAA da molto tempo, ma di bassa frequenza, sono esplosi e sono improvvisamente finiti sulla bocca di tutti i giornalisti, persino in quella del nostro Presidente del consiglio Giuseppe Conte che l’ha impiegata senza alternative nella conferenza stampa rivolta a tutti noi di sabato scorso, dando ormai per scontato che sia comprensibile a tutti e la parola più efficace. Poco importa che sia uno pseudoanglicismo e che in inglese si usino espressioni come home o remote working o che in italiano ci sia il telelavoro, il lavoro da casa, a distanza, da remoto, o lavoro agile, come si legge nei contratti. Da qualche giorno c’è solo lo smart working, nei titoloni dei giornali e nei dibattiti televisivi.

Il Gruppo incipit dell’accademia della Crusca, prima di svanire e di non dare più segni di vita, si proponeva di arginare gli anglicismi nel momento della loro fase incipiente, visto che una volta radicati poi sono impossibili da estirpare (il che vale solo per l’Italia, naturalmente, non è così né in Francia né in Spagna, dove le analoghe accademie non hanno paura di avere un ruolo prescrittivo e sono spesso in grado di cambiare le cose anche senza questa teorica tempestività). Davanti a questo progetto Tullio De Mauro aveva manifestato fondati dubbi, sollevando un problema serio: molti anglicismi entrano come tecnicismi per addetti ai lavori e vengono registrati nei dizionari ben prima che diventino parole ad alta frequenza, dunque la prospettiva di Incipit aveva un elemento di debolezza. In effetti, come ho già detto altre volte, l’argine agli anglicismi incipienti dovrebbe essere elevato con una doppia operazione protettiva: innanzitutto quando entrano come tecnicismi tra gli addetti ai lavori, e poi a maggior ragione quando dai settori si riversano, grazie ai giornali, nel linguaggio comune.
Fermarli come tecnicismi è però sempre più impossibile, visto che l’inglese è diventato la lingua della scienza e di ogni disciplina tecnica con conseguenze devastanti per la nostra ingua sempre più mutilata nei linguaggi di settore. Studiare in inglese, come avviene al Politecnico di Milano, o in ambiti come per esempio la medicina, porta a pensare in inglese, a usare la terminologia inglese, e a perdere la capacità di tradurre, usare (e pensare) l’italiano. Quando poi, nelle situazioni come quella che viviamo, la parola passa ai tecnici e agli esperti, ecco che tutto si anglicizza, e che i giornali riportano – senza nemmeno porsi il problema dell’italiano – la terminologia inglese che entra così nel linguaggio comune. Nelle quotidiane conferenze stampa della protezione civile si sente parlare di cluster, hub, call per nuovi medici, covid hospital, droplet, smart working… quando la parola va agli esperti il disastro del contagio lessicale straripa e diventa uno tsunami anglicus, sempre per citare De Mauro. A proposito: anche il nipponismo tsunami era registrato dai dizionari dagli anni ’60 prima che, da tecnicismo, si riversasse nel linguaggio comune dopo la tragedia del 2006. Il che aiuta meglio a comprendere il fenomeno dei tecnicismi e della terminologia che è ormai in inglese, dall’informatica al lavoro, dalla scienza al cinema

Di seguito voglio abbozzare una specie di dizionarietto del fenomeno dell’interferenza linguistica dell’inglese che si sta verificando ai tempi del coronavirus.

A

app, abbreviazione di application, parola già da tempo diffusa e inarginabile, ormai utilizzata nelle interfacce informatiche per indicare un semplice programma.
Grado di pericolosità: basso, in fin dei conti sembra un’abbreviazione di applicazione, e a parte il fatto che termina in consonante non viola il nostro sistema di pronuncia e scrittura. Ultimamente ricorre soprattutto a proposito dell’ipotesi di un’app per tracciare gli spostamenti della popolazione o per individuare chi è positivo al virus, come avvenuto in Sud Corea. Al momento si parla ancora di app per il tracciamento, ma il rischio è che se questo dibattito si scatenerà nei Paesi anglofoni presto si parlerà di app di tracking esattamente come si parla del tracking dei bagagli e della corrispondenza (sbagliati zoppaz! Sbagliati! Spera che non sia così!).

B

burden è comparso quando Bonaccini, il presidente della regione Emilia Romagna, ha blindato il comune di Medicina, vicino a Bologna, a causa dell’elevata “diffusibilità correlata all’alto burden microbico”. Tutti i giornali hanno virgolettato queste stesse parole, forse perché non si capiva bene di che cosa si stesse parlando. Nessuno ha pensato di scrivere carica microbica, meglio non infettare con l’italiano queste espressioni che suonano tecniche, nella loro poca trasparenza.
Grado di pericolosità: bassissimo, a parte questo precedente non si registrano altri avvistamenti, almeno per ora. Ma questo episodio è da tenere d’occhio, costituisce un precedente che potrebbe diventare un focolaio nel caso di un futuro picco di stereotipia.

C

■ call, le chiamate, i concorsi o gare pubbliche alla ricerca disperata di nuovi medici per arginare il collasso negli ospedali, nel linguaggio istituzionale e dei tecnici, sono call. Non si tratta di qualcosa di nuovo, circola da tempo negli ambienti, ma attualmente la sua diffusione sale.
■ conference (call), impazza al posto di teleconferenza, ma niente di nuovo sotto il sole…
■ covid hospital, neologismo fresco fresco per indicare strutture dedicate al coronavirus e alla cura dei contagiati. Ma del resto si dice anche day hospital… mica ospedale diurno, la parola ospedale è evidentemente obsoleta e dovremmo vergognarcene (parlare di centri, strutture, ricoveri dedicati… neanche a pensarci).
Grado di contagiosità: medio-alto. Hospital ha tutte le caratteristiche per diventare un “anglicismo prolifico” foriero di prossime coniazioni (i linguisti parlano di “produttività”, personalmente preferisco parlare di prolificità, ma anche contagiosità rende bene, in quesro frangente).
■ cluster, anglicismo che circola da tempo in tanti contesti, con tante accezioni dall’uso spesso confuso. Adesso si comincia a usare al posto di focolaio: “Coronavirus, a Latina 10 nuovi casi. Fondi e il capoluogo sono ormai un cluster” (Il Messaggero, 13 marzo 2020); oppure: “Nuovo cluster nel molisano”; “Il cluster più numeroso è quello di Padova”…
Grado di pericolosità e di contagiosità: medio-alto.
■ coronabond, si appoggia al radicato bond, che non si riferisce a James Bond, ma indica soltanto un’obbligazione. Segue eurobond e altre variazioni sul tema.
Grado di contagiosità e radicamento: medio-alto.

D

■ drive in test, “mutazione” di un anglicismo ben radicato nell’italiano che un tempo indicava i cineparchi, il cinema che (al cinema più che nel nostro Paese) si vedeva dall’automobile; ultimamente drive in si è evoluto per indicare i servizi di ristorazione in automobile che le multinazionali statunitensi stanno esportando anche da noi, e lo fanno usando la propria nomenclatura, non li chiamano certo risto-parcheggi. In Sud Corea hanno inaugurato i tamponi di massa fatti alla popolazione dall’automobile, per evitare le code negli ospedali e mantenere il distanziamento sociale, ma ora che anche negli Usa si parla di questa pratica sono diventati i drive in test.
Grado di pericolosità e radicamento su lungo periodo: basso. Ha l’aria di essere un’espressione usa e getta che passata la buriana svanirà, al contrario dei risto-parcheggi.
■ drone, sarebbe una parola inglese, ma poiché termina per vocale e sembra italiana è stata assimilata perfettamente: al plurale fa droni e se pronunciata all’italiana ha un grado di pericolosità pari a zero. Se ne parla molto in questi giorni come strumento di dissuasione e di controllo della popolazione.
■ droplet, significa gocciolina, ma adesso – con decurtazione di distanza droplet – si usa al posto di distanza di sicurezza (a prova di contagio, sputacchi, inalazione…).
Grado di pericolosità: alto, viene spacciato come tecnicismo e viene sputazzato dagli addetti ai lavori persino della protezione civile.

E

■ e-learning, ormai è radicato e si registra solo un’impennata della frequenza, visto che le scuole sono chiuse e si tenta, dove si può, la didattica a distanza, la telescuola e via dicendo (strano che non si dica smart learning, per coerenza con lo → smart working… e spero che questa considerazione non sia presto presa sul serio da qualche imbecille).

F

■ fake news in italiano sono più chiaramente le notizie (o informazioni) false, fasulle, inventate, prive di autenticità, manipolate, contraffatte, quindi contraffazioni, bufale, frottole, bugie, panzane o menzogne spacciate per notizie: un imbroglio costruito in modo consapevole per manipolare la realtà, orientare l’opinione pubblica o semplicemente per aumentare il traffico di certi siti in Rete che campano su questo tipo di informazione. L’espressione è arrivata nel 2017 perché i mezzi di informazione hanno pensato bene di virgolettare senza tradurre le parole di Trump; nel giro di poche settimane la sua carica virale (vedi → burden) è stata così ampia che abbiamo cominciato a pensare che indicasse qualcosa di nuovo, magari associato all’informazione che si propaga attraverso la Rete. Anche questa è una panzana o una bufala, e a proposito di epidemie vorrei ricordare la fake news contenuta nei Promessi sposi che riguardava i presunti “untori”. In questi giorni le bufale sul coronavirus abbondano non solo in Rete, ma anche in molte trasmissioni di disinformazione televisiva (vedi → infodemia).
■ flashmob, anglicismo radicato da tempo con altro significato, ai tempi del coronavirus si usa sui giornali per indicare le improvvisazioni alle finestre di quanti cantano, applaudono o si esibiscono affacciati sulla strada e rivolti ai dirimpettai.

H

■ hub, anglicismo radicato per indicare i grandi aeroporti che fungono da snodo, oppure in informatica per designare una centralina che connette più elaboratori. In questi giorni si sentono sempre più frasi come: “Il Sacco di Milano è ormai l’hub di riferimento della Lombardia per il coronavirus”. Centro, snodo sono roba vecchia.
Grado di infettività: alto (rafforzato anche dalla popolarità di Pornhub?).

I

■ infodemia, neologismo formato da information e epidemic per indicare l’esplodere delle informazioni spesso poco attendibili, ne ha parlato l’Oms ai primi di febbraio. Al contrario di analoghe parole macedonia come infotainment (information = informazione + entertainment = intrattenimento), in questo caso si scrive e si legge come fosse una parola italiana, dunque il grado di pericolosità è nullo.

J

■ jogging, diffuso e radicato, negli ultimi tempi ha soppiantato il footing, pseudoanglicismo di origine francese addirittura ottocentesco. Rimbalza da vari giorni, insieme a → running, a proposito della possibilità di uscire di casa nonostante le restrizioni per fare attività fisica e motoria… podismo e corsette appartengono al passato.

L

■ lockdown, negli Usa è un protocollo di emergenza che blinda e impedisce di uscire da una determinata area, e può essere riferito alle persone, ma anche alle notizie, oppure alle merci. In un baleno è passato da parola sconosciuta e di bassissima frequenza a una delle più gettonate e diffuse. Attualmente si sta usando al posto di misure restrittive, restrizioni, blocchi, quarantena, coprifuoco, zona rossa o protetta… ogni volta che si può si sbatte il “monster” in prima pagina. W la stereotipa basata sull’inglese, abbasso i sinonimi e le alternative italiane!
Grado di contagiosità e pericolosità: altissimo.

Q

■ quantitative easing, ormai radicato al posto di immissione di liquidità o alleggerimento (o allentamento) quantitativo o monetario, facilitazione (o espansione) quantitativa in questi giorni è salito di frequenza a proposito dei provvedimenti che l’Europa sta prendendo o dovrebbe prendere per far fronte alla crisi.

R

■ runner, dire corridore è antico, podista è forse addirittura ridicolo… quanto a running → vedi jogging.

S

■ smart working, di bassa circolazione fino a qualche giorno fa, è ormai salito nelle vette del lessico da coronavirus, e ha soppiantato lavoro agile, telelavoro, lavoro a distanza, da casa, da remoto.
Grado di contagiosità e pericolosità: altissimo.
■ spillover, indica il passaggio di un virus da una specie all’altra, in particolare da un animale all’uomo. Non è un fenomeno nuovo e tipico del coronavirus, che arriva dal salto dal pipistrello all’uomo, anche l’hiv è arrivato dalle scimmie, e risalendo la catena di migliaia di anni, ai tempi della scoperta dell’allevamento da parte dei nostri antenati, il morbillo ci è arrivato dai bovini. L’unica novità è che oggi il passaggio o il salto di specie si chiama in inglese, e sembra un tecnicismo bio-medico insostituibile.
Grado di diffusione: basso, a meno che qualche servizio televisivo di approfondimento non lo renda popolare come l’imprinting.
■ spike, in ambiente bio-medico indica le punte, spine, chiodini, spuntoni, in italiano anche spicole che caratterizzano la struttura del coronavirus, detta appunto corona.
Grado di diffusione: bassissimo, a meno che… vedi sopra.

T

■ task force, per estensione, dall’originario senso militare è da tempo usata per unità di emergenza, squadra di esperti, ma attualmente la sua frequenza più alta si riferisce ai bisogni di rinforzo delle forze speciali dei medici in prima linea negli ospedali.
■ trend
, i tempi in cui Nanni Moretti tuonava contro la giornalista che parlava di trend negativo, e la ridicolizzava, sono solo un ricordo. A partire dagli anni Novanta si è radicato e ormai non esiste più andamento, tendenza, evoluzione… in ambito tecnico-statistico sembra che ci sia solo trend, se non lo ostenti a proposito dei picchi epidemici sei un coglione, o uno che non sa niente di statistiche.
■ triage, è francese, come provenienza e per come lo pronunciamo, ma non facciamoci ingannare, lo diciamo solo perché lo usano anche negli Stati Uniti; indica semplicemente la scelta, la cernita, la selezione, la valutazione, la classificazione che negli ospedali si fa per stabilire quali siano i pazienti più bisognosi di cure. Le strutture di triage e pre-triage, oggi, sono l’unica alternativa in voga, quanti sinonimi italiani inutili ci sarebbero!

V

■ virtual clinic, avvistato proprio poco fa (vedi figura in alto). Vuoi mettere con ospedale o visita a distanza, da remoto, telemedicina e via dicendo?
■ voucher, già radicato al posto di tagliando, buono, o come ricevuta di pagamento delle prestazioni occasionali, con il coronavirus è rimborso o buono: “Coronavirus. Congedi parentali, legge 104 e voucher baby sitter” (laRepubblica.it, 20/3/20); “Soggiorno annullato per coronavirus? Si ha diritto a voucher o rimborsi” (IlSole24ore, 22/3/20).


PS

jenner e vaccinoUna buona notizia alla lettera V di vaccino.

Di questi tempi sono scomparsi i no-vax che in italiano sarebbero antivaccinisti.

Per la cronaca: la parola vaccino deriva da vacca e risale ai tempi del vaiolo. Questo virus mieteva vittime in modo pesante, e in Oriente si era diffusa la pratica della “variolizzazione” che consisteva nell’infettarsi attraverso rimedi a base di croste essiccate e altri stratagemmi empirici per contrarne una forma leggera che aveva esito benigno. Non funzionava sempre e aveva i suoi rischi, ma un’aristocratica inglese illuminata, Mary Wortley Montagu, nel 1718 fece “variolizzare” in questo modo il figlio di sei anni da una vecchia praticona di Costantinopoli e divenne paladina di questo rimedio che accese forti dibattiti per tutto l’Illuminismo. Il medico Edward Jenner studiò questa prassi con approccio più scientifico, e quando si rese conto che esisteva una forma leggera del vaiolo che colpiva i bovini e che talvolta contagiava gli allevatori con una forma dall’esito benigno che però immunizzava dalla malattia con esito nefasto, decise di “vaccinare”, cioè di contagiare appositamente con materiale infetto prelevato dalle vacche. Nel 1796 mise a punto la prima vera e propria vaccinazione inoculando non più l’agente virulento in modo diretto, ma una dose attenuata e innocua. Questa pratica considerata negli ambienti ecclesiastici, e non solo, qualcosa di sacrilego e immorale generò enormi movimenti di protesta e di indignazione degli antivaccinisti, che perdurarono con alti e bassi anche per tutto il secolo successivo e che si riverberano anche oggi nelle resistenze dei movimenti “no-vax” che in inglese sarebbero anti-vaxxer. In attesa di un vaccino anche per il/la covid19 sarebbe bene ricordare che il vaiolo, dopo avere ucciso milioni di persone per secoli, grazie al vaccino, nel 1980 è stato dichiarato dall’Oms definitivamente debellato.

PPSS
Se qualcuno ha da segnalare altri anglicismi legati al coronavirus lo può fare nei commenti; la mia sensazione è che questa lista sia destinata ad allungarsi, la mia speranza è che siano poi stroncati insieme al virus che ci ha messo in ginocchio.

Coronavirus, lockdown (e tutto ciò che bisogna sapere su tamponing, disinfetting e mask-down)

All’inizio c’è stato il blocco, l’isolamento, la quarantena cinese di Wuhan. Poi è toccato all’Italia, e il governo ha varato provvedimenti restrittivi per il contenimento, proclamando zone rosse, mentre grandi testate giornalistiche italiane attaccavano il governo che uccideva la nostra economia per qualcosa che era poco più di un’influenza, per poi accusarlo, il giorno dopo, di essere intervenuto troppo tardi. Intanto in Europa aleggiavano i sorrisini tipici di capi di Stato come Macron e Merkel, mentre Trump assumeva posizioni negazioniste e nel Regno Unito qualcuno (Christian Jessen) ha liquidato i nostri blocchi come una scusa per non andare a lavorare e qualcun altro (Boris Johnson) ha pensato bene di non fare nulla, se non anticipare agli inglesi che avrebbero perso i loro cari, ma che si sarebbero salvati grazie all’immunità di gregge. Poi ha cambiato idea, sembra; finirà forse per imparare da noi?

Oggi molti sorrisini si sono trasformati in una smorfia di terrore, la risposta italiana è diventata un modello che tutti gli altri Paesi si apprestano a seguire, una soluzione da studiare, utile per salvare il proprio culo, per imparare quali siano le soluzioni che funzionano e anche quali siano gli errori da evitare. Errori in cui mi pare sia più che comprensibile incorrere davanti a qualcosa di nuovo che ci sta travolgendo come un’onda anomala devastante. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato la pandemia e ha elogiato i provvedimenti italiani invitando a seguirli.

Finalmente Trump è corso a farsi un tampone e finalmente adesso entrano in gioco anche gli “americani”, con il loro bel modello sanitario che negli ultimi 20 anni abbiamo cercato di imitare tagliando la sanità di almeno 37 miliardi e riducendo i posti letto del 30%. Grazie a questi provvedimenti ci siamo finalmente avvicinati ai numeri di Paesi avanzati come gli Stati Uniti che hanno ben 2,8 posti letto di terapia intensiva ogni 1.000 abitanti, e del Regno Unito che ne ha 2,5. Purtroppo il coronavirus è arrivato prima che potessimo smantellare altri posti letto, e al momento eravamo sopra questi dati, con il nostro 3,2, mentre in Germania ne hanno ben 8! Sono risorse molto diverse per far fronte all’epidemia, e fanno la differenza, perché da questi numeri dipenderà anche il tasso di mortalità dei contagiati e il punto di collasso dei reciproci sistemi sanitari.

Anche se adesso ci affanniamo a raddoppiare questi numeri con uno sforzo eroico per “dis-americanizzarci” al più presto, la buona notizia è che continueremo a fare gli “americani” almeno linguisticamente.

lockdown
Dal Corriere.it di oggi: lockdown strillato senza virgolette né spiegazioni.

Finalmente sui giornali arrivano le giuste parole, e ora che anche negli Stati Uniti l’emergenza sta esplodendo si può finalmente parlare di lockdown. Se penso che fino a ieri il problema era cinese e italiano ed eravamo qui a parlare ancora di blocchi, isolamenti, persino quarantena… mi vergogno profondamente. Quarantena non è nemmeno una parola italiana! È dialetto veneto, in italiano sarebbe semmai quarantina, e comunque è roba arcaica, che risale addirittura a un periodo di tempo di digiuno (un arcaismo che significa non-food) di Gesù nel deserto. E poi se un tempo questo nome era legato ai 40 giorni di isolamento delle persone e delle merci esotiche che arrivavano via mare, oggi il periodo varia a seconda dei casi e delle malattie, dunque “quarantena” che evoca il numero “40” è assolutamente fuorviante, sarebbe più opportuno usare una terminologia più rigorosa, per esempio quattordicena, nel caso del coronavirus.  Ma non vale la pena di discuterne, tutto si può risolvere passando all’inglese. Meglio un bel lockdown.

Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà “la” parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena? Per non parlare di sinonimi poco rigorosi come, che ne so, segregazione, che evoca quella razziale… mi vengono i brividi al solo pensarci. Lockdown è un protocollo di emergenza che blinda e impedisce di uscire da una determinata area. Non se ne era mai parlato sui giornali, se non ai tempi dell’11 settembre e in pochissime altre occasioni in cui era stato virgolettato. In questi giorni viene sbattuto nei titoloni senza virgolette e senza spiegazioni. Eccolo il nuovo anglicismo, il nuovo tecnicismo, il neologismo che ci serviva! Diffondiamolo. Speriamo che lo usino presto anche i nostri politici, a cominciare dai nostri “governatori” delle regioni, anche se in italiano sarebbero i presidenti, visto che il modello federalista che attinge dal lessico d’oltreoceano non hai mai preso piede. Ma tanto anche il Presidente del consiglio è il premier nel linguaggio giornalistico, e il nostro stato sociale (almeno quel che ne resta) è il welfare.

smartworkingSe è pandemia che si usi il linguaggio internazionale, che si usi l’inglese!
Come nel caso dello smart working. O si scrive tutto attaccato smartworking? La risposta è che è lo stesso, tanto in inglese mica si dice così. Milena Gabanelli – grande giornalista ma allo stesso tempo grande massacratrice della lingua italiana, fomentatrice di anglicismi nella propria comunicazione e nei nomi delle sue trasmissioni, da Report a Data room – ieri ne discuteva con Mentana con la massima disinvoltura, senza troppe alternative, come se fosse la cosa più naturale e comprensibile del mondo. E sul Corriere si scrive tuttoattaccato (certe volte).
Un comune vicino a Bologna, Medicina, da ieri è stato chiuso e blindato dall’esercito perché zona particolarmente contaminata, e tutti i giornali riportano virgolettata la stessa fonte che parla “dell’elevata diffusibilità correlata all’alto burden microbico” di quel paese. Frasi copiaincollate con lo stampino che rimbalzano dall’Ansa a tutti i giornali, senza che qualcuno si prenda la briga di tradurre “burden” con carico o con qualcosa d’altro che serva a spiegare di che cacchio si stia parlando, diffondendo burden come un tecnicismo intraducibile e tecnico.

Tra anglicismi e pseudoanglicismi, adesso che il coronavirus non è più roba da cinesi o da italiani, sarà bene adeguare la nostra terminologia. Siam tutti qui che aspettiamo il picco del virus, abbiamo problemi perché le mascherine di protezione sono finite, non sappiamo come sanificare ciò che viene dall’esterno… Questi problemi li avranno presto anche gli altri Paesi. In attesa che i giornali diffondano la nuova terminologia per queste cose che in italiano cerchiamo di esprimere in modo confuso e con parole nostre, propongo ai mezzi di informazione di giocare di anticipo e di aiutarci nel ridefinire tutto con qualcosa di più sintetico, moderno e anglomane.

Basta con ‘sti picchi, che poi magari qualcuno pensa agli uccellini, cerchiamo di darci un tono scientifico e rigoroso e di creare una parola per ogni cosa! Vogliamo parlare, che ne so… del pick-down? Si ha quando un trend (positivo o negativo) raggiunge il culmine e poi discende. E vediamo come risolvere anche il problema del mask-down, una buona volta (la carenza di mascherine), varando qualche provvedimento per lo smart-mask, la produzione italiana intelligente di mascherine, di cui un tempo eravamo ottimi fabbricatori, prima che tutto fosse esternalizzato – scusate: dato in outsourcing – per esigenze produttive funzionali alla logica della globalizzazione e del risparmio. Per non parlare del tamponing. È giusto fare i tamponi a tutti, asintomatici compresi? Da un punto di vista epidemiologico ci aiuterebbe a  capire meglio la diffusione del virus, ma dal punto di vista diagnostico c’è il problema che l’attendibilità dei risultati in assenza di sintomi è bassina, e poi una volta fatto il tampone, per essere tranquilli, lo dovremmo rifare ogni tre giorni…
Soprattutto, invito i giornali a spiegarci come comportarci nel disinfetting (sanificazione suona male, nasconde al suo interno la parola “fica”, e disinfezione evoca i rimedi della nonna, quelli di una volta), di questi tempi ci può salvare la vita. Forse c’è chi crede che questo linguaggio possa salvare la vita anche ai quotidiani che vendono sempre meno…

Forse interrogarsi se l’anglicizzazione sia da mettere in correlazione con il press-down (il calo delle vendite dei giornali) non salverà i quotidiani ma aumenterà la qualità dell’informazione.

Coronavirus e mascherine contro lo sputazzamento dell’inglese

In questi giorni tragici che tutti stiamo vivendo può sembrare blasfemo riflettere sul virus linguistico che Castellani chiamava morbus anglicus. Ci sono problemi ben più gravi e urgenti. Ciononostante, nel linguaggio dell’informazione interamente occupata dalla nuova emergenza, il mio fastidio di fronte all’uso degli anglicismi è sempre più forte.

smart working droplet

Non importa se tutto ha avuto inizio in Cina, ciò che è nuovo si deve esprimere in inglese, come al solito. La stampa diffonde neologismi come droplet, che viene spacciato come un tecnicismo (“Tecnicamente, il droplet – dall’inglese drop, che significa goccia – è la dinamica di trasmissione che avviene attraverso piccole gocce di acqua che spargono i germi nell’aria quando la fonte e il paziente sono vicini. Ad esempio, si verifica quando il contagio avviene starnutendo, parlando, tossendo”, Giornale di Brescia, 1/3/20).
La parola diventa insensatamente sinonimo di “distanza di sicurezza”, attraverso uno pseudo-ragionamento  che decurta ogni cosa tranne l’inglese e che ben si evince negli articoli di giornale: “Gli inglesi le chiamano ‘droplet’, e la ‘distanza droplet’ è quella oltre la quale si è ragionevolmente tranquilli di essere al sicuro dal contagio” (“Cosa vuol dire ’droplet’ e perché c’entra con la distanza che dobbiamo tenere dalle persone infette”, La Stampa, 2/3/20); “Coronavirus e droplet: ecco la distanza di sicurezza anti-contagio” (Corriere della Sera, 2/3/20).

I mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e che oggi lo stanno trasformando in itanglese, blaterano questa nuova lingua inventata, la diffondono e la insegnano in modo errato e irresponsabile. Parole storiche come inalazione o distanza di sicurezza cedono di fronte alla balla delle parole inglesi più corte e incisive, anche quando sono pseudanglicismi. Neologismi creativi come distanza anti-sputazzo (tutto sarebbe preferibile a droplet) non vengono neppure contemplati, di fronte all’anglomania dosata con l’incompetenza.

E così, ieri sera, un servizio di approfondimento culturale del telegiornale pontificava che il coronavirus che ci sta devastando è caratterizzato dalla sua struttura “a ganci” che si chiamano “spike”.

Come sarebbe a dire che si chiamano spike?

Questa non è cultura è colonialismo linguistico. Letteralmente sono punte, spine, chiodini, spuntoni, in italiano anche spicole. Non si chiamano affatto “spike”, questo è un nome inglese, ma diventerà italiano se l’informazione lo battezza, lo spiega e lo riporta così, senza alternative. Questa è la conseguenza della medicina, e della scienza, che si studia in inglese, che porta a una nomenclatura e a una terminologia in inglese, e a pensare in inglese, perché l’italiano  non si pratica più e si perde.

Oltre ai mezzi di informazione anche i siti istituzionali diffondono in questi giorni in inglese lo “smart working”, che nei contratti in italiano si chiama (o forse si chiamava o dovrebbe chiamare) “lavoro agile”, e che non è altro che il lavoro da casa, a distanza, da remoto, il telelavoro. Allo stesso modo, in questa sudditanza da coloni, le lezioni a distanza, in Rete o da casa sono solo e-learning, e gli italiani che si affacciano ai balconi alla stessa ora cantando e manifestando il loro inno alla vita e ad andare avanti fanno flash mob.

Mentre si sentono i primi imbecilli pronunciare “coronavairus” per sentirsi più “americani” (forse le mascherine se le dovrebbero mettere per non depauperare il nostro patrimonio linguistico), mi domando se non sia arrivato il momento di riflettere e se invece di andare fieri di questi patetici scimmiottamenti non sia il caso di vergognarcene e di riappropriarci con orgoglio di essere italiani. Più che considerare tutto ciò che evoca l’inglese come un modello da imitare, forse è arrivato il momento di dire chiaramente che è più sano evitarlo, se vogliamo elevarci socio-linguisticamente e spezzare il nostro immotivato senso di inferiorità.

Le misure di contenimento della nuova pandemia che il nostro Paese ha intrapreso seguono l’esempio della Cina, che ci ha mandato medici, mascherine e supporti con un gesto di solidarietà che non si è visto da parte di altri Paesi. L’Italia è stato il primo Paese europeo ad avere il coraggio di attuare, suo malgrado e a suo modo, la via cinese. E mentre un medico inglese, Christian Jessen, ha dichiarato che le nostre misure sono una scusa per prolungare la siesta, il nostro paradigma sta diventando quello che anche gli altri Paesi vicini si stanno preparando a seguire, dalla Spagna alla Francia. In Europa l’Italia è dunque un modello, attualmente. Nei grandi Paesi extracomunitari anglofoni, invece, gli uomini di Stato dai capelli di paglia per il momento propongono altre strategie. Nel Regno Unito Johnson ventila l’ipotesi di non fare nulla lasciando contagiare (e crepare) la popolazione per affidarsi a un’immunità di gregge smentita dalla scienza. Oltreoceano, vige un sistema sanitario dove chi non ha la propria assicurazione privata non può permettersi le cure mediche. Questo sistema barbaro è forse destinato a entrare in crisi davanti all’attuale emergenza. Anche se per decenni una politica italiana scellerata ha cercato di scimmiottarlo attraverso tagli al nostro sistema sanitario pubblico, il nostro modello per fortuna non è stato smantellato, anche se è stato ridimensionato. E oggi è possibile constatare con mano quale modello sia più auspicabile.

La pretesa superiorità incondizionata del mondo angloamericano, che seguiamo anche linguisticamente in preda alla nostra albertosordità, davanti al nuovo scenario pandemico è più che mai un modello da mettere in discussione. In questo momento sono più che mai fiero e orgoglioso di non essere né inglese né angloamericano, ma di essere italiano. Non solo linguisticamente.

Dal multilinguismo alla dittatura dell’inglese

In questo periodo non ho molto tempo di scrivere in Rete e di aggiornare le mie iniziative sul fronte degli anglicismi, e mi capita di viaggiare sui treni ad alta velocità dove la comunicazione ai passeggeri è in italiano e in inglese, o forse dovrei dire in itanglese-inglese.

comunicazione

Invece della solita classe “Economy”, questa volta sono su una carrozza “Premium” (sarebbe latino se non fosse importato dall’angloamericano); l’inserviente passa e offre ai viaggiatori qualcosa da bere e uno “snack” – la parola “spuntino” appartiene evidentemente al passato e non esiste più –. Dopo il deragliamento del Frecciarossa di qualche tempo fa ci sono molti disagi e ritardi perché la linea Milano-Bologna è stata deviata. Un messaggino del “Customer Care Frecce e Intercity” mi avverte che il mio treno del ritorno è stato cancellato e mi invita a rivolgermi al personale di “Customer Service” per l’assistenza. Mi spiega anche che posso richiedere un “bonus” (altro anglolatinismo) o un indennizzo “online” seguendo il “link”. “Collegamento” sarebbe forse troppo lungo. “Rimborso” sarebbe forse troppo un’ammissione di colpa, vuoi mettere “bonus”? Evoca un regalo, qualcosa che si vince, non un dovuto risarcimento. Questo è il linguaggio delle Ferrovie dello Stato, ma chi utilizza le linee di Italo non è messo meglio, e ha per esempio a che fare con il “train manager” visto che la parola “capotreno” è stata abolita dalla comunicazione ai passeggeri e persino nei contratti di lavoro. Gli schermi informativi parlano questo semi-italiano che alternano al solo inglese. Ogni altra lingua non esiste.

Ripenso ai treni di una volta. Quando non c’erano gli schermi digitali e sui finestrini erano avvitate le etichette che parlavano ai passeggeri in 4 lingue. “È pericoloso sporgersi”, “Non gettate alcun oggetto dal finestrino”, “Vietato fumare”… erano ripetuti in inglese, francese e tedesco. Ci si rivolgeva a tutti gli stranieri cercando di comunicare nelle lingue principali, in modo che ognuno potesse comprendere la comunicazione nella seconda lingua a lui più affine.

segnaletica treniOggi questi treni sono scivolati nelle linee secondarie e locali, si vedono sempre meno, e in attesa che vengano rottamati e dimenticati, dal multilinguismo si è passati al solo inglese, l’unica lingua della comunicazione internazionale. Se non lo sai ti arrangi, sei ignorante, ti devi adeguare. La dittatura dell’inglese, spacciato per multilinguismo, passa anche da queste cose. La nuova comunicazione è lo specchio della nuova società, ma allo stesso tempo alimenta dall’interno il globalese. Le lingue locali sono un accidente da spazzar via in un processo in cui tutti dovranno diventare bilingui; l’inglese deve essere la lingua globale che si deve usare per la comunicazione internazionale. Il che ha dei vantaggi pratici, e qualcuno sostiene che riduce anche i costi delle traduzioni, dunque è un bene. Certo. Soprattutto per gli anglofoni che non hanno di questi costi e di questi problemi.

E tu, madrelingua anglofono, che seconda lingua impari e studi? In che modo ti rivolgi alle altre popolazioni? Preferisci esprimerti nella tua lingua madre lasciando che il resto del mondo si debba adeguare alla tua cultura superiore? Capisco. Comprensibile. Scusa, se non sono d’accordo.

Questo nuovo assetto che diamo per scontato e non sappiamo nemmeno mettere in discussione è recente. Bisognerebbe ricordarlo e gridarlo forte. Trent’anni fa non era così. Ripenso a quanto scriveva Aldo Gabrielli nel 1977 a proposito della “lingua epistolare”.

“Io per moltissimi anni, per necessità del mio ufficio, ho dovuto rispondere a lettere pervenutemi da ogni parte del mondo: lettere in lingua inglese, francese, tedesca, danese, finlandese, perfino turca. Ricordo benissimo la letterina turca di un diplomatico, tutta ghirigorata da destra a sinistra ch’era una bellezza a vedere e fu un problema a tradurre. Ma la tradussi; e risposi, io Italiano, in italiano, scrivendo da sinistra a destra, come a me si conviene. Il diplomatico mi rispose a tono, e così per qualche tempo, comprendendoci perfettamente. La cosa ci parve a entrambi logicissima: il Turco scrive in turco così come l’Italiano in italiano. Oggi non più. Cioè, tutti i popoli della terra possono scrivere nella loro lingua materna; solo l’italiano deve, dico deve, scrivere non nella propria lingua ma nella lingua del destinatario.

Venni a parlare una sera di questo argomento con un grande industriale lombardo. Questo premuroso signore mi informò, con non celato orgoglio, di aver organizzato nella sua modernissima azienda un ufficio di corrispondenza capace di rispondere in tutte le lingue del mondo, russo compreso. Una schiera di traduttori stenografi era sempre lì, pronta agli ordini di un capufficio poliglotto. Alla mia domanda: «Si è mai domandato perché il Francese scrive in francese, l’Inglese in inglese, lo Svedese in svedese, e lo stesso Russo in russo, e lei, che è italiano, scrive invece in tutte le lingue della terra fuorché la sua?» l’industriale rispose, dopo un attimo di esitazione: «Ma, io penso, per una superiorità organizzativa». «No» risposi io «per un antico complesso di inferiorità che è divenuto per di più inconscio».

[Aldo Gabrielli, Il museo degli errori, Mondadori 1977, pp. 219-220]

Oggi la lingua epistolare è diventata quella della scrittura digitale, si esprime in inglese perché è imposta da multinazionali che pensano e comunicano in inglese a tutti gli altri. La lingua extracomunitaria della globalizzazione si diffonde nella Comunità europea e in tutto il mondo come fosse la cosa più naturale e la sola soluzione possibile. Il nostro complesso di inferiorità è stato esteso agli altri popoli attraverso il nuovo imperialismo economico basato sul globalese. In Italia siamo messi così male che l’inglese è ostentato con orgoglio, si è riversato ormai anche sul fronte interno ben più che altrove, e si parla in itanglese in sempre più ambiti, dal lavoro all’informatica.

Il dramma è che tutto ciò è sempre più accettato come fosse una cosa normale e sempre più “inconscio”. Deve diventare l’unica soluzione possibile.

Riflettere sulla questione, e ricordare com’era il mondo prima della globalizzazione non cambierà le cose, ma può essere se non altro utile per acquisire consapevolezza di ciò che sta accadendo, e per interrogarsi – senza passare per retrogradi – se non era più giusto ciò che accadeva in passato, e se la dittatura dell’inglese che schiaccia la dignità di tutte le altre lingue ci convenga davvero.

 

PS
Ho almeno un centinaio di segnalazioni di anglicismi, commenti e domande che si sono accumulati e a cui non ho ancora potuto rispondere, sul sito AAA e su questo. Chiedo scusa per il ritardo, appena potrò risponderò a tutti.

Punto, virgola, elezioni e anglicismi

Nelle maratone televisive legate alle elezioni si sentono sempre molti anglicismi. I sondaggi a caldo all’uscita dei seggi sono detti exit pooll (suona più figo, tecnico e preciso) ma ci sono anche gli istant poll, i sondaggi in tempo reale, mentre quelli telefonici fatti attraverso le chiamate a casa sono detti house poll. Nel lessico elettorale la giornata delle elezioni è l’election day, il voto elettronico è la voting machine oppure l’e-voting, e il linguaggio dei commentatori televisivi è sempre più infarcito di anglo-politichese (leader e leadership, premier e premiership) dove l’inglese stereotipato viene diffuso senza alternative e connotato da un’aurea di scientificità e di modernità che fa suonare le parole italiane come fuori luogo, obsolete e non da addetti ai lavori.

Niente di nuovo sotto il sole, l’anglicizzazione del linguaggio politico, lavorativo, informatico, tecnico, scientifico, pubblicitario… è sotto gli occhi di tutti e la denuncio da tempo.

Quello che più mi ha colpito della scorsa nottata elettorale è però un’interferenza dell’inglese che va oltre il lessico, e sulla quale pare che nessuno ci faccia troppo caso.

LA7

L’americanizzazione della trasmissione di Enrico Mentana, su La7, snatura le buone norme della matematica, oltre a quelle editoriali italiane, e nelle statistiche si usa ormai il punto al posto della virgola, sia nella comunicazione orale sia nelle infografiche. Il Partito Democratico tiene e si attesta al 31 punto 2, risultava dalla prima proiezione delle regionali in Emilia-Romagna. Peccato che in italiano le cifre decimali si dovrebbero esprimere con la virgola, non con il punto, che si usa invece per separare nei numeri le migliaia (100.000), tutto il contrario di quanto avviene in inglese.
Per fortuna su mamma Rai la virgola resiste ancora (anche se il canale è anglicizzato già nel nome, Rainews, come del resto Rai Movie, Rai Premium, Rai Play, Rai Gulp per i bambini).

RAINEWS

Questo errore di traduzione, linguistico e matematico, per cui si invertono la virgola e il punto è un malcostume sempre più diffuso che sembra destinato a diventare inarginabile, anche se può creare grande confusione (il Pi greco è 3,144 e non 3.144: e se per trovare la circonferenza moltiplichiamo il diametro per questa costante scritta male, il risultato cambia completamente).

calcolatrice

Una volta, un professore del Politecnico di Milano critico nei confronti dell’anglicizzazione della nostra lingua e cultura mi disse che questo uso del punto all’inglese dipendeva dal calcolatore, anzi dal computer, e dunque sarebbe stato per lui auspicabile adeguarsi all’uso diffuso internazionalmente. In effetti sul mio cellulare la calcolatrice di Google Android mi consente solo di usare il punto, anziché la virgola, perciò sono costretto a scrivere i numeri all’inglese. Ma questo particolare non dipende dal calcolatore, bensì dalle interfacce che non sono tradotte o localizzate (come è più moderno dire in questi casi), e infatti la calcolatrice di Windows del mio portatile è ben fatta e riporta la virgola.

calcolatrice italiana

Il punto è che queste piccoli dettagli influenzano il nostro modo di pensare e di vivere in modo concreto e molto profondo.

Se mandiamo le immagini in allegato (e non in attachment come si diceva agli esordi quando i programmi erano in inglese) ma poi ne facciamo il download, invece che lo scaricamento, è perché la prima parola è stata tradotta e la seconda no. E l’impatto di questi particolari sulla lingua, e dunque sul nostro modo di pensare, è rilevante. Ripetiamo ciò che passa il convento senza rifletterci troppo. Usare la calcolatrice in inglese porterà a dire “punto” anziché “virgola”.

Purtroppo, la scienza, la tecnologia, l’informatica e gran parte di ciò che è nuovo viene progettato, costruito ed esportato da gente che pensa e si esprime in inglese, e la globalizzazione diffonde e impone tutto ciò sempre più in inglese, seguendo un disegno ben preciso di esportazione della propria logica, delle proprie parole e del proprio modo di pensare e di vivere in tutto il pianeta in nome dell’omologazione basata sul proprio orticello. L’Italia è una “colonia” particolarmente fertile per essere inglesizzata, rispetto per esempio alla Francia o alla Spagna, dove le interfacce informatiche sono maggiormente tradotte. Il risultato è che da noi YouTube chiama i creatori dei video “creators”, e così ci impone questa parola come la sola possibile, mentre in spagnolo, catalano, portoghese, francese o rumeno propone rispettivamente creadores, creadorscriadorescréateurscreatorilor; analogamente Airbnb offre agli italiani di diventare host e non locatori, mentre ai francesi o agli spagnoli il programma si rivolge con le parole autoctone:  hôte e anfitrión e via dicendo.

In questo scenario da noi succede che gli esperti di proiezioni e di statistiche si formano sui testi d’oltreoceano, con la conseguenza che usano ormai senza nemmeno riflettere il punto al posto della virgola perché le loro menti sono plasmate sui modelli inglesi.

Studiare e formarsi in angloamericano porta a pensare in inglese, a perdere i legami con la nostra cultura. Ma al posto di riflettere su questi dettagli, la nostra classe dirigente va fiera di ostentare l’itanglese, e i commentatori televisivi, invece di vergognarsi di non sapere più usare l’italiano, si gongolano degli anglicismi che snocciolano per elevarsi di rango.

Terminologia e anglicizzazione

Le lingue moderne sono caratterizzate da una larga tecnologizzazione, cioè dalla penetrazione nel linguaggio comune di numerose parole che provengono dall’ambito tecnico-scientifico. Nel caso dell’italiano bisogna specificare che è stato per secoli solo un modello letterario (basato sul prestigio del toscano) e che nella vita di tutti i giorni si parlavano i dialetti. Solo nel Novecento la lingua parlata è divenuta patrimonio di tutti e, mentre scrittura e oralità si avvicinavano, a partire dagli anni ’60 il legame basato sul toscano si è spezzato e i nuovi “centri di irradiazione” della lingua sono diventati quelli tecnologici del nord, come aveva capito Pasolini [1].

Oggi, però, lo scenario è cambiato profondamente. Milano è la capitale dell’itanglese, e i nuovi centri di irradiazione della lingua sono diventati i modelli angloamericani. Nell’epoca della globalizzazione, l’innovazione tecnologica, ma anche sociale e culturale, nasce negli Stati Uniti ed è imposta in tutto il mondo da persone e organizzazioni che pensano – e dunque parlano e comunicano agli altri – in inglese. Attraverso pubblicazioni specializzate tecniche e scientifiche, opere divulgative, prodotti di mercato, pubblicità… la lingua che si esporta è l’inglese, e la terminologia si esprime quasi sempre in inglese. Poiché però la tecnologia è sempre meno una “microlingua” che ha un valore solo tra gli addetti ai lavori e si riversa sempre più nella lingua comune, le conseguenze delle mancate traduzioni terminologiche stanno devastando il lessico della nostra lingua.

Terminologie a confronto

Ciò che sta accadendo in italiano non ha eguali negli altri Paesi. Leggendo il “Glossario plurilingue della green economy” compilato dall’Osservatorio di terminologie e politiche linguistiche dell’unità Cattolica di Milano, con i corrispettivi in italiano, inglese, francese e tedesco, viene da chiedersi perché mai in Italia l’economia verde venga detta in inglese. E scorrendo la lista dei termini inclusi salta all’occhio in modo evidente che moltissime di quelle che da noi sono espressioni inglesi, nella terminologia delle altre lingue sono invece tradotte. Di seguito un estratto:

italiano

cos’è

tedesco

francese

brown economy Il contrario dell’economia verde. braune Wirtschaft économie brune
carbon tax Imposta su combustibili di origine fossile con carbonio (tassa sul carbonio). Kohlenstoffsteuer taxe carbone ou écotaxe
eco-management and audit scheme Sistema europeo a cui aderiscono volontariamente imprese e organizzazioni al fine di valutare e migliorare la propria efficienza ambientale. Umweltmanagement und Umwelt-betriebsprüfung système communautaire de management environnemental et d’audit
green jobs

 

Professioni che permettono di preservare e valorizzare l’ambiente. grüne Arbeitsplätze green jobs emploi vert
green production

 

Attività produttiva volta a minimizzare l’impatto dell’azienda sull’ambiente. grüne Produktion production verte ou production respectueuse de l’environnement
grid parity

 

 

Punto in cui il prezzo dell’ energia elettrica prodotta da un impianto fotovoltaico è uguale a quella prodotta da fonti tradizionali. Netzparität grille de parités
smart city

 

Sinonimo di città sostenibile. intelligente Stadt ville intelligente
super grid

 

Rete elettrica in grado di trasportare energia per lunghe distanze. Supernetz super-réseau

Da dove nasce questa disparità?

Il punto è che esistono differenti approcci e diverse politiche terminologiche possibili, e i criteri per operare sono molteplici. Alcuni puntano a una “normalizzazione” basata sull’inglese come lingua internazionale che si vuole imporre a tutto il globo, altri sono più attenti al rispetto delle lingue locali, perché il plurilinguismo non è visto come un ostacolo all’imposizione del globalese, ma come una ricchezza da tutelare, nel rispetto della cultura e della lingua propria di ogni popolazione.

Cos’è la terminologia?

Come scrive Giovanni Adamo, l’attività  terminologica  consiste “nell’ordinamento e nella classificazione del patrimonio cognitivo e comunicativo di un dominio” e “il  prodotto  dell’attività  terminologica  consiste  nella  rappresentazione linguistico-documentaria delle unità concettuali individuate mediante l’analisi di un corpus di fonti scritte, le più rappresentative  e  autorevoli  del  dominio  specialistico esaminato” [2]. Ciò premesso, Adamo spiega che c’è anche chi, pur ammettendo l’utilità pratica della terminologia, non ne riconosce “lo statuto di disciplina autonoma” [3], e chi (come Teresa Cabré) sottolinea l’inadeguatezza del principio riduzionista e uniformante affermando la necessità di dovere ridefinire i principi della disciplina.
Insomma, i criteri e gli ambiti di questa prassi risentono di differenti approcci possibili e sono anche controversi.

Lessicologia e terminologia, due approcci molto diversi

Mentre la lessicologia (lo studio del lessico) parte dal significato delle parole per arrivare al concetto che designano (approccio semasiologico: cosa significa una parola nei vari contesti), la terminologia parte dall’individuazione del concetto per denominarlo attraverso un termine (approccio onomasiologico). Questo processo si basa su una ferma distinzione tra parola e termine. Il terminologo si muove in un ambito ristretto e, operando in contesti tecnici e circoscritti che cerca di delimitare, punta alla denominazione attraverso i termini, che dovrebbero essere puramente denotativi e neutri, monosignificato e unici, in quanto confinati all’interno di una particolare disciplina, come per esempio fotone in fisica. Le  parole, invece, sono polivalenti e dotate non solo di una denotazione ma anche di una connotazione, cioè di un potere evocativo che si aggiunge al significato ovvio. E infatti un lessicografo si occupa, al contrario,  di individuare la polivalenza dei significati e le sfumature a seconda dei contesti, che possono includere anche vari sinonimi. Quasi nessuna parola è monosignificato, e ciò che designa si ricava dal contesto: “campagna” in un discorso militare, pubblicitario, elettorale o in una gita fuori porta assume significati differenti. La polisemia è naturale, la lingua è metafora, e ha anche una funzione economica: se a ogni parola dovesse corrispondere un solo concetto dovremmo fare i conti con milioni di parole diverse.

Applicare i criteri della terminologia alla lingua, dunque, è un’operazione insensata. E bisogna aggiungere che la distinzione tra parola e termine è molto teorica e di difficoltosa applicazione. Anche se sarebbe possibile all’interno dei “linguaggi speciali”, va detto che anche quest’ultima nozione è controversa e di difficile definizione. I linguaggi di settore, altre volte definiti microlingue, hanno contorni sfumati, non sono qualcosa di statico e stabile, e non di rado i termini che nascono in questi contesti si muovono, cambiano ambito, allargano il loro significato, perdono l’originale univocità, vengono usati in senso lato, escono dai propri confini per riversarsi nel linguaggio comune e diventano parole. Il caso più evidente è quello dell’informatica. La lingua, infatti, non è matematica, è un processo simbolico, figurato, analogico e di libere associazioni.

La terminologia informatica

Nel linguaggio informatico, lo scambio con il linguaggio comune è enorme e i principi della terminologia vacillano. Tutti gli studiosi sono concordi nel rilevare come in questo ambito sia venuto meno il canone di precisione referenziale che dovrebbe contraddistinguere altri linguaggi di settore o tecno-scientifici (si pensi alla genericità di parole come device = dispositivo elettronico o software che ora si è imposto al posto di programma: non sono “termini”). Viceversa, accade che proprio il linguaggio informatico peschi parole dal linguaggio comune, usate metaforicamente, con nuovi significati contestualizzati (la memoria del computer, il desktop cioè il piano della scrivania, il sistema a finestre = window, il tablet cioè una tavoletta…). Eppure, nella nostra lingua, sempre più spesso queste metafore non sono tradotte con analoghi italiani, sono bensì introdotte in inglese puro e diventano tecnicismi (ha ancora senso parlare di termini?) che assumono un significato univoco che nella lingua originale non hanno. Il caso più eclatante è quello di mouse, che in francese è tradotto con souris, in spagnolo con ratón, in portoghese con rato, in tedesco con Maus… ma che noi diciamo in inglese, e non chiamiamo certo topo.
E così mentre all’estero questi “termini” si traducono, da noi la metà delle parole marcate come informatiche nel Devoto Oli è in inglese, con la conseguenza che il settore non si esprime più in italiano, ma in itanglese. Come mai?

Tra le tante cause c’è anche l’operato dei terminologi che è molto diverso da quello di francesi o spagnoli (dove esistono commissioni e istituzioni che intervengono con competenza sulla questione in modo ufficiale per promuovere le propria lingua), e che utilizzano altri criteri che non giovano certo all’italiano. Giovanni Adamo cita gli studi di autori spagnoli come Maria Teresa Cabré [4] o francesi come Pierre Auger [5] che hanno individuato diverse tendenze della terminologia. Accanto a quelle che si caratterizzano “per la propensione alla standardizzazione concettuale e denominazionale” ci sono quelle “orientate alla traduzione” tipiche dei Paesi francofoni e anche quelle che considerano “la terminologia all’interno di un più ampio processo di pianificazione linguistica” come la corrente “aménagiste” (una definizione coniata nel Québec). In Italia, purtroppo, “accade di rado” che sia attui la funzione “onomaturgica”, cioè che il terminologo imponga un nome all’unità concettuale individuata, scrive Adamo.

La conseguenza è che le metafore dell’inglese si perdono, e gli anglicismi entrano come tecnicismi monosignificato non perché lo siano, ma perché non li traduciamo usando le stesse metafore o in altri modi più opportuni.
Un esempio di approccio terminologico che punta a importare i modelli inglesi nella lingua italiana è rappresentato dal sito “Terminologiaetc.” di Licia Corbolante che parte dal presupposto che “i termini non si traducono!” (con un punto esclamativo finale per sottolinearne l’indiscutibilità). Questo punto di vista (che bisogna rimarcare: è il suo ed è solo uno dei tanti) non viene dimostrato o argomentato, viene postulato come un assioma, come fosse il solo criterio possibile.

Terminologia e traduzione

Traduzione e terminologia sono due ambiti distinti, anche se hanno dei punti comuni e delle sovrapposizioni. E in molti casi le scelte terminologiche dovrebbero nascere da un proficuo confronto multidisciplinare, invece di ridursi all’importare dall’inglese.
Perché i termini non si dovrebbero tradurre? La spiegazione assertoria di Corbolante suscita molte perplessità:

“Non bisogna focalizzarsi sulle singole parole della lingua di partenza (L1) e ‘tradurle’. Si deve infatti analizzare il concetto che rappresenta ciascun termine in L1 e trovare un equivalente nella lingua di arrivo che può anche discostarsi molto dalla scelta fatta nella L1. Esempi dal software con cui tutti hanno familiarità: cronologia e scheda che in inglese sono history e tab.”

Il punto che rimane aperto è: che fare quando questa corrispondenza non c’è? Introdurre l’inglese non è la sola soluzione possibile, come sarà chiaro più avanti.
In ogni caso, questa idea della “traduzione” concepita come mera “traduzione letterale” è un po’ bizzarra e rischia di generare ilarità tra i traduttori professionisti. Nemmeno gli algoritmi di traduzione automatica operano in questo senso letterale, e tra le armi del traduttore c’è proprio un lavoro di adeguamento che si avvale di tantissime strategie per far corrispondere i significati e le parole in due lingue, a seconda di registri e contesti, ma anche di destinatario e di stile. Tradurre è un’arte che implica delle scelte, e da queste scaturisce una buona o una cattiva traduzione. Inoltre esistono diversi criteri che si possono applicare, il primo è la fedeltà alla lingua di partenza oppure l’orientamento verso la lingua di arrivo.  Nel caso di Omero, per fare un esempio noto, Vincenzo Monti ha tradotto l’Iliade (partendo da altre traduzioni e senza nemmeno conoscere il greco) con un approccio orientato alla resa poetica in italiano (“Cantami, o Diva, del pelide Achille / l’ira funesta…”) che aveva lo scopo di farne un testo poetico italiano. L’approccio di Rosa Calzecchi Onesti, viceversa, era orientato alla lingua di partenza, voleva riprodurne lo schema e la struttura, e dunque ha scelto una traduzione verso per verso, che in italiano suona meno bene ed è più ostica, perché lo scopo era quello di farci arrivare la fedeltà del greco originario (“Canta, o dea, l’ira d’Achille Pelide, / rovinosa…”). Passando dalla resa di un testo alle singole parole, il traduttore opera sempre una scelta tra le tante sinonimie e gli equivalenti della lingua di arrivo che non è certo basata sulla “traduzione letterale”.

Che cosa fa un traduttore davanti a una parola che non c’è, come per esempio bakku-shan che in giapponese indica una donna che vista da dietro sembra bella? A seconda dei contesti, può ricorrere a un giro di parole, alla sostituzione con concetti più immediati nella lingua d’arrivo (un riferimento alla popolarità del baseball negli Usa può diventare al calcio in Italia, se l’approccio è orientato alla lingua d’arrivo), a un adattamento (ageism diventa ageismo), può creare neologismi e soluzioni creative (il dannunziano tramezzino al posto di sandwich o il revolver che diventa rivoltella per assonanza con il significato etimologico), può usare metafore (la voce amerinda tomate che diventa pomo d’oro), può ampliare il significato di parole simili preesistenti e, infine, può anche scegliere di usare la parola originaria. Perciò, bisognerebbe riflettere più seriamente sul rapporto tra traduttori e terminologi, invece di affermare che “i termini non si traducono”, che mi pare una pessima prassi che è lecito, e anche doveroso, mettere in discussione e affiancare da strategie alternative.
Nel compilare una scheda terminologica sarebbe auspicabile un lavoro di squadra che coinvolga terminologi, traduttori, specialisti e linguisti. E davanti a un termine di cui non c’è un’equivalenza in due lingue bisogna operare delle scelte che possono anche essere traduttive e che dipendono dai contesti ma anche dalla propria visione del mondo (non si possono applicare procedimenti meccanici).

Secondo Teresa Cabré [6] ci sono casi in cui il traduttore è un semplice utente del lavoro terminologico, lo consulta e “se lo ritiene opportuno” si può servire della consulenza terminologica a seconda dei contesti. In mancanza di risultati esistenti o soddisfacenti può scegliere anche di riportare tra virgolette un termine originale per esempio straniero, oppure può optare per sostituirlo con una parafrasi. Questo livello di passività può essere anche integrato dalla soluzione di intervenire con un criterio lessicografico, invece che terminologico, e il traduttore può per esempio creare un neologismo che sia trasparente/comprensibile, o uno più creativo che può spiegare in nota. Quando invece è un esperto specialista di settore è in grado di proporre neologismi organici.

Partire dal presupposto che termini non si traducono è invece la strategia che sta uccidendo la lingua italiana. E pensare che sia solo la terminologia – o meglio uno dei suoi possibili orientamenti – a fornire le soluzioni operative da adottare, che poi sono destinate a entrare nel linguaggio comune, è una visione da combattere. A maggior ragione quando questa filosofia si estende a “concetti” che non corrispondono più a termini ma a parole.


Note

[1] Pierpaolo Pasolini, “Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964.
[2] Giovanni Adamo, “La terminologia”, in Documenti digitali a cura di Roberto Guarasci in collaborazione con Antonietta Folino, Milano, 2013  p. 228.
[3] Juan C. Sager, Apractical course in terminology processing, Amsterdam-Philadelphia, John Benjamins, 1990.
[4] Maria Teresa Cabré , La  terminología.  Teoría,  metodología,  aplicaciones, Barcellona, Editorial Antártida/Empúries, 1993.
[5] Pierre Auger, “Implantabilité et acceptabilité terminologiques: les aspects linguistiques  d’une  socioterminologie  de  la  langue  du  travail”,   in «Terminologies nouvelles», n. 12, 1994, pp. 47-57.
[6] Maria Teresa Cabré, La terminología: representación y comunicación, Barcelona, IULA, 1999).

Anglicizzazione del giapponese e itanglese: analogie e differenze

L’interferenza dell’inglese nelle lingue locali è un fenomeno internazionale, anche se l’Italia è un caso anomalo in Europa, e l’anglicizzazione è senza uguali rispetto per esempio alla Francia o alla Spagna. Quello che ci contraddistingue è la totale assenza di reattività davanti a questa nuova forma di colonialismo, e mentre all’estero si varano politiche linguistiche, campagne di tutela e promozione degli idiomi locali, ed esistono istituzioni che creano ufficialmente neologismi e alternative, noi siamo allo sbando, perché i nostri politici, i nostri mezzi di informazione, i nostri intellettuali o scienziati e la nostra classe dirigente diffondono con la loro autorità l’adozione degli anglicismi, invece di contrastarli; e tra i linguisti c’è chi li giustifica come “necessari” e chi ancora nega che l’anglicizzazione della nostra lingua esista o sia un problema.

L’irruzione dell’angloamericano nelle altre lingue, con i suoi diversi gradi di profondità, non riguarda solo l’Europa. Così come da noi si parla di itanglese (in Francia del franglais, in Germania del Denglisch…), in Asia si parla dell’hinglish per l’hindi, del konglish per il coreano, o del tinglish per il thai (per i nomi di queste contaminazioni in altri Paesi cfr. Tullio De Mauro, “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”).

Nel caso del giapponese il fenomeno prende il nome di japish, englanese o giappinglese.

Analogie tra Italia e Giappone

C’è un fatto significativo che accomuna italiani e giapponesi: entrambe le popolazioni conoscono poco l’inglese. Dalle statistiche Istat riferite al 2012, solo il 43,7% degli italiani tra i 18 e i 74 anni conosce almeno un po’ di inglese, mentre per altre fonti solo il 34% sarebbe in grado di sostenere una conversazione. Secondo le ricerche effettuate tra gli studenti delle scuole secondarie e delle università, l’indice di conoscenza dell’inglese attraverso il criterio di punteggio denominato EF EPI vede l’Italia al 26° posto in Europa (su 33 Paesi) e al 36° nel mondo, con un livello di competenza medio, ma il Giappone è messo decisamente peggio: è al 53° posto con un livello di competenza basso. Credo sia significativo che la diffusione degli anglicismi sia ampia proprio in Paesi dove l’inglese si sa poco; forse, quando non si conosce il significato di molte parole, si tende più facilmente a ripeterle così come sono; e invece di saperle tradurre e di utilizzare gli equivalenti in modo più naturale, appaiono tecnicismi “insostituibili” anche quando non lo sono.

italia e giappone conoscenza dell'inglese

Un altro elemento di affinità tra italiani e giapponesi si può rintracciare nel complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese che, più in generale, in Giappone spesso si riscontra verso chi è occidentale. Questo sentimento agevola l’adozione degli anglicismi, che nel giapponese sono molto diffusi a partire dal settore tecnologico, nonostante il ruolo di prestigio nel campo dell’elettronica di consumo. Una parola come walkman, per esempio, è un marchio registrato nel 1979 dalla Sony, anche se viene considerato un termine inglese.

Anche se ci sono queste analogie, un confronto Italia-Giappone nell’accogliere parole angloamericane ci vede decisamente sfavoriti. A dispetto dei reciproci complessi di inferiorità e della non alta conoscenza dell’inglese, dall’altra parte del globo si registrano infatti una reattività e una strategia di adattamento che da noi sono venute a mancare.


Le differenze tra itanglese e giappinglese

Un’importante differenza tra italiano e giapponese sta nel fatto che, mentre noi usiamo l’alfabeto latino, “la lingua giapponese presenta un complesso sistema di scrittura composto da due sillabari – hiragana e katakana – e dai caratteri di origine cinese – kanji – introdotti dalla Cina circa 1500 anni fa, cui possono aggiungersi lettere dell’alfabeto latino e persino intere parole straniere” (Susanna Marino, Yuko Enomoto, il Dizionario Giapponese, Zanichelli 2006).

In questo modo, gli anglicismi scritti in alfabeto latino possono irrompere all’interno del sistema di scrittura tradizionale spezzando in modo ben più pesante che da noi l’identità linguistica, e perciò i forestierismi sono di solito trascritti nel sistema del katakana. Anche per questo motivo si manifestano opposizioni all’accoglimento ben più forti e motivate che da noi. Ma anche il senso di inferiorità verso l’inglese del caso nipponico è un po’ diverso dal nostro, visto che si tratta di un popolo tradizionalmente combattivo e storicamente segnato in modo profondo dalle bombe atomiche e dall’umiliante resa agli Stati Uniti. E infatti le reazioni che si registrano sono da noi inusuali. Da anni l’Agenzia per gli Affari Culturali Giapponesi denuncia l’uso crescente delle parole straniere che intaccano la bellezza della lingua tradizionale e creano un ostacolo per la comunicazione tra giovani e anziani. E nel Paese del sol levante capita persino che un settantunenne giapponese intenti una causa contro l’emittente di Stato NHK per il continuo uso di “prestiti” linguistici trascritti nell’alfabeto del katakana.

Oltre a queste resistenze che aiutano a mantenere l’identità della loro lingua, un’altra sostanziale differenza con il caso italiano va individuata nella modalità con cui gli anglicismi sono accolti, che passa per l’adattamento e la creazione di neologismi.  Il giapponese moderno è una “lingua che tende a evolversi piuttosto velocemente, con la creazione di neologismi e l’adozione di parole straniere (soprattutto inglesi)” (Susanna Marino, Yuko Enomoto, il Dizionario Giapponese, Zanichelli 2006). Ma queste parole non sono adottate in modo crudo, come da noi, sono al contrario adattate al proprio sistema grafico e soprattutto fonetico. Così gli anglicismi vengono maggiormente assimilati e assorbiti.

I Pokemon, per esempio (la cui pronuncia in giapponese è Pokémon e non Pòkemon come si dice in angloamericano e di conseguenza, inutile dirlo, anche in italiano), nascono dalla contrazione di Poket Monsters che diventa Poketto monsutaa, pronunciato alla giapponese più o meno come “pokéto mònstaa”. E così, mouse si esprime con un adattamento che suona come mausu (a usare l’inglese crudo siamo quasi solo noi italiani, visto che negli altri Paesi o si usa “topo” o si adatta), mentre il personal computer diventa paasonaru konpyuutaa poi abbreviato in pasokon (pronunciato più o meno “pasokòn”).

erikottero
Eriko Kawasaki

E come spiega in un video molto istruttivo la frizzante Eriko Kawasaki, la playstation si adatta ai propri suoni e diventa puresute (pron. “plestè”), oppure  lo smartphone si trasforma in sumaho (pron. “ sumàho”).

Anche i giapponesi, come gli italiani, hanno una certa predilezione ad abbreviare le parole inglesi. Ma noi le decurtiamo in modo ridicolo mantenendone la grafia e la pronuncia originale con risultati assurdi: la spending invece della spending review indica la spesa, e non la sua revisione, che è dunque l’opposto di quello che diciamo; il basket vuol dire cesto e non basketball; social non sono i social network, cioè le piattaforme sociali, vuole dire sociale
I nipponici, invece, prediligono le contrazioni e soprattutto non hanno alcun timore di adattare l’inglese ai loro suoni, come tendono a fare del resto anche gli spagnoli o i francesi. È significativo che in Giappone si adattino persino i nomi propri: seguire la propria indole linguistica è istintivo, non è qualcosa di cui vergognarsi perché “imbastardisce” l’inglese. Makudonarudo (che si pronuncia con l’accento sulla “o” finale) è la giapponesizzazione di McDonald’s, e nel naturale processo di adattamento + contrazione a Osaka si dice più spesso Makudo (pronunciato per approssimazione al suono “Makudò”), mentre a Tokyo prevale la decurtazione “Makku”. Insomma, questo processo di adattamento – tipico delle lingue sane – convive con la capacità di generare neologismi, non si riduce all’importare senza adattamenti come nel caso italiano, e tutto sommato preserva l’identità linguistica in modo decisamente maggiore che da noi. Nel non avere tabù nell’assimilare i forestierismi a questo modo, nomi propri compresi, vale la pena di segnalare che Dorugaba (pronunciato pressappoco “Torugabà”) è semplicemente la marca Dolce & Gabbana, dove la nostra “italianità” si esprime invece con una “e commerciale” che ha senso come abbreviazione in inglese al posto del più lungo “and”, ma che nella nostra lingua non ha alcun motivo di esistere.

* * *

Grazie a Lucius Etruscus che mi ha segnalato la questione dei nipponismi in uno scambio che mi ha dato lo spunto per questo articolo.
Grazie a Ginevra Borgnis per la consulenza linguistica e culturale sul Giappone e a Erikottero cui ho rubato molti esempi.