Italiano: ammirato nel mondo e disonorevole in patria

Nell’edizione italiana del film Un pesce di nome Wanda (Charles Crichton, 1988), quando Jamie Lee Curtis sentiva parlare in spagnolo perdeva ogni inibizione sessuale. Ma forse non tutti sanno che nell’edizione in lingua originale era l’italiano a farle girare la testa, la lingua di Casanova e di Rodolfo Valentino, la lingua dell’amore.

Chi ostenta l’inglese perché lo considera un idioma superiore, e chi pratica l’itanglese per sentirsi moderno ed elevarsi socio-linguisticamente dovrebbe rivedersi queste scenette tutte le sere prima di andare a letto, e riflettere maggiormente sui complessi di inferiorità e sul disprezzo della nostra lingua che gli scorre nelle vene.

“Quanno se fa ll’ammore sott’ ‘a luna / Comme te vene ‘ncapa ‘e di’ I love you?”, cantava Renato Carosone in “Tu vuo’ fa’ ll’americano”. Eppure oggi i conquistatori, seduttori, rubacuori, sciupafemmine, dongiovanni e casanova in italiano cedono il posto a playboy, e persino la terminologia del sesso e della pornografia si colora di inglese (cfr. → “Troppo sesso siamo inglesi”). Ma l’italiano è una lingua molto amata in tutto il mondo anche fuori dagli stereotipi dell’amor profano. Anche se non è propriamente vero che sia la quarta lingua più studiata al mondo, è comunque molto studiata e, soprattutto, è apprezzata e invidiata per la sua bellezza. Il suo potere seduttivo è ancora oggi enorme, come lo è stato nel passato, anche sul fronte interno sembra che lo abbiamo dimenticato e che ce ne vergogniamo.


La potenza storica dell’italiano

Elizabeth Italian LettersDurante il Rinascimento l’italiano era la lingua di maggior prestigio in Europa. A quei tempi il nostro Paese spiccava su tutti gli altri nell’arte, e la sua lingua si era guadagnata una fama che aveva imposto ovunque le proprie parole nei settori in cui primeggiava. E così divennero internazionali i nostri termini dell’architettura (architrave, balcone, cupola, campanile, facciata), delle arti figurative (affresco, chiaroscuro, schizzo poi ritornato adattato in inglese con significato teatrale-cinematografico: sketch) e della musica (forte, fuga, sonata). Tra il Cinquecento e il Seicento l’italiano fu la lingua franca della cultura. Elisabetta I d’Inghilterra era innamorata della nostra lingua che parlava e scriveva proprio nei contesti internazionali, invece di usare il latino, come è stato ricostruito in Elizabeth I’s Italian Letters (Carlo M. Bajetta, Palgrave Macmillan, New York, 2016). La nostra lingua godette di un enorme successo ancora nel Settecento. Gli inglesi si appropriarono delle novelle del Boccaccio al punto che oggi novel significa per loro romanzo; Shakespeare attinse abbondantemente dagli Ecatommiti di Giovan Battista Giraldi Cinzio; il Cortegiano di Baldassarre Castiglione diventò il manuale dei gentiluomini di corte; il poeta John Keats considerava la nostra lingua la più bella e musicale, e avrebbe addirittura voluto utilizzarla come lingua dell’insegnamento al posto del francese. Persino Rousseau riteneva la nostra lingua molto più adatta alla musica del francese, Mozart scrisse moltissimo in italiano, la lingua della lirica, e nella Vienna del massimo splendore l’italiano era la lingua della cultura e della classe dirigente. Goethe adorava l’Italia e la sua lingua e Thomas Mann, nelle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull (1954) ha messo in bocca al protagonista queste parole:

“Son veramente innamorato di questa bellissima lingua, la più bella del mondo. (…) Sì caro signore per me non c’è dubbio che gli angeli nel cielo parlano italiano. Impossibile immaginare che queste creature del cielo si servano di una lingua meno musicale.”

La storia blasonata della nostra lingua non ha solo un valore storico, culturale e artistico di altissimo livello, possiede anche un potenziale economico fortissimo in tutto il mondo che potremmo e dovremmo sfruttare, ma purtroppo lo stiamo svilendo, invece di tutelarlo, promuoverlo e metterlo a frutto. Mentre all’estero la soavità dei nostri suoni gode di un enorme prestigio, nel nostro Paese stiamo abbandonando questi suoni per passare all’itanglese, e nel linguaggio politico ed economico capita di sentire parlare del boom o dell’escalation dei prodotti italian sounding o dell’appeal del made in Italy in tanti ambiti, dall’italian design al settore food. Mentre le lingue forti si impongono nei settori delle proprie eccellenze, l’ossimoro che ci contraddistingue è quello di esportarle in inglese, senza renderci conto che l’italiano è sensuale, accattivante, fascinoso, affascinante, attraente, seducente, ammaliante, incantevole, allettante, stuzzicante, di richiamo, irresistibile… persino intrigante, per ricorrere a un’interferenza dell’inglese che non snatura i nostri suoni (dal significato storico di intrigo = macchinazione, a quello sempre più in uso di stuzzicante). Ma davanti alla ricchezza della sinonimia e alle infinite sfaccettature di significati delle nostre parole, tutto ormai si esprime forse meglio con un bel: “L’italiano è sexy”, e questa parola ci sembra più evocativa, incisiva e immediata delle nostre. Preferiamo ridurre tutto alla stereotipia degli anglicismi omnicomprensivi così amati dai giornali, dai politici, dal mondo del lavoro e da sempre più settori che si anglicizzano contribuendo alla regressione della nostra lingua. Questa strategia sempre più dilagante, giorno dopo giorno, sta portando all’ammuffimento delle nostre parole storiche che finiscono per diventare obsolete ed essere relegate alla designazione del vecchiume (autoscatto davanti a selfie, calcolatore davanti a computer…), mentre ci sono linguisti che vedono in questo fenomeno dei “doni” invece di rendersi conto dell’impoverimento e della distruzione che l’inglese sta causando, e interpretano come “ricchezza” il proliferare dei “prestiti sterminatori” a base inglese che rappresentano ormai la metà delle parole nuove del Duemila. Se andiamo avanti a questo modo il futuro della nostra bella lingua sarà l’itanglese e il depauperamento della nostra cultura storica.


L’italiano è un tesoro di cui ci vergogniamo invece di metterlo a frutto

Incapace? Irresponsabile? Idiota?
Come si potrebbe definire chi è seduto su un tesoro che invece di mettere a frutto manda in rovina? Le nostre parole sono pietre preziose che gettiamo via per sfoggiare la bigiotteria che ci arriva da fuori. Perle ai porci, per citare il Vangelo.

Da una ricerca del 2016 condotta in dieci Paesi, realizzata dalla San Pellegrino, risulta che, nel mondo, i consumatori  sono disposti a pagare quasi il 10% in più per un prodotto con la dicitura “Toscana”. Eppure il presidente della Crusca Claudio Marazzini, in una missiva elettronica scritta in puro itanglese, due anni prima veniva invitato solennemente alla seconda edizione del “Tuscany Award” presso l’Hotel Four Season di Firenze (cfr. → “Perché in Italia si è tanto propensi ai forestierismi?” in La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi).

Non è assurdo tutto ciò?

L’italiano “è la seconda lingua più utilizzata nel mondo dopo l’inglese nelle insegne commerciali e nella presentazione dei prodotti. Lo sanno bene le imprese nordamericane, europee e asiatiche che utilizzano nomi italiani, o artifici che rimandano nella mente del consumatore a elementi propri della tradizione italiana, per pubblicizzare i loro prodotti. (…) Solo negli Usa le imitazioni dei nostri formaggi fruttano ben 2 miliardi di dollari. Nel complesso il fatturato dell’italian sounding, nel solo settore agroalimentare, ha superato i 60 miliardi di euro, quasi il doppio del fatturato delle esportazioni nazionali degli stessi prodotti originali” (Sara D’Agati, “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”, La Repubblica, 31 ottobre 2016).

E così, mentre chiamiamo “italian sounding” – solo fino a qualche anno fa suonava come ridicolo e inappropriato, prima di diventare l’unico stereotipo per definire il fenomeno – i prodotti italianeggianti, dal nome (suono, sapore…) italiano, falsi italiani, pseudoitaliani, italofoni, imitazioni italiane, basati sul potere evocativo della nostra bella lingua… e mentre i nuovi dazi statunitensi sul parmigiano favoriscono le vendite del parmesan, le nostre aziende gastronomiche che puntano a essere internazionali usano poco e sempre meno la nostra lingua e puntano sempre più spesso all’inglese, da Slow Food a Eataly. E in questa follia, in questo paradosso, a Milano, capitale dell’itanglese, spuntano ovunque le insegne con scritto Wine Bar, invece delle enoteche, delle vinerie o delle cantine, e, contemporaneamente, nei ristoranti di lusso di New York si sta affermando la parola “vino” perché quello è il suono più seduttivo e di richiamo della nostra eccellenza.

L’esportazione dell’italiano all’estero appartiene alla storia. Oggi è morta e sepolta. Non c’è reciprocità tra quello che esportiamo e che abbiamo esportato nel passato e ciò che stiamo importando oggi dall’angloamericano. Non c’è alcun equilibrio tra quanto abbiamo dato e quanto stiamo accumulando dall’inglese negli ultimi 50 anni. Il bilancio è una colonizzazione dell’inglese su tutti i fronti, e le parole italiane universalmente comprese all’estero, fuor dai luoghi comuni di ciao, pizza e mandolino sono sempre meno. I tanti italianismi dell’inglese sono perlopiù inglesizzati, storpiati, pronunciati nel loro modo, come è normale nelle lingue sane. Solo in questo modo l’inglese si è arricchito di parole di ogni parte del mondo. Attraverso l’adattamento. Noi al contrario adottiamo, non adattiamo, l’angloamericano preoccupati di snaturarne la purezza e di “imbastardirne” la superiorità attraverso i nostri suoni.

Nel Novecento, “con l’eccezione dell’ambito della ristorazione (quella raffinata praticata da cuochi italiani di grande nome tanto quanto quella più rustica, ma altrettanto alla moda, delle specialità regionali), non c’è reale incidenza lessicale dell’italiano nemmeno in quei settori – il design e l’architettura, la moda e il ‘made in Italy’, il cinema d’autore, il turismo culturale – in cui oggigiorno l’Italia primeggia a livello internazionale, di certo perché in tali realtà industriali la lingua d’uso è comunque l’inglese” (Giovanni IamartinoItalianismi in inglese: una storia infinita?”) .

Se l’eccellenza italiana si esprime ormai in inglese, dall’italian design al made in Italy, siamo davvero finiti. Mentre in Francia e in Spagna la lingua è considerata un patrimonio da tutelare e promuovere, da noi no, ce ne vergogniamo. Non abbiamo una politica linguistica, lasciamo andare in malora la nostra lingua, nonostante i sondaggi e nonostante sia così amata. E pensare che nell’artigianato e nell’enogastronomia  “secondo Altagamma [il prodotto italiano] è percepito come sinonimo di qualità per un valore doppio del Made in France. Non è un caso che non esista uno Spanish o un German sounding” (Sara D’Agati, “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”, La Repubblica, 31 ottobre 2016).

Questa rinuncia alla nostra cultura e alla nostra lingua è un cancro. Occorrerebbe un rovesciamento culturale drastico, per fermare il nostro suicidio collettivo. Dovremmo riappropriarci del nostro tesoro linguistico e andarne fieri, sia sul fronte interno, sia su quello internazionale.

Come ha scritto Nicoletta Maraschio, la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente dell’Accademia della Crusca dal 2008 al 2014:

“L’italiano si presenta oggi in Europa in duplice veste: come lingua di un’illustre tradizione letteraria e culturale, molto richiesta nelle scuole, nelle università, negli istituti di cultura di tutto il mondo (anche per la fortuna del «made in Italy», della cucina e del turismo italiano), ma anche come lingua «giovane», nella quale gli stessi italiani non credono a sufficienza. Ecco che allora la questione della lingua, che oggi si ripropone con grande forza, non è più questione solo nazionale, ma questione tipicamente internazionale e in particolare europea. Occorre infatti che la nostra lingua sappia svolgere, in un’Europa istituzionalmente plurilingue, il ruolo che le compete, occorre che sappia intrecciare strettamente la sua storia e il suo futuro a quelli delle altre lingue ufficiali europee che tutte insieme richiedono di essere tutelate e valorizzate.”

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Globalese e itanglese: le relazioni pericolose

Nei due articoli precedenti ho mostrato che “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico” fanno parte di un disegno più ampio del nuovo imperialismo economico e culturale che mira a imporre i modelli e la lingua degli Stati Uniti in tutto il mondo. Ho mostrato anche che all’estero esiste un dibattito molto critico sul progetto di condurre ogni Paese sulla via di un bilinguismo dove l’inglese è la lingua della scienza e dell’università, e dove le lingue locali sono viste come un ostacolo all’internazionalismo a base inglese.
In questa terza puntata voglio spendere qualche riflessione sulle conseguenze che l’inglese globale ha sull’italiano.

L’itanglese è figlio dell’anglospermia

Seguendo la metafora della lingua come qualcosa di vivo, sembra che l’inglese si espanda e ibridi gli altri idiomi attraverso il meccanismo della panspermia: una “fecondazione” planetaria con le proprie parole che poi attecchiscono dove trovano le condizioni culturali favorevoli.
Purtroppo l’Italia è uno degli ambienti più fertili, perché non abbiamo alcuna resistenza, anzi, agevoliamo il fenomeno dall’interno. Fondamentalmente ci vergogniamo di parlare nella nostra lingua, e in molti ambiti preferiamo usare gli anglicismi, che prolificano sempre più fitti senza alternative. Non consideriamo l’italiano una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale, gli intellettuali sono succubi della lingua e della cultura d’oltreoceano, e preferiscono ostentare l’inglese che vivono come superiore e moderno. Non abbiamo alcuna politica linguistica, i nostri politicanti agevolano il suicidio assistito dell’italiano con il loro nuovo linguaggio, non legiferano in proposito, lasciando alla magistratura la difesa della lingua (proprio come nel caso del suicidio assistito) e l’esempio più significativo è quello del Politecnico di Milano che voleva erogare i corsi nella sola lingua inglese e che è stato parzialmente fermato dal Tar, nell’indifferenza della politica. Mentre Emmanuel Macron e Marine Le Pen, per esempio, nell’ultimo duello elettorale si sono affrontati anche sulla questione della protezione del francese che entrambi consideravano un tema centrale su cui fare leva davanti ai loro elettori, il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte sfoggia l’itanglese nelle conferenze stampa (qui un video significativo), incurante della trasparenza che sarebbe dovuta agli italiani e del rispetto per la nostra (bellissima) lingua, così amata all’estero. Ho già scritto il mio “io accuso” rivolto alla politica, e constato con dispiacere l’ultimo arrivato degli anglicismi: il cashback, fino a poco tempo fa un termine settoriale, che oggi entra nel linguaggio comune (rimborso suona forse troppo antico o troppo chiaro) e nel nostro vocabolario  grazie alla nuova manovra finanziaria e ai giornali. Si aggiunge così alle tante inutili parole inglesi, dal question time al jobs act, dalla flat tax al navigator, che sono uno schiaffo alla nostra lingua e alla comprensione da parte di un grande fetta di italiani.

Qualcuno, a proposito, ha notizie dello stato di salute del gruppo Incipit? Saranno ancora tutti vivi? Il loro ultimo comunicato risale al 4 aprile, e il loro silenzio davanti a queste cose è significativo. Questo, infatti, è un altro punto che ci vede assolutamente privi di difese davanti all’anglospermia. L’accademia della Crusca, ahinoi, non è certo come le accademie francesi e spagnole che creano alternative, che hanno un potere se non sempre prescrittivo almeno propositivo. Davanti agli anglicismi la Crusca si limita ad avanzare qualche soluzione basata sull’italiano storico e su ciò che già esiste, a dire la verità in modo timido e numericamente irrilevante. Creare neologismi resta un tabù e questo tabù spalanca un portone per cui tutto ciò che è nuovo entra in inglese. Ma anche su ciò che avrebbe soluzioni possibili, come know how o selfie, le posizioni sono piuttosto anglofile.
Senza citare Paesi come l’Islanda dove si creano ufficialmente neologismi con le radici autoctone ed esiste la figura del “neologista”, nei Paesi civili come la Spagna o la Francia le soluzioni delle accademie alle stesse parole che da noi si spacciano per “intraducibili” o “di necessità” sono ben diverse, e la lingua è ben più sana che da noi. Ma lì la lingua nazionale non è considerata qualcosa di cui vergognarsi, è un valore da tutelare e di cui andare fieri. In un libro di uno dei più importanti intellettuali francesi, il filosofo Michel Serres da poco scomparso, si può leggere, come fosse una cosa normale (ma non lo è solo da noi), una riflessione come questa:

Da che cosa protegge la cultura, dunque?
Una volta, intendo durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.

[Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, 2018].

Queste parole arrivano da un Paese dove esistono delle leggi che obbligano le multinazionali a usare il francese nei contratti di lavoro e nel software, da loro chiamato logiciel, dove nella Costituzione c’è scritto che la lingua è il francese, dove l’Accademia francese si premura di creare e di diffondere neologismi e alternative agli anglicismi attraverso campagne mediatiche, dove i politici varano leggi e non act, e dove l’anglicizzazione non è lontanamente paragonabile a quella che c’è da noi.


Gli anglicismi sono la cartina al tornasole dell’anglospermia economica e culturale

I primi anglicismi, numericamente poco rilevanti, sono arrivati nella seconda metà dell’Ottocento (in tutto il secolo ne abbiamo importanti meno di 200), e con i contatti successivi con inglesi e statunitensi, avvenuti soprattutto con le due guerre mondiali, nella prima metà del Novecento ne abbiamo importati altri 750. Dopo la caduta del fascismo, nell’Italia della ricostruzione degli anni Cinquanta la libertà ha cominciato a coincidere sempre più con l’american dream e l’american style e il nostro adeguarci a questi nuovi modelli si può misurare anche linguisticamente attraverso l’incremento delle parole inglesi: nella seconda metà del Novecento ne abbiamo importati altri 2.000. Questo aumento non è omogeneo, cresce sempre di più. Il salto preoccupante è avvenuto negli anni Ottanta contemporaneamente alla diffusione della televisione commerciale fatta soprattutto di prodotti statunitensi. I telefilm hanno portato nelle nostre case molti modelli da imitare. I fast food che vedevamo in prodotti seriali come Happy Days hanno preparato il terreno per l’esportazione di questi locali che è avvenuta subito dopo, esattamente come la festa di Halloween che fino agli anni Ottanta si vedeva solo nei film è stata negli anni Novanta trapiantata in Europa attraverso precise strategie di mercato, e da noi si è radicata al punto che oggi è un evento ben più sentito del Carnevale, tra le giovani generazioni.

L’anglospermia ha attecchito e attecchisce ogni giorno di più. Dagli anni Novanta i titoli dei film non si traducono più, il che ha le sue ricadute linguistiche, ma il punto è soprattutto che, decennio dopo decennio, attraverso la televisione e il cinema fatti soprattutto di modelli statunitensi (dal consumo del popcorn durante la fruizione alla terminologia tecnica tra remake e black comedy) si sono “allevate” e colonizzate le nuove generazioni, al punto che per alcune fasce della popolazione il cinema coincide con quello di Hollywood, con quel tipo di linguaggio e di stereotipi; ciò che esce da quegli schemi narrativi viene ignorato, esattamente come negli Stati Uniti si comprano i diritti dei film stranieri e si rigirano con i propri attori e con i propri modelli culturali, per cui la trama viene americanizzata, invece di doppiare il film originale con il suo stile, la sua fotografia, i suoi ambienti e la sua visione. Questa colonizzazione continua, amplificata, attraverso i nuovi canali della tv satellitare, le serie di Netflix, le piattaforme della Rete… in modo sempre più totale. In questa americanizzazione basata sulle espressioni inglesi abbiamo così importato il black friday e sono convinto che per il festeggiamento del giorno del Ringraziamento con il tacchino ripieno sia solo questione di tempo (i primi segnali si sono già registrati). Omologazione globale sui modelli statunitensi considerati “valori universali da esportare”, questa è la visione, anzi la vision, sottostante. La pubblicità è passata dall’uso degli anglicismi al travaso dell’inglese puro che si esporta con il proprio motto in lingua originale, il mondo del lavoro si è trasformato nel linguaggio a partire dai nomi delle professioni che si devono esprimere in inglese, per finire con le pratiche e i protocolli o la terminologia dell’omologazione (mission, competitor, business unit…); i giganti della Rete esportano la propria terminologia attraverso le interfacce che vengono tradotte solo se proprio è indispensabile e ci impongono le loro parole (download, snippet, follower…). A dare una mano a questo scenario contribuiamo anche noi che rinneghiamo il nostro idioma e la nostra cultura. I mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano, oggi sbandierano gli anglicismi (fake news, location, gossip, red carpet…) contribuendo così alla loro diffusione e portando tutti a noi a ripeterli perché le alternative non circolano e non sono prodotte.

Senza le barriere di difesa culturali e politiche che si registrano all’estero, il destino della nostra cultura e della nostra lingua è segnato. Se Carosone scherzava con il tu vuo’ fa l’americano, oggi si fa sul serio. Vogliamo fare gli americani per davvero, dalla politica e dalla classe dirigente sino ai modelli più popolari di consumo che non sono altro che “esche” che i mercati ci fanno “bramare” – per usare la parole di Tacito – in modo che confondiamo la “cultura” con ciò che fa parte invece di un disegno di “servaggio”.

Per quantificare la situazione e il suo crescere basta analizzare le entrate degli anglicismi crudi registrate dai dizionari divise per decenni.

Di seguito riporto nuovi dati inediti ricavati dalle marche del Devoto Oli.

anglicismi e francesismi del Novecento divisi per decennio

Per rendere più comprensibile questo sfacelo basta paragonarlo all’entrata dei francesismi. Anche se qualche linguista anglomane continua a ripetere che un tempo il francese – a cui l’italiano è sopravvissuto benissimo – rappresentava lo stesso modello che oggi è incarnato dall’inglese, basta studiare le cose per rendersi conto che si trattava al contrario di qualcosa di ben diversa portata, come ho già mostrato ( → Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese), per modalità (i francesismi sono stati adattati nel 70% dei casi), per profondità (non erano un fenomeno popolare, ma elitario), per rapidità (sono il risultato di substrati secolari) e per numero.

Come si può ben vedere, l’entrata conistente degli anglicismi non adattati comincia nel Dopoguerra, di pari passo con il piano Marshall, quando le parole inglesi che prima erano sulle 50 a decennio, si attestano sopra le 200 (20 all’anno), e raddoppiano negli anni Ottanta (più di 400 a decennio/40 all’anno).
Per dare delle valutazioni sul periodo 2009-2019 è ancora presto, perché una parola può impiegare anche molti anni prima di guadagnare una stabilità che le consenta di entrare in un dizionario. “Blog”, per esempio, è stata registrata solo nel 2005, benché sia datata a fine anni Novanta, quando la contrazione di web-log ha fatto la sua timida comparsa. Dunque le datazioni non si riferiscono a quando le parole sono state registrate nel dizionario, ma a quando sono comparse. Il che significa che solo nel prossimo decennio potremo vedere quali e quante delle parole inglesi che oggi ci bombardano saranno ammesse, e retrodatate ai giorni nostri. Ma i segnali non sono positivi, e tutto lascia presagire che questi numeri siano destinati a crescere, visto che per ora ben la metà dei neologismi del nuovo Millennio sono in inglese crudo (vedi → “Anglicismi e neologismi”).

 

PS
Per i milanesi interessati, parlerò di questi temi mercoledì 9 ottobre 2019 (ore 18,30) alla Libreria Popolare di via Tadino 18, affiancato da Luigi Quartapelle, ex professore del Politecnico di Milano firmatario della petizione contro l’insegnamento nella sola lingua inglese: Italiano e itanglese: dalla Commedia alla comedy.

Globalese e dittatura dell’inglese: il dibattito che manca in Italia

In Italia può sembrare “estremista” constatare che il globalese – cioè l’inglese planetario esportato in tutto il mondo dalla globalizzazione – fa parte di un progetto di colonizzazione culturale, economica e linguistica che segue le stesse logiche di quelle della Roma imperiale (vedi la scorsa puntata → “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico”). Eppure queste posizioni sono date per scontate in molti Paesi, persino all’interno della letteratura inglese. Robert Phillipson, un linguista britannico autore di libri osteggiati e non tradotti (come Linguistic imperialism, Oxford University Press 1992), ha osservato che la politica di George W. Bush ha premuto l’acceleratore sul processo di colonizzazione statunitense, e che la sua consigliera per gli affari esteri Condoleezza Rice lo ha dichiarato esplicitamente: “Il resto del mondo trarrà un vantaggio migliore dagli Stati Uniti che perseguono i propri interessi, poiché i valori americani sono universali.” Esportare la “civiltà” universale ai popoli incivili e inferiori è da sempre la giustificazione del colonialismo per esportare i propri interessi. E l’imposizione della lingua è funzionale e strategica in questo disegno.

Il problema è che da noi manca il dibattito e la nostra posizione appare sempre più quella di coloni collaborazionisti. Non c’è alcuna attenzione per la tutela del nostro patrimonio linguistico sul fronte interno, e su quello esterno pare che nessun politico si ponga la questione di quale dovrebbe essere la lingua d’Europa, o meglio: quali! Diamo per scontato che l’inglese, ormai praticamente extracomunitario, sia l’unico modello possibile per essere internazionali e non promuoviamo l’italiano all’interno dell’Unione Europea, che di fatto lo sta estromettendo da lingua del lavoro, nonostante sulla carta dovrebbe avere gli stessi diritti di inglese o francese (vedi anche → “La petizione per l’italiano come lingua del lavoro”).

Fuori dai nostri confini le cose vanno molto diversamente. Non solo in Francia, dove esiste una forte politica linguistica, in Spagna, dove ci sono una ventina di accademie che governano e promuovono una lingua diffusa negli altrettanti Paesi che conta 400 milioni di madrelingua, o in Svizzera, che ha investito moltissimo nella promozione dell’italiano schiacciato dal tedesco e dal francese in nome del plurilinguismo che contraddistingue questo stato; ma persino in una nazione dall’idioma estremamente anglicizzato come la Germania.

Per essere davvero internazionali dovremmo semplicemente partecipare al dibattito che c’è all’estero.

 

Gli altri Paesi davanti alla dittatura dell’inglese

Il professore tedesco Jürgen Trabant dell’Università libera di Berlino, per esempio, si occupa di pluralismo linguistico, e nelle sue riflessioni su quale debba essere il modello di multilinguismo dell’Europa, ha denunciato che si contrabbanda come “plurilinguismo” la strategia dell’inglese globale (da lui chiamato “globalese”) per cui le lingue locali sono viste come un ostacolo sulla via che dovrebbe portare tutto il pianeta a un bilinguismo dove l’inglese è la lingua internazionale affiancata dalla lingua naturale locale vissuta come un “accidente” da superare. Nelle sue analisi denuncia che l’Europa sta andando incontro a una forma di “diglossia moderna neomedievale”, cioè una situazione dove esistono due lingue gerarchizzate che possiedono due diversi ruoli sociali: l’inglese è quello alto, colto e aristocratico, la lingua locale è quella popolare e della vita di tutti i giorni. Questo intellettuale non è certo un estremista, Tullio De Mauro lo ha definito “uno dei maggiori linguisti europei”, e il suo libro Globalesisch, oder was? (Il global english o cos’altro?) negli scorsi anni ha avuto un notevole successo perché non era una denuncia isolata. Sempre secondo De Mauro, infatti, la politica e la stampa tedesche sono molto più attente di noi a questi temi e

“– dal presidente Joachim Gauck ad Angela Merkel – seguono le questioni del multilinguismo, dagli asili nido all’intera vita sociale. La questione della lingua si pone oggi in Europa come una questione politica, anzitutto di politica democratica, e non solo come questione istituzionale di rapporti ufficiali tra gli stati per la vita formale delle istituzioni dell’Unione. Ma è anche una questione di cultura e di scuola. (…) Se vogliamo che l’Europa a 28 si trasformi in uno stato federale non è più eludibile la questione della lingua come questione politica di democrazia. Trabant critica l’idea che un inglese di servizio, senza radici nella cultura, risolva da solo il problema. Il Globalesisch è accettabile solo se lo faremo convivere con la ricchezza intellettuale della molteplicità di lingue dell’Europa.”

[Tullio De Mauro, “Un’Europa e molte lingue”, Internazionale, 2104]

Mentre da noi è in atto una battaglia sull’insegnamento in inglese nelle Università, come si è tentato di fare nel 2015 al Politecnico di Milano, nella convinzione che questo significhi essere internazionali, spesso si esalta o si porta come esempio quanto accade in vari Paesi del Nord Europa dove questi modelli si sono già affermati. In questo scenario, l’Olanda si può considerare un Paese “modello”, dal punto di vista della globalizzazione: l’inglese è considerato la seconda lingua dal 95% della popolazione, dunque il processo di colonizzazione si è compiuto da tempo, perché si è sempre ritenuto che per competere con l’internalizzazione fosse meglio parlare la lingua globale. Eppure proprio in questo Paese si stanno cominciando a vedere gli effetti nocivi di questa strategia, e Annette de Groot (”L’internalizzazione uccide la lingua locale”), professoressa di linguistica all’Università di Amsterdam, parla apertamente del loro “bilinguismo squilibrato”: l’inglese non si è semplicemente “aggiunto”, ma corrisponde a una perdita dell’olandese e della propria identità. Sono in tanti a lamentare il peggioramento della qualità della comunicazione che è avvenuto, soprattutto nel caso di temi complessi, perché l’inglese non è la lingua madre né dei professori né degli studenti. Un accademico olandese che si occupa di comunicazione come Cees Jan Hamelink parla perciò degli effetti “sottrattivi” dell’apprendimento della lingua globale attraverso concetti come quello della “macdonaldizzazione”. Anche in Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia hanno questi stessi problemi con l’inglese della scienza e dell’università, e il dibattito riguarda come intervenire politicamente proprio per regolamentare un uso dell’inglese equilibrato e rispettoso della lingua nazionale che sia appunto un’aggiunta al repertorio nazionale, e per fare in modo che non sia invece sottrattivo e che a pagare le spese dell’internazionalizzazione colonialistica siano le lingue locali. Se questi problemi se li pongono in questi Paesi, lo dovremmo fare anche noi a maggior ragione, perché la nostra è una lingua romanza, che non deriva dai ceppi germanici come per esempio molte lingue del Nord, e l’impatto è più pesante. È evidente che studiare in inglese per esempio medicina o altre materie scientifiche all’università porterà alla perdita del lessico tecnico-scientifico italiano. Vogliamo davvero sottrarre questi ambiti alla nostra lingua per passare a quella inglese? È questo il prezzo da pagare per essere internazionali? Bene, non tutti sono d’accordo su questo prezzo, c’è anche chi vede il multilinguismo come un valore, e non come un ostacolo.

Ma c’è ancora di più. Se l’affermazione dell’inglese come lingua franca in Europa sta minacciando la ricchezza linguistica del nostro continente, come denuncia per esempio in Romania Ovidiu Pecican, docente dell’università Babeş-Bolyai di Cluj e articolista di România Liberă, in molti altri casi la minaccia non riguarda né la “ricchezza” né l’ibridazione, coinvolge direttamente l’estinzione delle lingue. La finlandese Tove Skutnabb-Kangas, che insegna nell’università danese di Roskilde e nell’accademia universitaria di Vasa in Finlandia, si batte da anni per i “diritti linguistici” delle popolazioni e delle minoranze, linguistiche e culturali, denunciando che ci sono tantissime lingue minori che scompaiono dal nostro pianeta con una velocità maggiore di quella della scomparsa delle specie viventi. La stessa denuncia del tunisino Claude Hagège (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002) che ha calcolato che nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa. “È un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale” e la principale minaccia è proprio l’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”. Un problema che è gridato anche da uno dei più grandi intellettuali africani, Ngugi wa Thiong’o, molte volte candidato al premio Nobel che per ora non gli è mai stato assegnato e autore di Decolonizzare la mente (Jaca Book, 2015), che in una recente intervista su la Repubblica invitava a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese“, 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Questi sono gli effetti collaterali del colonialismo linguistico, della dittatura dell’inglese e del progetto internazionale di renderlo la lingua globale. Questo è il dibattito che si registra all’estero e che coinvolge le istituzioni, la politica, l’università e gli intellettuali.

Nel mondo si stanno scontrando due opposte visioni, quella dominante e imperialista che vorrebbe esportare l’inglese ovunque per i propri vantaggi economici e quella etica che vede nel multilinguismo una ricchezza da salvaguardare che non ha prezzo. In Italia il dibattito non c’è. Le sole reazioni che si possono riscontrare sono fuori dagli ambiti istituzionali. L’atto eroico di Maria Agostina Cabiddu che è riuscita a bloccare la soppressione dei corsi universitari in lingua italiana da parte del Politecnico di Milano con le raccolte di firme e con i ricorsi ai tribunali. Le denunce di una scienziata come Maria Luisa Villa che si batte per l’italiano come lingua della scienza. Le voci fuori dal coro come quella di Giorgio Pagano, o di Diego Fusaro che, con riferimento a 1984 di Orwell, si scaglia contro la “neolingua” dei mercati. Posizioni che appaiono come “eccentriche”, “esagerate” e nel peggiore dei casi “estremiste”, nel vuoto e nell’indifferenza della politica, delle istituzioni e dei mezzi di informazione di un’Italia ormai inglobata nel pensiero unico al punto di non vedere l’alternativa. Quello che rimane è il silenzio e i collaborazionisti che confondono il buon senso con il fanatismo. Ma il fanatismo è nell’anglomania, non nella sua critica.

 

(Continua)

Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico

Sino agli anni Ottanta, la voce “globalizzazione” dei dizionari riportava un significato molto diverso da quello dei giorni nostri. In psicologia indica infatti il processo cognitivo per cui una bambino percepisce le cose innanzitutto nel loro insieme, in modo globale, e solo successivamente riesce a distinguere gli elementi che lo compongono. Questa parola deriva dal francese globalisation, ma a partire dagli anni Novanta i dizionari hanno aggiunto la seconda accezione, quella che oggi tutti conosciamo, che deriva invece dall’inglese globalization, un concetto molto complesso che ha tante definizioni diverse e che è stato preso in considerazione da tanti punti di vista, soprattutto economici e sociali. L’aspetto linguistico del fenomeno è invece meno indagato, soprattutto in Italia. In linea di massima la globalizzazione ci è stata presentata come la tendenza a una dimensione mondiale e sovranazionale dei mercati, delle imprese o delle culture, agevolata dalla velocizzazione tipica dell’epoca contemporanea. Ma passando dalle opportunità teoriche alla pratica, non possiamo fare come i bambini che percepiscono il fenomeno globale senza distinguerne le componenti. Dietro questo fenomeno si cela una globalizzazione a senso unico: la colonizzazione del pianeta mediante un solo modello economico e culturale, quello dominante dei SUA (come dovremmo chiamare gli Stati Uniti d’America se non fossimo dei coloni).

Su larga scala, ciò che avviene oggi non è molto diverso da quello che è avvenuto all’epoca dell’impero romano, e le strategie di espansione e di colonizzazione hanno dei punti in comune molto evidenti. Historia magistra vitae, non dovremmo dimenticarcene.

Il “Tacito” asservimento

Il generale Gneo Giulio Agricola fu uno stratega fondamentale per la conquista e la sottomissione della Britannia all’impero romano. Dopo la campagna militare puntò alla romanizzazione della provincia edificando città con lo stile architettonico di quelle romane e facendo in modo che la cultura romana diventasse anche il modello di educazione delle nuove generazioni a partire dai capi tribù, cioè la classe dirigente, in un consapevole progetto di conquista sia militare sia culturale. Questo disegno è descritto da Tacito in modo esemplare:

“Per assuefar co’ piaceri al riposo ed all’ozio uomini sparsi e rozzi, e perciò pronti alla guerra, [Agricola] consigliò in privato, e coadiuvò pubblicamente le costruzioni di templj, piazze, e case, lodando i solleciti, e riprendendo ì morosi: così orrevol [= onorevole] gara era in vece di forza. Fece ammaestrare i figli de’ Capi nelle arti liberali, dando agl’ingegni Britanni il vanto su’ colti Galli, acciò quei, che testé sdegnavano il linguaggio Romano, ne bramasser poi l’eloquenza. Così anche le foggie nostre vennero in pregio, e la toga, in uso; e a poco a poco si giunse a’ fomiti [= esche, attrattive malefiche] de’vizj, come portici, bagni, squisite mense:  gl’inesperti chiamavan ciò cultura, mentre era parte di servaggio.”

[Agricola di C. Cornelio Tacito, tradotto in Italiano da G. de Cesare, 1805, cap. XXI].

I punti evidenziati mostrano bene come l’imposizione della lingua, che da “disdegnata” doveva divenire “bramata”, facesse parte del progetto di esportare e imporre la propria cultura come quella superiore, in modo che il popolo sottomesso la identificasse come l’unica possibile e auspicabile, invece che percepirla come la schiavitù e lo sradicamento della cultura locale.

Questa era la romanizzazione: l’imperialismo ottenuto con le armi e mantenuto con il colonialismo culturale, un collante senza il quale non sarebbe stata possibile alcuna sottomissione duratura.

Questo modello romano che nel primo secolo dopo Cristo è stato impiegato per asservire i Britanni, oggi è invece utilizzato dai loro discendenti per soggiogare e colonizzare con altre forme il mondo intero. Abbandonata la strada dell’invasione militare (almeno nei Paesi occidentali) la conquista avviene con le armi delle merci. I “fomiti dei vizj” si chiamano oggi Netflix, Facebook o Google; le “squisite mense” sono i cheeseburger dei fast food, i muffin, i marshmallow e altre pietanze che ammiccano attraverso i modelli dei master chef televisivi; e invece delle “toghe” ci sono i jeans, le T-shirt con le scritte in inglese, le sneaker e gli altri indumenti espressi nelle taglie S, M, L e XL.

La nostra nuova aristocrazia cultural-economica, i nuovi capi tribù, paga fior di soldi per far studiare i propri figli nelle scuole inglesi; è il nuovo “status symbol” “radical chic” della nuova classe dirigente che parla in inglese e in itanglese per distinguersi ed elevarsi in “un’onorevole gara” a scapito dell’italiano. Al posto di “porti” e “bagni” l’architettura del nuovo Millennio è quella che l’antropologo francese Marc Augé ha chiamato non luogo (Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, 1992). Un albergo a 5 stelle deve essere ormai stereotipato, in modo che qualunque viaggiatore di ogni parte del mondo si sappia muovere nello stesso schema, da New York a Tokyo, in un ambiente artificiale sradicato dal territorio come un’astronave spaziale, con buona pace della straordinaria bellezza e varietà di altre strutture architettoniche locali, tipiche e caratteristiche. E lo stesso deve valere per gli aeroporti, le stazioni, i centri commerciali, gli impianti sportivi, gli svincoli autostradali…

La storia si ripete con uno schema di duemila anni fa.


Dal piano Marshal alla globalizzazione

Alla fine degli anni Venti del secolo scorso, il britannico Charles Kay Ogden elaborò il “basic english”,  una riduzione dell’inglese concepita come una sorta di lingua artificiale basata su un numero abbastanza limitato di vocaboli (850) e su una semplificazione della grammatica. “Basic” stava per “British American Scientific International Commercial”, e il suo scopo dichiarato era quello di diventare la lingua internazionale di scambio da impiegare appunto in contesti scientifici o commerciali. A differenza dell’esperanto, inventato e sperimentato come perfettamente funzionante ben prima, ma osteggiato proprio perché concepito come una lingua neutrale ed etica (vedi → “Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese”), il basic era una semplificazione basata sull’inglese con intenti colonialistici e per perseguire i propri interessi economici: poteva essere insegnato con meno difficoltà dell’inglese naturale alle popolazioni delle colonie e serviva allo stesso tempo per gettare le basi dell’apprendimento dell’inglese vero. Al contrario dell’esperanto, però, questo inglese di base non funzionava molto bene dal punto di vista pratico. In ogni caso i diritti dell’invenzione furono acquistati dal governo britannico e Winston Churchill in un primo tempo fu molto favorevole al progetto e alla sua diffusione. Durante la Seconda guerra mondiale, il 6 settembre 1943,  in un discorso agli studenti di Harvard il politico inglese esplicitò molto lucidamente il suo intento di esportare l’inglese come la lingua del mondo dicendo:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

[“The power to control language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind”. Fonte: Winston Churchill – in dialogo con Roosevet – Università di Harvard, 6 settembre 1943].

Ma il progetto inglese del basic era roba da dilettanti, rispetto a quello che stava per accadere.

Sempre all’Università di Harvard, quattro anni dopo, il segretario di Stato statunitense George Marshall annunciò il piano politico-economico per la ricostruzione dell’Europa che usciva dalla Seconda guerra mondiale e che avrebbe preso il suo nome: uno stanziamento di 17 miliardi di dollari che si concluse nel 1951 e che comprava in questo modo l’americanizzazione del nostro continente da un punto di vista economico (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) e politico (Onu e Nato). L’investimento per l’epoca spropositato, su tempi lunghi, si è rivelato molto proficuo per gli Stati Uniti, non solo economicamente, ma anche dal punto di vista culturale, nel pieno spirito della logica di Agricola.

Se il progetto di Churchill vedeva nell’esportazione della lingua il cavallo di Troia e il grimaldello per esportare l’impero culturale ed economico, il piano Marshall ha dato il via a un percorso molto più ampio e totalitario. Economia, politica, cultura e lingua fanno parte di un unico pacchetto in cui ogni elemento si intreccia con gli altri in un tutt’uno inscindibile. Questo progetto inizialmente rivolto all’Europa è stato il primo passo di una serie di altre tappe che hanno portato oggi alla globalizzazione a senso unico.


Dal basic english al globalese

Dal punto di vista linguistico, dal progetto del basic english siamo passati al global engish, contratto in globish e tradotto con globalese. Tecnicamente, anche questa invenzione si basa su una semplificazione delle regole e su una riduzione a circa 1.500 vocaboli ideata nel 1998 da un ex dipendente di Ibm (il francese Jean-Paul Nerrière che ne detiene i diritti), ma per estensione il globalese non segue affatto queste regole e coincide con la lingua naturale angloamericana, visto che un madrelingua anglofono non si sogna minimamente di rinunciare al proprio idioma per ricordarsi quale delle sue parole siano contemplate da una simile riduzione e quali no. La globalizzazione parla perciò una sola lingua, e ha rafforzato la dittatura dell’inglese su ogni altro idioma, e per i coloni è ormai l’unica possibilità di essere internazionali.

L’inglese globale, tuttavia, non esiste affatto, perché è attualmente parlato solo da un terzo della popolazione mondiale, e anche se è spacciato per una realtà è invece un progetto di colonizzazione planetaria che è tutt’ora in fase di attuazione. L’obiettivo è quello di condurre tutti i Paesi sulla via di un modello basato sul bilinguismo, in modo che ogni cittadino del mondo usi l’inglese come seconda lingua internazionale, mentre le lingue locali si dovrebbero utilizzare solo a uso interno, perché sono viste come un ostacolo all’internalizzazione nel progetto di ricostruzione della torre di Babele basata sull’inglese.
Questo disegno, oltre a essere aberrante e imperialistico, ha dei costi spropositati per chi non è anglofono di nascita, ma tanto sono i coloni a pagarli. L’economista Áron Lukács, per esempio, ha quantificato che il costo diretto e indiretto di questa “tassa” per chi non è di madrelingua inglese, nel caso di un italiano si aggirerebbe sui 900 euro all’anno a testa, che fatti i conti si traduce complessivamente nell’equivalente di quasi tre finanziarie, riporta Giorgio Pagano. Ma il prezzo da pagare non è quantificabile solo nel denaro o nel tempo necessario per apprendere la lingua dominante e nel fatto che i madrelingua, senza alcun esborso, si trovano avvantaggiati nella padronanza comunicativa rispetto a chi è costretto a usare la loro lingua. L’uso dell’inglese globale si sta rivelando non come qualcosa di additivo, che si aggiunge come una ricchezza all’identità linguistica locale, ma è al contrario un fenomeno sottrattivo. Introdurre l’inglese come lingua dell’università, come si è tentato di fare al Politecnico di Milano, come si fa in certe università private e come si vorrebbe fare in molti altri casi, porta a una regressione dell’italiano, a una sottrazione della nostra lingua negli ambiti specialistici in una confusione, voluta, tra l’apprendimento dell’inglese e la lingua dell’insegnamento.
Inoltre, il fatto che la lingua dell’Europa sia di fatto l’inglese, lingua praticamente ormai extracomunitaria che rappresenta una piccolissima minoranza dal punto di vista dei madrelingua, discrimina chi non la padroneggia. Questi fenomeni sottrattivi stanno perciò portando nel nostro continente il fenomeno della diglossia, cioè di bilinguismo gerarchizzato, che divide la popolazione locale. L’inglese è la lingua alta, della classe dirigente, del lavoro, della scienza, ed estromette dal mondo che conta chi non lo padroneggia. Ma se la lingua nazionale diventa patrimonio solo delle fasce sociali “basse”, se viene estromessa dagli ambiti fondamentali della modernità, come l’università, la scienza, la tecnica, l’innovazione, la lingua del lavoro e della cultura alta, si svuota, si riduce a un dialetto della quotidianità; diventa incapace di esprimere ciò che è moderno e strategico che si esprime in inglese. In altre parole la si mutila e la si fa regredire. Usare l’inglese per esprimere la scienza porta inevitabilmente a rendere l’italiano un dialetto, e alla perdita del lessico tecnico-scientifico italiano. Per avere un’idea concreta di cosa ciò significa, basta pensare a quello che è accaduto in ambito informatico, dove la terminologia si esprime in inglese, e l’italiano diventa itanglese, a partire dal mouse per proseguire con tutti i neologismi più recenti che si importano solo in inglese, per finire con la regressione delle nostre parole già affermate che diventano inutilizzabili, come è accaduto a calcolatore davanti a computer.

L’itanglese, e l’ibridazione delle lingue locali che i riscontra anche negli altri Paesi con diversi gradi di contaminazione, è perciò la conseguenza del globalese. Chiamare gli anglicismi “prestiti” – come forse aveva senso più di cento anni fa quando questa categoria ingenua è stata formulata con la distinzione tra “lusso” e “necessità” – significa non comprendere il fenomeno e la sua portata. Chiamarli addirittura “doni” e considerarli una “ricchezza” non è solo miope, è il punto di vista di chi è ormai irrimediabilmente colonizzato e gioca la sua partita da collaborazionista che “brama” il globalese. Nel caso dell’inglese i “prestiti” costituiscono l’impoverimento e la desertificazione dell’italiano, ed è ora di chiamarli con il loro nome: non sono né prestiti che non si possono purtroppo restituire, né doni, sono trapianti linguistici. L’arrivo di Twitter ha trapiantato la sua terminologia, insieme con la sua piattaforma, introducendo parole come followers e following. Airbnb chiama i locatori host (diventa un host!), Youtube chiama i creatori di video creators, Gmail introduce gli snippet come fosse la cosa più naturale e trasparente, e gli esempi di questi trapianti che noi “bramiamo” ed emuliamo sono migliaia.

 

(Continua)

La perdita delle radici: dal latino (e greco) alle invasioni anglo-barbariche

Difendere lo studio del latino non ha nulla a che fare con le apologie pompose e moralistiche di una classicità obsoleta dal sapore teologico e filologico. Il latino, più che una lingua “morta” è soprattutto la base della lingua viva che parliamo tutti i giorni. Naturalmente l’italiano non deriva dal latino in modo diretto, come è risaputo, ma si è sviluppato principalmente dalle parlate locali di un latino volgare e medievale tardo sempre più distante da quello classico. Cavallo deriva da caballus e non certo dal classico equus che si ritrova in equino o equestre, e casa nel De bello gallico indicava una capanna di campagna o una baracca militare, ma con il tempo, nell’uso, questa accezione “rustica” si è persa e casa ha preso il sopravvento su domus in ogni contesto. Però, una parola come domotica (l’applicazione dell’informatica alle abitazioni) è stata coniata negli anni Ottanta del Novecento proprio ripescando la radice classica che circola in domicilio o domestico. Ecco, il nostro legame con il latino è soprattutto questo: più che nella derivazione diretta va rintracciato nelle ricostruzioni colte successive. È lo stesso legame che abbiamo con il greco antico, che ci arriva molto spesso dalle neoconiazioni moderne e dotte, oltre dal fatto che il latino conteneva a sua volta moltissime radici greche, per cui “filosofia” (dall’unione di phìlos e sophìa, cioè “amore per la sapienza”) ci è arrivata attraverso il latino philosophia.

Non è però dello stesso parere Google traduttore visto che la traduzione di filosofia in latino sarebbe philosophy, di cui possiamo persino ascoltare la pronuncia anglosassone, in una confusione tra inglese e latino, o forse inglesorum e latinorum, che è l’emblema della barbarie culturale e linguistica in cui stiamo sprofondando.

Dal latino all’inglese

Il nostro rapporto con il latino e con il greco come modelli formativi dei neologismi attraverso il recupero delle nostre radici adattate ai nostri suoni, nel nuovo Millennio, si è definitivamente spezzato. È ormai sostituito dall’importazione dei termini inglesi immessi così come sono nel nostro sistema con il risultato di frantumare la nostra identità linguistica – cioè i cardini della nostra grammatica e della nostra pronuncia – e di trasformare una lingua neolatina come l’italiano in un ibrido che è ora di chiamare più propriamente con il suo nome: itanglese.

La seconda rivoluzione industriale, tra il XIX e il XX secolo, ci ha portati a una radicale trasformazione del mondo e alla creazione di una nuova tecnologia che dal punto di vista terminologico era ancora governata dalle nostre norme storiche basate sull’adattamento e sulle nostre radici, per esempio “termosifone” (dal greco thermós = caldo) o “calorifero” (dal latino fero = portare il calore[m]). Poco importa se queste parole a loro volta sono calchi sul modello del francese calorifère e thermosiphon, il francese è una lingua che ci è affine e attinge alle stesse radici, e anche il cinematografo dei Lumière è un adattamento del francese cinématographe che si fonda contemporaneamente sul greco (kínema = movimento e grápho = scrivo). Oggi, però, abbiamo dimenticato il ruolo unificante del latino come radice internazionale delle lingue romanze che per secoli ha rappresentato il collante non solo delle parole comuni, ma anche di quelle scientifiche e tecnologiche di tutta l’Europa. In un primo tempo la tecnologia proveniente d’oltreoceano è stata adattata e reinterpretata attraverso le nostre parole e le nostre categorie, e infatti oggi abbiamo la lampadina e la televisione e non la lamp e la television. L’attuale terza rivoluzione industriale o post-industriale, al contrario, ci sta portando se va bene la stampante 3D, e non “tridimensionale”, o l’industria 4.0, dove quel punto si impone sulle nostre norme che prevedono la virgola. Ma fuori da queste minuzie ci sta saturando di parole inglesi crude che hanno colonizzato la maggior parte dei linguaggi di settore a cominciare dalla terminologia informatica dove l’italiano ha cessato di poter esprimere le cose con parole proprie, non è stato capace di creare i propri neologismi, ed è dunque morto.

 

La scomparsa delle parole latine e greche: i dati inediti dall’analisi dei dizionari

Per quantificare il disastro e renderci conto di come la nuova globalizzazione abbia definitivamente spezzato le nostre radici per proiettarci verso un futuro di sudditanza culturale e linguistica, basta analizzare i moderni dizionari digitali. Ma non si può operare come fanno certi linguisti che per negare l’anglicizzazione dell’italiano e abbassare le percentuali distribuiscono le parole inglesi su tutto il nostro lemmario storico. Bisogna invece ragionare sul numero di parole coniate nell’Ottocento e nel Novecento. Quante, tra queste, sono riconducibili al latino, al greco e all’inglese? Sono questi rapporti a indicarci lo stato di salute della nostra lingua.

NOTA: I numeri di seguito riportati emergono dallo spoglio di Devoto Oli (DV) e Zingarelli (Z) nelle edizioni del 2016, attraverso la ricerca di lat., gr. e ingl. in tutto il testo (che con un certo rumore di fondo corrispondono alle parole che hanno questa origine o questo legame) e l’incrocio con le datazioni per secolo.

Nell’Ottocento sono state coniate circa 16.000 parole (DV e Z), e di queste 2.000 (DV) o 1.600 (Z) hanno un etimo riconducibile al latino: una percentuale di oltre il 10% dei neologismi (dunque, mediamente, nel XIX secolo si coniavano 16/20 parole a base latina all’anno).
Le parole del Novecento sono invece tra le 32.000 (DV) e le 27.000 (Z), e l’etimo latino si rintraccia soltanto in circa 1.000 (DV) o 1.300 (Z) casi (10/13 parole l’anno), una percentuale più bassa di quella ottocentesca (3,1% DV e 4,8% Z) ma ancora significativa.

I grecismi della nostra lingua sono invece in totale circa 7.000 (8.000 secondo il Gradit in 6 volumi di Tullio De Mauro che ha delle marche più raffinate). Di questi, circa 1.800/1.900 sono stati coniati nell’Ottocento (l’11% delle parole del XIX secolo), mentre nel Novecento sono tra i 2.000 (DV: 6,5% del totale) e 1.500 (Z: 5,5%).

E nel nuovo Millennio cosa sta accadendo?

Le nuove parole a base latina, sommate a quelle a base greca, si possono contare con le dita delle mani!
Il Devoto Oli registra un migliaio di neologismi degli anni Duemila, e di questi solo 9 sono indicati come di provenienza latina, tra cui alterconsumista (2006) e altermondialismo (2003 che tuttavia ci arriva dal francese altermondialsime), egoriferito (2000) e ludopatia (2004). Tra questi “latinismi” ci sono anche: egosurfing (2000) un anglicismo che indica il rintracciare il proprio nome nei motori di ricerca, e due noti pseudolatinismi coniati dal politologo Giovanni Sartori: mattarellum (2004) e porcellum, riferiti alle leggi elettorali, che stanno al latino come il linguaggio delle Sturmtruppen sta al tedesco. Mi pare che questo uso del latino maccheronico sia il simbolo di che fine ha fatto e di come si è ridotta la nostra secolare cultura classica.

Sul fronte del greco le cose non vanno meglio, si trova acquaponica (un sistema usato nell’agricoltura e nell’allevamento), kouriatria (studio dei disturbi dell’adolescenza), mnemoteca (archivio delle memorie), ortoressia (l’ossessione dell’alimentazione sana, dal greco óreksis = appetito, sul modello di a-noressia), scheumorfismo (imitazione di bassa qualità), tomoterapia (di uso medico). Non c’è molto altro nel XXI secolo.

Quello che emerge è invece un altro dato macroscopico e fin troppo evidente: l’esplosione incontrollata degli anglicismi. Se passiamo alla loro disamina, come ho già ricostruito (vedi → Anglicismi e neologismi) rappresentano quasi il 50% dei neologismi del Duemila. La metà delle nuove parole nuove è ormai in inglese crudo, cioè non adattato, e la percentuale sale se si aggiungono le voci ibride, cioè formate da radici inglesi flesse all’italiana, come whatsappare (ho quantificato questo secondo caso in un articolo sul portale Treccani →  “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione”).

Più nei dettagli, stando ai dati grezzi del Devoto Oli, nel XX secolo le parole di origine inglese erano intorno al 10% di quelle coniate a quell’epoca. Tra le 16.000 parole dell’Ottocento, invece, solo 398 derivavano dall’inglese (circa il 2%). Provo a sintetizzare questi dati grezzi ricavabili dal Devoto Oli in un grafico con le torte etimologiche delle varie lingue.

percentuali neologsmi inglese latino greco francese

La progressiva scomparsa del latino e del greco, così come l’aumento esponenziale dell’inglese, sono innegabili e rappresentano lo specchio del nostro nuovo assetto sociale e culturale.

Per interpretare nel modo corretto questi dati bisogna però precisare che testimoniano l’influsso delle rispettive lingue includendo sia le parole adattate (dunque diventate italiane a tutti gli effetti come cinematografo) sia quelle crude che stridono con le nostre regole (come meeting). Nel caso del greco e del latino l’italianizzazione riguarda quasi la totalità dei casi. Per l’inglese, nell’Ottocento solo la metà degli anglicismi (187, circa l’1% di tutti i neologismi del secolo) erano crudi. Nella prima metà del Novecento se ne contano 750 su 15.000 neologismi (il 5%), ma nella seconda metà questi anglicismi non adattati salgono al 10% dei neologismi. Passando dal rapporto anglicismi/neologismi all’analisi delle sole parole inglesi, nell’Ottocento gli anglicismi sono stati adattati nel 50% dei casi, nel Novecento nel 26%, e nel Duemila solo nel 12%. Questi numeri sono in linea anche con le percentuali dello Zingarelli, e soprattutto con quelle che emergono dall’analisi del Gradit in 6 volumi di Tullio De Mauro che vedeva complessivamente l’adattamento dell’inglese nel 31,6% dei casi nell’edizione del 1999, e nel 28,5% in quella del 2007 (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani → “La sostituibilità degli anglicismi con corrispettivi italiani”). Conteggiando l’interferenza del francese (italianizzato nel 70% dei casi secondo il Gradit), nell’Ottocento sono comparsi circa 1.000 francesismi di cui 244 erano crudi, nel Novecento 1.300 (di cui 566 crudi) e nel Duemila 26 (di cui 12 crudi). Tra le neologie della voce “altro” c’è tutto il resto, le parole provenienti da altre lingue, un apporto numericamente poco significativo, e tutti gli altri neologismi a base italiana.

Concludendo, nel Duemila l’inglese si sta rivelando dominante sulla nostra lingua con una sproporzione schiacciante e preoccupante. La strada che abbiamo intrapreso, basata sul taglio delle nostre radici, nei prossimi anni non può che essere destinata a crescere, perché si inserisce in un progetto di anglicizzazione globale che in tutti i Paesi del mondo non aglofono registra proteste e resistenze, mentre in Italia viene agevolato da una classe dirigente accecata dall’anglomania, che davanti alla dittatura dell’inglese ha assunto una posizione collaborazionista.

La mcdonaldizzazione della scuola e la googlizzazione della cultura

A proposito della scuola, gli anni Duemila si sono aperti con il motto berlusconiano delle “tre i” (internet, inglese, impresa) che avrebbero dovuto guidare la riforma Moratti. Nel 2010, la riforma Gelmini, definita “epocale” (ma anche lo sterminio degli Inca da parte di Pizarro fu “epocale”), ha ristrutturato i licei puntando al ridimensionamento dello studio del latino (e greco) e alla sua sostituzione con una lingua straniera (di fatto l’inglese) con il risultato che gli iscritti al classico, sino al 2009 in costante aumento, si sono improvvisamente dimezzati (nei primi 5 anni 180.000 studenti in meno, secondo i dati del ministero dell’Istruzione). Anche la riforma della “buona scuola”, cioè la legge 107 Renzi-Giannini, si inquadrava nel progetto di tagliare la cultura per favorire invece una scuola orientata alla formazione professionale, e l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro ha prodotto curiosi fenomeni come “fare formazione” da McDonald’s.
Questa idea di modernità della scuola ben si inserisce nel contesto politico (dal jobs act al navigator) e culturale che si basa sul rinnegare le nostre radici nella convinzione che essere moderni significhi parlare inglese, come se l’unica possibilità di essere internazionali coincidesse con la sottomissione al pensiero unico dei modelli linguistici e culturali statunitensi della globalizzazione.

Un tempo gli intellettuali e i dotti avevano un forte legame con il latino e con il greco: la nostra cultura, le nostre radici. Nel giro di un paio di generazioni tutto questo si è incrinato, per poi tramontare irrimediabilmente davanti all’invasione barbarica 2.0, culturale prima che linguistica. L’attuale classe dirigente, dai politici ai giornalisti, ignora il latino. Sembra ormai che gli intellettuali abbiano la testa solo negli Stati Uniti che si premurano di indicare con la pronuncia “iuesèi” per ostentare il nuovo blasone sociolinguistico che caratterizza l’aristocrazia culturale odierna. In questo uso della lingua appiattito alla pura funzione comunicativa, si disconosce completamente la sua funzione costruttiva e formativa che regola le nostre categorie del pensiero. Ragionare, ai tempi di Dante, era sinonimo di parlare = pensare = argomentare. Come aveva capito già Wilhelm von Humboldt, è proprio attraverso il linguaggio che impariamo a ragionare: la lingua è l’organo formativo del pensiero, è ciò che ci costruisce e che ci identifica. La diversità delle lingue corrisponde a una diversità di visioni del mondo che sono una ricchezza, come lo è la biodiversità. Aderire al mono-linguaggio e al mono-pensiero basato sull’inglese internazionale della globalizzazione significa favorire la strategia di distruzione delle culture locali, compresa la nostra, che sono un ostacolo per gli interessi del nuovo imperialismo culturale e linguistico funzionale agli interessi dei mercati che ci impongono la loro lingua attraverso i prodotti, le pubblicità e il linguaggio delle piattaforme digitali. Il multiculturalismo e il plurilinguismo sono accidenti da spazzar via nel processo della mcdonaldizzazione merceologica e della googlizzazione culturale da esportare e imporre in tutto il pianeta. In Italia diamo ormai per scontato che l’inglese sia la sola cultura possibile. Iscrivere i propri figli a una scuola inglese è diventato il tratto distintivo del nuovo fighettismo culturale che considera questo modello il solo auspicabile e possibile. Questa nuova aristocrazia intellettuale, che disprezza l’italiano e il latino alla base dell’Europa, confonde la cultura con la schiavitù nei confronti della visione del mondo dominante verso cui ha un enorme complesso di inferiorità. L’anglomania sta creando una frattura sempre più ampia nel nostro Paese, e nel mondo, e tende a estromettere chi non parla e ragiona secondo le categorie della lingua colonizzatrice vista come l’unica. Spazza via la nostra storia, la nostra identità e i nostri valori a partire dalla lingua. Ci stiamo snaturando e sottomettendo con gioia e fierezza al pensiero unico e al monolinguismo geneticamente modificato della globalizzazione in un suicidio culturale collettivo.
Ubi maior minor cessat. E rinnegare le nostre radici per farci soggiogare dalla lingua dei mercati è da minorati.

Bastardi con o senza gloria? Riflessioni sulla pronuncia degli anglicismi

Nei commenti dello scorso articolo Grammatica, dubbi ortografici e “lo weekend”, si è sviluppato uno scambio di opinioni e di esempi sulla pronuncia in italiano di anglicismi e forestierismi che voglio portare alla luce e sviluppare.

Quali sono le regole che governano la pronuncia in italiano delle parole straniere?

La risposta ingenua, spesso data per scontata come fosse la cosa più naturale, è che andrebbero pronunciate come nella lingua di origine. Non è però né necessariamente vero, né sempre possibile e, andando più a fondo, c’è da dire molto di più.

 

L’interferenza linguistica non è la colonizzazione linguistica

Negli anni Settanta, in uno dei primi importanti studi sull’influsso dell’inglese nell’italiano, Ivan Klajn osservava che per lo più non siamo in grado di distinguere bit da beat e thrill da trill, visto che nella nostra lingua materna non ci sono la i breve e il th anglosassoni (Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, 1972, p. 45). Sul sacro rispetto che sarebbe dovuto alla pronuncia dell’inglese esistono molti siparietti che scherniscono l’incapacità dell’italiano medio di distinguere bitch e beach, con il risultato di dir puttana invece di spiaggia. Eppure è perfettamente naturale e comprensibile articolare i fonemi stranieri per approssimazione ai suoni propri di ogni lingua. Fuori dalla satira, sarebbe idiota schernire un giornalista statunitense come Alan Friedman perché parla come Ollio, così come è idiota e anche razzista prendere in giro un cinese che ha problemi a pronunciare la nostra “r” o un arabo ha difficoltà a distinguere “b” e “p”.

Dunque in italiano, come in ogni altra lingua del mondo, bisogna fare i conti con un parziale e naturale processo di adattamento alle consuetudini fonologiche esistenti. Oltre alla pronuncia, questo fenomeno coinvolge anche la scrittura, nel caso delle parole traslitterate da altri alfabeti (sudoku, perestrojka e perestroika, kebab che circola anche come kebap) secondo regole spesso complicate (Čajkovskij, Tchaikovsky, Ciaikovski…).

Per questi motivi i dizionari digitali che permettono di ascoltare la pronuncia delle parole, come il Devoto Oli, nel caso dei forestierismi riportano una doppia dizione, all’italiana e nella lingua originale (più o meno). Per esempio, anche se l’inglese si mangia la “g” finale delle parole in –ing, nel loro riversarsi nella nostra lingua è perfettamente lecito farla sentire (per la cronaca: dalla A di advertising alla Z di zapping, le parole in -ing nel Devoto Oli sono circa 400, giusto per ricordare l’entità degli anglicismi).

Non tutti i forestierismi, però, presentano questi problemi che li rendono “corpi estranei” rispetto alle regole grafo-fonologiche, e quando sono compatibili con il sistema linguistico che li riceve non c’è da stupirsi che passino a volte inosservati e vengano pronunciati come fossero parole autoctone. Per esempio la voce finnica “sauna” in italiano o in spagnolo non “buca” l’identità linguistica, e infatti è stata assimilata senza problemi (al plurale da noi fa saune ed è a tutti gli effetti italianizzata) e si pronuncia casualmente quasi identica alla lingua di origine, mentre un francese dice “sonà”, secondo le proprie regole. Lo stesso è avvenuto per l’inglese “drone”, che diciamo con la “e”, decliniamo nel numero (i droni) e che i francesi pronunciano “dron” non per emulazione dell’inglese, ma secondo le loro usanze.

Ci sono poi forestierismi di lunga data che ci sono pervenuti per via scritta, e che abbiamo sempre detto, e diciamo anche oggi, all’italiana, per esempio tunnel e recital, in inglese più o meno “tànel” e “risàitl”. Credo che questi adattamenti siano “sani” e non li posso affatto considerare un “imbastardimento” che snatura i tratti identitari della lingua di origine. In passato si pronunciavano all’italiana anche altre parole che eravamo soliti leggere, invece che ascoltare, per esempio club, cult, puzzle, chewingum o jumbo. Gian Luigi Beccaria ha notato a questo proposito che quando era solo il nome di un grande elefante ottocentesco del circo Barnum, Jumbo si pronunciava con la “u” (come Dumbo, a proposito di elefanti), ma quando è arrivato l’aereo in epoca televisiva si è cominciato a pronunciare “giambo” (Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, 1988, p. 243). Se, nel 1933, Paolo Monelli etichettava puzzle un termine “di brutto suono così come è pronunciato generalmente da noi” (Barbaro dominio, Hoepli, 1933, p. 354), e se negli anni Settanta i bambini cantavano che il buco della gomma della macchina del capo si riparava con il “ceving gum”, oggi scandire queste parole all’italiana genera ilarità e scandalo, e si rischia di essere additati come ignoranti o bestemmiatori del dio linguistico oggetto del nostro culto. Avevo già parlato di questo fenomeno in un articolo dal tono molto ironico a proposito di un libro di Elio (delle Storie tese) e Franco Losi in cui molti anglicismi sono scritti così come si pronunciano (Uaired, La nave di Teseo, 2018), concludendo provocatoriamente che forse pronunciarli o scriverli secondo le nostre regole sarebbe una buona strategia di adattamento e di reazione alla colonizzazione lessicale che sta cambiando il volto dell’italiano. Naturalmente il tono era scherzoso, e mi ha colpito che questa mia trovata sia stata ripresa da Francesca Rosati in un articolo sulla Treccani intitolato: “Vogliamo davvero impoverire l’italiano (e imbastardire l’inglese)?”:

“Non sono d’accordo con chi, forse in maniera solo provocatoria, propone sia di scrivere gli anglicismi così come si leggono sia di pronunciarli all’italiana (Zoppetti, 2019), perché i tratti identitari di ognuna delle due lingue vanno salvaguardati così come va salvaguardato e distinto il loro ruolo all’interno della comunità.”

Nel tornare sull’argomento sarò più serio e più chiaro, questa volta: davanti allo “tsunami anglicus” che ci sta travolgendo (per dirla con Tullio De Mauro), non mi pare che il problema sia quello di preoccuparsi della “purezza” dell’inglese, sono molto più preoccupato dell’imbastardimento dell’italiano, e considero l’adattamento, insieme alla traduzione e alle neologie, l’unica via di sopravvivenza sana della nostra lingua. L’interferenza linguistica nasce dall’incontro tra due lingue e culture, e non è un processo unidirezionale: è evidente che la pressione esterna sia bilanciata da quella interna che produce equilibri e adattamenti che coinvolgono anche la pronuncia, oltre al significato, dei forestierismi. Se invece una lingua dominante si impone e schiaccia fino a soffocare la lingua più debole, più che di interferenza bisognerebbe parlare di colonialismo linguistico e di creolizzazione lessicale, un processo che va in un senso solo. Per questo trovo assurdo preoccuparsi di imbastardire la lingua che la globalizzazione e le multinazionali ci stanno imponendo e che noi adottiamo supinamente con orgoglio pensando di essere moderni e internazionali, invece che schiavi. Questa attenzione a non snaturare l’identità della lingua dominante che ci opprime, oltretutto, è un’anomalia tutta italiana, non si registra negli altri Paesi, né si può riscontrare in quelli anglofoni nel caso sempre più sporadico degli italianismi.

 

Siamo solo noi!

I nostri vicini, meno malati dell’albertosordità di un Americano a Roma che oggi affligge la nostra classe dirigente (dai giornalisti agli intellettuali), sono più attenti e consapevoli del rispetto del proprio patrimonio linguistico, e l’imbastardimento dell’inglese globale non rientra certo tra le loro preoccupazioni. I francesi non si vergognano di pronunciare secondo la propria indole linguistica “futbòl”, “campìng” e “uifì” al posto del wi-fi che diciamo noi. Come mi ha fatto notare il musicologo Claudio Capriolo, chiamano il Faust “il Foss”, che non interpreto come un imbastardimento della lingua tedesca, e ricordo che un tempo circolavano italianizzazioni come Fausto, e che tra le variazioni sul tema si può citare l’opera di Marlowe The Tragical History of Doctor Faustus. Ma tornando alle pronunce autoctone degli anglicismi, gli spagnoli non sono da meno, e anche loro dicono “futbòl” e “uìfì”, con la differenza che questi termini sono usati molto raramente perché, come in Francia, si usa la propria lingua per la maggior parte delle parole che da noi sono spacciate come “prestiti di necessità”, termini “insostituibili” o “internazionali” (vedi anche → Italiano, francese e spagnolo di fronte agli anglicismi).

Vale la pena di rimarcare, inoltre, che mentre da noi sempre più spesso si sente dire con ostentazione “USA” all’americana, chi parla in inglese se ne fotte di imbastardire l’italiano e lo pronuncia a modo suo. Recentemente è emerso in modo chiaro, dopo un cinguettio di Trump, che il nome del nostro presidente del Consiglio Conte è pronunciato normalmente “Giuseppi”. E non c’è da stupirsi. Lo scrittore Stefano Jossa, che insegna a Londra, mi ha spiegato che viene chiamato in modo naturale “Giossa” dai suoi studenti, che non si preoccupano certo di usare la “i lunga”. E forse, chissà, così lo ricorderanno anche i nostri posteri, perché pare che ormai nelle scuole elementari italiane la “J” sia chiamata “jay”, come se la pronuncia inglese fosse la sola possibile, con un calcio a secoli della nostra storia, e all’uso come vocale che per ora continua in italiano (Jacopo) e nelle altre lingue dove si pronuncia “i” (Jung, Jugoslavija, trojka…).

Dovremmo maggiormente riflettere sulla nostra idiozia, invece di fare gli “anglopuristi”. Se un tempo era normale adattare anche i nomi propri (Londra e Tamigi, Parigi e Senna, Francesco Bacone e Tommaso Moro), oggi non lo si fa più nemmeno per l’Uomo ragno, che come è noto hanno ucciso, ma si sa benissimo chi è stato, visto che è rimasto solo Spiderman. Davanti a queste mie provocatorie considerazioni sul reato di italianizzare i nomi inglesi, di sicuro c’è chi è pronto a gridare all’oscurantismo e al fascismo, ma al contrario è solo un appello alla Resistenza davanti alla dittatura dell’inglese. Curiosamente, gli anglomani collaborazionisti del regime della lingua della globalizzazione, che opprime e soffoca le minoranze linguistiche di mezzo mondo, sono pronti a difendere la “necessità” di una terminologia angloamericana soprattutto nei settori in cui si è affermata come vincente, per esempio l’informatica, il marketing, il lavoro, l’economia, la scienza… però non hanno nulla da eccepire quando utilizziamo le espressioni inglesi anche per esprimere le nostre eccellenze: dall’italian design al made in Italy. Comunque vada si deve sempre usare l’inglese, a quanto pare. E infatti, chi è pronto a tuonare contro l’italianizzazione dei nomi propri, per esempio Nuova York invece di New York, non ha niente da dire sul fatto che nelle mappe geografiche americane si legga Italy, Milan, Florence o Rome. Anzi, sono forse gli stessi che preferiscono usare la toponomastica inglese anche sul fronte interno, per essere internazionali, come i geni che hanno tentato, fallendo miseramente, di sostituire il motto SPQR del comune di Roma con Rome and you, o quelli che hanno invitato il presidente della Crusca Claudio Marazzini al Tuscany Award presso l’hotel Four Seasons di Firenze.

Questa nuova idea di pronunciare in inglese i nomi italiani, propri o comuni, la dice lunga. Gabriele Valle citava con un certo stupore il caso di mascara:

“Un sostantivo italiano mutuato dall’Inghilterra e poi tornato in Italia: màscara, variante di màschera. Pronunciamo all’inglese un nome italiano!

Per toglierci dall’imbarazzo forse basta dire “rimmel”, perlomeno è un marchio registrato nel Regno Unito; ma gli esempi di parole italiane che sono diventate inglesi e che così pronunciamo sono tante, a cominciare da “design” che deriva da disegno, passando per “sketch” che è l’adattamento di schizzo, per finire con le “comedy” e “situation comedy” dei palinsesti televisivi, uno sfegio alla “Comedia” di Dante, o con le “graphic novel”, composte da “novel” che entra in inglese dalle novelle di Bocaccio, un genere che in francese si chiama roman graphique e in spagnolo novela gráfica. Ma noi preferiamo imbastardire l’italiano pur di mantenere la “purezza” dell’inglese. Anzi, conviene essere precisi: il dio intoccabile non è l’inglese, ma l’angloamericano. È infatti la lingua dei mercati, che avrebbe inorridito Shakespeare, a dettar legge e a essere idolatrata. Mentre si sente sempre più spesso dire “fen” all’americana, invece di “fan”, ripetiamo “privacy” come negli Stati uniti, e non certo “prìvasi” come a Londra. Se qualcuno si domandasse se francesi e spagnoli la pronuncino all’inglese o all’americana, la risposta è che molto semplicemente non usano questa parola, in Francia c’è la loi sur la vie privée, e in Spagna si parla di privacidad. Gli altri  mica son deficienti (da deficere), e in teoria non lo saremmo neanche noi: non ci manca la parola “privatezza”, solo che non la usiamo (come notava Umberto Eco).

La Waterloo linguistica e l’anglicizzazione dei forestierismi

Bisogna dire la verità. Molti sacerdoti dell’anglopurismo che sono pronti a scagliarsi con la stessa veemenza con cui si condannano i congiuntivi sbagliati anche con chi altera, adatta o traduce l’inglese, spesso se ne fregano dell’imbastardimento dell’italiano, ma anche delle altre lingue. Sempre Gabriele Valle (all’anagrafe Gabriel, a proposito di orgogliose italianizzazioni dei nomi propri) osserva che chi deve pronunciare nomi spagnoli come:

“Daniel, Manuel, Gabriel, Rafael, molto sovente ne ritrae l’accento e pronuncia, sul modello dell’inglese, Dàniel, e così via. Si ignora che, in area latina, quei nomi ebraici sono tutti tronchi, portano cioè l’accento sull’ultima sillaba.” E che dire dei toponimi che nella loro lingua “hanno l’accento sull’ultima sillaba: Iran, Iraq, Beirut, Afganistan, Pakistan, Ecuador, El Salvador” di cui in televisione molto spesso si travisa la pronuncia nell’indifferenza generale?

E l’accento di “Istambul” che dovrebbe essere Istànbul? Perché parliamo di premio “Nòbel” invece di Nobèl come si dovrebbe dire in svedese? E “sòviet” invece del più corretto sovièt?

È evidente che si usano due pesi e due misure: la fanatica inviolabilità dell’inglese non corrisponde a un’analoga attenzione per le altre lingue dei popoli inferiori. Ma c’è ancora di peggio. Stiamo assistendo all’americanizzazione persino della dizione delle parole straniere che non si pronunciano né all’italiana né nella lingua di origine! È sempre più diffusa “l’assurdità (…) di un italiano che non conoscendo l’origine di una parola la pronuncia all’inglese”, nota Claudio Capriolo. E la commentatrice Gretel, esperta di lingua tedesca che viene comunemente redarguita come se sbagliasse quando pronuncia “Porsche” con la “e” finale, aggiunge: riprodurre i forestierismi “nella propria parlata non lo trovo assurdo, anche se non corretto, storpiarli in un’altra parlata è perverso. (…) Quando in televisione sento ‘Baddenbruk’ per i Buddenbrook di Thomas Mann rischio un ictus!”

La pronuncia di Waterloo che si sente molte volte in Italia è “uòterlo”, e mi pare l’emblema della nostra confusione mentale e del nostro sbando linguistico e culturale. Il suo significato per antonomasia è legato alla sconfitta di Napoleone, siamo dunque filonapoleonici nel considerarla una “disfatta” e non una vittoria di britannici, olandesi, tedeschi e belgi, ma solo nel significato, non certo da un punto di vista linguistico, altrimenti la diremmo alla francese. L’origine del nome è però neerlandese, e se qualcuno lo avesse letto “nirlandese” è malato di anglomania: è italiano e si pronuncia con la doppia “e” come è scritto, significa olandese. In questa lingua parlata anche nel nord del Belgio si pronuncia “vàaterloo”, ma poiché la località è poco a sud di Bruxelles esiste anche la pronuncia francese di “vaterlò” (con la “e” aperta), mentre gli inglesi la dicono secondo le proprie regole “uaterlù”. In sintesi: nessuno si pone il problema di “imbarbarirne” l’origine,  ogni popolazione la pronuncia secondo il proprio costume in modo naturale , tranne noi, che dovremmo dire “vàterlo” adeguando il suono alla nostra fonologia, ma il Devoto Oli riporta anche “uàterlo”, visto che ormai la lettera “w” non è più detta “v” come in walzer, Wagner e Walter… c’è solo l’inglese, nella nostra testa di colonizzati. E così una parola francese come stage diventa sempre più spesso “stèig” che in inglese è il palcoscenico, come il refrain diventa “rifrèin” invece di “refrèn”, e “wagon restaurant”, sempre francese, capita di sentirlo all’inglese sul modello di “home restaurant”, che fa “pendant” con “station wagon” in un mischione dove tutte le lingue si fondono con l’itanglese. Un colore come il blu, importato e adattato dal francese bleu, e pronunciato alla francese ancora agli inizi del Novecento, ritorna dall’inglese attraverso espressioni come “blue economy”o “blue chips” dove importiamo la grafia con la “e”, anche se la dizione è come in italiano, sul modello di “bluejeans” (jeans deriva da Genova, attraverso la pronuncia Gênes francese, e nella Wikipedia inglese è annoverato tra gli italianismi, che però loro adattano, anzi “imbastardiscono”, senza farsi problemi). Anche alcune parole latine che ci arrivano d’oltreoceano si dicono all’americana, per non imbastardire la lingua da cui ci piace essere dominati: i media diventano “midia”, e si sente sempre più spesso plus come “plas” e persino junior come “giunior”.

L’adattare tutto ciò che è straniero nella lingua dominante attraverso fenomeni di emulazione ridicoli era già accaduto quando era il francese a rappresentare il nostro modello di riferimento. Ma ci sono enormi differenze rispetto a quanto sta avvenendo oggi, e i due fenomeni non sono paragonabili per dimensioni, rapidità, modalità e penetrazione (vedi → Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese). Comunque, se un tempo si cantava la “casetta in Canadà” oggi c’è solo il Canada, il “festivàl” è diventato “fèstival”, il “cognàc” (dall’omonima cittadina francese) è affiancato da cògnac, e una parola ceca come “robòt”, un tempo francesizzata in modo assurdo in “robò” è oggi sempre più spesso inglesizzata in modo altrettanto improprio come “ròbot” (in altri termini si passa dal ceco alla cecità linguistica).

In questo processo, come notava Migliorini, di sicuro: “V’è stata una reazione al ritmo francese, che prima era preferito come quello della lingua forestiera più nota in Italia.” E così abbiamo cominciato a ritrarre gli accenti e a modellarci sull’inglese. Mi chiedo se ci sarà una reazione anche all’attuale anglomania, prima o poi, o se questa emulazione insensata, culturale prima che linguistica, non ci porterà a essere assimilati dalla cultura dominante come gli Etruschi davanti alla romanità. Comunque vada, voglio morire da partigiano e con le armi in pugno.

Grammatica, dubbi ortografici e “LO weekend”

“Diciamolo in italiano” non è solo un luogo di riflessione sull’anglicizzazione della nostra lingua e un’agguerrita lotta contro l’abuso dell’inglese. L’altra faccia della medaglia riguarda il come usare l’italiano. Per questo, un anno fa, queso sito è stato affiancato dal Dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi.

titolo per menu con graffetteNell’entrare nel terzo anno di vita ho aggiunto un altro pezzo al mio progetto per la promozione della nostra lingua. Si chiama “L’italiano corretto” e non è solo una grammatica tradizionale (con un indice analitico di oltre 400 voci). Raccoglie molti dubbi sull’italiano scritto (“gli” può essere utilizzato anche per il plurale al posto di “loro?”, perché si dice “sopra di noi”, ma “sopra il tavolo”?) e parlato (i dubbi di pronuncia e gli elementi base della dizione), sfata alcune leggende grammaticali (come quelle per cui non sarebbe possibile iniziare un frase con “che” o con “ma”), si sofferma su alcune delle questioni più aperte della lingua del nuovo Millennio (la diatriba su “se stesso” o “sé stesso”, la femminilizzazione delle cariche e il sessismo della lingua), e va oltre la grammatica raccogliendo le principali norme editoriali che riguardano la scrittura professionale (l’uso corretto delle d eufoniche, qual è il modo più corretto di scrivere le sigle tra maiuscole e puntini? Quando si usa il corsivo?).

italiano corretto 200
Ringrazio anticipatamente tutti coloro che ne diffonderanno l’esistenza e ne aiuteranno la circolazione.
La speranza è che, come gli altri siti del circuito, questo lavoro possa essere un sostegno concreto e gratuito per tanti.

 

Inevitabilmente, alcune questioni della grammatica si intrecciano anche con il tema degli anglicismi. Per esempio l’uso dell’articolo il davanti alle parole inglesi che cominciano con “w”, uno strano fenomeno che rappresenta una violazione delle regole dell’italiano.

 

Perché diciamo “LO uomo” ma IL “work in progress”?

Le regole che normano l’uso degli articoli riguardano la pronuncia delle parole, più che la loro grafia. E infatti l’uso dell’apostrofo è consentito davanti alla lettera “h”, che è muta (l’hangar e l’html), o davanti a espressioni come l’8 marzo (come se iniziasse per “o”) o l’Fbi (la pronuncia attuale è “effebiài”, anche se nei vecchi film si pronunciava all’italiana: ”effebi-ì”).
Nelle grammatiche storiche e moderne, davanti a vocale è prescritto l’uso dell’articolo “lo”, e non certo “il”, ma anche se i libri di testo scolastici perlopiù tacciono sulla questione, questa regola va invece riscritta prendendo nota di un’eccezione: davanti alle parole inglesi che cominciano per “w” si usa ormai l’articolo il. Al posto del più corretto “l’whisky” e “gli whisky”, diciamo il e i whisky. Questo affermarsi di un uso grammaticalmente scorretto è diventato la norma, con il curioso risultato che diciamo l’uovo e gli uomini, ma il work in progress o i walkie-talkie, anche se hanno lo stesso suono.

Ho provato a interrogarmi sul perché di questa stranezza e di questa violazione delle norme storiche, e la premessa è che nella nostra lingua i suoni in “u” seguiti da vocale a inizio parola sono davvero esigui. Tra le poche voci registrate dai dizionari c’è “uigùro” =  “relativo o appartenente alla popolazione degli Uiguri” (Devoto Oli) che come da vocabolario richiede l’articolo “gli”, al contrario dei weekend. Oppure c’è “ué”, un’interiezione che se dovessimo articolare prevedrebbe lo e non certo “il ué”.

A dire il vero anche le parole maschili che iniziano con doppia vocale sono molto rare, ma negli altri casi non si registrano violazioni: a parte la questione dell’apostrofo, diciamo lo aiutante esattamente come lo aikido, oppure lo oitanico (relativo alla lingua d’oil) come lo oui francese, lo iettatore e gli uadi (le formazioni geologiche a reticolo caratteristiche di alcuni deserti che sono le tracce dei letti di antichi fiumi).

La stessa anomalia fonetica si ritrova nelle parole che cominciano con “sw“, dove la “w” è percepita come consonante e non come vocale, dunque si dice lo swing ma il suino, lo swap ma il suocero, anche se il fonema è lo stesso (le regole prevedono lo davanti a s impura, cioè seguita consonante: lo specchio).

Mi pare che la ragione dell’anomalia dell’articolazione della ”w” inglese parta dalla bassissima frequenza di questi suoni,  ma vada ricercata nella curiosa storia della “w”, l’unica delle cosiddette lettere straniere a essere veramente tale, visto che le altre erano presenti nell’italiano storico, o nel greco e nel latino, e che la “j” (stupidamente chiamata “jay” persino nelle lezioni dei maestri delle elementari) era utilizzata normalmente ancora nell’Ottocento (majale, principj, personaggj, jella) per indicare appunto la “i lunga”, come si chiama e si pronuncia in italiano (Jacopo, Jolanda, junior, ex Jugoslavia).


La storia della lettera “w”

WLa “W”, come abbreviazione con il significato di viva, risale almeno all’Ottocento; apparve nel Risorgimento sui muri di varie città del nord, per esempio nelle scritte “W Pio IX” o “W Verdi”, e dietro l’omaggio al celebre compositore si dice celasse l’acronimo patriottico anti-austriaco di viva Vittorio Emanuele Re D’Italia. Ma a parte questo uso, le parole con la “w” ci arrivavano non dall’inglese, ma dal tedesco (nei Promessi sposi la “w” ricorre solo nel nome del tedesco Wallenstein) e le abbiamo per questo sempre pronunciate “v”: wagneriano, walzer, il giovane Werther
Bisogna anche tenere presente che fino all’Ottocento l’inglese è rimasto una lingua a noi completamente estranea e sconosciuta, tanto che persino le traduzioni dei romanzi venivano fatte non in modo diretto, ma di seconda mano dalle traduzioni francesi, e una città come New York, in passato, in italiano era più semplicemente Nuova York.

Le prime parole inglesi con questa lettera ci sono arrivate soprattutto per via scritta, e le abbiano dunque sempre pronunciate “v”, come eravamo soliti fare e come ancora facciamo per esempio nel caso dei nomi Walter e Wanda, oppure di watt (1895), wafer (1905) e water (closet), tutt’ora pronunciati all’italiana, con la “v”, come del resto i derivati wattometro e wattora che perciò richiedono giustamente l’articolo “il”.
Anche whisky (1829) o Waterloo in passato si pronunciavano con la “v” (il Devoto Oli riporta ancora oggi la pronuncia all’italiana di “vaterlo”), ma quando le stesse parole hanno cominciato a essere dette all’inglese soprattutto per l’influsso del cinematografo (per via orale), si erano già affermate nell’uso scritto con l’articolazione basata sulla vecchia pronuncia.

La prova di questo assestamento si può rintracciare nel fatto che quando è emerso il problema si sono registrate delle oscillazioni per esempio tra l’whisky e il whisky, e negli anni Sessanta alcuni linguisti come Tagliavini consigliavano la prima forma. Ancora oggi si ritrovano tracce di espressioni come “gli western” che cercando su Google libri sono molto diffuse anche nei libri odierni (negli western, degli western…), accanto a i western. Ma ormai questi tentativi di conservare le nostre regole sono sempre più rari e l’eccezione è entrata nell’uso.

Si può allora ipotizzare che la causa della violazione delle nostre norme sull’articolo (agevolata dalla bassa frequenza delle analoghe parole italiane) sia da rintracciare in questo passaggio per istintiva coerenza con ciò che si era già stabilizzato e per successiva imitazione. La “w” è rimasta percepita come consonante anche quando ha finito per essere pronunciata come vocale, e così, mentre continuiamo a dire il “water” alla vecchia maniera, una forma storica che rimane anche in WC (ma che è saltata nel caso di waterpolo), tutte le nuove parole importate dall’inglese sono invece entrate con la pronuncia “u”, ma mantenendo la vecchia articolazione: il welfare, il windsurf, il web, il wi-fi, il wireless e così via per tutte le altre parole inglesi.


NB
: Wikipedia, però, deriva da una radice hawaiana (“wiki” = veloce) dove la lettera “w” si legge “v”, dunque la pronuncia rispettosa dell’etimo dovrebbe essere “vichipedìa” e non all’inglese “uikipìdia”.