Lingua, politica e il falso mito dell’evoluzione dell’italiano dal basso

Nel nostro Paese prevale l’idea che le lingue siano processi naturali che si evolvono da soli e non vanno orientate (cfr. “L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese“), un atteggiamento che si ritrova tra i linguisti e più in generale nella nostra intellighenzia, anche politica. Ma questa visione è piuttosto parziale e poco fedele alla storia. Le lingue non sono affatto sistemi ingovernabili dove l’uso fa la norma, sono al contrario processi complessi orientabili e da sempre orientati.


Da un punto di vista letterario, si fa nascere l’italiano con Dante che ha dato vita a un volgare illustre pensato per essere la lingua sovraregionale di tutti proprio con un intento politico e “patriottico”, perché era convinto che senza una lingua comune non sarebbe stata possibile un’unità nazionale.

Ma prima di lui, la poesia nella lingua del sì è nata in Sicilia, alla corte di Federico II; e la scelta di scrivere in volgare e di riprodurre in siciliano gli schemi poetici della lirica provenzale fu una scelta politica. I poeti della scuola siciliana erano i funzionari della sua corte che erano stati scelti appositamente laici e non chierici, e scrissero per la prima volta in volgare siciliano per imporre una lingua diversa da quella della Chiesa, il latino, ma anche dei comuni del Nord dove si poetava soprattutto in provenzale. Il progetto politico federiciano era proprio la rifondazione di un regno feudale moderno, autonomo dalla Chiesa e alternativo all’ascesa dei comuni, che erano i suoi nemici. E la lingua dei primi poeti italiani nasceva da questi intenti.

La fine di Federico II ha rappresentato contemporaneamente la fine della scuola poetica siciliana, esattamente come la crociata contro gli Albigesi e l’annessione della Provenza alla Francia ha imposto la lingua d’oil, cioè il francese, determinando la scomparsa della lingua d’oc.

L’eterna questione della lingua, che ha preceduto di secoli l’unità d’Italia, è stata un lungo processo che non si è realizzato solo perché il toscano delle tre corone fiorentine – Dante, Petrarca Boccaccio – si è imposto sulle altre parlate per motivi di prestigio (continuando in toscano i temi e la scelta linguistica della scuola siciliana), ma anche perché è stato preso come modello prescrittivo da linguisti, grammatici e dall’Accademia della Crusca che lo hanno legittimato, sostenuto e normato. Questo italiano libresco che si scostava dalla lingua viva parlata nei volgari è sopravvissuto per secoli e si è strutturato proprio perché era orientato.

Nel Novecento l’italiano è diventato un patrimonio di tutti perché c’è stata una politica linguistica che lo ha diffuso e istituzionalizzato attraverso la sua introduzione come lingua ufficiale della formazione, dell’amministrazione, del servizio militare, delle leggi, ma anche grazie alla stampa, ai mezzi di informazione e ai prodotti culturali dell’epoca del sonoro, con la nascita dell’industria musicale, della radio, del cinema e della televisione.

L’unità linguistica di un Paese è il risultato di questi interventi e degli altri fattori che educano e uniformano attraverso il sostegno delle istituzioni culturali e politiche. Non è un caso che la nascita degli stati nazionali in Francia o in Spagna abbia portato al consolidarsi del francese e dello spagnolo nazionale secoli prima rispetto all’Italia.

Quello che chiamiamo spagnolo, propriamente è il castigliano, cioè la lingua della Castiglia; e la prima grammatica è stata pubblicata simbolicamente nel 1492, un anno chiave per quel Paese, che non coincide solo con il viaggio di Colombo, ma anche con la Riconquista di Granada e la fine dell’occupazione araba. La tradizione narra che quell’anno Elio Antonio de Nebrija presentò la sua grammatica a Isabella di Castiglia, che gli domandò stupita per quale motivo avrebbe dovuto interessarsi a un libro su una lingua che già conosceva. E la risposta che spiazzò la sovrana fu che la lingua è da sempre stata “compagna di ogni impero”.


Una lingua è portatrice di valori e di cultura, è un elemento che unifica le popolazioni, vive nelle realtà territoriali e nei parlanti con cui è connessa nel modo più intimo, e allo stesso tempo li condiziona e ne viene influenzata e cambiata. Naturalmente l’unità linguistica nazionale avviene spesso a spesa delle lingue minori, e il castigliano si è imposto a scapito del catalano, del basco e delle altre minoranze, così come l’affermazione dell’italiano è avvenuto attraverso la sua supremazia sui dialetti, che in qualche caso sono addirittura scomparsi, perché le lingue possono anche entrare in conflitto tra loro, e quelle minori finiscono con il ritirarsi. Oggi, parlare un dialetto è stato rivalutato come un segno di cultura, come la conoscenza di una seconda lingua, ma prima che l’italiano diventasse di tutti era considerato un segno di ignoranza dell’idioma nazionale che si voleva appunto consolidare. All’inizio del Novecento fu il fascismo a estrometterlo come lingua della scuola in favore l’italiano, in una stigmatizzazione che è durata per vari decenni anche in seguito.

Le lingue nazionali d’Europa hanno tutte questa storia, si sono affermate e imposte proprio perché sorrette da Stati e istituzioni, perché hanno anche una funzione politica, oltre che culturale, sono funzionali alla coesione sociale e sono uno dei principali collanti che formano l’identità dei popoli. E nell’istituzionalizzare quelle nazionali gli Stati dovrebbero allo stesso tempo preservare quelle minori, che altrimenti rischiano di scomparire e di esserne schiacciate.

Gli attuali interventi sull’uso

Davanti al lievitare degli anglicismi, troppo spesso si sente dire che il fenomeno non è regolamentabile, e che la gente in fondo parla come vuole, come se la lingua fosse un processo “democratico” che nasce spontaneo solo dal basso. L’anglicizzazione, al contrario, parte soprattutto dall’alto, dalla lingua dei giornali e della classe dirigente che introduce l’inglese e lo usa senza alternative fino a che la gente non può fare altro che ripetere cashback, lockdown, green pass o jobs act. La lingua non è “fatta dalla gente”, come si vuol far credere, la gente ha per secoli parlato il proprio dialetto, poi è stata indotta a utilizzare l’italiano, e oggi ripete gli anglicismi che passano i mezzi di informazione, le pubblicità, le interfacce informatiche, le amministrazioni, le Poste, le Ferrovie… E intanto si favorisce l’insegnamento in inglese nelle università, si spinge per l’inglese come lingua della Comunità Europea, lo si rende un requisito per l’assunzione nelle pubbliche amministrazioni, e lo si fa diventare la lingua per presentare i progetti di ricerca italiani, come nel caso dei Prin e dei Fis.

L’inglese diventa di massa perché arriva dagli ambiti della medicina, del lavoro, dello sport… con le stesse dinamiche in cui altri cambiamenti linguistici provengono dalle pressioni esercitate dall’alto. Arriva dall’espansione delle multinazionali, dall’imposizione della loro terminologia, dalla lingua della globalizzazione. In altre parole dalle pressioni politiche e sociali.

Dagli anni Novanta, per esempio, proprio per l’interferenza dell’angloamericano, i traduttori di libri, film e telefilm hanno cominciato a sostituire sistematicamente con “nero” la parola “negro”, che negli Stati Uniti era considerata razzista, anche se in Italia era una parola che storicamente non ha mai avuto questa connotazione: negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra” e nella canzone “I watussi” Edoardo Vianello cantava gioiosamente degli “altissimi negri” senza alcun intento discriminatorio. Oggi ha dichiarato che non la può cantare più, visto che non è più possibile pronunciare certe espressioni senza la carica di razzismo che hanno nel frattempo assunto in modo orientato dalle fortissime pressioni sociali e mediatiche che sono intervenute sull’uso. Lo stesso avviene attraverso l’ondata di moralismo linguistico che fa parte del “politicamente corretto” e che ha portato negli ultimi decenni a un “revisionismo lessicale” che ha messo al bando espressioni oggi considerate illecite come “mongoloide” sostituito da “Down”, “Terzo mondo” sostituito da “Paesi in via di sviluppo” o “handicappato” che è diventato “diversamente abile” e così via. Sono esempi sotto gli occhi di tutti di come l’evoluzione della lingua sia orientata e orientabile.

Nel caso della femminilizzazione delle cariche lavorative, per fare un altro esempio, le linee guida delle amministrazioni per un linguaggio non sessista hanno portato a coniare e usare femminili un tempo non diffusi come sindaca o ministra, che sono ormai utilizzati dai giornali, inseriti nei vocabolari e sempre più normali.
Il punto è che si usano due pesi e due misure, e la questione, fuori da ogni ipocrisia, è semplicemente politica e sociale: sugli anglicismi non si vuole intervenire – anzi si interviene eccome: introducendoli, divulgandoli e favorendoli – ma su altri aspetti il modo in cui la gente deve parlare si orienta senza alcuna remora. E tra le fila dei più accesi non interventisti nel caso dell’inglese si annoverano curiosamente alcuni dei più fanatici sostenitori del “linguaggio inclusivo” che propongono addirittura una riforma ortografica per introdurre una sorta di desinenza neutra attraverso lo scevà (ə), per cui “tuttə” includerebbe anche il femminile “tutte”, insieme al maschile “tutti” che storicamente lo include.

E allora dietro il mito tutto descrittivista per cui le lingue vanno studiate nella loro evoluzione, si nascondono in realtà approcci prescrittivi molto forti, tutti in favore dell’inglese. Non intervenire per tutelare l’italiano non significa rimanere “neutrali”, significa schierarsi dalla parte del globalese e dell’itanglese che avranno la meglio. Eppure sembra che in Italia nessuno lo comprenda, e al contrario di ciò che accade negli altri Paesi non abbiamo alcuna politica per la tutela del nostro patrimonio linguistico.

Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata

Nel gennaio del 2020 l’Académie française ha dato vita a una commissione incaricata di esaminare la comunicazione istituzionale francese, e l’ultimo rapporto appena uscito (15 febbraio 2022), ha denunciato la “sensibile e preoccupante” anglicizzazione e le sue conseguenze.

Voglio diffondere i risultati di questo studio con qualche riflessione e comparazione con ciò che accade in Italia, dove il fenomeno è ben più ampio e profondo.

Il Rapporto sulla comunicazione istituzionale francese

Il Rapporto parte con una notevole raccolta di esempi. Sono tutti documenti copia-incollati da siti ministeriali, di amministrazioni locali, organismi territoriali, scuole, enti di formazione, musei, manifestazioni culturali, grandi gruppi pubblici e privati.

POSTE
Uno dei casi che si presta maggiormente a una comparazione con ciò che avviene in Italia è forse quello delle Poste. In Francia viene denunciato l’uso di “Pickup”, la denominazione di una gamma di servizi per le spedizioni che si declina in locuzioni come “Pickup Logistics”, destinata alla logistica urbana, o “Pickup Station” invece di punto di spedizione.
Tutto il mondo è paese? Non esattamente. In Italia le cose sono molto più gravi.

Proprio un anno fa avevo pubblicato l’elenco sterminato di anglicismi che si trovano sul sito delle Poste italiane, e più di recente anche il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca (Comunicato n. 17) è intervenuto per ricordare che quelli che poco tempo fa erano contraddistinti dalle diciture “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo oggi si chiamano “Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web, con un ordine dei componenti dei sintagmi che non pare rispettare sempre alla perfezione quello reale della lingua inglese.”

AIR FRANCE/ALITALIA/ITA AIRWAYS
Il confronto Francia/Italia appare impietoso anche nel caso delle compagnie aeree di bandiera. Bisogna specificare che nella locuzione “Air France” la parola ”air” è francese e non inglese, dunque si pronuncia pressappoco “er frans” e non “air” all’inglese come capita di sentir dire in Italia. L’Académie denuncia che lo slogan storico “Rendere il cielo il posto più bello della terra” è stato sostituito da “Air France, France is in the air” dove l’accento sui valori tricolori francesi è in inglese. Da noi, invece, il “restyling” non ha coinvolto il motto, bensì la stessa denominazione di Alitalia che è diventata direttamente ITA Airways, una svolta che si è aggiudicata il primo premio come peggior cambio di marchio del 2021 a livello mondiale.

ALTRI ESEMPI
Tra i tantissimi anglicismi presi in considerazione dall’Accademia francese ce ne sono molti che circolano anche in Italia, e sono la conseguenza dell’espansione delle multinazionali d’oltreoceano (e della loro lingua) in tutto il mondo, per esempio food (il programma “Act For Food” di Carrefour), hub e team (“Hub de la compagnie nationale Air France et principal hub européen de l’alliance Sky Team”). Questa pressione esterna fortissima è alimentata anche dalla diffusione dell’inglese interazionale delle pubblicità o delle realtà lavorative, e si riflette poi sulle scelte di Canal+ di introdurre espressioni come “My Canal” e di parlare di canali “en live et en replay”, oppure nell’anglicizzazione di eventi e manifestazioni pubbliche.
Ma, ancora una volta, gli esempi riportati ci fanno sorridere davanti a Rai Movie, Rai News, Ray Play…, alle trasmissioni dove persino l’italianità è espressa in inglese (Italia’s got talent) o ai progetti come quello annunciato l’anno scorso da Dario Franceschini di una piattaforma per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” che però si chiama ITsART, come se la lingua italiana non facesse parte del patrimonio culturale.

Osservazioni e riflessioni dell’Académie française

Nelle osservazioni sugli esempi raccolti, l’Académie française spiega che l’interferenza dell’inglese riguarda molteplici aspetti del lessico che vanno oltre i singoli termini per trasformarsi in “scelte ripetute” e “tic linguistici” che finiscono col produrre una vastità di terminazioni in -ing (es. coworking) che porta all’affermarsi di una suffissazione che ha la meglio su quella francese (tracking, invece di traçage, upcycling invece di surcyclage). Sono gli stessi meccanismi che ho rilevato in italiano (cfr. “Anglomania compulsiva: dai singoli ‘prestiti’ alle regole dell’itanglese”): “Se c’è il working e il co-working ci sono poi i worker e i co-worker, come ci sono i rocker e i rapper (non i rocchetari e i rappatori), i blogger (non i bloggatori), i rider…”.

OLTRE IL “PRESTITO” E IL LESSICO
Questi fenomeni finiscono così per stravolgere la morfologia di una lingua, soprattutto davanti alle “forme ibride” che l’Accademia francese bolla come vere e proprie “chimere lessicali” che “non appartengono più né al francese né all’inglese”: i verbi e i nomi derivati (brainstormingbrainstormer, start-upstartupper). Tutto ciò esiste da tempo anche da noi, ma mi pare di un ordine grandezza superiore (ho provato a classificare e quantificare le nostre ibridazioni nell’articolo sulla Treccani “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione“). L’interferenza dell’inglese, inoltre, per gli studiosi francesi esce ormai dalla sfera del lessico per coinvolgere anche la “struttura della lingua” (cioè la sintassi) sia per l’inversione dell’ordine delle parole (un business model, un QR code) sia per gli accostamenti dove tendono a cadere le preposizioni e gli articoli, per esempio in espressioni come “le Manager Travaux” invece del “lavoro del manager” o “un coach produit” invece del “prodotto di un coach”, un fenomeno che anche noi ben conosciamo.

Il Rapporto spiega che tutti questi e anche altri fenomeni incidono molto sulla stesura dei testi francesi. E benché analoghi processi di interferenza linguistica, in passato, con il tempo siano spariti e si siano fusi in un adattamento che li ha resi francesi dal punto di vista grafico e fonologico, attualmente il numero sempre più crescente di anglicismi rende difficile l’assimilazione e la francesizzazione. L’inglese, al contrario, sta producendo “effetti sulla struttura stessa della frase: la sintassi è sconvolta, il che costituisce un vero e proprio attacco alla lingua, in quanto è colpita la logica stessa del pensiero, e la struttura analitica della frase francese è soppiantata dalla struttura sintetica dell’inglese.”

RIFLESSIONI
Le riflessioni che concludono il rapporto parlano dunque di “un’evoluzione preoccupante”, perché “l’entrata quasi immediata nella vita pubblica di parole inglesi o presunte tali, attraverso i mass media, senza adattamento alle caratteristiche morfologiche e sintattiche del francese, porta alla saturazione, soprattutto perché molti anglicismi sono usati al posto di parole o espressioni francesi esistenti, con l’inevitabile conseguenza che gli equivalenti francesi sono gradualmente cancellati.”

Mentre in Italia c’è chi considera gli anglicismi solo come un “arricchimento”, dovremmo invece riflettere maggiormente sul fatto che possono costituire un depauperamento pericoloso, che scalza le parole italiane e le fa morire sostituite da quelle inglesi (i “prestiti sterminatori“), e impedisce alla nostra lingua di evolvere per via endogena e creare neologismi italiani. E anche se alcuni linguisti negano il fenomeno dell’itanglese e la validità delle mie analisi, nel rapporto dell’Accademia francese, in sintesi, trovo ciò che da tempo denuncio e sostengo nel caso dell’italiano, ma da noi tutto sembra essere ben più pesante.
Sul sito Campagna per difendere l’italiano è in atto da qualche tempo un’osservazione dei giornali italiani, francesi, spagnoli e tedeschi. Il numero degli anglicismi che compaiono da noi non è paragonabile a ciò che si registra sulle testate straniere. Nell’immagine si può vedere l’ultimo grafico inerente al periodo gennaio-febbraio:

UN DIVERSO TESSUTO SOCIALE E ISTITUZIONALE
Nel confronto con il francese, però, non c’è da tenere conto solo di questo divario numerico, ma anche del ben diverso contesto sociale, visto che lì esistono da tempo delle leggi e una politica linguistica che da noi non solo sono sconosciute, ma appaiono persino un tabù, perché evocano il fascismo.

La politica linguistica francese è poi intrecciata con l’opera sociale e culturale di innumerevoli istituzioni che promuovono e arricchiscono la lingua. E infatti il Rapporto ricorda che per molti degli anglicismi in circolazione esistono – e sono raccomandati nel linguaggio istituzionale – equivalenti francesi ufficiali fissati dalla Commissione per l’Arricchimento della Lingua Francese (CELF) ministeriale, che sono pubblicati sulla Gazzetta ufficiale con la consulenza dell’Académie française. E non solo, nel caso dei tecnicismi, gli equivalenti sono anche disponibili nella banca dati “FranceTerme“, messa a disposizione del pubblico dalla Delegazione generale per la lingua francese e le lingue di Francia (DGLFLF), “un servizio interministeriale collegato al Ministero della Cultura e incaricato di dirigere e coordinare la politica linguistica dello Stato, orientandola in una direzione favorevole al mantenimento della coesione sociale”.

In Italia nulla di tutto ciò esiste, e la nostra Gazzetta ufficiale ratifica gli anglicismi introdotti dai nostri politici o che arrivano dagli ambiti tecnologici. Privi di reti di protezione istituzionali e di una politica linguistica, siamo in balia di un liberismo linguistico che si trasforma in un anarchismo linguistico. E in questa situazione, dove i linguisti partono di solito dal presupposto di essere solo descrittivi, perché la lingua non va difesa, ma va studiata, il nostro ecosistema linguistico è schiacciato e rischia la frantumazione e la perdita della propria identità, perché si impone la lingua del più forte, l’inglese internazionale delle multinazionali e delle culture egemoni e dominanti.
Una terminologa seria come Maria Teresa Zanola ha notato come la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private ha favorito la coniazione di neologismi e che l’evoluzione della lingua francese è in questo modo piuttosto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008, p. 90). Ricorrere all’inglese, in Francia, diventa perciò una scelta sociolinguistica culturale o politica, tutto il contrario della situazione italiana dove la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo, gli anglicismi, da mouse a computer, sono presentati come “prestiti di necessità” e l’italiano non ha alcuna vitalità, perché ciò che è nuovo coincide sempre più con l’inglese.

Le conclusioni: perdita d’identità, nessuna trasparenza e fratture sociali

Unde malum? Che male c’è nell’usare gli anglicismi? Qual è il problema? Quali sono i rischi dell’interferenza denunciati dal Rapporto?
Il fenomeno è mondiale – scrive l’Accademia francese – e uno dei rischi è quello di una riduzione di tutte le lingue sotto un denominatore comune uniforme, artificiale e robotizzato.

“Mentre l’aggiunta di parole straniere per riempire le lacune evidenti nel lessico francese è benvenuta e a volte anche necessaria, è ormai chiaro che il loro afflusso massiccio, instabile e incontrollato sta danneggiando l’identità e forse il futuro della nostra lingua, come quella della maggior parte delle altre lingue.”

Il problema (lo ripeto anch’io da tempo) non sono i singoli anglicismi, ma la “propagazione massiccia e continua” di un vocabolario anglo-americano che produce un impoverimento del lessico francese, ma anche una discriminazione crescente tra la popolazione. Il lessico anglicizzato è spesso considerato a torto “universale” e comprensibile al grande pubblico, ma al contrario non è affatto accessibile a tutti né trasparente. Ciò porta al rischio di una frattura linguistica che è doppia: da una parte è sociale, perché esclude una parte della popolazione, e dall’altra parte è generazionale, perché “i più giovani sono particolarmente permeabili agli usi digitali e meglio in grado di assimilarli, ma tanto più esposti al rischio di essere confinati in un vocabolario limitato e approssimativo e di avere solo una scarsa padronanza della lingua” madre.

La conclusione del Rapporto è che “sembra esserci un rischio reale, non solo di una ridotta comprensione dei messaggi della comunicazione istituzionale da parte del pubblico a cui sono destinati, ma anche di una perdita di punti di riferimento linguistici. (…) Non si tratta di opporsi all’evoluzione del francese e al suo arricchimento attraverso il contatto con altre lingue. Spetta a tutti coloro che lo utilizzano prendere coscienza di questa proliferazione” di parole inglesi. Il fenomeno deve essere perciò oggetto di studi e di ricerca, e al di là delle mode, bisogna riflettere sulla reale efficacia del linguaggio istituzionale e agire “attraverso un’azione determinata, continua e diffusa, trasmessa spontaneamente da una molteplicità di agenti diversi per riconoscere, avvertire convertire.”

E in Italia? Una chiacchierata con Massimo Arcangeli

Peter Doubt è un traduttore madrelingua inglese che vive in Spagna, e gestisce il sito Campagna per Salvare l’italiano e l’osservatorio che confronta gli anglicismi sui giornali italiani con quelli degli altri Paesi. Qualche giorno fa mi ha invitato a una chiacchierata insieme al linguista Massimo Arcangeli, professore di linguistica all’Università di Cagliari, di recente sulle cronache di tutti i giornali per la sua petizione contro lo scevà.

A proposito dell’interferenza dell’inglese Arcangeli ha posto soprattutto il problema della trasparenza nella comunicazione, ha riconosciuto che il fenomeno non ha precedenti nella sua attuale dimensione, e ha lamentato una storica mancanza di una politica linguistica nel nostro Paese, soprattutto in una visione in grado di proiettarsi sul piano internazionale. Sulle sorti dell’italiano di fronte all’inglese sembra molto meno preoccupato di me, ed è più colpito dall’impoverimento del lessico delle nuove generazioni dove molte parole storiche che usiamo da secoli sembrano non solo essere usate sempre meno, ma persino sempre meno comprese, e dunque rischiamo di perderle insieme a un’ampia gamma di sinonimi che l’italiano ha a disposizione per descrivere uno stesso concetto con diverse sfumature.
Credo che il lessico dell’inglese attecchisca molto facilmente su un simile terreno.
Il dialogo tra il linguista, il traduttore e il “filosofo” (ma solo per il mio titolo di studi e per pormi nei confronti della questione della lingua con un approccio diverso da quello dei linguisti) si è poi allargato ad altri temi come quello della definizione dell’identità linguistica, del nostro tutelare la gastronomia ma non la lingua, dello scevà, dell’inglese internazionale…

Lo si può seguire a questo indirizzo.



La lingua degenere: itanglismi e petizione contro lo scevà (ə)

Che cosa accomuna l’itanglese, l’italiano newstandard ad alta frequenza di itanglismi, e la ventata riformatrice che predica il linguaggio inclusivo espresso con lo scevà?

Ci sono almeno due elementi che permettono di leggere questi due fenomeni come l’effetto di qualcosa di più ampio e di più profondo.
Prima di sviscerare la questione, però, conviene spiegare e definire il punto di partenza.
Cosa sono gli itanglismi? E cos’è lo scevà?

Gli itanglismi

Chiamo “itanglismi” le parole a base inglese entrate nella lingua italiana. Mi pare una definizione più evoluta rispetto a quella di “anglicismi”, un’etichetta legata alle ingenue categorie dei “prestiti” utilizzate da molti linguisti, un modo di classificare le cose ogni giorno più inadatto per rendere conto dell’interferenza dell’inglese. Credere che si prenda in prestito qualche manciata di parole inglesi crude (cioè non adattate né reinterpretate) che provengono dall’angloamericano è semplicemente errato.

Senza dubbio molte parole inglesi si propagano in tutto il mondo esportate dalle multinazionali che si espandono e dall’inglese che mira a diventare la lingua unica internazionale in sempre più ambiti (lavoro, scienza, scuola… persino nell’Unione Europea da cui il Regno Unito è uscito). Ma le enormi e incontenibili pressioni esterne legate alla globalizzazione sono solo una parte del fenomeno. La verità è che ogni anglicismo importato si trasforma presto in un itanglismo, e cioè in un’espressione che si ricava un significato peculiare nell’italiano assente nella lingua di provenienza. E così va a finire che il computer non è proprio come un calcolatore, parola ormai morta perché è stata incapace di evolversi insieme con la realtà, e dunque evoca solo i marchingegni di una volta, mentre quelli nuovi si chiamano computer. Questo cristallizzare l’italiano ai suoi significati storici, perché ciò che è nuovo si deve esprimere in inglese, è tipicamente italiota. Questa distinzione tra vecchio e nuovo non appartiene all’inglese dove erano computer i primi giganteschi “mainfrain” e sono computer anche i più moderni portatili ultraleggeri. E non appartiene nemmeno alle lingue sorelle come il francese o lo spagnolo, dove si diceva e si dice ordinateur o computadora. La maggior parte di questi anglicismi ortodossi subisce in italiano una sorta di risemantizzazione, rispetto all’inglese, e cioè si carica di un significato che si discosta dalla lingua prestante. Perciò il mouse da noi non è un topo, come in inglese e in quasi tutte le lingue, ma diventa un tecnicismo insostituibile (che certi linguisti spacciano come prestito di “necessità”, una necessità tutta italiana, però) per indicare un oggetto ben preciso. Dai prestiti “parziali” come questo alla creazione di pseudoanglicismi (parole apparentemente inglesi, ma che non lo sono affatto nella forma o nei significati) il passo è breve. Ed ecco che social – che vuol dire solo sociale – indica le piattaforme sociali (in inglese social network, dove la seconda parola non può essere decurtata) e un caregiver (che in inglese indica solo un generico assistente) si trasforma in un “non-è-proprismo” che indica un assistente familiare, cioè un familiare che si ritrova a far da badante (participio presente del verbo “badare”) ma che “non è proprio” come un badante che lo fa di professione…
Oltre alle decurtazioni tipicamente italiane per cui la pallacanestro diventa basket (cioè un cesto) invece di basketball, gli itanglismi nascono sempre più spesso da ricombinazioni tutte italiane di radici inglesi, come nel caso dello smart working, incomprensibile agli stessi inglesi (che usano invece home working cioè lavoro da casa o telelavoro, come potremmo dire se non fossimo malati), ma anche per uno spagnolo o un francese. A questi e ad altri fenomeni di reinvenzione dell’inglese all’Alberto Sordi (l’awanagana di Nando Mericoni) come beauty case o beauty farm, si aggiungono centinaia e centinaia di ibridazioni da backuppare a fashionista, da linkabile a speakeraggio, da scooterino a scoutismo, da babycalciatore a zanzara killer (ne ho parlato sul sito Treccani). In questo calderone proliferano sempre più anche gli itanglismi sintattici come no + qualsiasi cosa in inglese (no vax invece di antivaxxer, no mask, no green pass, no global…) o covid + qualsiasi cosa in inglese (covid hospital, covid free, covid manager…) dove inglese e itanglese si confondono e sovrappogono in una neolingua creola.
La situazione è questa, e non si può certo spiegare con la favola dei prestiti lessicali: gli itanglismi travalicano l’inglese e anche le norme dell’italiano.

Lo scevà

Mi sono espresso più volte sullo schwa, che in italiano si chiama scevà, è bene ribadirlo visto che non lo usa quasi nessuno. È una parola tedesca di origine ebraica, ma la verità è che si è imposta recentemente attraverso l’agloamericano e si dovrebbe pronunciare, guarda caso, come la vocale più frequentemente usata nella lingua inglese. Si tratta del simbolo ǝ che secondo i predicatori del linguaggio inclusivo dovrebbe sostituire le nostre flessioni delle parole al femminile e al maschile per cui dire professorǝ includerebbe sia il professore sia la professoressa, che al plurale dovrebbero diventare professorз. Questa riforma ortografica, morfologica e fonologica, inventata a tavolino, arriva dopo simili precedenti proposte che volevano ricorrere al carattere “neutro” espresso dall’asterisco (professor*), della “u” (professoru) o della chiocciola (professor@), e si basa su una tesi ideologizzata che presuppone che il maschile inclusivo (es.: “Ciao ragazzi” rivolto a un gruppo di ragazze e ragazzi) sia discriminatorio, soprattutto se nel gruppo ci dovesse essere qualcuno che non si riconosce negli schemi del genere binario e dunque non si sente né uomo né donna. Ma sostenere che nella lingua italiana ci sia una corrispondenza tra il sesso delle parole (genere) e il sesso di ciò che indicano è una falsità. In ogni caso, non mi sento sminuito nella mia mascolinità se mi definiscono una bella persona (al femminile), se sono una buona guida (al femminile) e non credo che un reale a cui si fosse detto: “Sua eccellenza ieri è andata a Versailles?” si sentisse discriminato dal femminile.

Il linguaggio che include nel pensiero unico dell’anglosfera

Dopo queste premesse è possibile tornare al nocciolo della questione.
Cosa accomuna l’anglicizzazione dell’italiano e l’ideologia dello scevà?

La prima cosa è il disinteresse per la lingua italiana vissuta come un nostro patrimonio storico e culturale da tutelare e valorizzare. In una scuola sempre più alla deriva, dove si punta a insegnare l’inglese (eliminando ogni altra lingua e perseguendo l’unilinguismo invece del plurilinguismo inteso come valore e ricchezza) e a trascurare la nostra lingua – con il risultato di un sempre più ampio e tangibile analfabetismo di ritorno – l’italiano appare come qualcosa di vecchio, di cui vergognarsi e da riformare in nome della modernità e di un imprecisato nuovismo che attinge solo dall’inglese. E, accanto a questa predisposizione tutta interna a tagliare le nostre radici, c’è poi la schiacciante pressione esterna che arriva dall’anglosfera globalizzata alla conquista del mondo, che si espande e impone la propria cultura e dunque anche la propria lingua. Questa globalizzazione è una nuova forma di colonialismo che si persegue non più con gli eserciti, ma con le merci, con la tecnologia, con la cultura e l’intrattenimento che provengono essenzialmente dagli Stati Uniti.

La storia del colonialismo insegna che nell’imposizione di una lingua i primi a essere conquistati sono gli intellettuali, gli accademici, l’apparato dello Stato che introduce la nuova lingua formalmente, e dai centri nevralgici si comincia poi a diffondere negli strati sociali più elevati e nelle città, per poi estendersi anche nelle campagne. Il pesce puzza dalla testa, si dice, e nella nostra attuale società gli intellettuali sono proprio coloro che propagano l’inglese e l’itanglese, e adesso molti di loro stanno predicando anche il credo dello scevà in nome del linguaggio “inclusivo”. Un’ideologia che arriva d’oltreoceano dove da molti anni negli ambienti “progressisti” e in certe università si diffonde l’uso del “singular they” che equivarrebbe a dare del “loro” a una singola persona aggirando la questione del genere che in inglese coinvolge soltanto alcuni pronomi e pochi sostantivi. Questo approccio risulta impraticabile nell’italiano, a meno di distruggerlo, visto che la questione del maschile e del femminile è ben più complessa.
L’introduzione dello scevà è figlia di questa ideologia, e non si preoccupa della dissoluzione e della discriminazione del nostro sistema linguistico (sostanzialmente lo stesso delle altre lingue romanze), ma guarda solo alle discriminazioni di genere in una confusione tra genere sessuale e grammaticale, due cose che non coincidono affatto, anche se lo si vuol fare credere.
In Italia la discriminazione della donna o l’omofobia sono fenomeni pesanti, ma non è chiamando ipocritamente con un linguaggio inclusivo “president3” della Repubblica o del Consiglio tutti gli uomini che hanno storicamente ricoperto queste cariche che si risolve la questione, preferirei vedere una presidente (donna) prima o poi, e solo in questo modo la discriminazione si attenuerebbe.

I descrittivisti prescrittivi

È strano che gli interventisti predicatori dello scevà si mostrino invece piccati di fronte alle lamentele e alle petizioni di legge contro l’abuso dell’inglese.
Ma come? Non sai che bisogna essere descrittivisti? Non sai che la lingua italiana va studiata, e non difesa? Come osi mettere in discussione ciò che è entrato nell’uso? La gente parla come vuole. Vuoi fare come Arrigo Castellani che pensava si potesse dire guardabimbi invece di babysitter? Non ti senti ridicolo? Vuoi forse dire arlecchino invece di cocktail come proponevano ai tempi del fascismo?

Le persone che fanno questi discorsi e la buttano in burletta, però, spesso sono le stesse che abbracciano l’introduzione dello scevà. Ma in questo caso l’interventismo va bene, evidentemente, e cambiare il modo di parlare e di scrivere, o buttare nel cesso la lingua di Dante in nome di un’ideologia strampalata, si trasforma in qualcosa di lecito e di giusto per questi “descrittivisti prescrittivi”.
Dietro questa contraddizione e dietro questo usare due pesi e due misure a seconda di quel che fa comodo c’è qualcosa di più profondo che implica l’abbandono dell’italiano storico, di cui poco importa e di cui ci si vergogna. Dietro queste prese di posizione c’è un cambio di paradigma in atto nella classe dirigente italiana, sempre più colonizzata da ciò che arriva dagli Stati Uniti. E non posso che ripensare alle parole di Gramsci, che ho più volte citato: “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi.” Dietro la questione della lingua, dall’anglicizazione allo scevà, c’è una riorganizzazione dell’egemonia culturale, come aveva capito Gramsci, che nel nuovo Millennio ha a che fare con la nostra americanizzazione sempre più pervasiva.

La conquista dei centri di irradiazione della lingua

Il linguaggio inclusivo è attualmente predicato da una minoranza schierata che lo vuole imporre a tutti. Il linguaggio inclusivo è in realtà divisivo e crea fratture sociali. Il linguaggio inclusivo vuole includere tutti in una riconcettualizzazione del mondo all’interno del pensiero unico che proviene dall’anglosfera. La sua imposizione, seguendo le dinamiche colonialiste della storia, avviene attraverso una minoranza di “collaborazionisti” che hanno occupato le posizioni centrali della società, e che costituiscno “i nuovi centri di irradiazione della lingua”, come direbbe Pasolini.
Questi personaggi cominciano timidamente con il dire, visto che ognuno parla come vuole, che hanno tutto il diritto di usare lo scevà in nome dell’inclusività, ma poi va a finire che se non parli e scrivi come loro diventi un “mostro”, diventi discriminatorio.

Abbiamo già visto a proposito della parola “negro”, come andata a finire. Una parola neutra priva di alcuna accezione spregiativa, nell’italiano storico, ma diventata discriminatoria negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta, dove black, nigger o negro cominciarono a essere sostituiti da afroamericano. Quello che è accaduto nella colonia Italia è che dagli anni Novanta i traduttori cominciarono ad applicare i criteri statunitensi anche alla nostra lingua (nei libri e nei film) e che, grazie anche al linguaggio dei giornali, nel giro di un decennio l’uso secolare dell’italiano è stato modificato dall’alto, dagli intellettuali colonizzati che sono riusciti a riscrivere la storia e cambiare il nostro modo di parlare. La menzogna per cui “negro” sarebbe stato discriminatorio si è così tramutata in realtà, e la parola è diventata impronunciabile.
A parte il fastidio davanti all’ipocrisia, poco male, in fondo. Dire “nero” invece di “negro” per avere interiorizzato una riconcettualizzazione d’oltreoceano non ha certo comportato nulla di grave. Ma la questione dello scevà non è così innocente, porta allo sfaldamento della nostra lingua in modo strutturale. E per questo è importante opporsi a questi interventisti che vogliono imporci di cambiare il nostro modo di parlare. Ed è importante che questa resistenza (se si può ancora usare questa parola al posto di resilienza, nel lessico del nuovismo d’oltreoceano) arrivi non solo dalla gente, ma proprio dagli intellettuali e dalla classe dirigente. Perché se questa riforma linguistica comincia a prendere piede sui giornali, come negli articoli di Michela Murgia, nelle università, nelle scuole, e addirittura nelle istituzioni, sarà poi impossibile fermarla. Come è accaduto con la parola “negro”. Come sta accadendo con gli itanglismi.

La petizione di Massimo Arcangeli

Per questi motivi ho firmato la petizione del linguista Massimo Arcangeli che si oppone allo scevà in nome dell’italiano. Finalmente un linguista che scende in campo, che fa qualcosa di concreto, che fa sentire la sua voce di intellettuale e accademico per opporsi al revisionismo linguistico così in voga in certi ambienti che si presentano progressisti ma sono tutto il contrario. Gli intellettuali di questi ambienti sono coloro che hanno smarrito la loro funzione critica per rivestire il ruolo di legittimatori delle nuove forme di potere, invece di metterle in discussione.
La reazione di Arcangeli arriva davanti a un pericoloso precedente istituzionale, che mostra il vero volto del fondamentalismo dello scevà, un’ideologia che si fa strada proclamando il diritto di parlare come si vuole e quindi di stravolgere l’italiano e finisce per istituzionalizzarsi e imporsi a tutti come un obbligo.


Quando le università abbandonano l’italiano e passano all’itanglese, o al linguaggio inclusivo dello scevà, stanno distruggendo la nostra lingua, con il pretesto di rinnovarla. E tutto ciò va fermato. Se le petizioni che ho lanciato a tutela dell’italiano compromesso dagli itanglismi (come quella senza risposta a Mattarella) sono state ignorate dai linguisti, dagli intellettuali e dai mezzi di informazione, questa volte le cose potrebbero andare diversamente. E tra i firmatari della petizione, per fortuna, questa volta ci sono tanti linguisti del calibro di Claudio Marazzini o di Luca Serianni in compagnia di tanti intellettuali e personaggi di spicco. E sarebbe auspicabile che tutti facessero sentire la propria voce ed esprimessero in modo chiaro il loro dissenso.
Chi vuole leggere e firmare la petizione lo può fare sul sito Change.org.

Itanglese, scevà, conflitti generazionali e il vuoto del pensiero colonizzato

La settimana scorsa, su Domani, è uscito un pezzo di Andrea Donaera ricco di confusioni concettuali, il cui livello ricorda quello di un tronista più che di un giornalista o di uno scrittore.

Il titolo è “Boomer, fatevene una ragione: la lingua continua a cambiare”. L’occhiello è “Scontro generazionale”, che secondo l’autore sarebbe alla base di una nuova definizione dell’italiano standard dove i “vecchi” che detengono il potere difenderebbero – attraverso le crociate” sui “social” – la purezza della lingua, in antitesi ai “giovani” che la vorrebbero rinnovare. Nel pacchetto del rinnovamento ci sono gli anglicismi e la lingua inclusiva, che si avvale dello scevà (ə) per superare l’arretratezza dei maschili generici, per cui scrivere imbecillə arriva a tutti, uomini e donne, senza discriminazioni (anche se rimane il problema della pronuncia, passando dalla scrittura al parlato).

Anglicismi e purezza della lingua

Donaera si scaglia con un certo livore contro i “boomer”, in nome delle lingue che cambiano e dell’assurdità della purezza della lingua. È rimasto fermo forse all’Ottocento, al purismo, alla guerra ai barbarismi… pare non avere la percezione di come la lingua stia cambiando, pare non rendersi conto che quando si importa tutto esclusivamente da una sola lingua dominante – come in preda a una nevrosi compulsiva – il cambiamento dell’italiano si trasforma in creolizzazione lessicale. Il concetto di “ecologia linguistica” non lo sfiora, così come pare ignorare che il dibattito è internazionale, non solo italiano, perché gli anglicismi che penetrano ovunque – quello che Tullio De Mauro ha definito lo tsunami anglicus – hanno a che fare con rapporti di potere mondiali e con la globalizzazione, anche se in Italia il fenomeno è ben più preoccupante che altrove.
Per Donaera sembra tutto riconducibile a uno scontro generazionale, non riesce a cogliere le dinamiche di un conflitto connesso con l’imposizione del pensiero unico globalizzato di matrice angloamericana, che è prima di tutto culturale e poi linguistico. Il problema viene ribaltato. Sulle piattaforme sociali ci sarebbe un pullulare di “meme boomeristici” che predicherebbero prescrizioni del tipo “non si dice coffee-break ma pausa caffè” e che farebbero una “crociata” contro i giovani e quelli come lui (che non è poi così giovane anche se i suoi “ragionamenti” sembrano piuttosto adolescenziali) di parlare “come cazzo gli pare”. Vede un odio generazionale dei boomer che gli impedirebbero di essere moderno, in una prospettiva rovesciata dove non si accorge dell’odio che trasuda dalle sue parole, e dove sembra che siano i difensori dell’italiano a costituire il sistema dominante, e non viceversa. Infastidito da chi preferisce dire pausa caffè invece di coffe-break, rivolta la frittata e i rapporti di potere, confonde gli oppressi con gli oppressori: sono le parole italiane a regredire e decadere davanti all’inglese, non il contrario, se non se ne fosse accorto. C’è una bella differenza tra idolatrare la purezza della lingua e passare all’inglese invece di farla evolvere. Il purismo era contrario ai neologismi almeno quanto i barbarismi, la lingua newstandard di Donaera sa solo ripetere a pappagallo le parole della lingua-cultura superiore che idolatra, e al purismo contrappone l’anglopurismo: basta dirlo in inglese o in pseudoinglese per essere moderni.

I paraocchi del conflitto generazionale

Magari il fenomeno degli anglicismi fosse inquadrabile in un conflitto generazionale o appartenesse al gergo giovanile! I gerghi dei giovani procedono in modo discontinuo per cui la generazione successiva non ripete le parole di quella precedente, ma ne introduce di nuove. Inoltre, quando si raggiunge l’età adulta questo linguaggio viene abbandonato, non si conserva nel tempo all’interno del gruppo (una volta cresciuti, i paninari non chiamano “sfitinzia” la propria moglie). E soprattutto appartengono al parlato, non alla scrittura. Mi domando se Donaera, e quelli come lui, sappiano che l’italiano è una lingua letteraria, sopravvissuta per secoli solo nei libri, mentre nella vita reale ognuno parlava come cazzo gli pareva, o nel solo modo con cui lo sapeva fare, e cioè in dialetto. Solo nel Novecento si è affermato un italiano comune parlato in un avvicinamento tra oralità e scrittura che nell’era di Internet si intreccia sempre più. Ma l’italiano neostandard individuato negli anni Ottanta da un linguista come Gaetano Berruto, che era perlopiù parlato, oggi si è involuto in un italiano newstandard che è contemporaneamente scritto in Rete, dove la percentuale di anglicismi è tale da uscire da ogni esempio storico di interferenza linguistica e da non riguardare più il purismo, ma la creolizzazione. Donaera non si è accorto che non sono i giovani a dire “al top”, è il boomer Briatore. A parlare – assurdamente – di “green pass” invece che di passaporto vaccinale sono i giornalisti con i capelli grigi e le giornaliste dalle labbra rifatte la cui gioventù è ricostruita artificialmente.

Ripenso alle parole di Gramsci che aveva capito qualcosa dallo spessore ben diverso da chi oggi si proclama sociolinguista. Ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3). Oggi tutto ciò è vero più che mai, e questo riassestamento non riguarda lo scontro giovani-boomer, ma una classe dirigente americanizzata in modo servile a partire dalla sinistra, che un tempo aveva un atteggiamento critico – critico, si badi bene, non antiamericano – e oggi è zerbinata e colonizzata. Il linguaggio fatto di anglicismi è solo la spia di questo mutamento che crea fratture sociali.

Ripenso alle parole di un intellettuale come Michel Serres che accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.” (Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri 2018).

Ripenso a Pasolini che negli anni Sessanta aveva compreso e denunciato la fine dell’italiano letterario individuando i nuovi “centri di irradiazione” della lingua, quelli tecnologici del Nord (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) che sono gli stessi che oggi parlano e diffondono l’inglese e l’itanglese, insieme ai mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi lo stanno trasformando in una lingua creola.

Poi rileggo le analisi di Donaera sui boomer e mi viene da piangere.

Fateci parlare come cazzo ci pare”

L’incapacità di mettere insieme delle argomentazioni, la superficialità delle analisi, la manipolazione dei fatti dovuta, forse, al non essere in grado di comprenderli più che alla volontà di alterarli, raggiunge l’apice nella chiusa dell’articolo: “Fateci parlare come cazzo ci pare”.

Sullo stesso giornale, Domani, forse per rimediare allo scivolone e alla caduta di stile, è intervenuto qualche giorno dopo Walter Siti (“Attenti alla libertà linguistica che diventa sciatteria e censura”) a ricordare che questo tipo di “libertà rischia di trasformarsi in sciatteria, o addirittura in censura”. La libertà di scrivere “ha” senz’acca o di abolire i congiuntivi? La lingua è un fenomeno collettivo che ha le sue regole, ricorda Siti.

Purtroppo Donaera, oltre a parlare, scrive come cazzo vuole e non sembra conscio della differenza tra oralità e scrittura. Forse non sa che il linguaggio giovanile, e gli scontri generazionali che riguardano il modo di parlare sono ricorrenti, oltre che passeggeri. Negli anni Sessanta l’appellativo per bollare i vecchi era “matusa” (parola italiana espressione di un conflitto generazionale), oggi “boomer” è figlio di un lavaggio del cervello globalizzato che scandisce le generazioni secondo la cultura dominante d’oltreoceano (dai Millenial[s] alle X, Y, Z generation), in un Paese che è ormai diventato culturalmente una colonia, incapace di creare e utilizzare le proprie categorie di pensiero e linguistiche. I crociati non sono coloro che difendono l’italianità, sono coloro che vogliono imporre la lingua-pensiero degli Usa a tutto il mondo. Chi difende la lingua italiana, caso mai, tenta di fare la resistenza. Faccio fatica a vedere la “libertà” nell’abbandonare l’italiano per riempirsi la bocca di parole che arrivano dalla lingua dominante.

Sarebbe facile bollare Donaera come figlio di una generazione colonizzata, come un nativo halloweeniano che pensa che quello che sin da bambino ha visto in tv e oggi in Rete appartenga alla nostra storia e società e non all’esportazione dei modelli delle multinazionali che lo hanno plasmato a loro uso e consumo, dal popcorn che gli fanno mangiare al cinema al linguaggio delle interfacce della Rete che gli fanno parlare. In realtà non è così, non si può generalizzare a questo modo e prendersela con le generazioni. Meglio prendersela con la stupidità trasversale a ogni fascia di età.

La bufala del linguaggio non discriminante

A voler purificare ed emendare la lingua italiana non sono i pochi che la vorrebbero parlare e tenere viva, una minoranza schiacciata dal linguaggio mediatico, pubblicitario, lavorativo, politico… Sono quelli come lui, quando scrivono che “l’italiano, così com’è, è una lingua spesso insufficiente – con i suoi maschili sovraestesi”.

Donaera scrive che difendere l’italiano è una concezione ideologizzata che risale al Novecento, e contrappone una nuova concezione della lingua basata sull’identità di ogni genere di umanità e cultura. A questo punto le cose si fanno addirittura imbarazzanti. Il plurilinguismo, le diverse culture spazzate via dal pensiero unico vengono spacciate come universali, con la stessa logica con cui si spaccia per plurilinguismo l’imposizione in tutto il mondo del globalese e dell’inglese internazionale (che è tutto il contrario), e con la stessa logica del fondamentalismo di chi proclama che “i valori americani sono universali” (Condoleezza Rice) e che la loro civiltà è la più giusta di tutte. Il linguaggio “non discriminante” è teorizzato da un nuovo imperialismo culturale e linguistico che si ritiene superiore alle altre lingue e culture.

Donaera non si rende conto che la sua difesa dello scevà è altrettanto ideologizzata, non è affatto una scelta neutra, è figlia di un’ideologia che viene dagli Stati Uniti (e infatti la sua pronuncia, fuori dalla scrittura, è l’ennesimo suono angloamericano che non esiste nella lingua del Paese dove il sì suona) e che si sta diffondendo acriticamente. È un’ideologia che presuppone che il maschile generico sia discriminante, che è un giudizio, non un fatto. Personalmente non mi sento discriminato dal femminile inclusivo se, per alcuni, posso essere una guida o un’autorità, un’eccellenza, oppure semplicemente una spalla, una vittima, una spia. A volte posso essere una iena, una tigre… e quando sono una persona, la mia mascolinità non ne risente. Persino il cazzo può diventare la nerchia, la minchia o la verga, senza intaccare le strutture fallocratiche della nostra società maschilista. Siamo seri. Chiamiamo le cose con il loro nome: la polemica contro il maschile inclusivo è un’ideologia che viene d’oltreoceano e che non rientra nel politicamente corretto, ma nel politicamente statunitense, dove l’attenzione nel non discriminare non ha la portata universale che le si attribuisce. Non c’è alcuna attenzione davanti al fatto che definire gli statunitensi “americani” (visto che loro si chiamano così) è estremamente irritante per un canadese o un messicano, perché l’America è un continente, e far coincidere gli americani con l’intero continente è irrispettoso (“il condomino che si dichiara padrone di tutto il palazzo”) e soprattutto discriminatorio nei confronti delle tante etnicità esistenti. Ma chi se ne frega… La “scoperta dell’America”, del resto, presuppone che prima non esistesse nemmeno (eppure lo sterminio degli americani veri è stato numericamente più consistente di quello dell’olocausto).

È la stessa logica con cui i Paesi poveri sono chiamati ipocritamente “Paesi in via di sviluppo”. Quale sviluppo? Quello del capitalismo globalizzato e della civiltà dei consumi dove li si vuole condurre, ovviamente. È curioso che la sensibilità per l’identità di genere o sulla presunta non discriminazione delle donne espressa dallo scevà e predicata da Donaera non corrisponda a un’analoga sensibilità per una generazione definita spregiativamente boomer. Di questo politicamente corretto da coloni se ne può fare a meno.

Dietro la retorica dello scevà e del rinnovamento dell’italiano attraverso la sua sostituzione con l’inglese c’è un’ideologia ben precisa, quella del pensiero dominante. Il parlo come cazzo voglio presto si trasformerà in “se non parli come me” sei sessista. Lo abbiamo già visto per parole come negro, che per l’interferenza del pensiero unico sono diventate discriminanti quando non lo erano mai state, da noi. La giustificazione del parlo come voglio della fase incipiente dei purificatori della lingua, nella seconda fase diventerà obbligare tutti a parlare – e pensare – con la lingua dei padroni.

Scontro generazionale? No. Lo scontro è ben più titanico.

Dietro la libertà di Donaera c’è la dittatura del pensiero unico e degli anglocrociati alla conquista del mondo, anche linguisticamente. Le nuove generazioni sono in gran parte già state colonizzate, certo. Google, Facebook e affini stanno facendo il loro sporco lavoro, che comincia ad avere un nome – il capitalismo di sorveglianza che trasforma l’esperienza umana in merce da manipolare – e la nostra classe dirigente più che denunciarne il pericolo li aiuta remando nella stessa direzione.

La libertà sta nel non comprare i giornali che danno spazio a queste ideologie, e tantomeno i libri di chi si rivela un colonizzato e al tempo stesso un collaborazionista della distruzione della nostra lingua e cultura.

Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [2]

Nella prima parte di questo articolo ho cercato di evidenziare come il linguaggio “politicamente corretto”, più che essere tale, abbia a che fare con l’espansione della mentalità e dei valori angloamericani e di ciò che è “corretto” all’interno della loro cultura, che non è affatto neutrale o “universale”.
Definire gli Stati Uniti e gli statunitensi come America e americani – cosa data per scontata sia negli Usa sia in Italia – non è affatto corretto né rispettoso nei confronti di tutti gli altri Paesi dell’America – che è un continente – e anche se da noi nessuno lo mette in discussione ferisce la sensibilità linguistica di un intero continente, come si può vedere in un video pubblicitario della birra messicana Corona.

Aderire a questo “politicamente inglese” e alla visione statunitense dominante vissuta come sacra e inviolabile (il nuovo totem dell’italianità) ha portato, e sta portando, all’introduzione di nuovi tabù linguistici che non appartengono alla nostra cultura. E così una parola come negro è diventata tabù, e si è caricata di un’accezione spregiativa che storicamente non aveva. Anche il concetto di razza è stato messo in discussione, come se sostenerne l’esistenza significasse essere razzisti – e c’è chi vorrebbe toglierla dalla nostra Costituzione – con il paradosso di un antirazzismo “che difende la tesi dell’inesistenza delle razze pur continuando a lottare contro la discriminazione delle razze!” (Michel Onfray, Teoria della dittatura, Ponte delle Grazie, 2020, p. 207-8).

Il nuovo fronte, globale, del politicamente corretto moralizzatore che si espande dagli Stati Uniti si chiama linguaggio inclusivo.

Il nuovo senso di inclusivo, che calca l’inglese inclusive, dovrebbe includere tutti, soprattutto le minoranze, per estendere “qualcosa” a quante più persone possibili senza escluderle e discriminale; ma dietro questo intento dichiarato legato all’accoglienza che dovrebbe esprimersi attraverso un linguaggio “neutro”, c’è di fatto qualcosa d’altro: “includere” tutti all’interno di una stessa visione, spacciata per “neutrale”, inglobare tutti nel pensiero unico dominante, e stigmatizzare in modo negativo chi non la pensa così. Inclusivo rischia perciò di trasformarsi nell’opposto di ciò che dichiara: un totalitarismo culturale che riduce il pensiero critico di volta in volta in pensiero razzista o sessista.

 

Il linguaggio inclusivo: neutralità e accoglienza o catechismo culturale?

Uno dei nodi centrali di questa recente tendenza è quello di opporsi al maschile generico.

Nei Paesi anglofoni si è fatto strada l’uso del “loro” con valore di terza persona singolare (singular they) che non è marcato dal genere maschile o femminile e va bene per tutti, compresi quanti non si identificano né con il genere maschile né con quello femminile. Il suo uso è stato consigliato e promosso da istituzioni universitarie e non solo. Nel 2019 il they è stato proclamato parola dell’anno dalla società di traduzioni e dizionari Merriam-Webster, e nel 2020 parola del decennio dalla American Dialect Society. Questa soluzione del plurale senza genere non sarebbe applicabile all’italiano, dove il plurale mantiene il genere (esse/essi) visto che il neutro non esiste. Emulare e trapiantare questa stessa visione si scontra con un’oggettiva incommensurabilità linguistica che genera pasticci, oltre a scontrarsi con la nostra storia. In Italia, oltretutto, a intervenire sui pronomi personali fu Mussolini che tentò di sostituire il “lei” con il “voi”, e bisognerebbe rammentarlo a quanti associano al fascismo gli interventi contro gli anglicismi come l’attuale petizione a Mattarella, per poi celebrare il singular they come un atto progressista di grande civiltà.

Da noi il maschile è già inclusivo (“uomini e donne, benvenuti”) e prevale anche nei concetti “neutri” dove il potere sostantivante dell’articolo si esprime al maschile (“il parlare” e non “la parlare”). Come osserva Gabriele Valle “il maschile generico della lingua è talvolta visto come il sintomo di un androcentrismo ancestrale, ma l’androcentrismo non implica affatto discriminazione.” Sostenere che il maschile inclusivo sia discriminatorio è un’interpretazione ideologizzata, e non appartiene affatto a tutte le donne; come scrive una bloggatrice dall’argentina: “Non mi sono mai sentita esclusa a leggere ‘gli studenti’ o ‘i cittadini’, non ho mai pensato si riferisse ai soli studenti maschi o ai solo cittadini maschi”.

Più che interpretare l’italiano come una lingua storicamente maschilista – e anche se lo fosse è un po’ problematico da riformare a tavolino con un colpo di spugna che cancella secoli di storia – bisognerebbe riflettere sul fatto che non esiste alcuna corrispondenza tra il genere delle parole e il sesso delle persone. Nelle lingue romanze, con la scomparsa del neutro che esisteva nel latino, le parole si sono trasformate in maschili e femminili senza motivi logici: il mare (maschile) in francese è “la mer” (femminile), mentre in spagnolo “mar” è maschile o femminile a seconda dei contesti.

 

L’attacco contro il maschile generico

In una pubblicazione di Cecilia Robustelli, in collaborazione con la Crusca, si legge:

“I termini che si riferiscono a un essere femminile sono di genere grammaticale femminile e quelli che si riferiscono a un essere maschile sono di genere grammaticale maschile.”
E in una nota si precisa: “Le poche eccezioni, come per esempio guardia, sentinella, vedetta che sono di genere grammaticale femminile anche se si riferiscono tradizionalmente a uomini, sono del tutto ininfluenti per quanto riguarda il sistema” (Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, 2012).

Ma questa affermazione è un modo di classificare il sistema grammaticale poco sostenibile, e stupisce l’avvaloramento della Crusca. Oltre agli esempi citati da Robustelli, ci sono infatti anche altre parole di genere femminile che sono riconducibili a corrispondenti maschili o promiscui, per esempio una spia, recluta, vittima, comparsa, controfigura, maschera, staffetta, eccellenza, eminenza, autorità o persona! In questi casi anche il femminile può essere inclusivo, e personalmente non mi sento sminuito nella mia mascolinità se mi definiscono una persona o una guida brava (al femminile). Esaminando le metafore, un uomo può essere una sagoma (spiritoso), una spalla (comico), una bestia (usato nel senso meno femminile possibile), una talpa (infiltrato più che miope), un’aquila, una iena, una sanguisuga… Nel caso degli animali poi (che sono a tutti gli effetti “esseri” maschili e femminili, per riprendere le parole di Robustelli), i nomi promiscui (senza alcuna corrispondenza tra genere grammaticale e sessuale) sono infiniti: dire che il canguro ha il marsupio è vero solo per la femmina (il maschio non ce l’ha affatto, alla faccia della pretesa corrispondenza tra sesso e genere grammaticale), e la tigre, la giraffa, la marmotta, l’ape, la cavalletta e centinaia di altre bestiole sono tutti “femminili” inclusivi, o più semplicemente nomi generici “promiscui” che indicano sia i maschi sia le femmine. Persino negli attributi sessuali caratterizzanti (a proposito di “termini che si riferiscono a esseri” femminili o maschili) non esiste questa corrispondenza e, sconfinando sino al triviale, l’organo sessuale maschile può essere definito la minchia o la nerchia (e le sue parti comprendere la cappella e le palle, femminili come la prostata), mentre l’utero è maschile, come il clitoride (di cui esiste un femminile anticamente prevalente ma oggi sempre più in disuso, che non interpreterei come una riscrittura sessista).

Infine – e questo è un fatto che non ho mai trovato citato dai sostenitori del maschile discriminatorio – non dimentichiamo che nelle formule di cortesia usiamo il lei (e non il lui), femminile, che richiede anche la concordanza con il le (invece di gli): “Signor Maschi, la disturbo per chiederle una cosa”.

E allora dov’è questa pretesa corrispondenza tra sesso e genere grammaticale, nella lingua italiana?

Non esiste affatto, è un’opinione “politicizzata” e molto forzata. Sicuramente coglie una tendenza prevalente a orecchio, ma non è sempre così, e quando le eccezioni sono troppe, vale la pena di chiedersi se la regola formulata non sia da riformulare in modo diverso o da buttare via. È un po’ come far diventare una “regola” il fatto che le parole che terminano in “a” sono femminili e quelle in “o” maschili (è solo una tendenza), e considerare come “eccezioni” cinema, automa, fantasma… (maschili) oppure auto, virago, mano… (femminili), è un approccio poco proficuo che nessun linguista accetta, perché sarebbe una grossa baggianata affermare che sono eccezioni ininfluenti per il sistema.

Eppure, partendo dall’assioma della coincidenza tra genere grammaticale e genere biologico, si stanno costruendo guide al linguaggio inclusivo che predicano questa nuova ideologia, che non è altro che il trapianto e la scopiazzatura di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti. Questo intervento normativo delle buone prassi dello scrivere, “corrette” e “inclusive”, è solo una revisione linguistica catechizzante che viene imposta dall’alto, una speculazione elitaria di una classe dirigente succube del proprio totem culturale che vuole emulare e da cui vuole essere inclusa = inglobata. È un entrare sull’uso “a gamba tesa”, come si suol dire, visto che non si può di certo sostenere che questa esigenza sia sentita tra gli italiani (inclusivo anche di italiane), che si preoccupano di ben altro.

 

Le regole dell’inclusività prescritte dalle linee guida

Le nuove linee guida che vengono prescritte e consigliate predicano l’uso “simmetrico del genere”, cioè la ripetizione del femminile e del maschile, come nella formula “signore e signori”, per farla semplice. Questa esplicitazione di entrambi i generi è la prima “strategia” comunicativa di cui le pubbliche amministrazioni dovrebbero tenere conto. Per esempio: “Tutti i consiglieri e tutte le consigliere prendano posto nell’aula, anche in forma grafica abbreviata, es. tutti/e i/le consiglieri/e prendano posto nell’aula” (Robustelli). Se nello scritto queste formule che vanno contro la naturalezza e soprattutto la sinteticità e l’economia linguistica – così tanto decantata quando si devono giustificare gli anglicismi che non sono invece stigmatizzati dalle linee guida del linguaggio corretto – si potrebbero anche prendere in considerazione, è chiaro che nella lingua parlata diventano un ostacolo alla comunicazione. Dunque una seconda strategia è quella “dell’oscuramento di entrambi i generi” cercando di utilizzare perifrasi e acrobazie linguistiche per usare espressioni prive di referenza di genere, come “persona”, “individuo”, “soggetto”, “essere”, “essere umano”, considerate più neutre (ma considerare persona e individuo privi di genere è un’altra forzatura, sono rispettivamente un femminile e un maschile inclusivi). Oppure nomi ambigenere come “docente”, “dipendente”, “insegnante” (ma rimane il problema delle concordanze con gli aggettivi: docenti promossi) o nomi collettivi come “magistratura”, “direzione”, “presidenza” (al posto di magistrati, direttori e presidenti considerati marcati e discriminanti nel loro maschile generico). Si predica poi l’uso della forma passiva o impersonale: “La domanda deve essere presentata invece di I cittadini e le cittadine devono presentare la domanda”, “Si entra uno alla volta invece di Gli utenti devono entrare uno alla volta”. Queste prescrizioni, applicate sistematicamente, rischiano però di generare formule che vanno nella direzione dell’antilingua di Calvino e del burocratichese, più che mantenere uno stile naturale.

Comunque sia, ognuno è libero di esprimersi nel modo che ritiene più opportuno, compreso quello che considera questo genere di “attenzioni” un approccio ipocrita da evitare. Personalmente spero che presto sia abolita la “festa della donna”, visto che non c’è quella degli uomini: sarebbe il segno più evidente di un’avvenuta effettiva parità che non ha più bisogno di essere celebrata con una giornata internazionale di “lotta”, spesso trasformata nella giornata del contentino (o dello spogliarello maschile) da riconoscere a chi di fatto continua a essere discriminato (maschile inclusivo = donne discriminate). Forse quel giorno anche la questione del linguaggio inclusivo si rivelerà priva di senso.

Ma soprattutto c’è da chiedersi: pensiamo di risolvere le discriminazioni dal punto di vista della lingua per lasciarle inalterate nella sostanza? È questa la strategia che porterebbe all’emancipazione della donna? Davvero il linguaggio inclusivo è percepito come importante dalla gente? Sono questi i problemi? O è solo una religione predicata da una cerchia ristretta di evangelizzatori che la impongono dall’alto senza che a nessuno importi di queste quisquilie, proprio a partire dalle donne?

 

La femminilizzazione delle cariche

La questione si intreccia con quella della femminilizzazione dei mestieri, argomento molto più pratico, concreto e serio, nato proprio dall’emancipazione delle donne, che nel Novecento hanno sempre più (ma sempre troppo poco) ricoperto ruoli che prima erano soltanto maschili. Nello Zingarelli del 1923 la voce ministra indicava, scherzosamente, la moglie del ministro (accanto alle accezioni religiose storiche delle ministre sacerdotesse di vari culti passati). Dagli anni Novanta in poi i dizionari hanno cominciato a inserire i femminili di sempre più professioni. Nel 2007 è stata diramata una direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) che invitava a usare un linguaggio non discriminante nei documenti di lavoro per favorire in questo modo una politica per le pari opportunità. Qualche anno dopo, l’Accademia della Crusca ha affiancato il Comune di Firenze nello stilare le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, perché il punto era quello di stabilire caso per caso come si potesse rendere il “giusto” femminile, che di volta in volta si può fare con la desinenza in -a, in -essa, in -trice

In realtà, da un punto di vista grammaticale, le possibilità di rendere un femminile sono tre:
■ si può formare il femminile di una parola (professoressa, ministra, imprenditrice);
■ si può premettere l’articolo femminile (che grammaticalmente è ciò che dà il sesso a ogni parola) lasciando la parola invariata (la presidente invece della presidentessa);
■ si può lasciare il maschile con valore femminile: il presidente della Camera Nilde Iotti è stata eletta

presidente presidentessa
La frequenza di “la presidente” e “presidentessa” dal 1970 al 2019 negli indici di Google libri.

E allora come operare a seconda dei casi? La risposta esce dalla grammatica e coinvolge altri approcci che oscillano tra l’uso che si afferma spontaneamente, dal basso, e l’uso che viene imposto dall’alto, basato su scelte “politiche” fatte da istituzioni o personalità che non si fanno alcuno scrupolo a prescrivere e consigliare, violando la favola ipocrita che non si deve essere normativi ma solo descrittivi.

In Italia, uno dei primi libri a porre la questione del femminile è stato quello di Alma Sabatini (Il sessismo nella lingua italiana, 1987) pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che, in nome della parità dei sessi, attaccava un uso della lingua che avrebbe creato discriminazioni nel non distinguere i generi, con soluzioni in parte accettate e in parte oggi completamente improponibili.
Precedentemente, le rivendicazioni del femminismo puntavano con orgoglio al fatto che anche le donne si potessero fregiare di un carica maschile, come quella di medico o di chirurgo, un tempo ricoperte da soli uomini. In proposito si può ricordare un vecchio indovinello che girava appunto negli ambienti femministi degli anni Settanta.

Dopo un grave incidente automobilistico un ragazzo viene trasportato d’urgenza in pronto soccorso, in fin di vita, mentre il padre che era alla guida muore.
Quando il chirurgo entra nella sala operatoria, e vede il ragazzo, chiede di essere sostituito: non si sente in grado di operarlo, perché quello è suo figlio!
Ma com’è possibile, visto che il padre era deceduto poco prima nello stesso incidente?

Semplice: il chirurgo in questione era una donna, quindi la madre. Solitamente il quesito veniva rivolto dalle donne (femministe) agli uomini, che se non individuavano la soluzione erano tacciati di vedute ristrette e sessiste. Oggi, invece, questa storiella che giocava sul maschilismo imperante rischia di diventare un’autorete, dal punto di vista del sessismo, perché sempre di più emerge la tendenza a indicare una donna come chirurga.

Va detto che non tutte le interessate sono favorevoli a questo tipo di femminilizzazione delle cariche, e per esempio tra gli avvocati la maggioranza delle donne attualmente preferisce presentarsi come avvocato, e lo stesso vale per i notai e per gli architetti. Questo è ciò che si imposto nell’uso vero, che piaccia o no ai linguisti predicatori. Anche se da marzo del 2017 è possibile richiedere all’Ordine degli Architetti il duplicato del timbro professionale con la dicitura ufficiale di “architetta” l’iniziativa non ha avuto successo.

Eppure Robustelli (formula meno sessista di “la Robustelli”, come se davanti ai nomi di donna bisognasse specificarne il sesso, contrariamente a quanto si fa con gli uomini), negli esempi delle sue linee guida all’uso consiglia proprio la formula “Egregia avvocata YX” (p. 20) sostanzialmente ignorando la maggioranza degli avvocati di sesso femminile che non si presentano affatto in questo modo, né gradiscono che ci si rivolga loro così. E allora molto spesso queste direttive sono prescritte a tavolino da chi spaccia il proprio punto di vista per quello “corretto” e “universale”, senza coinvolgere le dirette interessate che magari vengono persino bollate di essere “vittime” di retaggi maschilisti da non assecondare e da “rieducare”.

Anche se “ministra” ha preso ormai piede (grazie al fatto che i dizionari lo prescrivono come il giusto femminile e i mezzi di informazione lo usano di frequente), non tutte le donne sono d’accordo, ed è nota per esempio la posizione dell’ex ministro delle pari opportunità Stefania Prestigiacomo che aveva esplicitamente espresso la sua antipatia per ministra e non voleva essere chiamata così (ma non è un caso isolato). Dunque, se la femminilizzazione delle professioni si sovrappone con il linguaggio inclusivo, sembra che sia un argomento che divida, più che includere. E soprattutto porta a dei paradossi per cui in alcune occasioni non si sa più come parlare, davanti alle alternative oscillanti e non accettate in modo univoco proprio dalle interessate. E forse per la questione femminile sarebbe più importante che ci fossero tanti ministri donna, invece che poche ministre da tutelare con le quote rosa.

poliziotta donna poliziotto

 

Anche poliziotta al posto di donna poliziotto, considerata un’espressione più sessista, ha una sua stabilità, ma va detto che il femminile era già entrato nell’uso e non è il frutto delle prescrizioni recenti, come si evince dall’immagine.

 

L’uso: detta legge per gli anglicismi ma va cambiato per il linguaggio inclusivo

Analizzando le frequenze di alcune professioni volte al femminile si vede che non sono troppo in uso, e mentre sindaca ha avuto negli ultimi decenni una certa fortuna, avvocatessa prevale su avvocata (che la categoria non usa) perché appartiene all’uso tradizionale e sui giornali spesso si scrive così, benché sia un femminile disusato dalle professioniste e sconsigliato dai linguisti predicatori degli usi “non sessisti” e “discriminatori”.

cariche femminili

 

Oltre a chiedersi quanto queste linee guide funzionino, dunque, rimane il problema che sono frutto di un tentativo di regolamentare l’uso che viola l’intento dichiarato dai linguisti di voler essere descrittivi in nome di un liberismo linguistico che segue due pesi e due misure. Mentre alcuni anglicismi sono etichettati come “necessari” o “insostituibili” perché sono ormai entrati nell’uso, e così vengono giustificati e legittimati, davanti al linguaggio inclusivo sembra invece lecito intervenire sull’uso “educando” e “correggendo”. E così in Italia, dopo le innumerevoli iniziative per la femminilizzazione delle cariche, sorgono oggi quelle per Il parlar civile. Comunicare senza discriminare, si moltiplicano i siti che divulgano questo approccio, e vengono erogati corsi con esercitazioni pratiche del buon scrivere inclusivo. Ma cosa fanno queste stesse istituzioni per non discriminare la lingua italiana attraverso i sempre più numerosi anglicismi che utilizzano e giustificano?
Nulla. Anzi, questi siti spesso ostentano gli anglicismi, o sono addirittura scritti in itanglese, la nuova lingua che praticano, predicano e insegnano (qui un esempio tra i più allucinanti).

Perché il linguaggio “inclusivo”, che dovrebbe includere tutti, ricorre spesso con disinvoltura ad anglicismi (gender neutral, genderless…) che non sono comprensibili a tutti ed escludono una fetta di destinatari e soprattutto l’italiano?

Intanto, il dibattito sul linguaggio inclusivo di matrice statunitense si sta allargando in tutto il mondo, con i suoi criteri e la sua terminologia, e nel suo voler modificare l’uso storico delle lingue sta ormai travalicando lo schema del genere maschile/femminile per proporre riforme ortografiche e nuovi interventi “non discriminatori” sulla lingua che tengano conto anche di chi non si riconosce né nel maschio né nella femmina e interpreta il sesso come un prodotto culturale invece che naturale…

 

Continua