Itanglese, scevà, conflitti generazionali e il vuoto del pensiero colonizzato

La settimana scorsa, su Domani, è uscito un pezzo di Andrea Donaera ricco di confusioni concettuali, il cui livello ricorda quello di un tronista più che di un giornalista o di uno scrittore.

Il titolo è “Boomer, fatevene una ragione: la lingua continua a cambiare”. L’occhiello è “Scontro generazionale”, che secondo l’autore sarebbe alla base di una nuova definizione dell’italiano standard dove i “vecchi” che detengono il potere difenderebbero – attraverso le crociate” sui “social” – la purezza della lingua, in antitesi ai “giovani” che la vorrebbero rinnovare. Nel pacchetto del rinnovamento ci sono gli anglicismi e la lingua inclusiva, che si avvale dello scevà (ə) per superare l’arretratezza dei maschili generici, per cui scrivere imbecillə arriva a tutti, uomini e donne, senza discriminazioni (anche se rimane il problema della pronuncia, passando dalla scrittura al parlato).

Anglicismi e purezza della lingua

Donaera si scaglia con un certo livore contro i “boomer”, in nome delle lingue che cambiano e dell’assurdità della purezza della lingua. È rimasto fermo forse all’Ottocento, al purismo, alla guerra ai barbarismi… pare non avere la percezione di come la lingua stia cambiando, pare non rendersi conto che quando si importa tutto esclusivamente da una sola lingua dominante – come in preda a una nevrosi compulsiva – il cambiamento dell’italiano si trasforma in creolizzazione lessicale. Il concetto di “ecologia linguistica” non lo sfiora, così come pare ignorare che il dibattito è internazionale, non solo italiano, perché gli anglicismi che penetrano ovunque – quello che Tullio De Mauro ha definito lo tsunami anglicus – hanno a che fare con rapporti di potere mondiali e con la globalizzazione, anche se in Italia il fenomeno è ben più preoccupante che altrove.
Per Donaera sembra tutto riconducibile a uno scontro generazionale, non riesce a cogliere le dinamiche di un conflitto connesso con l’imposizione del pensiero unico globalizzato di matrice angloamericana, che è prima di tutto culturale e poi linguistico. Il problema viene ribaltato. Sulle piattaforme sociali ci sarebbe un pullulare di “meme boomeristici” che predicherebbero prescrizioni del tipo “non si dice coffee-break ma pausa caffè” e che farebbero una “crociata” contro i giovani e quelli come lui (che non è poi così giovane anche se i suoi “ragionamenti” sembrano piuttosto adolescenziali) di parlare “come cazzo gli pare”. Vede un odio generazionale dei boomer che gli impedirebbero di essere moderno, in una prospettiva rovesciata dove non si accorge dell’odio che trasuda dalle sue parole, e dove sembra che siano i difensori dell’italiano a costituire il sistema dominante, e non viceversa. Infastidito da chi preferisce dire pausa caffè invece di coffe-break, rivolta la frittata e i rapporti di potere, confonde gli oppressi con gli oppressori: sono le parole italiane a regredire e decadere davanti all’inglese, non il contrario, se non se ne fosse accorto. C’è una bella differenza tra idolatrare la purezza della lingua e passare all’inglese invece di farla evolvere. Il purismo era contrario ai neologismi almeno quanto i barbarismi, la lingua newstandard di Donaera sa solo ripetere a pappagallo le parole della lingua-cultura superiore che idolatra, e al purismo contrappone l’anglopurismo: basta dirlo in inglese o in pseudoinglese per essere moderni.

I paraocchi del conflitto generazionale

Magari il fenomeno degli anglicismi fosse inquadrabile in un conflitto generazionale o appartenesse al gergo giovanile! I gerghi dei giovani procedono in modo discontinuo per cui la generazione successiva non ripete le parole di quella precedente, ma ne introduce di nuove. Inoltre, quando si raggiunge l’età adulta questo linguaggio viene abbandonato, non si conserva nel tempo all’interno del gruppo (una volta cresciuti, i paninari non chiamano “sfitinzia” la propria moglie). E soprattutto appartengono al parlato, non alla scrittura. Mi domando se Donaera, e quelli come lui, sappiano che l’italiano è una lingua letteraria, sopravvissuta per secoli solo nei libri, mentre nella vita reale ognuno parlava come cazzo gli pareva, o nel solo modo con cui lo sapeva fare, e cioè in dialetto. Solo nel Novecento si è affermato un italiano comune parlato in un avvicinamento tra oralità e scrittura che nell’era di Internet si intreccia sempre più. Ma l’italiano neostandard individuato negli anni Ottanta da un linguista come Gaetano Berruto, che era perlopiù parlato, oggi si è involuto in un italiano newstandard che è contemporaneamente scritto in Rete, dove la percentuale di anglicismi è tale da uscire da ogni esempio storico di interferenza linguistica e da non riguardare più il purismo, ma la creolizzazione. Donaera non si è accorto che non sono i giovani a dire “al top”, è il boomer Briatore. A parlare – assurdamente – di “green pass” invece che di passaporto vaccinale sono i giornalisti con i capelli grigi e le giornaliste dalle labbra rifatte la cui gioventù è ricostruita artificialmente.

Ripenso alle parole di Gramsci che aveva capito qualcosa dallo spessore ben diverso da chi oggi si proclama sociolinguista. Ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3). Oggi tutto ciò è vero più che mai, e questo riassestamento non riguarda lo scontro giovani-boomer, ma una classe dirigente americanizzata in modo servile a partire dalla sinistra, che un tempo aveva un atteggiamento critico – critico, si badi bene, non antiamericano – e oggi è zerbinata e colonizzata. Il linguaggio fatto di anglicismi è solo la spia di questo mutamento che crea fratture sociali.

Ripenso alle parole di un intellettuale come Michel Serres che accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.” (Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri 2018).

Ripenso a Pasolini che negli anni Sessanta aveva compreso e denunciato la fine dell’italiano letterario individuando i nuovi “centri di irradiazione” della lingua, quelli tecnologici del Nord (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) che sono gli stessi che oggi parlano e diffondono l’inglese e l’itanglese, insieme ai mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi lo stanno trasformando in una lingua creola.

Poi rileggo le analisi di Donaera sui boomer e mi viene da piangere.

Fateci parlare come cazzo ci pare”

L’incapacità di mettere insieme delle argomentazioni, la superficialità delle analisi, la manipolazione dei fatti dovuta, forse, al non essere in grado di comprenderli più che alla volontà di alterarli, raggiunge l’apice nella chiusa dell’articolo: “Fateci parlare come cazzo ci pare”.

Sullo stesso giornale, Domani, forse per rimediare allo scivolone e alla caduta di stile, è intervenuto qualche giorno dopo Walter Siti (“Attenti alla libertà linguistica che diventa sciatteria e censura”) a ricordare che questo tipo di “libertà rischia di trasformarsi in sciatteria, o addirittura in censura”. La libertà di scrivere “ha” senz’acca o di abolire i congiuntivi? La lingua è un fenomeno collettivo che ha le sue regole, ricorda Siti.

Purtroppo Donaera, oltre a parlare, scrive come cazzo vuole e non sembra conscio della differenza tra oralità e scrittura. Forse non sa che il linguaggio giovanile, e gli scontri generazionali che riguardano il modo di parlare sono ricorrenti, oltre che passeggeri. Negli anni Sessanta l’appellativo per bollare i vecchi era “matusa” (parola italiana espressione di un conflitto generazionale), oggi “boomer” è figlio di un lavaggio del cervello globalizzato che scandisce le generazioni secondo la cultura dominante d’oltreoceano (dai Millenial[s] alle X, Y, Z generation), in un Paese che è ormai diventato culturalmente una colonia, incapace di creare e utilizzare le proprie categorie di pensiero e linguistiche. I crociati non sono coloro che difendono l’italianità, sono coloro che vogliono imporre la lingua-pensiero degli Usa a tutto il mondo. Chi difende la lingua italiana, caso mai, tenta di fare la resistenza. Faccio fatica a vedere la “libertà” nell’abbandonare l’italiano per riempirsi la bocca di parole che arrivano dalla lingua dominante.

Sarebbe facile bollare Donaera come figlio di una generazione colonizzata, come un nativo halloweeniano che pensa che quello che sin da bambino ha visto in tv e oggi in Rete appartenga alla nostra storia e società e non all’esportazione dei modelli delle multinazionali che lo hanno plasmato a loro uso e consumo, dal popcorn che gli fanno mangiare al cinema al linguaggio delle interfacce della Rete che gli fanno parlare. In realtà non è così, non si può generalizzare a questo modo e prendersela con le generazioni. Meglio prendersela con la stupidità trasversale a ogni fascia di età.

La bufala del linguaggio non discriminante

A voler purificare ed emendare la lingua italiana non sono i pochi che la vorrebbero parlare e tenere viva, una minoranza schiacciata dal linguaggio mediatico, pubblicitario, lavorativo, politico… Sono quelli come lui, quando scrivono che “l’italiano, così com’è, è una lingua spesso insufficiente – con i suoi maschili sovraestesi”.

Donaera scrive che difendere l’italiano è una concezione ideologizzata che risale al Novecento, e contrappone una nuova concezione della lingua basata sull’identità di ogni genere di umanità e cultura. A questo punto le cose si fanno addirittura imbarazzanti. Il plurilinguismo, le diverse culture spazzate via dal pensiero unico vengono spacciate come universali, con la stessa logica con cui si spaccia per plurilinguismo l’imposizione in tutto il mondo del globalese e dell’inglese internazionale (che è tutto il contrario), e con la stessa logica del fondamentalismo di chi proclama che “i valori americani sono universali” (Condoleezza Rice) e che la loro civiltà è la più giusta di tutte. Il linguaggio “non discriminante” è teorizzato da un nuovo imperialismo culturale e linguistico che si ritiene superiore alle altre lingue e culture.

Donaera non si rende conto che la sua difesa dello scevà è altrettanto ideologizzata, non è affatto una scelta neutra, è figlia di un’ideologia che viene dagli Stati Uniti (e infatti la sua pronuncia, fuori dalla scrittura, è l’ennesimo suono angloamericano che non esiste nella lingua del Paese dove il sì suona) e che si sta diffondendo acriticamente. È un’ideologia che presuppone che il maschile generico sia discriminante, che è un giudizio, non un fatto. Personalmente non mi sento discriminato dal femminile inclusivo se, per alcuni, posso essere una guida o un’autorità, un’eccellenza, oppure semplicemente una spalla, una vittima, una spia. A volte posso essere una iena, una tigre… e quando sono una persona, la mia mascolinità non ne risente. Persino il cazzo può diventare la nerchia, la minchia o la verga, senza intaccare le strutture fallocratiche della nostra società maschilista. Siamo seri. Chiamiamo le cose con il loro nome: la polemica contro il maschile inclusivo è un’ideologia che viene d’oltreoceano e che non rientra nel politicamente corretto, ma nel politicamente statunitense, dove l’attenzione nel non discriminare non ha la portata universale che le si attribuisce. Non c’è alcuna attenzione davanti al fatto che definire gli statunitensi “americani” (visto che loro si chiamano così) è estremamente irritante per un canadese o un messicano, perché l’America è un continente, e far coincidere gli americani con l’intero continente è irrispettoso (“il condomino che si dichiara padrone di tutto il palazzo”) e soprattutto discriminatorio nei confronti delle tante etnicità esistenti. Ma chi se ne frega… La “scoperta dell’America”, del resto, presuppone che prima non esistesse nemmeno (eppure lo sterminio degli americani veri è stato numericamente più consistente di quello dell’olocausto).

È la stessa logica con cui i Paesi poveri sono chiamati ipocritamente “Paesi in via di sviluppo”. Quale sviluppo? Quello del capitalismo globalizzato e della civiltà dei consumi dove li si vuole condurre, ovviamente. È curioso che la sensibilità per l’identità di genere o sulla presunta non discriminazione delle donne espressa dallo scevà e predicata da Donaera non corrisponda a un’analoga sensibilità per una generazione definita spregiativamente boomer. Di questo politicamente corretto da coloni se ne può fare a meno.

Dietro la retorica dello scevà e del rinnovamento dell’italiano attraverso la sua sostituzione con l’inglese c’è un’ideologia ben precisa, quella del pensiero dominante. Il parlo come cazzo voglio presto si trasformerà in “se non parli come me” sei sessista. Lo abbiamo già visto per parole come negro, che per l’interferenza del pensiero unico sono diventate discriminanti quando non lo erano mai state, da noi. La giustificazione del parlo come voglio della fase incipiente dei purificatori della lingua, nella seconda fase diventerà obbligare tutti a parlare – e pensare – con la lingua dei padroni.

Scontro generazionale? No. Lo scontro è ben più titanico.

Dietro la libertà di Donaera c’è la dittatura del pensiero unico e degli anglocrociati alla conquista del mondo, anche linguisticamente. Le nuove generazioni sono in gran parte già state colonizzate, certo. Google, Facebook e affini stanno facendo il loro sporco lavoro, che comincia ad avere un nome – il capitalismo di sorveglianza che trasforma l’esperienza umana in merce da manipolare – e la nostra classe dirigente più che denunciarne il pericolo li aiuta remando nella stessa direzione.

La libertà sta nel non comprare i giornali che danno spazio a queste ideologie, e tantomeno i libri di chi si rivela un colonizzato e al tempo stesso un collaborazionista della distruzione della nostra lingua e cultura.

Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [2]

Nella prima parte di questo articolo ho cercato di evidenziare come il linguaggio “politicamente corretto”, più che essere tale, abbia a che fare con l’espansione della mentalità e dei valori angloamericani e di ciò che è “corretto” all’interno della loro cultura, che non è affatto neutrale o “universale”.
Definire gli Stati Uniti e gli statunitensi come America e americani – cosa data per scontata sia negli Usa sia in Italia – non è affatto corretto né rispettoso nei confronti di tutti gli altri Paesi dell’America – che è un continente – e anche se da noi nessuno lo mette in discussione ferisce la sensibilità linguistica di un intero continente, come si può vedere in un video pubblicitario della birra messicana Corona.

Aderire a questo “politicamente inglese” e alla visione statunitense dominante vissuta come sacra e inviolabile (il nuovo totem dell’italianità) ha portato, e sta portando, all’introduzione di nuovi tabù linguistici che non appartengono alla nostra cultura. E così una parola come negro è diventata tabù, e si è caricata di un’accezione spregiativa che storicamente non aveva. Anche il concetto di razza è stato messo in discussione, come se sostenerne l’esistenza significasse essere razzisti – e c’è chi vorrebbe toglierla dalla nostra Costituzione – con il paradosso di un antirazzismo “che difende la tesi dell’inesistenza delle razze pur continuando a lottare contro la discriminazione delle razze!” (Michel Onfray, Teoria della dittatura, Ponte delle Grazie, 2020, p. 207-8).

Il nuovo fronte, globale, del politicamente corretto moralizzatore che si espande dagli Stati Uniti si chiama linguaggio inclusivo.

Il nuovo senso di inclusivo, che calca l’inglese inclusive, dovrebbe includere tutti, soprattutto le minoranze, per estendere “qualcosa” a quante più persone possibili senza escluderle e discriminale; ma dietro questo intento dichiarato legato all’accoglienza che dovrebbe esprimersi attraverso un linguaggio “neutro”, c’è di fatto qualcosa d’altro: “includere” tutti all’interno di una stessa visione, spacciata per “neutrale”, inglobare tutti nel pensiero unico dominante, e stigmatizzare in modo negativo chi non la pensa così. Inclusivo rischia perciò di trasformarsi nell’opposto di ciò che dichiara: un totalitarismo culturale che riduce il pensiero critico di volta in volta in pensiero razzista o sessista.

 

Il linguaggio inclusivo: neutralità e accoglienza o catechismo culturale?

Uno dei nodi centrali di questa recente tendenza è quello di opporsi al maschile generico.

Nei Paesi anglofoni si è fatto strada l’uso del “loro” con valore di terza persona singolare (singular they) che non è marcato dal genere maschile o femminile e va bene per tutti, compresi quanti non si identificano né con il genere maschile né con quello femminile. Il suo uso è stato consigliato e promosso da istituzioni universitarie e non solo. Nel 2019 il they è stato proclamato parola dell’anno dalla società di traduzioni e dizionari Merriam-Webster, e nel 2020 parola del decennio dalla American Dialect Society. Questa soluzione del plurale senza genere non sarebbe applicabile all’italiano, dove il plurale mantiene il genere (esse/essi) visto che il neutro non esiste. Emulare e trapiantare questa stessa visione si scontra con un’oggettiva incommensurabilità linguistica che genera pasticci, oltre a scontrarsi con la nostra storia. In Italia, oltretutto, a intervenire sui pronomi personali fu Mussolini che tentò di sostituire il “lei” con il “voi”, e bisognerebbe rammentarlo a quanti associano al fascismo gli interventi contro gli anglicismi come l’attuale petizione a Mattarella, per poi celebrare il singular they come un atto progressista di grande civiltà.

Da noi il maschile è già inclusivo (“uomini e donne, benvenuti”) e prevale anche nei concetti “neutri” dove il potere sostantivante dell’articolo si esprime al maschile (“il parlare” e non “la parlare”). Come osserva Gabriele Valle “il maschile generico della lingua è talvolta visto come il sintomo di un androcentrismo ancestrale, ma l’androcentrismo non implica affatto discriminazione.” Sostenere che il maschile inclusivo sia discriminatorio è un’interpretazione ideologizzata, e non appartiene affatto a tutte le donne; come scrive una bloggatrice dall’argentina: “Non mi sono mai sentita esclusa a leggere ‘gli studenti’ o ‘i cittadini’, non ho mai pensato si riferisse ai soli studenti maschi o ai solo cittadini maschi”.

Più che interpretare l’italiano come una lingua storicamente maschilista – e anche se lo fosse è un po’ problematico da riformare a tavolino con un colpo di spugna che cancella secoli di storia – bisognerebbe riflettere sul fatto che non esiste alcuna corrispondenza tra il genere delle parole e il sesso delle persone. Nelle lingue romanze, con la scomparsa del neutro che esisteva nel latino, le parole si sono trasformate in maschili e femminili senza motivi logici: il mare (maschile) in francese è “la mer” (femminile), mentre in spagnolo “mar” è maschile o femminile a seconda dei contesti.

 

L’attacco contro il maschile generico

In una pubblicazione di Cecilia Robustelli, in collaborazione con la Crusca, si legge:

“I termini che si riferiscono a un essere femminile sono di genere grammaticale femminile e quelli che si riferiscono a un essere maschile sono di genere grammaticale maschile.”
E in una nota si precisa: “Le poche eccezioni, come per esempio guardia, sentinella, vedetta che sono di genere grammaticale femminile anche se si riferiscono tradizionalmente a uomini, sono del tutto ininfluenti per quanto riguarda il sistema” (Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, 2012).

Ma questa affermazione è un modo di classificare il sistema grammaticale poco sostenibile, e stupisce l’avvaloramento della Crusca. Oltre agli esempi citati da Robustelli, ci sono infatti anche altre parole di genere femminile che sono riconducibili a corrispondenti maschili o promiscui, per esempio una spia, recluta, vittima, comparsa, controfigura, maschera, staffetta, eccellenza, eminenza, autorità o persona! In questi casi anche il femminile può essere inclusivo, e personalmente non mi sento sminuito nella mia mascolinità se mi definiscono una persona o una guida brava (al femminile). Esaminando le metafore, un uomo può essere una sagoma (spiritoso), una spalla (comico), una bestia (usato nel senso meno femminile possibile), una talpa (infiltrato più che miope), un’aquila, una iena, una sanguisuga… Nel caso degli animali poi (che sono a tutti gli effetti “esseri” maschili e femminili, per riprendere le parole di Robustelli), i nomi promiscui (senza alcuna corrispondenza tra genere grammaticale e sessuale) sono infiniti: dire che il canguro ha il marsupio è vero solo per la femmina (il maschio non ce l’ha affatto, alla faccia della pretesa corrispondenza tra sesso e genere grammaticale), e la tigre, la giraffa, la marmotta, l’ape, la cavalletta e centinaia di altre bestiole sono tutti “femminili” inclusivi, o più semplicemente nomi generici “promiscui” che indicano sia i maschi sia le femmine. Persino negli attributi sessuali caratterizzanti (a proposito di “termini che si riferiscono a esseri” femminili o maschili) non esiste questa corrispondenza e, sconfinando sino al triviale, l’organo sessuale maschile può essere definito la minchia o la nerchia (e le sue parti comprendere la cappella e le palle, femminili come la prostata), mentre l’utero è maschile, come il clitoride (di cui esiste un femminile anticamente prevalente ma oggi sempre più in disuso, che non interpreterei come una riscrittura sessista).

Infine – e questo è un fatto che non ho mai trovato citato dai sostenitori del maschile discriminatorio – non dimentichiamo che nelle formule di cortesia usiamo il lei (e non il lui), femminile, che richiede anche la concordanza con il le (invece di gli): “Signor Maschi, la disturbo per chiederle una cosa”.

E allora dov’è questa pretesa corrispondenza tra sesso e genere grammaticale, nella lingua italiana?

Non esiste affatto, è un’opinione “politicizzata” e molto forzata. Sicuramente coglie una tendenza prevalente a orecchio, ma non è sempre così, e quando le eccezioni sono troppe, vale la pena di chiedersi se la regola formulata non sia da riformulare in modo diverso o da buttare via. È un po’ come far diventare una “regola” il fatto che le parole che terminano in “a” sono femminili e quelle in “o” maschili (è solo una tendenza), e considerare come “eccezioni” cinema, automa, fantasma… (maschili) oppure auto, virago, mano… (femminili), è un approccio poco proficuo che nessun linguista accetta, perché sarebbe una grossa baggianata affermare che sono eccezioni ininfluenti per il sistema.

Eppure, partendo dall’assioma della coincidenza tra genere grammaticale e genere biologico, si stanno costruendo guide al linguaggio inclusivo che predicano questa nuova ideologia, che non è altro che il trapianto e la scopiazzatura di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti. Questo intervento normativo delle buone prassi dello scrivere, “corrette” e “inclusive”, è solo una revisione linguistica catechizzante che viene imposta dall’alto, una speculazione elitaria di una classe dirigente succube del proprio totem culturale che vuole emulare e da cui vuole essere inclusa = inglobata. È un entrare sull’uso “a gamba tesa”, come si suol dire, visto che non si può di certo sostenere che questa esigenza sia sentita tra gli italiani (inclusivo anche di italiane), che si preoccupano di ben altro.

 

Le regole dell’inclusività prescritte dalle linee guida

Le nuove linee guida che vengono prescritte e consigliate predicano l’uso “simmetrico del genere”, cioè la ripetizione del femminile e del maschile, come nella formula “signore e signori”, per farla semplice. Questa esplicitazione di entrambi i generi è la prima “strategia” comunicativa di cui le pubbliche amministrazioni dovrebbero tenere conto. Per esempio: “Tutti i consiglieri e tutte le consigliere prendano posto nell’aula, anche in forma grafica abbreviata, es. tutti/e i/le consiglieri/e prendano posto nell’aula” (Robustelli). Se nello scritto queste formule che vanno contro la naturalezza e soprattutto la sinteticità e l’economia linguistica – così tanto decantata quando si devono giustificare gli anglicismi che non sono invece stigmatizzati dalle linee guida del linguaggio corretto – si potrebbero anche prendere in considerazione, è chiaro che nella lingua parlata diventano un ostacolo alla comunicazione. Dunque una seconda strategia è quella “dell’oscuramento di entrambi i generi” cercando di utilizzare perifrasi e acrobazie linguistiche per usare espressioni prive di referenza di genere, come “persona”, “individuo”, “soggetto”, “essere”, “essere umano”, considerate più neutre (ma considerare persona e individuo privi di genere è un’altra forzatura, sono rispettivamente un femminile e un maschile inclusivi). Oppure nomi ambigenere come “docente”, “dipendente”, “insegnante” (ma rimane il problema delle concordanze con gli aggettivi: docenti promossi) o nomi collettivi come “magistratura”, “direzione”, “presidenza” (al posto di magistrati, direttori e presidenti considerati marcati e discriminanti nel loro maschile generico). Si predica poi l’uso della forma passiva o impersonale: “La domanda deve essere presentata invece di I cittadini e le cittadine devono presentare la domanda”, “Si entra uno alla volta invece di Gli utenti devono entrare uno alla volta”. Queste prescrizioni, applicate sistematicamente, rischiano però di generare formule che vanno nella direzione dell’antilingua di Calvino e del burocratichese, più che mantenere uno stile naturale.

Comunque sia, ognuno è libero di esprimersi nel modo che ritiene più opportuno, compreso quello che considera questo genere di “attenzioni” un approccio ipocrita da evitare. Personalmente spero che presto sia abolita la “festa della donna”, visto che non c’è quella degli uomini: sarebbe il segno più evidente di un’avvenuta effettiva parità che non ha più bisogno di essere celebrata con una giornata internazionale di “lotta”, spesso trasformata nella giornata del contentino (o dello spogliarello maschile) da riconoscere a chi di fatto continua a essere discriminato (maschile inclusivo = donne discriminate). Forse quel giorno anche la questione del linguaggio inclusivo si rivelerà priva di senso.

Ma soprattutto c’è da chiedersi: pensiamo di risolvere le discriminazioni dal punto di vista della lingua per lasciarle inalterate nella sostanza? È questa la strategia che porterebbe all’emancipazione della donna? Davvero il linguaggio inclusivo è percepito come importante dalla gente? Sono questi i problemi? O è solo una religione predicata da una cerchia ristretta di evangelizzatori che la impongono dall’alto senza che a nessuno importi di queste quisquilie, proprio a partire dalle donne?

 

La femminilizzazione delle cariche

La questione si intreccia con quella della femminilizzazione dei mestieri, argomento molto più pratico, concreto e serio, nato proprio dall’emancipazione delle donne, che nel Novecento hanno sempre più (ma sempre troppo poco) ricoperto ruoli che prima erano soltanto maschili. Nello Zingarelli del 1923 la voce ministra indicava, scherzosamente, la moglie del ministro (accanto alle accezioni religiose storiche delle ministre sacerdotesse di vari culti passati). Dagli anni Novanta in poi i dizionari hanno cominciato a inserire i femminili di sempre più professioni. Nel 2007 è stata diramata una direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) che invitava a usare un linguaggio non discriminante nei documenti di lavoro per favorire in questo modo una politica per le pari opportunità. Qualche anno dopo, l’Accademia della Crusca ha affiancato il Comune di Firenze nello stilare le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, perché il punto era quello di stabilire caso per caso come si potesse rendere il “giusto” femminile, che di volta in volta si può fare con la desinenza in -a, in -essa, in -trice

In realtà, da un punto di vista grammaticale, le possibilità di rendere un femminile sono tre:
■ si può formare il femminile di una parola (professoressa, ministra, imprenditrice);
■ si può premettere l’articolo femminile (che grammaticalmente è ciò che dà il sesso a ogni parola) lasciando la parola invariata (la presidente invece della presidentessa);
■ si può lasciare il maschile con valore femminile: il presidente della Camera Nilde Iotti è stata eletta

presidente presidentessa
La frequenza di “la presidente” e “presidentessa” dal 1970 al 2019 negli indici di Google libri.

E allora come operare a seconda dei casi? La risposta esce dalla grammatica e coinvolge altri approcci che oscillano tra l’uso che si afferma spontaneamente, dal basso, e l’uso che viene imposto dall’alto, basato su scelte “politiche” fatte da istituzioni o personalità che non si fanno alcuno scrupolo a prescrivere e consigliare, violando la favola ipocrita che non si deve essere normativi ma solo descrittivi.

In Italia, uno dei primi libri a porre la questione del femminile è stato quello di Alma Sabatini (Il sessismo nella lingua italiana, 1987) pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che, in nome della parità dei sessi, attaccava un uso della lingua che avrebbe creato discriminazioni nel non distinguere i generi, con soluzioni in parte accettate e in parte oggi completamente improponibili.
Precedentemente, le rivendicazioni del femminismo puntavano con orgoglio al fatto che anche le donne si potessero fregiare di un carica maschile, come quella di medico o di chirurgo, un tempo ricoperte da soli uomini. In proposito si può ricordare un vecchio indovinello che girava appunto negli ambienti femministi degli anni Settanta.

Dopo un grave incidente automobilistico un ragazzo viene trasportato d’urgenza in pronto soccorso, in fin di vita, mentre il padre che era alla guida muore.
Quando il chirurgo entra nella sala operatoria, e vede il ragazzo, chiede di essere sostituito: non si sente in grado di operarlo, perché quello è suo figlio!
Ma com’è possibile, visto che il padre era deceduto poco prima nello stesso incidente?

Semplice: il chirurgo in questione era una donna, quindi la madre. Solitamente il quesito veniva rivolto dalle donne (femministe) agli uomini, che se non individuavano la soluzione erano tacciati di vedute ristrette e sessiste. Oggi, invece, questa storiella che giocava sul maschilismo imperante rischia di diventare un’autorete, dal punto di vista del sessismo, perché sempre di più emerge la tendenza a indicare una donna come chirurga.

Va detto che non tutte le interessate sono favorevoli a questo tipo di femminilizzazione delle cariche, e per esempio tra gli avvocati la maggioranza delle donne attualmente preferisce presentarsi come avvocato, e lo stesso vale per i notai e per gli architetti. Questo è ciò che si imposto nell’uso vero, che piaccia o no ai linguisti predicatori. Anche se da marzo del 2017 è possibile richiedere all’Ordine degli Architetti il duplicato del timbro professionale con la dicitura ufficiale di “architetta” l’iniziativa non ha avuto successo.

Eppure Robustelli (formula meno sessista di “la Robustelli”, come se davanti ai nomi di donna bisognasse specificarne il sesso, contrariamente a quanto si fa con gli uomini), negli esempi delle sue linee guida all’uso consiglia proprio la formula “Egregia avvocata YX” (p. 20) sostanzialmente ignorando la maggioranza degli avvocati di sesso femminile che non si presentano affatto in questo modo, né gradiscono che ci si rivolga loro così. E allora molto spesso queste direttive sono prescritte a tavolino da chi spaccia il proprio punto di vista per quello “corretto” e “universale”, senza coinvolgere le dirette interessate che magari vengono persino bollate di essere “vittime” di retaggi maschilisti da non assecondare e da “rieducare”.

Anche se “ministra” ha preso ormai piede (grazie al fatto che i dizionari lo prescrivono come il giusto femminile e i mezzi di informazione lo usano di frequente), non tutte le donne sono d’accordo, ed è nota per esempio la posizione dell’ex ministro delle pari opportunità Stefania Prestigiacomo che aveva esplicitamente espresso la sua antipatia per ministra e non voleva essere chiamata così (ma non è un caso isolato). Dunque, se la femminilizzazione delle professioni si sovrappone con il linguaggio inclusivo, sembra che sia un argomento che divida, più che includere. E soprattutto porta a dei paradossi per cui in alcune occasioni non si sa più come parlare, davanti alle alternative oscillanti e non accettate in modo univoco proprio dalle interessate. E forse per la questione femminile sarebbe più importante che ci fossero tanti ministri donna, invece che poche ministre da tutelare con le quote rosa.

poliziotta donna poliziotto

 

Anche poliziotta al posto di donna poliziotto, considerata un’espressione più sessista, ha una sua stabilità, ma va detto che il femminile era già entrato nell’uso e non è il frutto delle prescrizioni recenti, come si evince dall’immagine.

 

L’uso: detta legge per gli anglicismi ma va cambiato per il linguaggio inclusivo

Analizzando le frequenze di alcune professioni volte al femminile si vede che non sono troppo in uso, e mentre sindaca ha avuto negli ultimi decenni una certa fortuna, avvocatessa prevale su avvocata (che la categoria non usa) perché appartiene all’uso tradizionale e sui giornali spesso si scrive così, benché sia un femminile disusato dalle professioniste e sconsigliato dai linguisti predicatori degli usi “non sessisti” e “discriminatori”.

cariche femminili

 

Oltre a chiedersi quanto queste linee guide funzionino, dunque, rimane il problema che sono frutto di un tentativo di regolamentare l’uso che viola l’intento dichiarato dai linguisti di voler essere descrittivi in nome di un liberismo linguistico che segue due pesi e due misure. Mentre alcuni anglicismi sono etichettati come “necessari” o “insostituibili” perché sono ormai entrati nell’uso, e così vengono giustificati e legittimati, davanti al linguaggio inclusivo sembra invece lecito intervenire sull’uso “educando” e “correggendo”. E così in Italia, dopo le innumerevoli iniziative per la femminilizzazione delle cariche, sorgono oggi quelle per Il parlar civile. Comunicare senza discriminare, si moltiplicano i siti che divulgano questo approccio, e vengono erogati corsi con esercitazioni pratiche del buon scrivere inclusivo. Ma cosa fanno queste stesse istituzioni per non discriminare la lingua italiana attraverso i sempre più numerosi anglicismi che utilizzano e giustificano?
Nulla. Anzi, questi siti spesso ostentano gli anglicismi, o sono addirittura scritti in itanglese, la nuova lingua che praticano, predicano e insegnano (qui un esempio tra i più allucinanti).

Perché il linguaggio “inclusivo”, che dovrebbe includere tutti, ricorre spesso con disinvoltura ad anglicismi (gender neutral, genderless…) che non sono comprensibili a tutti ed escludono una fetta di destinatari e soprattutto l’italiano?

Intanto, il dibattito sul linguaggio inclusivo di matrice statunitense si sta allargando in tutto il mondo, con i suoi criteri e la sua terminologia, e nel suo voler modificare l’uso storico delle lingue sta ormai travalicando lo schema del genere maschile/femminile per proporre riforme ortografiche e nuovi interventi “non discriminatori” sulla lingua che tengano conto anche di chi non si riconosce né nel maschio né nella femmina e interpreta il sesso come un prodotto culturale invece che naturale…

 

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