Lingua, politica e il falso mito dell’evoluzione dell’italiano dal basso

Nel nostro Paese prevale l’idea che le lingue siano processi naturali che si evolvono da soli e non vanno orientate (cfr. “L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese“), un atteggiamento che si ritrova tra i linguisti e più in generale nella nostra intellighenzia, anche politica. Ma questa visione è piuttosto parziale e poco fedele alla storia. Le lingue non sono affatto sistemi ingovernabili dove l’uso fa la norma, sono al contrario processi complessi orientabili e da sempre orientati.


Da un punto di vista letterario, si fa nascere l’italiano con Dante che ha dato vita a un volgare illustre pensato per essere la lingua sovraregionale di tutti proprio con un intento politico e “patriottico”, perché era convinto che senza una lingua comune non sarebbe stata possibile un’unità nazionale.

Ma prima di lui, la poesia nella lingua del sì è nata in Sicilia, alla corte di Federico II; e la scelta di scrivere in volgare e di riprodurre in siciliano gli schemi poetici della lirica provenzale fu una scelta politica. I poeti della scuola siciliana erano i funzionari della sua corte che erano stati scelti appositamente laici e non chierici, e scrissero per la prima volta in volgare siciliano per imporre una lingua diversa da quella della Chiesa, il latino, ma anche dei comuni del Nord dove si poetava soprattutto in provenzale. Il progetto politico federiciano era proprio la rifondazione di un regno feudale moderno, autonomo dalla Chiesa e alternativo all’ascesa dei comuni, che erano i suoi nemici. E la lingua dei primi poeti italiani nasceva da questi intenti.

La fine di Federico II ha rappresentato contemporaneamente la fine della scuola poetica siciliana, esattamente come la crociata contro gli Albigesi e l’annessione della Provenza alla Francia ha imposto la lingua d’oil, cioè il francese, determinando la scomparsa della lingua d’oc.

L’eterna questione della lingua, che ha preceduto di secoli l’unità d’Italia, è stata un lungo processo che non si è realizzato solo perché il toscano delle tre corone fiorentine – Dante, Petrarca Boccaccio – si è imposto sulle altre parlate per motivi di prestigio (continuando in toscano i temi e la scelta linguistica della scuola siciliana), ma anche perché è stato preso come modello prescrittivo da linguisti, grammatici e dall’Accademia della Crusca che lo hanno legittimato, sostenuto e normato. Questo italiano libresco che si scostava dalla lingua viva parlata nei volgari è sopravvissuto per secoli e si è strutturato proprio perché era orientato.

Nel Novecento l’italiano è diventato un patrimonio di tutti perché c’è stata una politica linguistica che lo ha diffuso e istituzionalizzato attraverso la sua introduzione come lingua ufficiale della formazione, dell’amministrazione, del servizio militare, delle leggi, ma anche grazie alla stampa, ai mezzi di informazione e ai prodotti culturali dell’epoca del sonoro, con la nascita dell’industria musicale, della radio, del cinema e della televisione.

L’unità linguistica di un Paese è il risultato di questi interventi e degli altri fattori che educano e uniformano attraverso il sostegno delle istituzioni culturali e politiche. Non è un caso che la nascita degli stati nazionali in Francia o in Spagna abbia portato al consolidarsi del francese e dello spagnolo nazionale secoli prima rispetto all’Italia.

Quello che chiamiamo spagnolo, propriamente è il castigliano, cioè la lingua della Castiglia; e la prima grammatica è stata pubblicata simbolicamente nel 1492, un anno chiave per quel Paese, che non coincide solo con il viaggio di Colombo, ma anche con la Riconquista di Granada e la fine dell’occupazione araba. La tradizione narra che quell’anno Elio Antonio de Nebrija presentò la sua grammatica a Isabella di Castiglia, che gli domandò stupita per quale motivo avrebbe dovuto interessarsi a un libro su una lingua che già conosceva. E la risposta che spiazzò la sovrana fu che la lingua è da sempre stata “compagna di ogni impero”.


Una lingua è portatrice di valori e di cultura, è un elemento che unifica le popolazioni, vive nelle realtà territoriali e nei parlanti con cui è connessa nel modo più intimo, e allo stesso tempo li condiziona e ne viene influenzata e cambiata. Naturalmente l’unità linguistica nazionale avviene spesso a spesa delle lingue minori, e il castigliano si è imposto a scapito del catalano, del basco e delle altre minoranze, così come l’affermazione dell’italiano è avvenuto attraverso la sua supremazia sui dialetti, che in qualche caso sono addirittura scomparsi, perché le lingue possono anche entrare in conflitto tra loro, e quelle minori finiscono con il ritirarsi. Oggi, parlare un dialetto è stato rivalutato come un segno di cultura, come la conoscenza di una seconda lingua, ma prima che l’italiano diventasse di tutti era considerato un segno di ignoranza dell’idioma nazionale che si voleva appunto consolidare. All’inizio del Novecento fu il fascismo a estrometterlo come lingua della scuola in favore l’italiano, in una stigmatizzazione che è durata per vari decenni anche in seguito.

Le lingue nazionali d’Europa hanno tutte questa storia, si sono affermate e imposte proprio perché sorrette da Stati e istituzioni, perché hanno anche una funzione politica, oltre che culturale, sono funzionali alla coesione sociale e sono uno dei principali collanti che formano l’identità dei popoli. E nell’istituzionalizzare quelle nazionali gli Stati dovrebbero allo stesso tempo preservare quelle minori, che altrimenti rischiano di scomparire e di esserne schiacciate.

Gli attuali interventi sull’uso

Davanti al lievitare degli anglicismi, troppo spesso si sente dire che il fenomeno non è regolamentabile, e che la gente in fondo parla come vuole, come se la lingua fosse un processo “democratico” che nasce spontaneo solo dal basso. L’anglicizzazione, al contrario, parte soprattutto dall’alto, dalla lingua dei giornali e della classe dirigente che introduce l’inglese e lo usa senza alternative fino a che la gente non può fare altro che ripetere cashback, lockdown, green pass o jobs act. La lingua non è “fatta dalla gente”, come si vuol far credere, la gente ha per secoli parlato il proprio dialetto, poi è stata indotta a utilizzare l’italiano, e oggi ripete gli anglicismi che passano i mezzi di informazione, le pubblicità, le interfacce informatiche, le amministrazioni, le Poste, le Ferrovie… E intanto si favorisce l’insegnamento in inglese nelle università, si spinge per l’inglese come lingua della Comunità Europea, lo si rende un requisito per l’assunzione nelle pubbliche amministrazioni, e lo si fa diventare la lingua per presentare i progetti di ricerca italiani, come nel caso dei Prin e dei Fis.

L’inglese diventa di massa perché arriva dagli ambiti della medicina, del lavoro, dello sport… con le stesse dinamiche in cui altri cambiamenti linguistici provengono dalle pressioni esercitate dall’alto. Arriva dall’espansione delle multinazionali, dall’imposizione della loro terminologia, dalla lingua della globalizzazione. In altre parole dalle pressioni politiche e sociali.

Dagli anni Novanta, per esempio, proprio per l’interferenza dell’angloamericano, i traduttori di libri, film e telefilm hanno cominciato a sostituire sistematicamente con “nero” la parola “negro”, che negli Stati Uniti era considerata razzista, anche se in Italia era una parola che storicamente non ha mai avuto questa connotazione: negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra” e nella canzone “I watussi” Edoardo Vianello cantava gioiosamente degli “altissimi negri” senza alcun intento discriminatorio. Oggi ha dichiarato che non la può cantare più, visto che non è più possibile pronunciare certe espressioni senza la carica di razzismo che hanno nel frattempo assunto in modo orientato dalle fortissime pressioni sociali e mediatiche che sono intervenute sull’uso. Lo stesso avviene attraverso l’ondata di moralismo linguistico che fa parte del “politicamente corretto” e che ha portato negli ultimi decenni a un “revisionismo lessicale” che ha messo al bando espressioni oggi considerate illecite come “mongoloide” sostituito da “Down”, “Terzo mondo” sostituito da “Paesi in via di sviluppo” o “handicappato” che è diventato “diversamente abile” e così via. Sono esempi sotto gli occhi di tutti di come l’evoluzione della lingua sia orientata e orientabile.

Nel caso della femminilizzazione delle cariche lavorative, per fare un altro esempio, le linee guida delle amministrazioni per un linguaggio non sessista hanno portato a coniare e usare femminili un tempo non diffusi come sindaca o ministra, che sono ormai utilizzati dai giornali, inseriti nei vocabolari e sempre più normali.
Il punto è che si usano due pesi e due misure, e la questione, fuori da ogni ipocrisia, è semplicemente politica e sociale: sugli anglicismi non si vuole intervenire – anzi si interviene eccome: introducendoli, divulgandoli e favorendoli – ma su altri aspetti il modo in cui la gente deve parlare si orienta senza alcuna remora. E tra le fila dei più accesi non interventisti nel caso dell’inglese si annoverano curiosamente alcuni dei più fanatici sostenitori del “linguaggio inclusivo” che propongono addirittura una riforma ortografica per introdurre una sorta di desinenza neutra attraverso lo scevà (ə), per cui “tuttə” includerebbe anche il femminile “tutte”, insieme al maschile “tutti” che storicamente lo include.

E allora dietro il mito tutto descrittivista per cui le lingue vanno studiate nella loro evoluzione, si nascondono in realtà approcci prescrittivi molto forti, tutti in favore dell’inglese. Non intervenire per tutelare l’italiano non significa rimanere “neutrali”, significa schierarsi dalla parte del globalese e dell’itanglese che avranno la meglio. Eppure sembra che in Italia nessuno lo comprenda, e al contrario di ciò che accade negli altri Paesi non abbiamo alcuna politica per la tutela del nostro patrimonio linguistico.

Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [2]

Nella prima parte di questo articolo ho cercato di evidenziare come il linguaggio “politicamente corretto”, più che essere tale, abbia a che fare con l’espansione della mentalità e dei valori angloamericani e di ciò che è “corretto” all’interno della loro cultura, che non è affatto neutrale o “universale”.
Definire gli Stati Uniti e gli statunitensi come America e americani – cosa data per scontata sia negli Usa sia in Italia – non è affatto corretto né rispettoso nei confronti di tutti gli altri Paesi dell’America – che è un continente – e anche se da noi nessuno lo mette in discussione ferisce la sensibilità linguistica di un intero continente, come si può vedere in un video pubblicitario della birra messicana Corona.

Aderire a questo “politicamente inglese” e alla visione statunitense dominante vissuta come sacra e inviolabile (il nuovo totem dell’italianità) ha portato, e sta portando, all’introduzione di nuovi tabù linguistici che non appartengono alla nostra cultura. E così una parola come negro è diventata tabù, e si è caricata di un’accezione spregiativa che storicamente non aveva. Anche il concetto di razza è stato messo in discussione, come se sostenerne l’esistenza significasse essere razzisti – e c’è chi vorrebbe toglierla dalla nostra Costituzione – con il paradosso di un antirazzismo “che difende la tesi dell’inesistenza delle razze pur continuando a lottare contro la discriminazione delle razze!” (Michel Onfray, Teoria della dittatura, Ponte delle Grazie, 2020, p. 207-8).

Il nuovo fronte, globale, del politicamente corretto moralizzatore che si espande dagli Stati Uniti si chiama linguaggio inclusivo.

Il nuovo senso di inclusivo, che calca l’inglese inclusive, dovrebbe includere tutti, soprattutto le minoranze, per estendere “qualcosa” a quante più persone possibili senza escluderle e discriminale; ma dietro questo intento dichiarato legato all’accoglienza che dovrebbe esprimersi attraverso un linguaggio “neutro”, c’è di fatto qualcosa d’altro: “includere” tutti all’interno di una stessa visione, spacciata per “neutrale”, inglobare tutti nel pensiero unico dominante, e stigmatizzare in modo negativo chi non la pensa così. Inclusivo rischia perciò di trasformarsi nell’opposto di ciò che dichiara: un totalitarismo culturale che riduce il pensiero critico di volta in volta in pensiero razzista o sessista.

 

Il linguaggio inclusivo: neutralità e accoglienza o catechismo culturale?

Uno dei nodi centrali di questa recente tendenza è quello di opporsi al maschile generico.

Nei Paesi anglofoni si è fatto strada l’uso del “loro” con valore di terza persona singolare (singular they) che non è marcato dal genere maschile o femminile e va bene per tutti, compresi quanti non si identificano né con il genere maschile né con quello femminile. Il suo uso è stato consigliato e promosso da istituzioni universitarie e non solo. Nel 2019 il they è stato proclamato parola dell’anno dalla società di traduzioni e dizionari Merriam-Webster, e nel 2020 parola del decennio dalla American Dialect Society. Questa soluzione del plurale senza genere non sarebbe applicabile all’italiano, dove il plurale mantiene il genere (esse/essi) visto che il neutro non esiste. Emulare e trapiantare questa stessa visione si scontra con un’oggettiva incommensurabilità linguistica che genera pasticci, oltre a scontrarsi con la nostra storia. In Italia, oltretutto, a intervenire sui pronomi personali fu Mussolini che tentò di sostituire il “lei” con il “voi”, e bisognerebbe rammentarlo a quanti associano al fascismo gli interventi contro gli anglicismi come l’attuale petizione a Mattarella, per poi celebrare il singular they come un atto progressista di grande civiltà.

Da noi il maschile è già inclusivo (“uomini e donne, benvenuti”) e prevale anche nei concetti “neutri” dove il potere sostantivante dell’articolo si esprime al maschile (“il parlare” e non “la parlare”). Come osserva Gabriele Valle “il maschile generico della lingua è talvolta visto come il sintomo di un androcentrismo ancestrale, ma l’androcentrismo non implica affatto discriminazione.” Sostenere che il maschile inclusivo sia discriminatorio è un’interpretazione ideologizzata, e non appartiene affatto a tutte le donne; come scrive una bloggatrice dall’argentina: “Non mi sono mai sentita esclusa a leggere ‘gli studenti’ o ‘i cittadini’, non ho mai pensato si riferisse ai soli studenti maschi o ai solo cittadini maschi”.

Più che interpretare l’italiano come una lingua storicamente maschilista – e anche se lo fosse è un po’ problematico da riformare a tavolino con un colpo di spugna che cancella secoli di storia – bisognerebbe riflettere sul fatto che non esiste alcuna corrispondenza tra il genere delle parole e il sesso delle persone. Nelle lingue romanze, con la scomparsa del neutro che esisteva nel latino, le parole si sono trasformate in maschili e femminili senza motivi logici: il mare (maschile) in francese è “la mer” (femminile), mentre in spagnolo “mar” è maschile o femminile a seconda dei contesti.

 

L’attacco contro il maschile generico

In una pubblicazione di Cecilia Robustelli, in collaborazione con la Crusca, si legge:

“I termini che si riferiscono a un essere femminile sono di genere grammaticale femminile e quelli che si riferiscono a un essere maschile sono di genere grammaticale maschile.”
E in una nota si precisa: “Le poche eccezioni, come per esempio guardia, sentinella, vedetta che sono di genere grammaticale femminile anche se si riferiscono tradizionalmente a uomini, sono del tutto ininfluenti per quanto riguarda il sistema” (Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, 2012).

Ma questa affermazione è un modo di classificare il sistema grammaticale poco sostenibile, e stupisce l’avvaloramento della Crusca. Oltre agli esempi citati da Robustelli, ci sono infatti anche altre parole di genere femminile che sono riconducibili a corrispondenti maschili o promiscui, per esempio una spia, recluta, vittima, comparsa, controfigura, maschera, staffetta, eccellenza, eminenza, autorità o persona! In questi casi anche il femminile può essere inclusivo, e personalmente non mi sento sminuito nella mia mascolinità se mi definiscono una persona o una guida brava (al femminile). Esaminando le metafore, un uomo può essere una sagoma (spiritoso), una spalla (comico), una bestia (usato nel senso meno femminile possibile), una talpa (infiltrato più che miope), un’aquila, una iena, una sanguisuga… Nel caso degli animali poi (che sono a tutti gli effetti “esseri” maschili e femminili, per riprendere le parole di Robustelli), i nomi promiscui (senza alcuna corrispondenza tra genere grammaticale e sessuale) sono infiniti: dire che il canguro ha il marsupio è vero solo per la femmina (il maschio non ce l’ha affatto, alla faccia della pretesa corrispondenza tra sesso e genere grammaticale), e la tigre, la giraffa, la marmotta, l’ape, la cavalletta e centinaia di altre bestiole sono tutti “femminili” inclusivi, o più semplicemente nomi generici “promiscui” che indicano sia i maschi sia le femmine. Persino negli attributi sessuali caratterizzanti (a proposito di “termini che si riferiscono a esseri” femminili o maschili) non esiste questa corrispondenza e, sconfinando sino al triviale, l’organo sessuale maschile può essere definito la minchia o la nerchia (e le sue parti comprendere la cappella e le palle, femminili come la prostata), mentre l’utero è maschile, come il clitoride (di cui esiste un femminile anticamente prevalente ma oggi sempre più in disuso, che non interpreterei come una riscrittura sessista).

Infine – e questo è un fatto che non ho mai trovato citato dai sostenitori del maschile discriminatorio – non dimentichiamo che nelle formule di cortesia usiamo il lei (e non il lui), femminile, che richiede anche la concordanza con il le (invece di gli): “Signor Maschi, la disturbo per chiederle una cosa”.

E allora dov’è questa pretesa corrispondenza tra sesso e genere grammaticale, nella lingua italiana?

Non esiste affatto, è un’opinione “politicizzata” e molto forzata. Sicuramente coglie una tendenza prevalente a orecchio, ma non è sempre così, e quando le eccezioni sono troppe, vale la pena di chiedersi se la regola formulata non sia da riformulare in modo diverso o da buttare via. È un po’ come far diventare una “regola” il fatto che le parole che terminano in “a” sono femminili e quelle in “o” maschili (è solo una tendenza), e considerare come “eccezioni” cinema, automa, fantasma… (maschili) oppure auto, virago, mano… (femminili), è un approccio poco proficuo che nessun linguista accetta, perché sarebbe una grossa baggianata affermare che sono eccezioni ininfluenti per il sistema.

Eppure, partendo dall’assioma della coincidenza tra genere grammaticale e genere biologico, si stanno costruendo guide al linguaggio inclusivo che predicano questa nuova ideologia, che non è altro che il trapianto e la scopiazzatura di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti. Questo intervento normativo delle buone prassi dello scrivere, “corrette” e “inclusive”, è solo una revisione linguistica catechizzante che viene imposta dall’alto, una speculazione elitaria di una classe dirigente succube del proprio totem culturale che vuole emulare e da cui vuole essere inclusa = inglobata. È un entrare sull’uso “a gamba tesa”, come si suol dire, visto che non si può di certo sostenere che questa esigenza sia sentita tra gli italiani (inclusivo anche di italiane), che si preoccupano di ben altro.

 

Le regole dell’inclusività prescritte dalle linee guida

Le nuove linee guida che vengono prescritte e consigliate predicano l’uso “simmetrico del genere”, cioè la ripetizione del femminile e del maschile, come nella formula “signore e signori”, per farla semplice. Questa esplicitazione di entrambi i generi è la prima “strategia” comunicativa di cui le pubbliche amministrazioni dovrebbero tenere conto. Per esempio: “Tutti i consiglieri e tutte le consigliere prendano posto nell’aula, anche in forma grafica abbreviata, es. tutti/e i/le consiglieri/e prendano posto nell’aula” (Robustelli). Se nello scritto queste formule che vanno contro la naturalezza e soprattutto la sinteticità e l’economia linguistica – così tanto decantata quando si devono giustificare gli anglicismi che non sono invece stigmatizzati dalle linee guida del linguaggio corretto – si potrebbero anche prendere in considerazione, è chiaro che nella lingua parlata diventano un ostacolo alla comunicazione. Dunque una seconda strategia è quella “dell’oscuramento di entrambi i generi” cercando di utilizzare perifrasi e acrobazie linguistiche per usare espressioni prive di referenza di genere, come “persona”, “individuo”, “soggetto”, “essere”, “essere umano”, considerate più neutre (ma considerare persona e individuo privi di genere è un’altra forzatura, sono rispettivamente un femminile e un maschile inclusivi). Oppure nomi ambigenere come “docente”, “dipendente”, “insegnante” (ma rimane il problema delle concordanze con gli aggettivi: docenti promossi) o nomi collettivi come “magistratura”, “direzione”, “presidenza” (al posto di magistrati, direttori e presidenti considerati marcati e discriminanti nel loro maschile generico). Si predica poi l’uso della forma passiva o impersonale: “La domanda deve essere presentata invece di I cittadini e le cittadine devono presentare la domanda”, “Si entra uno alla volta invece di Gli utenti devono entrare uno alla volta”. Queste prescrizioni, applicate sistematicamente, rischiano però di generare formule che vanno nella direzione dell’antilingua di Calvino e del burocratichese, più che mantenere uno stile naturale.

Comunque sia, ognuno è libero di esprimersi nel modo che ritiene più opportuno, compreso quello che considera questo genere di “attenzioni” un approccio ipocrita da evitare. Personalmente spero che presto sia abolita la “festa della donna”, visto che non c’è quella degli uomini: sarebbe il segno più evidente di un’avvenuta effettiva parità che non ha più bisogno di essere celebrata con una giornata internazionale di “lotta”, spesso trasformata nella giornata del contentino (o dello spogliarello maschile) da riconoscere a chi di fatto continua a essere discriminato (maschile inclusivo = donne discriminate). Forse quel giorno anche la questione del linguaggio inclusivo si rivelerà priva di senso.

Ma soprattutto c’è da chiedersi: pensiamo di risolvere le discriminazioni dal punto di vista della lingua per lasciarle inalterate nella sostanza? È questa la strategia che porterebbe all’emancipazione della donna? Davvero il linguaggio inclusivo è percepito come importante dalla gente? Sono questi i problemi? O è solo una religione predicata da una cerchia ristretta di evangelizzatori che la impongono dall’alto senza che a nessuno importi di queste quisquilie, proprio a partire dalle donne?

 

La femminilizzazione delle cariche

La questione si intreccia con quella della femminilizzazione dei mestieri, argomento molto più pratico, concreto e serio, nato proprio dall’emancipazione delle donne, che nel Novecento hanno sempre più (ma sempre troppo poco) ricoperto ruoli che prima erano soltanto maschili. Nello Zingarelli del 1923 la voce ministra indicava, scherzosamente, la moglie del ministro (accanto alle accezioni religiose storiche delle ministre sacerdotesse di vari culti passati). Dagli anni Novanta in poi i dizionari hanno cominciato a inserire i femminili di sempre più professioni. Nel 2007 è stata diramata una direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) che invitava a usare un linguaggio non discriminante nei documenti di lavoro per favorire in questo modo una politica per le pari opportunità. Qualche anno dopo, l’Accademia della Crusca ha affiancato il Comune di Firenze nello stilare le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, perché il punto era quello di stabilire caso per caso come si potesse rendere il “giusto” femminile, che di volta in volta si può fare con la desinenza in -a, in -essa, in -trice

In realtà, da un punto di vista grammaticale, le possibilità di rendere un femminile sono tre:
■ si può formare il femminile di una parola (professoressa, ministra, imprenditrice);
■ si può premettere l’articolo femminile (che grammaticalmente è ciò che dà il sesso a ogni parola) lasciando la parola invariata (la presidente invece della presidentessa);
■ si può lasciare il maschile con valore femminile: il presidente della Camera Nilde Iotti è stata eletta

presidente presidentessa
La frequenza di “la presidente” e “presidentessa” dal 1970 al 2019 negli indici di Google libri.

E allora come operare a seconda dei casi? La risposta esce dalla grammatica e coinvolge altri approcci che oscillano tra l’uso che si afferma spontaneamente, dal basso, e l’uso che viene imposto dall’alto, basato su scelte “politiche” fatte da istituzioni o personalità che non si fanno alcuno scrupolo a prescrivere e consigliare, violando la favola ipocrita che non si deve essere normativi ma solo descrittivi.

In Italia, uno dei primi libri a porre la questione del femminile è stato quello di Alma Sabatini (Il sessismo nella lingua italiana, 1987) pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che, in nome della parità dei sessi, attaccava un uso della lingua che avrebbe creato discriminazioni nel non distinguere i generi, con soluzioni in parte accettate e in parte oggi completamente improponibili.
Precedentemente, le rivendicazioni del femminismo puntavano con orgoglio al fatto che anche le donne si potessero fregiare di un carica maschile, come quella di medico o di chirurgo, un tempo ricoperte da soli uomini. In proposito si può ricordare un vecchio indovinello che girava appunto negli ambienti femministi degli anni Settanta.

Dopo un grave incidente automobilistico un ragazzo viene trasportato d’urgenza in pronto soccorso, in fin di vita, mentre il padre che era alla guida muore.
Quando il chirurgo entra nella sala operatoria, e vede il ragazzo, chiede di essere sostituito: non si sente in grado di operarlo, perché quello è suo figlio!
Ma com’è possibile, visto che il padre era deceduto poco prima nello stesso incidente?

Semplice: il chirurgo in questione era una donna, quindi la madre. Solitamente il quesito veniva rivolto dalle donne (femministe) agli uomini, che se non individuavano la soluzione erano tacciati di vedute ristrette e sessiste. Oggi, invece, questa storiella che giocava sul maschilismo imperante rischia di diventare un’autorete, dal punto di vista del sessismo, perché sempre di più emerge la tendenza a indicare una donna come chirurga.

Va detto che non tutte le interessate sono favorevoli a questo tipo di femminilizzazione delle cariche, e per esempio tra gli avvocati la maggioranza delle donne attualmente preferisce presentarsi come avvocato, e lo stesso vale per i notai e per gli architetti. Questo è ciò che si imposto nell’uso vero, che piaccia o no ai linguisti predicatori. Anche se da marzo del 2017 è possibile richiedere all’Ordine degli Architetti il duplicato del timbro professionale con la dicitura ufficiale di “architetta” l’iniziativa non ha avuto successo.

Eppure Robustelli (formula meno sessista di “la Robustelli”, come se davanti ai nomi di donna bisognasse specificarne il sesso, contrariamente a quanto si fa con gli uomini), negli esempi delle sue linee guida all’uso consiglia proprio la formula “Egregia avvocata YX” (p. 20) sostanzialmente ignorando la maggioranza degli avvocati di sesso femminile che non si presentano affatto in questo modo, né gradiscono che ci si rivolga loro così. E allora molto spesso queste direttive sono prescritte a tavolino da chi spaccia il proprio punto di vista per quello “corretto” e “universale”, senza coinvolgere le dirette interessate che magari vengono persino bollate di essere “vittime” di retaggi maschilisti da non assecondare e da “rieducare”.

Anche se “ministra” ha preso ormai piede (grazie al fatto che i dizionari lo prescrivono come il giusto femminile e i mezzi di informazione lo usano di frequente), non tutte le donne sono d’accordo, ed è nota per esempio la posizione dell’ex ministro delle pari opportunità Stefania Prestigiacomo che aveva esplicitamente espresso la sua antipatia per ministra e non voleva essere chiamata così (ma non è un caso isolato). Dunque, se la femminilizzazione delle professioni si sovrappone con il linguaggio inclusivo, sembra che sia un argomento che divida, più che includere. E soprattutto porta a dei paradossi per cui in alcune occasioni non si sa più come parlare, davanti alle alternative oscillanti e non accettate in modo univoco proprio dalle interessate. E forse per la questione femminile sarebbe più importante che ci fossero tanti ministri donna, invece che poche ministre da tutelare con le quote rosa.

poliziotta donna poliziotto

 

Anche poliziotta al posto di donna poliziotto, considerata un’espressione più sessista, ha una sua stabilità, ma va detto che il femminile era già entrato nell’uso e non è il frutto delle prescrizioni recenti, come si evince dall’immagine.

 

L’uso: detta legge per gli anglicismi ma va cambiato per il linguaggio inclusivo

Analizzando le frequenze di alcune professioni volte al femminile si vede che non sono troppo in uso, e mentre sindaca ha avuto negli ultimi decenni una certa fortuna, avvocatessa prevale su avvocata (che la categoria non usa) perché appartiene all’uso tradizionale e sui giornali spesso si scrive così, benché sia un femminile disusato dalle professioniste e sconsigliato dai linguisti predicatori degli usi “non sessisti” e “discriminatori”.

cariche femminili

 

Oltre a chiedersi quanto queste linee guide funzionino, dunque, rimane il problema che sono frutto di un tentativo di regolamentare l’uso che viola l’intento dichiarato dai linguisti di voler essere descrittivi in nome di un liberismo linguistico che segue due pesi e due misure. Mentre alcuni anglicismi sono etichettati come “necessari” o “insostituibili” perché sono ormai entrati nell’uso, e così vengono giustificati e legittimati, davanti al linguaggio inclusivo sembra invece lecito intervenire sull’uso “educando” e “correggendo”. E così in Italia, dopo le innumerevoli iniziative per la femminilizzazione delle cariche, sorgono oggi quelle per Il parlar civile. Comunicare senza discriminare, si moltiplicano i siti che divulgano questo approccio, e vengono erogati corsi con esercitazioni pratiche del buon scrivere inclusivo. Ma cosa fanno queste stesse istituzioni per non discriminare la lingua italiana attraverso i sempre più numerosi anglicismi che utilizzano e giustificano?
Nulla. Anzi, questi siti spesso ostentano gli anglicismi, o sono addirittura scritti in itanglese, la nuova lingua che praticano, predicano e insegnano (qui un esempio tra i più allucinanti).

Perché il linguaggio “inclusivo”, che dovrebbe includere tutti, ricorre spesso con disinvoltura ad anglicismi (gender neutral, genderless…) che non sono comprensibili a tutti ed escludono una fetta di destinatari e soprattutto l’italiano?

Intanto, il dibattito sul linguaggio inclusivo di matrice statunitense si sta allargando in tutto il mondo, con i suoi criteri e la sua terminologia, e nel suo voler modificare l’uso storico delle lingue sta ormai travalicando lo schema del genere maschile/femminile per proporre riforme ortografiche e nuovi interventi “non discriminatori” sulla lingua che tengano conto anche di chi non si riconosce né nel maschio né nella femmina e interpreta il sesso come un prodotto culturale invece che naturale…

 

Continua