La grammatica dell’itanglese

Chi non conosce il fenomeno dell’exploring nell’innamoramento?
È un concetto che in italiano potremmo tradurre con “fase iniziale di esplorazione conoscitiva nella formazione di una coppia”. La durata di questo periodo può variare, ma si tratta di un processo delicato e determinante per il successivo consolidarsi del legame di coppia.

Non lo avevate mai sentito?
Ci siete cascati?

L’exploring l’ho inventato io in questo momento e non esiste, come non esiste il libro in figura. Ma il punto è un altro. È vero che la fase iniziale della conoscenza è importante. E anche se battezzare tutto ciò con “exploring” è un falso, suonerebbe serio, plausibile e anche suadente, nella bocca del sedicente esperto.

Perché?
Perché nella “fase iniziale della formazione” di una parola-concetto, basta che suoni inglese per apparire fondamentale; e anche perché la suffissazione in “-ing” è diventata così frequente da essere non solo normale, ma foriera di infinite possibili neo-coniazioni ibride.
È arduo quantificare tutte le forme in “-ing” che ci tocca ing-oiare, ma basta fare zapping sui dizionari e sui giornali per fare un po’ di “chiaring” sull’attuale restyling dell’italiano.

I suoni in “-ing”

Nel mondo del lavoro, dopo l’epoca dei meeting, le riunioni creative sono spacciate per brainstorming, una prenotazione è booking, la pianificazione il planning, la tempistica il timing, l’esternalizzare è outsourcing, la pubblicità advertising, le confezioni packaging; si parla come fosse normale di branding e briefing, di merchandising e di franchising, e tra parole come platforming, engineering, manufacturing e tante altre, nell’era del marketing questa è la lingua che si impiega per indurre allo shopping.
Vanno di moda il counseling e il coaching, nell’editoria le revisioni sono diventate l’editing, lo scrivere è il writing, e c’è anche il ghostwriting, oltre allo stoytelling. Mentre le letture diventano reading e la scelta del carattere è il lettering, l’inglese è ormai overbooking.

Nel linguaggio informatico, per essere multitasking, si impone lo “switching alla terminologia inglese: lo scrollare le pagine è lo scrolling, i grafici utilizzano il morphing, bisogna stare attenti allo spamming e al phishing, e poi c’è il debugging, l’hosting e l’housing, lo streaming, il podcasting e il webcasting. Sul cellulare c’è il roaming, e le piattaforme di dating ci permettono di cercare partner nella speranza di fare almeno un po’ di petting.

Le parole in “-ing” spopolano nel linguaggio economico (trading o dumping), persino in quello della giurisprudenza che dovrebbe stare un po’ più al sicuro (dai contratti leasing allo stalking e al mobbing) e in ogni ambito. Nel casting degli anglicismi ci sono i fenomeni di costume come fare outing, c’è il bookcrossing, il caravanning, la cucina è cooking e richiede il catering, l’assistenza infermieristica è il nursing, la pesca incontrollata è l’overfishing, nelle “beauty farm” si offre il peeling, nelle palestre si fa bodybuilding… Nello sport, dopo il dribbling e il pressing, oggi va forte il curling, ma c’è anche il trekking, il surfing e il windsurfing, il canyoning e il rafting, lo spinning, l’acquaspinning e l’aquaplaning e poi il Nordic Walking, il footing, il jogging e il running.


L’italiano si sta facendo proprio un bel lifting. Tutto chiaro o devo fare lo spelling?

Lo pseudo-anglicisming

Queste sono solo le parole più popolari, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre, meno frequenti o più tecniche. E un fenomeno come questo non si può spiegare con la favola dei prestiti linguistici. Non stiamo importando parole isolate, stiamo trapiantando un preciso suono e una precisa suffissazione che si trasforma in una grammatica inconscia e in una regola formativa.

Tra queste parole, infatti, ce ne sono molte che sono pseudoanglicismi assenti nell’inglese. Si tratta di veri e propri itanglismi, apparentemente inglesi, costruiti su quel modello linguistico, invece che sui nostri suoni.
In inglese il lifting non è un ritocchino, ma un “sollevare” e un campeggio non è un camping. Camping è l’atto di dormire in tenda o all’aperto, mentre il luogo dove ciò avviene si chiama camping site o campsite. Lo stesso si può dire di parking, che è il parcheggiare e non il parcheggio (car park cioè parco auto).
Anche il mobbing che in italiano indica i comportamenti vessatori sul lavoro, in inglese indica invece un “assalto di gruppo” e l’accezione italiana è incomprensibile per un anglofono. Eppure su questo modello si sono poi sviluppate parole come straining (forma di mobbing leggero o attenuato: sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19 febbraio 2018) o bossing (soprusi del capoufficio o dei superiori).

La suffissazione istintiva: petaloso, footing ed escalering

Stando alla Treccani, la parola “petaloso” era comparsa in un articolo di Michele Serra nel 1991. Ma la storia di questa “non-parola” deve la sua fortuna alla stessa suffissazione apposta a petalo da parte di un bambino delle elementari che l’ha impiegata nel 2016. Se avesse avuto un’altra maestra il suo tema sarebbe forse finito in un libro di “errori” come E io speriamo che me la cavo che raccoglieva gli strafalcioni di 60 temi. Ma l’insegnante di turno rimase invece colpita dalla creatività dell’alunno – il sentimento fu espresso in itanglese con un bell’OK – e la segnalò alla Crusca. I cruscanti, gentilmente, risposero che il neologismo era ben formato, ma che non era in uso. La verità è che certe suffissazioni in “-oso” sono diffuse da decenni nelle pubblicità (morbidoso, comodoso, scattoso) e proprio in quegli anni spopolava l’inzupposo del Mulino Bianco in bocca ad Antonio Banderas. Che cos’hanno in comune uno straniero e un bambino? Entrambi costruiscono la loro grammatica per analogia, senza sapere che certe parole non esistono, e non sono in uso, anche se ben congegnate. Perché la loro padronanza del lessico è scarsa.
Ecco, la stessa cosa si può applicare a molti degli pseudanglicismi all’italiana. E dopo petaloso, il prossimo neologismo da rotocalco potrebbe essere per esempio petalosity, invece di petalosità, visto che l’inglese è il nuovo modello formativo a orecchio e istintivo per ogni neologia.

I meccanismi sottostanti ai neologismi a base inglese non coinvolgono solo l’italiano; nell’attuale “tsunami anglicus” globalizzato si ritrovano (in maniera ridotta) anche altrove. La traduttrice Anna Ravano mi ha girato un articolo spagnolo che segnala proprio l’invenzione di “escalering” per indicare la pratica sportiva del salir le scale.

E, passando al francese, molto probabilmente è da lì che abbiamo importato lo pseudoanglicismo footing (cfr. “All’origine degli pseudoanglicismi: footing e autostop”), uno dei più antichi, che risale alla fine dell’Ottocento ed è stato ricavato arbitrariamente dalla radice foot (piede).
Se in francese e in spagnolo questi fenomeni sono ben più sporadici, in italiano sono oramai inarginabili, e non accadono solo per i suoni in “-ing”. Stiamo assistendo a un numero sempre più ampio di radici inglesi che si ibridano, si ricombinano tra loro, si espandono nel nostro lessico e si trasformano così in qualcosa che è più ampio del “prestito lessicale”: diventano regole formative costruite sull’imprinting dell’inglese.

Suffissazioni in “-er”

Nel 1966, nel finale del film di Sergio Leone Il buono, il brutto, il cattivo, c’era la scena del triello, il duello a tre che è diventato il titolo della colonna sonora di Ennio Morricone. La parola è stata poi annoverata nei dizionari ed è persino diventata una popolare fase di gioco del programma L’eredità su Rai 1, attualmente condotto da Flavio Insinna.

Nella puntata del 9 marzo scorso, lanciando il gioco, il conduttore ha parlato scherzosamente di “triellers” per indicare i triellanti, come si potrebbe costruire per analogia sul modello di duellanti. Ma la cosa che mi ha colpito è che #triellers è davvero un’etichetta usata su Twitter dai fanatici del programma che si cimentano in diretta nell’indovinare le soluzioni (traduzione dell’ultimo periodo un po’ difficile e da “boomer”: l’hashtag dei tweet dei fan per i contest online in real time).

Perché accadono queste cose? Perché ci vien da dire triellers invece di triellanti?

Perché i ciclisti e motociclisti diventano biker, i ciclofattorini sono detti rider, gli autisti driver, gli scrittori writer, i creativi pubblicitari copywriter e i parolieri song writer, i giocatori e anche i protagonisti della scena sono player, i diretti interessati sono stakeholder, gli influenti sono infuencer, gli odiatori hater, gli spacciatori pusher, gli artisti perfomer, gli inviati reporter e i fotografi fotoreporter, gli allibratori bookmaker, gli agenti di cambio broker, i padroni o i timonieri di un’imbarcazione skipper, i persecutori stalker, gli allenatori trainer, i transessuali transgender, gli addetti ai lavori insider e i vincitori inaspettati outsider, i controllori controller, gli escursionisti trekker, i corridori runner, i disegnatori industriali designer, gli annunciatori speaker, i navigatori surfer, i guerrieri fighter… E così tra bomber, stopper, hipster, hacker, youtuber… accade che chi fa spam non sia uno spammatore ma uno spammer, così come un rocchettaro è un rocker, un bloggatore un blogger… in attesa che i lavoratori diventino forse jobber, i saltatori jumper, i pattinatori roller, e gli acquirenti shopper… e già si vedono le prime tracce anche di questi usi.

L’italiano evolve quasi solo anglicizzandosi, ed ecco perché poi spuntano, seppur scherzosamente i triellers, perché abbiamo abbandonato il suono dell’italiano per fare nostro quello inglese, e ci stiamo dirigendo forse verso l’assimilazione delle “s” per indicare i plurali che prendono piede sempre di più anche sui giornali e in altri linguaggi di settore (soft skills, stakeholders…).

C’è un caso davvero emblematico che ben rappresenta lo stato della nostra lingua nella sua transizione verso l’italiano newstandard, quello degli umarells.

Anglicizziamo anche i dialetti: l’itangletto degli umarells

Da qualche tempo si è diffusa una voce di origine dialettale per indicare quei pensionati che guardano con le mani dietro la schiena gli scavi nei cantieri, controllando lo stato dei lavori, disapprovando le modalità di intervento o erogando consigli su come si dovrebbe intervenire nel giusto modo. La parola umarell (con due elle), registrata dallo Zingarelli nel 2007, nasce dal dialetto bolognese umarèl, cioè un dispregiativo di “uomo” che corrisponderebbe in italiano a ometto, omiciattolo o omarello, volendo adattarlo. Si tratta di una voce recente, visto che non è contemplata dai dizionari dialettali ottocenteschi che riportano invece termini come umêtt, umarêtt, umein, umarein e uminein (cfr. Marco Brando, “Umarèll, la parola in cantiere“, Treccani, 10/1/22). La voce si è poi diffusa un po’ in tutta Italia ed è diventata un internazionalismo annoverato addirittura nella Wikipedia in inglese.

A scatenare la fortuna della parola è stato Danilo Masotti, un simpatico personaggio che nel 2015 ha preso “umarel” e gli ha attribuito il nuovo significato da macchietta in articolo del suo blog Spettro della bolognesità per poi aprire un sito dedicato all’argomento che si chiamava “umarells”, con la geniale pensata di raddoppiare la “l” finale e di appiccicare alla voce bolognese la “s” del plurale all’inglese che dava al tutto una patina di moderna pseudointernazionalità. Ne è scaturito anche un libro intitolato Umarells forever (dove la dicitura “per sempre” seguiva il titolo in inglese come una didascalia, anche se nell’ultima edizione è stata anticipata). Questo episodio non è isolato. Con il pretesto di essere spiritosi spuntano i triellers e gli umarells, ma ci sono anche gli youtuber vibonesi che si chiamano “Terrons” come ci sono gli “italians” di Beppe Severgnini. Forse sarebbe ora di cominciare a parlare anche di bolognesity, invece che di bolognesità, e di usare un più moderno ghost, al posto di un arcaico spettro.

Tutto ciò per ora è un vezzo comico estemporaneo e occasionale – si potrebbe forse dire one shot che tende a rimpiazzare una tantum nell’attuale sostituzione del latinorum con l’inglesorum – ma ridendo e scherzando è anche la spia di un processo psicolinguistico ben più profondo.

Che cosa si agita nella testa di chi ricorre a queste commistioni?
Lo stesso processo mentale che senza alcuna ironia ci fa dire writing invece di scrivere, reading invece di declamare, blogger invece di bloggatore, hater invece di odiatore, economy invece di economia, green invece di verde, smart invece di intelligente… in una catena di espressioni che travalicano il concetto ingenuo del “prestito”.
Io non ce l’ho con Masotti o i triellers, sia chiaro, ma una mente linguisticamente “sana” – o “decolonizzata” per usare l’espressione di Ngũgĩ wa Thiong’o – partorirebbe triellanti e omarelli, o lascerebbe una voce dialettale senza anglicizzarla con la “s” e gli accostamenti a forever.

Il problema dell’italiano 2.0 sta tutto qui: i nostri suoni non ci vengono più spontanei, non ci piacciono più, li dobbiamo abbandonare o mescolare a quelli inglesi creando di continuo nuovi itanglismi.

È una nevrosi compulsiva irrefrenabile in ogni ambito. Per questo ogni titolo di manifestazione culturale o gastronomica si esprime ormai in inglese – come nei titoli dei film – o con giochi di parole che ammiccano all’inglese; per questo Alitalia è diventata ITA Airwais (con la “s” del plurale), per questo il portale per celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme tranne la lingua si chiama ITsART, per questo l’italiano sta morendo e si sta trasformando in una lingua creola.

Congiunti, ristori e cashback: le parole firmate Giuseppe Conte

Ricoprire la carica di presidente del Consiglio implica grandi responsabilità non solo per le sorti del nostro Paese, ma in maniera indiretta anche per le sorti della nostra lingua. Chi è al centro dell’attenzione mediatica dovrebbe essere consapevole che ogni parola che proferisce o introduce è esposta a un esercito di virgolettatori, chiamati anche giornalisti, pronti a rilanciarla su tutti i mezzi di informazione, che a loro volta saranno ripresi dal tamtam delle piattaforme sociali e ripetuti dalla gente.

Le alte figure istituzionali fanno anche la lingua. E alcuni personaggi politici sono entrati nella storia anche per le parole che hanno lasciato. Poco importa se l’espressione convergenze parallele sia uscita dalla penna di Eugenio Scalfari negli anni Sessanta, è diventata celebre negli anni Settanta perché è stata utilizzata da Aldo Moro, e a lui associata. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga si può associare alle picconate, la ministra Elsa Fornero agli esodati
Certe espressioni hanno una circolazione effimera, sono parole usa e getta che scompaiono passata la loro attualità, altre volte dopo un periodo di alto uso sono riprese in altri contesti e si stabilizzano con una frequenza ben maggiore di prima, e in altri casi si affermano in modo ancora più stabile, come il jobs act renziano che ha portato a innumerevoli emulazioni; ormai è diventato normale parlar di act invece che di leggi, dal family act alla non traduzione del digital services act di matrice europea. Se queste nuove parole si esprimono in inglese, l’italiano regredisce proprio a partire dal linguaggio delle istituzioni.

In attesa delle misure dragoniane del nuovo futuro presidente del Consiglio, si può provare a fare un bilancio su ciò che l’ultimo governo Conte ci ha lasciato dal punto di vista lessicale. E la novità è che le parole congiunti, ristori e cashback, dopo essere state passate per la centrifuga mediatica, sono diventate popolari.

Congiunti

La parola congiunto appartiene a un ambito del linguaggio giuridico-burocratico che appare appositamente indeterminato. Calvino l’avrebbe forse inserita nel lessico dell’antilingua, un linguaggio che sembra fatto apposta per risultare incomprensibile, dove una semplice affermazione come: “Nel primo pomeriggio sono andato in cantina e ho trovato delle bottiglie di vino”, in un rapporto dei carabinieri si trasforma in: “Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato (…), dichiara d’esser casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli”.
Questa poca trasparenza talvolta è voluta; meglio essere vaghi quando è difficile dare indicazioni precise in un terreno fatto di sfumature. E così, davanti alle restrizioni, al confinamento e alle zone rosse (il lockdown non è stato importato da Conte, anche se successivamente l’ha usato), l’introduzione della possibilità di far visita ai “congiunti”, il cui significato ha suscitato interrogativi in tutti gli italiani, è stato un tentativo di salvare capra a cavoli, di mantenere il rigore, ma allo stesso tempo un po’ di permissività.

Giuridicamente si è sempre utilizzato in modo corrente come sinonimo di parenti in senso lato, in locuzioni come stretti congiunti o prossimi congiunti, e nei decreti è stato esteso anche ai conviventi, ma dopo le parole di Giuseppe Conte non era era chiaro se fosse riferibile anche ai fidanzati, tanto che il governo è dovuto intervenire a precisarne una nuova accezione che prima non era estesa anche ai legami stabili di questo tipo.

Congiunto era una parola molto usata nell’Ottocento, nell’ambito della giurisprudenza, ma poi ha registrato un forte calo, e negli anni Duemila si ritrova di rado e sempre in contesti dove è meglio essere generici, per esempio per indicare gli eredi, che possono essere parenti, affini o anche titolari di diritti per danni, risarcimenti e assicurazioni con altri legami (cfr. La nuova giurisprudenza civile commentata, Cedam, 2001; F. Caringella, Responsabilità civile e assicurazioni. Normativa e giurisprudenza ragionata, Giuffrè Editore. 2008). Una vaghezza che si ritrova anche nel linguaggio della Cassazione (cfr. Lattanzi, Lupo, Codice penale. Rassegna di giurisprudenza e di dottrina, Volume 5, Giuffrè Editore, 2010) e che è probabilmente legata all’allargamento del concetto di famiglia, oggi più difficile da definire rispetto al passato.

Comunque sia, nel 2020 la parola ha fatto il salto: dall’uso di settore al linguaggio comune. Attraverso il linguaggio di Conte è diventata frequente, anche se spesso è stata usata con ironia e sarcasmo. E sulla sua stabilità fuori dall’ambito giuridico non ci scommetterei. Di recente è stata sostituita da prescrizioni meno fumose anche nelle direttive sulle zone arancione, in cui è specificata la possibilità di far visita a parenti e amici.

Ristori

Nell’italiano storico ristoro ha proprio il senso principale di indennizzo, compensazione, rimborso e simili. È un significato che si trova nel Boccaccio e nell’Alfieri, che allo stesso modo impiegarono il verbo ristorare, come fecero anche Galilei, Tasso, Machiavelli (che l’ha usata come sinonimo di retribuzione, cfr. Grande dizionario della lingua italiana di Battaglia) e molti altri autori classici.
L’accezione di rifocillare con il cibo che oggi prevale, come in ristorante, è più recente, ma il primo significato non è del tutto scomparso (il dizionario Nuovo De Mauro lo registra come di basso uso), e in particolare circola nel linguaggio della giurisprudenza, da dove non è mai uscito. Anche se non tutti usano questa parola attivamente, tutti la intendono nel suo riferirsi a un indennizzo o a un rimborso. Era molto ricorrente nell’Ottocento, ma si ritrova anche nel Novecento e negli anni Duemila.
Non mi pare che il suo uso sia così limitato, come ha scritto sul portale Treccani Michele Cortelazzo, basta parlare con un avvocato esperto in indennizzi per rendersene conto. Hanno usato ristoro con questa accezione autorevoli giuristi come Francesco Galgano (per es. qui o qui), si ritrova nelle sentenze della Cassazione, e soprattutto è presente anche in altri decreti legge, prima di quelli di Conte, per esempio in quello del 24 gennaio 2012, del 27 settembre 2013 (titolato proprio: “Ripartizione del contributo ai comuni per il ristoro del minor gettito IMU 2013”) o del 2 aprile 2014.

E allora dov’è la novità?

Semplicemente, Giuseppe Conte ha annunciato i ristori in televisione rivolgendosi agli italiani e i giornali hanno subito parlato del decreto ristori. Questa parola che circolava in sordina e tra gli addetti ai lavori è finita così in primo piano e sulle prime pagine. È diventata un titolo, ed è per questo che avuto un forte impatto. Personalmente trovo molto bello che, grazie a Conte, un significato letterario storico regredito sia stato recuperato. Anche se esistono altri sinonimi utilizzabili, questo ripescaggio nel linguaggio comune mi pare un arricchimento lessicale, un segnale di rivitalizzazione linguistica che è sempre più raro in un “Conte-sto” dove tutto ciò che è nuovo diventa inglese e abbiamo perso la capacità di partire dalla riscoperta delle nostre radici.

Sono dunque molto “Conte-nto” se un rimborso diventa ristoro, e molto “s-Conte-nto” quando invece si trasforma in cashback.

Cashback

Su questa parola mi sono già espresso. Posso aggiungere solo che circolava già da qualche tempo, la sua frequenza d’uso ha cominciato a salire una decina di anni fa, e l’ho registrata sul dizionario AAA nel gennaio del 2019. Ma grazie a Conte, e ai giornalisti virgolettatori, è uscita dal suo ambito tecnico e commerciale ed è entrata nella disponibilità di tutti: l’ennesimo anglo-tecnicismo che è diventato comune, e dalla periferia della nostra lingua ha trasferito la sua residenza nel centro.

Dopo questi tre esempi, è molto più chiara la responsabilità che chi ricopre incarichi istituzionali ha nell’evoluzione della lingua. E forse un politico di spicco dovrebbe riflettere maggiormente sulle parole inglesi che usa, soprattutto quando introduce neologismi. Penso a quando Conte ha presenziato alla presentazione della prima card per il reddito di cittadinanza, da parte di Di Maio, che ha in questo modo fatto prevalere l’inglese sulla parola “carta” o “tessera”, per poi introdurre senza alternative la figura del navigator.

Tutti ci auguriamo che Mario Draghi ci possa ben governare, in questo momento difficile.
Mi domando però quali potranno essere le implicazioni lessicali che emergeranno da chi è abituato al linguaggio economico, sempre più anglicizzato soprattutto in ambito europeo.
Se nel lessico di Conte sono rintracciabili elementi che provengono dal settore della giurisprudenza, nelle sue conferenze stampa, quando ha parlato di economia è ricorso spesso ad anglicismi come stockholder (invece di azionisti), recovey plan o fund (invece di piano o fondi per la ripresa) oppure green economy, sharing economy e blue economy (cfr. discorso del 2 giugno 2018).

Draghi per il momento è legato lessicalmente all’inglese di ambito europeo, è associato all’introduzione del quantitative easing (cioè l’immissione di liquidità o allentamento quantitativo) come presidente della Bce, e ricordato per aver salvato l’euro e riscritto la storia dell’Unione Europea proferendo a Londra il suo Whatever it takes (costi quel che costi) riportato dai giornali in inglese.

Saprà essere un presidente del Consiglio in italiano invece di un premier?
Saprà parlare di economia invece che di economy e rinunciare a tutti gli anglicismi finanziari che in passato sono stati introdotti in questo ambito (spread, subprime, bailout, swap, default, bond, bad bank, rating, credit crunch…)?
E soprattutto, saprà evitare di introdurne di nuovi?

Il futuro dell’italiano, oltre che dell’Italia, dipende anche da queste scelte e dall’inaugurare, prima o poi, una politica attenta all’ecologia linguistica del nostro patrimonio lessicale.



“Le parole sono importanti!”
Nanni Moretti, Palombella rossa, 1898

Le parole del 2020: è anglodemia!

Nell’individuare le parole che si sono imposte in questo sciagurato 2020 è inutile dire che la maggior parte sono legate alle vicende della pandemia. Ed è altrettanto inutile sottolineare che la maggior parte ci arrivano dall’inglese, a cominciare da coronavirus e covid.

La più antica attestazione di coronavirus è nella lingua inglese, risale al 1968 (registrata anche dall’Oxford dictionary) ed è un composto dal latino con l’inversione del determinante corona all’inglese, come hanno ricostruito Salvatore Sgroi e Claudio Marazzini.
All’epoca non riguardava gli uomini, era un virus caratterizzato dalla struttura a corona (virus a corona potremmo dire più chiaramente in italiano, ma a nessuno viene in mente) individuato in alcune specie animali. Poi ha fatto il salto di specie, che nel 2020 si è detto soprattutto in inglese, spillover che infatti è stato inserito tra i neologismi del Devoto Oli 2021 appena uscito. Anche la struttura della corona che è fatta di spuntoni si esprime in inglese, e tra gli addetti si parla senza alternative di spike.
In italiano avremmo spinula che in ambito scientifico e biologico indica appunto una formazione anatomica o patologica a forma di spina. Ho domandato all’immunologa Maria Luisa Villa (corrispondente della Crusca) se fosse una traduzione corretta, proponendo di usarla. Mi ha risposto che la trovava ottima e ha subito scritto al virologo Fabrizio Pregliasco per sapere che ne pensasse, visto che nessuno l’aveva mai impiegata. È piaciuta anche a lui… ma qualcuno ha mai sentito parlare di proteina a spinula? Gli scienziati nemmeno si pongono il problema (con l’eccezione di Villa e pochi altri), importano dall’inglese e basta. Ma anche i divulgatori preferiscono riempirsi la bocca di spike protein.


Anche covid è una sigla che ci viene dall’inglese, è la denominazione ufficiale che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’11 febbraio 2020, ha attribuito alla malattia causata dal virus a corona, più precisamente COVID-19: COronaVIrus Disease 19, dove 19 indica l’anno di identificazione del virus. Questa parola si sta attestando soprattutto al maschile, perché confusa con il virus che la causa, ma lo stesso è accaduto per l’aids, che sarebbe una Sindorme da ImmunoDeficienza Acquisita che noi diciamo all’inglese, ma nelle lingue romanze si chiama di solito Sida secondo l’ordine naturale delle parole nelle rispettive lingue (noi no!); comunque ci sono altre malattie maschili, dal morbillo al vaiolo, e non mi pare un problema. Il problema è semmai che covid si porta poi con sé varie locuzioni anglicizzate, dai covid hospital ai covid pass di cui si è discusso quest’anno per indicare una sorta di patente di immunità, dai covid manager ai luoghi covid free (gli anglicismi non sono mai isolati, sono prolifici).

Coronavirus e covid sono il risultato dell’interferenza dell’inglese internazionale, ma non costituiscono un danno per la lingua italiana perché – anche se terminano per consonante – non violano le regole della nostra pronuncia e scrittura, dunque sono inglesi soltanto nella loro etimologia. A meno che non si dica “coronavàirus” come qualcuno ha fatto (e non solo Di Maio) per sentirsi più americano, ma l’effetto alla Nando Moriconi (interpretato da Alberto Sordi in Un americano a Roma, Steno 1954) è stato disincentivante.

Anche il distanziamento sociale è un calco dell’inglese di nuova coniazione, ma magari traducessimo o italianizzassimo più spesso! Purtroppo lo facciamo sempre meno (in meno del 30% dei casi stando al Gradit 2006), come nel caso di lockdown, la parola dell’anno secondo il dizionario Collins, che è un po’ il simbolo dell’anglodemia che caratterizza la lingua italiana. Da noi è arrivato sui giornali e in tv esattamente il 17 marzo 2020, prima parlavamo di blocco, isolamento, serrata, blindare, zona rossa, chiusura… Poi, siccome i giornali inglesi hanno chiamato tutto ciò italian lockdown, ecco che lo abbiamo importato bello, nuovo e crudo. Il 17 marzo scrivevo: “Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà «la» parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena?
Non mi ero sbagliato.

Tra gli altri neologismi inglesi più eclatanti legati alla pandemia ci sono droplet al posto di goccioline, wet market per indicare i mercati degli animali vivi come quello di Wuhan, si è cominciato a parlare di recovery fund, recovery plan e adesso anche di recovery next generation invece di piano o fondo per la ripresa o per le nuove generazioni; di drive in test o drive through per indicare molto più semplicemente i tamponi in macchina; si è imposto il contact tracing che sarebbe solo un tracciamento dei contatti (e che si affianca al tracking che già usavamo per esempio per il tracciamento dei pacchi postali), è esploso il preesistente smart working per designare il lavoro agile, da casa o a distanza, si è parlato di coronabond, termoscanner, e jogging ha avuto avere la meglio su runner e sulle corsette; il governo ha introdotto il cashback e diffonde il cashless, il click day che fa il paio con il family day e una serie sempre più alta di day, il cui ultimo della serie è il futuro v-day, il giorno in cui inizieranno i vaccini (il giorno del vaccino è troppo italiano).

Tra gli anglicismi meno stabili ci sono stati quelli come staycation, cioè il turismo di prossimità o le vacanze a casa e deliri tipicamente italioti come il south working che non sembra destinato a prendere piede.
Altri anglicismi come cluster si sono radicati con il nuovo significato di focolaio, mentre i centri ospedalieri sono diventati hub (“Il Sacco di Milano è ormai l’hub di riferimento della Lombardia per il coronavirus”). Ai no vax si sono aggiunti i no mask (la mascherina si mette quotidianamente, ma quando diventa una categoria alta nella gerarchia delle parole si esprime in inglese) e nella follia in cui si dice no + qualunque-cosa-suoni-inglese si parla anche dei no dad, che non sono gli orfani di padre ma i contrari alla didattica a distanza.

Molte parole inglesi che già c’erano si sono radicate, e la loro frequenza è salita, per esempio app (che però potrebbe essere l’abbreviazione di applicazione e dunque è una parola di fatto italiana, nonostante il suo etimo), trend, task force, screening che si porta con sé l’entrata nella lingua italiana di screenare in modo sempre più ufficiale; e poi voucher (“Coronavirus. Congedi parentali, legge 104 e voucher baby sitter” laRepubblica.it, 20/3/20; “Soggiorno annullato per coronavirus? Si ha diritto a voucher o rimborsi”, IlSole24ore, 22/3/20) e molte altre.

Non male come media! Tra neologismi inglesi e il radicamento degli anglicismi esistenti, il 2020 (come negli ultimi trent’anni del resto) registra il trionfo dell’itanglese e si dovrebbe parlare di anglodemia, che si appoggia bene alla pandemia (una delle parole più gettonate) e all’infodemia (information + epidemic), un neologismo fresco fresco per indicare l’esplodere incontrollato delle informazioni spesso poco attendibili, diffuso dall’Oms ai primi di febbraio.

L’anglodemia è appunto l’esplodere incontrollato dell’inglese, spesso poco attendibile perché fatto molte volte di pseudoanglicismi o di parole inglesi che diciamo solo noi, non sono “internazionalismi”, e non ricorrono affatto in Francia o in Spagna, per esempio.
E a proposito di altri Paesi dovremmo chiederci cosa è arrivato nel 2020, fuori dall’inglese.
Triage e plateau si sono usati molto, ma attenzione: sono francesismi solo nella forma, in realtà li usiamo perché li abbiamo importati dall’inglese, visto che sono in uso anche lì. Poi si è registrata l’impennata della movida mutuata dallo spagnolo, che era in auge negli anni Novanta ed è tornata di moda. Per il resto l’italiano si conferma una lingua colonizzata dal solo inglese.


“Chi dice forestierismo oggi dice anglicismo”, ha scritto Luca Serianni (Le parole dell’italiano. Il lessico, Rcs, 2019, p. 65) e nel Devoto Oli 2021 a parte l’inglese (tra le parole non inerenti al covid ci sono anche deepfake, cisgender, fooding…) non c’è molto di eclatante. Se non qualche nipponismo e qualcosa di gastronomico (dorayaki e ramen piatti tipici giapponesi o poke, un piatto hawaiano).

“Per le parole italiane, o ascrivibili all’italiano, spicca un dato: non c’è nessuna parola primitiva, del genere di naso, traccia, vigogna” ha notato Luca Serianni (ivi, p.53) riferendosi ai neologismi. Il che significa che le parole italiane nuove sono quasi solo composti o derivati.
Tra i composti più divertenti del 2020 c’è per esempio covidiota, oppure c’è l’emergere di paucisintomatico che già esisteva ma è diventato popolare, e tra le nuove entrate del Devoto Oli 2021 c’è autoquarantena o biocontenimento, mentre tra i derivati nasce quarantenare, e poi climaticida, denatalista, immigrazionismo, parlamentizzare ma nulla di significativo, né di paragonabile alla portata delle parole inglesi.
C’è qualcosa che arriva dal gergale come sbriluccicare, ci sono molte sigle nuove o divenute popolari come dad (didattica a distanza), fad (formazione a distanza), mes (meccanismo europeo di stabilità), dpcm, spid, dpi cioè dispositivi di protezione individuale che qualcuno pronuncia “di-pi-ài” nella follia anglomane che ci acceca. E poi c’è qualche neosemia, cioè l’emergere di nuovi significati di parole preesistenti, come tamponare che non significa più solo arginare qualcosa o sbattere contro l’auto davanti, ma diventa anche il far tamponi.

Le altre parole italiane che nel 2020 si sono usate più spesso non sono nuove. C’è negazionista che allarga un po’ il suo significato alla situazione pandemica, si conferma la popolarità di sovranista, si parla di ristori nel senso di rimborsi, di congiunti per indicare i familiari stretti, e poi dominano assembramento, igienizzare e sanificare, autocertificazione, quarantena, mascherina… tutta roba vecchia.

La lingua italiana pare morta, non produce nulla di endogeno che spicca.

Se guardiamo le 10 parole più cliccate del 2020 in Italia su GoogleTrends colpisce che a parte coronavirus (ed esclusi personaggi o eventi) ci siano Classroom, Meet e Weschool. Si tratta di tre piattaforme utili per la didattica a distanza, ma l’ultima ha un nome in inglese anche se è un’impresa italiana fondata nel 2016 da Marco De Rossi e si usa nella scuola pubblica di Stato!

Andate sul sito del Ministero dell’istruzione e leggete quali sono le principali funzionalità che offre questo sistema. Si chiamano: WallBoard – TestRegistroAula virtualeChat.
Su 6, 4 sono in inglese e solo 2 in italiano.
E ciò che nel 2020 è accaduto alla nostra lingua è coerente con questo dato. L’italiano muore e l’itanglese cresce.

Buone feste a tutti.

PS
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Io gli auguri li faccio in italiano!

Basta merry ChristmasHappy New Year
Buon Natale, buone feste e un 2021 migliore per tutti.