Il South working e l’italian suicide

La scorsa settimana, leggendo l’online version del Courier of Evening (suggerisco al Corriere della Sera un restyling del naming più moderno, internazionale e consono al linguaggio che utilizza), mi sono imbattuto in questo pezzo di grande spessore:

Per sapere di cosa si tratta bisogna vedere il filmato. Questo obbrobrioso pseudoanglicismo trova la sua spiegazione solo lì, introdotto da un titolo volutamente pensato per incuriosire il lettore e poi obbligarlo a sorbirsi il video per intero (una grande strategia di marketing!). Solo allora scoprirà che nel caso dello smart working “in Italia sta prendendo forma una declinazione specifica: il south working, vale a dire la prospettiva per chi si sia trasferito al Nord o in altri Paesi di tornare a casa e di lavorare in modo sempre più stabile dal Sud”.

Questo è l’approccio utilizzato consapevolmente dai mezzi informazione per attuare il sistematico genocidio lessicale della nostra lingua. Non sai cos’è il South working? Ma bravo! Punto primo sei ignorante, informati. Punto secondo te lo spiego io! Meno male che ci sono testate come il Corrierone a fare kultura. Punto terzo: si dice così, aggiornati.

È uno pseudanglicismo ridicolo? Chi lo ha inventato?
Non importa. Se lo usiamo è perché è in un uso, e se è in uso non ci puoi fare proprio un bel niente. Rassegnati. Punto e fine dei punti. L’informazione è tutta qui.

Non che le altre testate siano da meno, da il Manifesto (dove la sigla pc è da intendere come personal computer e non come partito comunista) all’Ansa, da il Riformista a il Fatto Quotidiano fino a Wired, tutti ne hanno parlato, in un tripudio di contest, Tracking Real Time, trend, lifestile e chi più ne ha più ne metta. Molto interessante è anche il contest SeaWorking di… Brindisi! La strategia di usare l’inglese per esprimere ciò che dovrebbe essere italiano è ormai quella che dilaga nell’Italia 2.0, dalla mente colonizzata.

Dimenticavo il Sole24 ore, chiedo scusa. Si tratta di una testata da sempre in prima linea nel diffondere anglicismi ad minchiam. In un articolo del 12 settembre spiega bene come l’espressione fotografi la situazione di Foggia e Cosenza: “Il South working spinge le ricerche di case: sul podio Foggia e Cosenza”. Ma nella “top ten anche Reggio Emilia”!
Nell’articolo si riportano le parole del ceo (non amministratore delegato, si noti bene!) di Casa.it che spiega:

“Con il lockdown, la casa è tornata al centro dei pensieri e degli interessi di molti italiani. Lo smart working è destinato a entrare sempre più tra le nostre modalità di lavoro. (…) Utilizzare i fondi Ue per colmare il gap digitale delle aree periferiche del Paese potrebbe aprire nuove opportunità di crescita”.

Insomma, il linguaggio dei giornali e quello degli imprenditori che si intreccia con quello della ricerca e della scuola coincide con l’itanglese. E infatti da dove nasce il South Working?
Pare dal genio di una ventisettenne palermitana, Elena Militello, “ricercatrice a contratto all’università del Lussemburgo. Rientrata a Palermo in pieno lockdown ha proposto ad alcuni amici la sua idea di promuovere con metodi di advocacy la possibilità di lavoro a distanza in via principale da dove si desidera e, in particolare, dalle regioni del Sud d’Italia e d’Europa” (Quotidiano del Sud, 24/8/20).
E come chiamare se non con un anglicismo il frutto di questo guizzo creativo simbolo della nostra italianità? Del resto ciò che contraddistingue il made in Italy è l’italian design, in un Paese linguisticamente finito.
Recentemente leggevo un articolo che esaltava le doti imprenditoriali del bergamasco Marco Pirovano che ha creato un franchising di successo per il suo marchio di “polenta espresso” che si chiama PolentOne (il gioco di parole sull’inglese si trova anche in molte altre nostre eccellenze gastronomiche, anzi del settore food, da Eataly a Slow Food).

Immaginiamo una sagra della patata italiana chiamata alla tedesca, il KartoffelnFest. Oppure una festa del formaggio italiano denominata Fromage italien alla francese, o della birra italiana che suona come Fiesta della cerveza.

Un bel: “Ma siete scemi?” sorgerebbe spontaneo.
Ma basta usare l’inglese e tutto si trasforma magicamente in un: “Che figo!” Ed ecco che si moltiplicano le insegne con scritto Wine Bar.

Per chi crede che tutto ciò sia una caricatura, posso segnalare qualche evento di questi giorni. Il 13 settembre si chiude al Parco Fellini di Rimini l’Italian Bike Festival, il punto di riferimento per il mercato della bici, un evento ricco di “anteprime, test, show & performance, meetup, experience e intrattenimento: tutti gli ingredienti necessari per un festival della bici a 360°.”
Qualche giorno fa si è tenuto in Abruzzo, per il decimo anno consecutivo, il Festival You Wanna Be Americano, dedicato alla musica, alla cultura e alla moda degli anni ’50 e ’60 in America e in Italia, organizzato in questa decima edizione dal Comune di Giulianova (“Impossibile frenare la dilagante febbre Fifties” e grande attesa per “Giulia Rock, The Italian Rock’n’Swing Stars”).

Ai miei lettori segnalo anche una scadenza imminente: “Italian Innovation Day Tokyo 2020, call aperta fino al 14 settembre”. È una bella opportunità voluta dall’Ambasciata d’Italia a Tokyo che vede “la partecipazione di startup e scaleup che saranno selezionate tra quelle che invieranno l’application entro” il termine indicato.
Io ve l’ho detto, regolatevi. E vi segnalo anche l’Italian Esports Awards: ecco le nomination per il “Best Italian Team”. Si tratta della “prima edizione del premio dedicato alle eccellenze italiane nel gaming competitivo, annunciata da Iidea nel luglio scorso, consisterà in 5 premi dedicati al Best Italian Team, al Best Italian Player, al Best Italian Content Creator, al Best Italian Castered all’Esports Game of the Year”.
Inoltre, save the date! Appuntatevi la data del 30 settembre, perché scade l’opportunità di una “Tradizione italiana unica vera e originale dal 2010”, e cioè l’Italian Horror Fest, dedicato ai maestri italiani dell’horror (c’è anche Dario Argento) che non si tiene come avviene per questo tipo di eventi nelle “cupe atmosfere invernali di Halloween”, bensì in estate e sul mare di Anzio!
Certo, in tempi di pandemia è stato necessario inventare una speciale Covid Edition, una nuova formula e un bel neologismo inglese che si aggiunge ai recenti covid hospital, covid pass, e più in generale alla regola del conio fai-da-te di qualsiasi cosa si riesca a ad abbinare a covid, purché suoni inglese, beninteso. Sui giornali si trova: “Ripensare cinema e teatri in modo covid free”, “lo stress test covid”, “un covid manager per i supermercati”… è il moderno covid language in cui una prova diagnostica innovativa, tutta lombarda, che in pochi minuti permette di rilevare attraverso la saliva la presenza del coronavirus, è stata chiamata Daily tampon. Nella nostra bocca l’inglese suona fico, ma in questo caso ha che fare con il suo femminile, visto che tampon in inglese indica un assorbente interno vaginale, come ha ricordato Gabriele Valle.

In conclusione, sto pensando anch’io di lanciare un contest che vorrei chiamare Italian suicide. Consiste nell’inventare qualche nuovo anglicismo, non importa se è in uso nei Paesi anglofoni, basta che suoni inglese e sia in grado di depauperare la nostra lingua. Potete lasciare la vostra nei commenti e poi si fa una bella votazione nel giorno X denominato election day. Partecipo anch’io con la parola cialtroning, di cui ho già parlato in altre occasioni. In palio c’è un posto tra gli oltre 3.700 anglicismi che formano il dizionario delle alternative AAA, ma se va bene si può finire anche tra quelli del Devoto Oli che sono appena sotto la soglia dei 4.000 nell’edizione 2020, ma nel 2021 la supereranno di certo, arricchendo la possibilità di parlare in itanglese con tante nuove belle voci, che – fuori dai dizionari – sono molte, ma molte di più.

20 pensieri su “Il South working e l’italian suicide

  1. Ciao Antonio,
    meno male che quando scrivi mi fai fare qualche ristata, sennò ci sarebbe davvero da spararsi, ovviamente con una smoking gun… Tra l’altro, quando ho letto “esports game” ho pensato “hanno pure sbagliato, per scrivere “export” e invece è “e-sport”!! “E’ l ‘idioma”, come diceva un tizio a Gigi Proietti in una vecchia pubblicità E Gigi rispondeva:”Se ne incontrano di idiomi nella vita!”.
    Tornando seri, oggi a Tg2 Motori mostravano una fabbrica di dischi freni di Bergamo. Si vedeva chiaramente che nella loro esposizione l’inglese era grande e in rosso, l’italiano molto più piccola. Vabbe’, sarà per gli stranieri… Poi però, l’inquadratura sulla catena di montaggio mostrava uno schermo con “actual” “target”. “eff.cy”, riferiti alla produttività. Poveri operai, comunque la si pensi, l’inglese è proprio la lingua dei padroni!
    Ti saluto e condivido.

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    • Il settore dell’auto, ormai chiamato dagli addetti quasi esclusivamente “automotive”, è molto anglicizzato. Però rimane un linguaggio di settore non strategico rispetto agli ambiti portanti della modernità di una società, cioè l’informazione, il lavoro, la scuola, la scienza, la tecnologia, l’informatica, la politica… Se l’inglese avesse conquistato solo la zona superfiiale e mondana come ai tempi il francese aveva conquistato moda, gastronomia e costume la situazione non sarebbe così grave. Invece sul lavoro ormai si usa un lessico inglese, e guai a non utilizzarlo, si è tagliati fuori e percepiti come non professionali. Siamo un popolo di idiomi, aveva ragione Proietti.

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  2. Leggere i vostri articoli fa male. Essi rimuovono il dito nella piaga. Riassumono l’irritazione, il tormento nel sentire l’inarrestabile cascata di stupidi anglicisme che ci innonda con la TV e la stampa. All’inizio cambiavo canale o giornale. Ora mi sento impotente, il prezzo sarebbe non guardare più la TV e non leggere più i giornali. Ma i nostri lamenti , le nostre indignazioni sembra che restino tra noi. Gli ultimi 27 anni della mia attività professionale li ho passati nella sede parigina di in una multinazionale americana e da allora vivo in Francia e beh, non uso un anglicismo o un francesismo neanche se mi sparano. O parlo italiano o parlo inglese o parlo francese. Non lo dico per vantarmi ma giusto per sottolineare che chi sa le lingue non ha bisogno di esibirsi usando red carpet invece che tappeto rosso.Ritorno alle nostre indignazioni, insopportazioni. Credo che non riusciremo a renderle efficaci senza capire il perché  del dilagare. Ci sono studi in materia? Ci sono interpretazioni di sociologhi, psicolologhi? La mia imponenza mi deprime …Envoyé de mon Samsung Galaxy S10 Orange

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    • Grazie Franco. Purtroppo in certi ambiti, ormai sempre di più, non è possibile evitare gli anglicismi nell’italiano: è stato mutilato, per esempio nel settore dell’informatica, dell’economia, del lavoro o della scienza non sempre circolano sostitutivi, e spesso se ci sono suonano obsleti. Sulle cause del fenomeno che sono in circolazione ti lascio un mio scritto: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2019/01/10/la-cause-dellinglese-anglicismi-e-anglicizzazione/ Ma queste spiegazioni che circolano sono superficiali e insufficienti a spiegare il fenomeno. Sto apppunto preparando un lavoro su questo tema, visto che in Italia non ci sono studi sensati in proposito, e ci sono persino lniguisti che negano il fenomeno. Il problema è extralinguistico, e hai ragione: ha che fare con la sociologia, la psicologia e soprattutto la storia. Da una parte c’è l’espansione dell’inglese internazionale, un fenomeno mondiale legato alla globalizzazione. Dall’altra parte in Italia non c’è alcuna reattività di fronte a questa forte pressione esterna e agevoliamo dall’interno questo processo. Il risultato è questa Italietta 2.0 dove ormai la classe dirigente è formata da menti colonizzate, assuefatte e compiaciute da questa americanizzazione della società, che prima di essere linguistica è culturale. Questa storia non è ancora stata raccontata, e nons i ha il coraggio né la capacità di raccontarla. Io ci sto provando.

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  3. Vorrei proporre dei nuovi anglicismi inutili, ma magari esistono già (quando dico una scemenza per ridere, scopro che qualcuno l’ha già detta seriamente, di solito).
    Dai, propongo smart slavery (da tradurre come “schiavitù da casa”) in riferimento ai casi in cui il telelavoro si protrae ben oltre l’orario previsto. 😛

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  4. Comincio a pensare che, anche se lo Stato o qualunque altra istituzione culturale iniziassero a sensibilizzare sul tema dell’invadenza degli anglicismi che vanno a vandalizzare anche i prodotti dell’eccellenza e dell’identità italiane, il senso di subalternità ed esterofilia sia così radicato nelle persone che la gente si opporrebbe a questo attacco alla libertà di parlare come si vuole, a questa manifestazione di arretratezza in un mondo globalizzato e interconnesso, e inizierebbe a creare meme schernendo tale soggetto scimmiottando il suo modo di esprimersi vetusto, o meglio “old school”, del tipo “Accendo il computatore per accedere alla interrete ed acquistare sul magazzino digitale di Amazzoni una consolle di giochi elettronici, perché io preferisco il controllore alla tastiera e al topo!”. La mia limitatezza lessicale mi impedisce di trovare parole per esprimere la delusione per un paese che ha perso il senso della propria autenticità, che posso dire? Amando le lingue sarei tentato di trasferirmi in un altro paese pur di non sentire più queste mostruosità.
    Vabbè, c’è da dire che almeno nei libri si può ancora degustare un italiano ricco ed espressivo e quindi mi rifugio lì per consolarmi.

    Dopo il discorso disfattista che potrebbe prolungarsi all’infinito, risultando però tedioso e scoraggiante, avrei un sito da segnalarti, caro Antonio. Si tratta di Slengo (https://slengo.it), un dizionario in rete che raccoglie neologismi e gergalismi della lingua italiana. Devo dire che sono rimasto piacevolmente sorpreso. Si trovano principalmente espressioni del gergo giovanile, e ci si rende conto che in fondo l’italiano ha ancora ottime potenzialità di neologia. Certo, non si tratta del linguaggio più aulico ed elevato, anzi, ma arrivati a questo punto non posso che rallegrarmi di vedere che l’italiano vive ancora, in qualche modo.

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    • Be però una battaglia culturale bisognerebbe tentarla, anche se, certo, le battaglie si possono anche perdere, ma per lo meno ci sarebbe la pugna, e non solo le “pugnette” da linguaggio colonizzato. L’italiano dei libri in senso letterario resiste, non si può dire altrettanto della manualistica di settore… insomma dipende dai libri. (Slengo lo conosco, grazie, non è affatto male come risorsa)

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    • Condivido il fatto che la letteratura resiste ancora, e menomale! Che piacere ieri aver ritrovato tra le righe di “l’eleganza del riccio” il termine moviola. Era da tempo che non lo leggevo o sentivo; ora si dice solo slow-motion, che ha mandato in pensione anche il francesismo ralenti ( spesso erroneamente anglicizzato con rallenty…yeah!). Allo stesso tempo però mi chiedo come scriveranno gli autori di domani. Mio fratello diciottenne non conosce gli equivalenti italiani di record, slogan o performance, ed ha difficoltà a trovare sinonimi per parole come trend, audience o box-office. Forse tra qualche anno si sostituiranno alle ore di greco e latino quelle di italiano ed un dialetto italico a scelta.

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      • La moviola impazzava nel linguaggio del calcio, poi quando l’hanno introdotta in campo l’hanno chiamata VAR, acronimo inglese. Il discorso sulla letteratura che resiste è molto complesso e non ho le competenze per affrontarlo, comunque, nel solco dell’avvicinamento tra parlato e scritto che è nato nel Novecento – e che tutto sommato ha ridefinito un paradigma di italiano solo letterario con i suoi grossi scarti da quello vivo – c’è anche uno scrivere che ricorre agli anglicismi che ormai sono nel linguaggio comune. Non è solo tuo fratello ad avere difficoltà nel trovare alternative agli anglicsmi che diventano ormai automatismi, in una lingua scritta sempre più stereotipata. Anche gli studenti dei corsi di scrittura creativa hanno le medesime difficoltà, te lo assicuro. Però il mito dello” scrivere un libro” prevede ancora una padronanza dell’italiano che supera spesso questi ostacoli. Più in crisi, mi pare, è il mondo delle traduzioni, dove si tende a importare l’inglese, invece che trovare sostitutivi come avveniva maggiormente sino agli anni ’70. Dunque è importante che i libri tradotti come l’Eleganza del riccio, sian ben tradotti.
        Quanto a greco e latino, temo che la scuola del futuro (ma fare previsioni è sempre azzardato) sia destinata a lasciare queste lingue agli specialisti, visto che il modello è ormai quello di insegnare solo l’inglese, accanto alla lingua nativa. In questo modo si agevola il progetto di fare dell’inglese la lingua internazionale, e di portare tutti i paesi sulla via di un bilinguismo dove gli idiomi locali son visti come un ostacolo alla comunicazione. I segnali, nel presente, sono ormai ben delineati.

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    • Infatti, se ho capito bene il senso della petizione lanciata da Antonio, non si tratta di sensibilizzare la gente, né tanto meno di “imporre” niente. Bisogna invece partire dall’alto (come si dice, “il pesce puzza sempre dalla testa”) e stabilire che almeno le autorità, soprattutto il Governo, parlino italiano. E dare poteri normatori ad un organismo (la Crusca? Se ne potrebbe anche creare uno ad hoc).Ossia, dare il buon esempio e dei riferimenti linguistici precisi.
      Il secondo e più importante passo è quello della sensibilizzazione (in questo caso sì) dei principali artefici di questo genocidio linguistico, ossia i giornalisti. Bisognerebbe ad es. parlare ala scuola di giornalismo di Perugia, all’Ordine dei Giornalisti, qualcosa del genere, perché sennò, anche se il Governo dice “contenimento” e i giornalisti “lockdown”, alla fine anche un Preseidente del Consiglio usa o deve usare “lockdown” per far capire (forse) di cosa parla. Un altro esempio: ma se Paolo Savona all’assemblea della Consob parla di “obbligazioni”, perché la giornalista di Piazza Affari deve dire “Dunque, dei bond per ecc.” come se bond fosse più chiaro ed esplicativo di obbligazione. Davanti a questa ostinazione, io parlerei proprio di guerra (che è fatta di più battaglie)
      Se poi gli italiani, vorranno continuare nella deriva, affari loro. L’importante è contrastare questa imposizione dell’itanglese, perché di vera imposizione, martellante e quotidiana, si tratta.

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      • Direi che hai sintetizzato bene il senso delle mie proposte. Come ha ricordato Gabriele Valle, la presentazione del “Dizionario panispanico dei dubbi” (2005) che, oltre a diffondere le alternative agli anglicismi rappresenta un punto di riferimento per l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi ispanici, è avvenuta dinnanzi a tutti i giornali più importanti, che sottoscrissero un accordo:
        “Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa”. (“Lʼesempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: lʼitaliano e lo spagnolo a confronto”, p. 757).

        In Italia invece, se una volta i mezzi di informazione hanno unificato l’italiano oggi lo stanno trasformando in itanglese. Modificare il linguaggio dei giornali è possibile, e senza imposizione coercitive, ma attraverso linee politiche e anche attraverso le pressioni della gente. Pensiamo all’introduzione della femminilizzazione delle cariche. La sinergia di direttive amministrative emanate dai comuni, l’intervento di supporto della Crusca, l’inserimento delle voci nei dixzonari, la campagna culturale in ambito non solo femminista… ha portato a introdurre “ministra”, “sindaca” e via dicendo con naturalezza (al di là anche delle polemiche). Bene, perché la stessa strategia non si attua nel caso degli anglicismi? Naturalmente non tutte le proposte attechiscono, vedi l’oppisizione delle dnne architetto o avvocato a farsi chiamare al femminile, ma almeno la gente è libera di parlare come preferisce, invece di essere soggiogata dalla dittaura dell’inglese imposta dall’alto, da lockdown a navigator, da recovevry fund a smart working.

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  5. Mi piace tenerti informato sui barlumi di speranza, che arrivano dai punti più impensabili!
    Per il mio blog di cinema Z ho visto un filmaccio orribile, “BloodRayne 2” (2007), ma in cui il direttore del doppiaggio ha compiuto un’operazione eroica e degna di applauso: invece di chiamare la protagonista damphyr (cioè metà umana e metà vampiro), termine amato dagli italiani e infatti la Bonelli ci ha fatto una testata a fumetti con quel nome, ha deciso di usare il termine dampira.
    All’inizio ho sghignazzato, poi mi sono detto: cosa c’è di male? In fondo nel Settecento l’italiano ha preso il tedesco vampyr e l’ha italianizzato in “vampiro”: perché mai ora non dovremmo prendere damphyr e trasformarlo in “dampiro”? Visto che l’italiano è una lingua viva, come dicono tutti quelli che la stanno uccidendo, mi sembra giusto fare quello che sempre è stato fatto: inglobare e fare nostri degli esterismi.
    Da oggi dirò “dampiro”, anche non servirà a niente: sarebbe bello se la testata a fumetti “Damphyr” nei suoi testi cominciasse a tradurre gli esterismi, ma sono sogni proibiti 😛

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    • Grazie! La questione dei neologismi è così. Ne avevo scritto un pezzo una volta, ma anche Serianni ha notato che sono sempre accompagnati da resitenze, ecco perché hai sghignazzato. Poi col tempo ci si abitua e diventano normali. Purtroppo questa istintiva resistenza ai neolgismi non vale quando sono in inglese, allora si salutano in modo gioioso e supino. W i dampiri allora, visto che sono mezzo umani e mezzo vampiri (e mezzo italiani e mezzo inglesi), mentre i damphyr sono interamente inglesi.

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      • A proposito, l’espressione “dampiro” esiste anche su Wikipedia.

        Riguardo alle traduzioni creative aggiungerei anche l’esempio dei “metalupi” nei romanzi di George R Martin (quelli che nell’originale inglese sono chiamati “dire wolves”, cioè “lupi terribili”).

        Ma soprattutto parlerei della traduzione o adattamento di videogiochi come quelli di Warcraft della Blizzard, che aveva un ‘ evoluzione molto particolare.
        In origine i primi giochi della serie di Warcraft (datati dal 1994 fino al 2004) la traduzione italiana era più parziale, infatti c’era diversi nomi di luoghi o regni (es. Northrend, Stormwind, Ashenvale), soprannomi o cognomi di personaggi (es. Hellscream, Doomhammer, Deathwing), di oggetti leggendari (es. Frostmourne) oppure di alcune razze (es. Furbolg, Quillboar) lasciati all’originale inglese. Poi verso il 2012, attraverso World of Warcraft, viene impostata una nuova traduzione italiana di nomi e terminologie questa volta più integrale: fu così che Hellscream, Doomhammer e Deathwing divennero rispettivamente “Malogrido”, “Martelfato” e “Alamorte”; “Northrend”, “Stormwind” e “Ashenvale” divennero “Nordania”, “Roccavento” e “Valtetra”; la spada “Frostmourne” diventa “Gelidanima”, mentre in “Furbolg” e i “Quillboar” divennero “Mezzorsi” e “Verrospini”.

        Devo dire che il nuovo adattamento italiano di Warcraft è stato un lavoro davvero sublime ed eccellente. Ci sarebbero altri esempio di giochi o romanzi dove si possono trovare traduzioni creative ma adesso non voglio dilungarmi troppo.

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        • Grazie Davide, è un mondo che ignoro completamente, ma mi fa piacere scoprire che nascano traduzioni creative, in controdetendenza per esempio all’andazzo fumettistico dove l’Uomo ragno è diventato Spiderman e i Vendicatori Avengers. Purtroppo, passando dagli ambiti molto settoriali a quelli più strategici, la taduzione creativa è stata abbandonata (ed è persino osteggiata da certi personaggi) per esempio nell’informatica. Se le interfacce in itanglese che ci propinano le mutinazionali della rete avessere la stessa attenzione che rintracci in questi videogiochi, non diremmo downloadare, follower, snippet e via dicendo…

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          • @Davide.
            Purtroppo l’essere annoverato su WIkipedia non è un segno dell’uso di una parola. Il dizionario italiano attesta la parola “scadenza”, ma sui contratti e sui bandi è molto più facile che troverai deadline. Visto che c’è una testata a fumetti di successo di nome “Damphyr”, in cui il personaggio si definisce damphyr e quel termine è usato da vent’anni fra i lettori Bonelli, temo sia molto più noto in originale che in versione italiana.
            Che comunque esiste, per fortuna, in opere di coraggiosi. Per esempio lo usa tranquillamente il romanzo “La maledizione di White Manor” (Lettere Animate, 2017) di Raffaella Barcella («Sono un dampiro, un sanguemisto»), ma sono felici e lodevoli eccezioni che non fanno testo.

            @ Antonio
            Il mio cuore sarà sempre legato a “Il Punitore”, eroe a fumetti che leggevo da ragazzo (a cavallo tra Ottanta e Novanta) e che solo in seguito diventerà Punisher.

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  6. Professore, suggerisco una sezione del suo pregiato sito in cui segnalare al pubblico lubidrìo gli innumerevoli strafalcioni scritti in italiano da giornalisti italiani: Fondi, editoriali, elzeviri, articoli di inviati sono zeppi di errori grammaticali; e non si tratta di refusi. Sarebbe istruttivo prendere un articolo pieno di errori e riscriverlo in italiano corretto. Prima e Dopo.

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