Virus a corona: diamo il benvenuto al nuovo anglicismo “wet market”

– Dobbiamo mettere online le news del coronavirus. Ce la fai a farmi un pezzo sulla chiusura dei wet market entro due ore?
– Web market?! Ma non si diceva e-commerce? Chiudono Amazon perché non rispetta le direttive per i lavoratori? O intendevi il web marketing?
– Ma che stai dicendo? Wet market! Il mercato degli animali vivi di Wuhan! Si sta muovendo Animal Equality e anche l’Onu… Sveglia!
– Ah, il mercato del pesce di Huanan, non avevo capito.
– Ma qu
wet market1ale mercato del pesce? Wet market! Devi titolarlo wet market.
– Lo abbiamo sempre chiamato mercato della città di Wuhan, mercato del pesce, o a cielo aperto… temo che non lo capisca nessuno. E se scrivessimo “il mercato degli animali vivi”, come nella petizione italiana di due mesi fa? Io ve l’avevo segnalata, ma mi avete bocciato il pezzo…
– Non rompere i coglioni come al solito, lascia stare le petizioni italiane. Adesso ci son quelle internazionali. E mettici qualcosa anche sullo spillover.
– Il salto di specie dei virus? In italiano sarebbe zoonosi se vogliamo usare una parola scientifica.
– Zoonosi non lo capisce nessuno, troppo tecnico!
– Be’ neanche spillover se è per questo… tanto vale usare una parola italiana visto che…
– Ma ci fai o ci sei? Il titolo è Coronavirus: il grido di Animal Equality: “chiudete i wet markets, paradiso degli spillover”.
– Markets? Ma la s del plur…
– Sbrigati! E che non ti venga in mente di cambiare una virgola. Se vuoi spiegare lo fai all’interno dell’articolo; il titolo lo lasci così, deve catturare l’attenzione, se glielo spieghi subito capiscono al volo, e col cazzo che lo leggono poi.
– Be però anche zoonosi, allora, potrebbe richiamare l’attenz…
– Se non fossimo in modalità smart working ti metterei le mani addosso! Tu da domani finisci a scrivere necrologi! Non capisci un cazzo di giornalismo…

* * *

Sulla stampa l’avevano fino a ieri chiamato il “mercato” di Huanan della città di Wuhan.
La seconda definizione più gettonata era “mercato del pesce”, in qualche caso anche “ittico”. Qualcuno aveva azzardato “il mercato a cielo aperto di Wuhan”, i più pignoli parlavano di “mercato di animali selvatici” o di “specie selvatiche”.
Poi sono cominciate a circolare le prime sporadiche traduzioni di “mercato umido” o “bagnato” (“Il virus ha avuto origine nella città cinese di Wuhan, forse in un ‘mercato umido’, uno dei mercati di prodotti alimentari freschi di origine animale…”). All’inizio i giornalisti usavano l’italiano, ma è stato solo uno sprazzo, e verso fine marzo l’anglicismo ha cominciato a comparire come tecnicismo tra parantesi: “La pandemia da Covid-19 avrebbe preso il via dal ‘mercato bagnato’ (Wet market) di Wuhan, in Cina, uno dei numerosi luoghi di commercio di…” (Altreconomia, 25/3/2020). Subito dopo è arrivata l’inversione di prospettiva, prima l’inglese e poi, tra parentesi, l’italiano.  In un bell’esempio di prosa giornalistica nell’itanglese che caratterizza una testata come Il Sole 24 ore, il 28 marzo si leggeva questo titolone: Dal “wet market” allo “spillover”: come nasce una pandemia. All’interno del pezzo l’inglese era in primo piano, come fosse la terminologia intraducibile di cui non si può fare a meno: “…si ipotizzava che sarebbe successo in un ‘wet market’, un mercato di animali (esotici e selvatici) venduti e mangiati in Brasile o in Cina…”.
E adesso? Pesce d’aprile, il mercato del pesce è definitivamente wet market, siamo diventati “internazionali”, anzi, statunitensi.
2 aprile: “Chiudiamo per sempre i wet market! La petizione con le scioccanti immagini dei mercati umidi asiatici” (greenMe.it); 3 aprile: “Le crude immagini dei ‘wet market’ in Cina. Gli animalisti: ‘L’Onu li vieti per sempre’” (Adnkronos)…

Il 6 aprile i wet market sono ormai su tutti i giornali, sul Corriere, La Stampa, il blog di Beppe Grillo… la frittata sembra fatta.

wet market

E pensare che solo un paio di mesi fa una poverina italiana che si chiama Vera Catalano aveva lanciato una petizione per chiudere “i mercati che vendono animali vivi”; ci rendiamo conto di quanta arretratezza, ingenuità e ignoranza nello scrivere queste cose in italiano (che tra l’altro è molto più lungo)?
Per fortuna adesso ci sono l’Onu e le organizzazioni internazionali a spiegarci quali sono le parole che i nostri giornalisti devono usare.
Wet market. La mia previsione è che entro stasera o domani tutta la nostra bella schiera di giornalisti televisivi non dirà altro. Già mi pregusto come si riempiranno la bocca le Lilli Gruber, i Floris, i Formigli, i virologi e gli esperti degli speciali Mentana, negli approfondimenti di tg 1, 2, 3… stella! Tutti tronfi di usare il loro amato itanglese, per poi rivolgersi sornioni alla telecamera spiegando all’italietta analfabeta che non padroneggia i loro tecnicismi da esperti: letteralmente “mercati umidi”, sono i mercati dove bla bla bla. Spiegazione effettuata! Poi basta, si procede con l’inglese.

Mi piacerebbe essere lì con loro e domandare: scusate… mi chiedevo… ma come lo chiameranno in Cina un wet market? Qualcuno se lo sarà chiesto? No? Non vi interessa la parola cinese? Capisco, non ve ne frega niente del cinese e preferite importare dall’inglese… Speriamo che presto lo dicano anche loro così, i cinesi dico… se non altro per vietare questi mercati in modo comprensibile a tutti, se li devono chiudere i cinesi, forse loro sanno come si dice…

Ci rendiamo conto di quanti anglicismi assurdi stiamo importando in quest’emergenza? E con che rapidità si radicano? Nel giro di una settimana siamo travolti dalla frequenza dei picchi di sterotipia ed è come se li usassimo da sempre.

Il 17 marzo, davanti al timido comparire di lockdown, scrivevo: “Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà ‘la’ parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena?”. Sembra passato un secolo, eppure prima del 17 marzo ancora non si usava. Adesso non si sente dire altro in tv.

Il 25 marzo, nel segnalare l’avvistamento di anglicismi come smart working, spillover, spike, covid hospital e gli altri, scrivevo: “Finché il problema era solo cinese non si è registrata alcuna interferenza linguistica proveniente dall’Oriente; e anche quando è esploso da noi, la comunicazione era prevalentemente in italiano. Poi l’Organizzazione mondiale della sanità (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e il virus ha contagiato i Paesi anglofoni, dunque tutto è improvvisamente cambiato, e la mia previsione è che sia destinato ad anglicizzarsi sempre più.”

Oggi mi verrebbe da prevedere che a esplodere sarà il wet market, che probabilmente qualcuno non aveva ancora sentito prima di oggi. Ma di sicuro mi sbaglierò, anche perché, come ha osservato qualche grande linguista poco preoccupato per le sorti dell’italiano, queste parole sono solo espressioni usa e getta che passata l’emergenza sono destinate a scomparire. Peccato che il punto è un altro: tutto ciò che è nuovo, persino se viene dalla Cina, diventa inglese. Poco importa che di un centinaio di anglicismi legati al virus a corona (scusate, al coronavirus) la maggior parte passeranno, la verità è che migliaia di altre parole “usa e getta” sono destinate a entrare nella nostra lingua, in un flusso continuo sempre in inglese e sempre più numericamente significativo. Qualunque cosa accadrà in futuro. Molte passano, certo, ma molte altre attecchiscono, si radicano e germogliano. Il linguista replicherà a questo punto che non è grave, perché sono solo i mezzi di informazione a usarle… hai detto niente! Sono quelli che hanno unificato l’italiano, e quelli che oggi lo stanno distruggendo. Come si fa a non capirlo?
Mentre i linguisti di questo tipo ci spiegano che l’interferenza dell’inglese non è reale, è solo una nostra distorsione delle cose perché è limitata ai giornali, o perché è confinata nei settori come quelli della Rete, della tecnologia, della scienza, dell’economia, della moda, dello sport, del cinema, della pubblicità… mi domando, se togliamo tutti questi ambiti, cosa altro rimanga dell’italiano.

anglicismi giornali

84 pensieri su “Virus a corona: diamo il benvenuto al nuovo anglicismo “wet market”

  1. Per fortuna ancora non mi è capitato il wet market (ma perché “bagnato”?), ma è anche vero che mi limito esclusivamente al TG della sera: fra morti, virus e itanglese l’informazione mi deprime troppo…
    Che si avveri una “profezia involontaria” di Rudy Rucker? Fra il 1982 e il 2000 il celebre autore di fantascienza ha scritto una splendida tetralogia di romanzi che forse racchiude un percorso lessicale che stiamo compiendo noi italiani: Software, Wetware, Freeware e Realware.
    Siamo partiti morbidi (sotf) e ora siamo nella fase del bagnato (wet): dobbiamo aspettare la fase del “parla come te pare” (free) prima di arrivare ad un lingua vera (real) 😀

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  2. I suoi articoli sono sempre belli e centrati.
    Penso che l’italiano sia l’unica lingua in cui per dire “squadra” nelle varie accezioni si usi anche Team ed Equipe (medica). Team sta diventando sempre più prevalente, tanto che lo usano anche per indicare le squadre di calcio (a volta addirittura chiamate SQUAD) e si sta facendo largo teammate al posto di compagno di squadra…
    Meraviglioso poi “lavorare in Smart Working”, invece di lavorare a distanza, telelavorare o lavorare da casa. Un bel “lavorare in lavorazione intelligente”: meraviglia!
    Proprio dopo aver letto un suo precedente articolo (erano circa 3 giorni dalla prima volta che in vita mia avevo sentito la parola lockdown in italiano) vedevo un video su YouTube dove il parlante diceva: “userò lockdown perché ormai si dice così”. Ormai si dice così… cioè da 72 ore circa. Che mentalità ridicola.

    Nell’ultimo suo pezzo ho notato un certo ottimismo nel finale. Io tutto questo ottimismo non ce l’ho, perché vedo che il 99% degli italiani se puoi scegliere tra una versione inglese e una italiana opterà sempre per quella inglese (o straniera, se per questo). Nei primissimi giorni in cui si invitava la gente a non uscire più, ho sentito ripetere la parola Movida in tv centinaia di volte; mai una volta che avessero usato vita notturna se si riferiva alla vita notturna o passeggio se si riferiva al passeggio o movimento se si riferiva al movimento (di gente)

    È evidente che nella mentalità generalizzata italica l’utilizzo di nuove parole straniere sia visto come un salto di qualità linguistico, ops chiedo scusa: un upgrade…

    P.S. Abbiate pazienza per eventuali errori o punteggiatura mancante ma scrivo con il cellulare, Il carattere è piccolissimo e non ci vedo 🙂

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    • Sì, è impressionante la rapidità e la diffusione con cui certe parole, come lockdown, esplodono: nel giro di una settimana si sentono solo quelle (sono i picchi di stereotipia) e ci fanno scordare come parlavamo sino al giorno prima. Lo stesso è avenuto per fake news, oppure penso a location: una volta un giornalista mi ha chiesto come lo direi in italiano. Ma come facevamo a parlare di un “posto” o di un “luogo”, fino a qualche anno fa? Non ce lo ricordiamo più! E poi in un btter d’occhio l’anglicismo viene etichettato come “di necessità”, perché tutti dicono solo così… grazie ai giornali!

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        • Sull’Ansa non saprei, ma l’Ansa che dà i lanci di agenzia di cui si nutrono i giornali si muove in tempo reale (come si dice oggi), cioè con estrema celerità, dunque molto spesso ribatte le notizie estere senza tradurle, per la fretta e per incapacità, nel caso dell’inglese anche perché il giornalismo è accecato dall’anglomania (le espressioni di altre lingue vengono tradotte eccome. nel caso dell’inglese no perrché l’assioma è: inglese = internazionale). Il vero problema sono poi i giornalisti che dovrebbero elabrare i lanci di agenzia, invece di ripeterli con le stesse parole come avviene in rete sulle piattaforme sociali… dai giornalisti professionisti ci si aspetterebbe un altro livello, loro sì che dovrebbero tradurre e riflettere sul proprio linguaggio. Ma i mezzi di informazione sono i principali untori degli anglicismi. Per comprendere la situazione italiana può essere utile vedere le tendenze di Google trend: https://trends.google.it/trends/explore?q=%22wet%20market%22&geo=IT sull’evoluzione di wt market. Come vedi è una parola assente che improvvisamente penetra, e ha poi un picco che sale a fine marzo.

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            • Sull’Ansa sfondi una porta aperta, nel 1992 ho riversato su cd-rom i loro archivi dal 1981 in poi,,, Alle origini era diretta dall’oggi centenario Sergio Lepri, un gigante del giornalismo di vecchio stampo che si raccomandava di tradurre tutto il possibile, per trasparenza più che per purismo, e questa era anche la prospettiva dell’Ansa intera e del giornalismo più in generale. Una prospettiva che si ritrova anche nell’inglese e nei consigli di scrittura di Hemigway e del giornalismo americano, ma i manuali di giornalismo di Lepri non avevano nulla da invidiare a quelli d’oltreoceano. Paradossalmente, queste buone regole (se si può evitare ancora best practice) rimangono nelle redazioni delle testate italiane all’estero, dove sono sconvolti dalla lingua dei loro colleghi italiani. Recentementene parlavo con una giornalista di una rivista italiana che esce in Australia per l’amplissima comunità italofona che esiste. Nel’intervistarmi era molto perplessa sia dagli anglicismi nostrani (mi chiedeva perché mai accadesse, visto che violava le LORO norme editoriali giornalistiche) sia dagli pseudoanglicismi che nelle loro orecchie di anglofoni suonano ridicoli e fuori luogo.

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                • All’estero la lingua italiana ha un fascino sorprendente. In un Pesce di nome Wanda, la protagonista perdeva la testa quando sentiva parlare in italiano (nell’edizione italiana è stata sostituita nel doppiaggio dallo spagnolo invece), e mentre una ricerca di mercato ha mostrato che nel mondo gli acquirenti sono disposti a spendere quasi il 10% in più per un prodotto gastronomico con la scritta “Toscana” noi invece di puntare all’italianità puntiamo all’inglese (pensa alle insegne dei Wine bar…), con una perdita anche economica notevole, visto il porblema dei prodotti fasi italiani che ci danneggia (il problema denominto dei prodotti itlian soundig). Insomma quando capiremo che siamo seduti su un patrimonio linguistico che è un tesoro e che dovremmo preservare e promuovere, invece che anglicizzarlo, diventeremo anche più ricchi forse, se non sarà troppo tardi.

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                  • Che bello il Pesce di nome Wanda… 😀
                    E intanto impoveriamo la lingua (ci aiutano anche i suggeritori automatici, mi sono accorta). Credo che corrisponda all’operazione compiuta a suo tempo da Li Si (221 a.C.) 🙂

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    • Nanche io mi preoccupo, anche se l’inversione mi pare subisca più l’influsso dell’inglese che non del latino; in ogni caso non vedo una violazione delle nostre regole di pronuncia e scrittura (anche se qualcuno ha già azzardato in tv coronavAIrus… direi abbastanza improponibile). Però virus a corona è un’alternativa possibile, giusto per spezzare le stereotipie.

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  3. La situazione “ipotetica” del primo esempio in corsivo è quella in cui mi sono trovata, per motivi vari, mille volte. Avrei scritto il pezzo a modo mio, l’avrei fatto stampare prima che qualcuno se ne accorgesse e poi quando fossi stata scoperta avrei dato guerra al collega (o superiore) rompiballe senza cedere un millimetro.
    Sarà per questo che quarantena o no non lavoro? 🤔

    Su spillover, saprai sicuramente che esiste un saggio dedicato proprio ai salti di specie che ha mantenuto il titolo originale…
    … fra i termini dell’ultima immagine (e tutti quelli inseriti nel post), l’unico che trovo più sensato usare in inglese, dalla traduzione difficile e inevitabilmente zoppa, è “caregiver”. Il prendersi cura, che già fatica a distinguersi normalmente dal curare o prendere in cura, non potrebbe esprimersi che con una locuzione, meno chiara ed efficace.

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    • Sul lavoro, nei corsi a cui mi capita di partecipare di storytelling (da me chiamato storTytelling) per copywriter (da me chiamati copriwater) mi è stato fatto osservare che il mio lessico che si ostina a privilegiare l’italiano è poco funzionale al mondo del lavoro… Per cui siamo nella stessa barca. Sono a conscenza del libro Spilllover, ma non credo che la sua popolarità sia tale da renderlo parola di massa… Su caregiver dissento (soprattutto sulla chiarezza: vallo a spiegare a lvecchietto che ne ha bisogno, credo che preferirebbe soluzioni più comprensibili), ma ognuno parla come vuole e ha le proprie simpaitie/antipatie lessicali 🙂 Io non combatto un singolo anglicismo, ma la mentalità sottostante che ci fa preferire gli anglicismi in generale.

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      • Sìsì, lo so. E la condivido, questa “battaglia”.
        Più che per simpatia, rispetto a “caregiver” io da sanitaria lo trovo migliore proprio semanticamente, fermo restando che un anziano – in generale: non tutti per fortuna – avrà sempre più difficoltà di un giovane ad acquisire termini nuovi o estranei, anche nella propria lingua.

        Sicuramente “spillover” non deve la propria fortuna a quel libro, ma per associazione mi ci hai fatto pensare 😉
        Peccato, posso dire adesso, non averlo preso in prestito prima… altro che 4 mascherine, ne avrei comprate almeno una decina o ventina.

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    • Non esiste che una lingua non possa esprimere un concetto con le proprie parole, e i termini non devono essere per forza corrispondenti e avere lo stesso identico significato… in italiano abbiamo già badante (anche se poi fa pensare alla “badante moldava” e quello che volete.) La Crusca aveva invitato ad utilizzare “familiare assistente” al posto dell’orribile caregiver.

      E stamattina in tv non fanno altro che parlare del Golden Power. Ne abbiamo trovato un altro. Alabarda spaziale!

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      • Su caregiver (di cui qui ho raccolto le alternative in circolazione e possibii: https://aaa.italofonia.info/caregiver/) avevo scritto un pezzo poco dopo il suo apparire legato alla legge di bilancio 2017, in cui persino Mentana si era opposto (https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2017/11/28/caregiver-no-grazie-e-grazie-a-enrico-mentana/). Poi sul dare giudizi estetici alle parole (orribile o meraviglioso) in linguistica ha poco senso, perché per citare Leopardi: solo l’abitudine e l’uso ci fanno apparire le parole belle o brutte. E anche la comprensibilità e il significato dipendono dall’uso. al suo apparire caregiver ha registrato insolite resistenze, poi qualcuno ha detto pure che tanto sarebbbe scomparso. L’immagine che ho messo mostra che invece resiste, ed evidentemente a furia di usarlo è diventato per qualcuno anche più comprensibile e accettabile.
        Sul Golden Power ne ha parlato ieri Conte nel suo discorso dopo il decreto… ma non ènuovo, esusteva già (lo avevo già classificato qui:https://aaa.italofonia.info/golden-power/) e quello che succederàè che diventeràadesso molto più popolare. Questo momento in cui il coronavirus occupa tutto il panorama mediatico, è un laboratorio meraviglioso per studiare il ruolo dei giornali nella diffusione degli anglicismi. Sto cercando di raccogliere quelli nuovi e di vedere come diventano frequenti quelli vecchi, che a volte erano stati etichettati come passeggeri. Ma quando un anglicismo entra per un picco di stereotipia giornalistica, è vero che poi la sua frequenza si abbassa dopo che è passato l’evento… Tuttavia non scompare, rimane nella sua zona di latenza, pronto a riemergere in un nuovo picco. Avevo analizzato questo fenomeno nel caso di “compound” e c’è chi ha analizato lo stesso nel caso di “job” prima del job act (per chi fosse interessato: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2019/11/25/hate-speech-lincitamento-mediatico-allodio-contro-litaliano/). In tempi di cronavirus riemergoo task force, check point, screening… e tanti altri che assumono pr es. nuove sfumature.

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        • Preciso che “caregiver” io lo utilizzavo almeno dal 2008, anche se sempre in ambito ristretto e professionale. So che spesso i termini traslano dall’uso specifico a quello comune, ma essendomi già familiare non ho avvertito il processo.

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          • Pensa un po’ che per me oggi è stata la prima volta, credo (perlomeno consapevolmente), che incontro la parola “caregiver” (sono nella cinquantina, insegno in Italia, anche se, lo ammetto apertamente, dell’Italia mi interesso il minimo sindacale o forse anche meno – per cui quella legge del bilancio del 2017 a cui accennava Antonio non mi era familiare). Mi risulterebbe molto ostica (oltre che superflua), ho sempre sentito negli ultimi decenni badante o assistente; inoltre mi ricorda un pezzo di Harold Pinter che per il suo teatro dell’assurdo ho molto amato da ragazza, “The Caretaker”, che chiaramente non c’entra, solo per via dell’assonanza. Già, perché sono anche molto fiera di poter esibire un cv del tutto privo di conoscenze di inglese, nonostante una laurea in lingue (anche se poi nella pratica riesco a leggiucchiarlo discretamente).

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            • Ma infatti caregiver, bello o brutto, terminologicamente più adatto o meno, rimane una parola poco trasparente… e faccio fatica a comprenderne l’uso dei giornali in seguito ai provvedimenti legislativi. A chi si rivolgono? Tanto vendono sempre meno… e forse riflettere sull’uso del loro linguaggio farebbe loro bene anche da questo punto di vista. Una volta la prima regola della comunicazione era quella di usare un linguaggio adatto al destinatario (pensiamo alla casalinga di Voghera delle indagini Rai e di Alberto Arbasino). Oggi siamo passati alla comunicazione della “prepotenza” che impone il linguaggio tecnico o pseudotecnico dall’alto: ti incuriosisco così, ti insegno come parla chi superiore a te, povero utente-suddito, ti insegno con il mio inglesorum a essere moderno e internazionale. Ma dietro questo c’è anche un altro fatto: l’incapacità di comprendere chi hai davanti, il pensare che tutti utilizzino il proprio gergo giornalistico pubblicitario e via dicendo.

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              • “ti insegno come parla chi superiore a te, povero utente-suddito, ti insegno con il mio inglesorum a essere moderno e internazionale”: ottimo, li hai proprio pitturati, è esattamente questo l’atteggiamento. E probabilmente proprio questo è quello che mi urta maggiormente, un certo numero di parole straniere – non gratuite – ci potrebbero stare benissimo, ma è esattamente questo atteggiamento che mi manda su tutte le furie, l’automatico doversi piegare ad un’altra cultura come se fosse effettivamente superiore (quando, in tanti contesti e situazioni, semmai è inferiore – ma tenderei a rifiutare queste categorie, come pure quella dettata dai numeri [sono tanti, quindi superiori e importanti]). Bisognerebbe raggiungere più giornalisti, perché sono loro che dettano legge, almeno quelli degni di questo nome (quanti ora non hanno più le competenze di una volta, non sanno scrivere, per tacer della punteggiatura…).

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              • Quindi se l’equazione è giusta l’utilizzo dell’inglese per indicare i prodotti italiani (o per le notizie) è inversamente proporzionale al numero di vendite (e poi si mettono a dire che il calo di vendite dei giornali sia esclusivamente colpa di Internet o della mancanza di tempo libero). Se prima c’era più rispetto per la comprensione del linguaggio presso i propri clienti/utenti adesso se ne fregano di questa regola. Anzi oggi fanno di tutto per farci capire MENO e così abbiamo un muro (non solo linguistico ma anche generale) che divide i cittadini dai “pagliacci” della classe dirigente (e anche dal mondo della ricerca come nel caso del Politecnico di Milano). Ovviamente anche l’eccessiva semplificazione del sistema scolastico e quindi la diffusione dell’analfabetismo funzionale tra i giovani sembra fatto apposta per renderci “pecore” (come si dice “un popolo ignorante è più facile da governare”). E poi c’è il rischio di rendere il sapere e i prodotti di qualità accessibili solo poche persone ammesse anziché a chiunque.

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      • Certo che ogni lingua può esprimere un concetto con le proprie parole, ma non tutte le lingue possono esprimere ogni singolo concetto con uguale esattezza e, mettiamocela pure, bellezza.
        Badante e familiare assistente NON trasmettono, intero e diretto, lo stesso concetto di caregiver. Che può anche dispiacere perché non è italiano, ma definirlo orrendo mi pare un’esagerazione.
        Difendere l’italiano non deve significare il rifiuto a priori di qualsiasi integrazione, a meno che non si sia fanatici dell’autarchia linguistica fascista…

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        • Caregiver si è fatto strada in ambiente settoriale nel primo decennio del Nuovo millennio ( https://books.google.com/ngrams/graph?content=caregiver%2C+badante&year_start=1990&year_end=2008&corpus=22&smoothing=3&share=&direct_url=t1%3B%2Ccaregiver%3B%2Cc0%3B.t1%3B%2Cbadante%3B%2Cc0#t1%3B%2Ccaregiver%3B%2Cc0%3B.t1%3B%2Cbadante%3B%2Cc0 ), ma poi è stato nel 2017 che è diventato popolare con la legge di bilancio ed è finito su tutti i giornali.
          Sono fuori da questioni estetiche come orrendo/bello, e con tutta l’antipatia verso i traduttori automatici, mi sfugge la grande differenza rispetto a badante o assistente familiare. Qualora la si voglia esaltare, faccio sempre fatica a comprendere perché l’italiano dovrebbe essere immobile e non evolvere con il tempo allargando il significato delle proprie parole, come ha fatto dai tempi di Dante a oggi, anzi a ieri.
          E’ come la questione di autoscatto: un tempo indicava un sistema di fotografia con il filo, poi con l’evoluzione delle macchine fotografiche è passato a indicare un dispositivo a tempo… e infine, in epoca di cellulari la sua evoluzione viene da qualche cruscante negata a priori perché l’italiano si dovrebbe (o vorrebbe) ingessare nel suo significato storico, gli si vuole impedire di evolvere in favore dell’inglese: selfie.
          E così il calcolatore e l’elaboratore, come avevamo sempre detto, sono morti in favore di computer… e chi dice che i calcolatori evocano quelli di una volta, mentre quelli di oggi sono computer, trascura il fatto che in inglese erano e sono computer (la parola evolve insieme alla cosa), e lo stesso vale per il francese ordinateur, lo spagnolo computador e nelle varie altre lingue sane. Trovo assurde, deleterie e insostenibili queste posizioni, che chiamo “anglopuriste”: si cristillizza l’italiano ai suoi significati storici, come faceva il purismo più becero, e per il nuovo si usa l’inglese. Qui non si tratta di rievocare le politiche linguistiche del fascismo (per carità ognuno parla come vuole; ma pure io sono liberissimo di dire autoscatto e badante dando a queste parole nuove accezioni, in nome di libertà e creatività linguistica). Credo sia più un problema di Resistenza davanti all’invasione dell’inglese, numericamente preoccupante nel suo complesso. Ogni discussione legata alla singola parola mi pare improduttiva, come per il sesso degli angeli. Tutto è soggettivo, se i giornali titolassero badante al posto di caregiver la parola si assesterebbe perfettamente con le nuove sfumture. Son loro che fanno la lingua, e promuovere l’italiano e la terminologia italiana è un’operazione culturale e sociolonguistica, più che qualcosa che ricorda il fascismo. Mi pare invece che chi si arroga il diritto di mettere i bollini per certificare quali anglicismi siano supeflui, utili o insostituibili, sia piuttosto arrogante e fascistoide.

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          • Vabbeh, non son certa di aver capito: sarei, io, anglopurista e fascistoide – perché ho detto che badante, non “storicamente” ma di fatto significa altro e che “caregiver” non ha un corrispettivo efficace in italiano altrettanto incisivo e preciso, e non può avercelo?
            Perdonami, ma ho ricevuto più di un commento di contestazione e però un tantino superficiale, al quale ritengo di aver risposto puntualmente: non ho scritto qualcosa di aberrante.
            Non sono per altro d’accordo sul discutere dei singoli termini (non è quello che stiamo facendo) né sulla “soggettività”, ma questo è collaterale… insomma, se mi si deve muovere una critica, che sia riferita a ciò che ho detto davvero e che sia fondata.

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            • Ma io sono poco propenso alle risse virtuali, e non mi riferivo al tuo intervento; ci sono sedicenti esperti che si mettono a classificare gli anglicismi con i bollini che dicevo, una prospettiva figlia, in linguistica, di una distinzione ormai improponibile tra i cosiddetti prestiti di lusso e di necessià che risale a più di cento anni fa (quando i forestierismi erano poche manciate) e a un linguista svizzero che si chiamava Trappolet. Questa prospettiva ingenua non riesce a rendere conto dell’attuale fenomeno dell’interferenza linguistica e i linguisti che ancora rimangono fermi a queste categorie sono piuttosto miopi e ridicoli. Già negli anni ’70 Zolli mostrò che storicamente e logicamente, davanti a una parola che non c’è, oltre a importare un forestierismo, è possibile adattarla, tradurla o inventare una nuova parola (una cosa che oggi non facciamo più). Qundi dov’è la necessità? Un altro linguista come Gusmani ha mostrato che quando un forestierismo entra in modo crudo, si ricava un proprio spazio che ridefinisce tutta l’area semantica delle altre parole esistenti, e così nel suo acclimatamento si stabilizza in un certo modo, per es. shopping, che in inglese significa semplicemente andare a comprare, in italiano diventa l’andare per vetrine per acquisti lussuosi o legati alla persona, non lo utilizzeremmo anche per fare la spesa (come invece si fa in inglese). A questo si aggiunge che molti anglicismi sono solo pseudoanglicismi, cioè reinvenzioni all’italiana… prestiti apperenti? Insomma tutte le spiegazioni basate sulle categorie di prestito sono un po’ “deboli”. Non so se sono riuscito a spiegarmi, ma il senso è che se a te piace caregiver sei libera di usarlo e di preferirlo, ma anche chi non lo usa gode della stessa libertà. E quando un esperto ti dice che se dici badante sbagli… be’ è questa posizione che trovo fascistoide, non mi riferivo a te. Tu sei libera di sostenere che di fatto caregiver si è acclimatato con una sua specificità, hai ragione. Io sono libero di usare la lingua in modo che anche badante si ricavi lo stesso valore come parola equivalente, in fondo la lingua è metafora. Detto questo mi pare che questi siano solo scambi di opinioni e di vedute proficui più che contestazioni di affermzioni aberranti.

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              • Ti ringrazio per la precisazione. E’ che il tono del tuo precedente mi era parso un po’ seccato, e allora mi son seccata anch’io, chiedo venia 😉
                Appunto, la lingua e le sue sfumature…
                … naturalmente ognuno ha la libertà di preferire ciò che crede, questo non lo metto certo in dubbio. Ma soprattutto, penso – come del resto accenni anche tu – che se proprio non vogliamo usare un anglicismo, meglio sarebbe trovare una parola nuova e apposita, anziché adattarne di già esistenti e diversamente connotate. Sarebbe anche un modo per discutere della situazione dei caregiver, di chi siano e di cosa invece non siano, dei loro diritti (ancora inesistenti) e dunque avviare un dibattito pubblico che porti ad un riconoscimento reale, ad una presa di coscienza che nella lingua ha solo uno spunto iniziale. Sogno?

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                • Ma sì forse sogni… almeno dal punto di vista linguistico, nel senso che il mondo del lavoro si anglicizza nelle cariche (trovami uno con un biglietto da visita che non abbia la professione espressa in inglese). Una volta leggevo una polemica per riconoscere la professionailità di pet/dog/cat siter e creare un albo, e mi chiedevo: ma uno che nel definire queste nuove professioni e i loro diritti/competenze lo voglia esprimere in italiano non c’è? Pare di no.

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  4. Celia circa “caregiver” pronucia “cheeghìvaa” il traduttore google mostra solo “badante”. Non sono ancora anziano e capisco solo francese e spagnolo e mi sembra sbagliato ricorrere ad una parola così esotica. Il dizionario Garzanti spiega: chi, a livello familiare o professionale, presta assistenza a un malato, specialmente terminale

    Etimologia: ← voce ingl.; comp. di care ‘cura’ e giver ‘chi dà’.

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    • Nemmeno io sono anziana, né rintontita, pertanto so che il traduttore di Google è un ben misero mezzo per concludere alcunché su una questione di lingua… chi, a livello familiare o professionale, presta assistenza a un malato, specialmente terminale: benissimo, vedi tu se pensi di poter usare una definizione così lunga ogni volta che devi nominare quest’attività o ruolo…

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  5. Una volta c’era l’abitudine di scrivere le parols straniere in corsivo. Peccato che sia andata perduta, perché, chissà, forse per ragioni d’estetica tipografica saremmo indotti a non superare la dose media giornaliera d’anglismo!?

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    • Sì proprio così, la prassi è decaduta per quantità, rimane invece buona norma editoriale virgolettare le espressioni straniere che non sono entrate nella nostra lingua, ma che si riportano da fuori, mentre è bene mantenere il corsivo solo per il latino, nel caso di altre lingue è una scelta dello scrivente.

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      • perché solo in latino?

        Ah… e sul latino avrei qualcosa da dire: mentre in inglese (ma anche francese tedesco spagnolo bielorusso coreano 🙂 ) bisogna essere tutti perfettini nella pronuncia e comprendere tutte le parole altrimenti si è ignoranti, il latino è sempre etichettato come troppo difficile e viene normalmente parlato in maniera maccheronica.
        Un paio di mesi fa in un’importante tramissione Rai, la conduttrice, dopo aver detto Homo Sapiens, ha fatto la battuta (seria) “homus normalus” .
        Forse che Homo normalis faceva brutto, dopo che si usano mostruosità anglofone impronunciabili e in-scrivibili come whistleblower?

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        • Non esattamente, infatti TUTTE le lingue (quelle rare volte che non possono essere evitate o rese in inglese) vengono pronunciate come se fossero inglese, una specie di dialetto dell’inglese. Preferirei mille volte venissero pronunciate all’italiana.

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          • Aggiungo che anche gli inglesi non si fanno problemi a pronunciare a loro modo gli italianismi, o a storpiarli secondo loro consuetudine (anzi direi senza mezze misure che se ne fottono delle nostre pronunce) … e che i francesi parlano di campìng, o di wifì, gli spagnoli adattano ugualmente molti anglicismi allo loro parlata… mentre noi dobbiamo ostentare pronunce nel modo più aderente che si può al dio inglese (anzi angloamericano, infatti dicaimo prAIvacy o dAInasty all’americana e non certo con la i all’inglese), guai a dire puzzle, chewingum, club e via diendo all’italiana come si sempre detto fino agli anni Ottanta… l’inglese va ostentato e non adattato!

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            • Francamente non mi pare degno di lode l’uso francese di pronunciare gl’imprestiti dall’inglese secondo le norme di conversione grafema-fonema proprie del francese: in fondo è pur sempre effetto d’ignoranza linguistica. Se vogliamo integrare gl’imprestici, a mio avviso è meglio partire dalla pronuncia, come del resto
              s’è fatto in tutti i tempi per i grecismi in latino, anziché prendere le lettere greche (quelle con figura simile a lettere latine) e leggerle alla latina (es. SCIVRVS e non *CKIOYPOC); modernamente, il greco e le lingue che usano la scrittura cirillica translitterano le parole straniere, nomi propri compresi, a partire dai fonemi della lingua d’origine a e non dai grafemi, quindi ad es. le consonanti finali mute dei nomi francesi scompaiono in greco moderno e in russo. Quindi – ma mi rendo conto che la mia proposta sarebbe, mi perdoni l’espressione paradossale, bocciata all’unanimità – se proprio nnon si può tradurre “caregiver”, si potrebbe farne un *cheaghiva.

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              • Credo che più semplicemente e istintivamente il problema riguardi la pronuncia delle paole arrivate per via scritta. Un francese legge “football” (da loro molto usato), “wi-fi” e “camping” come fossero parole francesi, “futbòl”, “uifì” e “campìng”. Non si tratta di una regola di traslitterazione colta, ma di un istintivo fenomeno di adattamento dei sistemi stranieri alla propria lingua, tipico dell’inglese, che accoglie parole da tutte le lingue ma le adatta al proprio sistema fonetico (jeans da Genova, manager da maneggio, sketch da schizzo, fino ad arrivare al “Giuseppi” che Trump riferisce a Giuseppe Conte). Questo riguarda già alune parole italiane di vecchio stampo, basta pensare al water (il cesso), al tunnel, al recital (non diciamo certo uòter, tanel o resaitel). Jumbo, quando era l’elefante del circo Barnum si leggeva con la U, da quando c’è l’aereo è diventato Giambo. Parole come puzzle, club, chewingum un tempo le pronunciavamo all’italiana, adesso prevale il voler essere inglesi… Invece secondo me queste sono istintive forme di adattamente più sane che importare la parola da prounciare così com’è. Ma anche la mia proposta è bocciata all’unanimità e qualcuno mi ha detto che in questo modo “imbastardirei l’inglese”. Ne ho parlato tempo fa qui: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2019/09/09/bastardi-con-o-senza-gloria-riflessioni-sulla-pronuncia-degli-anglicismi/

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                • No, non è tanto questo, è che una volta la maggior parte delle parole straniere, inglese incluse, entravano tramite lo scritto (puzzle e shampoo, ad es.: escludo che qualcuno pronunci shampoo all’inglese parlando italiano, io personalmente insisto a dire puzzle come si scrive), quelle che entrano invece tramite il parlato di solito mantengono all’incirca, a parte un normale adeguamento al sistema fonetico, la pronuncia originaria, in quanto ascoltata e non letta.

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                  • Sì, è verissimo. Beccaria aveva appunto notato che Jumbo era diventato “Giambo” nel senso dell’aereo, distinguendo gli anglicismi derivati per via scritta da quelli per via orale, proprio in epoca televisiva. Monelli, nel suo “Barbaro dominio” dgli anni Trenta scriveva che “puzzle” è parola di brutto suono, così come pronunciata da noi… ma oggi si sente sempre meno questa forma all’taliana. In epoca post-televisiva le entrate pr via scritta arrivano oggi anche dalla Rete. Molti anglicismi li leggiamo così, nelle scritte delle interfacce e a me è capitato di sentire dire per es. pornoUb, così come si legge, anche se in altri contesti televisivi “hub” si pronuncia “ab”…

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  6. “voucher baby sitting”: ma che lingua è?
    Io senza nessun problema direi buono bambinaia o contributo bambinaia.

    Un paio di ore fa Rai Sport ha pubblicato una notizia dove si parlava dei 30 più importanti TEAM di calcio. Nemmeno nel calcio si può più dire squadre. Cosa ancora più evidente nella Formula 1 dove “scuderie” è sparito da tempo: si dice esclusivamente team e spesso addirittura team orders al posto di ordini di scuderia…

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  7. Celia, io userei semplicemente il termine badante o simili, cheeghivà mi sembra superfluo e sonoramente spigoloso, ricorda caterpillar, carryng etc, Sarebbe come dire Nurse anzichè infermiera

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    • Le sonorità sicuramente hanno una componente di preferenza personale innegabile, possono essere fastidiose e non possiamo farci nulla – io ad esempio non sopporto il francese…
      … per quanto riguarda i significati invece no. Nurse corrisponde correttamente ad infermiera, mentre badante non equivale a caregiver.

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      • Mah. Non vedo perché. Badare significa avere cura di. E tra l’altro in inglese il caregiver è anche colui che accudisce a pagamento quindi esattamente come i nostri badanti stipendiati.

        E proprio pochi minuti fa, su un sito ho trovato che accuditore è l’espressione italiana scelta per rendere “caregiver familiare” e d’ora in poi userò sempre accuditore.

        Il problema è che non la si sente usare quasi mai. Puoi dare tutte le alternative che vuoi ma i mezzi di informazione sceglieranno sempre la parola esotica.

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        • A maggior ragione: in Italia badante è chi fa un certo lavoro per l’assistito a pagamento e con una capacità riconosciuta contrattualmente, anche se è ovvio che spesso queste caratteristiche sono disattese; il caregiver NON è un professionista a pagamento per definizione, lo è solo a volte, e nemmeno la maggior parte delle volte.
          La professionalità, quando c’è, è incidentale.

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          • Mi sembra un po’ improduttivo continuare questa discussione su caregiver in questi termini. Ogni parola ha un significato (badante è colui che bada) e un acclimatamento (di fatto nell’uso badante evoca per es. una persona staniera che lo fa di professione). Questo secondo aspetto varia nel tempo (es. extracomunitario negli anni ’90 evocava un africano spiantato, oggi in modo aderente al significato indica anche un cinese e un inglese). Sostenere che caregiver non equivale a badante è un’affermazione che si riferisce all’uso prevalente e non al significato. Poiché l’uso lo fanno i parlanti, e haimé sempre più spesso i gionali, se questi cominciassero a usare badante con un’accezione nuova e allargata (che deriva dal suo significato) ecco che l’italiano evolverebbe e si ri-acclimaterebbe. Nelle lingue sane, come in francese o spagnolo, è così che funziona. Purtroppo da noi non si vuole fare evolvere l’italiano, lo si vuole cristallizzare, e si preferisce passare all’inglese. Questo atteggiamento, che io chiamo anglopurismo, rivela una ben precisa visione delle cose, molto diversa dalla visione di chi invece vorrebbe fare evolvere il lessico italiano che altrimenti, anglicismo dopo anglicismo, regredisce (vedi calcolatore, autoscatto, privatezza… davanti a computer, selfie, privacy…). Ognuno ha la sua visione da cui discendono i giudizi sull’equivalenza o meno di badante/caregiver, che è una presa di posizione “politica”. Ci sono delle belle differenze, però, tra le due posizioni. Mentre chi sostiene e auspica l’equivalenza badante/caregiver non dice a chi non è d’accordo che caregiver è “sbagliato”, visto che ognuno parla come vuole, ma si limita ad affermare la possibilità di scegliere e preferisce l’italiano, mi pare proprio che sull’altro versante si dica che sia sbagliato dire badante, lo si neghi. E non è una differenza di poco conto…

            In ogni caso non è vero che caregiver non indichi un professionista: nell’uso (oltre che nel significato) si trova la stessa parola per indicare sia chi fa il badante ai propri familiari (si dice anche assistente familiare o accuditore), sia chi lo fa a pagamento.

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            • Lo nego perché è un fatto che sia così.
              Dato che il mio interlocutore diretto afferma perentoriamente che badante equivale a caregiver, cosa non vera allo stato delle cose, e non fa affatto un discorso di evoluzione o meno sul quale potremmo anche trovarci d’accordo (fermo restando che è un lavorone e non basta desiderarlo), anch’io ribatto sullo stesso piano.
              E su questo piano, mi si dia pure dell’intransigente, i fatti sono quelli che ho esposto.

              Io NON ho scritto che caregiver non indica un professionista, ma che non indica necessariamente un professionista, e tu stesso lo confermi con quanto scrivi: citandoti, “non è una differenza di poco conto”.

              Pensi che questa discussione non porti frutto, ed è probabile, ma è nata e non è peregrina.
              Possiamo anche tornarcene ognuno a farsi i fatti propri, me per prima se lo preferisci, ma trovo del tutto normale, dopo aver espresso un’opinione nel primo commento, replicare a chi mi contesta.
              E ribadisco che la mia preferenza è un’opinione, l’uso corretto di caregiver (quali che siano le vostre speranze per un futuro dei termini italiani, che è ipotetico) è un fatto.
              Non è anglopurismo, è accuratezza.

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              • Allora, ognuno dice quello che vuole, ma ci sono dei limiti visto che si parla di “fatti”. Nell’angloamericano caregiver significa “chi assiste o bada” indipendentemente dal fatto che lo faccia gratuitamente o meno. E questo è il primo fatto. In italiano nelle leggi di bilancio si parla di “caregiver familiare” dunque si specifica con “familiare” la questione di ricevere riconoscimenti e contributi. E questo è un secondo fatto. In nome dell’individualismo espressivo di Gramsci, che mi pare apprezzassi, mi sento libero di evitare di dire caregiver e di sostituirlo con parole italiane come assistente o badante, che sono sinonimi (altro fatto), a cui posso apporre per maggiore chiarezza la qualificazione di “familiare” come la richiede caregiver, decurtato all’italiana in ambito specialistico attraverso un uso che non ha in inglese, e di cui non capisco la necessità in italiano. Se ritieni che nel fare questo non sono accurato o sbaglio, francamente me ne infischio. Tu usa il lessico che preferisci e io faccio altrettanto.
                Quando un tolemaico e un galileiano avevano davanti il sole, non vedevano la stessa cosa e lo stesso fatto, i fatti non sono sempre separabili dalle teorie e dagli occhiali che ognuno usa per guardarli. Per me la discussione è chiusa e sterile.

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      • Dalla risposta mi immagino che non abbia nemmeno intenzione di sbarcarci.

        Mi era venuta in mente un’idea… e cioè che se questo diario telematico avesse una pagina gemella su Facebook avremmo (noi che la pensiamo in questa maniera) molta più visibilità.

        Questo sito non è così facile da trovare per chi non ne sospetta l’esistenza

        su Facebook invece tramite il sistema delle condivisioni si potrebbe arrivare anche a diverse persone che qui non arriveranno mai.

        E magari incuriosire anche alcuni “tiepidi” o indecisi.

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        • Sono consapevole della maggiore visibilità delle pagine Facebook, tuttavia non è una piattaforma che intendo presidiare, per idiosincrasia personale e motivi “etici e politici” più forti della rintracciabilità. Per la cronaca non ho nemmeno Whatsapp e sono fuori da Twitter, e preferisco fare Rete con modalità diverse (non voglio convincere nessuno delle mie scelte, ma rivendico il diritto della mia “obiezione di coscienza”). 🙂

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          • Scopro con un po’ di soddisfazione di non esser l’unico che, almeno fin ad ora, è fuori da Facebook (a cui rinfaccio tra l’altro la probabile responsabilità che molti, almeno lo vedo tra i miei allievi, non sanno più scrivere una “F” maiuscola in corsivo, bensì sempre minuscola), nonché dal Cinguettio. Whatsapp l’uso con molta parsimonia. Scusatemi l’intrusione un po’ fuori tema (sorry, off topic) e personale.

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            • Invece io, da collega, non ho questa esperienza, piuttosto che minuscole e maiuscole vengano messe un po’ a caso e che soprattutto 😡 tutti i titoli, indifferente di cosa, presentino sempre tutte le parole in maiuscolo (altra fastidiosissima mania anglica!).

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  8. Forse anch’io sono fuori tema. Pandemia. Guerra al Cov19. Costituzione legalmente sospesa. Dispaccio appena diffuso: Ministro istituisce “Task force team”. Google traslate non la traduce. Task Force io la traduco “Unità operativa” ad hoc

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    • Grazie Marco.
      Google traduttore è uno strumento di valore piuttosto basso, ma comunque, per quanto riguarda gli anglicismi, è significativo confrontare come opera nell’italiano e nelle altre lingue in modo abbastanza diverso. Nel caso di task force, riporta l’espressione senza alternative come fosse parola italiana; la traduce invece in francese – force d’intervention; spagnolo – fuerza de tarea; portoghese- força tarefa; tedesco – Einsatzgruppe; forcë detyre – albanese… Lo stesso avviene per moltissimi altri anglicismi, il che è l’ennesimo indicatore dello sfacelo della nostra lingua rispetto a quella dei nostri vicini; ma allo stesso tempo, è vero che uno strumento del genere si nutre della lingua dei giornali e della Rete (quindi ne registra l’uso), ma allo stesso tempo la diffonde: è chiaro che se cerco il significato o l’alternativa di un anglicismo e me lo ritrovo pari pari come fosse italiano poi userò quello.
      E’ un circolo vizioso. Lo stesso che regola i mezzi di informazione.
      L’altra sera Mentana, nel suo tg, se ne esce con l’ennesimo “lockdown”, poi si ferma e aggiunge: “come ormai si dice”. Ma come? Conte è stato il primo a introdurre i confinamenti e le quarantene e nessun giornale aveva mai usato l’anglicismo; poi all’improvviso il provvedimento viene imitato dai Paesi anglofoni e tutti i mezzi di informazione passano a dirlo in inglese, senza alternative, buttano via l’italiano come fosse la cosa più naturale del mondo e si mettono persino a parlare del prolungamento del lockdown di Conte. Dopo avere diffuso nel giro di 15 giorni una parola prima da noi sconosciuta, con un martellamento stereotipato che lo ha radicato in modo insensato, alla fine cosa fanno? Concludono che “ormai così si dice…” Ecco come nascono gli anglicismi idioti, da lockdown a caregiver, che poi vengono proclamati come insostituibili da varie schiere di teste di cazzo.

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    • “Nurse” è un anglicismo che si ripropone come i peperoni. Era già in circolazione negli anni ’30 e condannato da Paolo Monelli nel suo “Barbaro dominio”, anche se all’epoca evocava una bambinaia, oltre che un’infermiera. Poi è scemata, ma oggi torna, (bassa frequenza per il momento) in preda all’anglomania più insensata, sorretto anche dalla nursery che negli ospedali impazza.

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  9. Le meraviglie dell’Italia (cose che succedono solo qui)

    Ho notato in questi giorni che diversi medici nel riferirsi all’acronimo di Dispositivi di protezione individuale, lo pronunciano D-P-AI invece di DPI
    Eppure è l’acronimo di un’espressione completamente italiana… capisco che si va a sovrapporre al DPI informatico (dot per inch) e magari per abitudine… ma… boh

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