Day by day: dal “D-day” all’istituzione del “dì day”

Nei giorni scorsi siamo stati bombardati dal click day su tutti i mezzi di informazione, tra le polemiche sui buoni mobilità chiamati con l’anglolatinismo bonus biciclette e monopattini. Coniare una parola come cliccadì non verrebbe in mente a nessuno, visto che le nostre menti sono sempre più colonizzate dall’inglese. Buon dì è un po’ in disuso, del resto, e pare una merendina, oltre a suonare obsoleto. Day invece è moderno e sta producendo innumerevoli ricombinazioni all’italiana con altre radici inglesi, come appunto click, scritto con la “k” per sottolinearne l’inglesità, anche se sarebbe più semplice (e corto) usare l’adattamento clic che si trova sul dizionario e nei derivati come cliccare.

L’esplosione dei day al posto di giorno e giornata non riguarda tanto le frequenze dei corrispettivi in italiano, che sono molto saldi nel linguaggio comune, bensì i nomi degli eventi, i titoli, le parole chiave che occupano la parte alta di quella che ho chiamato la gerarchia delle parole. Day è di rango superiore, e se si deve usare qualche nuovo nome altisonante l’inglese sembra d’obbligo. Il che vale ormai per quasi tutti i nomi di eventi e manifestazioni; qui a Milano si è appena concluso il Bookcity, per esempio. Cercando day proprio tra i titoli dei libri italiani si trova un po’ di tutto. Non ci sono solo i saggi sul D-day dello sbarco in Normandia o quelli sul family day. Mi chiedo cosa abbia spinto Lia Giancristofaro a scrivere il Tomato day. Il rituale della conserva di pomodoro (Franco Angeli, 2016 ) o Paolo Morando a intitolare la sua ricostruzione di un biennio tutto italiano Dancing days. 1978-1979. I due anni che hanno cambiato l’Italia (Laterza, 2020). O Daniela Pasqualetti a scrivere un libro di narrativa italiana come Perfect days (Ensemble, 2018), ambientato in Toscana, anche se il protagonista Thomas è di origine inglese. Ma tutto questo è ormai la norma, e non mi meraviglierei se qualche prossimo evento tutto italiano sarà presentato come l’italian day.

Il lievitare di day ha avuto inizio intorno al 1980, e non c’è da stupirsi. È stato il decennio in cui l’anglicizzazione della nostra lingua ha registrato la prima storica crescita allarmante, quella di cui si era prontamente accorto Arrigo Castellani autore del “Morbus Anglicus”. Le parole inglesi sono cresciute – e non per caso – parallelamente al dilagare di film e telefilm statunitensi che in quegli anni sono entrati nelle nostre case in seguito all’avvento delle televisioni commerciali con un aumento esponenziale di pubblicità che ammiccavano all’inglese.

Se nel 1961 il dramma di Samuel Beckett era stato tradotto con Giorni felici, nel 1977 è arrivato Happy Days con Arthur Fonzarelli (Fonzie), la cui sigla (Sunday, Monday, happy days…) era ottima per imparare i giorni della settimana in inglese. La grande popolarità della serie, in onda per oltre un decennio, ci ha fatto familiarizzare con quel days che in un primo momento suonava ancora come qualcosa di nuovo. Nel giro di pochissimi anni il moltiplicarsi di locuzioni con day provenienti dagli Stati Uniti ha fatto sì che questa parola diventasse il secondo elemento di avvenimenti e ricorrenze sempre più importato e imitato, al punto che l’anglicismo è stato così registrato nei dizionari: come secondo elemento formativo.

Precedentemente si era diffusa solo l’espressione D-day, che nella Seconda guerra mondiale indicava il giorno stabilito per lo sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944, ed è diventato il giorno X fissato per un’operazione militare o più in generale per un qualsiasi evento di particolare rilevanza.

Negli anni Ottanta si è propagato anche il primo day di provenienza ospedaliera. I servizi o le strutture per il ricovero giornaliero, in giornata, si son detti day hospital. Nel frattempo al cinema è uscito The day after (N. Meyer, 1983), che dipingeva uno scenario successivo alla catastrofe nucleare. Si è rivelato un titolo di così grande successo che l’espressione è diventata un modo di dire (come a tante altre che arrivano dai titoli dei film non tradotti: mission impossible, top gun, highlander…) e ha esteso il suo significato post-atomico per designare il giorno dopo di un qualunque evento eclatante che comporta conseguenze e cambiamenti: il day after dell’11 settembre, dei mondiali di calcio, di un’elezione politica…

Televisione, cinema e medicina sono tre dei principali ambiti da cui provengono le parole inglesi. Ma non i soli. Nella seconda metà del decennio si è imposta anche l’espressione day by day che arrivava dal linguaggio del lavoro, un quarto centro di irradiazione dell’inglese sempre più potente; appariva e appare più professionale rispetto a giorno per giorno o quotidiano. Poi ci si è messa anche la tecnologia, con le lampade daylinght e il sistema di illuminazione che riproduce la luce diurna. Illuminazione a giorno non aveva lo stesso effetto per connotare la fluorescenza di quella luce, evidentemente. Un altro linguaggio settoriale infarcito di inglese è quello economico e borsistico, e non poteva mancare un contributo anche da questa nicchia: gli operatori di borsa specializzati della compravendita in giornata hanno cominciato a farsi chiamare day trader e a praticare il day trading inseguendo guadagni mordi e fuggi.

Negli anni Novanta, nel linguaggio politico e giornalistico ha preso piede la bella idea di chiamare l’accorpamento delle elezioni election day (1992), e poco dopo sono spuntati gli open day di ambito scolastico; le giornate a porte aperte sembrano suonare come qualcosa di antico nell’americanizzazione della scuola, dove ormai la vecchia fine delle vacanze è diventata il back to school. Dal 1997, il ricovero diurno di anziani e malati non gravi, o anche la custodia dei bambini fuori dall’orario scolastico, è il day care, in un contesto dove un assistente familiare è detto caregiver. Il 2000 ci ha regalato poi il day surgery, che non è altro che un intervento chirurgico in giornata, senza ricovero (una volta c’erano gli interventi ambulatoriali). Il linguaggio medico, nell’epoca della pandemia, sta ricorrendo agli anglicismi in modo sempre più incontrollato. Io ci avevo scherzato qualche mese fa, inventandomi il tamponing, ma poi qualcuno deve avermi preso quasi alla lettera, visto che siamo riusciti persino a coniare il Daily Tampon – a proposito di tamponi e di day – ma come ha ricordato Gabriele Valle, in inglese tampon è un’assorbente interno, più che un tampone rapido.

In ogni caso, dopo l’Indipendence Day arrivato alla fine degli anni Novanta sotto forma di film, tra Columbus day e memorial day – che dalla commemorazione statunitense dei soldati caduti si allarga a designare un qualsiasi giorno della memoria – nel 2007 è nato il click day che in questi giorni ricorre su tutti i giornali. Nel 2012 è stata la volta del family day, che si è imposto dopo analoghi neologismi come il vaffa-day di Grillo, abbreviato anche in V-Day (dove il vaffa non era rivolto all’inglese) che però può essere letto anche come il Veltroni Day o W-Day (tutto va bene basta che sia inglese), il giorno di Walter Veltroni alla guida del partito democratico (2008), ed è stato seguito dal Fertility Day (2016). L’importazione del venerdì nero della lingua italiana, il black friday, ha amplificato le cose e ha generato una serie di variazioni sul tema, spesso maccheroniche, che hanno portato all’avvistamento addirittura dei Befana Days!

Recentemente si parla anche del cheat day (lett. il giorno in cui si può barare) cioè il giorno dello sgarro o i giorni di sgarro, un giornata libera per esempio dall’attività sportiva in caso di programmi per mantenersi in forma, o dalla dieta, e in questo caso è detto anche cheat meal cioè il pasto dello sgarro (molti nutrizionisti lo inseriscono all’interno dei regimi dimagranti). Del resto la formula del mangia a volontà è ormai all you can eat nella cucina anglicizzata, dai servizi di delivery recapitati dai rider sino alle nuove ricette che nell’era dei Masterchef costituiscono il settore food. In questo modo l’italiano retrocede, e gli anglicismi non solo rimpiazzano i nostri vocaboli, ma si innestano nei posti più alti della gerarchia delle parole e, soprattutto, si allargano nel nostro lessico e si saldano tra di loro in ibridazioni mostruose e in ricomposizioni creative delle radici da cui sono formati. È così che l’italiano muore e l’itanglese prolifica. Il caso di day non è isolato. Sta succedendo lo stesso con centinaia di altre parole, da ecomomy a manager, da food a baby

Per questo propongo di istituire il dì day, una giornata all’anno in cui sia possibile chiamare un evento, o un concetto chiave, solo in italiano.

Nel frattanto, la petizione a Mattarella contro l’abuso degli anglicismi è stata chiusa, e le oltre 4.000 firme raccolte saranno presto inviate al presidente della Repubblica, compatibilmente con le restrizioni del nuovo confinamento – chiamato lockdown, nella sua nuova edizione chiamata light – che rendono un po’ problematico lo stampare un centinaio di pagine e la loro spedizione via posta.

14 pensieri su “Day by day: dal “D-day” all’istituzione del “dì day”

  1. Sai che ci vorrebbe? Una psicanalisi di massa del popolo italiano, per risolvere il suo complesso di inferiorità. Perché ad es. I prodotti culturali statunitensi ci sono anche altrove, ma (forse) solo da noi vengono copiati così tanto.
    Sul complesso di interiorità/provincialismo patologico ti cito questo esempio: anni fa il noto videogioco FIFA (non ricordo l’anno) mise in copertina l’arbitro internazionale Pierluigi Collina, che era un personaggio noto e ben riconoscibile, non solo professionalmente. Ebbene: in un articolo che mi capitò di leggere sul videogioco, si diceva che Collina figurava nella versione italiana. Io sono quasi sicuro che le copertine dei giochi non venissero/vengano localizzate.
    Morale: gli italiani non concepiscono di essere (molto) apprezzati all’estero, perché non apprezzano sé stessi. Io sono quasi da vent’anni all’estero e posso testimoniarlo, anche quando feci l’Erasmus me ne accorsi. Poi magari siamo famosi anche per la mafia purtroppo, ma il più delle volte io ho incontrato gente che non me lo faceva pesare ma ci scherzava su facendo magari il verso a Marlon Brando. Noi siamo unici, è questo il bello di essere (ancora) italiani.

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  2. Che sfacello. Al momento la buona notizia che posso darti è che la giornata nazionale di Dante Alighieri (che avrebbe dovuto essere celebrata lo scorso marzo se non fosse per la pandemia) è stata chiamata “Dantedì”, anzichè “Dante’s Day”. Menomale, almeno quello!

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  3. Apro il sito della catena di supermercati Prix, e trovo scritto “Offerte valide from 17 November to 30 November”, oppure la variante “Offerte valide from 17 November AL 30 November”.
    Io eliminerei quel cacofonico “offerte valide” a questo punto.

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    • Purtroppo è tutto così… ieri vedevo la pubblicità in tv del nuovo servizio delivery delle Poste italiane… La cominicazione aziendale è ormai gestita da gente colonizzata nella mente che non si rende conto che usare l’inglese è controproducente. Sembriamo un Paese occupato militarmente che usa il lessico degli occupanti. Il paradosso è che ci stiamo “occupando” da soli, e questo vezzo insopportabile è così diffuso che sembra ormai normale.

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    • Questo potrebbe essere dovuto a un fatto tecnico, ossia che usano un sistema operativo o un programma non in italiano, per cui le date vengono inserite automaticamente in inglese. La cosa grave però è che dovrebbero correggere questo errore in qualche modo (se di errore si tratta).

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  4. Venerdì scorso su “Propaganda Live” (La7) la biologa Alessia Ciarrocchi ha tenuto uno splendido discorso per ricordare il valore della ricerca scientifica e come sia un bene comune, visto che ogni scienziato del mondo condivide il suo lavoro con tutti i suoi colleghi, e l’esposizione è avvenuta in splendido italiano privo di inglesismi… però con un paio di “marcatori” che dimostrano l’abitudine della ricercatrice a trattare l’inglese molto più della lingua madre.
    Così ecco spuntare “evidenze” (evidences) al posto di “prove”, “repositori” (repository) invece di “depositi (o archivi)” e quando, scherzando con il conduttore Diego Bianchi, voleva dire “cambiare” ha detto “suicciare” (to switch). Per carità, sono sciocchezze e anzi ad avercene di specialisti che parlano in italiano, esemplari ormai in via d’estinzione, ma è divertente notare come a forza di parlare inglese risulti poi difficile suicciare all’italiano 😀

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    • Magari si dicesse (e scrivesse) “suicciare”, sarebbe un adattamento che salverebbe l’identità linguistica dell’italiano. Purtroppo i dizionari registrano un ibrido come “switchare”, e il nostro problema linguistico è tutto racchiuso qui. Visto che le lingue vive evolvono anche per l’interferenza delle altre lingue, non mi scandalizzo davanti alla risemantizzazione di “evidenze” o “repositori”… poco male. Si tratta di un’interferenza che può far storcere il naso ai puristi, ma che per esempio ha cartterizzato l’apporto “sano” del francese, che appunto in oltre il 70% dei casi (secondo il Gradit) ci ha arricchiti attraverso neologie di questo tipo, adattate. L’inglese non si adatta in oltre il 70% dei casi, e i pochi adattamenti sono spesso involontari, come “drone” che che abbiamo letto all’italiana e che al plurale fa droni, seguendo le regole dell’italiano.
      Quanto a “switchare” ha un’origine che affonda le sue radici sia nell’informatica sia nel linguaggio finanziario (la possiblità di switch degli investimenti in banca), ma purtroppo è uscito da questi ambiti per riversarsi nel linguaggio comune. E ad aiutare questo processo ci sono per esempio trasmissioi come “Chi vuol essere milionario” condotto da Gerry Scotti che ha introdotto tra gli aiuti del concorrente lo “switch” al posto del cambio (la possibilità di cambiare domanda). L’impatto di queste cose sulla lingua italiana è devastante. Naturalmente il problema non è la parola “switch” presa individualmente. Il problema è che gli esempi di questo tipo sono migliaia e migliaia, tutti dall’inglese, e complessivamente stravolgono a nostra lingua. Grazie della segnalazione! 🙂

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