Dantedì e Dantenò

Il venticinque marzo duemilaventieunpo’, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò linguisticamente poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Tra le news dei magazine, i post dei social e gli spot dei brand, riecheggiava il boom dell’escalation dell’itanglese. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche etimo Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. In bocca al Boccaccio le graphic novel nobilitavano le novelle; la Commedia di Dante, prendente la forma di black comedy, seguiva la divina sorte di “vino” nelle insegne dei Wine bar. Gli italiani bevevano whisky and soda senza più sentirsi disturbà.

Mentre il 25 marzo scorso ricorreva la terza edizione del Dantedì, lo stato della lingua italiana si potrebbe riassumere in questa libera reinterpretazione dell’incipit dei Fiori blu di Raymond Queneau. Il lessico storico di derivazione molto eterogenea – greca, latina, francese, araba… – si sta riempiendo di anglicismi crudi, e non adattati, che invece di “disturbarci” (come il whisky della canzone di Carosone) ci appagano e ci nutrono. Li facciamo nostri e li utilizziamo in modo sempre più sfrenato per riverniciare, o forse seppellire, i secolari substrati danteschi del nostro idioma.

Questo Dantedì mi pare sia proprio un’occasione mancata, volta al passato, che non ha nulla a che vedere con la valorizzazione dell’italiano, di cui non importa niente a nessuno. Leggere sui giornali le notizie che riguardano le iniziative del 2022 è sconfortante.

Dantedì venti ventidue (come si dice adesso)

A Ravenna, dove sorge la tomba di Dante, la rivista locale denominata tipicamente RavennaToday saluta l’iniziativa come “un weekend a tutto sprint” (e anche “sprintoso“) fatto di sagre, street food, musica live e mercatini che si declinano nel “Garage Sale che torna con le sue proposte vintage, workshop e truck food”.

In Campania hanno inaugurato per l’occasione la Dantedì artecard che offre ben “4 pass digitali” con agevolazioni per la visita di mostre e musei e un’app realizzata da Scabec, che la testata Sky tg24, nella sezione Lifestyle, definisce la società in-house della Regione Campania. La rivista Amica, dalla sezione Party People, spiega che gli abbonamenti valgono tre giorni, ma c’è anche la formula per tutto l’anno denominata 365 Lite, una versione speciale e limitata dell’abbonamento Gold.

Intanto il Ministero della Cultura, dalla sua home, ha pensato bene di organizzare un Public Speaking Dantedì, per commemorare l’italiano in itanglese.

Se guardiamo cosa accade tutto intorno al Dantedì, metaforicamente ma anche letteralmente in un articolo del Corriere che lo celebra, vediamo che la lingua del bel Paese dove ‘l sì suona è accerchiata dalla lingua dell’ok.

Quando una bella invenzione onomaturgica nata in un confronto tra Francesco Sabatini e il giornalista Paolo Di Stefano (che aveva più volte proposto di introdurre questa festa) si storpia nel Dante Day come fosse la cosa più naturale del mondo, significa che le celebrazioni dantesche si trasformano in una ricorrenza come il giorno dei morti, e non in un’occasione per rilanciare la nostra lingua.

Il tema dell’anglicizzazione non solo non viene affrontato, ma non viene nemmeno posto, in uno sfondo politico e culturale dove si dà per scontato che l’italiano contemporaneo coincida con l’itanglese, che allo stesso tempo viene negato, in modo schizofrenico, proprio da tanti che lo praticano con orgoglio.

Questo stesso miope presupposto sorregge l’idea di un Museo della Lingua italiana, annunciato come imminente proprio un anno fa, in occasione della ricorrenza dei 700 anni della morte del Sommo Poeta; ma adesso è stato procrastinato al 2022, e rischia di essere l’ennesima “franceschinata”, l’ennesimo progetto annunciato dal nostro ministro per i Beni Culturali destinato a fare la fine del portale VeryBello e forse del progetto ITsArt, che dopo nemmeno un anno dal suo lancio ha cambiato per la terza volta amministratore delegato e non si capisce ancora in che cosa consista concretamente. L’assenza di una politica linguistica, nel nostro Paese, produce solo queste cose.

Queste celebrazioni dell’italianità concepite in modo finto, inutile e superficiale finiscono per morire presto nello sperpero di fondi che potrebbero essere impiegati in modo più intelligente e costruttivo.

Il Dantenò: il 26 marzo finalmente anche la festa dell’itanglese!

Perché allora non affiancare al Dantedì una nuova bella festa dell’itanglese, per essere moderni e internazionali e per celebrare e ufficializzare la newlingua dei giornali e delle istituzioni?

Basta ipocrisie! Se Dante appartiene alla storia e al passato, invece di rappresentare un modello da far rivivere e mettere in pratica nel presente e nel futuro, propongo una raccolta firme per sancire definitivamente l’itanglese. Vuoi vedere che questa volta le istituzioni che hanno sempre ignorato le mie iniziative a favore dell’italiano – le petizione a Mattarella, le proposte di legge a Camera e Senato, le lettere a Franceschini, Di Maio o Draghi e tutte le altre istanze rimaste senza risposte – si dimostreranno più sensibili?

Si potrebbe chiamare il Dantenò, e potrebbe svolgersi il 26 marzo. Il giorno dopo, anzi il day after del Dante Day, come il San Valentino è seguito da San Faustino, il protettore dei non innamorati, anzi dei single.

Firma anche tu per il Dantenò, una bella festa, anzi un bel party, moderno e internazionale per ufficializzare la lingua di Franceschini e dei giornali, delle ferrovie e delle poste italiane, dell’informatica e del lavoro…

W il Dantenò, la notte di Dante, il Don’t Alighieri.

(Di seguito Corrado D’Elia recita il beginning dell’Infernal Tour della Divina Comedy)

La creolizzazione culturale e l’educazione all’itanglese (il perché degli anglicismi)

Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” si chiedeva Draghi qualche tempo fa. È una domanda che si fanno in molti e che si sente spesso. Perché?

La risposta esce dall’ambito della linguistica. Sotto il ricorso compulsivo agli anglicismi ci sono fenomeni profondi, che sono allo stesso tempo culturali, economici ma anche psico-sociali. Hanno a che fare con una creolizzazione ben più ampia di quella linguistica, e non coinvolgono solo il nostro Paese, ma il mondo intero, travolto da una “globalizzazione” che coincide sempre più con “americanizzazione”.

Naturalmente non esistono culture pure, isolate o vergini. Tutte sono ibridate, meticce e influenzate dall’esterno, ed è un bene che lo siano, perché gli scambi portano arricchimenti. Il punto è che attualmente non si assiste ad alcuno scambio significativo, bensì a un’affermazione unidirezionale dei modelli angloamericani che si espandono in tutto il mondo e schiacciano le altre culture. Questi valori non sono “universali” ma “universalizzanti”: diventano universali perché si riescono a esportare con successo. Il motore di questo processo è l’espansione delle multinazionali angloamericane e delle loro merci, e le conseguenze culturali, sociali e linguistiche sono solo le sovrastrutture.

Dagli hamburger si passa così alla mcdonaldizzazione del mondo. Il monopolio cinematografico, televisivo e di internet produce un mondo virtuale in cui siamo immersi che finisce per inglobarci facendoci assorbire ben precisi comportamenti sociali; le pratiche di consumo indotte dalle pubblicità si trasformano in luoghi appositamente concepiti per metterle in pratica, dai fast food ai cinema multisala dove ciò che si guarda è soprattutto la produzione hollywoodiana e ciò che e si mangia è il popcorn che si appoggia negli appositi spazi previsti dalle poltrone in sala. In questo modo si arriva all’esportazione-importazione persino delle festività come Halloween, dei riti come quello del black friday, delle tradizioni come l’addio al celibato o dei conigli pasquali che affiancano le uova di cioccolato.

Senza tenere presente questo scenario non è possibile comprendere il perché degli anglicismi e dell’anglicizzazione dell’italiano.

L’alienazione culturale e linguistica

La creolizzazione è un concetto molto fumoso e di difficile definizione teorica. Dal punto di vista linguistico si riferisce ai territori coloniali dei Caraibi o dell’India, dove l’imposizione dell’inglese, a contatto con le culture locali, ha portato all’emergere di lingue miste. In Italia non esiste alcun bilinguismo a base inglese sul territorio (per adesso), e il contatto con la lingua e la cultura angloamericana è il risultato di un “sovramondo” virtuale costruito su quello locale. Basta accendere la tv, guardare un film o connettersi a internet per immergersi in questo sovramondo che non è la proiezione della realtà italiana, bensì quella della società americana che lo ha costruito e lo esporta.
Le conseguenze socio-culturali portano alla formazione di nuove generazioni globalizzate e omologate sui gusti delle pressioni universalizzanti statunitensi.

E così capita che uno studente di “storytelling” di Parma scriva racconti dove le automobili sono le Cadilllac, non le Fiat Punto che circolano per la sua città, mentre i nomi dei protagonisti delle sue storie sono in inglese, non sono certo Anna e Marco. Invece di essere in grado di raccontare e di esprimere la vita reale con la sua narrativa, questo aspirante scrittore “medio” non fa altro che proiettare la sua storia nel mondo virtuale che lo ha nutrito e cresciuto. Il mondo dei film e delle serie televisive che lo hanno formato e che ha introiettato, un mondo che nella realtà quotidiana non gli appartiene affatto, ma che scimmiotta inconsapevolmente e gli appare reale e migliore di quello che vive. In questo processo di alienazione culturale il terreno su cui si inseriscono gli anglicismi è molto fertile.

Dall’altra parte, secoli di speculazioni sull’arte della retorica – dai sofisti alle scuole di scrittura creativa che fino a qualche anno fa erano ancora in voga – sono state spazzate via dal piattume di uno “storytelling” di matrice americana in una riconcettualizzazione della scrittura persuasiva e delle tecniche di narrazione di natura pragmatica, e spesso becera, che annulla la storia profonda della nostra cultura e la riscrive spacciandola come una tecnica nuova e priva di legami con quelle che sono sempre state le nostre radici. E così il circolo si chiude e tutto torna. Ma la storia del colonialismo ripercorre proprio gli stessi schemi.

Il colonialismo culturale

Il colonialismo dei secoli passati, imposto con le armi, ha lasciato il posto a una nuova forma morbida di colonialismo culturale che salta la fase della spada, ma alla fine non fa che produrre con altre forme il medesimo processo di assimilazione.
Lo aveva capito Agricola, elogiato da Tacito per aver saputo romanizzare i Britanni, dopo la loro sottomissione militare. Senza questa fase, la conquista non avrebbe potuto avere alcun effetto duraturo.
Il “Tacito asservimento” è avvento attraverso l’edificazione di tipo romano (oggi sono invece i grattacieli di una città come Milano a ridisegnarne lo skyline), attraverso l’importazione delle toghe (oggi c’è l’outfit fatto di T-Shirt, jeans e sneaker). E poi attraverso il trapianto dei costumi romani (oggi lo si fa attraverso Netflix, Google e via dicendo), o con il diffondere le “squisite mense” romane (oggi i fast food e i MasterChef che trasformano la cucina in cook). E infine tutto si è compiuto con l’imposizione della lingua romana a partire dai figli dei capitribù (cioè i rampolli della classe dirigente), in modo che da “disprezzata” divenisse “bramata”. La conclusione di Tacito è che i Britanni alla fine chiamavano la romanizzazione “cultura”, ma era al contrario il loro asservimento.

Sedotti dai valori universalizzanti del nuovo impero globale, un sovramondo virtuale che ricopre ogni territorio, oggi ci asserviamo da soli, come forse hanno fatto gli Etruschi che si sono romanizzati senza guerre sino a scomparire in un’assimilazione con la civiltà che li ha fagocitati.

L’italia creola che crede di essere internazionale

Se lo scrittore africano Thiong’O ha raccontato il dramma delle scuole coloniali inglesi che hanno fatto di questa lingua il requisito della cultura, uccidendo le culture locali e impedendone ogni altra, noi oggi spendiamo delle fortune per mandare i figli dell’alta borghesia nelle scuole di lingua inglese che sono spacciate per internazionali, invece che coloniali, e suonano blasonate e superiori.

Nelle università, nel mondo del lavoro o in quello della scienza il monolinguismo dell’inglese internazionale spazza via tutto il resto, e rende l’apprendimento di ogni altra lingua e cultura qualcosa di superfluo come saper suonare il pianoforte. Ma essere internazionali ed esseri anglofoni sono concetti molto diversi. Il mondo non coincide affatto con l’anglosfera come si vorrebbe far credere, è ben più ampio, complesso e sfaccettato. Identificare la cultura e la lingua inglese con l’internazionalità fa parte di un progetto neocolonialista che prevede l’americanizzazione del mondo, un progetto funzionale agli interessi dei Paesi anglofoni che non ci conviene affatto, anche se facciamo di tutto per perseguirlo senza comprendere che ci sta distruggendo.

Eppure, basterebbe studiare la storia delle imposizioni colonialistiche di una lingua, per comprendere cosa sta avvenendo: prima si conquistano le istituzioni, poi l’intellighenzia, la classe dirigente e dunque l’università; seguono le grandi città, e alla fine tutto si espande anche nei centri periferici e rurali.

I collaborazionisti dell’inglese

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” diceva Churchill nel 1943 (Discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre).

E mezzo secolo dopo, l’ex funzionario dell’amministrazione Clinton, David Rothkop, ha dichiarato:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Invece di contrastare questo disegno perseguendo i nostri interessi e ponendo l’italiano al centro di una politica linguistica che sia in grado di proiettarlo sul piano internazionale, in Italia, ma anche in Europa, da decenni i ministeri dell’Istruzione investono una quantità spropositata di risorse per promuovere l’inglese globale dall’interno, a scapito del multilinguismo. Il risultato delle pressioni esterne globalizzanti, e di questi sforzi interni, ha già conquistato le nuove generazioni, educate al solo inglese nella scuola sin dall’infanzia, e americanizzate attraverso il linguaggio dei film, dei videogiochi, dell’intrattenimento… E poi ha conquistato i professori, la classe dirigente e gli intellettuali che hanno perso ogni ruolo critico in grado di esprimere il dissenso per diventare il principale strumento di omologazione. Costoro son diventati i principali “collaborazionisti” dell’inglese, per riprendere un’espressione del filosofo francese Michel Serres, si annidano nelle élites e sono i primi a identificarsi con i concetti d’oltreoceano

Ecco perché “dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi”, vorrei rispondere a Draghi. Perché la catechizzazione all’inglese e all’itanglese è sorretta e predicata proprio dalla classe dirigente che lui rappresenta. E per comprenderlo basta togliersi i paraocchi e vedere cosa accade quotidianamente con qualche esempio molto concreto.

Educare all’inglese

Nella nuova riconcetualizzazione e rimappatura della realtà veicolata dai giornali non si fa altro che educare all’inglese e promuovere la cancellazione dell’italiano e delle nostre radici storiche. Questo approccio catechizzante prevede che ogni genere di cosa o concetto si introduca o ribattezzi ripetendo l’inglese a pappagallo e spacciandolo come qualcosa di reale o di necessario. Si trapianta l’inglese e lo si sostituisce all’italiano, perché l’inglese è il nuovo totem da cui attingere, e c’è solo quello: la lingua e la cultura italiana si riducono a ripetere e importare in modo servile e acritico tutto ciò che arriva da un unico modello socioculturale, quello dei Paesi dominanti.

IL DRILLING
E così su Orizzonte Scuola si può leggere: “Inglese: il drilling per entrare in sintonia con la lingua. Cos’è e come usarlo in classe”.

Di che cosi si parla? In cosa consiste questa innovativa e straordinaria pratica? Semplice:

“Esiste una metodologia didattica di insegnamento della lingua straniera che più delle altre consente agli studenti di entrare in sintonia con la lingua studiata, nel nostro caso l’inglese. Si tratta del drilling, che favorisce l’assimilazione delle strutture grammaticali, il miglioramento della pronuncia e dell’intonazione. Essa consiste nella ripetizione ad alta voce delle frasi o delle parole pronunciate dall’insegnante.”

Ci rendiamo conto della pochezza che si cela sotto la solennità dell’inglese? La ripetizione ad alta voce delle frasi, la stessa tecnica secolare impiegata dai talebani per imparare a memoria il Corano, viene nobilitata attraverso l’ennesimo anglicismo-supercazzola che la rende innovativa. E nell’assenza di spirito critico, si ripete questa geniale metodologia andando sempre più a fondo:

“Adesso è arrivato il momento di presentarvi tre tecniche specifiche di drilling: repetition drill, substitution drill e backchaining drill. Vediamole nel dettaglio…”

Queste tre pratiche introdotte in inglese sono semplicemente la ripetizione della parola, la ripetizione con sostituzione, e la ripetizione al contrario. E con un’anglo-idiozia dopo l’altra, il corso prosegue con analoghe banalità che non sono più espresse in italiano, ma attraverso un lavaggio del cervello fatto di concetti come “il guessing game (Indovina cos’è) oppure il disappearing text (Testo che scompare).”

Quando invece di tradurre e reinterpretare questo tipo di metodologie le ripetiamo e “drilliamo” attraverso i concetti e i termini in inglese, ci stiamo comportando da colonizzati.

IL DOOMSCROLLING
Passando dalla scuola alla divulgazione scientifica, ecco come la rivista Focus ci colonizza con il doomscrolling:

Si tratta della ricerca compulsiva di cattive notizie e viene presentato in inglese, la lingua superiore da ripetere senza volere né essere in grado di reinterpretare con i nostri concetti:

“Il doomscrolling è un neologismo inglese entrato nell’Oxford Dictionary nel 2020: la parola indica la tendenza a cercare in modo ossessivo cattive notizie online, scorrendo (scrolling) sullo schermo del nostro telefonino (o tablet, o pc) per informarci sulle sventure (dooms) che accadono nel mondo.”

L’inglese è dio, è la nuova religione, e lo si deve trapiantare e ripetere, mentre l’italiano è una lingua inferiore e impotente di cui vergognarsi.

IL CORE TRAINING
Su AtuttoNotizie possiamo imparare che cos’è il core training:

La risposta è banalmente negli esercizi dei muscoli stabilizzatori:

“Desiderate rafforzare i muscoli dell’area addominale, lombare e del bacino? Il core stability training è ciò che fa al caso vostro. Si tratta infatti di una tecnica pensata proprio per allenare il “core”, il “nucleo del corpo“, ovvero quella zona compresa tra la porzione inferiore del busto e il margine inferiore del bacino. Scopriamo insieme in cosa consiste e quali sono i suoi benefici…”

IL SUNDAYRESET E IL PEARLCORE
Io Donna riconcettualizza il mettere in ordine la casa, il riordinare – una mania che aveva anche mia nonna! – con il nuovo e intraducibile concetto del sundayreset con cui ci educa.

Amica ci insegna un’altra cosa nuova e fondamentale: se vanno di moda le collane di perle siamo di fronte a una tendenza pearlecore.

E così lo studio del nome diventa naming (“Logo e naming per una brand identity efficace”), chi fa formazione introduce gli speed mentoring, gli psicologi parlano di mindfulness e di token economy

La colonia Italia

Con questa classe dirigente, intellettuale e politica l’italiano è finito. Perché è finita la nostra capacità di pensare – e dunque parlare – in modo autonomo. Dovremmo avere il coraggio di dire la verità: queste cose mostrano che l’Italia è una colonia.
I giornali anglofoni hanno chiamato le nostre restrizioni anticovid lockdown, e dal giorno dopo abbiamo ripetuto anche noi questa parola senza più alternative! Trump ha parlato di fake news, e da quel giorno, come sudditi, lo abbiamo fatto anche noi!

Questi non sono semplici prestiti, sono il sintomo del tracollo della nostra lingua, e questo inglese è la diffusione dell’ignoranza della nostra storia e cultura.
La nostra creolizzazione lessicale non ha che fare solo con i cosiddetti “prestiti linguistici”. Siamo in presenza di una creolizzazione culturale ben più ampia di cui gli anglicismi non sono la causa, ma l’effetto. Ubriachi di inglese, lo facciamo nostro, e in preda alla nostra alberto-sordità che ha perso ogni componente comica ci inventiamo da soli suoni-concetti risemantizzati in modo maccheronico che non appartengono né all’italiano né all’inglese: il green pass al posto del certificato verde, il telelavoro è detto smart working, gli assistenti familiari sono caregiver, le vessazioni mobbing, gli orientatori navigator… E mentre i neologismi sono sempre più in inglese, i “prestiti sterminatori” uccidono le nostre parole storiche e completano il quadro.

Su questo scenario, il problema non sono i singoli anglicismi, alcuni dei quali non sono destinati a radicasi, ma il fatto che non ci sia giornalista, tecnico, scienziato, intellettuale, personaggio pubblico, politico… che non introduca un nuovo concetto in inglese per designare qualcosa di nuovo o presunto tale. Questa nuvola anglicizzata, che ho definito la panspermia del virus anglicus, ci avvolge con un’intensità di un ordine di grandezza superiore al numero delle parole inglesi registrate sui dizionari.

È una follia collettiva irrefrenabile, una nevrosi compulsiva che diffonde i suoni inglesi anche quando siamo di fronte all’aria fritta. E infatti friggere con l’aria diventa Air fry, secondo Paolo Giordano il Waning è la parola chiave per comprendere quanto dura l’effetto di un vaccino, una camminata per raccogliere i rifiuti è il plogging, lavorare dal sud è il South Working


E l’italiano ciao ciao!

La grammatica dell’itanglese

Chi non conosce il fenomeno dell’exploring nell’innamoramento?
È un concetto che in italiano potremmo tradurre con “fase iniziale di esplorazione conoscitiva nella formazione di una coppia”. La durata di questo periodo può variare, ma si tratta di un processo delicato e determinante per il successivo consolidarsi del legame di coppia.

Non lo avevate mai sentito?
Ci siete cascati?

L’exploring l’ho inventato io in questo momento e non esiste, come non esiste il libro in figura. Ma il punto è un altro. È vero che la fase iniziale della conoscenza è importante. E anche se battezzare tutto ciò con “exploring” è un falso, suonerebbe serio, plausibile e anche suadente, nella bocca del sedicente esperto.

Perché?
Perché nella “fase iniziale della formazione” di una parola-concetto, basta che suoni inglese per apparire fondamentale; e anche perché la suffissazione in “-ing” è diventata così frequente da essere non solo normale, ma foriera di infinite possibili neo-coniazioni ibride.
È arduo quantificare tutte le forme in “-ing” che ci tocca ing-oiare, ma basta fare zapping sui dizionari e sui giornali per fare un po’ di “chiaring” sull’attuale restyling dell’italiano.

I suoni in “-ing”

Nel mondo del lavoro, dopo l’epoca dei meeting, le riunioni creative sono spacciate per brainstorming, una prenotazione è booking, la pianificazione il planning, la tempistica il timing, l’esternalizzare è outsourcing, la pubblicità advertising, le confezioni packaging; si parla come fosse normale di branding e briefing, di merchandising e di franchising, e tra parole come platforming, engineering, manufacturing e tante altre, nell’era del marketing questa è la lingua che si impiega per indurre allo shopping.
Vanno di moda il counseling e il coaching, nell’editoria le revisioni sono diventate l’editing, lo scrivere è il writing, e c’è anche il ghostwriting, oltre allo stoytelling. Mentre le letture diventano reading e la scelta del carattere è il lettering, l’inglese è ormai overbooking.

Nel linguaggio informatico, per essere multitasking, si impone lo “switching alla terminologia inglese: lo scrollare le pagine è lo scrolling, i grafici utilizzano il morphing, bisogna stare attenti allo spamming e al phishing, e poi c’è il debugging, l’hosting e l’housing, lo streaming, il podcasting e il webcasting. Sul cellulare c’è il roaming, e le piattaforme di dating ci permettono di cercare partner nella speranza di fare almeno un po’ di petting.

Le parole in “-ing” spopolano nel linguaggio economico (trading o dumping), persino in quello della giurisprudenza che dovrebbe stare un po’ più al sicuro (dai contratti leasing allo stalking e al mobbing) e in ogni ambito. Nel casting degli anglicismi ci sono i fenomeni di costume come fare outing, c’è il bookcrossing, il caravanning, la cucina è cooking e richiede il catering, l’assistenza infermieristica è il nursing, la pesca incontrollata è l’overfishing, nelle “beauty farm” si offre il peeling, nelle palestre si fa bodybuilding… Nello sport, dopo il dribbling e il pressing, oggi va forte il curling, ma c’è anche il trekking, il surfing e il windsurfing, il canyoning e il rafting, lo spinning, l’acquaspinning e l’aquaplaning e poi il Nordic Walking, il footing, il jogging e il running.


L’italiano si sta facendo proprio un bel lifting. Tutto chiaro o devo fare lo spelling?

Lo pseudo-anglicisming

Queste sono solo le parole più popolari, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre, meno frequenti o più tecniche. E un fenomeno come questo non si può spiegare con la favola dei prestiti linguistici. Non stiamo importando parole isolate, stiamo trapiantando un preciso suono e una precisa suffissazione che si trasforma in una grammatica inconscia e in una regola formativa.

Tra queste parole, infatti, ce ne sono molte che sono pseudoanglicismi assenti nell’inglese. Si tratta di veri e propri itanglismi, apparentemente inglesi, costruiti su quel modello linguistico, invece che sui nostri suoni.
In inglese il lifting non è un ritocchino, ma un “sollevare” e un campeggio non è un camping. Camping è l’atto di dormire in tenda o all’aperto, mentre il luogo dove ciò avviene si chiama camping site o campsite. Lo stesso si può dire di parking, che è il parcheggiare e non il parcheggio (car park cioè parco auto).
Anche il mobbing che in italiano indica i comportamenti vessatori sul lavoro, in inglese indica invece un “assalto di gruppo” e l’accezione italiana è incomprensibile per un anglofono. Eppure su questo modello si sono poi sviluppate parole come straining (forma di mobbing leggero o attenuato: sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19 febbraio 2018) o bossing (soprusi del capoufficio o dei superiori).

La suffissazione istintiva: petaloso, footing ed escalering

Stando alla Treccani, la parola “petaloso” era comparsa in un articolo di Michele Serra nel 1991. Ma la storia di questa “non-parola” deve la sua fortuna alla stessa suffissazione apposta a petalo da parte di un bambino delle elementari che l’ha impiegata nel 2016. Se avesse avuto un’altra maestra il suo tema sarebbe forse finito in un libro di “errori” come E io speriamo che me la cavo che raccoglieva gli strafalcioni di 60 temi. Ma l’insegnante di turno rimase invece colpita dalla creatività dell’alunno – il sentimento fu espresso in itanglese con un bell’OK – e la segnalò alla Crusca. I cruscanti, gentilmente, risposero che il neologismo era ben formato, ma che non era in uso. La verità è che certe suffissazioni in “-oso” sono diffuse da decenni nelle pubblicità (morbidoso, comodoso, scattoso) e proprio in quegli anni spopolava l’inzupposo del Mulino Bianco in bocca ad Antonio Banderas. Che cos’hanno in comune uno straniero e un bambino? Entrambi costruiscono la loro grammatica per analogia, senza sapere che certe parole non esistono, e non sono in uso, anche se ben congegnate. Perché la loro padronanza del lessico è scarsa.
Ecco, la stessa cosa si può applicare a molti degli pseudanglicismi all’italiana. E dopo petaloso, il prossimo neologismo da rotocalco potrebbe essere per esempio petalosity, invece di petalosità, visto che l’inglese è il nuovo modello formativo a orecchio e istintivo per ogni neologia.

I meccanismi sottostanti ai neologismi a base inglese non coinvolgono solo l’italiano; nell’attuale “tsunami anglicus” globalizzato si ritrovano (in maniera ridotta) anche altrove. La traduttrice Anna Ravano mi ha girato un articolo spagnolo che segnala proprio l’invenzione di “escalering” per indicare la pratica sportiva del salir le scale.

E, passando al francese, molto probabilmente è da lì che abbiamo importato lo pseudoanglicismo footing (cfr. “All’origine degli pseudoanglicismi: footing e autostop”), uno dei più antichi, che risale alla fine dell’Ottocento ed è stato ricavato arbitrariamente dalla radice foot (piede).
Se in francese e in spagnolo questi fenomeni sono ben più sporadici, in italiano sono oramai inarginabili, e non accadono solo per i suoni in “-ing”. Stiamo assistendo a un numero sempre più ampio di radici inglesi che si ibridano, si ricombinano tra loro, si espandono nel nostro lessico e si trasformano così in qualcosa che è più ampio del “prestito lessicale”: diventano regole formative costruite sull’imprinting dell’inglese.

Suffissazioni in “-er”

Nel 1966, nel finale del film di Sergio Leone Il buono, il brutto, il cattivo, c’era la scena del triello, il duello a tre che è diventato il titolo della colonna sonora di Ennio Morricone. La parola è stata poi annoverata nei dizionari ed è persino diventata una popolare fase di gioco del programma L’eredità su Rai 1, attualmente condotto da Flavio Insinna.

Nella puntata del 9 marzo scorso, lanciando il gioco, il conduttore ha parlato scherzosamente di “triellers” per indicare i triellanti, come si potrebbe costruire per analogia sul modello di duellanti. Ma la cosa che mi ha colpito è che #triellers è davvero un’etichetta usata su Twitter dai fanatici del programma che si cimentano in diretta nell’indovinare le soluzioni (traduzione dell’ultimo periodo un po’ difficile e da “boomer”: l’hashtag dei tweet dei fan per i contest online in real time).

Perché accadono queste cose? Perché ci vien da dire triellers invece di triellanti?

Perché i ciclisti e motociclisti diventano biker, i ciclofattorini sono detti rider, gli autisti driver, gli scrittori writer, i creativi pubblicitari copywriter e i parolieri song writer, i giocatori e anche i protagonisti della scena sono player, i diretti interessati sono stakeholder, gli influenti sono infuencer, gli odiatori hater, gli spacciatori pusher, gli artisti perfomer, gli inviati reporter e i fotografi fotoreporter, gli allibratori bookmaker, gli agenti di cambio broker, i padroni o i timonieri di un’imbarcazione skipper, i persecutori stalker, gli allenatori trainer, i transessuali transgender, gli addetti ai lavori insider e i vincitori inaspettati outsider, i controllori controller, gli escursionisti trekker, i corridori runner, i disegnatori industriali designer, gli annunciatori speaker, i navigatori surfer, i guerrieri fighter… E così tra bomber, stopper, hipster, hacker, youtuber… accade che chi fa spam non sia uno spammatore ma uno spammer, così come un rocchettaro è un rocker, un bloggatore un blogger… in attesa che i lavoratori diventino forse jobber, i saltatori jumper, i pattinatori roller, e gli acquirenti shopper… e già si vedono le prime tracce anche di questi usi.

L’italiano evolve quasi solo anglicizzandosi, ed ecco perché poi spuntano, seppur scherzosamente i triellers, perché abbiamo abbandonato il suono dell’italiano per fare nostro quello inglese, e ci stiamo dirigendo forse verso l’assimilazione delle “s” per indicare i plurali che prendono piede sempre di più anche sui giornali e in altri linguaggi di settore (soft skills, stakeholders…).

C’è un caso davvero emblematico che ben rappresenta lo stato della nostra lingua nella sua transizione verso l’italiano newstandard, quello degli umarells.

Anglicizziamo anche i dialetti: l’itangletto degli umarells

Da qualche tempo si è diffusa una voce di origine dialettale per indicare quei pensionati che guardano con le mani dietro la schiena gli scavi nei cantieri, controllando lo stato dei lavori, disapprovando le modalità di intervento o erogando consigli su come si dovrebbe intervenire nel giusto modo. La parola umarell (con due elle), registrata dallo Zingarelli nel 2007, nasce dal dialetto bolognese umarèl, cioè un dispregiativo di “uomo” che corrisponderebbe in italiano a ometto, omiciattolo o omarello, volendo adattarlo. Si tratta di una voce recente, visto che non è contemplata dai dizionari dialettali ottocenteschi che riportano invece termini come umêtt, umarêtt, umein, umarein e uminein (cfr. Marco Brando, “Umarèll, la parola in cantiere“, Treccani, 10/1/22). La voce si è poi diffusa un po’ in tutta Italia ed è diventata un internazionalismo annoverato addirittura nella Wikipedia in inglese.

A scatenare la fortuna della parola è stato Danilo Masotti, un simpatico personaggio che nel 2015 ha preso “umarel” e gli ha attribuito il nuovo significato da macchietta in articolo del suo blog Spettro della bolognesità per poi aprire un sito dedicato all’argomento che si chiamava “umarells”, con la geniale pensata di raddoppiare la “l” finale e di appiccicare alla voce bolognese la “s” del plurale all’inglese che dava al tutto una patina di moderna pseudointernazionalità. Ne è scaturito anche un libro intitolato Umarells forever (dove la dicitura “per sempre” seguiva il titolo in inglese come una didascalia, anche se nell’ultima edizione è stata anticipata). Questo episodio non è isolato. Con il pretesto di essere spiritosi spuntano i triellers e gli umarells, ma ci sono anche gli youtuber vibonesi che si chiamano “Terrons” come ci sono gli “italians” di Beppe Severgnini. Forse sarebbe ora di cominciare a parlare anche di bolognesity, invece che di bolognesità, e di usare un più moderno ghost, al posto di un arcaico spettro.

Tutto ciò per ora è un vezzo comico estemporaneo e occasionale – si potrebbe forse dire one shot che tende a rimpiazzare una tantum nell’attuale sostituzione del latinorum con l’inglesorum – ma ridendo e scherzando è anche la spia di un processo psicolinguistico ben più profondo.

Che cosa si agita nella testa di chi ricorre a queste commistioni?
Lo stesso processo mentale che senza alcuna ironia ci fa dire writing invece di scrivere, reading invece di declamare, blogger invece di bloggatore, hater invece di odiatore, economy invece di economia, green invece di verde, smart invece di intelligente… in una catena di espressioni che travalicano il concetto ingenuo del “prestito”.
Io non ce l’ho con Masotti o i triellers, sia chiaro, ma una mente linguisticamente “sana” – o “decolonizzata” per usare l’espressione di Ngũgĩ wa Thiong’o – partorirebbe triellanti e omarelli, o lascerebbe una voce dialettale senza anglicizzarla con la “s” e gli accostamenti a forever.

Il problema dell’italiano 2.0 sta tutto qui: i nostri suoni non ci vengono più spontanei, non ci piacciono più, li dobbiamo abbandonare o mescolare a quelli inglesi creando di continuo nuovi itanglismi.

È una nevrosi compulsiva irrefrenabile in ogni ambito. Per questo ogni titolo di manifestazione culturale o gastronomica si esprime ormai in inglese – come nei titoli dei film – o con giochi di parole che ammiccano all’inglese; per questo Alitalia è diventata ITA Airwais (con la “s” del plurale), per questo il portale per celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme tranne la lingua si chiama ITsART, per questo l’italiano sta morendo e si sta trasformando in una lingua creola.

L’identità dell’italiano davanti allo tsunami anglicus

Fino a che punto una lingua può importare voci da un’altra senza snaturarsi?
Davanti all’interferenza dell’inglese, fino a che punto il nostro idioma può evolversi senza trasformarsi in qualcosa di altro, che si chiama itanglese e porta a una creolizzazione, invece che a un’evoluzione?

La risposta sta nel riflettere sull’identità di una lingua. Una questione che nel caso dell’italiano è emersa sin dal suo apparire, e si ritrova in Dante, alla ricerca di un volgare “illustre” in grado di superare ogni “municipalità” territoriale e di essere inteso in tutto il Paese.
Nel lessico della Commedia si trovano parole di altri dialetti insieme a quelle di origine provenzale, latina, araba e di varie altre provenienze, ma tutto è stato divinamente toscanizzato, e cioè adattato a un preciso “suono” destinato a diventare quello che caratterizza la lingua del bel paese là dove ‘l sì suona.
Quel suono che all’estero gode di una nomea e di un’ammirazione che poche altre lingue vantano. Quel suono che stiamo gettando via con una certa alberto-sordità per passare all’english sound con cui crediamo di farci belli – ma spesso siamo semplicemente ridicoli – nella convinzione di essere internazionali. Dante avrebbe di sicuro bollato l’itanglese come “un’orribile favella” e una “spaventevole” commistione di diverse lingue tipica del tumulto infernale.

Oggi il problema dell’identità linguistica sembra essere sottaciuto da molti studiosi che sottovalutano la nostra anglicizzazione o considerano gli anglicismi dei doni e degli arricchimenti. Eppure, in passato, tutti avevano ben presente la differenza tra “arricchimento” e “snaturamento”. Anche i più agguerriti critici del purismo. Anche i più grandi teorici favorevoli all’accoglimento delle parole straniere.

L’identità linguistica in una prospettiva storica

Nel Cinquecento, mentre i puristi censuravano ogni parola dialettale, ogni barbarismo e ogni neologismo in nome della purezza della lingua delle tre corone toscane (Dante, Petrarca e Boccaccio), molti altri autori si schieravano sul fronte oppposto, e proclamavano che senza un’evoluzione che accogliesse ciò che era nuovo o arrivava da fuori, l’italiano si sarebbe ridotto alla lingua dei morti. In virtù della sua presunta “perfezione” avrebbe finito per cristallizzarsi in una lingua immobile, incapace di evolvere.

Niccolò Machiavelli
Nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, Niccolò Machiavelli (molto probabilmente) sosteneva la necessità di “accatar” parole dalle altre lingue.
Ma una lingua “convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, ed è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro; perché quello ch’ella reca da altri, lo tira a sé in modo che par suo.”

Machiavelli si poneva dunque il problema di importare senza “disordinare” la propria identità linguistica, cioè di far diventare ciò che importiamo “parole nostre”, adattandole ai nostri suoni. Era dunque “necessario” importare nuovi vocaboli, “ma riducendosi, nel parlare, con i modi, con i casi, con le differenze e con gli accenti, fanno una medesima consonanza con i vocaboli di quella lingua che trovano, e così diventano suoi; perché, altrimenti, le lingue parrebbono rappezzate e non tornerebbono bene.”

E nel dialogo che immaginava di avere con Dante, l’autore gli metteva in bocca queste parole, a proposito dei latinismi utilizzati nella Divina Commedia: “Perché le dottrine varie di che io ragiono, mi costringono a pigliare vocaboli atti a poterle esprimere; e non si potendo se non con termini latini, io gli usavo, ma li deducevo in modo, con le desinenze, ch’io gli facevo diventare simili alla lingua del resto dell’opera.”

Ludovico Antonio Muratori
Un paio di secoli dopo, nel 1706, anche Ludovico Antonio Muratori, in Della perfetta poesia italiana, scriveva cose molto simili: “Nel secolo supposto d’oro, in cui gli Scrittori e dalla stessa Latina, e dalla Provenzale, e da i vari Dialetti d’Italia presero non pochi vocaboli, e modi di parlare, e li fecero divenir propri dell’Italiana.” E nel suo criticare il purismo di Bembo e dell’accademico della Crusca Salviati, che consideravano il modello dell’italiano quello dei grandi classici del Trecento, replicava: “Basta leggerli, e prender le mosse dal mezzo del cammin di nostra vita, ove son mille e mille rancidumi, e vocaboli affatto Latini, crudi, e oscuri, condannati dal Bembo stesso.” E quindi si domandava perché mai gli autori moderni non dovessero fare come gli antichi. Le parole nuove arricchiscono una lingua, invece di imbarbarirla: “Che se dopo la morte del Boccaccio si sono aggiunti alla Lingua molti vocaboli, e non poche locuzioni nuove: tanto è lontano, che la Lingua possa perciò dirsi intorbidata, che piú tosto dee confessarsi, esserne ella rimasa maggiormente arricchita, inleggiadrita, e nobilitata.”

Ancora una volta, la questione dell’identità linguistica era semplice e scontata: l’evoluzione passava per l’adattamento e il far divenire italiano ogni barbarismo.

Alessandro Verri
Sessant’anni più tardi, Alessandro Verri, dalle pagine del Caffè, lanciò la celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”, un vero e proprio manifesto contro il conservatorismo linguistico in nome della modernità: “Se il Mondo fosse stato sempre regolato dai Grammatici” non avremmo né case, né carrozze, né industria, scriveva. La conclusione fu la “solenne rinunzia” alla pretesa purezza della toscana favella: “Se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone, noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo.”

Anche Verri, con la parola “italianizzando” dava per scontato ciò che molti linguisti di oggi fanno finta di non capire. Ma se l’articolo del Caffè era solo una provocazione, alla fine del Settecento la questione fu ripresa da Melchiorre Cesarotti con ben altro spessore teorico.

Melchiorre Cesarotti
Nel Saggio sulla filosofia delle lingue, Cesarotti mostrava che non esiste alcuna lingua “pura” né inalterabile, e tutte, inizialmente, sono “barbare”, perché nascono dall’uso e dalla contaminazione, e non dai principi di autorità o da ordini prestabiliti. L’autore era favorevole ai francesismi che imperavano nel secolo dell’Illuminismo, e anche ai neologismi e ai tecnicismi, diremmo oggi. Ma distingueva il “genio grammaticale“, cioè la struttura di una lingua che deve rimanere immutabile (per esempio il sistema dei casi e delle declinazioni del latino), da quello “retorico” cioè la parte che si può e si deve cambiare, e che comprendeva il lessico, i prestiti, le parole derivate e gli usi traslati dello stile. E su quest’ultimo punto ricordava che gli scrittori sono liberi di ampliare i significati e di creare neologismi per analogia, per cui, nell’accettare parole come magnetismo, elettricità o chimica in senso tecnico, è poi normale che nascano usi metaforici e per estensione, come “sguardo magnetico”, “elettrizzar gli spiriti” o “chimica intellettuale” (cioè affinità).
Insomma, non c’è nulla di male ad adottare parole straniere – ma come male necessario e con cautela – e non si può sostenere che i forestierismi “guastino” una lingua. Ma ciò deve avvenire solo a determinate condizioni. Queste parole non devono intaccare la struttura della lingua e non devono entrare in contrasto con il genio grammaticale: “Quando un termine è conveniente all’idea, quando rappresenta vivamente l’oggetto o colla struttura de’ suoi elementi, o con qualche somiglianza o rapporto; quando inoltre è ben derivato, analogo nella formazione, non disacconcio nel suono, di qualunque autore egli siasi, a qualunque data appartenga, sia esso parlato, o scritto, o immaginato, sarà sempre ottimo, e da preferirsi ad altri insignificanti, strani, disadatti, che non abbiano altra raccomandazione che quella del Vocabolario.”

Giacomo Leopardi
Tutte queste riflessioni sono alla base anche delle posizioni di Leopardi. Nello Zibaldone scriveva che benché gli “europeismi” scientifici, e altre parole come “precisazione”, fossero spesso bollati come “barbarismi” provenienti dal francese, non erano affatto da condannare. E un vocabolo, “venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo.”

Anche per Leopardi, il criterio di demarcazione tra i prestiti che “corrompono” una lingua e quelli che la “arricchiscono” era molto chiaro: l’adattamento, l’italianizzazione. E venendo alla nostra lingua, scriveva: “Questo appunto è ciò di cui è capace, e non di perderla ed alterare il suo carattere per prenderne un altro forestiero, del che non fu e non è capace nessuna lingua senza corrompersi. E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili.”

L’identità linguistica oggi

Oggi i linguisti si pongono nei confronti della lingua in modo descrittivo e il loro approccio si può riassumere nella massima per cui una lingua non va difesa, va studiata. Ma sembra che, nel far ciò, troppo spesso dimentichino che nell’evoluzione linguistica dei paletti vanno mantenuti.
Le migliaia di anglicismi che importiamo, reinventiamo e utilizziamo in modo crudo non hanno la “consonanza” auspicata da Machiavelli che li rende parole “nostre”: invece di “disordinare” la lingua di provenienza, “disordinano” la nostra che ne risulta “rappezzata”. Se non li facciamo “divenir nostri” come spiegava Muratori, invece di “arricchire, inleggiadrire, e nobilitare” il nostro idioma, lo rendono “intorbidato”. Se non li “italianizziamo” come proponeva Verri, rimangono “disacconci nel suono” e nella formazione come diceva Cesarotti, ed entrano perciò in contrasto con “il genio grammaticale” che dovrebbe invece rimanere immutato; e anche il pregio della lingua italiana di “non corrompersi” e di “non alterare” la sua “indole” invocato da Leopardi svanisce, se assume un “carattere straniero”.

Ecco perché, nel suo “Morbus Anglicus”, Arrigo Castellani definiva gli anglicismi “corpi estranei”. Ecco perché scriveva: “I principali responsabili delle violazioni subite dalle regole fondamentali dell’italiano son forse i giornalisti (compresi naturalmente quelli televisivi). Per pigrizia, si dirà, per mancanza di fantasia, per desiderio di dare ad intendere che conoscono bene l’inglese. Io aggiungerei per un altro motivo: perché nella gran maggioranza dei casi non si rendono conto di come stiano le cose; perché al liceo nessuno gli ha detto quali sono i caratteri fondamentali dell’italiano, quali sono i cambiamenti ch’esso può subire e quali invece sono contrari alla sua natura.”

Posso capire “l’ignoranza” di un giornalista italiano davanti alla questione, e posso capire che “non si renda conto di come stiano le cose”.
Quello che non posso comprendere è come uno studioso o uno specialista non abbia presente secoli di riflessioni sulla nostra identità linguistica.
L’attuale fenomeno dell’itanglese è uno “tsunami anglicus” che non ha precedenti storici per numero, per profondità e per conseguenze: ibrida la nostra lingua e sta cominciando a sovvertire la sintassi (Cfr. Peter Doubt, “Oltre il lessico: 8 esempi strutturali di creolizzazione” da cui rubo la seguente immagine).

Quando qualcuno risponde che le lingue evolvono come è sempre accaduto… quando dice che tutto ciò è “normale” e mescola in un calderone le parole adattate e quelle crude confondendo le acque, bisogna fare attenzione. O non ha studiato come stanno le cose, o è in malafede.