Bookcity e la “gerarchia” degli anglicismi

Questa settimana parte l’ottava edizione di Bookcity, l’evento milanese dedicato ai libri, agli autori e alle letture che si snoda in molteplici incontri e iniziative disseminati per la città. Sono tutti eventi in italiano, rivolti agli italiani, e il logo della manifestazione consiste in un Duomo stilizzato fatto di libri. Ma nel linguaggio della città capitale dell’itanglese il libro è ormai book, e la città è city.

Quest’anno la locandina di Bookcity non pullula di anglicismi come quella della scorsa edizione, e la cosa mi ha sorpreso, oltre a farmi piacere.

bookcity
L’edizione di Bookcity 2018 nella comunicazione dell’evento.

Ma in generale Milano è in prima linea nella distruzione sistematica della nostra lingua attraverso la sua comunicazione, dalla Settimana della moda che è diventata Fashion Week, al Salone del mobile divenuto il Week Design. In questo volere essere internazionali puntando sull’inglese, e non sulla nostra lingua che all’estero ha invece un fortissimo richiamo, si anglicizza anche ciò che è rivolto all’interno della città:  nell’urbanistica la zona Fiera è diventata Fiera Milano City, si introducono i district, e non i distretti, e per fare gli americani si ribattezzano i quartieri, come il Nolo, cioè il North of Loreto. L’Atm, l’azienda meneghina dei trasporti, introduce senza alternativa il ticketless, e parla sempre più di ticket anziché di biglietti e così via.

In questo contesto, il punto non è solo che si diffondono gli anglicismi che anno dopo anno vanno ad aggiungersi ai lemmi dei nostri dizionari in numero sempre maggiore. E non c’è nemmeno solo il preoccupante aumento della loro frequenza d’uso e della loro “prolificità”, che qualcuno chiama ipocritamente “produttività”, per conferire un’accezione positiva (ma anche il cancro è “produttivo”, cioè cresce, si amplia intacca e distrugge le altre cellule, si allarga). C’è un altro fatto trascurato dai linguisti che sarebbe invece il caso di indagare e approfondire e che si potrebbe chiamare il problema della “gerarchia degli anglicismi”.

Le parole inglesi che irrompono nella nostra lingua, sempre più spesso, occupano una gerarchia alta. Sono usate come le categorie principali, come le etichette più significative per indicare ciò che è fondamentale, mentre gli equivalenti italiani sono collocati sotto, come specificazioni di ordine inferiore. E allora una manifestazione che parla di libri deve ormai chiamarsi Book: questo è il titolo, la categoria superiore in senso metaforico e letterale. Di libri si parlerà solo nel concreto e all’interno degli eventi. Quando sono oggetti quotidiani si esprimono in italiano, ma il settore è quello dei book.

Le parole inglesi di “categoria superiore” come book (ma anche food, green, economy, tax…) non sono come i “prestiti sterminatori” che fanno morire le nostre parole: computer che ha ucciso calcolatore, selfie e autoscatto, manager e dirigente, gossip e pettegolezzo/cronaca rosa, sticker e adesivo… Però diventano la copertina, mentre la parola “libro” slitta nel “fronte-ospizio” del frontespizio, di fronte all’inglese. È la stessa logica per cui gli anglicismi compaiono soprattutto nei titoli di giornale,  nelle insegne dei negozi (bookstore, hair stylist, wine bar…), sui biglietti da visita per indicare le professioni, nei concetti chiave della scienza, della cultura o dell’informatica, nelle innovazioni della politica. E in sempre più ambiti.

Nelle analisi sull’interferenza dell’inglese, allora, non c’è  da solo il numero e la frequenza. Le parole hanno un peso. E il peso della nomenclatura inglese schiaccia le alternative italiane. Il caso di book è esemplare per comprendere questo fenomeno.


Il boom del book

Quanto è infestante (non “produttiva”: infestante!) la parola book?
In principio il book era solo quello fotografico, il portafoglio per esempio dei modelli (o portfolio come si dice in inglese, ma anche in italiano, purtroppo). C’era anche il bookmaker, cioè chi compila il “libro degli scommettitori”, che in italiano è un allibratore. Ma oggi tutto è esploso in modo impazzito.

Le prenotazioni sono diventate booking e l’over booking spopola al punto da sembrare intraducibile e necessario, perché quasi a nessuno viene in mente di dire sovraprenotazione o eccedenza di prenotazioni, mentre le prenotazioni a largo anticipo che permettono sconti sono vendute, e perciò poi dette e ripetute, come advanced booking. In informatica un marcatore, un indirizzo o collegamento memorizzato, è bookmark, i piccoli calcolatori che si aprono come un libro sono arrivati come netbook, i libretti dei cd sono booklet, in Rete il libro degli ospiti è guestbook, e poi sono arrivati gli e-book, non i libri elettronici, che si leggono attraverso un e-reader e non un lettore (mentre la e- di electronic è diventata un prefissoide che genera un’infinità di altre parole, così tante che non è più possibile contarle).

E così book si è radicato sempre più, c’è il bookcrossing e non il passalibri o il giralibri (si appoggia al crossing over, al crossmediale, al cross, al crossare…), sono arrivati i booktrailer , e non i videopromo dei libri o le videoanteprime (perché trailer si è ben radicato). Le librerie diventano bookshop e bookstore, visto che botteghe, negozi e punti vendita stanno diventando shop o store (beauty shop, coffe shop, duty shop, e-shop, sexy shop, temporary shop… oppure e-store, megastore, temporary store, concept store… senza dimenticare gli show room).
E ancora, i libri tascabili sono pocket book, un’opera  di consultazione, enciclopedica è un reference book,  un libro sensoriale è un sensory book, un libro animato un flip-book, un libro a caldo è un instant book, un libro contabile aperto un open book, un opuscolo con la presentazione di un film è un pressbook

Si può continuare in questo elenco, ma a questo punto chi non è cieco ha capito perfettamente che cos’è oggi l’interferenze dell’inglese. È un dilagare incontrollato di radici infestanti che si ricombinano tra loro in una rete che si espande e che ha una portata devastante e soffoca la nostra lingua. Cercare di interpretare ciò che accade liquidando tutto con le categorie dei “prestiti” – cioè episodi isolati, singole parole etichettate in modo assurdo come di “lusso” o di “necessità” –  è ridicolo, miope, anacronistico e non permette di comprendere la portata del fenomeno: la rinuncia all’italiano, il trapianto linguistico non solo di singole parole, ma di espressioni e di una rete di fitte interconnessioni dove tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese. Queste espressioni sono così tante che non è più possibile contarle. E in questa rete l’inglese occupa il vertice della gerarchia. Negare l’anglicizzazione non è solamente stupido e falso. È un atteggiamento irresponsabile e criminale.

Voglio citare un titolo di giornale che trovo esemplare per comprendere la nostra follia:

Allontanare ansia e stress con la creatività, i Color Therapy Book

Oggi vi parliamo di una tendenza nata in Francia e che in pochissimo tempo ha conquistato l’Europa intera, i Color Therapy Book… (Triesteprima.it, 4/11/2019)”.

Naturalmente in Francia questi libri non si chiamano così, perché i nostri vicini sono afflitti da una strana malattia che li porta a esprimere nella propria lingua ciò che inventano, e hanno semmai ideato la couleur thérapie, o la livre art thèrapie. Ma noi ribattezziamo in inglese persino una moda nata in Francia in lingua francese che si esprime con titoli come Livre mandalas coloriage creatif (édition Bravo) o Livres colorier mandala – Couleur thérapie Pages relaxation rtress gratuit pour adultes

La gerarchia degli anglicismi negli eventi editoriali

Francia 2019. Al salone del libro di Parigi un centinaio di scrittori e di intellettuali si sono ribellati contro la nomenclatura in inglese nell’editoria attraverso un appello per bandire categorie e parole anglicizzate come bookroom, photoboothm, live, brainsto, young adult, photobooth… (“Niente ‘bookroom’ o ‘live’ al Salon du Livre di Parigi: cento scrittori e artisti francesi contro l’invasione dell’ingleseIl Messaggero, 5/2/2019).

E in Italia cosa accade? Che le librerie diventano bookshop, con l’inglese gridato nelle insegne, il vertice della gerarchia delle parole. La libreria Mondadori è diventata Mondadori Bookstore, ed è nata la Feltrinelli Red, dove il colore “rosso” nasconde l’acronimo Read, Eat, Dream (ed ecco che spuntano anche i primi verbi in inglese, che fino a pochi anni fa non si erano mai visti), mentre tra best seller e long seller, thriller e modern fiction, home video e game… le categorie editoriali sono sempre più inglesi, comprese le graphic novel, nonostante l’origine italiana di novella mutuata dal Boccaccio (in francese roman graphique e in spagnolo novelas graficas). Ma, soprattutto, ogni fiera del libro o manifestazione di libri, da Bookcity di Milano  al Catania Book Days si esprime in inglese.

libreria feltrinelli red e mondadori bookshop

Una rassegna stampa degli eventi editoriali (limitata ai soli mesi di ottobre e novembre 2019!) porta risultati sconcertanti.

A Padova si è svolto “One book one city: aperitivo col vecchio che leggeva romanzi…” (PadovaOggi, 16/10/2019); anche qui, come a Milano, oltre a book al posto di libro, si parla di city, invece che di città.

A Genova c’è il Book Pride, nel 2019 giunto alla terza edizione che si appoggia all’introduzione della fortunata locuzione gay pride e dei suoi derivati (es. “A Milano uno School Pride a sostegno della Scuola Pubblica” = manifestazione di protesta; “Smog a Torino. Bike Pride” = corteo, sfilata di protesta in bicicletta…). E restando in Liguria si segnalano eventi più periferici come il Market book di Bordighera: “Il mercato coperto di Bordighera location dell’evento Market book”. Anche qui il libro è book, il luogo è location e il mercato diventa market, nell’era del marketing e dei suoi derivati (direct marketing, guerrilla marketing, marketing mix e marketing oriented, multilevel marketing, viral marketing…).

Nella ridente cittadina di Bardonecchia (ma c’è poco da ridere) si è da poco svolto un evento di “Sei incontri con sei autori per il Mountain book” (TorinOggi.it, 16/10/2019), dove la montagna è mountain nel gioco di parole con mountain bike (che si collega al bike sharing, city bike, bike friendly…). Sempre in Piemonte segnalo “Cook the Book a Carignano con quattro autori”  (Ieri Oggi Domani Cronache, Comunicati Stampa, 4/11/2019), dove cook – ecco di nuovo un verbo – ben si sposa con la proliferazione del food, che si trova nel programma “Food & Book”, di Montecatini Terme, “il festival del libro e della cultura gastronomica” (La Nazione, 9/10/2019).

Per rimanere in Toscana vale la pena di citare anche il progetto “OFF Book” del Dipartimento di Scienze politiche e internazionali dell’Università di Siena (“OFF Book: agli Industri performance finale del progetto…”, Grosseto Notizie, 16/10/2019) con una “Performance finale progetto OFF Book” (Maremmanews, 16/10/2019). E poi “Il Pisa Book Festival diventa ‘eco-friendly’” (LetteratitudineNews, 4/11/2019) dove “eco-friendly”, più lungo di ecologico che suona molto più antico, irrompe insieme a book, mentre il fèstival pronunciato all’inglese ha preso il posto della più antica pronuncia alla francese, festivàl. E ancora: “Lo staff di Lucca Comics ha diffuso il Program Book di Lucca Comics & Games 2019” (AFNews Comunicati Stampa, 23/10/2019). E poi si è svolta la IV edizione del “Libra Casentino Book Festival, che celebra la montagna nel parco nazionale delle Foreste casentinesi (ArezzoWeb, 10/10/2019).

In Emilia “Torna Book & Wellness” (Renonews Comunicati Stampa, 13/10/2019) alle Terme di Porretta.

Dal centro scendiamo verso sud, isole comprese. In Sardegna a “Pirri arriva il book-nic: sul prato con libro, cestino e plaid” (Casteddu on Line, 14/10/2019). “Al MAV Museo Archeologico Virtuale di Ercolano arriva il Book Party più Mostruoso dell’anno. Venerdì 1 novembre” cioè l’Halloween Book Party (NapoliToday, 18/10/2019).
In Sicilia, a Pachino, “Bilancio positivo per la prima edizione del Marzamemi book fest, un festival dedicato ai libri e alla cultura” (Pachino News, 22/10/2019), mentre a Catania ci sono stati i “Catania Book Days, evento che preannuncia il Catania Book Festival (in programma dal 7 al 9 maggio 2020)” (CataniaNews.it, 23/10/2019) dove le giornate sono ormai day sulla scia delle espressioni click day, D-day, day after, day by day, day hospital, election day, familiy day, memorial day, open day

Oltre a questi eventi locali, “Arriva la settima edizione del Social Book Day” (Libreriamo, 14/10/2019), “la giornata mondiale dedicata ai libri sui social…” (RTL 102, 5-15 ott 2019).
Nelle notizie recenti delle testate dai nomi sempre più inglesi, book rimbalza in molti altri contesti: ci sono i book blogger (bloggatori non è una parola che si è diffusa, visto che apparirebbe italiana) come Giulia Ciarapica “una delle più influenti book blogger d’Italia; e ha appena dato alle stampe…” (“Giulia Ciarapica, la grande book blogger si racconta tra lavoro e…”, L’Ordinario Comunicati Stampa, 26/10/2019). Sul Corriere si può leggere di “Francesca, Elena e Ilenia, le «book influencer» star di Instagram. Oggi, a determinare il successo di un lavoro editoriale, e a mandare i romanzi in sold out, ci sono le «book influencer»: bastano trenta secondi di…” (Corriere della Sera, 29/10/2019), perché non c’è solo influencer al posto di influenti, la parola si contamina con le altre: book influencer, food influencer, blog influencer… in un sottofondo brulicante di altri anglicismi come social, news, star, sold out, performance… ma un italian influencer che possa essere una guida influente per cercare di parlare in italiano esisterà ancora?

Forse no, visto che un libro fotografico di animali, “da un elefante partecipe dei sentimenti del suo padrone a un cane trasportato tra le macerie di Kabul sul retro di una bicicletta”, diventa “Gli Animals di Steve McCurry in un photo book per Taschen” (Amica, 25/10/2019).

Ormai una “fiera del libro” è forse solo una donna orgogliosa della propria lettura, altrimenti dobbiamo usare l’inglese, perché siamo evidentemente celibrolesi! Crediamo che book sia più moderno, ma è solo un alibri, dove la prima “a” si può leggere come alfa privativo, cioè “senza libri” e pieni di book. Non c’è più libridine nel parlar la nostra lingua, non c’è alcun equilibro tra libro e book, le due parole non sono sullo stesso piano, non sono dello stesso calibro, hanno un diverso rango, una diversa gerarchia. Book è nobile e diventa titolo, categoria. Libro è il suo valvassino. Inglese e italiano si fondono in un librido, l’itanglese, libero da “libro”.

I giochi di parole si fanno sull’inglese (Mountain Book, book-nic, Cook the Book…), eppure si potrebbero fare anche con la lingua italiana, chissà mai che i copy, i creativi che per fare il loro lavoro espresso in inglese puntano alla lingua di gerarchia superiore, non copino anche questa possibilità. Altrimenti gli ex libris diventeranno presto ex books, o forse cambieranno di significato: gli ex libri ora book che è più cool. Della “morte del libro” si parlava già molti anni fa, spesso a sproposito. Oggi forse ha una valenza linguistica più che concettuale. Book è cool. Ogni doppio senso che si può ricavare dall’accostamento delle parole è puramente voluto.

18 pensieri su “Bookcity e la “gerarchia” degli anglicismi

  1. Per non parlare delle infinite etichette dei generi letterari contenuti dai libri, raramente espresse in italiano. Strano che nomi di inizio Novecento come “giallo” e “nero” abbiano resistito, il resto è tutto inglese, da detection a procedural, da romance a sandalpunk! Che fine faranno quei giochi di parole fra “libri” e “liberi”?

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    • Qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure… A Roma c’è “Più libri più liberi”; la storica Fiera del libro di Torino resiste, e il fallito tentativo di trapiantrla a Milano si chiamava “Tempo di libri”… ma in generale la tendenza è di passare all’inglese per evocare tutto ciò che è nuovo, compresi i generi letterari che citi.

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      • Spero che resista ancora anche la trasmissione “Per un pugno di libri” (la televisione italiana non la guardo quasi mai)…
        Come fiera del libro io rilancio piuttosto con Buchmesse 😉 (con i prestiti dal tedesco non si rischia nulla! Se non che quelli arrivati in inglese vengano pronunciati anche come inglesi, tipo Wanderlust o Kindergarten).
        PS. Celibrolesi: cerebrolesi intendevi, vero?

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    • Sandalpunk mi mancava proprio.
      Osservo che in molti casi, compresa la qui citata “Week Design”, l’inversione di soggetto e complemento tipica dell’inglese viene ignorata, col risultato di produrre volantini e cartellonistica in una lingua estera, per di più sbagliando e suggerendo ad eventuali turisti concetti strampalati.

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      • In tv su un nuovo “game show” (così definito) sul canale 9 si sente spesso “delivery food” invece di “food delivery”. Anche l’uso del “no” e del “non” anteposti, portano strani miscugli. Corrado Augias ha notato che spesso regna una confusione totale: “Non stop significa che non si ferma mai mentre no stop significa che non ci si può fermare. Ho visto uno sportello bancario col cartello no stop. Per un inglese era una specie di divieto di sosta e non, come nell’intenzione della banca, una indicazione di sportello sempre aperto”. Corrado Augias, “Quel goffo cosmopolitismo linguistico”, La Repubblica, 24 ottobre 2013.

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  2. Un altro grande articolo ma anche un quadro assai deprimente da mandar giù tutto d’un fiato. Così come per over e under. Incredibile che in italiano, partendo da “Nazionale under 21” adesso per indicare le età siano tutti under o tutti over. Quasi più si sente dire sotto i 40 o oltre i 50 o gli ultra 55enni, ma gli over e gli under… una violta avevamo iper e ipo, ultra infra sub- sovra ecc.

    Penso che fra 20 o 30 anni, quando l’italiano sarà quasi indistinguibile dall’inglese, si riscoprirà il fascino degli italianismi anche se l’italiano come lingua sarà comunque ad un passo dall’estinzione. Nel frattempo mi consolo (parzialmente) conversando amabilmente in rete con un mio amico, con il quale ci esprimiamo sempre con l’italiano aulico del 700 e del primo Ottocento, quello di Foscolo. di Leopardi e delle opere liriche degli stessi secoli.

    Ahi, quant’era bello: d’in su i veroni del paterno ostello…!

    Giacomo (non Leopardi)

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  3. L’articolo pone molto bene due questioni fondamentali. La prima è la dialettizzazione ormai avanzata dell’italiano: quando si vuol parlare «ufficialmente» si usa sempre l’inglese, come dimostrano i nomi degli eventi citati. La seconda è l’impossibilità, per chiunque non voglia apparire in cattiva fede, di negare la vera natura delle parole inglesi che, lungi dall’essere prestiti occasionali e inerti, diventano batteri che si riproducono e proliferano nel corpo vivo dell’italiano, mettendo a rischio il funzionamento di organi vitali.

    Vorrei porre l’accento anche sui motti aziendali: le formule pubblicitarie sono sempre più in inglese. Una volta i motti anche di aziende straniere si traducevano, allo stesso modo dei titoli delle pellicole cinematografiche.

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    • Sono perfettamente d’accordo con te Bardamu. Il linguista tedesco Jürgen Trabant parla addirittura di “diglossia moderna neomedievale” per indicare questo uso dell’inglese per elevarsi sociolinguisticamente che rende la lingua nazionale una sorta di dialetto inferiore e crea fratture linguistiche nelle società. Questo, a livello internazionale, fa parte di una strategia di espsansione dell’inglese dove le lingue locali sono viste come un ostacolo verso il biliguismo mondiale basato sull’angloamericano. E’ una strategia che si persegue nell’espansione delle multinazionali che impongono la propria nomenclatura nei Paesi dove si stanziano, nelle pubblicità che ormai concepiscono la loro comunicazioni in inglese e così la esportano… Anche i titoli dei film seguono questa linea, e per esempio grazie ai titoli non tradotti sono entrate in italiano innumerevoli espressioni come day after, highlander che ha originato una nuova accezione della parola (da scozzese a immortale), top gun, gremlin… (ne ho parlato qui: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2018/09/02/cinema-e-anglicizzazione/)
      Il problema italiano è che davanti a questo scenario la pressione esterna dell’inglese globale è agevolata dall’interno: mentre in Francia e Spagna ci sono argini, noi passiamo all’inglese di nostra sponte, come Alberto Sordi in Un americano a Roma, con anglicismi di coniazione maccheronica come navigator, jobs act… con le manifestazioni sui libri che si esprimonocon Book, con le professioni espresse in inglese, sul mondo del lavoro e anche nella scuola, che prepara a questo tipo di linguaggio. E la comunicazione mediatica, che storicamente ha unificato la nostra lingua, oggi la distrugge attraverso i titoloni in itanglese. Lo stesso accade in molte pubblicità locali, nella moda un tempo appannaggio del francese, nel mondo della cultura…
      Questa è la realtà. Spiegarla con la categoria del prestito… la dice lunga sulla capacità di comprensione di chi ha queso approccio. I prestiti vanno bene per spiegare l’apparire di un centinaio di parole isolate dal giapponese, non colgono la portata dello “tsunami anglicus” (come ha ammesso alla fine Tullio De Mauro) che ci travolge, e che qualcuno ancora nega con argomenti ridicoli.

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  4. Che tristezza!! Non posso che darti ragione. Meno male che la fiera del libro di Torino si chiama ancora “Salone internazionale del libro”, così come la fiera di Roma e questo è una buona notizia. Ma il fatto che a Milano o in altre città di rilievo le fiere del libro ricorrano così tanto ai titoli inglesizzati e totalmente inaccettabile!

    A proposito Zoppetti, hai mai pensato di fare una conferenza in una di queste fiere per cominciare a discutere seriamente sullo stato di salute della nostra lingua? Non sarebbe male. 😉

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  5. A proposito di interventi, la mia associazione di categoria BDÜ mi ha appena comunicato che parteciperai come relatore al seminario “Chi non si forma è perduto”, il 21 marzo a Monaco. Mi sono già iscritta!
    Il tuo intervento è quindi molto prezioso e arriva al momento giusto: chi, come me, lavora con le lingue e vive all’estero, avrà l’opportunità informarsi sullo stato di salute dell’italiano contemporaneo e in particolare sul problema degli anglicismi infestanti. Non di rado mi capita di leggere traduzioni in italiano infarcite di anglicismi, perché “è così che si dice adesso”. E poi, sarà un’occasione per conoscersi finalmente di persona!

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