Linguaggio inclusivo: aggiornamenti

Casualmente o no, dopo la serie di articoli sul linguaggio inclusivo che ho iniziato il 6 luglio, la questione è arrivata anche sulla stampa.

Riassumendo le puntate precedenti, nella prima parte delle mie riflessioni avevo mostrato come il dibattito sul linguaggio inclusivo avesse in comune molte cose con il politicamente corretto, a sua volta portatore di una “correttezza” figlia dei valori della cultura angloamericana, più che universale.

Nella seconda parte ho analizzato l’attacco contro il maschile generico, interpretato – fuori dalla grammatica e per motivazioni ideologiche – come discriminatorio e sessista. In nome di queste posizioni, da decenni è in atto un dibattito sulla femminilizzazione delle cariche che da una parte è sacrosanto, e tiene conto del fatto che le donne, seppure lontane dall’aver raggiunto la parità e l’emancipazione che spetterebbe loro, ricoprono ruoli un tempo prevalentemente maschili su cui è giusto riflettere di volta in volta come adattare. Ma dall’altra parte il tema è strumentalizzato da chi, senza tenere conto proprio del parere delle dirette interessate, vorrebbe femminilizzare ed “educare” anche le categorie che preferiscono mantenere il maschile generico, per esempio gli avvocati, notai o architetti, che non si definiscono avvocate, notaie o architette, contrariamente a quanto predicato nelle varie linee guida che sono state prodotte.

In questo dibattito, di recente le prescrizioni del “linguaggio inclusivo” cercano di imporre formule espressive che prevedono l’oscuramento del genere (es. le forme impersonali) e la ripetizione sistematica di femminile e maschile (signore e signori), partendo dal presupposto opinabile – e opinato da molte stesse donne – che il maschile generico sarebbe sessista e discriminatorio. Questa operazione volta a convincere e a cambiare l’uso storico dell’italiano, inoltre, non tiene conto né dello stile forzato e poco naturale che spesso ne deriva, né dell’economia della lingua così tanto esaltata quando si tratta di giustificare il ricorso degli anglicismi a discapito delle parole italiane.
Linee guida di questo tipo sono state avvalorate anche dalla Crusca, ma nella terza parte del mio argomentare ho passato in rassegna le proposte di intervento sull’uso ancora più spinte. L’introduzione dello scevà per indicare i nomi generici (avvocatǝ e plurale avvcatз) è una nuova “riforma ortografica” che si affianca a quelle – formulate da tempo, ma sostanzialmente ignorate – dell’uso dell’asterisco o della vocale generica “u” (avvocat* e avvocatu).
Questo tentativo di cambiare le regole e l’uso storico dell’italiano non avviene affatto dal basso come una risposta delle esigenze degli italiani, è invece un’operazione politica condotta da un’oligarchia di intellettuali che vogliono trapiantare la logica dell’inclusività di matrice angloamericana.
Ho anche evidenziato come proprio chi si schiera in favore del cambiamento dell’uso nel caso di femminilizzazione e linguaggio inclusivo utilizza spesso un linguaggio infarcito di anglicismi. Insomma, nel primo caso è pronto a educare tutti e a intervenire sull’uso per cambiarlo, mentre nel secondo caso si appella al fatto che gli anglicismi sono entrati nell’uso per giustificarli, invece che per condannarli e promuovere le alternative italiane. Il risultato di questi due pesi e due misure converge in una sola direzione: l’americanizzazione della nostra cultura e della nostra lingua. Questo è il nuovo totem culturale di un Paese che assomiglia sempre più a una colonia, e non aderire a questo pensiero unico globale è il nuovo tabù: non essere d’accordo con la religione inclusiva “progressista” diventa essere sessisti, promuovere le parole italiane al posto degli anglicismi significa essere retrogradi, non internazionali, e persino fascisti.

Strano, notavo, che chi bolla come “fascista” la promozione dell’italiano contro l’abuso nell’inglese non si scagli con uguale veemenza contro chi propugna lo scevà… Per fortuna qualcuno lo ha finalmente capito.

Il 25 luglio, Mattia Feltri ha pubblicato su la Stampa l’articolo “Allarmi siam fascistə” che provocatoriamente attaccava le proposte dell’introduzione dello scevà attribuite, a torto, a un’imprecisata accademica della Crusca.

L’Accademia è perciò intervenuta con una lettera al giornale che ha smentito una posizione in favore di questo tipo di linguaggio inclusivo e si è schierata semmai in senso opposto, come le accademie di Francia e Spagna e in linea con le critiche di Mattia Feltri.

L’innominata non-accademica a cui si fa riferimento è Vera Gheno, che un tempo collaborava con la Crusca (senza essere accademica) gestendone il profilo Twitter. Le sue posizioni in favore dello scevà si trovano in Femminili singolari (Effequ, 2019) e si possono leggere in una sua risposta all’articolo di Mattia Feltri in cui sostiene che si tratterebbe “di un’istanza proveniente ‘dal basso’ (…) figlia, forse, di una rinnovata sensibilità sociale e culturale.”
Le sue posizioni sul fatto che invece gli anglicismi non sarebbero un problema per la lingua italiana – anche loro figli di una nuova sensibilità culturale, evidentemente – sono note (ne avevo accennato qui).

Comunque la pensiate, la Stampa ne ha parlato, la Crusca ha finalmente preso una posizione sulla vicenda, Loredana Lipperini si è schierata in difesa di Vera Gheno, un articolo di Alessandra Vescio su Valigiablu riassume la vicenda, e la notizia è stata ripresa su vai siti, tra cui the Submarine.

Sarà una meteora estiva o il dibattito, oltre che nei Paesi anglofoni, sta cominciando a prendere piede anche in Italia come in Brasile e in Argentina?

Nel frattempo, come ho già detto, il linguaggio inclusivo divide, più che includere, e quando “include” sembra inglobare nel pensiero unico che arriva d’oltreoceano.

6 pensieri su “Linguaggio inclusivo: aggiornamenti

    • Ho scelto di non presidiare Twitter per mancanza di tempo, oltre al fatto che non amo questa piattaforma. Sono concentrato su questo sito, sul dizionario AAA e sulla petizione a Mattarella, e sono già al limite delle mie capacità di seguire questi progetti. Sono fuori anche da Fb e da YouYube, consapevole che siano canali che offrono grandi potenialità, ma devo fare i conti con i miei limiti. Grazie del consiglio, comunque 🙂

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      • Zoppaz, mi spiace che non hai tempo per sfruttare quelle opportunità, anche perché così potrai entrare in diretto contatto con le altre iniziative disponibili in difesa dell’italiano.

        L’altra volta hai pure raccontato di aver provato tempo fa a contattare Elio, Nanni Moretti e Riccardo Muti per organizzare una prima iniziativa per la sensibilità linguistica ma non ti avevamo risposto all’epoca (chissà come mai) . Io ti consiglierei lo stesso di contattare di nuovo queste celebrità, magari per far conoscere la nostra petizione in corso.

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