Itanglese, scevà, conflitti generazionali e il vuoto del pensiero colonizzato

La settimana scorsa, su Domani, è uscito un pezzo di Andrea Donaera ricco di confusioni concettuali, il cui livello ricorda quello di un tronista più che di un giornalista o di uno scrittore.

Il titolo è “Boomer, fatevene una ragione: la lingua continua a cambiare”. L’occhiello è “Scontro generazionale”, che secondo l’autore sarebbe alla base di una nuova definizione dell’italiano standard dove i “vecchi” che detengono il potere difenderebbero – attraverso le crociate” sui “social” – la purezza della lingua, in antitesi ai “giovani” che la vorrebbero rinnovare. Nel pacchetto del rinnovamento ci sono gli anglicismi e la lingua inclusiva, che si avvale dello scevà (ə) per superare l’arretratezza dei maschili generici, per cui scrivere imbecillə arriva a tutti, uomini e donne, senza discriminazioni (anche se rimane il problema della pronuncia, passando dalla scrittura al parlato).

Anglicismi e purezza della lingua

Donaera si scaglia con un certo livore contro i “boomer”, in nome delle lingue che cambiano e dell’assurdità della purezza della lingua. È rimasto fermo forse all’Ottocento, al purismo, alla guerra ai barbarismi… pare non avere la percezione di come la lingua stia cambiando, pare non rendersi conto che quando si importa tutto esclusivamente da una sola lingua dominante – come in preda a una nevrosi compulsiva – il cambiamento dell’italiano si trasforma in creolizzazione lessicale. Il concetto di “ecologia linguistica” non lo sfiora, così come pare ignorare che il dibattito è internazionale, non solo italiano, perché gli anglicismi che penetrano ovunque – quello che Tullio De Mauro ha definito lo tsunami anglicus – hanno a che fare con rapporti di potere mondiali e con la globalizzazione, anche se in Italia il fenomeno è ben più preoccupante che altrove.
Per Donaera sembra tutto riconducibile a uno scontro generazionale, non riesce a cogliere le dinamiche di un conflitto connesso con l’imposizione del pensiero unico globalizzato di matrice angloamericana, che è prima di tutto culturale e poi linguistico. Il problema viene ribaltato. Sulle piattaforme sociali ci sarebbe un pullulare di “meme boomeristici” che predicherebbero prescrizioni del tipo “non si dice coffee-break ma pausa caffè” e che farebbero una “crociata” contro i giovani e quelli come lui (che non è poi così giovane anche se i suoi “ragionamenti” sembrano piuttosto adolescenziali) di parlare “come cazzo gli pare”. Vede un odio generazionale dei boomer che gli impedirebbero di essere moderno, in una prospettiva rovesciata dove non si accorge dell’odio che trasuda dalle sue parole, e dove sembra che siano i difensori dell’italiano a costituire il sistema dominante, e non viceversa. Infastidito da chi preferisce dire pausa caffè invece di coffe-break, rivolta la frittata e i rapporti di potere, confonde gli oppressi con gli oppressori: sono le parole italiane a regredire e decadere davanti all’inglese, non il contrario, se non se ne fosse accorto. C’è una bella differenza tra idolatrare la purezza della lingua e passare all’inglese invece di farla evolvere. Il purismo era contrario ai neologismi almeno quanto i barbarismi, la lingua newstandard di Donaera sa solo ripetere a pappagallo le parole della lingua-cultura superiore che idolatra, e al purismo contrappone l’anglopurismo: basta dirlo in inglese o in pseudoinglese per essere moderni.

I paraocchi del conflitto generazionale

Magari il fenomeno degli anglicismi fosse inquadrabile in un conflitto generazionale o appartenesse al gergo giovanile! I gerghi dei giovani procedono in modo discontinuo per cui la generazione successiva non ripete le parole di quella precedente, ma ne introduce di nuove. Inoltre, quando si raggiunge l’età adulta questo linguaggio viene abbandonato, non si conserva nel tempo all’interno del gruppo (una volta cresciuti, i paninari non chiamano “sfitinzia” la propria moglie). E soprattutto appartengono al parlato, non alla scrittura. Mi domando se Donaera, e quelli come lui, sappiano che l’italiano è una lingua letteraria, sopravvissuta per secoli solo nei libri, mentre nella vita reale ognuno parlava come cazzo gli pareva, o nel solo modo con cui lo sapeva fare, e cioè in dialetto. Solo nel Novecento si è affermato un italiano comune parlato in un avvicinamento tra oralità e scrittura che nell’era di Internet si intreccia sempre più. Ma l’italiano neostandard individuato negli anni Ottanta da un linguista come Gaetano Berruto, che era perlopiù parlato, oggi si è involuto in un italiano newstandard che è contemporaneamente scritto in Rete, dove la percentuale di anglicismi è tale da uscire da ogni esempio storico di interferenza linguistica e da non riguardare più il purismo, ma la creolizzazione. Donaera non si è accorto che non sono i giovani a dire “al top”, è il boomer Briatore. A parlare – assurdamente – di “green pass” invece che di passaporto vaccinale sono i giornalisti con i capelli grigi e le giornaliste dalle labbra rifatte la cui gioventù è ricostruita artificialmente.

Ripenso alle parole di Gramsci che aveva capito qualcosa dallo spessore ben diverso da chi oggi si proclama sociolinguista. Ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3). Oggi tutto ciò è vero più che mai, e questo riassestamento non riguarda lo scontro giovani-boomer, ma una classe dirigente americanizzata in modo servile a partire dalla sinistra, che un tempo aveva un atteggiamento critico – critico, si badi bene, non antiamericano – e oggi è zerbinata e colonizzata. Il linguaggio fatto di anglicismi è solo la spia di questo mutamento che crea fratture sociali.

Ripenso alle parole di un intellettuale come Michel Serres che accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.” (Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri 2018).

Ripenso a Pasolini che negli anni Sessanta aveva compreso e denunciato la fine dell’italiano letterario individuando i nuovi “centri di irradiazione” della lingua, quelli tecnologici del Nord (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) che sono gli stessi che oggi parlano e diffondono l’inglese e l’itanglese, insieme ai mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi lo stanno trasformando in una lingua creola.

Poi rileggo le analisi di Donaera sui boomer e mi viene da piangere.

Fateci parlare come cazzo ci pare”

L’incapacità di mettere insieme delle argomentazioni, la superficialità delle analisi, la manipolazione dei fatti dovuta, forse, al non essere in grado di comprenderli più che alla volontà di alterarli, raggiunge l’apice nella chiusa dell’articolo: “Fateci parlare come cazzo ci pare”.

Sullo stesso giornale, Domani, forse per rimediare allo scivolone e alla caduta di stile, è intervenuto qualche giorno dopo Walter Siti (“Attenti alla libertà linguistica che diventa sciatteria e censura”) a ricordare che questo tipo di “libertà rischia di trasformarsi in sciatteria, o addirittura in censura”. La libertà di scrivere “ha” senz’acca o di abolire i congiuntivi? La lingua è un fenomeno collettivo che ha le sue regole, ricorda Siti.

Purtroppo Donaera, oltre a parlare, scrive come cazzo vuole e non sembra conscio della differenza tra oralità e scrittura. Forse non sa che il linguaggio giovanile, e gli scontri generazionali che riguardano il modo di parlare sono ricorrenti, oltre che passeggeri. Negli anni Sessanta l’appellativo per bollare i vecchi era “matusa” (parola italiana espressione di un conflitto generazionale), oggi “boomer” è figlio di un lavaggio del cervello globalizzato che scandisce le generazioni secondo la cultura dominante d’oltreoceano (dai Millenial[s] alle X, Y, Z generation), in un Paese che è ormai diventato culturalmente una colonia, incapace di creare e utilizzare le proprie categorie di pensiero e linguistiche. I crociati non sono coloro che difendono l’italianità, sono coloro che vogliono imporre la lingua-pensiero degli Usa a tutto il mondo. Chi difende la lingua italiana, caso mai, tenta di fare la resistenza. Faccio fatica a vedere la “libertà” nell’abbandonare l’italiano per riempirsi la bocca di parole che arrivano dalla lingua dominante.

Sarebbe facile bollare Donaera come figlio di una generazione colonizzata, come un nativo halloweeniano che pensa che quello che sin da bambino ha visto in tv e oggi in Rete appartenga alla nostra storia e società e non all’esportazione dei modelli delle multinazionali che lo hanno plasmato a loro uso e consumo, dal popcorn che gli fanno mangiare al cinema al linguaggio delle interfacce della Rete che gli fanno parlare. In realtà non è così, non si può generalizzare a questo modo e prendersela con le generazioni. Meglio prendersela con la stupidità trasversale a ogni fascia di età.

La bufala del linguaggio non discriminante

A voler purificare ed emendare la lingua italiana non sono i pochi che la vorrebbero parlare e tenere viva, una minoranza schiacciata dal linguaggio mediatico, pubblicitario, lavorativo, politico… Sono quelli come lui, quando scrivono che “l’italiano, così com’è, è una lingua spesso insufficiente – con i suoi maschili sovraestesi”.

Donaera scrive che difendere l’italiano è una concezione ideologizzata che risale al Novecento, e contrappone una nuova concezione della lingua basata sull’identità di ogni genere di umanità e cultura. A questo punto le cose si fanno addirittura imbarazzanti. Il plurilinguismo, le diverse culture spazzate via dal pensiero unico vengono spacciate come universali, con la stessa logica con cui si spaccia per plurilinguismo l’imposizione in tutto il mondo del globalese e dell’inglese internazionale (che è tutto il contrario), e con la stessa logica del fondamentalismo di chi proclama che “i valori americani sono universali” (Condoleezza Rice) e che la loro civiltà è la più giusta di tutte. Il linguaggio “non discriminante” è teorizzato da un nuovo imperialismo culturale e linguistico che si ritiene superiore alle altre lingue e culture.

Donaera non si rende conto che la sua difesa dello scevà è altrettanto ideologizzata, non è affatto una scelta neutra, è figlia di un’ideologia che viene dagli Stati Uniti (e infatti la sua pronuncia, fuori dalla scrittura, è l’ennesimo suono angloamericano che non esiste nella lingua del Paese dove il sì suona) e che si sta diffondendo acriticamente. È un’ideologia che presuppone che il maschile generico sia discriminante, che è un giudizio, non un fatto. Personalmente non mi sento discriminato dal femminile inclusivo se, per alcuni, posso essere una guida o un’autorità, un’eccellenza, oppure semplicemente una spalla, una vittima, una spia. A volte posso essere una iena, una tigre… e quando sono una persona, la mia mascolinità non ne risente. Persino il cazzo può diventare la nerchia, la minchia o la verga, senza intaccare le strutture fallocratiche della nostra società maschilista. Siamo seri. Chiamiamo le cose con il loro nome: la polemica contro il maschile inclusivo è un’ideologia che viene d’oltreoceano e che non rientra nel politicamente corretto, ma nel politicamente statunitense, dove l’attenzione nel non discriminare non ha la portata universale che le si attribuisce. Non c’è alcuna attenzione davanti al fatto che definire gli statunitensi “americani” (visto che loro si chiamano così) è estremamente irritante per un canadese o un messicano, perché l’America è un continente, e far coincidere gli americani con l’intero continente è irrispettoso (“il condomino che si dichiara padrone di tutto il palazzo”) e soprattutto discriminatorio nei confronti delle tante etnicità esistenti. Ma chi se ne frega… La “scoperta dell’America”, del resto, presuppone che prima non esistesse nemmeno (eppure lo sterminio degli americani veri è stato numericamente più consistente di quello dell’olocausto).

È la stessa logica con cui i Paesi poveri sono chiamati ipocritamente “Paesi in via di sviluppo”. Quale sviluppo? Quello del capitalismo globalizzato e della civiltà dei consumi dove li si vuole condurre, ovviamente. È curioso che la sensibilità per l’identità di genere o sulla presunta non discriminazione delle donne espressa dallo scevà e predicata da Donaera non corrisponda a un’analoga sensibilità per una generazione definita spregiativamente boomer. Di questo politicamente corretto da coloni se ne può fare a meno.

Dietro la retorica dello scevà e del rinnovamento dell’italiano attraverso la sua sostituzione con l’inglese c’è un’ideologia ben precisa, quella del pensiero dominante. Il parlo come cazzo voglio presto si trasformerà in “se non parli come me” sei sessista. Lo abbiamo già visto per parole come negro, che per l’interferenza del pensiero unico sono diventate discriminanti quando non lo erano mai state, da noi. La giustificazione del parlo come voglio della fase incipiente dei purificatori della lingua, nella seconda fase diventerà obbligare tutti a parlare – e pensare – con la lingua dei padroni.

Scontro generazionale? No. Lo scontro è ben più titanico.

Dietro la libertà di Donaera c’è la dittatura del pensiero unico e degli anglocrociati alla conquista del mondo, anche linguisticamente. Le nuove generazioni sono in gran parte già state colonizzate, certo. Google, Facebook e affini stanno facendo il loro sporco lavoro, che comincia ad avere un nome – il capitalismo di sorveglianza che trasforma l’esperienza umana in merce da manipolare – e la nostra classe dirigente più che denunciarne il pericolo li aiuta remando nella stessa direzione.

La libertà sta nel non comprare i giornali che danno spazio a queste ideologie, e tantomeno i libri di chi si rivela un colonizzato e al tempo stesso un collaborazionista della distruzione della nostra lingua e cultura.

20 pensieri su “Itanglese, scevà, conflitti generazionali e il vuoto del pensiero colonizzato

  1. Ciao Antonio, purtroppo ho avuto il dispiacere di leggere questa sequela di banalità e non posso che essere d’accordo con te. Si fa il gioco a chi è più discriminato per poi discriminare una silenziosa maggioranza e tante ulteriori e più piccole minoranze, chiaramente con le chiacchiere di un linguaggio “inclusivo” che non include un beneamato piffero (e spacca il capello non in 4, ma in 1000). Anche perché l’articolista ha più di 30 anni e sembra con questo pezzo imprigionato in un’adolescenza perenne, fatta dei falsi miti che possono affascinare un ragazzino. Poi però bisogna crescere e rendersi conto che proprio lui (o forse dovrei dire “ləə”) è già vecchio per i quindicenni di oggi e che ci sarà sempre qualcuno più giovane di lui che lo tratterà come un rottame. Chiaramente l’idea che le generazioni si mettano l’una contro l’altra non mi piace affatto e la compagnia di persone più grandi o più piccole di me non la misuro dai dati anagrafici, ma dall’uso che si fa della materia grigia. Ho trovato purtroppo altri siti che seguono queste banalità e mi ha colpito il commento di una ragazza ipo-udente che segnalava le ulteriori difficoltà che proprio la ə avrebbe determinato nella sua comprensione delle parole. Si parla tanto di arginare le discriminazioni e poi in un secondo se ne creano tante altre. Che strisciante ipocrisia.

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    • Non c’è solo la banalità, c’è proprio la confusione tra quella che un tempo si chiamava lotta di classe, o i rapporti tra masse e intellettuali, con i conflitti generazionali, e poi c’è la manipolazione dei fatti, il rovesciamento delle prospettive, una narrazione che fa sembrare che siano gli anglomani, poverini, a essere discriminati. Un guazzabuglio di pochezza.

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      • Con tutte queste “attenzioni” per le minoranze, poi, si perdono di vista le attuali e maggioritarie ingiustizie sociali, quelle dei precari, di chi deve lavorare senza i sistemi di sicurezza e ci lascia le penne, anche di chi teme di perdere il posto se vuole andare a donare il sangue (sì, mi è stato raccontato anche questo)… Ma qui esuliamo dal tema della lingua.

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  2. Ciao Antonio!
    Grazie per il tuo intervento! Mi ha fatto davvero piacere leggerlo. È stato confortante per me.
    Un amico australiano di UIV mi aveva mandato l’articolo in questione proprio il giorno stesso della sua pubblicazione e il giorno dopo ho trasmesso una diretta su questo tema. Già alla lettura del titolo ho provato lo sconforto più totale e la lettura dell’articolo non ha migliorato la situazione. “Davvero il livello della discussione è così basso?”, mi sono chiesto? E il dramma è che la risposta che mi sono dato è stata affermativa: sì, è davvero così basso?
    Parlare di “boomer” è imbarazzante e patetico di per sé. Se l’etichetta – anzi, lo stigma – è applicato al tema degli anglicismi e alla lingua che cambia… Dio mio… è meglio piantarla lì.
    Non sapevo dell’articolo di Walter Siti. Anche per questo… GRAZIE!
    Ciao!
    Roberto

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    • Mi cercherò la tua diretta, grazie a te. Credo sia importante contrastare articoli del genere, che discriminano una generazione sostendo di non voler discriminare le minoranze, che acccuano chi difende la lingua di volerla emendare mentre sono loro a emendarla con le loro prescrizioni. Il livello è basso, certo, e bisogna denunciarlo.

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  3. Eccellente risposta: condivido tutto, fino all’ultimo punto immagine.

    È davvero inconcepibile come i paladini della giustizia sociale non si accorgano della profonda ingiustizia di una lingua (e conseguentemente una cultura) egemone e tirannica, che dietro la maschera della tolleranza e dell’inclusività cela la piú profonda intolleranza e la piú inflessibile esclusione.

    Mi pare che simili «tesi» sottintendano anche il desiderio d’affrancarsi da tutto ciò che possa esser visto come «tradizionale», adottando una visione acriticamente filoneistica per la quale qualunque cosa nuova è per ciò stesso migliore. Mi verrebbe da dire che si tratta di una moda, ma temo che, quando la moda sarà passata, rimarranno solo le macerie.

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    • Bisogna smontare gli pseudoragionamenti di chi contrabbanda l’ideologia dell’itanglese o dello scevà come qualcosa di universale e non ideologizzato, che presuppone con arroganza “i buoni siamo noi” e dobbiamo imporre a tutti la nostra visione. Il punto è che non si tratta di una moda, le mode sono passeggere, ma di un progetto che si chiama imperialismo culturale, la nuova faccia del colonialismo perseguito con altri mezzi rispetto a quelli dell’occupazione militare di un tempo, ma che porta agli stessi traguardi.

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  4. Caro Antonio, condivo totalmente il tuo scritto, a parte la difficoltà a trovare quello che fanno gli statunitensi per colonizzarci linguisticamente. Oltre alla solidità degli argomenti vi ho trovato la “aggressività” che auspicavo. Franco Balestrazzi

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    • Il progetto di portare tutti i paesi sulla via del bilinguismo a base inglese, dove gli angloamericani non si preoccupano al contrario di imparare alcuna lingua al di fuori dalla propria, non solo è manifesto, ma rappresenta un’enorme fetta di mercato (tra corsi, tempi, soggiorni all’estero) che è quasi incalcolabile, senza contare che la lingua è potere, e il vantaggio di imporre la propria lingua madre agli altri è spropositato. A ciò si può aggiungere la lingua delle multinazionali che si espandono con la loro terminologia dal diritto internazionale (leasing, franghising, copyright…) all’informatica. Dunque la colonizzazione è su due fronti, quella dell’imposizione della lingua internazionale e, sull’altra sponda, ci sono le ricadute terminlogiche dell’inglese che si riscontra in ogni idioma. Poi in Italia abbiamo adottato la strategia degli Etruschi; agevoliamo questa colonizzazione dall’interno, compiaciuti, fino a che non ne saremo assorbiti. Donaera ne è un esempio eclatante.

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  5. Siamo in totale sintonia, come sempre. Ci sarebbero un milione di cose da scrivere, ma commenti troppo lunghi non vanno bene, voglio quindi essere estremamente sintetico.
    – più che di conflitto generazionale bisognerebbe parlare di conflitto tra menti colonizzate e manipolate e persone lucide, libere e dignitose.
    – Gramsci si era scagliato contro gli indifferenti ma si era dimenticato dei servi che sono ancora peggio. I primi infatti hanno un ruolo passivo contro le ingiustizie mentre i secondi ne sono i realizzatori attivi per conto dei loro padroni.
    – gli statunitensi così sensibili alle discriminazioni tanto da preoccuparsi dei maschili inclusivi se ne fottono allegramente dei 50 milioni di poveri che hanno lì, tanto questi manipolati fin dalla nascita continuano a credere nel sogno americano e danno la colpa a se stessi per non essere stati capaci di fare fortuna. Il grande presidente Trump che qui da noi riceve proseliti tra i nemici della globalizzazione a 11 mesi dal suo insediamento portò a compimento la riforma fiscale nella quale abbassò tutte le aliquote eccetto quella fino a seimila dollari annui, guarda un po’ proprio quella nella quale rientrano i poveri di cui sopra
    – sempre in tema di discriminazione, hai notato che là sono adusi chiamare afroamericani i neri, indoamericani gli indiani, latinoamericani gli ispanici eccetera. Non c’è un prefisso per i bianchi come a far sembrare che gli unici amerikani puri siano loro, quando invece sono anch’essi degli immigrati come gli altri e dovrebbero essere chiamati euroamericani. Gli unici nativi veri erano i pellerossa, quelli che si sono premurati accuratamente di sterminare.
    – il professor Andrea Zock, che immagino conoscerai ha scritto questo articolo
    https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-andrea_zhok__la_sovranit_italiana_in_una_prospettiva_storica/39602_41705/
    che ti volevo segnalare. Parte da un’analisi generale ma vuole andare a parare sulle questioni culturali e linguistiche. Conclude con una nota di speranza, ma visto lo sfascio che ci circonda non so quanto abbia ragione.
    A questo Donaera voglio concedere il beneficio dell’inconsapevolezza che segna il suo debole pensiero come purtoppo a tanti altri suoi simili. Sono le micidiali tecniche della propaganda che l’occupante sa sfruttare con grande abilità trasformandole in mode, le quali poi sfuggono alla ragione e si radicano nell’incoscio determinando i comportamenti che possono arrivare persino all’autolesionismo come quello di smantellare ciò che di più intimamente ci contraddistingue: il nostro modo univoco di parlare.
    Cari saluti.

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    • Ottimo articolo quello di Zhok. Forse sono di parte, ma trovo che la profondità delle riflessioni sulla lingua dei filosofi – e in generale degli intellettuali, da Gramsci e Pasolini a Eco – non siano minimamente paragonabili a quelle dei linguisti, e più studio la linguistica e meno mi appassiona.

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      • Ebbene sì, caro Antonio, sei di parte :P. A ognuno il suo, non mettiamo sullo stesso piatto mele e pere; poi esistono linguisti cretini, come pure filosofi cretini (ebbene sì!).
        Ad ogni modo, per una conclusione conciliante: da ieri c’è una (piccola) biblioteca in più in possesso de “L’etichettario” 🙂

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        • Son fiero di essere partigiano, ma il punto non sta nei cretini e nemmeno nei mischioni di mele e pere. C’è una tendenza, che non condivido e contesto, per cui sarebbero i linguisti gli esperti abilitati a fare considerazioni generali sulla lingua italiana, e alcuni – piccati – credono che il patentino di linguista sia il solo o comunque il più blasonato per proferire simili giudizi. Una delle grandi differenze tra la Crusca e l’Accademia francese, per esempio, è che nella seconda gli “immortali” non sono solo linguisti, ma autorevoli personaggi che con la lingua campano e si sono distinti. La lingua è di tutti, e passando dalle tassonomie linguistiche (talvolta maniacali) ai giudizi storico-sociali, noto che le analisi più acute arrivino dai non linguisti (posizione opinabile, naturalmente, ma sentita).

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        • Grazie, le tue segnalazioni sono preziose, non lo avevo letto. Ci sono tante persone e intellettuali di grande spessore che hanno sulla questione dell’itanglese posizioni di condanna molto nette, ma sono oscurati dal pensiero dominante che occupa tutti gli spazi importanti, e rimangono voci minoritarie che faticano a cirolare. Molti di questi, tra l’altro sono all’estero oppure vivono proprio in Paesi anglofoni (come questo Francesco Erspamer). Moltissimi italiani all’estero ma anche angloamericani, inglesi, professori di inglese mi scrivono e mi sostengono. Unire tutti questi intellettuali, e “le masse”, è il mo sogno e quello che cerco di fare.

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  6. Su questo siamo d’accordo: qua il problema (al solito) è distinguere i fatti dalle opinioni, in linguistica come altrove. Il linguista può esprimere la sua opinione, ma non può permettersi di farla passare come fatto (se lo fa, si squalifica da solo, il suo lavoro pure). Le opinioni sulla lingua (come su altro) possono essere espresse da tutti; un linguista (se è corretto, anche deontologicamente) non può pretendere di presentare le sue come migliori e più fondate di altre di non-linguisti.
    Ad ogni modo ho l’impressione anch’io che in Italia attualmente ci sia penuria di linguisti veramente di classe.

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  7. Bravo Antonio, così si fa! Quelli come Donaera meritano solo di scrivere nelle riviste di pettegolezzi da quattro soldi, o meglio ancora pulire i cessi.

    E poi mi rammarica il fatto che un simile articolazzo venga lanciato da un quotidiano “indipendente” come Domani (che alla fine non sembra così indipendente come dice).

    Per il resto bisogna insistere lo stesso con la nostra battaglia culturale, alla faccia degli zeloti dell’itanglese. ✊✊✊

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    • Quando Domani era ancora in fase di annuncio e si presentava in un’anteprima in Rete, tipo forum, come un giornale “diverso” avevo scritto loro auspicando che la diversità si esprimesse anche attraverso un linguaggio non anglicizzato, ma il mio commetto era stato ignorato e lasciato senza risposta.

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