Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la propria lingua, nel mondo e nell’UE. E l’Italia?

Sembra che il 2022 sarà l’anno della riscossa del francese nell’Unione Europea. Ciò avverrà durante il semestre (gennaio-giugno) in cui la presidenza del Consiglio spetterà alla Francia, come anticipa il Politico (“France plots an EU presidency en français, s’il vous plaît”, Maïa de La Baume, 7 giugno 2021): Ben “sette mesi prima di assumere la presidenza di turno del Consiglio dell’UE, il governo francese sta studiando dei piani per rilanciare l’uso e la visibilità in declino della lingua di Molière”.

L’ultima volta che questo ruolo è spettato all’Italia era il 2014, quando il presidente di turno era Matteo Renzi, l’uomo che – tra slide e flexicuritybattezzò la riforma del lavoro jobs act aprendo la strada a una tendenza più generale a chiamare le leggi act, dal family act alle infinite variazioni che oggi pullulano sui giornali (Digital Services Act, Cloud Act…).

Questo impietoso raffronto mostra bene l’abisso culturale che c’è tra la Francia e l’Italia, a proposito della propria lingua.

Dal 2014 a oggi la situazione è precipitata. Non solo non abbiamo fatto nulla per promuovere l’italiano nell’UE, ma sul piano interno lo abbiamo anglicizzato con una buona serie di anglicismi istituzionali che in Francia a nessun politico verrebbe in mente di impiegare, e che comunque sarebbero vietati dalla legge!
Il 2021 è l’anno di Dante, e ci sono state tante celebrazioni retoriche volte al passato più che al presente e al futuro, con l’istituzione di un Dantedì che può anche trasformarsi in una ricorrenza come la festa della donna nel suo risvolto più folcloristico, dove un giorno all’anno serve a ricordare la questione dei diritti, spesso calpestati negli altri 364. È questa la via per promuovere la nostra lingua?

Proprio accanto a noi, in Svizzera, almeno dal 2014 il Consiglio Federale sta promuovendo l’italiano – più debole del francese e del tedesco – con ingenti fondi che prevedono il rafforzamento della presenza della lingua e della cultura italiana nell’insegnamento, nella formazione bilingue e con una serie di manifestazioni culturali anche attraverso concorsi e incontri su tutto il territorio, e non certo con la creazione di un museo. E mentre lì si sono emanate linee guida e raccomandazioni per evitare l’abuso degli anglicismi, da noi vengono introdotti proprio dalle istituzioni (il navigator e il cashback sono tra gli ultimi regali più eclatanti dei governi Conte), oppure si annuncia una nuova piattaforma digitale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”, ma lo si chiama in inglese: ITsART, ennesima testimonianza di come il nostro patrimonio linguistico non venga considerato parte di quello culturale.

In quasi 300 abbiamo scritto una lettera di protesta contro questa denominazione al ministro Dario Franceschini. Nessuna risposta è pervenuta, e pochi giorni fa il sito ha visto la luce.

L’anno scorso, in più di 4.000 abbiamo rivolto una petizione al presidente Sergio Mattarella chiedendo di intervenire almeno in modo simbolico per evitare l’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale, e anche in questo caso siamo ancora in attesa di una risposta.

In più di 1.300 stiamo oggi chiedendo ai parlamentari di discutere la nostra proposta di legge per l’italiano, assegnata alla Camera e al Senato, ma per il momento regna il più assoluto disinteresse, e tra le poche risposte pervenute ricorre una strana giustificazione: non è questo il momento.
Non è questo il momento? Se non ora, quando?

In questo clima dove queste iniziative concrete sono ignorate, il Dantedì rischia di divenire tristemente simile al giorno dei morti, roba appunto da museo, più che qualcosa di vivo che dovrebbe essere rilanciato con uno sguardo al futuro.

I nostri politici e la nostra classe dirigente dovrebbero imparare dai francesi, e non solo da loro.

Il 2022, l’anno del francese

Il paragrafo 10 della nostra petizione di legge chiede una cosa molto semplice e naturale, che dovrebbe essere condivisa da tutti e appartenere al buon senso di tutti: adoperarsi perché l’italiano ritorni a essere lingua di lavoro in Europa, come lo era un tempo e come oggi lo sono anche il francese e il tedesco, oltre all’inglese. Anche se ai nostri politici sembra non importare nulla di tutto ciò, è una richiesta che è nell’interesse del nostro Paese e di tutti i cittadini. In Francia lo capiscono benissimo. Non è un caso che la notizia delle nostre petizioni sia stata ignorata dai mezzi di informazione italiaoti, ma non da France culture (e più in generale è stata riportata su Corsica Oggi, su un giornale spagnolo come El Confidencial, su una rivista Svizzera, sulla rivista irlandese scritta in gaelico Nós, su una rivista austriaca…).

Il piano di rilancio del francese nella UE è stato oggetto di un articolo de il Post (“La Francia vorrebbe che l’Unione Europea usasse di più il francese”, 07/06/2021) che spiega come già dal 2018 “il presidente francese Emmanuel Macron sta lavorando per promuovere la lingua francese nel mondo, sostenendo progetti francofoni in Africa, per esempio. E con un’elezione dietro l’angolo nel 2022, Macron sta anche respingendo una rivale presidenziale di estrema destra, Marine Le Pen, che si propone come preservatrice dello stile di vita francese.” Questa attenzione per la lingua non mi pare una “scelta reazionaria” come la definisce il giornalista, ma al contrario un segnale da leggere in un altro senso, e cioè che la questione della lingua non è affatto un tema che riguarda la destra, ma qualcosa che riguarda tutti, e la sinistra italiana che ha la testa solo ai modelli angloamericani pare che non lo capisca, e che lasci alla destra una questione che invece sta a cuore a una gran parte del suo potenziale bacino di elettori.
Il diverso sentimento che c’è in Francia sulla lingua è trasversale alle ideologie, e proprio l’occasione della presidenza dell’UE rappresenta un momento per attuarlo, perché dopo l’uscita del Regno Unito il problema dell’inglese nell’Europa è stato sollevato in molti Paesi – dalla Francia alla Germania – visto che è la lingua madre dell’1,5% degli europei (in pratica irlandesi e maltesi che però hanno scelto come lingua ufficiale rispettivamente il maltese e il gaelico). E così, durante la presidenza francese, i diplomatici hanno annunciato che tutte le riunioni chiave del Consiglio della UE saranno condotte in francese con le traduzioni disponibili. Anche le note e i verbali saranno in francese, così come le riunioni preparatorie. “Se una lettera arriverà dalla Commissione europea in inglese, resterà senza risposta” riporta il diplomatico citato dal Politico. “Vogliamo che le regole siano rispettate (…). Così, chiederemo sempre alla Commissione di inviarci in francese le lettere che vuole indirizzare alle autorità francesi, e se non lo faranno, aspetteremo la versione francese prima di inviarla.”

Dallo sciovinismo al plurilinguismo

Un tempo era il francese la lingua franca dell’Europa, e la Francia ha un passato coloniale in cui l’esportazione della lingua faceva parte del pacchetto, esattamente come è sempre avvenuto – e avviene tutt’oggi – anche nel caso dell’inglese (e come ha teorizzato lucidamente Churchill). L’Italia, accecata dall’anglomania e da un complesso di inferiorità verso l’anglomondo che rasenta il servilismo, non sembra nemmeno cogliere questi aspetti che altrove sono evidenti; chiunque è in grado di capire che la lingua non è solo un collante sociale e un elemento di identificazione culturale, ma è anche uno strumento di potere.

Dietro il rilancio del francese in Europa non c’è però solo questo residuo di una mentalità colonialista o un certo sciovinismo storico sicuramente caro alla destra; c’è anche un tema ben più moderno e attuale che dovrebbe appartenere alla sinistra, e cioè il plurilinguismo, culturale e linguistico, che è un valore da difendere davanti all’inglese globale, la lingua unica che sta schiacciando tutte le altre.
I funzionari francesi spiegano che il progetto di rilancio del francese “è una questione di sopravvivenza culturale per tutti (…) è un modo per bloccare l’insinuarsi del ‘Globish’” in nome del multilinguismo. Il globalese “restringe il campo dei pensieri, e limita la capacità di esprimersi più di quanto la faciliti.”

“I francesi – scrive il Post – non sono gli unici a spendersi per un maggiore utilizzo del francese. A maggio si sono incontrati per la prima volta i 19 membri di un gruppo informale del Consiglio di cui fanno parte i rappresentanti permanenti che parlano francese. A settembre sarà pubblicato un rapporto a cui stanno lavorando una quindicina di persone, fra cui il parlamentare europeo italiano ma eletto in Francia Sandro Gozi, per promuovere l’utilizzo della lingua francese all’interno delle istituzioni europee.”

Il punto non è quello di passare al francese invece che all’inglese, ma di aprire la via al plurilinguismo inteso come ricchezza e come modello alternativo all’inglese globale. Visto che l’Europa nasce all’insegna del multilinguismo, sarebbe auspicabile che anche altri Paesi promuovessero la propria lingua in Europa, invece che farla sprofondare nella serie B come un dialetto di un’UE che parla inglese, la presunta lingua ufficiale che non è mai stata affatto sancita come tale.

Sarebbe bello che nel 2028, quando di nuovo la presidenza del Consiglio Europeo spetterà all’Italia, anche la nostra classe politica rilanciasse l’italiano in modo concreto, invece che con il Dantedì e con i musei, facendo in modo che ritorni a essere lingua di lavoro.

Spagnolo, portoghese e tedesco

Davanti alla “dittatura” dell’angloamericano, l’italiano si può salvare solo all’interno di un modello culturale diverso che metta al centro il plurilinguismo. È in questa prospettiva che si dovrebbe imparare dai francesi e appoggiare il loro progetto unendosi a loro e affiancando la dignità e l’importanza dell’italiano alle altre lingue. La scienziata Maria Luisa Villa, davanti allo strapotere dell’inglese come lingua unica della scienza, auspica per esempio di ancorarci maggiormente allo spagnolo, una lingua che ha una comunità di parlanti enorme, e che ha una forte intercomprensibilità da parte nostra.

Per citare un articolo del portale sloveno Havný Denník (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio2021”): “Lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo, con 471,5 milioni di persone che lo parlano come prima lingua. Sul totale dei parlanti di questa lingua e di quelli per i quali è una seconda lingua (586 milioni in totale), lo spagnolo è al terzo posto nel mondo, insieme all’hindi (600 milioni), dopo l’inglese, che è parlato da 1,4 miliardi di persone in totale, e il cinese (1,2 miliardi).” E anche le alternative agli anglicismi prodotte in Spagna e Francia potrebbero rappresentare una guida da seguire per renderli in italiano, invece di importarli in modo crudo. Inoltre, come ha sottolineato il filosofo argentino Alberto Buela, lo spagnolo e il portoghese sono lingue correlate tra loro comprensibili, dunque, aggiungendo ai Paesi ispanofoni anche quelli che parlano portoghese (260 milioni) otteniamo un totale di oltre 800 milioni di parlanti distribuiti in una trentina di Paesi diversi, che costituiscono un’area linguistica enorme e in aumento. Havný Denník riporta che il 6 maggio 2021, gli ambasciatori di Portogallo, Angola, Mozambico e Brasile hanno inaugurato il Centro di lingua portoghese presso l’Università di Nairobi in Kenya, un Paese anglofono. E secondo gli esperti, entro il 2050 il numero di persone che parlano portoghese aumenterà del 30% e nel 2050 raggiungerà i 500 milioni. Questa tendenza alla crescita si registra anche per lo spagnolo, e molti prevedono che nei prossimi anni sarà questa la lingua più forte destinata a scontrarsi con il predominio dell’inglese.

Anche in Germania la questione dell’inglese è aperta, sul fronte dell’interferenza con il tedesco ma anche come una lingua che potrebbe estromettere il tedesco in ambiti come l’università o il lavoro. Ogni anno si pubblica il cosiddetto “Indice degli Anglicismi” (Anglizismen-Index) che circolano nelle aree dove si parla il tedesco, con le corrispondenze tedesche introdotte da una commissione composta di esperti della Verein Deutsche Sprache (di Dortmund), della Verein Muttersprache (Vienna) e del Sprachkreis Deutsch (Berna). E Wolfgang Münchau, direttore dell’Euro Intelligence tedesca, per ridurre l’influenza della lingua inglese in Europa, “propone la creazione di reti sociali in altre lingue europee. Twitter, WhatsApp e Facebook in lingua inglese sono assolutamente dominati da giornalisti, esperti e analisti americani e britannici che impongono la loro visione del mondo agli utenti europei. Il secondo passo è quello di creare un programma di qualità per i traduttori che operano in Rete senza usare l’inglese” (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio 2021”).

In sintesi, in Francia, Spagna, Portogallo e Germania sono sempre più coloro che intendono battersi per far crescere la propria lingua a livello internazionale e che non approvano il predominio diffuso dell’angloamericano.

Invece di guardare solo all’anglosfera come l’unico modello possibile di internazionalismo, l’Italia dovrebbe togliersi i paraocchi e vedere cosa accade nei Paesi vicini. Dare per scontato che il globalese sia la lingua internazionale è solo un punto di vista e un progetto politico che si vuole perseguire, ma che non ci conviene. E questo vale non solo nel mondo, ma a maggior ragione in Europa.

La Corte di giustizia europea difende il plurilinguismo

Nella UE, accanto alla presidenza del Consiglio a rotazione – organo degli Stati membri – e al Parlamento Europeo eletto dai cittadini, esiste anche un altro organo istituzionale di fondamentale importanza: la Corte di giustizia che fa rispettare il diritto europeo e che si è più volte espressa contro la discriminazione delle altre lingue davanti all’inglese. E attraverso i ricorsi a questa istituzione sono state vinte varie battaglie legali contro l’imposizione di un sola lingua dominante. Attualmente sono in atto alcune controversie che riguardano la carta d’identità bilingue a base inglese (ma in Austria e Germania è trilingue) o il passaporto vaccinale bilingue che presuppone – in modo illecito – che l’inglese sia la lingua dell’Europa e che i documenti con validità europea debbano essere bilingui, nell’idioma locale (concepito come un dialetto) e in inglese (concepito come “la” lingua internazionale). Questo modello dell’Europa, però, non è mai stato scritto, ci viene imposto in silenzio, a piccoli passi, in modo surrettizio e c’è chi lo respinge.

L’ultimo esempio di imposizione dell’inglese come lingua unica da parte della Commissione europea è di poche settimane fa. Come mi ha segnalato Jean-Luc Laffineur da Bruxelles, si tratta della Decisione di esecuzione (UE) 2021/858 della Commissione del 27 maggio 2021 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’UE il 28 maggio) che riguarda gli allarmi generati da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero e il tracciamento dei contatti dei passeggeri. Il primo comma stabilisce che i casi di covid individuati all’arrivo di una persona nel territorio di uno Stato membro dovrebbero essere immediatamente condivisi con le autorità sanitarie dei Paesi in cui ha soggiornato attraverso un sistema (l’ECDC) che “fornisce supporto in inglese” per tutti i servizi della piattaforma tramite telefono, posta elettronica o portale web. Anche questa decisione costituisce un precedente che impone ufficialmente l’inglese come unica lingua nell’UE. La sua legalità è però molto discutibile in quanto viola i principi di proporzionalità e sussidiarietà stabiliti dalla Corte di giustizia.

I governi degli stati membri hanno tempo fino al 27 luglio per decidere se presentare un ricorso per l’annullamento di questo paragrafo. Ma chi lo farà?
Speriamo che lo facciano in Francia, o in Germania, o che intervengano le associazioni come la GEM+ di Bruxelles che davanti a queste decisioni minaccia cause legali che hanno ottime possibilità di successo. Perché in Italia neanche se ne parla, e il passaporto vaccinale viene chiamato green pass oppure covid pass! Dovremmo inveceunirci a quei francesi, tedeschi, spagnoli e portoghesi che tutelano la propria lingua non perché sono reazionari, ma perché hanno capito che il plurilinguismo è un valore da difendere e che l’inglese globale, è una soluzione alla comunicazione internazionale che costituisce allo stesso tempo una minaccia per le lingue e le culture locali.

14 pensieri su “Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la propria lingua, nel mondo e nell’UE. E l’Italia?

  1. Ciao,
    sarebbe utile pubblicare le risposte dei parlamentari (con nome e partito), comprese quelle del “non è il momento”, tanto per ricordarsene alle prossime elezioni.

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    • Il lavoro di contatto capillare lo farò a settembre quando le firme si saranno stabilizzate, al momento sono capitati contatti sporadici, e il non è il momento è un po’ come le faremo sapere, una scusa che rivela un certo disinteresse trasversale

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  2. Concordo su tutto tranne che su un punto: la lingua materna dei Maltesi non è l’inglese ma il maltese., che la Costituzione definisce lingua nazionale ed è lingua ufficiale accanto all’inglese. A Malta per strada non si sente parlare inglese, ma maltese. Però per secoli la lingua della scuola, dei tribunali, dell’amministrazione è stata l’italiano. Nel 1934 dopo un conflitto durato più di mezzo secolo le autorità coloniali britanniche sono riuscite ad abolire l’italiano da ogni uso ufficiale, sostituendolo con il maltese. La situazione attuale, quindi, è un retaggio coloniale ed è una testimonianza esemplare di politica linguistica imperiale.

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  3. Rimanendo in tema di lingue ed UE, volevo segnalarti che la petizione di Giorgio Pagano per l’italiano come lingua di lavoro ha ricevuto delle risposte, indirette, da Mattarella e Di Maio (sperando che non siano false promesse). https://era.ong/mattarella-e-di-maio-rispondono-ai-mille-dellitaliano/

    inoltre la tua lettera aperta inviata a Mario Draghi non ha ancora ricevuto risposte ? Comunque siccome Draghi è uno che si era fatto esperienza proprio in ambiente europeista allora ipotizzo che lui potrebbe (forse) essere il primo dei nostri politici che potrebbe concretamente guardare gli esempi plurilinguisti che stanno facendo gli altri paesi membri dell’UE (e lo so che al momento lui è impegnato con l’obiettivo della ripresa economica del nostro paese).

    Ora sono curioso di vedere come potrebbero reagire gli altri “politicanti” diversi da Draghi quando l’Europa metterà finalmente da parte l’inglese a favore delle altre lingue: si adegueranno oppure si metteranno a contestare questo possibile cambio di paradigma ?

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  4. La notizia dell’iniziativa francese mi lascia con sentimenti divisi: da un parte approvazione per la coraggiosa scelta di mettere in discussione la monocultura dell’inglese e di rilanciare quelle che è (stata?) una grande lingua di cultura, la “sorella maggiore” dell’italiano, dall’altra la preoccupazione ch’essa venga percepita dalle altre nazioni europee come una difesa del proprio orticello, scatenando parallele concorrenze, di fronte alle quali, ancora una volta, finirebbe col sembrare più “salomonica” la scelta del solo inglese, magari con la debolissima scusa che s’opterebbe per l’inglese americano (anziché per la varietà delle Isole Britanniche), il quale non è – in senso strettissimo – la lingua materna di nessun popolo europeo.
    Ora è evidente che se il “tutto francese” è altrettanto inaccettabile in un’ottica di ecologia (e di democrazia) linguistica, del “tutto inglese”, è anche chiaro che un ritorno alla vecchia triarchia otto-novecentesca (inglese + fracese + tedesco) appare difficilmente proponibile nell’Europa allargata, giacché escluderebbe masse ampie di cittadini dell’Unione. A maggior ragione se – nella putroppo improbabile ipotesi che s’invertissero le attuali derive autoritarie, incompatibili con i valori di cività irrinunciabili per l’Unione Europea, – in un lontano futuro vi aderissero Paesi come la Russa, la Turchia o l’Egitto.
    Probabilmente la soluzione andrebbe ricercata in un modello in cui, pur essendo inevitabile che si crei una gerarchia di lingue con decrescenti gradi d’ufficialità comunitaria, i “gradini” che le separano non diventino “gradoni”, non siano cioè percepiti come divari qualitativi come ora sta avvenendo (per i quali abbiamo ora l’inglese lingua “seria”, le le altre lingue nazionali come “lingue degl’ignoranti”, e le lingue regionali come “non-lingue” degne solo dell’oblio o del folklore). Rimane tutta da esplorare, nei pro e nei contro, l’ipotesi esperanto come lingua franca (ma sempre a condizione ch’essa rimanga in tali limiti!), mentre più scettico mi lascia, per molte ragioni, l’ipotesi d’un ripristino del latino (classico o semanticamente modernizzato?).
    Mia sia concesso un paio di piccole annotazioni:
    a) vedo menzionati insieme l’Irlanda e Malta come Paesi anglofoni di madrelingua, però si tratta di situazioni molto differenti tra loro. In Irlanda l’inglese è effettivamente la lingua materna dalla qualsi totalità della popolazione ed è LA lingua corrente a tutti i livelli: il teorico bilinguismo ufficiale è riuscito soltanto (nella più generosa delle interpretazioni) a rallentare il declino dell’irlandese, già fortemente minoritario e totalmente subalterno al momendo dell’indipendenza del Paese, e ridotto ormai come lingua corrente a poche isole linguistiche che s’assottigliano vieppiù come i ghiacciai delle Alpi. Esiste bensì un certo numero di irlandofoni elettivi al di fuori di tali isole, ma il loro numero è ben al di sotto della soglia critica perché l’irlandese possa essere percepito come un possibile strumento di comunicazioen normale. A Malta è invece la lingua nazionale quella materna per la grande maggioranza, però l’inglese vi s’affianca vieppiù specie nelle funzioni “alte”, già è lingua preferenziale per una parte degli abitanti e quindi il futuro del maltese a lungo termine non è garantito. Che l’Irlanda e Malta odierne prefigurino la situazione sociolinguistica dell’Italia tra, poniamo, rispettivametne cento e vent’anni?
    b) si dice che il modello cui s’ispirerebbe la sinistra italiana è quello britannico e americano, nel senso del “tutto inglese”, ma è proprio così glottofoba la cultura linguistica dei Paesi Anglosassoni? Certo sappiamo che ALL’ESTERO promuovono il solo inglese, ma ALL’INTERNO il quadro è perlomeno più differenziato. Difficile riassumere la situazione statunitense, che varia molto localmente per quanto rigurarda la politica riguardo alle lingue diverse dall’inglese; invece è degno di nota il fatto che il Regno Unito ha optato per una politica linguistica attenta agl’idiomi autoctoni, compresi persino due estintisi da generazioni come lingue materne (cornovagliese e manx, cui potremmo aggiungere la reintroduzione dell’irlandese nell’Ulster per effetto degli “Accordi del Venerdì Santo”). Attualmente vi sono rivendicazione a favore dello coufficializzazione dello scozzese (Scots/Lallans), già lingua indicabile in sede di censimento, che se avessero successo porterebbero le aree ufficialmente bilingui a costituire circa metà del territorio nazionale del Regno Unito.

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    • Credo che il rilancio del francese nell’UE vada attualizzato più che letto come un reazionario ritorno al suo ruolo di lingua franca che di sicuro può aleggiare da qualche parte. Il nuovo scenario è un modello plurilinguistico e una rottura con l’ideologia per cui l’inglese dovrebbe essere la lingua dell’Europa. Gli altri Paesi dovrebbero allinearsi per favorire ciò e più che per il ripristino del trilinguismo insieme al tedesco (che comunque nei documenti europei trovo preferibile al bilinguismo a base inglese) per il rilancio di altre lingue, in particolare l’italiano che non è più lingua del lavoro come lo era un tempo, ma anche lo spagnolo e il polacco, per esempio, come rappresentante delle lingue slave. Se ogni semestre si promuovessero altre lingue ci guadagnerebbero tutti. Se in Svizzera le lingue sono 3 perché l’Europa non potrebbe promuoverne 5? Francese, tedesco, italiano e spagnolo coprono il 60% delle lingue madre, che diventano il 70% con il polacco. L’inglese potrebbe essere una sesta lingua, non la sola. E i commissari europei si potrebbero esprimere a nome dell’UE nella propria lingua e in almeno due delle sei lingue sovra menzionate, e non più solo in inglese. Certo rimane il problema delle lingue minori, ma anche per queste passare a un sistema plurilinguistico costituirebbe un vantaggio rispetto al monolinguismo.
      Sul piano interno credo che Malta e l’Irlanda possano davvero prefigurare l’Italia tra 20 e 100 anni se andiamo avanti così.

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      • Le lodevoli proteste e lamentele anche se opportunamente documentate si scontrano contro il muro di gomma dell’ignoranza (nel senso che vengono ignorate), compresa la Petizione che anch’io ho sottoscritto.
        Temo che sia arrivato il momento dell’agressività. Faccio alcuni esempi:
        – gli italiani sono stati abituati per secoli al LATINORUM che pochissimi capivano. La fumosità del linguaggio prevalentemente incomprensibile dai più, contribuiva a dare autorevolezza ed impressione di cultura a chi lo utilizzava senza necessariamente conoscere il latino. Ora il latinorum è stato rimpiazzato da quello che chiamerei AMERICANORUM. Non sono sicuro che chi lo usa sappia esattamente cosa stia dicendo. Vedi lockdown che etimologicamente significa chiuso dentro e praticamente vuol dire incarcerato, ma ci sembra meno impressionante d’ isolamento ed in realtà è più rassenerante.
        – la diffusione della nostra lingua è affidate a giornalisti e politici che sono dei PAPPAGALLI. Ricordate i periodi in cui tutti dicevano “nella misura in cui”, e più tardi ” il combinato disposto ” ed ora “al netto di …” . Mi danno l’impressione di dirsi: ah bella questa espressione, l’adotto ma poi il pappagallo dimentica. Ho fatto esempi italiani perché quelli americani sarebberro interminabili.
        – oltre all’ignoranza ed al pressappochismo, c’è della pigrizia incolta nell’uso di anglicismi. Perché usiamo il termine “fake news” invece dell’esplicito “fandonie” ? Ma quanti hanno nel loro vocabolario questa parola?
        – senza inversione di tendenza l’italiano scivola verso una nuova lingua morta. Una lingua muore se non si rinnova e l’adozione papagallesca di termini stranieri impedisce il suo rinnovamento

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        • Il latinorum era lingua morta che si riduceva a poca cosa nelle bocche degli ostentatori, mentre l’inglesorum è lingua viva dei popoli dominanti che si espande invece di regredire, con inaudita quantità e frequenza. Il pappagallismo italiano – che nel senso di molestatore per strada si chiama ormai in inglese catcalling – riguarda l’intera classe dirigente dai politici ai giornalisti che non sanno che ripetere parole-concetti in inglese, dunque l’italiano è morto, nel senso che non ha più niente da dire di nuovo. Al contrario del sinistrese degli anni ’70 fatto di “nella misura in cui” o delle espressioni stereotipate in italiano, il linguaggio anglicizzato non ha gli stessi connotati passeggeri, o meglio: alcune espressioni scemano, il punto è che vengono rimpiazzate da altre ugualmente inglesi, e in numero sempre maggiore. Questo riguarda il piano interno, l’itanglese, ma è connesso a ciò che avviene a livello internazionale: non è per pigrizia che diciamo fake news, ma perché ripetiamo l’angloamericano che è la lingua dominante, solenne, evocativa, moderna… il modello unico di riferimento in ogni ambito. Dunque la battaglia per il plurilinguismo in Europa non riguarda solo la salvezza delle lingue locali nel linguaggio della scienza, dell’università, del lavoro… che ormai tendono a parlare l’inglese, riguarda anche il fenomeno della contaminazione lessicale di itanglese, franglais, Denglisch e via dicendo.
          Quello che stiamo facendo da questo sito e dagli altri collegati credo sia importante: accanto alle lamentele ci sono le petizioni, ma anche il dizionario AAA delle alternative all’inglese, che in Italia nessuna associazione e istituzione fa. Lamentele/denunce (visto che c’è chi nega l’anglicizzazione), sensibilizzazione, alternative concrete, petizioni e proteste… C’è poco da essere aggressivi, si lavora in queste direzioni con l’ostracismo della stampa italiana ma anche di certe istituzioni e della classe dirigente. Più di così non saprei che fare.

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    • I colonizzati e i coloni del globish cominiciano a uscire allo scoperto. L’itanglese è finalmente teorizzato come la linga del presente e del futuro, mentre fino a ieri era negato. Curiosamente da una parte inneggiano a chi nega l’anglicizzazione, e contemporaneamente la rivendicano. Questo è l’ennesimo segnale di ciò che dico da tempo, siamo allo scontro, che non è generazionale ma culturale. “Fateci parlare come cazzo ci pare” è la chiusa delirante: questi parlano già così da tutti i centri di irradiazione della linga e la stanno distruggendo. Sono loro che dovrebbero far parlare gli altri come vogliono invece di imporre a tutti la loro pochezza.

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      • Secondo me l’uso sempre più insistente delle parolacce, l’abuso dell’inglese finto o vero, e l’adozione dell’escludente shwa vanno di pari passo, e sono ben rappresentate da questo articolo pieno di livore. La buona notizia è che cominciamo a dare fastidio. La cattiva notizia è che il “mostro” sta scoprendo il suo vero volto, come nei film “de paura” e l’Italia, come diceva un noto comico, sarà in leggera controtendenza rispetto agli altri grandi paesi europei, ma solo leggera.

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  5. Confessando di sentirmi nelle vesti di uno dei due Pierini che gareggiano proclamando le virtù del rispettivo padre nella classica barzelletta (“Sì, ma il mio babbo ce l’ha …!”), provo ad arricchire la tua già ricchissima collezione con due perle calde calde (o fresche fresche, se preferisci, data la stagione) tratte dal “GR1” RAI delle 7 di oggi (15.6), in cui L. Cremasco, “conduttrice” di turno – raccontando le ultimissime a proposito della vaccinazione “di richiamo” fatta con preparato diverso dalla prima dose – prima [a 8’09” della lettura] spara un “… cosiddetto crossing vaccinale …” e poi [ai 15’10” della lettura], annunciando i temi di “Radio anch’io”, se ne esce con un “… problema di cocktail vaccinale”. Una sequenza dalla quale un “normale” parlante dell’itala favella (ma ne esistono ancora?) sarebbe autorizzato ad aspettarsi, nella migliore delle ipotesi, l’inoculazione di un coloratissimo liquido alcolico, adeguatamente (si capisce!) … scecherato prima dell’uso …
    Certo di aver suscitato l’ilarità tua e, spero, di qualche altro lettore di questo commento, mi permetto – più seriosamente – di farti notare poi la sottile (ancorchè forse involontaria) disonestà di quel “cosiddetto” premesso a crossing, col quale la su menzionata – mentre ancora ci esibisce il nuovo acquisto (suo) – già tenta di farlo passare per consueto, dunque accettabile (anzi “normale”). E’ così che quello che – con ogni probabilità – è solo lo sbrigativo salvagente di chi realmente non riesce a trovare niente di meglio nel suo repertorio linguistico aggiunge al danno oggettivo dell’improvvisata proposta “anglofila” l’ancor più perniciosa censura implicita per l’ascoltatore non “al passo”.

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