Il Regno Unito fuori dall’Europa e l’inglese dentro?

Dal primo gennaio 2021 il Regno Unito è a tutti gli effetti un Paese extracomunitario. Per entrarci serve il passaporto, per soggiornarci il visto, ci sono vincoli per la circolazione delle merci… Eppure, dopo quattro anni di dibattiti e di trattative, c’è qualcosa di cui si è poco parlato e che, soprattutto in Italia, non è stato affrontato: con la Brexit, visto che tutto ciò si esprime con un anglicismo, si dovrebbe porre sul tavolo anche la questione dell’uscita dell’inglese.

Fermiamoci un momentino a considerare la situazione storica.

Nel secondo dopoguerra, il progetto dell’Europa si è fatto strada soprattutto per le forti pressioni statunitensi che insieme ai finanziamenti del piano Marshall spingevano per un’unità utile al controllo del nostro continente in funzione antisovietica. Esisteva anche un preesistente disegno di trasformare l’Europa in una sorta di provincia statunitense, ma non ha funzionato, soprattutto per l’opposizione della Francia di De Gaulle che già dopo lo sbarco in Normandia aveva impedito che si instaurasse l’Amgot, il governo militare dei Paesi occupati che invece era stato realizzato in Italia, dove c’era il fascismo.

Su questo scenario fallito è nata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA, trattato di Parigi del 1951) tra Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi che sarebbe diventato la Comunità Economica Europea (CEE, trattato di Roma del 1957).
Questa unione era stata boicottata dal Regno Unito che sin dall’inizio non la considerava affine ai propri interessi economici, e aveva già i suoi accordi con i Paesi anglofoni del Commonwealth. Allo stesso tempo, sino a tutti gli anni Sessanta, De Gaulle puntava a un’Europa incentrata sull’asse franco-tedesco che escludesse la presenza del Regno Unito, visto come un cavallo di Troia di un possibile controllo statunitense, e successivamente pose per due volte il suo veto all’inclusione di questo Paese. Le cose sono cambiate con le sue dimissioni, e solo nel 1973 il Regno Unito è entrato nella CEE insieme a Irlanda e Danimarca. Nel 1981 la Grecia diventa il decimo membro e nel 1986 si aggiungono Spagna e Portogallo, che negli anni Settanta erano ancora delle dittature. Dopo il crollo del muro di Berlino (1989) e la riunificazione delle due Germanie, con il Trattato di Maastricht (1993) nasce la Comunità Europea e nel 1995 aderiscono Austria, Finlandia e Svezia. Nel 2004 entrano Cipro, Malta e altri 8 Stati che prima facevano parte del blocco sovietico (Repubblica ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia). Nel 2007, con il trattato di Lisbona, si è configurata l’attuale Unione Europea (UE); negli anni seguenti sono entrati anche Bulgaria e Romania e, nel 2013 si è aggiunto il 28° membro, la Croazia, ma dopo l’uscita del Regno Unito i Paesi sono oggi 27.

Dal punto di vista linguistico l’Europa è nata all’insegna del multilinguismo e con lo spirito di favorire il multilinguismo tra i suoi cittadini, anche se gli inglesi parlano tendenzialmente solo la propria lingua al contrario degli altri popoli. Oltre alle 24 lingue ufficiali esistenti (bulgaro, ceco, croato, danese, estone, finlandese, francese, greco, inglese, irlandese, italiano, lettone, lituano, maltese, olandese, polacco, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco e ungherese) ci sono più di altre 100 lingue minoritarie o regionali riconosciute. Tra queste non figurano il catalano, il galiziano e il basco, che però godono lo stesso di un riconoscimento semiufficiale per cui le traduzioni dei trattati – in teoria – avvengono anche in queste lingue e i cittadini hanno il diritto di rivolgersi alle istituzioni nella propria lingua.

Sul sito della UE si continua a includere l’inglese tra le lingue ufficiali perché parlato in Irlanda e a Malta, tuttavia va precisato che i rispettivi Paesi hanno scelto come lingua ufficiale l’irlandese e il maltese. Dunque solo il Regno Unito aveva indicato l’inglese, e con la sua uscita si pone un problema linguistico non da poco, anche se in Italia la nostra classe politica e i nostri intellettuali tacciono. Irlandesi e maltesi rappresentano una minoranza linguistica di poco più di 5 milioni di persone che usano l’inglese come lingua madre, e non si capisce perché debba essere imposto a tutti gli altri 440 milioni di europei.

Il punto, comunque, non riguarda l’ammissione dell’inglese tra le lingue ufficiali, visto che Irlanda e Malta potrebbero tranquillamente opporre un veto alla sua estromissione o aggiungerlo come seconda lingua, ma riguarda l’inglese come lingua di lavoro. C’è infatti una grande differenza tra le lingue ufficiali e quelle procedurali, e una grande differenza tra il riconoscimento da parte della UE del valore del multilinguismo tutto teorico, e ciò che avviene di fatto nelle comunicazioni interne e nelle lingue di lavoro che si utilizzano. Quello che accade nella pratica è che le lingue di redazione degli atti formali sono solo l’inglese, e in maniera minore il francese e il tedesco. L’italiano non è più una lingua di lavoro (ne avevo già parlato segnalando una petizione che chiede di ripristinarlo).

Questa distinzione tra le lingue ufficiali e quelle di lavoro è una pratica che non si basa su alcun documento teorico, è solo il risultato di ciò che avviene nei fatti; visto che tradurre ogni cosa in tante lingue è oneroso si traduce nelle lingue del lavoro, e poi da quelle nella altre, in teoria.
Nel Regolamento delle Comunità Europee del 1958 (art.1/58) si leggeva: “Le lingue ufficiali e le lingue di lavoro delle istituzioni della Comunità sono – in ordine alfabetico – la lingua francese, la lingua italiana, la lingua olandese e la lingua tedesca.” Successivamente le cose sono cambiate. L’inglese, anno dopo anno, ha cominciato a prendere il sopravvento soprattutto dopo l’entrata dei Paesi dell’ex blocco sovietico. Più l’Europa si allargava, più era complicato rispettare i fondamenti basati sul multilinguismo, e nella babele linguistica ha prevalso la lingua dominante in modo sempre più prepotente, e sempre più documenti sono redatti in inglese, e solo in parte anche in francese e tedesco. L’italiano, anche se siamo tra i 6 Paesi fondatori, è stato così estromesso, senza che nessuno o quasi abbia denunciato questa regressione e si sia opposto.

Lo aveva ben sintetizzato qualche tempo fa Andrea Camilleri in un’intervista in cui affrontava il tema della “protezione della lingua” davanti all’inglese. Aveva denunciato che da quando la lingua del lavoro e delle leggi dell’Europa ha cessato di essere tradotta in italiano la nostra lingua è regredita. I nostri politici avrebbero dovuto opporsi – accusava Camilleri – ma non l’hanno fatto.

Purtroppo i nostri politici non solo non fanno nulla per tutelare la lingua di Dante, ma sono i più grandi collaborazionisti del progetto dell’inglese globale a scapito dell’italiano e della trasformazione della nostra lingua in itanglese. La recente introduzione del cashback di Stato, che si somma a una serie sempre più ampia di anglicismi di Stato, dalla figura del navigator al jobs act, conferma e amplifica la tendenza all’abuso dell’inglese persino nel linguaggio istituzionale, dove penetrano espressioni da noi non tradotte, come recovery plan, che provengono proprio dal linguaggio dell’Europa.

Passando dalla contaminazione degli anglicismi all’imposizione dell’inglese internazionale a tutti i cittadini, con la riforma Madia del 2017, approvata sotto silenzio, si è passati dal multilinguismo alla dittatura dell’inglese e nei concorsi pubblici il requisito di conoscere una “lingua straniera” è stato sostituito dalla “lingua inglese” che è così diventata un obbligo per entrare nella pubblica amministrazione. Nello stesso anno il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) ha diffuso il bando per il finanziamento dei Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) per l’università che doveva essere redatto in inglese, impedendo agli italiani di rivolgersi all’Europa nella propria lingua! L’ultima sentenza del 2019 del Consiglio di Stato sulla vicenda del Politecnico di Milano, che ha scelto di erogare la maggior parte dei suoi corsi in lingua inglese, ha legittimato la decisione dell’ateneo, discriminando di fatto l’insegnamento in italiano che rimane decisamente minoritario, e aprendo le porte all’insegnamento in inglese anche in altre università.

Ma è possibile che l’Italia non abbia alcuna politica linguistica? È possibile che l’italiano non venga promosso né tutelato? È possibile che il nostro presidente Sergio Mattarella non si preoccupi di rispondere nemmeno con una riga di cortesia a una petizione di oltre 4.000 cittadini che gli hanno rivolto una supplica per intervenire anche solo simbolicamente contro l’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale? È possibile che nel 2021, nel celebrare i 700 anni dalla morte di Dante, la nostra lingua venga commemorata, più che promossa, e che vengano impiegati 4,5 milioni di euro per costruire un museo dell’italiano, invece di favorirne l’uso vivo, la sua evoluzione e difenderlo dall’invasione degli anglicismi?

L’uscita del Regno Unito dall’Europa potrebbe essere l’occasione per riaffermare la nostra lingua e farla ritornare lingua del lavoro, come il francese e il tedesco, e per riflettere sul valore del multilinguismo, più che per mettere al bando l’inglese.

Ma la nostra classe dirigente sembra non avere alcuna preparazione né interesse a sollevare la questione. Prevale il servilismo verso tutto ciò che è angloamericano e sembra che in Italia nessuno comprenda l’importanza del nostro patrimonio linguistico, che sarebbe un bene da promuovere e tutelare come si fa per il nostro capitale artistico, ambientale, culturale, storico o gastronomico.

L’unico esempio di politica linguistica, dal Novecento a oggi, rimane quello del fascismo. I nostri governanti non si rendono conto che avere una politica linguistica, come accade in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e in molti altri Paesi, non ha nulla a che vedere con il fascismo né con quella politica linguistica. La lingua italiana è così lasciata allo sfascio, e in questo vuoto istituzionale – che protegge invece l’inglese – regredisce, esce dall’Europa e si creolizza nel lessico giorno dopo giorno. E tra i nostri politici e intellettuali non si sente nemmeno un dibattito.

Sarebbe invece il caso di aprirlo!

31 pensieri su “Il Regno Unito fuori dall’Europa e l’inglese dentro?

  1. Splendida ricostruzione e punti il dito su una questione davvero scottante. E proprio in questi mesi in cui tutti si riempiono la bocca con Dante, mentre si puliscono l’orifizio opposto con la lingua che lui ha contribuito a creare.
    Da una classe politica che da decenni si occupa solo di affari non posso avere alcuna fiducia, visto che stanno tutti lì con la bava alla bocca aspettando aiuti europei da intascarsi, o al massimo da far intascare ai propri complici, quindi non mi aspetto alcun interesse da chi ha ben altri interessi per la testa, e anzi usa l’inglese per fregare gli altri. Mi basterebbe che ci fosse un minimo di interesse “dal basso”, perché magari poi un giorno potrebbe salire in alto: già che mi parli di quattromila firmatari lo considero una luce di speranza, vista la scarsa fiducia che ho negli italiani 😛

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    • L’interesse dal basso c’è, ma non trova rappresentazione. Anche le 4000 firme a Mattarella sono state raccolte nel più totale silenzio stampa, altrimenti sarebbero state molte di più se fossimo riusciti a diffondere l’esistenza dell’iniziativa. Finché ci sono da fare articoli di costume sull’abuso dell’inglese in modo generico i giornali sono recettivi, quando si propone qualcosa di concreto che mina il loro modo di fare comunicazione, voltano la faccia dall’altra parte.

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    • Peggio ancora: gli stessi che quando c’è da intervenire sull’uso per “educare” e cambiare la lingua in nome del linguaggio inclusivo non si fanno scrupoli a imporre come si deve parlare, sono gli stessi che davanti agli anglicismi si appellano all’uso e dicono di non essere normativi per giustificarlo. Usano due pesi e due misure a seconda di come fa comodo loro, e favoriscono l’itanglese.

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  2. Può essere che durante questo periodo di pandemia anche i servizi postali sono in difficoltà ? Infatti comincio a chiedermi se la nostra petizione, piuttosto che essere ignorata, più semplicemente non è riuscita a raggiungere il destinatario per via delle difficoltà di questo periodo. Oppure può darsi che Mattarella, in questo periodo, è costretto a pensare agli altri problemi e che quindi potrebbe darci risposta dopo la pandemia ( ma è ancora presto per dirlo). Questo è quello che penso, spero di non sbagliarmi.

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  3. In Francia, l’uso degli anglicismi da parte di enti pubblici è vietato e sanzionato dalla legge. Così, l’associazione per la difesa della lingua francese AFRAV intraprende azioni legali contro gli enti pubblici che usano anglicismi e spesso vince in giustizia:
    https://www.francophonie-avenir.com/fr/L-anglomanie-traitee-sur-le-plan-juridique/434-Affaires-gagnees-par-l-Afrav

    Più generalmente, gli anglicismi dovrebbero essere evitati il ​​più possibile perché considerati un pericolo da molti popoli. Questo è il motivo per cui molti paesi hanno adottato politiche terminologiche attive per sostituirli. Possiamo citare la Francia, il Quebec, i paesi di lingua spagnola, l’Armenia, la Turchia e persino l’Islanda, che è sicuramente il campione in questo settore. Questa impresa neologica è ovviamente fondamentale perché una lingua che prende a prestito solo dall’inglese e che non è più in grado di descrivere la modernità con le sue stesse parole perde il suo prestigio internazionale.

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    • Grazie, ho poco da aggiungere alla tua analisi che trovo perfetta. Ho speso molti articoli per illustrare la situazione spagnola, e francese, con la legge Toubon, così diverse da quella italiana. Ma mentre gli angicismi sono considerati un pericolo ovunque ci sia un po’ di buon senso in Italia siamo intasati da personaggi colonizzati nella mente che invece di comprenere cosa sta accadendo continuano a ripetere le solite banalità condite con idiozie: “le lingue evolvono…” senza chiedersi COME l’italiano si stia “evolvendo”.

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    • Grazie del rifrimento all’articolo. Vedo che è improntato sul solito falso mito per cui la lingua la fanno i parlanti. In realtà non è così e l’esempio utilizzato di lockdown si ritorce contro la tesi sostenuta: lockdown non è affatto preferito dai parlanti, è stato imposto senza alternative dai giornali fino a che non è diventato “di necessità”. Non sono i parlanti a fare la lingua, in questi casi, come nel caso del cashback di stato, sono invece i media, i politici, la classe dirigente e cioè quelli che Pasolini chiamava i centri di di irradiazione della lingua. Tutto ciò è diverso dalla cosiddetta lingua dell’ok, dove sono effettivamente i parlanti a preferire le espressioni inglesi. I nuovi anglicismi sono imposti ai parlanti dall’alto (vedi fake news). E sostenere che l’interferenza lessicale è superficiale ed è come giudicare le persone dal colore dei capelli non è affatto condivisibile. Non si può salvare una lingua conteggiando le preposizioni e le congiunzioni, non si può far finta che 4000 parole inglesi entrate nei nostri dizionari, che per la maggior parte spezzano la nostra identità linguistica, e cioè le regole della nostra grammatica e fonetica, sia qualcosa di marginale.

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  4. Quel linguista coglie intravede una parte del problema (il fatto delle radici del problema) ma non si accorge di cadere in un mucchio di contraddizioni. Come si fregia di buttare lì frasi latine (tanto che importa di chi non capisce?), è chiaro che non veda problemi nelle parole inglesi. Il suo primo paragrafo, per quanto provocatorio, indica proprio il livello cui siamo arrivati. E anche i plurali a cui accenna sono spacciati, dato che al plurale dovremmo dire “filmi” e non “film” e tanto meno “films”, per esempio.

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    • Non vede nemmeno che l’interferenza lessicale prende vita, altro che plurali con la “s”: smart working, covid pass covid center, covid hospital… no mask, no vax, no global… baby. killer, gender, smart… diventano prefissoidi generativi che producono centinaia di locuzioni inglesi e pseudoinglesi tra v-day e election day, family day, jobs act e tutti gli altri act al posto delle leggi… che si sommano a screenare, fashionista e altre centinaia di parole ibride… tutto ciò è di ben più ampia portata delle “s” del plurale. E quando il 50% dlle parole nuove del Duemila è fatto da queste cose, vuol dire che l’italiano ha un problema, se non sta morendo. Tutto ciò “non fa paura” a chi ha la mente colonizzata.

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  5. Articolo ottimo e puntuale (nel senso temporale).
    Aggiungo alcune proposte per cogliere l’occasione (ghiotta) della “brexit”.
    1. Superare il limite nazionale e salire al livello europeo. Bene Mattarella, ma non basta. Serve una direttiva UE per “l’igiene linguistica” delle amministrazioni degli Stati e degli enti locali. Combattere l’inglese maccheronico (“inglesorum”) della politica e persino della scienza, pieno di errori e falsi amici.
    2. Unire le forze: soprattutto francesi, spagnoli e tedeschi, ma anche i Paesi dell’Europa orientale, hanno interesse a difendere non la “purezza” della lingua, ma la comprensibilità di testi e comunicazioni anche verbali, specie se istituzionali.
    3. Lavorare per sfatare il mito anglicista. Per gli scopi commerciali e scientifici serve l’inglese internazionale (come fosse un Esperanto), non una delle moltissime varianti dell’inglese aborigeno.Almeno fino a quando non sarà affiancato dal mandarino. Dalla “Received Pronunciation” (inglese della Regina) ad una delle moltissime varianti di inglese americano (https://www.businessinsider.com/american-english-dialects-maps-2018-1?IR=T) passano pesanti differenze. La parola di Ursula von der Leyen si capisce molto, molto meglio di quella di Boris Johnson.
    4. Lavorare anche in ambienti non strettamente linguistici o giuridici. Per esempio, in ambienti tecnici. Segnalo http://bit.ly/paroleISO.

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    • Sono daccordo, anche se mi muovo nel punto 3, lavoro per sfatare il mito anglicista e per promuovere l’italiano. Non ho contatti con movimenti internzionali che non so se esistano, però la soluzione dell’esperanto – lingua neutrale, facile da apprendere, bella ed elogiata anhe da Umberto Eco – sarebbe una soluzione etica e razionale. Basterebbe insegnarlo e promuoverlo per farlo diventare una lingua internazionale che nel giro di 20 anni si potrebbe affermare costituendo anche un risparmio economico enorme per tutti, tranne per gli anglofoni che non hanno costi nell’usare la loro lingua madre come lingua internazionale. Tuttavia non credo che sia una soluzione che verrà presa in considerazione, alla faccia di Hegel che credeva che ciò che è razionale è reale e viceversa.

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  6. Il paradosso “Inghilterra fuori e inglese (più) dentro (che mai)” sta proprio lì: proprio perché l’inglese è diventato la “lingua di nessuno” appare piuù legittimato ad essere la lingua di tutti.
    Però la pretesa “neutralità” dell’inglese è più apparente che reale, e ciò non solo a causa deii quattro o cinque milioni d’irlandesi (l’ufficiale celtofonia della Repubblica d’Irlanda è purtroppo in gran parte solo una finzione, quanto e forse più della latinofonia del Vaticano) e del numero imprecisato e sconosciuto (sarebbe auspicabile che più Paesi dell’Unione, Italia compresa, nei censimenti ponessero qualche domanda linguistica, ammettendo beninteso risposte multiple, sicché ciò non venga scambiato per un censimento “etnico”!) d’anglofoni residenti nei vari paesi dell’Unione e tali per origine [neo-]extracomunitaria, per scelta o per esser nati da matrimoni mistilingui i cui l’unica lingua comune ai coniugi era “ovviamente” l’inglese, fenomeno suppongo quest’ultimo destinato a crescere d’intensità (pensiamo a quantio giovani italiani cercano occasioni du studio e di lavoro all’estero).
    E’ più apparente che reale anche perché di fatto non tutti i cittadini europei hanno davvero uguale accesso alla lingua inglese, e non solo perché le persone della mia generazione potevano avere studiato lingue straniere altre da quella (trovo quindi ingiusto ritenere che sia automaticamente un «ignorante» chi non sa l’inglese), ma anche perché il possesso approfondito e sicuro d’una lingua straniera difficilmente può essere raggiunto con ciò che il sistema scolastico, anche col massimo del suo impegno, può garantire: occorrono soggiorni frequenti all’estero, contatti intensi ecc., e ciò non è alla portata economica ed esistenziale di tutti.

    Infine mi permetterei di cogliere l’occasione per far notare la logica dei due pesi e due misure con cui l’opinione dominante tratta il complesso tema del rapporto tra lingua e cultura:
    — da una parte esso viene negato, affermando che l’inglese sarebbe una lingua culturalmente neutrale e quindi la sua predominanza non avrebbe nulla di colonialistico;
    — dall’altra viene affermato e radicalizzato quando si tratta di lingue minoritarie o di status dialettale, presentandole come intrinsecamente espressione d’una cultura arcaica, contadina, provinciale eccetera e quindi strutturalmente obsolete.

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    • Sempre di spessore le tue riflessioni. Un linguista olandese dalla mente colonizzata, Gaston Dorren, ha dichiarato proprio che l’inglese è più che mai auspicabile dopo l’uscita del Regno Unito (https://www.linkiesta.it/2020/08/brexit-regno-unito-lingua-inglese-unione-europea/ ), perché ci metterebbe tutti alla pari, e tutti lo useremmo come lingua franca, a parte gli irlandesi, che va detto: non apprendono alcuna altra lingua! Questa visione dell’inglese come lingua neutrale, come fosse l’esperanto, è quella che il colonialismo linguistico attuale vorrebbe imporre a tutto il pianeta, ma è una forma di dominio imperialista e prepotente, che ha dei costi pazzeschi per tutti i paesi non anglofoni: di denaro (hai perfettamente ragione sui limiti della scuola e la necessità di soggiorni all’estero e aggiornamenti continui) e soprattutto sociali-culturali: l’imposizione della lingua-pensiero unico. Dorren riconosce che in Olanda la lingua autoctona ha perso alcuni domini come quello della scienza e del lavoro, ma non se ne preoccupa e fa spallucce, a contrario di ciò che pensano suoi colleghi preoccupati che denunciano come l’insegnamento in inglese non sia qualcosa che si aggiunge, ma che sia sottrattivo, porti alla regressione della lingua locale che diventa incapace di esprimere le cose. E l’Olanda è il fiore all’occhiello del neocolonialismo anglomane, visto che il 90% degli abitanti conoscono l’inglese. Questa mentalità sarebbe da combattere, come è da combattere la riforma Madia che sancisce la superiorità e l’obbligatorietà dell’inglese nei concorsi pubblici, come se sapere altre lingue fosse trascurabile e la cultura coincidesse con l’inglese, invece che con il multilinguismo. Ma in Italia non c’è dibattito, anche se non conosciamo l’inglese prevale la linea “olandese” che si dà per scontata, visto che siamo una colonia culturale e lavorativa in mano ai collaborazionisti del globalese. Il caso del Politecnico di Milano è significativo.

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      • Ho letto l’articolo che Lei cita su “Linkiesta” e ho trovato in esso anche un’altra affermazione a mio avviso decisamente contestabile:
        “Bisogna distinguere tra lingue di piccole società, piccole nazioni, tribù e semplici dialetti. «Se un dialetto scompare è triste, ma solo per una questione di nostalgia, come doversi trasferire perché la tua vecchia casa deve essere abbattuta per farci un’autostrada. […] Se sparisse per esempio l’estone, significherebbe che tutto ciò che è stato scritto in estone […] non sarebbe più accessibile. La perdita sarebbe molto più grave. Lo stesso dicasi per le piccole lingue in Camerun, Papua Nuova Guinea o altre comunità: la loro morte si porta dietro la scomparsa di un modo di vita tradizionale, la loro scomparsa è comparabile a quella di specie animali e vegetali».

        Tale distinzione qualitativa quindi glottopolitica tra piccole “lingue” e “semplici dialetti” mi sembra assai poco sostenibile, oltre a non essere esplicitato in che senso s’intenda la coppia concettuale “lingua” :: “dialetto” (sociolinguistico o classificatorio in senso genetico e/o tipologico?).
        Anche quelli che chiamiamo più o meno propriamente dialetti hanno una letteratura, e in vari casi anche con una storia più lunga d’alcune lingue nazionali minori: ad es. i testi in diversi volgari extratoscani son ben più antichi delle prime testimonianze scritte del romeno o dell’albanese.
        Anche la contrapposzione alle “piccole lingue” dell’Africa o dell’Oceania non regge, perché anche qui un nesso (seppur non totalizzante, come indicavo nel mio intervento precedente) con la “scomparsa doi un modo do vita tradizionale” esiste.
        Credo che sarebbe ora che, come ormai avviene nel mondo anglofono, francofono e ispanofono
        (per rendersene conto basi guardare all’elenco di “lingue” che a Spagna e il Regno Unito riconoscono e più o meno promuovono, che la Vallonia – purtroppo non l’intero Belgio! – tutela – seppur troppo debolmente – nella legge sulle “langues régionales indigènes”, che la Francia, anche se per ora solo ufficiosamente col “Rapport Cequiglini”, annovera come “langues régionales”) , rinunciassimo a questa discriminazione di sapore romantico-nazionalistico tra “lingue” e “dialetti” e parlassimo semplicemente di lingue con maggior o minore raggio di comunicazione, prestigio culturale (ma questo non è mai definito una volta per tutte), funzioni sociali (ma anche queste dipendono da convenzioni sociolinguistiche modificabili) e distanza strutturale da altra lingua di riferimento.

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  7. Se solo sento il nome di Gorren mi viene quasi una crisi isterica… Volevo solo puntualizzare che comunque non è un linguista, è un giornalista poliglotta che se la tira (veri poliglotti hanno comunque smontato diversi punti dei suoi libri: facile raccontarla quando pochissimi ne sanno). Quando poi scrive in un capitolo di un suo libro, che mi vergogno di aver acquistato (a volte dovrei fare opportune ricerche prima, e dire che avevo avuto un avvertimento a cui non ho voluto dare bada, stupidamente) che l’esperanto è difficile (quando rispetto all’inglese sarà 50 volte più facile, tenendomi bassa), raggiunge decisamente il ridicolo. Il problema è che la cultura linguistica in generale è ora bassissima (a scuola è già un miracolo se – tardi! – arriva un po’ di analisi grammaticale e logica di italiano), se va bene la gente ha una vaga idea dell’inglese, ha talvolta sentito in qualche occasione parlare francese e spagnolo (il tedesco no, non occorre neppure, sa già che fa schifo prima), per cui ritiene che qualsiasi lingua debba essere pronunciata come fosse inglese. Gli altri sono solo “loser” (italiani inclusi peraltro, e qua pure concordo).

    Sinceramente non riesco a capire come si possa considerare “neutrale” l’inglese, che ha neutralità zero, come qualsiasi lingua naturale, ovviamente, per forza di cose.

    PS. Sai già che non guardo quasi mai la televisione italiana, con rare eccezioni; durante le vacanze di Natale ho sentito che mostravano in Rai un film in due parti su Maria Theresa e ho provato a seguirlo un momento. Giusto un momento, perché quando ho sentito nominare il “Burgtiater” ho lasciato subito perdere.
    (Ogni volta mi ripropongo di starmene zitta, poi…)

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    • Il livello delle argomentazioni di Dorren è pietoso indipendentemente dal fatto che sia linguista o meno, del resto molti linguisti “certificati” le sparano in modo vergognoso, soprattutto in Italia. Le affermazioni idiote sull’esperanto, fatte quasi sempre da chi non hai idea di cosa sia, sono parecchie. Che sia facile è indiscutibile, mentre che l’inglese sia facile è un luogo comune da sfatare. Umberto Eco fece un’analisi delle LIA (lingue internazionali ausiliarie) molto affilata. Elogiava la bellezza dell’esperanto e – facilità a parte – distruggeva un altro degli stupidi falsi miti, e cioè quello che, anche adottandolo, con il tempo si diversificherebbe e perderebbe il suo carattere sovranazionale, una critica che confonde le lingue vive – che evolvono – con le lingue ausiliarie che proprio perché sono neutrali e usate per la comunicazione internazionale sono invece stabili, un po’ come il latino della protoscienza e dei teologi, che si usa ancora adesso nella Chiesa, e che è rimasto stabile e comprensibile, pur con i neologismi costruiti sulle regole latino, da telefonus a breviloquium (= tweet). L’inglese di oggi è invece paragonabile al latino della Roma imperiale, quello sì che si diversifica, e infatti le varietà come quella indiana si distacca palesemente dall’inglese di Oxford a sua volta diverso dal globalese delle multinazionali e degli statunitensi. Eco analizzava anche parecchie altre obiezioni e contro-obiezioni nel suo lavoro: https://era.ong/umberto-eco-e-la-lia-lingua-internazionale-ausiliaria/
      Considerare l’inglese “neutrale” è una sciocchezza che non sta né in cielo né in terra. Churchill che era perfettamente consapevole dell’importanza del controllo linguistico (la lingua è potere) che ha caratterizzato il colonialismo britannico, perseguiva il progetto dell’inglese globale proprio perché sapeva che era un vantaggio per i Paesi anglofoni, e consapevole della fine del colonialismo inglese costruì il suo progetto “dell’impero delle menti che offrono vantaggi di gran lunga superiori alle conquiste militari” proprio con gli Usa. Ad affermare la “neutralità” dell’inglese dunque, non ci sono nemmeno gli inglesi stessi, ma i collaborazionisti che vivono nelle province colonizzate che si chiamano Olanda, e anche Italia. E non lo fanno in buona fede.

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      • A proposito dell’Olanda, la loro “sottomissione” all’inglese globalizzato ha anche qualche motivazione storica analoga all’Italia del dopoguerra?

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        • Non saprei, furono occupati dai nazisti e liberati dagli alleati a fine guerra, visto che i tedeschi lì avevano resistito, e comunque si beccarono una fetta di finanziamenti del piano Marshall di poco superiore a quella italiana, benché la popolazione fosse molto minore. Credo però che la conoscenza dell’inglese sia legata anche ad altri fattori, nei Paesi scandinavi e del Nord d’Europa è molto diffuso e dalle classifiche l’Olanda è attualmente al terzo posto dopo Svezia e Norvegia. Ma non sono molto ferrato sul tema.

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        • Il motivo principale era evitare il tedesco, dopo l’occupazione nazista, anche comprensibilmente, anche se i più furbi si sono resi conto dopo che era col tedesco che potevano avere più successo in alcuni campi (commercio come spettacolo: vari attori o presentatori in Germania erano/sono olandesi), cosa anche comoda, vista la vicinanza territoriale da una parte e in considerazione del numero degli abitanti dall’altra (oltre alla facilità per gli olandesi di imparare il tedesco).
          Gli scandinavi erano meno “allergici”, poi comunque si sono buttati sull’inglese per altri motivi (convinti che le loro lingue siano troppo minoritarie e di non poter aspettare che altri le imparino – e dire che io sono innamorata dello svedese, quando ho un po’ di tempo lo riprendo in mano…).

          Antonio: Grazie del link su Eco. Mi ero così agitata da scrivere Gorren, invece di Dorren! 😀 Certo che è pietoso, era solo per salvare almeno in parte la categoria dei linguisti, che, lo confesso, mi ha molto deluso (e a cui una volta sognavo di fare parte, almeno in piccolo).

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          • Grazie Gretel, non avevo riflettuto e non ero a conoscenza dei motivi storici che segnali.
            Sui linguisti non mi pronuncio, noto che hanno un approccio spesso eccessivamente analitico, volto a spaccare il capello nell’analisi del particolare, ma in questo modo sfugge loro quello che avviene nel mondo macroscopico. Spesso si basano su categorie che ormai non stanno in piedi, non capisco come possano continuare a parlare di prestiti di lusso e di necessità, per esempio, cosa che fanno anche linguisti di primo piano. Credo però che nelle riflessioni sulla lingua – che per parafrasare De Saussure è una cosa troppo importante per lasciarla ai linguisti – spicchino altri personaggi. Penso a Pasolini che ha capito negli anni ’60 che l’italiano si era tecnologizzato e si stava rinnovando a partire dai centri industriali del Nord (e i linguisti gli diedero addosso salvo dargli ragione oggi dopo 50 anni e fuori tempo massimo), oppure alle considerazioni di Camilleri che ho citato in questo articolo, o a quelle di Umberto Eco… Storicamente non trovo nei linguisti visioni capaci di rendere conto della trasformazione della realtà, con poche eccezioni mi paiono concentrati sul passato. E anche nel caso degli anglicismi quelli che hanno compreso cosa sta succedendo sono pochi, alcuni lo hanno capito con un bel po’ di ritardo, altri minimizzano e altri ancora negano. Almeno in Italia.

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  8. Dici bene, ma del resto dopo la guerra il pallino in Europa è passato nelle mani degli Stati Uniti e sono stati loro a guidare e finnziare le varie costruzioni europee perchè rispondessero ai loro interessi.Se c’è una cosa che quest’Europa matrigna potrebbe fare di buono sarebbe almeno quella di istituire una vera lingua franca come l’esperanto dato che nessuna lingua nativa può essere considerata neutra in quanto favorisce naturalmente i suoi parlanti d’origine. Ma qualcosa mi dice che non lo faranno.
    Per quanto riguarda l’Italia bisogna capire la nostra triste situazione. A 75 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale noi abbiamo ancora lo status di potenza sconfitta ed occupata con 113 siti territoriali che non sono nella nostra disponibilità. Si va da semplici depositi per stoccaggio a grandi basi aeronavali o installazioni militari strategiche. Peggio di noi stanno solo paesi come la Palestina o l’Iraq o l’Afghanistan. Sì insomma nazioni che hanno subito invasioni od altri eventi drammatici similari. Tralasciamo le interferenze che subiamo negli altri campi.
    La conseguenza di questo è che il vincolo esterno al quale siamo sottoposti ha fatto sì che noi si abbia una classe politica, ma anche dirigente in generale che è sostanzialmente formata da tromboni, inetti e servili. Gente assolutamente indifferente all’interesse nazionale e dedita soltanto alle proprie carriere ed avanzamenti personali. Lo vediamo in tutti i campi purtroppo (è di questi giorni, per fare un esempio, un Renzi che si reca negli Stati Uniti evidentemente per sapere come deve comportarsi riguardo al governo attuale) e quindi non stupisce che questo accada anche nella politica linguistica. Si soggiace supinamente e si avvia il paese ad adeguarsi alla lingua del padrone in tutti i settori. Mi spiace doverlo dire ma Mattarella è il degno presidente di un paese ridotto così e da lui non c’è da aspettarsi niente di buono. Li eleggono apposta del resto.
    Per quanto riguarda il Politecnico, la storia per come la conosco io fu che nel 2009 avrebbero voluto trasformarlo in un ateneo integralmente in lingua inglese. Ci furono vari batti e ribatti con sentenze varie ed infine oggi la situazione è stabilizzata più o meno così: nel triennio iniziale gli insegnamenti sono sostanzialmente in italiano ma nel biennio di specializzazione tutti i corsi più importanti sono erogati in inglese e comunque l’iscrizione in questa università è subordinata al superamento di un esame di conoscenza di questa lingua non so a quale livello ma immagino piuttosto alto. Certo se questa tendenza si dovesse diffondere anche al resto del paese allora si comincerebbe a configurare per l’italia una situazione che prefigurerebbe addirittura la perdita della nostra identità. Infatti se studi in una lingua che non è la tua sarai portato anche a pensare con quella lingua e con la mentalità che essa si porta dietro. Già oggi dovremmo chiederci se il Politecnico di Milano sforni ingegneri ed architetti che si possano considerare ancora compiutamente italiani oppure no.

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    • Hai perfettamente ragione. Anche io temo che l’inglese in Europa sia difficile da sradicare, soprattutto perché difeso da burocrati che non sanno nemmeno cosa sia l’esperanto e difendono lo status quo. Tuttavia il dibattito andrebbe aperto, e per esempio la polacca Danuta Hübner ha sollevato la questione in un intervento in cui spiegava che senza il Regno Unito non c’è neanche l’inglese (ti lascio il video che purtroppo è però in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=JqNC7YK0y1w ). L’esperanto sarebbe una soluzione giusta, etica, razionale… ma gli esperantisti li han sempre bastonati e li bastonano tutt’ora. Tra le altre soluzioni ci sarebbe il rafforzamento del multilinguismo, e comunque potrebbe essere l’occasione per ripristinare l’italiano come lingua di lavoro, ma i nostri politici sono una vergogna e distruggono l’italiano invece di promuoverlo.

      La vicenda del Politecnico è molto complessa, ed è fatta di corsi e ricorsi che vanno avanti dal 2012. Ho provato ricostruirla più volte, e l’ultima qui in occasione dell’ultima sentenza: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2019/11/18/politecnico-di-milano-la-nuova-sentenza-che-apre-allinglese-nelluniversita/
      Nel 2019 la situazione era che su un totale di 40 corsi di laurea magistrale 27 erano in inglese, 4 in italiano e 9 in italiano e in inglese e su un totale di 1.452 insegnamenti, 1.046 erano in inglese, 400 in italiano e 6 erano duplicati in italiano e in inglese. Non credo che le cose nel 2021 siano cambiate, e se lo sono dubito che l’italiano abbia guadagnato terreno.

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      • Non so io ho visto sul sito dell’ateneo che gli insegnamenti di base dei primi anni hanno tutti la bandierina italiana mentre quelli del biennio di specializzazione quasi tutti quella inglese. Ma comunque la sostanza non cambia. In questo paese la gente è educata all’autorazzismo ed a considerare ciò che viene da fuori come superiore ed educativo a prescindere. Cosa sarebbe successo se un’iniziativa del genere fosse stata presa in un’università pubblica francese? Probabilmente non sarebbero stati necessari tribunali, ma ci avrebbero pensato gli studenti stessi ad appendere il rettore per i piedi.

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        • Discutendo con alcuni professori “irriducibili” del Politecnico di Milano in effetti la cosa che sorprende è che le proteste siano avvenute da parte dei docenti, mentre tra gli studenti regnava il silenzio. In Francia non sarebbe possibile perché nella Costituzione c’è scritto che la loro lingua è il francese, al contrario della nostra. Ma il confronto si potrebbe fare con l’Italia del passato, quando gli studenti erano organizzati e avrebbero protestato. Oggi hanno accettato il numero chiuso, e accettano ogni altra cosa senza più reagire.

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  9. L’italiano è una lingua splendida che andrebbe un po’ più valorizzata, siamo talmente bombardati dall’inglese da non farci quasi più caso è questo è davvero triste. Non coltiviamo l’orgoglio nonostante l’immenso patrimonio artistico che abbiamo alle spalle, perché inquinare la nostra lingua? Sono dell’idea che l’inglese sia importante per comunicare con il resto del mondo ma affossare la nostra lingua per dar importanza ad una lingua che non fa parte della nostra cultura no. Non sono d’accordo. Specialmente adesso che il Regno Unito è fuori dall’Europa, non è arrivato il momento di far riemergere la lingua italiana?

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    • Il momento c’è, a dire il vero ci sarebbe da tempo, e la petizione di legge per cui raccogliamo le firme va in questa direzione. Quello che manca è una classe dirigente e politica che capisca che rivalutare la nostra lingua è un valore, un’urgenza, ma anche un affare economico che ci converrebbe. Lo hanno capito i francesi, invece, e nel prossimo semestre in cui avranno la presidenza europea si preparano alla rivalutazione della loro lingua in Europa.

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