Inglese internazionale o plurilinguismo?

A Milano, capitale dell’itanglese, in metropolitana la segnaletica è bilingue, italiano e inglese, e lo stesso accade per la comunicazione sonora: a ogni fermata riecheggia l’annuncio bilingue che ripete in modo ossessivo: “Prossima fermata… next stop…”
Nelle ore di punta l’utenza è formata più che altro da pendolari ammassati – almeno prima della pandemia – mentre nelle ore serali c’è un’alta concentrazione di arabi, cinesi, sudamericani… gli anglofoni sono piuttosto rarefatti, insomma. Ma dietro questo tipo di comunicazione c’è una precisa filosofia: straniero = inglese = lingua internazionale. Questi annunci sono un martellamento, un lavaggio del cervello che in modo ipnotico ci abitua alla presenza e all’essenzialità del solo inglese.
Anche prendere un treno significa immergersi in questa logica. Una volta c’erano le targhette con scritto “Vietato sporgersi” o “Non gettate alcun oggetto dal finestrino” affiancate dalle traduzioni in francese, tedesco e inglese. Oggi la traduzione è solo in inglese. E per di più l’inglese sconfina sempre maggiormente, e prende il posto dell’italiano. Nelle stazioni o negli aeroporti francesi, spagnoli o portoghesi ci sono le porte per l’imbarco, in Italia ci sono solo i gate. Viaggiare ai tempi del covid implica non occupare i posti con i divieti, ma i cartellini marcatori nella comunicazione delle Ferrovie dello Stato si chiamano marker (“il distanziamento è garantito da specifici marker sui posti non utilizzabili”), mentre ai passeggeri si “spiega” che “è ripresa la distribuzione del welcome drink a bordo treno” o che sui Frecciarossa ai “nuovi servizi di caring a bordo treno” si aggiunge la consegna gratuita “del safety kit gratuito a tutela della salute”, per garantire un protocollo covid free attraverso l’incentivazione di Qr code e ticketless

In treno è meglio non appoggiare le borse sul “desk”, tutto chiaro in questa “semplice indicazione”?


L’inglese internazionale e l’itanglese sono due fenomeni diversi, ma nascono dallo stesso humus e si alimentano dalla stessa mentalità sottostante che idolatra l’inglese come lingua superiore (cfr. “Globalese e itanglese: le relazioni pericolose”).

Il progetto di portarci sulla via bilinguismo italiano/inglese

Il progetto di portare ogni Paese sulla via del bilinguismo a base inglese è mondiale, e spesso è spacciato attraverso la parola plurilinguismo, che è invece l’esatto opposto: l’imposizione del globalese, la strategia dell’inglese globale, è tutto il contrario del plurilinguismo, che considera la diversità linguistica una ricchezza e un valore da tutelare e promuovere.

Il ricorso all’inglese sovranazionale in parte coincide con l’egemonia economica e culturale degli Stati Uniti – e dunque con la globalizzazione – e in parte è figlio di un imperialismo linguistico di natura coloniale storicamente legato all’espansione del Regno Unito e all’idea di Churchill di continuarlo da un punto di vista linguistico-culturale attraverso l’alleanza con gli Usa:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” (discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre 1943).

Ne ho già parlato più volte, e lo ribadisco: considerare l’inglese come la lingua internazionale che risolve i problemi della comunicazione tra i popoli non è una scelta neutra, come potrebbe essere per esempio l’esperanto, è un enorme vantaggio per i popoli dominanti che impongono a tutti gli altri la propria lingua madre, senza doversi occupare di apprenderne altre. Questa visione non è un assioma indiscutibile, è solo una scelta possibile che si può benissimo mettere in discussione, e per tanti motivi. Eppure da noi il dibattito manca. La nostra classe politica e dirigente, con la complicità di intellettuali e giornalisti, ci fa credere che il globalese sia una realtà compiuta, e non un progetto politico, e lo fa in modo piuttosto subdolo, sia attraverso la propaganda di notizie false sia attraverso prassi subliminali che ci abituano gradualmente, anno dopo anno, ad accettare questa ideologia senza accorgercene e senza che ci sia un dibattito.

Queste prassi surrettizie sono infinite. La sostituzione della comunicazione multilingue dei treni con quella italo-inglese si inserisce in un contesto molto più ampio che vede l’Italia in prima linea nella diffusione dell’inglese globale.
Un tempo a scuola si poteva scegliere se studiare come seconda lingua il francese o l’inglese, oggi c’è solo l’inglese, ben propagandato dalle tre “i” della scuola di epoca berlusconiana e della Moratti ministra dell’istruzione (Inglese, Internet e Impresa). Il Politecnico di Milano di fatto eroga la maggior parte dei suo corsi in inglese, nonostante le polemiche e le sentenze.
Nel 2019, per essere “internazionale” la Rai ha annunciato la nascita di un canale in lingua inglese, mentre gli analoghi progetti dei canali francesi, russi o della stessa BBC (che trasmette in 45 lingue diverse) prevedevano trasmissioni in tante lingue, dallo spagnolo all’arabo, per arrivare a tutti. In realtà Rai English, che ci è costata 2 milioni di euro, è stata solo l’ennesimo progetto naufragato e mai realizzato, ma la mentalità sottostante gode di ottima salute. Sino al 2017 nei concorsi per la pubblica amministrazione era obbligatorio conoscere una “seconda lingua”, ma la riforma Madia ha sostituito tutto con la “lingua inglese” che è diventata un requisito obbligatorio. Questa stessa logica si ritrova nell’obbligo di presentare i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) in inglese, con il paradosso che un progetto su Dante o sul diritto romano (basato sul latino) debba essere presentato in inglese! Perché?
Perché decennio dopo decennio il nostro Paese sta perseguendo il disegno churchilliano – che non ci conviene affatto – in modo subdolo.
Uno degli esempi più recenti è l’introduzione della nuova carta d’identità in italiano e in inglese.

La nuova carta d’identità italiana, bilingue, e quella tedesca che include anche il francese, come avviene in Austria, e ovunque sul passaporto.

Credete che sia normale che debba essere così visto che siamo ormai cittadini europei? Allora siete stati ben colonizzati. Perché nel passaporto italiano e degli altri stati europei c’è anche il francese, ma nel nuovo documento elettronico la terza lingua è stata fatta sparire?

Un cittadino francese, Daniel De Poli, davanti alla nuova carta d’identità di stile anglo-europeo in francese, ha protestato con il delegato del ministero degli Interni, mostrando che in Germania il nuovo documento prevede, oltre al tedesco, anche il francese e l’inglese (lo stesso vale per l’Austria), come nel caso del passaporto europeo. E di fronte alla risposta che la scelta era motivata dall’essere l’inglese lingua internazionale, Daniel si è rivolto all’associazione di difesa francofona AFRAV che il 20 marzo 2021 ha presentato un ricorso perché questa decisione è illecita.

In Italia non credo che esistano associazioni del genere, e forse nessuno si è nemmeno mai posto il problema.

Notizie false e propaganda

Accanto alle prassi che ci abituano al bilinguismo e oscurano il plurilinguismo c’è poi la propaganda delle false giustificazioni. Una delle più gettonate, per esempio, è quella di sostenere che in ambito scientifico l’inglese internazionale ha preso il posto del latino che una volta era la lingua franca degli scienziati. Un’affermazione falsa sotto molti punti di vista. In primo luogo il latino era semmai la lingua dei teologi, cioè coloro che hanno condannato Galileo, visto che il “padre” della scienza aveva abbandonato il latino del Nuncius sidereus per scrivere il Dialogo dei massimi sistemi e il Saggiatore per la prima volta proprio in italiano. E anche se alcuni scienziati hanno continuato a usare il latino ancora sino all’Ottocento, la rivoluzione scientifica è avvenuta soprattutto nelle lingue locali. Inoltre, il latino di teologi e scienziati non era la lingua madre di nessuno, era una scelta neutra e il paragone inglese-latino regge solo se il confronto lo si fa con il latino dell’epoca imperiale, quando i Romani conquistavano e colonizzavano imponendo i propri i costumi e dunque anche la propria lingua. In terzo luogo non è affatto vero che l’inglese sia la lingua della scienza ovunque e in ogni ambito (cfr. “Inglese unica lingua della scienza? Non dovunque”).

La bufala che ci fa credere che l’inglese globale sia una realtà già compiuta, invece che un disegno che si vuole realizzare a scapito del plurilinguismo, è molto gettonata, ed è l’alibi preferito dagli anglomani. Eppure, proprio secondo i rapporti 2020 dell’Ef Epi – un’organizzazione che stila classifiche sulla conoscenze dell’inglese nel mondo per esaltarne i benefici – l’Italia è al 26° posto in Europa, quindi siamo messi malino. Stando ai rapporti Istat 2015, tra chi sa una o più lingue straniere (quindi solo una parte della popolazione), l’inglese è conosciuto dal 48,1%, il francese dal 29,5% e lo spagnolo dall’11,1% . In sintesi l’inglese è masticato da una minoranza degli italiani, e se si passa all’analisi del livello di conoscenza le cose precipitano: il 28% dichiara una conoscenza scarsa, il 27% buona e solo il 7,2% ottima.

La conoscenza dell’inglese appartiene ai ceti sociali alti, e come ha osservato il linguista tedesco Jürgen Trabant tutto ciò porta a una moderna “diglossia neomedievale” che esclude una larga fetta di popolazione che non ha accesso a questa lingua. I nostri politici, invece di tutelare e promuovere l’italiano, e gli italiani, sembrano invece favorire questa frattura sociale con provvedimenti come quello della riforma Madia. Il loro progetto è quello di farci diventare bilingui, e non quello di promuovere il plurilinguismo. Ma l’inglese globale è una discriminante anche fuori dall’Italia.

Uno dei firmatari del nostro disegno di legge per l’italiano è Jean-Luc Laffineur, italiano che risiede in Belgio, presidente di un’associazione che si batte per una Governanza Europea Multilingue (Gem+).
Mentre nell’Unione Europea – di cui il Regno Unito non fa più parte – è in atto un dibattito sullinglese come presunta seconda lingua, e ci sono fautori dell’euroinglese e quelli dell’inglese britannico, Laffineur interviene con un articolo in cui snocciola numeri e statistiche. L’inglese è la lingua madre di una minoranza di europei: irlandesi e maltesi rappresentano circa l’1,5%, mentre il tedesco è la lingua madre di circa il 20% dei cittadini europei, il francese del 16% e l’italiano del 15%. Anche se l’inglese è la seconda lingua più studiata in Europa (anche grazie ai programmi scolastici che fanno in modo che sia così), non significa che tutti la padroneggino: solo il 15% dichiara di saperlo fare, mentre il 38% dichiara di conoscerla abbastanza per sostenere una conversazione, ma solo il 25% è in grado di comprendere le notizie di giornali e tv. Il tedesco, il francese, l’italiano e lo spagnolo rappresentano insieme circa il 60% delle lingue native della popolazione dell’UE. Se si aggiunge il polacco, questa cifra sale a circa il 70%.
Come scrive Laffineur, la lingua dell’Europa non è però solo un problema di democrazia, ma anche di potere, che si esercita attraverso la lingua, e di identità linguistica. Invece di chiederci quale sia la lingua da imporre all’Europa, perché non dovremmo guardare al pluriliguismo e per esempio al modello elvetico fatto di tedesco, francese e italiano? Se in Svizzera le lingue di lavoro sono 3, perché l’Europa non potrebbe adottarne 5 o 6? Certo, alcune minoranze linguistiche sarebbero comunque escluse, ma forse lavorare in altre lingue oltre all’inglese sarebbe anche nel loro interesse.

Naturalmente si può dissentire e schierarsi dalla parte del globalese che se si affermerà porterà l’italiano e le altre lingue a diventare i dialetti di un’Europa che parla l’inglese. Ma in Italia sembra invece che a porsi questi problemi siano davvero in pochi, e non se ne parla.
Nei Paesi francofoni la difesa della propria lingua è invece normale, e non ha nulla a che fare con l’essere contro l’inglese, ma con il favorire il plurilinguismo e quindi tutte le lingue d’Europa. Laffineur lo spiega chiaramente in un articolo sul giornale belga La libre (chi non lo comprende può avvalersi di un traduttore automatico come Deepl che mi pare migliore di quello che Google promuove come fosse l’unico, cioè il suo). In un altro pezzo sulla stessa rivista l’autore critica persino la decisione di Ursula von der Leyen, madrelingua tedesca, di inaugurare praticamente in inglese il primo discorso sullo stato del Parlamento Europeo proprio nell’anno dell’uscita del Regno Unito (“un bel regalo, per gli inglesi”).

Ve lo immaginate un articolo del genere su un giornale italiano?

Le due Europe

In teoria l’Unione europea nasce all’insegna del multilinguismo e sull’autonomia linguistica di ogni singolo Paese e il problema della comunicazione tra i parlamentari eletti non dovrebbe certo coinvolgere i cittadini europei. Ma le cose non si possono sempre separare così nettamente. Di fatto, accanto all’Europa pluralista, almeno sulla carta, c’è un’altra Europa che invece di basarsi sui diritti linguistici di tutti i cittadini europei privilegia il globalese, e si adopera per portarci tutti sulla via del bilinguismo. Paradossalmente, la supremazia schiacciante dell’inglese e il venir meno del plurilinguismo è esplosa negli anni Duemila con l’entrata dei Paesi dell’Est. Più la Comunità Europea si è allargata e più si è andati verso l’inglese visto come soluzione concreta e pratica. Oggi la lingua di lavoro è diventata soprattutto l’inglese, e solo in maniera minore lo sono anche il francese e il tedesco, mentre l’italiano è stato ormai escluso.

L’Europa dei diritti linguistici, tuttavia, esiste, e all’estero ci sono molte associazioni che la difendono, come la Gem+ di Bruxelles o l’Oep (Osservatorio Euopeo del Plurilnguismo) di Vincennes (Francia), che nella sua carta proclama che “il plurilinguismo non può essere separato dall’istituzione di un’Europa politica.” Inoltre, ci sono parecchie cause internazionali in corso che si appellano a questi principi per combattere le decisioni dell’Europa anglomane. La Corte di giustizia dell’Unione europea (comunicato stampa n. 40/19, 26 marzo 2019), per esempio, ha sancito che “nelle procedure di selezione del personale delle istituzioni dell’Unione, le disparità di trattamento fondate sulla lingua non sono, in linea di principio, ammesse”, a meno che non esistano “reali esigenze del servizio”, ma in questi casi devono essere motivate “alla luce di criteri chiari, oggettivi e prevedibili”.

Come è possibile, allora, che senza alcun criterio esplicitato e senza reali esigenze di servizio, grazie alla riforma Madia in Italia un professore di spagnolo o di francese, non può essere assunto nella scuola se non sa l’inglese, lingua che esula dalle sue competenza specifiche?

Anche da noi dovrebbe nascere un dibattito come quello che si registra nei Paesi francofoni e in più parti dell’Europa, e dovremmo chiederci se davvero l’inglese è la soluzione che ci conviene e che vogliamo.

Per questo la proposta di una legge per l’italiano non si limita a indicare qualche misura concreta per promuovere e difendere la nostra lingua davanti agli anglicismi e all’itanglese, ma anche di sostenerla davanti alla “dittatura dell’inglese” imposta dalla riforma Madia, dal Miur e da tutti quei balzelli linguistici che tutelano e diffondono l’inglese a scapito dell’italiano e degli italiani. Sia sul piano interno sia su quello internazionale.

Grazie alle oltre 500 persone che con le loro firme hanno aderito alla petizione “una legge per l’italiano”.

15 pensieri su “Inglese internazionale o plurilinguismo?

    • Sull’insegnamento delle lingue straniere mi sono venuti in mente due aneddoti.
      Quando si trattò (nel lontano 1985) di scegliere la lingua straniera alle scuole medie, già allora tutti si gettavano sull’inglese (me compreso, che l’avevo iniziato alle elementari). Tuttavia, alcuni erano costretti a studiare il francese poiché le due sezioni francofone andavano comunque riempite. Toccò anche a un mio compagno di scuola delle elementari, suo malgrado (se ricordo bene). Dopo 36 anni però non gli è andata così male, visto che è diventato giornalista, lavora a Bruxelles e scrive (o scriveva) i discorsi per un noto politico del Parlamento Europeo!

      Quando invece mia nipote fece lo Scientifico, le fecero studiare lo spagnolo (mi pare come seconda lingua straniera) e io deprecai questa scelta della scuola, visto che ritenevo il tedesco più importante per gli scambi commerciali fra i due paesi. Di sicuro, nei rapporti d’affari, chi parla la lingua nativa della controparte (piuttosto che una lingua terza) è avvantaggiato. In ogni caso, a mia nipote le lingue non sono servite, almeno finora.

      Infine, un pensiero su Rai English: se l’intento era di fare un canale di notizie in lingua inglese, l’idea non era così peregrina. Anche altri paesi lo fanno: ci sono versioni in inglese di France24, AlJazeera e canali nati in inglese come Russia Today. Lo scopo non dichiarato è però quello di portare avanti il punto di vista (quindi gli interessi) del paese di origine. Ecco, in quello spirito una RaiNews24 English avrebbe avuto un senso, ma solo per le notizie, a mio avviso.

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      • Sull’insegnamento del francese oltre all’inglese è vero che a un certo punto tutti volevano l’inglese, ma poiché c’erano molti isegnanti di francese assunti che non si potevano licenziare c’è stato un periodo di sorteggi. Il punto è che le lingue non si studiano solo per comunicare nel solo inglese, sono comunque cultura, ed è “razzista” considerarle di serie B davanti all’inglese. Stesso discorso per Rai English, va bene un canale in inglese se si affiancano anche trasmissini Rai in francese, spagnolo o arabo, altrimenti di nuovo non c’è alcun plurilinguismo.

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  1. L’altro ieri per curiosità ho provato a contattare persino Giorgio Kadmo Pagano per condividergli la nostra raccolta firme per la proposta di legge (che ricordiamoci è stata fatta dal basso secondo le indicazioni dell’articolo 50 della Costituzione) ma egli mi ha risposto con scetticismo dicendo che in questa iniziativa mancano dei riferimenti di carattere economico che dovrebbero essere fondamentali e addirittura mi rispose così : “Ma voi sapete che per presentare una legge di iniziativa popolare ci sono regole ben precise? Così come nelle modalità e tempi di raccolta firme?
    Mi sembra tutto molto dilettantesco. Tra l’altro c’è Fratelli d’Italia che ha presentato il 25 marzo una legge sull’italiano. Ne ho parlato a Translimen nella mia ultima trasmissione a Radio Radicale.
    Auguri.”

    Non so se alla fine, al di là di questa reazione, abbia ugualmente firmato oppure no . In quanto alla proposta del partito Fratelli d’Italia c’è l’ho già presente (eccola qui https://era.ong/fratelli-ditalia-e-la-campagna-pro-lingua-italiana-nel-vii-centenario-della-morte-di-dante/ ), ma siccome si tratta di un partito di Destra allora temo che la loro iniziativa non sarà considerata abbastanza “trasversale” per essere convincente (invece la nostra proposta fatta “dal basso” non appartiene a nessun schieramento politico specifico, visto che giustamente la lingua deve essere un patrimonio di TUTTI).

    Nel frattempo ho condiviso le firme anche all’insegnante di lettere sarda Yasmina Pani e le ha accettate con grande entusiasmo ! (ecco i suoi blog con relativi contatti sociali https://yasminapani.it/).

    Comunque sia, continuiamo tutti a far crescere la petizione affinché la proposta di legge per l’italiano non possa finire nel dimenticatoio ! 🤞🤞🤞

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    • L’ultima volta che ho sentito al telefono Giorgio Pagano ho cercato di proporgli la bozza di un programma da condividere, gli ho poi mandato le mie proposte, una sintesi di posizioni ampie che comprendono sia alcune sue proposte come la difesa dell’italiano come lingua di lavoro in Europa, sia quelle della Crusca e di Marazzini per es. a proposito dei Prin. Però non sembravamo in sintonia e non mi ha più risposto né ha aderito, e temo che la risposta che ti ha dato confonda le iniziative di legge popolare che prevedono la raccolta firme, con le petizioni come la nostra previste dall’art. 50 della Costituzione che possono essere presentate anche da un semplice cittadino. I riferimenti di carattere economico non mi paiono essenziali, anzi, gli 11 punti si basano proprio sul fatto di non richiedere investimenti o quasi (in ogni caso nulla di significativo: dunque è un problema di volontà non di chiedere soldi).
      La proposta di fratelli d’Italia, successiva alla nostra di qualche giorno, in realtà è un vecchio cavallo di battaglia di quel partito, e nel 2018 avevano già presentato un disegno di legge simile a quello che rilanciano oggi, in cui avevano tra l’altro fatto il copia-incolla di alcune mie affermazioni, cosa che avevo raccontato sarcasticamente in un vecchio articolo: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2018/09/30/lettera-a-giorgia-meloni-e-agli-altri-deputati-italiani-sulla-tutela-dellitaliano/ (tanto per essere chiari).
      La nostra proposta è molto più strutturata di quella di Fratelli d’Italia che si limita a chiedere l’inserimento in Costituzione della lingua italiana, che oltretutto da solo è un gesto simbolico che a poco serve, e senza gli altri 10 punti che proponiamo mi pare un po’ strumentale più che volto a una reale e concreta promozione dell’italiano davanti all’inglese. Dunque ci tengo a sottolineare in modo chiaro tutte le differenze tra le due proposte.
      Grazie a te, a Yasmina e a tutti coloro che stanno diffondendo la raccolta firme in corso che – lo ribadisco – servono per convincere i parlamentari di vari partiti – dunque in modo trasversale – a chiedere che la nostra proposta venga messa all’ordine del giorno e discussa.

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  2. Ciao, volevo chiederti cosa ne pensi di questo: https://www.facebook.com/photo/?fbid=138337721629069&set=gm.1633491446833945
    Oramai in italia sembra esserci la convinzione che senza la lingua inglese non ci sia modo di andare avanti, ignorando il fatto che molti altri paesi ci riescono tranquillamente senza doversi prostituire culturalmente.
    Io anche cercando di usare la loro visione della cose (lingua inglese = stare bene), non capisco come facciano a non notare il casino che sta accadendo negli stati uniti e quindi a capire che la lingua inglese non equivale a salvezza. Possibile che questo sia dovuto al mito del milionario che si è impiantato anche qui in italia?

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    • Non avendo Fb riesco a leggere solo parzialmente la notizia, ma mi par di capire che venga esplicitato l’intento di creare le future generazioni bilingui a base inglese. Bene. Finalmente qualcuno lo dichiara esplicitamente, mentre altri (vedi la riforma Madia, il Miur, il Politecnico di Milano…) portano avanti lo stesso progetto, che denuncio da tempo, in silenzio e in modo subdolo e occulto. Se non altro tanto vale dichiararlo senza ipocrisie, così almeno si scende in campo ognuno con le sue prospettive – i difensori del colonialismo a base inglese del globo contro i difensori del plurilinguismo – e ci si dà battaglia politica con due diverse visioni del futuro.

      Quello che mi stranisce è che proprio Giorgio Pagano aveva da poco dato spazio alle stesse persone che presentavano il loro progetto di legge a tutela dell’italiano (https://era.ong/fratelli-ditalia-e-la-campagna-pro-lingua-italiana-nel-vii-centenario-della-morte-di-dante/). Questo progetto, che viene tirato fuori ciclicamente, e che riporta alcuni dei miei dati sugli anglicismi, è agli antipodi di quello presentato da noi, ed è da combattere. Credo che a questo punto sia ben evidente.

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    • Fratelli d’Italia è l’erede del Movimento Sociale Italiano, che è sempre stato uno dei partiti (se non il partito) più filoatlantico del panorama politico italiano e lo fu soprattutto negli anni 70, quando il clima che si respirava allora in Italia non era per niente favorevole agli Stati Uniti. Si fanno passare per patrioti con la loro capa Giorgia Meloni che ha l’abbonamento sulla tratta Roma-Washington. Il patriottismo dei servi insomma. Se se ne vengono fuori con questa proposta del bilinguismo è certamente farina del sacco dei loro padroni. Non voglio dire quello che penso gli amerikani abbiano in serbo per noi, visto che per loro siamo una colonia strategica, per non scoraggiare nessuno, neppure me stesso, certo è però che questi sono segnali inquietanti da non trascurare.
      Gli ultimi avvenimenti ci hanno mostrato che livello di sottomissione abbiamo raggiunto: attivato il loro pupazzo Renzi gli amerikani hanno fatto cadere il governo Conte per sostituirlo con questo di Draghi che è molto più filoatlantico del precedente ed è appoggiato da tutti i partiti, unica eccezione proprio questi di Fratelli d’Italia che abbiamo visto di che pasta sono fatti. Siamo a posto quindi.
      Purtroppo tocca ripeterlo: noi non abbiamo una classe politica che possa difendere la nostra cultura, la nostra identità, ovvero la nostra lingua. Lo dicono a chiacchiere, ma è solo ipocrisia e perciò in realtà siamo in pericolo. Gli articoli di Antonio sono chiarissimi a riguardo, la devastazione è ovunque e la possiamo toccare con mano nella vita di tutti i giorni con la classe dirigente che la favorisce. Speriamo, come dice lui, di non fare la fine degli Etruschi, perchè la strada imboccata con l’inconsapevolezza e/o l’appoggio di tutti sembra proprio quella.

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      • Negli anni Settanta c’erano i due blocchi, e politicamente era emersa la “faccia triste dell’America” che dopo il Vietnam aveva cominciato ad appoggiare le dittature sudamericane anche militarmente. La caduta del muro di Belino, la dissoluzione del comunismo e la globalizzazione hanno portato a un servilismo trasversale, e l’americanizzazione della sinistra da Veltroni in poi, tra primarie e partito democratico, tra seconda repubblica e moltiplicazione delle basi Nato appartiene ormai a ogni schieramento, sovranisti compresi. Questo sentimento del “siamo tutti americani”, nato dalla costruzione del nuovo “altro” che non è più il blocco sovietico ma magari il pericolo islamico, non riguarda più le prese di posizione politiche, ma è penetrato in tutta la nostra società. Ormai l’Occidente – un luogo che non c’è – viene fatto coincidere con gli Stati Uniti, la loro mentalità e cultura, che sono il mondo virtuale in cui siamo immersi guardando la tv, i film, la Rete, le pubblicità, i prodotti di consumo, la tecnologia… La nostra americanizzazione spiega anche l’uso e l’abuso dell’inglese nell’italiano 2.0 che parliamo, ma non solo. Sul piano internazionale diamo ormai per scontato che l’inglese deve essere la lingua dell’Europa, della comunicazione sovranazionale, della scienza, della cultura, anche della scuola in sempre più casi. Insomma perseguiamo il disegno del colonialismo linguistico britannico ottocentesco e della sua continuazione novecentesca attraverso il nuovo asse portante degli Usa come se coincidesse con nostro interesse. Uno strano modo di essere sovranisti e di difendere l’italiano… che dovrebbe al contrario implicare il plurilngusimo inteso come valore, ricchezza culturale. Invece no, c’è la difesa della lingua dominante che ci schiaccerà. L’inglese è la lingua della globalizzazione che vuole portare il mondo sulla via del bilinguismo rendendo le lingue locali dei dialetti dell’inglese globale.
        In Italia siamo tutti colonizzati e non c’ nemmeno dibattito. All’estero invece c’è, e ci sono delle resistenze forti a questo progetto ben esplicitato dai sovranisti d’Italia, che circolano nei dibattiti e nelle associazioni per il plurilinguismo che nascono in Francia, in Svizzera, in Belgio, in Germania… E la salvezza dell’italiano va forse ancorata a questi movimenti internazionali, visto che da noi vige il pensiero unico della newlingua di sapore orwelliano.

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        • Esatto, e quindi essendo questa la visione delle cose il problema da noi viene sì percepito, ma al contrario, cioè a dire che in Italia ci sia una conoscenza ancora troppo poco diffusa dell’inglese e che perciò siamo penalizzati nella nostra supposta “competitività” e troppo isolati dal mondo circostante che la parla di più e meglio di noi.
          E’ un’argomentazione che all’apparenza ha una sua logica ma che non si valuta, seguendola, a cosa essa alla fine conduce. Se infatti l’essere competitivi ed al passo coi tempi è in relazione con il parlare inglese, allora i madrelingua saranno sempre avanti agli altri che per quanto la studino non potranno mai conoscerla meglio e quindi se vorranno competere dovranno a loro volta trasformarsi in tali, marginalizzando e di fatto abbandonando la loro lingua madre e di fatto la loro storia e civiltà. Di qui le proposte come quelli di Fratelli d’Italia
          Un mondo quindi appiattito su una sola cultura ed un solo modo di pensare, giacchè una lingua non è un semplice insieme di vocabili intercambiabili a piacere, ma il modo col quale un popolo interpreta il mondo circostante e col quale produce la sua cultura insita nelle sue opere intellettuali e materiali e che poi fornisce come suo personale contributo all’umanità.
          E’ questo che i tecnocrati imbecilli del Politecnico di Milano non capiscono. Non capiscono cioè che loro stanno sostituendo l’ingegnere e l’architetto italiano con un professionista globalizzato e anonimo che pensa, parla e produce in un modo unico e spersonalizzato.
          Non so che tipo di dibattito si sia sviluppato all’estero su questi temi, so però che se in Italia si riuscisse anche solamente a porli all’attenzione sarebbe già un grande successo e a tale scopo forse dovremmo pensare di costituire delle associazioni dove le persone si possano fisicamente incontrare per parlarne e prendere eventualmente iniziative.

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          • Sono d’accordo, a parte il fatto che dubito che la Madia, i dirigenti del Politecnino e via dicendo non si rendano conto. Se ne rendono conto benissimo ma hanno scelto questa via, che è la rinuncia all’italiano in definitiva. Ed è per questo che bisogna combatterli e contrappore un’altra visione.

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