La nostra legge per l’italiano su “France Culture”!

Venerdì 21 maggio France Culture – il servizio pubblico nazionale francese di RadioFrance – ha parlato della nostra petizione di legge sull’italiano con un articolo firmato da Bruce de Galzain, corrispondente da Roma e dal Vaticano, che voglio di seguito riassumere e commentare (per la lettura in lingua originale per intero → “Italie : trop d’anglicismes dans la langue de Dante”).

Il titolo è Italia: troppi anglicismi nella lingua di Dante e il sommario recita: Mentre quest’anno si celebrano i 700 anni dalla morte del padre della lingua italiana, Dante Alighieri, gli italiani utilizzano sempre più anglicismi. Al punto che c’è chi reclama una legge per difendere la lingua.

L’articolo riprende la recente esternazione del presidente del Consiglio Draghi davanti a parole come babysitting e smartworking – ma il giornalista scrive télétravail, ed è costretto ad aggiungere in una nota esplicativa che da noi viene detto smartworking – e riporta anche la successiva uscita ironica nei confronti di governance invece di un più semplice governo.
(Per saperene di più: → “Ben detto, presidente Draghi: perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” e → “Draghi torna a ironizzare sugli anglicismi…”).

Poi cita le dichiarazioni del presidente della Crusca Claudio Marazzini che ha manifestato il suo entusiasmo per le parole di Draghi, perché – ha sottolineato – quando si critica l’abuso dell’inglese in Italia si viene spesso accusati di provincialismo, ma è un po’ difficile che la stessa accusa sia mossa nei confronti del nostro presidente del Consiglio, vista la sua statura di carattere internazionale.

(Tra parentesi: Marazzini è intervenuto ancora sulla questione con un articolo sul sito dell’Accademia che è il “tema del mese” di maggio: “Perché è utile tradurre gli anglismi“, in cui riconosce esplicitamente che ormai gli anglicismi superano “le distinzioni tra prestiti di lusso e di necessità”).

Il passo di France Culture che più fa riflettere riguarda il lievitare delle parole inglesi durante la pandemia. Il giornalista scrive con un certo stupore: “Gli italiani usano il ‘computer’ [NdA in francese ordinateur] con il ‘mouse’ [in fr. souris, cioè topo] per fare ‘smartworking’ durante il ‘lockdown’”. E davanti a quest’ultima parola, di nuovo è necessaria una nota redazionale per spiegare al pubblico cosa significhi: il confinamento (confinement), come dicono anche in Spagna, del resto.

Per le nuove generazioni, scrive de Galzain che riporta alcune dichiarazioni di giovani intervistati, le parole inglesi suonano meglio. In realtà questo non vale solo per le nuove generazioni, purtroppo… E poi l’articolista mette il dito sul tema dell’inglese internazionale, e riporta le parole di una guida turistica di Venezia, Luca, che spiega che i giovani che viaggiano in Spagna o in Francia non usano più l’italiano, ma comunicano direttamente in inglese perché è la lingua che la gente conosce di più. Alla cultura dell’intercomprensione e del multilinguismo, si potrebbe riassumere, è ormai subentrata quella della lingua unica.

Dopo queste premesse, l’ultimo paragrafo intitolato “La metà dei neologismi sono parole inglesi” è dedicato ai miei dati tratti dallo spoglio dei dizionari. Il passaggio dai 1.700 anglicismi del Devoto Oli del 1990 agli attuali 4.000 del 2021, il fatto che quasi la metà delle parole del Nuovo millennio è in inglese crudo, la loro frequenza esagerata sui mezzi di informazione… Una situazione molto diversa da quella francese.

E la conclusione illustra la nostra petizione di legge per l’italiano e la diffonde così attraverso il canale nazionale!

Il tono del pezzo sembra abbastanza scandalizzato dal fatto che una figura istituzionale come Matteo Renzi abbia a suo tempo varato il Jobs act (che spiega ai francesi essere la réforme du marché du travail) o parlato di spending review (locuzione assente nella banca terminologica France Terme), cioè la réduction des dépenses budgétaires. De Galzain ricorda che dal 2015 l’Accademia della Crusca è intervenuta promuovendo alternative come centri d’identificazione dei migranti invece di hotspot. E nella chiusa rammenta che in Francia, nel 1992, è stato aggiunto nella Costituzione che la lingua è il francese, perché subito dopo il trattato di Maastricht si temeva che l’inglese potesse essere imposto come lingua dell’Unione europea.

Dopo aver letto questo pezzo, a parte rimarcare le grandi differenze culturali e sociali tra la Francia e l’Italia, devo constatare che la nostra iniziativa di legge ha ormai una risonanza internazionale, e infatti in agosto uscirà un articolo che ne parlerà anche su Wiener Sprachblätter – la più importante rivista della più grande associazione linguistica in Austria, il Verein Muttersprache – che sta preparando uno speciale sull’italiano e le celebrazioni dantesche.

Nel nostro Paese, al contrario, sinora i mezzi di informazione non ne hanno quasi parlato e mi chiedo se il “provincialismo” stia nel criticare l’abuso degli anglicismi o nel sciolinarli in modo irrefrenabile, e nel non dare spazio a ciò che all’estero viene invece considerato una notizia…

Ma forse qualcosa sta cambiando: alle 10,15 ne parlerò su Radio24, nella trasmissione Uno, nessuno, 100Milan (con Alessandro Milan e Leonardo Manera) dove interverrà anche uno studente russo, Grigory Revkov, che sta studiando l’italiano. Lo fa attraverso la Rete, frequentando canali su YouTube come quello di Roberto, più noto come UIV (Un Italiano Vero), un professore che insegna la nostra lingua soprattutto agli stranieri che si connettono alle sue dirette da tutto il mondo. È lui che ha scritto alla trasmissione chiedendo di segnalare l’esistenza della petizione di legge. Qualche tempo fa mi ha ospitato in una delle sue dirette, e ho avuto modo di confermare anche lì ciò che da tempo è per me sempre più evidente: chi ci guarda dall’estero non apprezza affatto tutti gli anglicismi che utilizziamo.

Come nell’articolo di France Culture, da tutto il mondo emerge lo stesso stupore davanti alla nostra anglomania. I commenti che arrivano da queste persone che amano l’italiano, e lo vogliono apprendere, sono rammaricati dall’abuso dell’inglese e c’è chi, come Dijana Josifoska, trova “presuntuoso” ricorrere agli anglicismi, o chi come Jonathan Leeming, madrelingua inglese, trova “strano” incontrarli così spesso nella nostra lingua…

Credo che ascoltare questi giudizi internazionali, e quello che dirà Grigory, serva a farci riflettere e non possa che farci del bene!

PS (aggiornamento delle 10,45)
Purtroppo nella diretta su Radio24 non si è fatto alcun accenno alla petizione, che avrebbe dovuto essere il motivo della mia presenza. Aspettavo la domanda, ma ho compreso troppo tardi che non sarebbe arrivata. Devo dunque rettificare il mio avventato “forse qualcosa sta cambiando”.

19 pensieri su “La nostra legge per l’italiano su “France Culture”!

  1. Eh…. purtroppo bisogna essere assertivi in questi programmi che vanno sempre di corsa e magari tendono a banalizzare… 😦
    Almeno Grigorij, da buon russo senza peli sulla lingua, ha colto nel segno con il senso di inferiorità.

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    • Direi che il programma è divulgativo e ha il suo taglio che non considero banale, solo che mi hanno invitato per parlare della petizione, dunque attendevo, educatamente, che mi ponessero la questione che faceva parte dell’oggetto concordato. Pazienza…

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  2. Stamattina ho appena seguito il tuo intervento su Radio 24. Mi dispiace che non ci sia stata alcuna menzione della proposta di legge ( e vabbè che la diretta in questione ha pure i minuti contati) però mi è piaciuto lo stesso, e apprezzo anche il parere di quello studente russo. Spero magari che per la prossima volta, se dovessero chiamarti di nuovo per un intervista, si potesse approfondire di più sull’esistenza della proposta di legge. Anzi, se all’estero (compresi i paesi anglofoni) dovessero parlarne di più del suddetto tema allora forse qualche autorevole mezzo italiano potrebbe finalmente avere il coraggio dare visibilità alla nostra iniziativa.

    Detto questo, in bocca al lupo ! 😉

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  3. Ciao Zoppetti, sono sempre Elia, dimmi pure se ti dovessi recare incomodo. Il fatto è che viene da chiedersi come dei linguisti conclamati o comunque specializzandi facciano mostra di un tale negazionismo (preconcetto per soprammercato) contro ogni evidenza meridiana, al punto di negarla, in nitida opposizione col “vilume”, ben più scorto nella sua inerudizione. Voglio dire: questi cruscaioli, oltre a seppellirsi nel polveraio dei loro testi sociolinguistici, non guardano la tivvù? I giornali non li leggono? O appena immatricolati entra in atto una metamorfosi encefalica che porta, per dirla antiquatamente, a “infratire e incruscarsi il cervellino”, cioè a mettersi irriflessivamente il paraocchi alla realtà? Illuminami, perché non me lo spiego.

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    • O Elia, non mi pare che alla Crusca siano “negazionisti”. Il presidente Marazzini è preoccupato e attivo, lo stesso si può dire dell’agguerritissimo Francesco Sabatini, mentre Luca Serianni che negli anni ’80 non era preoccupato degli anglicismi dal 2015 ha dichiarato di aver abbandonato questa posizione, come ha fatto Tullio De Mauro che dopo aver per decenni contrastato le tesi del Morbus Anglicus nel 2016 ha detto che ormai siamo davanti a uno tsunami anglicus. Esiste poi il Gruppo Incipit, almeno simbolicamente. Poi c’è anche chi come Salvatore Claudio Sgroi chiama gli anglicismi “doni”, ma non credo affatto che neghi l’evidenza, semplicemente non è preoccupato della loro presenza, forse in nome di uno storico liberalismo linguistico per cui la lingua va studiata e non protetta (almeno così mi pare, non lo conosco abbastanza per “etichettarlo”), o forse perché gli piacciono.
      A “negare” sono altri linguisti, per es. Giuseppe Antonelli secondo il quale gli anglicismi sarebbero tutta un’illusione ottica amplificata dai giornali e sarebbero passeggeri. Non si capisce con quale argomentazioni sostenga ciò, perché non ci sono dati sulla loro obsolescenza, e soprattutto il ruolo dei mezzi di informazione non è marginale, sono quelli che hanno storicamente fatto la lingua, e che oggi la anglicizzano. Ammette che hanno conquistato l’ambito dei giornali e dell’informatica,non mi pare che si renda conto che hanno colonizzato moltissimi altri ambiti (lavoro, tecnologia, scienza, economia, e sempre più cultura, moda, persino cucina e linguaggio comune). Oppure c’è Vera Gheno che sostiene che l’italiano è perfettamente in grado di assorbire l’inglese, ancora una volta non si capisce su quali basi, a parte le sue impressioni. In un recente articolo ha scritto che nello Zingarelli ci sono solo 3.000 anglicismi su 140.000 parole. Peccato che non dica che nello stesso dizionario, nel 1995, erano 1.800 e dovrebbe rendersi conto dello sfacelo avvenuto in soli 25 anni. Inoltre questo distribuire il numero degli anglicismi su tutto il lemmario storico di secoli è un modo di procedere diciamo così superficiale… non tiene conto delle datazioni, delle parole morte (i dizionari son cimiteri delle parole disse qualcuno), non tiene conto delle distinzioni grammaticali (gli anglicismi sono al 90% sostantivi o aggettivi). Insomma non è in questo modo che si dovrebbe procedere. E anche dire che tanto la gente quando parla non li usa, oltre a non essere supportato da dati affidabili (chi? Dove? In che contesto?) è un’argomentazione curiosa, perché l’italiano è storicamente una lingua letteraria e se per quello sino ancora a metà Novecento si parlavano i dialetti. L’italiano così detto neostandard, patrimonio di tutti e teorizzato da Berruti negli anni ’80, oggi è anche scritto, e basta leggere in Rete per constatare che è divenuto newstandard. Nei commenti di un articolo sulla rivista Linguisticamente (“Chi ha paura dell’inglese?”) Nicola Grandi non sembrava neanche conoscere i dati che gli citavo sull’aumento dell’inglese.
      Dunque non so se ti ho “illuminato” con le mie opinioni, ma i linguisti – che non sono solo la Crusca – sono una categoria ampia (ho fatto solo alcuni nomi di quelli che conosco di più) e molto eterogenea. Passando dalle interpretazioni dei fatti al volere fare qualcosa di concreto… anche qui le posizioni in campo sono variegate, ma il punto è che la lingua è di tutti, non la si può lasciare ai linguisti, è una questione politica. C’è chi studia e si limita a fare ciò magari con distacco, e c’è anche chi agisce (o almeno prova ad agire con le sue discutibili proposte).

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      • Ammetto di essere stato un po’ “imperspicuo”. Non intendevo solo i membri della Crusca, ma ad ogni modo dici bene: non si capisce su cosa si basino, e bisognerebbe veramente sondargli la testa per capirne i motivi. C’è un’ostilità da entrambe le ‘parti’: noi saremmo i ‘puristi’ e vediamo loro (qualcuno si salva per fortuna) come ‘anglopuristi’. In Francia, Spagna, e moltissimi altri paesi questa scissura non esiste, colmata da un sincero sentimento nazionale (anche linguistico). Questo manca in Italia, secondo me. Quando mi capita di vedere le letture estive o extrascolastiche dei miei coetanei mi immalinconisco: spesso e volentieri libercoli “di cassetta” statunitensi che, se non malamente tradotti, sono direttamente in inglese. Un primo passo per il recupero delle nostre radici potrebbe essere l’estensione a tutto il quinquennio superiore del latino, non più solo al liceo classico, opportunamente accompagnata da un manuale di storia romana degno di questo nome (penso a Montanelli), oltre a un libro/frammenti obbligatorio per le vacanze del repertorio classico (Virgilio, Catullo, Properzio ecc). Ma nemmeno con la forza, per come la vedo io, faremmo nostro quel sano nazionalismo che altrove è la normalità. Io sono l’eccezione fra i miei compagni… una volta ho rivolto loro questa domanda: “Se avessimo più preccellenza politica ed economica, o eventuali “colonie” in cui parlare la nostra lingua (es. Martinica, St. Barthélemy, Guadalupe ecc.), avremmo più cura di quest’ultima?”. Sono rimasto sorpreso da quanti mi hanno risposto affermativamente… qual è il tuo parere in merito? Grazie per il tuo operato, e speriamo di costituirci (io, te, e gli Attivisti dell’italiano) in una associazione culturale, un giorno.

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        • L’ideale sarebbe comprendere l’importanza della lingua anche senza un passato coloniale, chi ce l’ha, inglesi e francesi soprattutto, ha una chiara visione politica di quanto la lingua sia uno strumento di potere. Detto questo son contento di non avere sulla coscienza un passato coloniale di cui vergognarmi, a parte qualche parentesi fugace e fallimentare novecentesca.

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        • Io ho un pessimo ricordo dei libri obbligatori da leggere a scuola: mi sarà capitato due volte di beccare qualcosa che non mi facesse venire voglia di tornare analfabeta! E secondo me può essere uno dei motivi per cui l’italiano langue: la mancanza di una produzione narrativa un minimo frizzante, da esplorare anche a scuola.
          Quando studiavo, ero piagato continuamente da drammi da tinello (come La coscienza di Zeno) e personaggi immobili di cartongesso (come il protagonista de Il Gattopardo) e quel poco di fantastico che aveva da offrire la letteratura italiana non era mai contemplato, solo storie pesanti poco adatte agli adolescenti e che ritraevano un mondo che oggi, per buona parte, non esiste più e in cui non succedeva nulla capace di scatenare l’interesse di una persona qualunque.
          Zero avventura, poca ironia, personaggi incapaci di agire e impervi al cambiamento.

          Penso che più che i classici italiani, sarebbero utili dei libri – anche delle buone traduzioni – di qualcosa che sia un minimo brioso, che racconti storie dinamiche di personaggi interessanti e non i drammi di un borghesotto che non può fumare e si cruccia di questo.

          Ovviamente si parla anche di gusti, ma certe letture obbligatorie, inflitte per lo più perché raccontano il nulla in italiano corretto o per scopi politici, oltre a formare gente che non legge, per conseguenza fa sì che si conosca meno bene la lingua, dato che la correttezza grammaticale passa anche dal leggere libri scritti correttamente. Ma un libro deve essere scritto in modo interessante e raccontare una storia avvincente, se si desidera che il lettore non lo usi come fermaporte. 😛

          Credo che per ridare dignità all’italiano servano narratori e artisti capaci di produrre testi affascinanti scritti nella nostra lingua, capaci di imporsi all’attenzione dei fruitori – e ovviamente, dovrebbero essere presi in considerazione come lettura nelle scuole, senza impestare i programmi solo di autori che fanno venir voglia di fare altro.
          Per fare un esempio di questo giorni, credo che sia più utile la vittoria all’Eurovision dei Maneskin, che hanno conquistato il festival cantando in italiano, piuttosto che costringere dei ragazzini a leggere solo la Morante, Svevo o la traduzione di autori latini o greci vissuti prima di Cristo.

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          • Le letture costrittive sono tediose e allontanano, invece di coinvolgere. Poi dipende anche dagli autori. E’ noto come Leopardi sia amato dagli studenti, e forse anche Dante dell’Inferno (Purgatorio e Paradiso sono invece “pallosi”). Il punto è la concezione della scuola: si può coinvolgere con letture entusiasmanti e si può tediare con letture che si “devono” affrontare per esigenze culturali, volenti o nolenti, per seguire i programmi. Molto sta nella bravura dell’insegnante che se non sa trovare le leve per fare apprezzare la propria materia, anche nei risvolti più pesanti, in qualche modo fallisce. Assegnare letture estive obbligatorie e delegare allo studente senza un adeguato lavoro divulgativo, critico e didattico che faccia apprezzare il perché di quelle scelte storiche o culturali, può essere controproducente, e induce identificare il leggere con la noia, mentre esiste anche il piacere della lettura. Quando ho finito l’università mi son detto: finalmente posso leggere solo quello che voglio io! Non è andata così, mi tocca leggere anche ciò che non vorrei, che non mi appassiona e che non condivido, per lavoro o anche per esigenze culturali. L’argomento è di una complessità inaffrontabile in un commento. Ma il succo è che non si possono ignorare certi classici che fanno parte della nostra storia bisogna però affrontarli nel giusto modo. E non si può nemmeno trascurare letture più amene o facili, anche i fumetti possono essere affrontati con un taglio critico che importò nel nostro Paese Umberto Eco, nel suo Apcalittici e integrati e che fece scalpore tra gli intellettuali di allora.

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            • Ma infatti io critico la scelta di far leggere “solo” certe opere, roba che ricade in generi come il “verismo” o certa letteratura dell’immobilismo.
              Fermi restando i gusti, una certa varietà sarebbe per me auspicabile, così da ridurre il rischio di leggere solo opere sgradite e con l’ampiezza di visione del mondo paragonabile a quella di uno spioncino appannato! 😛
              Se non mi fosse piaciuta la lettura sin da bambino, dopo la scuola dell’obbligo avrei letto solo gli ingredienti dei cibi e la guida TV. 😕

              PS: riguardo a Leopardi, sto progettando una macchina del tempo che mi permetta di impedire la sua nascita. Dover studiare a memoria le sue luuuuunghe e noiose poesie mi ha tenuto lontano da questa forma d’arte. XD

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              • Stidiare le poesie a memoria è un’altra storia, e soprattutto da bambini lo trovo controproducente, rimangono nella testa cantilene di cui non si comprende il senso e si storpia le metrica, e non credo che siano un esercizio utile per allenare la memoria. Io avevo un blocco per queste cose, in compenso sapevo a memoria almeno un centinaio di canzonette, dunque il problema non era nella memoria ma negli approcci sbagliati. Su Leopardi credo che tu abbia avuto cattivi maestri, il suo gradimento rispetto alla poesia di Manzoni o Carducci è di solito alto.

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                • Anch’io ho amato Leopardi, ma quanto a quei debosciati dei miei compagni di classe, non saprei.. 🙂
                  Non so se la letteratura studiata a scuola sia legata all’itanglese. Mi piacerebbe però che i programmi (anche quelli di storia) fossero più vicini alla nostra contemponeità (siamo ormai in pieno XXI secolo…).

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                  • Concordo con voi. Per semplificare le cose, il problema non riguarda tanto il tipo di letture proposte, ma bensì COME vengono fatte studiare, affinché la lettura possa diventare un piacere e non una costrizione.

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  4. In particolare Vera Gheno mi ha molto deluso. Figurati che stasera ha una diretta con GM di PdG (ne parlammo qualche anno fa, se ricordi), ma dai, non ci si può svendere così…

    Resisti, Antonio, resisti, e le risposte alle domande non poste (ops, dovevo dire unspoken… ;)) anticipale (a proposito di vendersi!).
    (At tu, Catulle, destinatus obdura :D)

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  5. Quel “Gregory” dell’ultima riga sarà certo una svista involontaria – a proposito, la translitterazione “scientifica” di Григорий è “Grigorij”, accettabile anche “Grigoriy” (trascrizione anglosassone dove il fonema /j/ è notato con anziché ĵ>) – e non la volontà d’anglicizzare un nome russo, però m’è felice occasione per far notare come in italiano non ci sia una prassi coerente di translitterazione dei nompi propri provenienti da lingue che usano alfabeti non di tipo latino: in generale da noi s’alternano soluzioni anglosassoni a grafie semiitaliane “storiche” più o meno pasticciate (come “Kruscev”); c’è poi il caso dei nomi di persona russi e ucraini di persone provenienti dalla Moldavia, per i quali adottiamo la translitterazione rumena, togliendovi però i diacritici risultandone mostriciattoli che alterano profondamente l’originale. Ad esempio se, supponiamo, un russo signor Кузнецов (che sarebbe come dire Fabbri – o Ferrari -, Smith o Kovács) avesse parenti trasferitisi epoca sovietica in Moldavia, e li ritrovasse poi come migranti in Italia, avrebbe la sorpresa di sentirli chamiare “Cuznetov” – e lui invece sarebbe “Kuznetsov” (mentre scritto all’italiana rendendone alla bell’e meglio la pronuncia sarebbe: “Cusgnizòf”).
    Mi domando retoricamente: non sarebbe ora d’accordarsi su una trascrizione standard dalle principali lingue con scrittura non latina, che cercasse di sfruttare le potenzialità dell’alfabeto italiano, cercando al tempo stesso d’avvicinarsi alle pronuncia originale? (Ossia quello che, inversamente, si fa per trascrivere i nomi occidentali nell’alfabero russo)?
    Quanto all’articolo 2 comma 1 della costituzione francese forse è meglio non evocarlo, perché è in nome di tale norma che proprio in questi giorni la Corte Costituzionale (“Conseil Constitutionnel”) parigina ha svuotato la legge Molac sulle lingue regionali, facendo della repubblica d’Oltralpe l’unico paese europeo in cui le minoranze non potranno più, de iure e non solo (come sovente altrove accade altrove) de facto, avere la scolarizzazione nella propria lingua (che già era concessa col contagocce): una situazione degna più d’un regime fascista che d’una democrazia.
    Estrema attenzione quindi, ripeto sin alla nausea, se vogliamo costituzionalizzare la lingua italiana – come pure sarebbe auspicabile – ad evitare formulazioni-trappola come quella francese.

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    • Grazie. ho corretto la svista o forse il lapsus freudiano, a dire il vero mi sono limitato a copiare come si firma l’autore (Grigory) e non mi intendo troppo di traslitterazione da altri alfabeti, però concordo con l’opportunità di una semplificazione. Negli anni ’90 mi sono occupato del riversamento in cd-rom di varie enciclopedie e a quei tempi la ricerca per parola filtrava gli accenti ma non era evoluta come le odierne ricerche che prevedono le parole “simili” basate sugli errori ortografici o le approssimazioni più frequenti. Il risultato era che era praticamnte impossibile cercare una voce come Tchaikovsky o Ciaikovski… tra i, y, h, tch/tz… la probabilità di azzeccare l’esatta combinazione era bassissima.

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    • Concordo totalmente sulla traslitterazione, un altro ambito che dovrebbe essere normato da una nuova Crusca o da un nuovo ente. La traslitterazione scientifica (es. quella del Lo Gatto per il russo) è illeggibile ai più, quindi andrebbe adottata quella basata sulla pronuncia con le normali lettere dell’alfabeto italiano. Io per es. ho capito come si pronunciano certe parole asiatiche (es. Hyundai, che è sorprendente) solo dopo averle viste traslitterate in cirillico…!

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