Le questioni linguistiche della guerra in Ucraina e l’anglificazione

Il mese scorso, nella trattativa diplomatica per risolvere il conflitto in Ucraina che Erdogan aveva rivolto a Putin, sul tavolo non c’era solo Kiev fuori dalla Nato e la questione della sovranità di Donbass, Crimea e territori occupati, ma anche la protezione della lingua russa. Perché le questioni linguistiche si intrecciano in modo inestricabile con quelle delle identità etniche, sociali e culturali, e fuori dalla miopia italiana, sono un fattore politico di primo piano quasi ovunque.

Le lingue dell’Ucraina

La lingua ucraina convive e si mescola con il russo in tutto il Paese, anche se esistono varie altre minoranze linguistiche. Secondo un censimento del 2001, i madrelingua ucraini sarebbero quasi il 70%, e i russofoni meno del 30%, un dato che non corrisponde all’etnia della popolazione rilevata dallo stesso censimento che registrava una percentuale russa ben superiore al 50%. E secondo un’indagine svolta dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev nel 2004, le due lingue si equivarrebbero nell’essere parlate tra le mura domestiche. La presenza del suržik, un misto di russo e ucraino parlato in molte regioni, rende ancora più difficile distinguere nettamente chi parla una o l’altra lingua.

La diffusione dei due idiomi non si può sovraporre con le realtà territoriali, è indelimitabile e sfumata.
Anche se il russo prevale in Crimea e nelle regioni orientali contese nel conflitto, a Ovest prevale l’ucraino in città come Leopoli, al centro il russo va per la maggiore soprattutto nelle aree urbane, come nella capitale Kiev, mentre l’ucraino è diffuso nelle campagne. In questa distribuzione a macchia di leopardo che include un largo bilinguismo, nonostante l’ucraino goda dello status di lingua ufficiale dal 1991, molti ucraini non lo conoscono. Lo stesso presidente Zelensky, russofono, durante la campagna elettorale del 2019 che lo ha eletto presidente, non sapeva parlare ucraino, anche se si era impegnato a farlo. Nel suo programma elettorale c’era invece la creazione di un portale in lingua russa destinato agli abitanti del Donbass per fare arrivare loro il punto di vista di Kiev.

Nel 2012, il governo Janukovych aveva introdotto un discusso concetto di “lingue regionali” che in alcune aree aveva portato al riconoscimento del russo come lingua della scuola e dell’amministrazione, al pari dell’ucraino. Ma tutto è stato spazzato via nel 2019 dal predecessore di Zelensky, Petro Poroshenko, con una legge sulla lingua (n° 5670-d) che toglieva al russo e alle altre lingue minoritarie lo stato giuridico di “lingue regionali” e ne limitava l’uso nella sfera pubblica.

Nell’attuale conflitto si combattono anche le questioni linguistiche accanto a quelle territoriali e politiche. E da anni è in atto una guerra della lingua che vede scontrarsi il progetto di una nuova ucrainizzazione contro quello della storica e secolare russificazione del Paese.

Ucrainizzazione e russificazione

Fino al 2013 il mercato editoriale ucraino era formato per il 75% da libri russi, ma nell’ultimo decennio la proporzione si è invertita a favore di quelli ucraini che prevalgono per numero di titoli ma anche per copie venute. Questa rinascita della letteratura ucraina, in ascesa sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo, è il risultato delle politiche linguistiche e anche di una guerra culturale che ha seguito la guerra di Crimea del 2014.

Il Consiglio Supremo ha sancito l’ucraino come lingua dello Stato, favorendolo e esaltandolo, e ha bandito il russo dal linguaggio istituzionale e ufficiale, mentre il Parlamento ha vietato i libri importati dalla Russia. Nel 2015 è uscito una sorta di “indice dei libri proibiti” che ne metteva ben 38 in una lista nera, in un clima di una più vasta “derussificazione” avviata dal nuovo governo filo-occidentale che ha soppresso persino il partito comunista locale. La legge dell’ex presidente Poroshenko prevede che i cittadini parlino ucraino (almeno in teoria), introduce un esame da superare per ottenere la cittadinanza, ed estromette il russo dai programmi formativi e scolastici. Anche le radio e le televisioni devono trasmettere in ucraino per il 90%, la stessa percentuale del cinema, con l’obbligo di sottotitoli ucraini nelle pellicole in russo.

Questo pacchetto di provvedimenti ha innescato un ampio dibattito, e il progetto di una deliberata “ucrainizzazione” era mal visto dalla popolazione russofona. La forte divisione tra le due culture che si scontrano è evidente soprattutto nelle aree che hanno proclamato la secessione dove, al contrario di quanto avviene nel Paese, dal 2020 hanno introdotto come unica lingua ufficiale il russo.

L’invasione da parte della Russia è avvenuta in questo clima, e anche se si sovrappone a una guerra che va avanti dal 2014, di cui si è parlato poco, ha oggi assunto un carattere globale.

Ma dal punto di vista linguistico, nel nuovo contesto che ha coinvolto il mondo intero, tra ucrainizzazione e russificazione è spuntato anche l’inglese.

L’anglificazione nella Prima guerra globale

Nella speranza che il conflitto non si trasformi nella Terza guerra mondiale, per ora sembra più una Prima guerra globale, e nella controversia linguistica tra ucrainizzazione e russificazione si sta insinuando anche il progetto dell’anglificazione, come avviene in tutto ciò che è legato alla globalizzazione.

Nella legge sulla lingua caratterizzata dai provvedimenti de-russificatori, è previsto che i siti Internet .ua debbano avere la pagina iniziale in ucraino – il che è linea con l’imposizione della lingua in tanti altri aspetti che riguardano l’ufficialità – ma è comparsa un’aggiunta molto curiosa: oppure in inglese o altra lingua ufficiale dell’Ue. In altre parole il russo è vietato, ma di fatto si apre all’inglese, anche se in teoria sarebbe possibile usare altre lingue ufficiali.

Il provvedimento si può interpretare come un’espressione del desiderio di far parte dell’Europa, ma quello che colpisce è che nel testo della legge 5670-d il russo è stato cancellato e non viene più nominato, mentre l’inglese è nominato per ben 18 volte!

Senza voler giustificare l’ingiustificabile – l’invasione dell’Ucraina è un crimine – il montante sentimento anti-russo, che Putin ha chiamato “isteria”, sull’onda dell’emotività sta valicando gli aspetti politici e bellici per allargarsi a quelli culturali e più generali.

In Italia ha fatto scalpore l’isteria dell’Università Bicocca di Milano che, qualche tempo fa, avrebbe voluto sopprimere una conferenza di Paolo Nori su Dostoevskij (avevo già parlato del suo libro in tempi non sospetti) in preda a un oscurantismo anti-russo rimangiato a causa delle polemiche, con un atteggiamento schizofrenico per cui il rimedio si è rivelato ancor più imbarazzante della decisione iniziale.

Naturalmente per chi è sotto le bombe questo sentimento anti-russo è più che comprensibile, da un punto di vista emotivo.

In un articolo sull’Huffingtonpost si può leggere una dichiarazione di Olena, una donna ucraina, che urla il suo sfogo:

Sono nata e cresciuta a Donetsk. Ho parlato russo per tutta la vita. Ora sono letteralmente nauseata da qualsiasi cosa che sia russa: cultura russa, balletto russo, lingua russa, musei russi. Che vada all’inferno. Ecco da dove viene tutto ciò che è russo. Adesso parlo ucraino. O inglese.

Questo sentimento appartiene a molti, e pare che stia nascendo una sorta di rivolta culturale che implica l’abbandono del russo sulle piattaforme sociali e anche nella vita quotidiana, come segno di protesta, ma il riferimento all’inglese come simbolo dell’Occidente è una novità sui cui riflettere.

Per un ucraino di lingua russa, o per un politico come Zelensky che non padroneggia l’ucraino, la tentazione di rinnegare la propria identità linguistica e passare all’inglese sembra forte. Alla base c’è una mancata separazione e confusione tra i piani culturali e linguistici, da una parte, e quelli politici e bellici dall’altra. Si può benissimo condannare e combattere la guerra di Putin senza rinnegare la propria lingua e cultura, in teoria. Ma nella pratica quello che accade è che l’odio per l’invasore finisce per coinvolgere anche il piano linguistico.

Un simile sentimento è al centro del libro Ritorno a Berlino (Verna Carleton, Guanda 2017) in cui il protagonista, dopo il nazismo, aveva cambiato identità, si spacciava per americano e parlava in inglese celando le proprie origini germaniche e la propria lingua davanti al mondo:

Mi vergognavo di essere tedesco, mi vergognavo di appartenere a un paese che aveva tollerato l’esistenza di un regime tanto atroce. Non riuscivo ad affrontare la vita come Erich Dalbur. Come Eric Devon ho trovato il modo di stare a galla.

I segnali di apertura all’inglese sul piano interno dell’Ucraina, dove la “vergogna” nasce dal parlare la stessa lingua dell’invasore, si radicano attraverso il sentimento di voler appartenere all’Europa.
Filippo Mastroianni, in un articolo su Il Sole 24 ore ha scritto: “L’attenzione posta sull’inglese, citato ben diciotto volte nella legge (…) è l’indizio di una politica di più ampio respiro e di un progetto di collocazione europea che Kiev ha ormai imboccato.” Ma anche questo sentore è frutto di una confusione, perché l’inglese non è affatto la lingua dell’Europa, almeno sulla carta. Anche se in questa Prima guerra globale sta guadagnando terreno.

Jean-Luc Laffineur – il presidente dell’associazione Gem+ di Bruxelles che difende il multilinguismo e combatte la prassi surrettizia dell’inglese come lingua dell’Ue – nel bollettino del 31 marzo agli associati ha osservato:

Prima dell’invasione dell’Ucraina, la bandiera europea veniva sventolata accanto alle bandiere nazionali degli stati più filoeuropei anche se non è mai apparsa dietro le scrivanie di Orban o dei primi ministri polacchi. Tre giorni fa a Varsavia, la bandiera americana è stata innalzata accanto a quella polacca, la bandiera europea no. Prima dell’invasione dell’Ucraina, si parlava di allargamento dell’UE. Ora si parla di un allargamento della NATO alla Svezia e alla Finlandia. (…) Prima dell’invasione dell’Ucraina, monitoravamo attentamente la presidenza francese dell’UE per conteggiare il tempo che i dirigenti europei passavano a parlare in francese e in altre lingue. Da allora, abbiamo visto i leader sloveno, polacco e ceco recarsi, senza alcun mandato del Consiglio europeo, a Kiev per sostenere il presidente Zelenski e tenere una conferenza stampa improvvisata in inglese. (…) Non dimentichiamo che l’uso e la crescita di una lingua è legata al potere dello stato dominante. Aumentando la sua dipendenza economica e militare dagli Stati Uniti, l’UE sta di fatto facendo un ulteriore passo verso il vassallaggio politico all’alleato americano.

Questo “vassallaggio” dell’Europa verso la politica e la lingua degli Stati Uniti sta contribuendo all’affermarsi del globalese come lingua internazionale; ed ecco che anche in Ucraina viene percepito così, e accade che l’inglese diventi la lingua alleata dell’ucraino in funzione anti-russa, e che un presidente russofono come Zelensky che non sa parlare bene l’ucraino guardi all’inglese, esattamente come raccontava nell’intervista la cittadina ucraina Olena disposta ad abbandonare persino la propria identità.

Passando dal “vassallaggio” europeo a quello italiano, la novità è che Enrico Letta, segretario del PD, uno dei partiti più americanizzati e filoamericani d’Europa, dall’inizio del conflitto ha cominciato a cinguettare su Twitter in inglese con aforismi come questo:

How many #Bucha before we move to a full oil and gas Russia embargo? Time is over” (3 aprile).

A dire il vero ne ha fatti 2 o 3 anche in francese negli ultimi tempi, ma quelli in inglese al 24 marzo erano ben 14! E più che di multilinguismo bisognerebbe parlare di una comunicazione politica che comincia a dare i primi segnali di anglificazione per rivolgersi non solo agli altri politici europei in inglese, ma anche sul piano interno agli italiani, come fanno le pubblicità e le multinazionali d’oltreoceano. Questi primi segnali si sono visti anche con due cinguettii in inglese di Di Maio (27 febbraio e 2 marzo), due di Renzi (24 febbraio e 2 marzo) e uno di Calenda (25 marzo).

Accanto all’ucrainizzazione, alla russificazione e all’anglificazione dell’Europa, la de-italianificazione della nostra classe politica è sempre più evidente e si allarga.

Millennial(s) e Gen Z: la nostra identificazione attraverso le categorie d’oltreoceano

In un articolo sul Corriere di ieri (Diana Cavalcoli, 3/4/2022) intitolato “Millennials, Gen Z, boomer: chi perde la sfida delle generazioni tra pandemia, guerra (e incertezza)”, si può leggere:

“Tacciate per molto tempo di essere delle generazioni di «bamboccioni» dalla vita facile, i Millennial e la Gen Z si trovano ad affrontare oggi sfide e complessità senza precedenti. Si pensi solo ai due anni di emergenza sanitaria, tra Dad e lockdown, seguiti dallo scoppio della guerra in Ucraina…”

Ragionamenti come questi si possono trovare un po’ dappertutto, non solo sui giornali, ma anche nei libri, nei rotocalchi televisivi chiamati talk show, sulle piattaforme sociali, chiamate social, e nelle chiacchiere dei tronisti del Web che si definiscono influencer, Youtuber e via dicendo. Sono analisi tipiche di un Paese culturalmente e socialmente colonizzato, e dietro il ricorso ai numerosi anglicismi c’è semplicemente questo fatto: non siamo più in grado di elaborare nulla, non siamo più in grado di pensare con la nostra testa. L’apparato mediatico e culturale si limita a ripetere e a diffondere il pensiero d’oltreoceano in modo acritico e pappagallesco, trapiantando categorie che non ci appartengono e facendole diventare nostre. In questo modo si attua un’opera di catechizzazione che riguarda la nostra identità.

Chi sono i Millenial(s)? Che cavolo è la Gen Z? Perché mai, per motivi anagrafici, dovrei appartenere alla X generation? È un’etichetta astratta pensata nel mondo anglosassone con cui non mi identifico affatto, che non mi descrive e mi risulta aliena e alienante.

Chi ha inventato queste categorie e questa discutibile tassonomia dalla nomenclatura in inglese piuttosto arbitraria e soggettiva? Alcuni sociologi statunitensi, ovviamente. E noi, succubi, incapaci di elaborare la nostra società, non facciamo altro che trapiantare questi concetti astratti e regalare loro un’aura di realtà, come se i millennial fossero delle entità biologiche. L’articolo in questione, del resto, non fa che ripetere le analisi di un giornalista della testata Bloomberg, Mark Gongloff, che riflette sui giovani statunitensi, e non certo italiani. Lì, anche se l’occupazione è attualmente inferiore alle media pre-pandemica, negli ultimi due anni si è registrata una forte crescita da noi sconosciuta. La giornalista, nel riprendere le stesse analisi, le applica alla realtà italiana aggiungendo che da noi è molto peggio perché “sono in aumento i «Neet», acronimo di «Not in Employment, Education or Training». Parliamo cioè dei giovani nella fascia 15-34 anni che non studiano e non lavorano e che sono saliti a 3 milioni, di questi 1,7 sono ragazze.”

In un Paese culturalmente sovrano, un intellettuale, o un giornalista, dovrebbe essere in grado di elaborare il dramma del lavoro e delle nuove generazioni in Italia. Ma poiché siamo sempre più una colonia, non ci resta che partire da ciò che si elabora negli Stati Uniti e provare ad applicarlo nella nostra provincia, attraverso concetti e categorie espresse in inglese. Ed ecco il lockdown, i Neet, la gen Z… e la miriade di anglicismi che ci schiacciano.
Io non ce l’ho con questo articolo del Corriere in particolare, è solo un esempio di una cultura e un’informazione che è ormai omologata a questi canoni in ogni ambito. È tutto così. Basta leggere sulla Wikipedia voci come Generazione Y per rendersene conto:

“Con i termini Generazione Y o Millennial si indica la generazione dei nati tra il 1981 e la metà degli anni ’90. La Generazione Y ha seguito la Generazione X ed è seguita dalla Generazione Z. (…) I membri della Generazione Y vengono detti Millennial, anche se nel linguaggio giornalistico italiano il termine è stato spesso usato erroneamente, stravolgendone il significato originale, per indicare i nati dal 2000 in poi.”

Perché mai un giornalista italiano userebbe “erroneamente” una categoria espressa in inglese come “Millennial” interpretandola diversamente da quanto scritto nei testi sacri originali? Dove sta l’errore? L’errore, il male, sta nel non identificarsi con ciò che arriva dagli Usa, come per un tolemaico non era possibile mettere in discussione ciò che attribuiva ad Aristotele, nemmeno se cozzava con l’esperienza. Personalmente parlerei per esempio di nati del nuovo millennio, per riferirmi ai figli del Duemila, e delle elucubrazioni dei sociologi americani francamente me ne infischio. E parlerei dei giovani disoccupati, come si faceva una volta, o dei tassi di abbandono dello studio per descrivere i disastri politici, sociali, economici e culturali italiani.
Ma in questo vuoto di cultura, stiamo confondendo la nostra realtà con delle categorie che vogliono descrivere e interpretare la realtà, ma che sono state concepite altrove. Queste dottrine vengono ripetute come fossero oro colato e non interpretazioni che si possono mettere in discussione o sostituire con altre più appropriate alla nostra povera Italia.

La tassonomia divulgata dalla Wikipedia, ci spiega che “Con il termine Generazione Z (o Centennial, Digitarian, Gen Z, iGen, Plural, Post-Millennial, Zoomer) ci si riferisce alla generazione dei nati tra il 1995 e il 2010”. A parte “generazione Z” invece di “Z geneation” non c’è un nome in italiano! E questo è ciò che passa il convento e genera la nuova cultura, di cui la Wikipedia non è la causa, ma l’espressione.
Prima dei Millennial (1980-1990) e della Gen Z (1995-2010) c’era la Generazione X “coloro che sono nati tra il 1965 e il 1980”.
Prima ancora c’erano i figli del Baby Boom, oggi chiamati spregiativamente boomer per indicare chi è nato tra il 1946 e il 1964 (negli anni ’60 i giovani parlavano di matusa per bollare le generazioni che li avevano preceduti).

E i nati ai giorni nostri che generazione sono? Semplice: si chiamano Generazione Alpha, sempre stando alla Wikipedia, che recita: i “membri della Generazione Alpha sono per la maggior parte i figli dei membri della Generazione X e dei Millennial. Mark McCrindle, durante un discorso a un evento TEDx nel 2015, chiamò ‘Generation Alpha’ coloro nati dal 2010 in poi.”

Tutto chiaro? Se Mark McCrindle durante un evento al Ted li ha chiamati così, non ci resta che trascrivere tutto sulla Wikipedia e farlo diventare il nostro nuovo modo di identificarci, in attesa che qualcuno, dall’altra parte del mondo, ci spieghi chi siamo (e chi saremo anche nel futuro) attraverso dei nuovi anglicismi che non sono “universali”, bensì “universalizzanti”: più che descrivere la realtà ne danno una rappresentazione concettuale ideologizzata che ci ingloba in una visione omologante, anche se ci è estranea.

Da noi un tempo c’erano i Sessantottini, che avevano fatto il ’68, poi ci sono stati gli anni di piombo, e poi quelli che erano stati chiamati gli anni del riflusso… (e c’erano anche analisi sociologiche di primo piano di intellettuali di primo piano come Gramsci, Pasolini, Umberto Eco… e non i nuovi intellettuali-satrapi). Ma queste categorie legate alle vicende generazionali italiane le possiamo ormai buttare nel cesso, perché nelle colonie è necessario riscrivere la storia con le categorie e i concetti delle società dominanti. E quando queste categorie concettuali espresse in inglese arrivano a definirci e a identificarci come generazioni, la faccenda è grave. Non stiamo importando oggetti nuovi inventati negli Usa come il mouse o il computer, stiamo americanizzando noi stessi nella newlingua che esprime il pensiero globale unico da esportare in tutto il mondo. Ma del resto ciò che caratterizza il made in Italy è l’italian design. E l’Italia è questa qua.

La creolizzazione culturale e l’educazione all’itanglese (il perché degli anglicismi)

Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” si chiedeva Draghi qualche tempo fa. È una domanda che si fanno in molti e che si sente spesso. Perché?

La risposta esce dall’ambito della linguistica. Sotto il ricorso compulsivo agli anglicismi ci sono fenomeni profondi, che sono allo stesso tempo culturali, economici ma anche psico-sociali. Hanno a che fare con una creolizzazione ben più ampia di quella linguistica, e non coinvolgono solo il nostro Paese, ma il mondo intero, travolto da una “globalizzazione” che coincide sempre più con “americanizzazione”.

Naturalmente non esistono culture pure, isolate o vergini. Tutte sono ibridate, meticce e influenzate dall’esterno, ed è un bene che lo siano, perché gli scambi portano arricchimenti. Il punto è che attualmente non si assiste ad alcuno scambio significativo, bensì a un’affermazione unidirezionale dei modelli angloamericani che si espandono in tutto il mondo e schiacciano le altre culture. Questi valori non sono “universali” ma “universalizzanti”: diventano universali perché si riescono a esportare con successo. Il motore di questo processo è l’espansione delle multinazionali angloamericane e delle loro merci, e le conseguenze culturali, sociali e linguistiche sono solo le sovrastrutture.

Dagli hamburger si passa così alla mcdonaldizzazione del mondo. Il monopolio cinematografico, televisivo e di internet produce un mondo virtuale in cui siamo immersi che finisce per inglobarci facendoci assorbire ben precisi comportamenti sociali; le pratiche di consumo indotte dalle pubblicità si trasformano in luoghi appositamente concepiti per metterle in pratica, dai fast food ai cinema multisala dove ciò che si guarda è soprattutto la produzione hollywoodiana e ciò che e si mangia è il popcorn che si appoggia negli appositi spazi previsti dalle poltrone in sala. In questo modo si arriva all’esportazione-importazione persino delle festività come Halloween, dei riti come quello del black friday, delle tradizioni come l’addio al celibato o dei conigli pasquali che affiancano le uova di cioccolato.

Senza tenere presente questo scenario non è possibile comprendere il perché degli anglicismi e dell’anglicizzazione dell’italiano.

L’alienazione culturale e linguistica

La creolizzazione è un concetto molto fumoso e di difficile definizione teorica. Dal punto di vista linguistico si riferisce ai territori coloniali dei Caraibi o dell’India, dove l’imposizione dell’inglese, a contatto con le culture locali, ha portato all’emergere di lingue miste. In Italia non esiste alcun bilinguismo a base inglese sul territorio (per adesso), e il contatto con la lingua e la cultura angloamericana è il risultato di un “sovramondo” virtuale costruito su quello locale. Basta accendere la tv, guardare un film o connettersi a internet per immergersi in questo sovramondo che non è la proiezione della realtà italiana, bensì quella della società americana che lo ha costruito e lo esporta.
Le conseguenze socio-culturali portano alla formazione di nuove generazioni globalizzate e omologate sui gusti delle pressioni universalizzanti statunitensi.

E così capita che uno studente di “storytelling” di Parma scriva racconti dove le automobili sono le Cadilllac, non le Fiat Punto che circolano per la sua città, mentre i nomi dei protagonisti delle sue storie sono in inglese, non sono certo Anna e Marco. Invece di essere in grado di raccontare e di esprimere la vita reale con la sua narrativa, questo aspirante scrittore “medio” non fa altro che proiettare la sua storia nel mondo virtuale che lo ha nutrito e cresciuto. Il mondo dei film e delle serie televisive che lo hanno formato e che ha introiettato, un mondo che nella realtà quotidiana non gli appartiene affatto, ma che scimmiotta inconsapevolmente e gli appare reale e migliore di quello che vive. In questo processo di alienazione culturale il terreno su cui si inseriscono gli anglicismi è molto fertile.

Dall’altra parte, secoli di speculazioni sull’arte della retorica – dai sofisti alle scuole di scrittura creativa che fino a qualche anno fa erano ancora in voga – sono state spazzate via dal piattume di uno “storytelling” di matrice americana in una riconcettualizzazione della scrittura persuasiva e delle tecniche di narrazione di natura pragmatica, e spesso becera, che annulla la storia profonda della nostra cultura e la riscrive spacciandola come una tecnica nuova e priva di legami con quelle che sono sempre state le nostre radici. E così il circolo si chiude e tutto torna. Ma la storia del colonialismo ripercorre proprio gli stessi schemi.

Il colonialismo culturale

Il colonialismo dei secoli passati, imposto con le armi, ha lasciato il posto a una nuova forma morbida di colonialismo culturale che salta la fase della spada, ma alla fine non fa che produrre con altre forme il medesimo processo di assimilazione.
Lo aveva capito Agricola, elogiato da Tacito per aver saputo romanizzare i Britanni, dopo la loro sottomissione militare. Senza questa fase, la conquista non avrebbe potuto avere alcun effetto duraturo.
Il “Tacito asservimento” è avvento attraverso l’edificazione di tipo romano (oggi sono invece i grattacieli di una città come Milano a ridisegnarne lo skyline), attraverso l’importazione delle toghe (oggi c’è l’outfit fatto di T-Shirt, jeans e sneaker). E poi attraverso il trapianto dei costumi romani (oggi lo si fa attraverso Netflix, Google e via dicendo), o con il diffondere le “squisite mense” romane (oggi i fast food e i MasterChef che trasformano la cucina in cook). E infine tutto si è compiuto con l’imposizione della lingua romana a partire dai figli dei capitribù (cioè i rampolli della classe dirigente), in modo che da “disprezzata” divenisse “bramata”. La conclusione di Tacito è che i Britanni alla fine chiamavano la romanizzazione “cultura”, ma era al contrario il loro asservimento.

Sedotti dai valori universalizzanti del nuovo impero globale, un sovramondo virtuale che ricopre ogni territorio, oggi ci asserviamo da soli, come forse hanno fatto gli Etruschi che si sono romanizzati senza guerre sino a scomparire in un’assimilazione con la civiltà che li ha fagocitati.

L’italia creola che crede di essere internazionale

Se lo scrittore africano Thiong’O ha raccontato il dramma delle scuole coloniali inglesi che hanno fatto di questa lingua il requisito della cultura, uccidendo le culture locali e impedendone ogni altra, noi oggi spendiamo delle fortune per mandare i figli dell’alta borghesia nelle scuole di lingua inglese che sono spacciate per internazionali, invece che coloniali, e suonano blasonate e superiori.

Nelle università, nel mondo del lavoro o in quello della scienza il monolinguismo dell’inglese internazionale spazza via tutto il resto, e rende l’apprendimento di ogni altra lingua e cultura qualcosa di superfluo come saper suonare il pianoforte. Ma essere internazionali ed esseri anglofoni sono concetti molto diversi. Il mondo non coincide affatto con l’anglosfera come si vorrebbe far credere, è ben più ampio, complesso e sfaccettato. Identificare la cultura e la lingua inglese con l’internazionalità fa parte di un progetto neocolonialista che prevede l’americanizzazione del mondo, un progetto funzionale agli interessi dei Paesi anglofoni che non ci conviene affatto, anche se facciamo di tutto per perseguirlo senza comprendere che ci sta distruggendo.

Eppure, basterebbe studiare la storia delle imposizioni colonialistiche di una lingua, per comprendere cosa sta avvenendo: prima si conquistano le istituzioni, poi l’intellighenzia, la classe dirigente e dunque l’università; seguono le grandi città, e alla fine tutto si espande anche nei centri periferici e rurali.

I collaborazionisti dell’inglese

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” diceva Churchill nel 1943 (Discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre).

E mezzo secolo dopo, l’ex funzionario dell’amministrazione Clinton, David Rothkop, ha dichiarato:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Invece di contrastare questo disegno perseguendo i nostri interessi e ponendo l’italiano al centro di una politica linguistica che sia in grado di proiettarlo sul piano internazionale, in Italia, ma anche in Europa, da decenni i ministeri dell’Istruzione investono una quantità spropositata di risorse per promuovere l’inglese globale dall’interno, a scapito del multilinguismo. Il risultato delle pressioni esterne globalizzanti, e di questi sforzi interni, ha già conquistato le nuove generazioni, educate al solo inglese nella scuola sin dall’infanzia, e americanizzate attraverso il linguaggio dei film, dei videogiochi, dell’intrattenimento… E poi ha conquistato i professori, la classe dirigente e gli intellettuali che hanno perso ogni ruolo critico in grado di esprimere il dissenso per diventare il principale strumento di omologazione. Costoro son diventati i principali “collaborazionisti” dell’inglese, per riprendere un’espressione del filosofo francese Michel Serres, si annidano nelle élites e sono i primi a identificarsi con i concetti d’oltreoceano

Ecco perché “dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi”, vorrei rispondere a Draghi. Perché la catechizzazione all’inglese e all’itanglese è sorretta e predicata proprio dalla classe dirigente che lui rappresenta. E per comprenderlo basta togliersi i paraocchi e vedere cosa accade quotidianamente con qualche esempio molto concreto.

Educare all’inglese

Nella nuova riconcetualizzazione e rimappatura della realtà veicolata dai giornali non si fa altro che educare all’inglese e promuovere la cancellazione dell’italiano e delle nostre radici storiche. Questo approccio catechizzante prevede che ogni genere di cosa o concetto si introduca o ribattezzi ripetendo l’inglese a pappagallo e spacciandolo come qualcosa di reale o di necessario. Si trapianta l’inglese e lo si sostituisce all’italiano, perché l’inglese è il nuovo totem da cui attingere, e c’è solo quello: la lingua e la cultura italiana si riducono a ripetere e importare in modo servile e acritico tutto ciò che arriva da un unico modello socioculturale, quello dei Paesi dominanti.

IL DRILLING
E così su Orizzonte Scuola si può leggere: “Inglese: il drilling per entrare in sintonia con la lingua. Cos’è e come usarlo in classe”.

Di che cosi si parla? In cosa consiste questa innovativa e straordinaria pratica? Semplice:

“Esiste una metodologia didattica di insegnamento della lingua straniera che più delle altre consente agli studenti di entrare in sintonia con la lingua studiata, nel nostro caso l’inglese. Si tratta del drilling, che favorisce l’assimilazione delle strutture grammaticali, il miglioramento della pronuncia e dell’intonazione. Essa consiste nella ripetizione ad alta voce delle frasi o delle parole pronunciate dall’insegnante.”

Ci rendiamo conto della pochezza che si cela sotto la solennità dell’inglese? La ripetizione ad alta voce delle frasi, la stessa tecnica secolare impiegata dai talebani per imparare a memoria il Corano, viene nobilitata attraverso l’ennesimo anglicismo-supercazzola che la rende innovativa. E nell’assenza di spirito critico, si ripete questa geniale metodologia andando sempre più a fondo:

“Adesso è arrivato il momento di presentarvi tre tecniche specifiche di drilling: repetition drill, substitution drill e backchaining drill. Vediamole nel dettaglio…”

Queste tre pratiche introdotte in inglese sono semplicemente la ripetizione della parola, la ripetizione con sostituzione, e la ripetizione al contrario. E con un’anglo-idiozia dopo l’altra, il corso prosegue con analoghe banalità che non sono più espresse in italiano, ma attraverso un lavaggio del cervello fatto di concetti come “il guessing game (Indovina cos’è) oppure il disappearing text (Testo che scompare).”

Quando invece di tradurre e reinterpretare questo tipo di metodologie le ripetiamo e “drilliamo” attraverso i concetti e i termini in inglese, ci stiamo comportando da colonizzati.

IL DOOMSCROLLING
Passando dalla scuola alla divulgazione scientifica, ecco come la rivista Focus ci colonizza con il doomscrolling:

Si tratta della ricerca compulsiva di cattive notizie e viene presentato in inglese, la lingua superiore da ripetere senza volere né essere in grado di reinterpretare con i nostri concetti:

“Il doomscrolling è un neologismo inglese entrato nell’Oxford Dictionary nel 2020: la parola indica la tendenza a cercare in modo ossessivo cattive notizie online, scorrendo (scrolling) sullo schermo del nostro telefonino (o tablet, o pc) per informarci sulle sventure (dooms) che accadono nel mondo.”

L’inglese è dio, è la nuova religione, e lo si deve trapiantare e ripetere, mentre l’italiano è una lingua inferiore e impotente di cui vergognarsi.

IL CORE TRAINING
Su AtuttoNotizie possiamo imparare che cos’è il core training:

La risposta è banalmente negli esercizi dei muscoli stabilizzatori:

“Desiderate rafforzare i muscoli dell’area addominale, lombare e del bacino? Il core stability training è ciò che fa al caso vostro. Si tratta infatti di una tecnica pensata proprio per allenare il “core”, il “nucleo del corpo“, ovvero quella zona compresa tra la porzione inferiore del busto e il margine inferiore del bacino. Scopriamo insieme in cosa consiste e quali sono i suoi benefici…”

IL SUNDAYRESET E IL PEARLCORE
Io Donna riconcettualizza il mettere in ordine la casa, il riordinare – una mania che aveva anche mia nonna! – con il nuovo e intraducibile concetto del sundayreset con cui ci educa.

Amica ci insegna un’altra cosa nuova e fondamentale: se vanno di moda le collane di perle siamo di fronte a una tendenza pearlecore.

E così lo studio del nome diventa naming (“Logo e naming per una brand identity efficace”), chi fa formazione introduce gli speed mentoring, gli psicologi parlano di mindfulness e di token economy

La colonia Italia

Con questa classe dirigente, intellettuale e politica l’italiano è finito. Perché è finita la nostra capacità di pensare – e dunque parlare – in modo autonomo. Dovremmo avere il coraggio di dire la verità: queste cose mostrano che l’Italia è una colonia.
I giornali anglofoni hanno chiamato le nostre restrizioni anticovid lockdown, e dal giorno dopo abbiamo ripetuto anche noi questa parola senza più alternative! Trump ha parlato di fake news, e da quel giorno, come sudditi, lo abbiamo fatto anche noi!

Questi non sono semplici prestiti, sono il sintomo del tracollo della nostra lingua, e questo inglese è la diffusione dell’ignoranza della nostra storia e cultura.
La nostra creolizzazione lessicale non ha che fare solo con i cosiddetti “prestiti linguistici”. Siamo in presenza di una creolizzazione culturale ben più ampia di cui gli anglicismi non sono la causa, ma l’effetto. Ubriachi di inglese, lo facciamo nostro, e in preda alla nostra alberto-sordità che ha perso ogni componente comica ci inventiamo da soli suoni-concetti risemantizzati in modo maccheronico che non appartengono né all’italiano né all’inglese: il green pass al posto del certificato verde, il telelavoro è detto smart working, gli assistenti familiari sono caregiver, le vessazioni mobbing, gli orientatori navigator… E mentre i neologismi sono sempre più in inglese, i “prestiti sterminatori” uccidono le nostre parole storiche e completano il quadro.

Su questo scenario, il problema non sono i singoli anglicismi, alcuni dei quali non sono destinati a radicasi, ma il fatto che non ci sia giornalista, tecnico, scienziato, intellettuale, personaggio pubblico, politico… che non introduca un nuovo concetto in inglese per designare qualcosa di nuovo o presunto tale. Questa nuvola anglicizzata, che ho definito la panspermia del virus anglicus, ci avvolge con un’intensità di un ordine di grandezza superiore al numero delle parole inglesi registrate sui dizionari.

È una follia collettiva irrefrenabile, una nevrosi compulsiva che diffonde i suoni inglesi anche quando siamo di fronte all’aria fritta. E infatti friggere con l’aria diventa Air fry, secondo Paolo Giordano il Waning è la parola chiave per comprendere quanto dura l’effetto di un vaccino, una camminata per raccogliere i rifiuti è il plogging, lavorare dal sud è il South Working


E l’italiano ciao ciao!