Black friday, venerdì nero e anglicizzazione

Quando chiediamo a qualcuno se vuole sentire prima la notizia bella o quella brutta, spesso sceglie quella bella.

Dunque, la bella notizia è che comincia a farsi strada la traduzione di black friday persino sugli organi della stampa che hanno fatto dell’itanglese la loro lingua, come il Corriere della Sera digitale, anzi online.

Certo, nell’immagine tratta dall’edizione in Rete del 21 novembre 2020, “venerdì nero” ricorre solo 2 volte contro le 5 dell’anglicismo. In un caso l’italiano è anche riportato tra virgolette, come una bizzarria – e pensare che un tempo erano i forestierismi che si riportavano tra virgolette – ma comunque è già qualcosa. Venerdì nero è diventato un sinonimo secondario, ma possibile, e in un uso.

Urrà!
E la notizia brutta?

Giusto… me ne stavo quasi dimenticando. Nulla di nuovo, in realtà. Se nella stessa immagine guardiamo gli anglicismi, la sensazione è quella di vivere in un Paese occupato, dove gli organi di informazione usano un linguaggio di regime che ricorre al lessico degli invasori. L’invasione non è militare, naturalmente, è quella delle multinazionali che esportano il loro linguaggio che il giornalismo collaborazionista diffonde e ci impone dall’alto.

Nella porzione di Corriere riprodotta (se preferite screenshottata, per essere coerenti con l’itanglese) si vedono 4 riquadri (o box, per gli amanti dello pseudo-inglese) con i relativi titoli e sommari che rimandano (o linkano?) al pezzo.
Copiaincollando il testo in un programma di scrittura (detto preferibilmente editor), si contano in tutto 147 parole. Non è un calcolo precisissimo perché una locuzione come “black friday”, così come “venerdì nero”, si dovrebbe considerare come una parola sola, e non come due. Inoltre, per determinare la reale percentuale dell’inglese, con qualche piccolo aggiustamento e intervento manuale bisogna escludere le “parole che non valgono” ai fini dei conteggi, per esempio i numeri (30 e 2020), i nomi propri come quelli dei giornalisti e soprattutto delle aziende. Facendo questo lavoro di pulizia emerge chiaramente chi è l’invasore. Sono le multinazionali statunitensi che si chiamano Amazon o Ebay, ma anche quelle non americane hanno ormai nomi anglicizzati, come MediaWorld, il marchio che la società tedesca Media Mark ha scelto di utilizzare in Italia, la terra dei cachi. Eliminate queste parole insieme ad altre come “Elio e le storie tese” (da considerare una parola sola: il nome di un gruppo musicale) i vocaboli effettivamente in gioco sono 119, e tra questi 13 sono inglese, cioè l’11% del lessico utilizzato (per l’esattezza il 10,9):

black friday (che ricorre 5 volte)
best of
weekend
store
online
e-commerce
testimonial
smartwatch
sport
.

Sport è ormai considerato una parola italiana, oltre che un internazionalismo (ma non lo è affatto visto che mezzo miliardo di spagnoli lo chiamano deporte), ma per pesare la reale interferenza dell’inglese è bene conteggiarlo, anche se lo usiamo dalla fine dell’Ottocento. In compenso non è stato conteggiato “stressanti”, che pur derivando da stress è ormai a tutti gli effetti una parola italiana che, come sport, non viola le nostre regole di pronuncia e di scrittura.

Se si lemmatizzano le parole italiane, e cioè si elencano considerando quante volte ricorrono accorpando le flessioni (altre e altri sono la stessa parola riconducibile al lemma altro), i vocaboli sono solo 52 (di cui alcuni si ripetono più volte):

l’articolo determinativo (il, lo la, le, gli, l’…) ricorre 17 volte
preposizione di → 12 volte
ricorrono 4 volte: degli, altre/altri, offerte
ricorrono 3 volte: e, su, migliori
ricorrono 2 volte: in, allo/al, venerdì nero (uno tra virgolette), è, non, solo, proposte, tanti/tante, scelta, giusta, sconti
ricorrono 1 volta: a, dal, fino, per, con, questo, anticipo, purificatore, aria, spazzolino, elettrico, parte, obiettivo, dichiarato, rendere, acquisti, meno, stressanti, c’(=ci), gigante, presidiare, abbiamo selezionato, migliaia, persone, coda, proseguirà, novembre, categorie, merceologiche, eccezione, negozi, preso, assalto.

In sintesi: il lessico è formato da 61 lemmi, di cui 52 italiani e 9 inglesi, un’incidenza del 14,7%.

Le cose si aggravano se si analizzano le categorie grammaticali. Con l’eccezione di online, usato nel testo in funzione di aggettivo, gli altri 8 anglicismi sono tutti sostantivi, o locuzioni con valore nominale. Se consideriamo questo aspetto, abbiamo 16 sostantivi in italiano (venerdì nero, scelta, proposta, sconti, purificatore, aria, spazzolino, obiettivo, acquisti, migliaia, persone, coda, novembre, categorie, eccezione, negozi) e 8 in inglese (black friday, best of, weekend, store, e-commerce, testimonial, smartwatch, sport).
Il che significa che su 24 sostantivi, un terzo è in inglese (il 33,33%). E questi costituiscono una parte della lingua fondamentale: sono le parole che abbiamo a disposizione per designare le cose! L’italiano è salvo nelle sue componenti verbali e nelle parole ad altissima frequenza come le preposizioni, le congiunzioni o gli articoli, ma cede il posto all’itanglese nel caso dei nomi.

Da quanto ne so, l’unico esempio serio di conteggi sul lessico dei giornali che passava per la lemmatizzazione risale agli anni Ottanta ed è stato fatto da Tullio De Mauro con il Veli (Vocabolario Elettronico della Lingua Italiana). A quei tempi gli anglicismi rappresentavano circa il 2% dei 10.000 lemmi più frequenti nei giornali (escluse le parole che non valgono).

Gli studi che circolano oggi sono invece fatti in modo automatico, senza lemmatizzare e senza escludere le parole che non valgono. E quando si attribuisce all’inglese una percentuale “solo” del 2 o 3% delle parole dei giornali si salva la nostra lingua conteggiando le occorrenze delle congiunzioni o delle preposizioni, oltre alle date e ai nomi propri (ne ho già parlato in “Le percentuali degli anglicismi nella stampa”).

Non conosco studi recenti realizzati con i criteri che a suo tempo aveva utilizzato De Mauro, ma a naso suppongo che si si facessero scopriremmo delle percentuali intorno all’8-10% a seconda degli ambiti (è una mia supposizione che non sono in grado di dimostrare se non utilizzando piccoli campioni che non sono sempre rappresentativi, come in questo articolo). È vero che non in tutti gli ambiti e gli articoli le percentuali sono così alte come in questi esempi. Tuttavia, in articoli che parlano di informatica, economia o lavoro possono essere anche maggiori. È vero anche che i dati qui riportati si riferiscono ai titoloni dei giornali, e che all’interno dei pezzi gli anglicismi sono più diluiti, tuttavia sono i titoli quelli che la gente legge e sfoglia, e il loro impatto è molto più forte rispetto al testo del pezzo,

Queste percentuali non si possono negare. Qui non c’è nessuna illusione ottica: i numeri di questo tipo mostrano che abbiamo a che fare con una lingua che non è più italiana se non nella sua struttura.

Se torniamo all’immagine e guardiamo la pubblicità nel riquadro giallo in basso a destra, le cose non vanno meglio.

“Nuova Mini Countryman plugin hybrid con il nuovo leasing operativo Why-Buy Evo tua da 220 € al mese”.

Dov’è l’italiano in questa lingua hybrid delle pubblicità?
I nomi delle automobili sono inglese, i contratti di locazione finanziaria si chiamano leasing seguiti da formule che ne specificano le caratteristiche in inglese (leasing operativo Why-Buy Evo).

Il plugin hybrid non riguarda solo le automobili, ormai chiamate preferibilmente il settore automotive, ma anche l’italiano. L’inglese è il plugin hybrid che si è innestato nella lingua del bel paese là dove ‘l sì… suonava.

24 pensieri su “Black friday, venerdì nero e anglicizzazione

  1. Black friday andrebbe (a voler fare un lavoro fatto bene) proprio cambiato, magari con un banalissimo “offerte prenatalizie”?? Dico questo perché a me “venerdì nero” fa venire in mente solo sciaugure, magari economiche. Infatti, la prima volta che sentii questa espressione pensavo si riferissero al famoso venerdì nero della lira (o era il dollaro?), comunque un qualche crollo di borsa che accadde anni fa. L’associazione nero-sconti non ha alcun senso, anche il Merriam-Webster non è certo dell’origine di questa espressione, che però indica l’inizio del periodo di acquisti per Natale.
    Quanto a MediaMarkt mi stupii anch’io della differenza dei marchi, eppure un “Mediamarket” (con la e) sarebbe stato anche di più facile pronuncia e simile al “supermarket”.
    E non parliamo della pubblicità, che per definizione dovrebbe essere chiara (o no?). Mah….

    Piace a 1 persona

    • Venerdì nero è legato al crollo della borsa ed evoca qualcosa di nefasto, e infatti la traduzione letterale non è una grande soluzione, da un punto di vista razionale, concordo con te. Tuttavia, in questi esempi del Corriere stiamo assistendo a una risemantizzazione, è questa la novità, in cui sta prendendo forma una nuova accezione. Io l’ho solo notata.

      Piace a 2 people

      • Sì, sì, la mia era solo un’idea, una traduzione letterale è già meglio di nessuna traduzione, ma grazie all’interesse che mi è nato per questo problema, sto cercando anche alternativecreative. 🙂 Ciao.

        "Mi piace"

    • Ora io sarò anche di parte, va bene, ma comunque non si può dire obbiettivamente che Markt sia difficile da pronunciare! È che tutti sono abituati solo all’inglese e pronunciano qualsiasi parola di altra lingua necessariamente all’inglese, ci aspettiamo che qualsiasi parola non italiana debba per forza essere in inglese e che tutti gli stranieri si adeguino. Continuiamo così, facciamoci del male, diceva Nanni Moretti in un famoso film.

      Piace a 1 persona

      • Credo che la scelta del nome MediaWorld non dipenda dalla difficoltà di pronuncia del tedesco, ma nell’impatto più forte di ciò che suona inglese. Il problema è che se tutto si dice in inglese, alla fine l’italiano crolla, e per dirla con Nanni: non mi faccia il tunnel nel mont blanc! Se scava sotto e toglie la panna la castagna poi non ha senso e crolla. Tutto si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte… 🙂

        Piace a 1 persona

        • Infatti, proprio così, e tu sai già quanto io me la prenda con i tedeschi quando, come noi, optano per un nome inglese invece di restare sul tedesco.
          Eh, non ci sono più le Sachertorte di una volta (adesso chiamano così qualsiasi torta di cioccolata :(().

          Piace a 1 persona

      • Mah, “markt” a me pare più difficile di “marchet”….. 🙂 Comunque nel mio commento paragonavo in realtà le pronunce di “mediamarket” e “mediaworld”, mi spiace dovevo specificare meglio.
        Concordo che la difficoltà o meno di pronuncia possa essere soggettiva.

        "Mi piace"

        • No, se parliamo di persone della stessa madrelingua le difficoltà di pronuncia sono le stesse (anche se qualcuno può essere più portato di altri per la pronuncia di parole straniere).

          "Mi piace"

  2. No, il giapponese è messo anche peggio, si usano parole inglesi anche per cose banalissime: ad esempio letto si dice “beddo”,porta si dice “doa” e in più
    (come succede da noi) le parole inglesi sostituiscono le parole autoctone. Queste due sono solo le più atroci che mi vengono in mente ma ce ne sono molte di più.

    Piace a 2 people

  3. Rimanendo sull’esempio di sport, sì gli eventuali anglicismi che non violano le nostre regole di pronuncia o scrittura vanno benissimo.

    Però Zoppaz ci sono alcuni come Giulio Mainardi (quello del Dizionarietto dei Traducenti) che invece non condivide questo tipo di approccio.
    Ecco la sua affermazione in un suo recente commento a questo articolo : ” In realtà Zoppetti sbaglia, ripetendo (ancora una volta…) che «stress» e «sport» sono accettabili come parole italiane perché si scrivono come si leggono. Non è sufficiente. Sono parole inglesi come le altre: «gap», «film», «standard», «stress», «sport», «set», «cast», «box», «card», «smart», «app», «big data», come mille altri termini, non hanno nulla d’italiano. Se lo fossero, ci basterebbe adattare la pronuncia dei forestierismi alla scrittura, e sarebbe “italiano” (secondo il metro di Zoppetti) qualcosa come «Il maus uairles del compiuter non va onlain, dobbiamo fare un apgreid del softuer». L’italiano è un’altra cosa. Mi dispiace che Zoppetti, con la sua influenza e i suoi studi ammirevoli, insista però su una posizione che fa più male che bene.”

    Personalmente non condivido affatto il pensiero di Mainardi, semplicemente perché tutelare o far evolvere la nostra lingua non significa essere esageratamente ” puristi “, ovvero attaccarsi esclusivamente alle regole tradizionali (es. Che le parole debbano finire sempre con la vocale oppure evitare l’uso delle cosiddette “lettere straniere”).

    Io invece sono molto favorevole ad usare parole che terminano con le consonanti e anche alle lettere “j, k, w, x, y”.
    L’importante è che non suonino come corpi estranei (es. “computer” suona estraneo perché non si pronuncia come si scrive) , oppure che non vengano pronunciate alla maniera anglofoni (es. quando “junior” diventa “giunior” anziché “iunior”) .

    "Mi piace"

    • Il problema “dell’identità linguistica” violata dall’inglese, partendo dalla definizione di Arrigo Castellani nel “Morbus Anglicus”, è che rompe le norme della grafia e della pronuncia italiane ed è per questo che genera “corpi estranei”. Quando questi diventano troppi, e da una sola lingua, l’identità linguistica va in frantumi. Castellani, neopurista con una sua rigidità, non ammetteva nemmeno le parole che terminavano in consonante e per esempio scriveva “filmi” sostenendo che se l’italiano fosse derivato per esempio dai dialetti del nord, come il bergamasco (o il milanese, aggiungo io), non ci sarebbe stato nulla di strano, ma essendo nato dall’affermazione del toscano le parole con consonante finale ne spezzerebbero il suono. Personalmente non sono così purista, e per esempio faccio notare che i troncamenti come signor, buon, qual, andiam… esistono da sempre. Inoltre, proprio nel linguaggio poetico di ogni tempo il troncamento della vocale finale è una consuetudine storica: nel mezzo del CAMMIN… di nostra vita. Il punto non è che “sbaglio” ho bensì una visione diversa da quella di Mainardi (che dovrebbe rendere conto dei tantissimi casi di parole con troncamento nell’italiano storico). Il punto è un altro: dagli anglicismi che leggiamo e pronunciamo come in italiano, derivano parole perfettamente italiane nel costrutto, per es. filmare, barista, stressante… che è molto diverso da parole come computerizzare, che non si legge come si scrive e dunque crea ibridi. Negli altri casi si tratta di parole inglesi solo nell’etimologia, ma non nella forma. Ora l’aspetto devastante dell’inglese non è solo nel numero altissimo di parole importate, ma nel fatto che creano ibridazioni e ricombinazioni maccheroniche delle radici (smart working) che fanno saltare nella maggior parte dei casi le nostre regole morfosintattiche. Questo è un fenomeno nuovo, che non ha precedenti né nei substrati plurisecolari dell’influenza del francese, né dello spagnolo né di altre lingue da cui attingiamo. Certo che “sport” è inglese, come etimo e come provenienza, ma l’unico problema è che rimane invariato al plurale, per il resto genera non ibridazioni, ma parole derivate perfettamente italiane, che il nostro sistema linguistico è in grado di assorbire senza troppi problemi senza snaturarsi. A parte l’etimo, checché Mainardi ne dica, se il problema dell’itanglese fosse la consonante finale, l’italiano sarebbe salvo. Purtroppo il problema è ben altro e ben più profondo.

      Piace a 1 persona

      • Ti condivido. Stesso discorso anche per le “lettere straniere”. Il già citato Mainardi, ma anche Giuseppina Solinas (amministratrice della pagina Facebook “Viva l’italiano, abbasso l’itanglese”, al quale fanno parte anche io, Cantoni e Pagano) storcono entrambi il naso (parere loro) alle lettere “j, k, w, x, y” solo perché sono “importate” o perché non aggiungono nessun altro suono e quindi “inutili”. Tuttavia Zoppaz, come avevi già illustrato nel sito “L’italiano corretto”, quelle cinque lettere le avevamo già introdotte in epoca storica per influenza del greco e del latino (a parte la “w” che invece era considerata effettivamente estranea, ma poi ci siamo abituati) e perciò non dovrebbero rappresentarci ormai un disturbo per la nostra grammatica. Se davvero vorremmo escludere queste lettere allora come la mettiamo con l’esistenza nomi di persona come ad esempio Jacopo, Walter, Xenia o Katia ?

        Meglio preoccuparci dell’intasamento di anglicismi piuttosto che preoccuparci di piccolezze del genere.

        "Mi piace"

  4. Sai, a proposito del venerdì nero degli sconti, di recente credo di aver visto una pubblicità. Scrivo “credo” perché non ne trovo traccia, forse l’ho sognata…
    Comunque, dicevano una perla tipo “perché black friday? Siamo italiani, vi proponiamo il nostro black venerdì” XD
    Forse qualcuno si è tardivamente accorto dello svarione e ha ritirato la pubblicità (o io devo smetterla con la spoiled cioccolata 😛 ).

    Piace a 1 persona

  5. E’ vero che le virgolette potrebbero far sembrare a un corpo estraneo, ma secondo me si può vederle come se stessero a indicare una specie di nome. In inglese infatti è maiuscolato, allora forse bisognerebbe maiucolarlo anche in italiano.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...