Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (seconda parte)

Se l’inglese diventa un idioma di rango superiore, tutte le altre lingue – a partire dall’italiano – diventano figlie di un dio minore, e rischiano di trasformarsi nei dialetti locali dell’anglomondo.

Nella prima parte di questo articolo ho mostrato che la soluzione del monolinguismo a base inglese per la comunicazione sovranazionale è una visione politica che si sta affermando, ma non è l’unica possibilità – come in Italia in molti credono – né la via più etica e per noi più conveniente.
Questa visione dell’inglese globale come lingua superiore è poi è alla base del fatto che, sul piano interno, molti anglicismi siano preferiti alle parole italiane e suonino più moderni e internazionali anche quando non lo sono.

Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione dell’italiano e con l’invadenza degli anglicismi. E c’è chi difende a spada tratta l’inglese come lingua veicolare, ma è contrario a mescolarlo con l’italiano. In realtà le due cose non sono così separate e hanno un forte legame, perché le lingue non sono sistemi a compartimenti stagni, e la loro interferenza è un fenomeno normale.

Non resta che vedere in che modo l’inglese internazionale si riversa nell’italiano e lo sta trasformando in itanglese.

Dall’inglese internazionale all’itanglese

La penetrazione degli anglicismi nell’italiano, ma più in generale in tutte le lingue, è spesso causata dall’espansione delle multinazionali angloamericane e del loro lessico. I casi più evidenti sono quelli del linguaggio della Rete o dell’informatica, dove la metà delle voci così marcate nei dizionari è in inglese non adattato; ma questo meccanismo di importazione si trova in ogni ambito. Nella giurisprudenza, per esempio, parole come copyright, leasing o franchising si propagano intoccabili in tutto il mondo (come hanno osservato Francesco Galgano o Alessandro Gilioli) per precise disposizioni che hanno a che fare con il diritto internazionale che parla inglese e che potrebbe scontrarsi con altri ordinamenti. Dunque la supremazia della terminologia inglese si impone su quella locale per questi motivi legati ai diversi rapporti di forza.

Dai linguaggi di settore, queste parole finiscono poi nel linguaggio comune.

Perché la pandemia ha portato al lievitare degli anglicismi in tutto il mondo? Perché è un fenomeno internazionale, perché l’Oms parla inglese, perché gli scienziati parlano in inglese. In italia il fenomeno è stato più pesante perché non abbiamo istituzioni che regolamentano la lingua, e dunque abbiamo assorbito senza resistenze il lockdown, il droplet, lo spillover, gli hub, i cluster

Lo stesso vale per le categorie culturali, dalla scienza allo sport. Perché importiamo gli anglicismi con questa frequenza inaudita? Perché pensiamo che sia la lingua internazionale e superiore. Se non ci fosse questa mentalità sottostante non ci vergogneremmo di usare l’italiano.

Burn-out, spike protein e mindfulness

Per comprendere questo processo, in ambito medico-scientifico si può citare il caso dell’Oms (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) che parla in inglese e in inglese decide per esempio di inserire nella sua lista il burn-out (esaurimento professionale) come una sindrome riconosciuta e distinta da altri tipi di esaurimento. La conseguenza di questa scelta è che il termine penetra ovunque in inglese.

Mentre in Spagna c’è la Reale Accademia Nazionale di Medicina che interviene indicando il sostitutivo spagnolo “ufficiale” e sconsigliando l’anglicismo, come avviene anche in Francia, da noi non esistono autorità del genere e siamo in mano ai giornalisti e agli specialisti che parlano l’inglese internazionale e ripetono l’anglicismo senza nemmeno porsi il problema di tradurlo. Il risultato è che le alternative possibili non sono regolamentate, e crediamo che ricorrere all’inglese renda tutto più tecnico. Ma questo liberismo linguistico, figlio della convinzione che la lingua si difenda da sé, non funziona davanti alle forti pressioni dell’inglese globale dominante. Occorre cambiare prospettiva, esattamente come non si può rispondere che i panda si difendono da sé, occorre tutelarli e proteggere la biodiversità.

Voglio fare un altro esempio che mi pare utile per comprendere le conseguenze pratiche di una mancanza di un’autorità e di un punto di riferimento che potrebbe arginare gli anglicismi in Italia.

Quando è arrivato il covid gli scienziati e i divulgatori hanno cominciato a parlare degli spike – cioè gli spuntoni che lo caratterizzavano – e anche di spike protein direttamente in inglese, come fosse normale importare la terminologia anglofona senza traduzione. Poiché in italiano esiste la parola spinula, che in ambito scientifico e biologico indica proprio una formazione anatomica o patologica a forma di spina, ho domandato all’immunologa Maria Luisa Villa se potesse essere una valida alternativa. Mi ha risposto che la trovava un’ottima traduzione e ha anche chiesto un parere al virologo Fabrizio Pregliasco a cui la proposta è piaciuta. Forte di questi pareri autorevoli ho divulgato questa possibilità in un articolo sul portale Treccani e l’ho inserita tra i sinonimi possibili sul dizionario AAA che ormai è diventato una fonte per molti professionisti, visto che è il più grande archivio di riferimento esistente nel nostro Paese e quasi l’unico. Il risultato è che oggi spinula comincia a circolare, e si ritrova per esempio anche in molte voci della Wikipedia. Insomma, se un’alternativa c’è, e viene promossa, è possibile che si affermi, ma se nessuno la individua e la divulga, entrerà nell’uso solo l’inglese senza la libertà di scegliere.
Se questo lavoro fosse fatto da enti istituzionali con una maggiore risonanza e autorevolezza, le cose potrebbero migliorare.

L’altro giorno mi è arrivata la segnalazione di un libro intitolato Diventare grandi con la mindfulness. La mindfulness è una tecnica meditativa che è stata importata dal buddismo, e in lingua indiana si esprime con la parola “sati”, ma negli Stati Uniti hanno ridefinito e riproposto tutto nella loro lingua, e non certo in lingua pāli!
Che cosa fa il francese? La traduce con piena coscienza e in altri modi ancora.
Che cosa fa lo spagnolo? La traduce con coscienza o attenzione piena.
Che cosa fa l’italiano? Nulla. Invece di usare analoghe traduzioni o sinonimie come piena consapevolezza o presenza mentale, ripete a pappagallo con servilismo la parola-concetto così come la si esporta e la si importa. E se qualcuno volesse esprimerlo in italiano? Dovrebbe ricorrere alla creatività espressiva individuale, che genera soluzioni diverse, e non codificate e uniche come nel caso dei tecnicismi inglesi. In questo modo mindfulness diventa il titolo di un libro e penetra nell’uso come fosse qualcosa di intraducibile, come se non fosse a sua volta una ridefinizione di un concetto orientale. È con queste modalità che gli anglicismi diventano “necessari” o “insostituibili”, solo da noi, ovviamente, visto che altrove non lo sono affatto.

In questo quadro, il globalese si riversa nell’italiano con una profondità che non è più possibile spiegare con le categorie del “prestito” che i linguisti continuano ancora a utilizzare senza riuscire a comprendere il fenomeno nella sua profondità.

La newlingua dei WeFood e degli showcooking

La curatrice del sito Buoneidee mi ha rigirato la newsletter della regione Friuli Venezia Giulia che per promuovere il territorio organizza il WeFood, il weekend enogastronomico con showcooking a cui possono aderire i “produttori di food equipment, dai forni alle cucine” pieno di eventi digitali tra cui Food & Wine: come ripartire dopo i lockdown? Il progetto si chiama Academy.

Quando la cucina italiana, che è una delle nostre più importanti eccellenze, diventa cooking (e suggerisco ad Academy di trasformare il lavaggio dei piatti in uno showcleaning che magari genera business), la gastronomia Food, il vino Wine… non stiamo importando anglicismi perché ci mancano le parole. Stiamo distruggendo l’italiano perché stiamo passando alla costruzione di categorie sovra-italiane in una gerarchia lessicale dove al vertice c’è la lingua internazionale. Siamo ben oltre il prestito, siamo alla formazione dell’itanglese da parte di nativi italiani che hanno rinunciato alla propria lingua.

Lettera aperta a Mario Draghi

Il presidente del Consiglio Draghi è finito su tutti i giornali per un paio di uscite contro l’abuso dell’inglese. Ha ironizzato sull’uso di governance invece di governo e, davanti a smartworking e babysitting ha sbottato: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?”.

In una “Lettera aperta a Mario Draghi” ho provato a rispondergli, a ringraziarlo per le sue dichiarazioni e anche a perorare la nostra causa di una legge per l’italiano.

Preferiamo gli anglicismi e li consideriamo più solenni proprio all’interno di una visione più ampia che considera l’inglese come la lingua internazionale e superiore. Non si può far finta di non vedere il legame tra itanglese e globalese!

C’è persino chi ormai lo teorizza esplicitamente e ha gettato la maschera.
In un articolo su Affari italiani (grazie ad Agostino che me lo ha segnalato) il giornalista esce allo scoperto e dice chiaramente “sì agli anglicismi” proclamando che Draghi “sbaglia” a ironizzare sulle parole inglesi, perché “i nostri giovani partecipano a un’agguerrita competizione globale utilizzando termini come advisor, asset, benchmark, board, CEO, CFO, chairman, cluster, compliance, governance, stakeholders, sales, skills, tools e via dicendo.” E allora i “nostri migliori giovani, la vera speranza del Paese (…) non si faranno condizionare da Draghi perché così prevede la globalizzazione.” Secondo l’autore del pezzo, “è sbagliato far passare simili messaggi: il progresso implica che il popolo (…) sia educato a piccoli passi, magari apprendendo gradualmente il significato degli anglicismi, e soprattutto, non avendo alibi per non apprezzare e beffeggiare chi sa ed è bravo.”

Eccolo il passaggio dall’anglofilia all’anglomania in nome del “progresso”, finalmente enunciato senza ipocrisie!
In questa visione allucinante che sta prendendo sempre più piede, l’italiano si deve buttare per parlare attraverso la sua contaminazione con l’inglese. Gli anglicismi educherebbero alla newlingua della globalizzazione un po’ come nel progetto colonialistico del basic english, la riduzione dell’inglese semplificato per le colonie che piaceva tanto a Churchill.
Meno male che c’è Draghi e che – dopo anni di jobs act, navigator, chasback di Stato e chi più ne ha più ne metta – per la prima volta emerge una diversa sensibilità per la questione della lingua da parte della politica e delle istituzioni. Ma invece di essere applaudito da tutti, Draghi viene attaccato da gironalistucoli figli di Nando Mericoni (l’Alberto Sordi di Un americano a Roma) che considerano l’italiano obsoleto, se ne vergognano e sono coloro che lo stanno uccidendo. Questi scribacchini teorici della rinuncia all’italiano sono quelli che prima introducono l’inglese in modo stereotipato e senza alternative – vedi lockdown – fino a farlo entrare nell’uso, subito dopo giustificano la parola dicendo che è ormai è entrata nell’uso (grazie a loro mica alla gente) e non si può più far niente, e nella terza fase ti dicono che se dici confinamento come in Francia e in Spagna sei retrogrado, o addirittura “ridicolo”.

Questa logica si deve spazzare via.

Per questo la nostra proposta di legge chiede campagne di promozione e “raccomandazioni” come quelle utilizzate per intervenire sull’uso – e cambiarlo – nel caso della femminilizzazione delle cariche. Se in un primo tempo “ministra” faceva ridere, adesso si è affermato, perché solo l’uso e l’abitudine fanno apparire una parola bella o brutta – per citare Leopardi – o anche ridicola, solo perché non siamo avvezzi a sentirla.

Non si può pensare di risolvere il problema delle formiche schiacciando quelle che passano, ma bisogna agire individuando il formicaio. Dunque, non ha tanto senso prendersela contro i singoli anglicismi, considerati in modo isolato, perché per uno che si argina a questo modo ne spuntano altri dieci. Bisogna agire sulle cause che inducono alla nevrosi compulsiva che porta a usare le parole inglesi, e sulla testa di certi giornalisti e intellettuali che dovrebbero “decolonizzare la mente”.

La battaglia per l’italiano e contro l’abuso dell’inglese si può condurre solo con questo spirito e su questo piano. E all’ideologia dell’inglese globale è necessario contrapporre un’altra visione politica basata sul plurilinguismo.

10 pensieri su “Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (seconda parte)

  1. Ormai alcuni giornalisti si sono “fottuti il cervello” se mi passate l’espressione: sono degli analfabeti e moriranno tali. Per quanto riguarda il diritto, constato che esistono i perfetti corrispondenti dei tre termini citati e non interferiscono in alcun modo con le comunicazioni internazionali perché sono l’esatta trasposizione in italiano. Il fatto che queste multinazionali statunitensi mi debbano dire come parlare la mia lingua è a dir poco aberrante. I corrispettivi sono: diritto d’autore, locazione finanziaria e affiliazione commerciale. Facili e chiarissimi.

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    • Grazie.
      Sul linguaggio della giurisprudenza non sono ferrato, e cito le parole di un gigante come Galgano che osservava appunto lo scemare della locazione finanziaria davanti all’anglicismo, invocando le direttive delle multinazionali che si battevano per non adattarlo.
      Sull’equivalenza di diritto d’autore e copyright ho invece qualche perplessità. Il diritto d’autore di matrice europea è qualcosa di diverso e più ampio del copyright che protegge il mero diritto di replica, dunque è focalizzato sullo sfruttamento economico e basta, al contrario del diritto d’autore che tutela appunto anche l’autore riconoscendo la sua paternità intellettuale, il suo nome, il suo diritto a intervenire perché la sua opera non sia modificata senza il suo consenso. Tutto ciò non mi pare corrispondere alla giurispridenza americana che protegge di fatto gli editori che acquisiscono il diritto dell’autore. Naturalmente sono le mutinazionali ad avere la meglio e oggi sui libri c’è scritto copyright, non certo protetto da diritto d’autore, ahinoi…

      E venendo ai giornalisti che si son bevuti il cervello ari-purtroppo stanno diffondendo questa visione anglomane che trovo sia da combattere energicamente, più che da compatire.

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      • “copyright” infatti significa “diritto di copia”, cioè il diritto di riprodurre qualcosa.

        Quanto ai giovani che devono “competere” (altro concetto che trovo orribile), possono farlo se sanno parlare una variante dell’inglese (ché ce ne sono varie) bene per davvero nelle sedi in cui serve, ossia al’estero e con gli stranieri. In Italia e con gli italiani dovrebbero saper parlare l’italiano.

        Una nota su Nando Mericoni: mi è venuto in mente che forse Sordi aveva scelto il cognome “Mericoni” perché suona proprio come “americani” storpiato all’americana, appunto. 🙂

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        • Chissà se l’etimo di Mericoni è quello, ci avevo pensato anche io che si presta a voler fare i mericoniani…

          La tesi del giornalista colonizzatore è facilmente smontabile, il punto è che nasce da una precisa visione delle cose diffusa, e che quelli come lui diffondono, che trovo pericolosa.

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      • Sul diritto d’autore in effetti hai ragione perché la concezione è strutturalmente diversa in quanto mercantilista nel sistema di diritto anglosassone. Nel nostro ordinamento però per indicare la distinzione tra paternità (e tutto ciò che ne consegue) e sfruttamento economico si usa la distinzione tra diritti morali e diritti patrimoniali. Basterebbe dire “patrimoniale d’autore”, intendendo il diritto alla vendita o in ogni caso al disporne economicamente, oppure “edito da…” sui libri. In fondo è un po’ come quando si parla degli avvocati nel diritto inglese. Se volessimo indicarli facilmente uno è l’ “avvocato da studio” e l’altro è l’ “avvocato da corte/da tribunale”. Potrà sembrare banale, ma per le differenze fondamentali che distinguono le due grandi famiglie di diritto non dovremmo mai tradurre nulla, quando invece, per capirne meglio i concetti, sarebbe bene tradurre tutto. Capisco che citi Galgano, che oggettivamente è dottrina di un certo peso, ma non mi riferivo a Galgano (che mi pare, da quanto hai scritto tu nell’articolo, abbia solo rilevato il problema degli anglismi giuridici senza esprimerne un giudizio), semmai a un modo concepire il diritto che prima era infarcito di latinismi e adesso fa metà e metà con l’inglese.

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  2. Sono davvero commosso.

    Nel frattempo corre voce che il comune lombardo di Soncino, provincia di Cremona, ha cominciato finalmente a creare una politica contro l’anglomania (una splendida iniziativa che però si dovrebbe farla per tutta l’Italia piuttosto che ai singoli comuni). https://italofonia.info/il-comune-di-soncino-sensibilizza-lamministrazione-pubblica-contro-labuso-di-anglicismi/

    Tornando alle firme per la proposta di legge, hai provato a ricontattare pure Douglas Mortimer oppure Claudio Marazzini della Crusca per condividere l’iniziativa ? Inoltre Zoppaz sei sicuro che Annamaria Testa non abbia alcuna intenzione di ritornare a discutere su questi problemi linguistici ?

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    • Grazie Davide, sono un collaboratore attivo di Italofonia e il pezzo su Soncino lo conosco bene. Quanto al resto… ho tentato tutte le vie e tutti i contatti, solo che ho più successo fuori dall’Italia, pensa che stanno traducendo in tedesco il testo della petizione perché in agosto ne uscirà un pezzo su una prestigiosa rivista austriaca…

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  3. Antonio, ti ho pensato proprio l’altro giorno poiché stavo consultando il sito di un ateneo italiano, sezione tasse ed esenzioni e mi sono trovata una voce di elenco “studenti care leavers” senza nessuna spiegazione. Pur sapendo la lingua inglese, lo avevo inteso come studenti che hanno dovuto interrompere gli studi per occuparsi di qualcun altro (familiare malato, gravidanza ecc.) invece si riferisce agli studenti che sono stati tolti alle cure della loro famiglia e sono cresciuti in comunità.
    Per la prima volta, mi sono sentita tagliata fuori per motivi linguistici perché senza nessun contesto non avevo uno spiccio d’indizio che mi aiutasse nella comprensione. Roba da matti!

    http://www.acisjf.it/2017/05/29/chi-sono-i-care-leavers/

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    • Grazie Isa… qui è tutto così ed è sempre peggio, stiamo assistendo alla sistematica sostituzione delle nostre parole con nuove categorie espresse in inglese, con il risultato che nessuno ci capisce più niente, e nel lessico del nuovismo in inglese spesso si annidano i cialtroni, che dietro i suoni inglesi celano il vuoto o le cose vecchie, che sono nuove solo nel nome.

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