L’insostenibile leggerezza del riversamento dell’inglese

Leggo la lingua di un giornale come il Corriere della Sera nella sua versione online (noi non diciamo in linea come si può dire in francese e spagnolo) e ripenso a una lettera toccante che ho ricevuto qualche tempo fa. Quella della signora Maria, di 97 anni, disperata perché senza l’aiuto di figli e nipoti non riesce più a capire ciò che scrivono le riviste e i giornali. Ci sono troppe “parole straniere” lamenta. In realtà tutte queste parole vengono da una sola lingua, ma è la loro frequenza ad avere snaturato l’italiano al punto che la comunicazione mediatica diventa ormai incomprensibile per molti cittadini anziani o che non conoscono l’inglese.

Poco importa se conversazioni come quella in figura siano vere o meno, ciò che è incontrovertibile è che l’uso dell’inglese porta all’incomprensione e all’esclusione di alcune fasce sociali.

Se questo è italiano

Il Corriere non è un giornale qualsiasi, è il quotidiano di informazione a maggior diffusione nazionale e il suo ruolo nel formare la lingua è enorme. Purtroppo la lingua che diffonde non è più l’italiano, ma un ibrido dove è in atto da decenni una graduale sostituzione delle parole italiane con quelle inglesi. Gli altri mezzi di informazione, dalla stampa alla tv, non sono da meno, e credo che i giornalisti dovrebbero essere maggiormente consapevoli della responsabilità che hanno quando fanno scempio del nostro patrimonio linguistico.

Sulla pagina del Corriere.it di ieri spiccavano titoli come questo.

48 parole, che diventano 40 se togliamo i nomi propri e due numeri. Quelle inglesi sono 7, ma se togliamo anche gli articoli e le preposizioni dell’italiano non rimane poi molto, è solo una struttura dove inserire il lessico inglese al posto delle nostre parole.

L’ultima frase è significativa: stiamo studiando il modello di New York. Questa dichiarazione ci fa capire che le parole inglesi sono la punta del banco di ghiaccio (non volevo scrivere iceberg): gli Stati Uniti sono il modello prevalente, se non il solo, a cui guardare. Sono un mito di cui scimmiottiamo ogni aspetto. Quello culturale, scientifico, sociale, lavorativo… e dunque linguistico. Gli anglicismi che si riversano nell’italiano sono i sintomi di questa americanizzazione più totale. Se il modello è questo poi accade che invece di parlare di focolaio si cominci a dire cluster, come fosse una cosa naturale.
Negli archivi del Corriere la bassa frequenza di questa parola, prima della pandemia usata con altri significati, esplode:

Hub

La sostituzione sistematica di centro con hub è recente e pesante. Cercando la parola inglese nell’archivio storico de La Stampa, dal 1867 al 2006 ricorreva in 1.246 articoli e come nel grafico (tratto dall’archivio del giornale) ha cominciato a lievitare negli anni 2000.

Quello che è avvenuto con la pandemia è sotto gli occhi di tutti, e nelle versione digitale dello stesso quotidiano compare circa 3.500 volte negli articoli degli ultimi anni.

Il Gruppo Incipit, che dovrebbe occuparsi di arginare gli anglicismi nella loro fase incipiente, tace. Invece bisognerebbe gridare forte per fermare questi picchi che a lungo andare si trasformano in “prestiti sterminatori”: fanno morire le parole equivalenti dell’italiano storico, con il rischio che in futuro parlare di centro ospedaliero potrebbe suonare prima come qualcosa di non moderno e retrogrado, e infine ridicolo.
Se i centri ospedalieri sono hub, i centri vaccinali diventano poi hub vaccinali. Questo è ciò che si legge sulla stampa, si ascolta in televisione e si trova scritto nei luoghi dove ci si va a vaccinare. La gente non può che ripetere questa espressione che si inserisce così nell’italiano in modo sempre più profondo, e poi si allarga. Gli anglicismi non sono prestiti isolati, l’affermazione di ognuno si porta con sé questo tipo di allargamenti e di ricombinazioni creative.

Over

Da anni si parla sempre meno di ultraottantenni, o ultraquarantenni come nell’articolo, e sono tutti over + N, mentre chi è sotto una certa soglia è under, a cominciare dalla nazionale di calcio under21. Prefissi formativi dal greco o dal latino come ipo non vengono nemmeno in mente, c’è solo l’inglese che ormai marca simbolicamente il modo di datarci in una nuova timeline linguistica e concettuale.

In un secolo, dal 1919 al 2019, negli archivi di Google libri si vede bene l’ascesa della frequenza dell’inglese e lo scemare del latino (il trend mostra il boom e l’escalation di over e la de-escalation di ultra, come direbbe qualche giornalista in stile Palombella rossa).

Pensiamo all’insensatezza di una parola-concetto come teenager.
Che cosa accomuna da noi un tredicenne a un diciannovenne? Nulla, a parte l’essere giovanissimi. Il primo va alle medie e l’ultimo all’università, non sono adolescenti, non si frequentano dal punto di vista sociale, non sono una categoria se non nella lingua inglese dove teen distingue il suffisso dei numeri da 13 a 19. Eppure sui giornali spopola. Come se questa categoria facesse parte della nostra lingua e cultura.
E dopo i figli del boom economico, il baby boom che oggi ha prodotto il dispregiativo boomer, le nuove generazioni si esprimono con le categorie angloamericane. Ci sono i Millennial(s) e tutta un’altra serie di etichette veicolate attraverso lettere come X, Y o Z seguite da generation, che non appartengono alla nostra cultura né alla nostra lingua; più in generale i nativi digitali corrispondono anche a una generazione che si può chiamare dei nativi halloweeniani, coloro che sono nati dopo che le multinazionali hanno trapiantato questa festa nel nostro Paese, per i quali è una ricorrenza naturale, come se ci fosse sempre stata, e ben più sentita del Carnevale. In sintesi, non si può separare la lingua dal contesto sociale di cui è l’espressione.

Milano Marathon

Passando dal tempo allo spazio, l’inglese demarca ormai anche il territorio di una città come Milano, dove si parla di district invece che di distretti e la nuova urbanistica ha trasformato la zona Fiera in Fiera Milano City. I quartieri si ribattezzano in inglese, come il Nolo, cioè il North of Loreto, in una più ampia anglicizzazione di tutti gli eventi culturali legati alla città, dove la festa del libro si chiama Bookcity, la Settimana della moda Fashion Week, il Salone del mobile Week Design. La gerarchia degli anglicismi vede l’italiano come lingua di serie B che si usa nel parlato, come fosse un dialetto, ma le denominazioni di ogni cosa sono in inglese, dai gate delle stazioni ai reparti pet food dei supermercati.

E così si è svolta la Milano Marathon, pensata da nativi italiani della «Generali Milano Marathon», a sua volta promossa da Rcs sports & events, che dovrebbe essere la costola di un’azienda italiana. Leggendo l’articolo si scopre che la manifestazione “si articola in due gare competitive, più un format virtuale, aperto a tutti”. Mentre la marathon è la gara più prestigiosa in cui “si sfidano 132 campioni e top runner”, la tradizionale staffetta solidale in favore delle “organizzazioni no profit” si chiama «Lenovo Relay Marathon». Per via delle restrizioni pandemiche è stata proposta la formula, chiamata «Run Anywhere», che permette ai singoli di partecipare alla staffetta tracciando il proprio percorso con le app. “E sono già 5 mila i runner in tutta Italia che si sono iscritti all’evento.”

In questa corsa all’inglese, dove i corridori sono runner e gli amministratori delegati sono CEO (Chief Executive Officer), le multinazionali aprono gli store, e l’alternativa non sono i negozi o i punti vendita, sono gli shop e i market. Quanto alla “filiera tricolore degli store” è un ossimoro che si commenta da solo.

Dai prestiti al riversamento dell’inglese sempre più incontrollabile

Davanti a questi fatti, chiunque abbia un barlume di lucidità e sia in grado di decifrare la realtà, prima che la società, dovrebbe rendersi conto che gli argini sono saltati. Il riversamento dell’inglese nella nostra lingua è uno tsunami, per riprendere la metafora di Tullio De Mauro, che dopo aver considerato per decenni l’interferenza dell’inglese come qualcosa di non preoccupante, nel 2016 si è finalmente reso conto della situazione.

Apro un libercolo di sociolinguistica che spiega che ci sono i prestiti di lusso e di necessità. Lo richiudo e lo ripongo nella sede più consona, nella differenziata insieme alla carta. È una scelta green.

Apro le segnalazioni che mi arrivano dai lettori del Dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi). Ce ne sono almeno 200 in arretrato e in attesa di un vaglio. Sono troppe, sono inarginabili. La maggior parte esistono, circolano, si leggono sui giornali. Ma posso scegliere di prendere in considerazione solo quelle che hanno una certa stabilità, che non sono troppo di settore, che hanno una certa frequenza. La verità è che ormai il riversamento dell’inglese è così esteso che il lavoro di classificazione dei singoli anglicismi è sempre più difficile. Ogni parlante di ogni settore propone il suo a costo di inventarselo, pur di non ricorrere all’italiano. Le radici inglesi si ricombinano in tutti i modi, si allargano, non stanno mai ferme, schiacciano la nostra lingua e la seppelliscono.

Body cam

Qualche tempo fa leggevo della body cam (22/4/21), cioè una telecamera indossabile, se certi giornalisti sapessero l’italiano e non se ne vergognassero. La locuzione è formata, come la maggior parte degli anglicismi, da due radici che si combinano.

Partiamo dal primo elemento. Sul dizionario ho già registrato il body (l’indumento intimo), la body art, il body bag (uno zainetto, nel gergo della moda), il body builder e il body building (culturismo), il body copy (il testo pubblicitario nel gergo dei grafici), la body fitness (forma ottimale), il body painting (pittura corporale), il body scanner (rilevatore corporale), la body sculpture (ginnastica tonificante) e il body sculpturing (rimodellamento tramite liposuzione), il body shaming (il prendere in giro per l’aspetto fisico, che diventa fat shaming se il motivo è essere grassi), la body-dance (danza acrobatica), il total body

Mi viene la nausea.
La maggior parte dei secondi elementi che si legano a body si diramano a loro volta in altri composti con lo stesso effetto domino.


Analizziamo anche il secondo elemento, cam. C’è già la action cam con lo stesso significato di body cam che mi pare troppo instabile, per il momento. Ma domani è un altro giorno, e forse si affermerà! Del resto c’è già la hidden cam, la telecamera nascosta, che fa il paio con la candid cam, ma si può parlare anche di spy cam. E qualche tempo fa avevo avvistato persino l’invenzione giornalistica della trap cam!
Non dimentichiamo la webcam. E le sue conseguenze: le ragazze che fanno gli spettacolini in webcam come si possono definire se non webcamgirl, o cam girl? Ma allora se lo fa un uomo bisogna dire cam boy, in linea con toy boy (e forse tutto è iniziato con i cowboy)…
Ad libitum sfumando (anzi crescendo).


L’itanglese è questo. Tutto va bene purché sia in inglese e non in italiano. Hai voglia a classificare questo cedimento strutturale della nostra lingua e cultura con le categorie dei prestiti di lusso e di necessità, o di quelli utili (utili a chi?), insostituibili (ma dove? Non certo in Spagna e in Francia) e superflui (il superfluo sembra invece l’italiano nell’attuale contesto storico).

Candid Camera e candid Senato

E pensare che camera, nel senso di telecamera, è un italianismo che deriva dalla camera oscura. Poi c’è anche la Camera, con la C maiuscola, dove dal 10 aprile giace una proposta di legge, che il 14 marzo è stata assegnata anche al Senato. Ma ai parlamentari sembra che non interessi discuterla. In compenso ai giornalisti, vista la lingua che usano, non interessa diffondere la notizia della sua esistenza. Almeno quelli italiani, perché la nostra petizione è stata tradotta in tedesco e in agosto uscirà un pezzo su un’importante rivista austriaca che sta preparando un numero speciale dedicato all’italiano e alle celebrazioni dantesche.

Anche i linguisti italiani l’hanno ignorata, al contrario dei quasi 1.000 cittadini che l’hanno sottoscritta in Rete, che crescono di giorno in giorno, e che scoprono dell’esistenza di questa iniziativa non attraverso la stampa o chi dovrebbe occuparsi della tutela della lingua, ma solo attraverso il passaparola non istituzionale.

26 pensieri su “L’insostenibile leggerezza del riversamento dell’inglese

  1. Ho pensato a te quando è uscita fuori quella roba dell'”open day”, che non è un “open day” visto che tocca prima prenotare, così come quando sono andato a fare un prelievo e davanti alla clinica mi hanno detto “deve fare il triage“: e che è? Poi scopro che dovevo compilare un modulo: era così impossibile usare banalissime parole italiane comprensibili da tutti?

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      • In realtà, durante la guerra fredda, che io sappia, veniva nominato solo il Check Point Charlie (l’unico possibile punto passaggio di confine fra Berlino Est e Ovest).

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        • Checkpoint ha un’origine di posto di blocco militare, soprattutto nelle zone di guerra dove intervengono gli Stati Uniti, e all’inizio degli anni ’90 non era regitrato dai dizionari; nei primi anni Duemila era ancora legato per esempio a episodi come la vicenda oscura dell’uccisione di Calipari che stava liberando la giornalista Sgrena in Iraq.
          Recentemente si è ampliato, in tempi di covid, per indicare un punto di controllo sanitario, o comunque più generico e non militarizzato. A contribuire a questo allargamento e perdita del tecnicismo bellico ci sono parole come check-in e check-out o anche checklist. Quello che sta accadendo, dunque, è che check, presente in queste altre locuzioni, diventa qualcosa che vive da solo, ed è nella disponibilità di tutti (fare il check di una situazione, cioè il punto), e dunque la sua area semantica si allarga. Questo è quello che sta accadendo con la maggior parte degli anglicismi. Entrano come tecnicismi, magari monosignificato, passano nel linguaggio comune, si allargano in una rete di connessioni con gli altri che contengono le stesse radici e penetrano sempre più in profondità.
          Qui le statistiche: https://books.google.com/ngrams/graph?content=checkpoint&year_start=1970&year_end=2019&corpus=33&smoothing=3#

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          • Checkpoint è molto affermato anche nel gergo videoludico, da non so quanti lustri (da giovane non prestavo attenzione alle finezze 😛 ): l’ultimo checkpoint raggiunto è quello da cui riparte il personaggio dopo essere morto, di solito.

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              • In generale, parlo dei giochi avventurosi che prevedono la possibilità che il personaggio manovrato venga sconfitto, quindi tutti quei giochi che hanno una componente di esplorazione dell’ambiente virtuale.
                Nel caso degli sparatutto si parla spesso di punto di respawn, almeno nelle modalità multigiocatore, ma non mi stupirebbe il sistema dei checkpoint nella modalità detta “campagna” o storia. Purtroppo sono negato per gli sparatutto e dato che non mi divertono, tendo a non giocarli ed è meglio che le mie parole le prenda con beneficio di inventario, per questo genere di gioco 😛

                Riguardo alla traduzione, le grandi produzioni tendono a godere di localizzazione in italiano, a volte persino di doppiaggio, ma tendo a giocarli in inglese (non per spocchia: con l’aiuto dei sottotitoli, cerco di migliorare la mia capacità di capire l’inglese parlato, che mi dà ancora non pochi problemi).
                Comunque, le guide e gli spazi di discussione sulla rete, riguardo alle meccaniche del checkpoint, tendono a usare il termine inglese; a memoria, non ricordo di essermi mai imbattuto in un suo corrispettivo italiano.

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  2. Tralasciando i “giornalai” anglomani è assurdo che anche i nostri linguisti italiani (specialmente quelli di calibro come Marazzini, Sabatini e Serianni) hanno ignorato l’esistenza della proposta di legge. Io dico, questi linguisti di spicco, al di là delle semplici denunce e polemiche, ci tengono o no a tutelare l’italiano ? Oppure preferiscono rimanere nel descrittivo ? (anche se alla fine la scusa del descrittivismo non regge per niente, visto che l’attuale Crusca usa ipocritamente due pesi su due misure).

    Comunque se all’estero dovessero parlare così tanto della nostra iniziativa (possibilmente anche nei paesi anglofoni) chissà come reagiranno i nostri giornalisti.

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  3. Faccio un appunto riguardo a Halloween: quando ancora si chiamava vigilia di Ognissanti (che è praticamente il corrispettivo perfetto per All Hallow Eve, da cui deriva Halloween) le modalità statunitensi con cui si tende a festeggiarla erano diffuse in varie regioni.
    Non so se da qualche parte fosse previsto il mascheramento, ma cose come intagliare le zucche e andare a caccia di dolci sono cose che certi anziani hanno dichiarato di ricordare da prima della seconda guerra mondiale.
    Ci sarebbe materiale per una bella ricerca antropologica, alla faccia di chi ammanta la festa di significati satanici, così da capire cosa sia vero e cosa no (o almeno avvicinarsi a una risposta) ma la cosa non c’entra molto con il discorso linguistico ^^

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  4. A proposito di “hub”: questa mattina ero di passaggio in un paese del lago di Como in cui è presente un centro vaccinale per l’emergenza pandemica. Qui ho notato un cartello, posto all’ingresso del centro vaccinale stesso, su cui era riportata la scritta “centro vaccinale hub”. Ciò significa che occorre ormai accostare un termine inglese all’equivalente italiano per rendere comprensibile agli italiani la loro lingua? Possiamo quindi affermare di essere entrati nell’era degli “anglopleonasmi”.

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  5. Mah, la risposta più semplice è secondo me che non sapendo cos’è un hub forse hanno pensato che sia un aggettivo qualificativo (e di maggiore status) di centro, anziché un sinonimo.

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