Una “precisazione” di Leopardi sulla necessità di una lingua sovranazionale

leopardiNel 1821, Leopardi, con grande lungimiranza, notava nello Zibaldone che si andava formando un linguaggio sovranazionale:

Da qualche tempo tutte le lingue colte d’Europa hanno un buon numero di voci comuni (…) Non parlo poi delle voci pertinenti alle scienze, dove quasi tutta l’Europa conviene così che vengono a formare una specie di piccola lingua (…). Si condannino (come e quanto ragion vuole) e si chiamino barbari i gallicismi, ma non (se così posso dire) gli europeismi, che non fu mai barbaro quello che fu proprio di tutto il mondo civile (…) Diranno che buona parte del detto vocabolario deriva dalla lingua francese (…) Ma venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo.

[Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. II, Sansoni Editore, Firenze 1969, 24 giugno 1821, pagine dell’autografo: 1213-1214]

Questo e altri simili passi sono oggi spesso invocati dagli angloentusiasti che tirano per la giacchetta il poeta per portarlo dalla loro parte, concludendo che ogni allarme per il numero eccessivo degli anglicismi nell’era moderna è una presa di posizione arretrata, antistorica e figlia di un purismo intransigente. L’idea di fondo, soprattutto nel linguaggio della scienza, è che si debba parlare (e a volte persino insegnare) in inglese per essere internazionali. Come se il destino delle lingue nazionali fosse quello di diventare dialetti di un linguaggio europeo, in inglese. Come se il pluralismo linguistico non fosse un valore, ma un segno di arretratezza sulla via di una cultura monolinguistica globale tutta a vantaggio dell’angloamericano.

Ma quando si cita bisogna farlo in modo corretto e fino in fondo, altrimenti il rischio è quello di stravolgere e ribaltare il senso originale delle affermazioni. A quali parole si riferiva Leopardi? Non certo ai forestierismi non adattati, ma a quelli italianizzati, come si capisce da numerosi altri passi dello Zibaldone:

L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara. Per es. se io dicessi precisazione moverei le risa: perchè? [sic] non già per la natura della parola, ma perchè non siamo assuefatti ad udirla. E così le parole barbare divengono buone coll’uso; e così le lingue si cambiano, e i presenti italiani parlano in maniera che avrebbe stomacato i nostri antenati.

[Ivi, 2 luglio 1821, pag autogr. 1263, alla p. 1207. marg.]

“Precisazione” era allora considerato un gallicismo, definito “barbaro” come molte parole che terminano in –zione. Persino una parola bella come “emozione”, sul finire del secolo, veniva respinta come un cattivo neologismo da Giuseppe Rigutini: “Uno di quei gallicismi, dai quali si guarderà sempre chiunque, distinguendo l’uso dall’abuso, vorrà parlare e scrivere italianamente.”

[I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, libro compilato pei giovani italiani da Giuseppe Rigutini, Roma, Libreria Editrice Carlo Verdesi, 1886, p. 88]

Dunque, Leopardi, parlando di internazionalismi, si riferiva alle radici comuni delle lingue europee che venivano adattate in ogni idioma. E lodava la lingua italiana proprio per la sua intrinseca capacità di adottare “tutti i più disparati stili, ma conservando la sua indole” senza mutarsi e corrompersi:

Questo appunto è ciò di cui è capace, e non di perderla ed alterare il suo carattere per prenderne un altro forestiero, del che non fu e non è capace nessuna lingua senza corrompersi. E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili.

[Giacomo Leopardi, Tutte le opere, op. cit., 19 ottobre 1821, pag. autogr. 1947]

Se gl’italiani (…) conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, e non per tanto parlerebbero e scriverebbero in italiano: riuscirebbero a creare un linguaggio sociale italiano tanto polito, raffinato, pieghevole e ricco e gaio ec. quanto il francese, non però francese, ma proprio e nazionale. E in questo si potrebbe ben tradurre allora il linguaggio francese o scritto o parlato, che oggi non traduciamo, ma trascriviamo,come fanno i traduttori tedeschi.

[Ivi, pag. autogr. 1951]

Ma gli scrittori italiani moderni, o non hanno curato punto la lingua, né hanno servito ad una letteratura nazionale, ma forestiera, e quindi non sono propriamente italiani come scrittori.

[Ivi, 26 ottobre 1821, pagg. autogr. 1997-98]

Chiarito il senso delle riflessioni leopardiane, va precisato che nell’Ottocento i “puristi” respingevano i neologismi e i termini derivati soprattutto dal francese perché non facevano parte del linguaggio storico delle tre corone trecentesche (Dante, Petrarca e Boccaccio) e della tradizione letteraria più toscana. Ma nessuno, nemmeno i più arditi internazionalisti come Alessandro Verri (che dalle pagine del Caffè lanciò la celebre e solenne “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”), auspicava l’entrata di migliaia di esotismi senza adattamento. E se Leopardi fosse vissuto ai nostri tempi, sono abbastanza sicuro che non avrebbe mai scritto:

D’in sul top della old skyline,
passero single, alla campagna
tweettando vai nella deadline del giorno;
ed erra il feeling per questa valle…

[From: “Il passero single” by James G. Leopardi, translated by Zop]

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