La panspermia del globalese

Lingua e vita sono spesso accostate in una metafora che le accomuna. Una lingua viva è un sistema che si evolve continuamente, e questa analogia è un buon approccio anche per comprendere come gli anglicismi stiano penetrando in tutte le lingue del mondo.

L’angloamericano è la lingua della globalizzazione, che coincide sempre più con americanizzazione, e si innesta nelle altre lingue attraverso un meccanismo che ricorda quello della panspermia, un’ipotesi biologica per cui i mattoncini che sono alla base della vita sono sparsi nell’universo, ma si sviluppano e attecchiscono solo dove trovano le condizioni favorevoli. In tempi recenti, questa teoria è stata sostenuta, tra gli altri, dall’astrofisico Fred Hoyle. Secondo lui le molecole alla base della vita viaggiano nello spazio per esempio attraverso le comete, costituite in gran parte di ghiaccio. I bombardamenti di meteoriti, molto frequenti nella fase di formazione del sistema solare, avrebbero sparso queste molecole ovunque, ma solo sul nostro pianeta hanno trovato un ambiente dove crescere.

Gli anglicismi si diffondono in modo simile, ma invece di viaggiare su comete e meteoriti sono veicolati da cinema, televisioni, internet, pubblicità, merci, prodotti tecnologici…

Per usare un’altra metafora biologica, l’angloamericano si comporta un po’ come le ostriche che, per riprodursi, spargono in giro milioni di larve che per la maggior parte sono destinate a morire, ma qualcuna sopravvive e cresce.
Nel Novecento, gli Stati Uniti si sono imposti come la più grande potenza economica, militare, politica e culturale del mondo, e come un’ostrica hanno inondato il pianeta di concetti e cose espressi attraverso il lessico inglese. Questo bombardamento si è innestato sopra il sostrato che nell’Ottocento aveva caratterizzato l’espansione dell’impero del Regno Unito che aveva già colonizzato, anche linguisticamente, gran parte del mondo, dall’India all’Africa. Il risultato di queste ondate ha portato oggi al global english, chiamato anche globish e tradotto con globalese.

Il progetto di imporre l’inglese in tutto il pianeta come la lingua della comunicazione internazionale è una nuova forma di imperialismo linguistico che non si basa più sulla conquista dei territori attraverso l’esercito e le guerre, ma attraverso le armi della supremazia economica, scientifica, tecnologica e culturale. Gli anglicismi che si innestano nelle lingue locali sono i detriti lessicali di questa espansione, e l’interferenza linguistica dell’inglese sta modificando in modo sensibile ogni idioma, tanto che un po’ ovunque, nel mondo, sono nate delle definizioni molto simili di questo fenomeno di ibridazione. In Francia si parla del franglais (franglese) già dagli anni Sessanta, espressione da cui abbiamo ricalcato il nostro itanglese (affiancato da itangliano e altre variazioni sul tema), ma come ha ricostruito Tullio De Mauro (cfr. “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”) in ogni Paese sono sorte espressioni analoghe: il denglish o germish (tedesco), il portenglish (portoghese), il poglish (polacco), il chinglish (cinese), l’hinglish (hindi), il konglish (coreano) e molte altre.

Attraverso quali modalità l’inglese si innesta nelle lingue locali, le contamina e stravolge?

Dalle ostriche ai mammiferi

Già negli anni Novanta, con grande acume, un giurista autorevolissimo come Francesco Galgano aveva analizzato come alcuni termini giuridici inglesi non fossero un fenomeno solo italiano, ma globale, causato dall’espansione delle multinazionali statunitensi che esportano e impongono il proprio apparato lessicale estraneo alle legislazioni nazionali coinvolte.

“Le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale”.

[Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153]

In questo modo parole come franchising, leasing, copyright e molte altre sono diventate internazionalismi intoccabili in tutto il mondo.
Tornando alla metafora della lingua come vita (parole come prole), questi ultimi esempi mostrano un’evoluzione nella prolificazione dell’inglese. L’ostrica è diventata mammifero; la strategia riproduttiva è in questo caso diversa: non si spargono più migliaia di parole al vento che per la maggior parte sono destinate a morire, si creano pochi figli che però si accudiscono e proteggono per fare in modo che possano sopravvivere con ragionevole certezza.

Dagli anni Novanta a oggi molte cose sono cambiate e il numero delle parole inglesi è ben più che raddoppiato, nei dizionari. Quando Microsoft si è imposta in Italia con la sua terminologia fatta di file e downolad e non di documenti e scaricamento, quando Twitter ha esportato i follower e non gli iscritti o i seguitori, quando Google introduce gli snippet, Facebook la timeline… l’imposizione del lessico in inglese penetra con una forza dirompente. Il successo di queste parole, tuttavia, dipende sempre dalle condizioni ambientali in cui si innesta, e il brodo culturale tipicamente italiano è un terreno tra i più fertili per l’attecchire dell’inglese. La resistenza alle pressioni esterne è molto scarsa, anzi, spesso introduciamo da soli l’inglese agevolando dall’interno questo processo di espansione con il risultato che l’anglicizzazione della nostra lingua è enormemente più ampia di quanto non avviene all’estero. Abbiamo perso ogni strategia alternativa all’importazione di anglicismi crudi, abbiamo rinunciato ad adattare le parole per italianizzarle secondo la nostra identità linguistica, abbiamo cessato di tradurle e di inventarne di nostre. Come ha osservato Dacia Maraini, a proposito di ostriche, “la lingua è come una conchiglia che avvolge il fastidioso granello di sabbia nella saliva e lo trasforma in una perla. Se però riempiamo la conchiglia di sabbia, questa non riesce più a creare perle”, ma soffoca e muore (cfr. Dacia Maraini, 2017, da una lezione agli studenti del liceo Volta di Como).

Un confronto con il rumeno e il russo

In Paesi come la Francia o la Spagna, le accademie linguistiche si prodigano per proporre sostitutivi autoctoni. In Islanda esiste persino la figura del neologista che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua.
Da noi, al contrario, la Crusca non fa nulla del genere, e i nostri mezzi di informazione, i nostri politici e la nostra classe dirigente sono i primi a ricorrere agli anglicismi crudi, a preferirli, ad andarne fieri. Il risultato è che l’italiano boccheggia e non evolve, mentre l’itanglese lievita incontrollato in modo devastante. Tullio De Mauro ha definito questo processo uno “tsunami anglicus” ben più profondo del semplice “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani che un tempo aveva ritenuto esagerato. Le conseguenze di questa ondata, nell’italiano, sono ben più gravi che all’estero, non c’è paragone rispetto a quanto si registra nello spagnolo, nel portoghese o nel francese.

Tra le lingue romanze solo il rumeno sembra essere messo peggio di noi, almeno stando ad alcuni studi come quello di Rodica Zafiu che parla di “romglese” o di Dana-Maria Feurdeand che ha analizzato alcuni anglicismi economici presenti sulla stampa concludendo che “il numero totale dei prestiti inglesi nei cento articoli romeni è di 459, nel corpus italiano si è registrato un totale di 337 prestiti invariabili.”

[Cfr.: Dana-Maria Feurdeand, “Due nazioni neolatine di fronte alla globalizzazione. Aspetti linguistici”, in Transylvanian Review, 2017 Supplement 2, Vol. 26, pp. 147-160; Rodica Zafiu, “Sui prestiti recenti dall’inglese: condizionamenti morfologici e scelte culturali”, in Romania e Romània: lingua e cultura romena di fronte all’Occidente, atti del Convegno internazionale di studi Udine, 11-14 settembre 2002, p. 83-95].

Se ci spostiamo a Est, il caso del runglish, la contaminazione di russo e inglese, è particolarmente significativo. Si tratta di un fenomeno recente, perché prima della caduta del muro di Berlino e della dissoluzione dell’Unione Sovietica l’interferenza della lingua inglese aveva risparmiato i Paesi del blocco comunista. Negli ultimi 30 anni la situazione è mutata e in un articolo sull’anglicizzazione del russo (“Chi sono le persone che lottano contro gli anglicismi nella lingua russa, e perché lo fanno?”, Viktoria Rjabikova, Russia Beyond, 12/10/2020) ho ritrovato molte delle cose che scrivo da tempo a proposito dell’italiano. Leonid Marshev gestisce una comunità che si batte contro l’abuso degli anglicismi e ne promuove le alternative, un po’ come sto cercando di fare io con il dizionario AAA e con il progetto degli Attivisti dell’italiano in collaborazione con il portale Italofonia. Marshev spiega che i prestiti sono un fenomeno naturale in qualsiasi lingua, ma quando arrivano da una lingua sola e superano il numero delle parole prodotte dalla lingua in questione, l’identità linguistica va in frantumi. E nota – esattamente come avviene nel caso dell’italiano – che sui mezzi di informazione compaiono continuamente parole nuove in inglese e nessuna in russo.

Eppure, come si evince dall’articolo e anche da quanto mi ha riferito un amico di Mosca, mi pare che nonostante le lamentele siano simili la situazione da noi sia molto più grave. In russo circolano parecchie alternative che in italiano non esistono affatto. I cosiddetti “internazionalismi”, che in realtà sono semplicemente anglicismi, da loro sono una scelta espressiva più che una “necessità” come da noi, visto che spesso non esistono alternative o non sono in uso; un russo, invece, può scegliere di dire mouse oppure mysh’ (cioè topo), e lo stesso vale per vari altri esempi che si leggono nell’articolo.

L’anglicizzazione nasce con le tv commerciali, prima che con Internet

Nei Paesi dell’Est l’anglicizzazione ha preso piede soprattutto negli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, con la globalizzazione e la rivoluzione di Internet. Ma più che la Rete è stata decisiva la nascita delle televisioni commerciali. La loro diffusione nell’ex blocco sovietico è nata contemporaneamente alla rivoluzione digitale, e ha veicolato gli stili di vita, le merci e i prodotti culturali americani nelle case di tutti. Tutto ciò è stato recepito come una ventata di libertà dopo anni di restrizioni, ed è significativo che nel 1997 i consumatori russi spendessero più in Coca-Cola di quanto il loro governo destinasse all’intero sistema sanitario nazionale.

[Cfr. David Ellwood “La cultura come forma di potenza nel sistema internazionale. Americanizzazione e antiamericanismo”, in Mélanges de l’école française de Rome Année 2002 114-1 pp. 431-439]

In Italia, invece, tutto ciò è iniziato ben prima, con lo sbarco degli alleati, e poi con il piano Marshall e la sua propaganda. A partire dagli anni Cinquanta, è stato soprattutto il cinematografo a farci conoscere e desiderare gli stili di vita del sogno americano, che negli anni Sessanta hanno cominciato a essere accessibili, importati e venduti anche in Europa. La televisione, al contrario, sino agli anni Ottanta non era molto americanizzata (cfr. “Televisione e mcdonaldizzazione, in “Palato e parlato: gli anglicismi in cucina”) ma con la nascita delle tv commerciali tutto è cambiato rapidamente: film e telefilm statunitensi che sino agli anni Settanta rappresentavano una piccola porzione dei programmi, si sono moltiplicati sino a divenire l’asse portante di ogni palinsesto. La cultura di massa televisiva, fatta di modelli e contemporaneamente di merci d’oltreoceano, non è “innocente” è una forma di potere che insieme ai prodotti culturali ha portato nelle nostre case anche le condizioni per l’accettazione di moltissimi anglicismi. Con Internet e la globalizzazione, e con la diffusione dei canali satellitari, tutto è cresciuto a dismisura. Resta il fatto che la lingua italiana sembra una di quelle più anglicizzate, rispetto alle altre.

15 pensieri su “La panspermia del globalese

  1. Il tuo articolo è molto interessante, come era interessante il tuo libro (Diciamolo in italiano). Ma che cosa possiamo fare per andare oltre la diagnosi del male? Possiamo limitarci a prendere atto che il mondo della politica non solo non provvede a politiche di contrasto della penetrazione devastante e incontrastata dell’inglese, ma se ne fa protagonista attiva? In Italia è cresciuta la sensibilità alla conservazione dei beni culturali e ambientali e alla protezione dei prodotti enogastronomici nazionali, ma si assiste senza batter ciglio all’adulterazione della nostra lingua. LA LINGUA ITALIANA È UN BENE MENO PREZIOSO DELL’OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA, DELLA MOZZARELLA DI BUFALA CAMPANA O DEL PARMIGIANO-REGGIANO.?
    Non credi che il problema vada posto anche sul piano politico, chiedendo che in Italia la Crusca si trasformi in un’ Accademia della lingua italiana, con compiti analoghi a quelli dell’Académie française e della Real Académia de la lengua española ? La battaglia culturale è importantissima, ma , se non si agisce anche sul terreno politico, rimaneuna guerriglia di resistenza destinata alla sconfitta.

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    • Ti ringrazio, Carlo. Sul considerare la lingua italiana come un patrimonio da tutelare alla pari delle nostre altre eccellenze, artistiche, culturali e anche gastronomiche sfondi una porta aperta. Hai perfettamente ragione anche sulle azioni che bisognerebbe intraprendere sul piano politico. Il problema è che io sono più o meno isolato, non sono finanziato da nessuno, e faccio quelche posso. Nel mio piccolo ho avviato 4 iniziative. Su questo sito pubblico le mie ricerche e faccio denunce, riflessioni e divulgazione. Sulla politica ho dato vita a una petizione rivolta al presidente Mattarella,che è appena stata chiusa con oltre 4.000 firme (https://www.change.org/p/sergio-mattarella-basta-anglicismi-nel-linguaggio-istituzionale-viva-l-italiano-litalianoviva) e nei prossimi giorni sarà spedita al destinatario nella speranza di una risposta.
      Ho anche creato un dizionario con oltre 3.700 anglicismi di cui cerco di riportare le alternative in uso, oltre che le spiegazioni (https://aaa.italofonia.info/).
      E infine con il portale Italofonia ho dato vita a una comunità chiamata “Attivisti dell’italiano” (https://attivisti.italofonia.info/) nella speranza di costituire una base di persone che mi aiutino nel mio lavoro di diffondere una nuova cultura. Purtroppo tutte queste cose in Italia non sono fatte da accademie e istituzioni, sono il lavoro su base volontaria di pochi “cani sciolti” e dunque hanno una risonanza limitata. Più di così non saprei che fare, per me è già uno sforzo titanico.

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  2. In che fonti hai trovato germish, Antonio? Non l’avevo mai sentito/letto. Denglisch l’ho sempre incontrato alla tedesca, sch e non sh 😉
    A quando il tuo prossimo libro? 🙂

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  3. Caro signor Zoppetti,
    le confesso che alla fine saremo costretti a soccombere. Io sarò costretto a soccombere. Finisco col dialogare utilizzando espressioni e concetti privati, simboli e sfumature personali. Se in questi giorni si disserta sulle scelte politiche in merito alla pandemia, io, per farmi capire, devo usare quel fosco e cacofonico “lockdown”, altrimenti risulto inintelligibile. E francamente lo trovo frustrante, così frustrante da far vacillare le mie convinzioni. Esagero? Do troppo peso a questo fenomeno? Sono, in fin dei conti, diventato un purista? A me non piacciono gli estremi, ma solo le buone argomentazioni, e le sue le trovo grossomodo cogenti; ma cosa dovrei fare se le alternative non ci sono? Mi sembra di vergare un foglio con delle sudicie gore profonde. Questo è purismo! Se dovessi fare un parallelismo potrei considerarmi un pinzochero che precetta posizioni morali. Sacripante!, che tormento.
    Piccola nota tragicomica: per la prima volta in vita mia ho sfruttato la piattaforma Twitch. Tanti giovani e giovanissimi, e alcuni meno giovani, e, per soprammercato, tante subbate, followate, flexate, cringiate, streammate, skippate, triggerate,freebotate, ban, live, dissing, rape, reaction, fake, season, day, game, gaming, mic, sneaky, sticker, chill(are), flow, grab(bare), build(are), fix(are), gross, thumb up, like, dislike, hater, fail, crush, light, strong…

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    • Soccomberò con le armi in pugno! Personalmente evito “lockdown” di volta in volta con quarantena, clausura, confinamento, blocco, restrizioni e via dicendo a seconda del contesto. Ma sono esercizi di stile, un po’ come gli scritti di Perec senza la lettera “e” o gli analoghi giochi letterari alla Umberto Eco, fatti di virtuosismi. Soccomberemo anche perché il linguaggio delle nuove generazioni è quello citato, e non solo di loro visto che i linguaggi di settore son fatti di parole inglesi in altro dosaggio, che hanno a che fare con gli addetti ai lavori e i tecnici, o con il gergo del lavoro che è itanglese puro. Il problema dell’italiano è proprio questo: spesso mancano le alternative. A volte ci sono ma appunto non sono in uso. Altre volte mancano proprio. Dunque come fare a parlare di computer e di mouse, di lockdown e di design evitando l’inglese? C’è però una bella differenza tra il purismo (che storicamente era ostile anche a neologismi, tecnicismi e parole non letterarie) e la tutela della nostra identità linguistica. Tutti i più aperti difensori degli influssi stranieri del passato, da Machiavelli a Muratori, da Verri che scrisse la rinunzia al vocabolario della Crusca a Leopardi “europeista” avevano un tratto che li accomunava ai puristi più intransigenti: nessuno avrebbe mai importato migliaia di parole da una sola lingua e basta, nessuno le avrebbe tollerate se non italianizzandole. L’intransigenza oggi è rappresentata dagli “anglopuristi”, che importano solo in inglese crudo, lo dichiarano “necessario” e internazionale, e ce lo propinano imponendolo nell’uso fino che alla fine non abbiamo più la scelta. L’italiano muore per questo, un conto è “preferire” l’itanglese – è una scelta – un conto è doverlo praticare a forza perché non abbiamo più, o stiamo perdendo, le alternative nostrane.

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  4. A proposito dell’anglicizzazione del russo e del rumeno mi permetterei di scrivere un breve commento.

    Il russo è sempre stata una lingua abbastanza aperta ai presititi, a cominciare da quelli dello slavoecclesiastico (un po’ come l’italiano ha sempre accolto volentieri latinismi), ma anche dalle lingue occidentali, greco e latino compresi; altre lingue slave si sono comportate in modo più puristico, pensiamo per esempio ai nomi dei mesi dell’anno, che in russo sono quelli di base latina, mentre in ceco e croato di base slava (anche se, cusiosamente, appaiono sfasati d’un mese se confrontiamo queste due lingue).
    La penetrazione degli anglismi nel russo presenta però un vantaggio rispetto all’analogo fenomeno in italiano e nelle lingue occidentali: le parole inglesi devono venir translitterate in cirllico e quindi integrate ne lrapporto grafema-fonema della lingua ospitante; inoltre vengono generalmente integrate anche sotto il profilo morfologico, mentre per noi sarebbe impossibile dire “i *locdauni”, “un *locdauno *softo”.

    Anche il romeno è una lingua ricca d’imprestiti: nel suo relativamente recente diverire lingua di cultura lo si è voluto “rineolatinizzare” (ovviamente il romeno è sempre stato una lingua neolatina, ma con forti componenti lessicali greche, turche e soprattutto slave) introducendovi italianismi e soprattutto francesismi in quantità; però tali imprestiti sono stati adattati all’ortografia rumena. Questo non avviene più con gli anglismi, che mantengono l’ortografia originale: con questo la lingua romena va perdendo quello che a mio avviso è(ra) un dei suoi pregi, quello ciò d’un rapporto molto regolare e trasparente tra grafema e fonema, che come si sa è un grossi vantaggio per l’alfabetizzazione.

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