Rassegna stampa e gagliardini

In questa prima settimana di vita, il dizionario AAA: Alternative Agli Anglicismi ha ricevuto più di 3.000 visitatori e ha erogato oltre 17.000 pagine. Ringrazio tutti i lettori e soprattutto i partecipanti che hanno portato una trentina di voci aggiunte e una quindicina di miglioramenti delle voci esistenti e di correzione di sviste.

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Sono anche usciti vari pezzi, tra cui un’intervista di Giacomo Russo Spena su MicroMega, una segnalazione di Loredana Lipperini su la Repubblica, una recensione di Luisa Carrada su il Mestiere di scrivere, una riflessione di Armando Adolgiso su Cosmotaxi e varie altre segnalazioni in Rete.

Nei prossimi articoli rilascerò dati inediti, statistiche, analisi e riflessioni su questo enorme lavoro di ricerca e di classificazione in divenire. Intanto è stata inagurata una pagina provvisoria dove tutti coloro che ci vogliono aiutare nella diffusione del progetto possono adottare un gagliardino da esporre con un collegamento a AAA.italofonia.info.

Oltre ai primi gagliardini c’è anche qualche vignetta spiritosa che si può “facciabucare”, inoltrare, far circolare.

Grazie a tutti.

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AAA: il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi

Da oggi è in Rete AAA – il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi, un progetto gratuito a disposizione di tutti che raccoglie oltre 3.500 anglicismi – i più frequenti nella lingua italiana – affiancati da spiegazioni e, quando presenti, da alternative e sinonimi italiani in uso (con esempi concreti di utilizzo dalla stampa), senza alcun intento puristico né pretese di imporre alternative forzate.

Sono possibili ricerche per parola, a tutto testo e alfabetiche, e il contenuto è catalogato in 90 categorie ed etichette per una consultazione tematica, dall’informatica (570 voci) all’“aziendalese” (482), dallo sport (286) all’economia (283), sino alle curiosità come gli anglicismi culinari (122) o quelli del sesso (90). Oltre a questi ambiti, ci sono poi categorie di analisi con cui è stata quantificata  la presenza degli anglicismi per esempio nel linguaggio di base (Fondamentali: 154), nel linguaggio comune (1.922), oppure sono state raggruppate tutte le locuzioni (1.351), i derivati dai nomi comerciali, i principali pseudoanglicismi, anglolatinismi

Perché?

Davanti all’abuso sempre più dilagante di inglese e itanglese, l’obiettivo è di contribuire alla libertà di scelta di chi utilizza la lingua italiana. Molte parole inglesi risultano ostiche e difficili per tante persone e la loro comprensione necessita di spiegazioni (whistleblower, caregiver, spoils system, quantitative easing…). Soprattutto, nel linguaggio dei giornali e di alcuni settori come l’informatica o il mondo del lavoro, spesso si ricorre preferibilmente alle parole inglesi con il risultato che le alternative italiane regrediscono e non vengono più spontanee (competitor/competitore, budget/stanziamento, staff/personale, feedback/riscontro, trailer/anteprima…).

Ognuno parla come vuole, ma per poter scegliere in modo consapevole è necessario che le alternative vengano divulgate.

Dante e gli anglicismi

 

Un progetto aperto e collettivo

Questa prima versione Beta del dizionario non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza: l’intento è di dare vita a una comunità in Rete che sfrutti l’intelligenza collettiva e connettiva per arricchire il progetto giorno per giorno attraverso i contributi dei lettori.

Mi rivolgo a tutti coloro che consultando il dizionario lo troveranno utile; mi piacerebbe che i lettori diventassero partecipanti, spero che ognuno prenda da questo lavoro ciò che gli serve, ma allo stesso tempo lasci il proprio contributo per migliorarlo: la segnalazione di errori o lacune, di anglicismi mancanti o di nuove alternative attraverso esempi di uso contestualizzati…

Proviamo a spezzare la moda assurda di dirlo in inglese, opponiamoci al senso di inferiorità nei confronti dei modelli culturali angloamericani della nostra classe dirigente e intellettuale.

Invito tutti a diffondere l’esistenza di questo progetto, a partecipare, a farlo circolare e a “fare rete”.

Ringrazio il portale indipendente italofonia.info che ospita il mio lavoro e che lo ha realizzato dal punto di vista tecnico e grafico.

 

Lo dicono tutti in inglese?
Distinguiti, dillo in italiano!
Come?
AAA – il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi

Cinema e anglicizzazione

La macchina dei sogni, il cinema, ha da sempre esercitato un fascino enorme sulle masse, e quello di Hollywood (da cui l’aggettivo hollywoodiano) ha contribuito sin dagli albori a portare in Italia parole inglesi come star (stella, divo), star system (il mondo del cinema), major (i colossi del cinema contrapposti alle minor, le piccole case di produzione specializzate in b-movie), cast (gli attori, da cui casting, cioè scritturazione, audizione, provini).
E poi gli oscar, i drive-in, le pellicole di cowboy, i western (ma spesso erano solo degli spaghetti western come i film di Sergio Leone), gli stuntman (cascatori o controfigure, acrobatiche se si vuole), i colossal, il flashback… i film!

cinema

Film è una parola ormai assimilata e quasi insostituibile che passa inosservata, ma si tratta di un anglicismo (anche se non viola le regole ortografiche e di pronuncia dell’italiano) che significa semplicemente pellicola. Inizialmente era infatti riportato al femminile, per analogia con pellicola:

“Domatore ferito da una tigre durante una ‘film’ cinematografica” si può leggere su un articolo de La Stampa del 1911, che poi precisa: “Al momento in cui la film aveva cominciato a svolgersi (…) la belva (…) si slanciò sul disgraziato domatore” (La Stampa, venerdì 17 febbraio 1911, p. 4).

E ancora nel 1926, sullo stesso giornale si legge: “‘Maciste all’inferno’ è una bella film d’arte” (La Stampa, giovedì 15 aprile 1926, p. 6), mentre bisogna aspettare i decenni tra il 1930 e il 1940 perché il maschile prenda il sopravvento.

Oggi accanto a film sta prendendo piede anche movie (questo sì un “corpo estraneo” che viola le regole dell’italiano nella grafia e nella pronuncia) che circola in moltissime locuzioni: dopo cult movie (film di culto), è arrivato l’home movie (il mercato domestico, detto anche home video), oltre a instant film si dice anche instant movie, e un film incentrato sul viaggio è un road movie.

 

I generi cinematografici in inglese

Nel Nuovo millennio l’anglicizzazione nel settore cinematografico ci sta veramente sfuggendo di mano.

Dopo alcune categorie storiche come musical o thriller, negli ultimi tempi i generi cinematografici sono sempre più in inglese. Un film d’azione è un action movie, il fantastico è fantasy, l’orrore horror, la fantascienza science fiction, lo spionaggio spy-story, un dramma è chiamato drama, una commedia nera black comedy e il mistero diventa mistery. Un film biografico è chiamato biopic, un film giudiziario legal, un poliziesco è una detective story, un film porno è detto anche blue movie.

Le parole italiane per i generi classici regrediscono di fronte all’avanzata dell’inglese, e nuovi generi si impongono direttamente senza quasi alternative italiane come pulp o splatter, mentre una pellicola pornografica che ritrae torture, omicidi a sfondo sessuale e altre nefandezze si chiama snuff movie, che suona innocente ed edulcorativo. In italiano manca una parola per indicarlo, e qualche linguistica ammuffito lo potrebbe chiamare un prestito di necessità, anche se forse non c’è assolutamente bisogno di creare una parola precisa per ogni cosa, soprattutto per quelle di cui non se ne sente l’esigenza.

In questo delirio di dare un nome alle cose in modo sempre più chirurgico, e spesso inutile, una parola come documentario sembra ormai obsoleta. Di che cosa si sta parlando? Un po’ di precisione, che diamine! Perché nel cinema dei sotto-sotto-generi un docufilm può essere un docudrama o una docufiction (visto il radicamento di fiction invece di finzione anche in tv, per indicare quelli che un tempo erano gli sceneggiati) in un moltiplicarsi di sottili differenze davvero impalpabili. In televisione passano i docu-reality (e non gli sceneggiati), mentre un mockumentary (mock = falso + documentary = documentario) fa più figo di pseudo-documentario (o documentario ucronico, distopico).

In questa follia, va detto che Hollywood ha da tempo spostato gli investimenti produttivi dal cinema alle serie (fino a quando non diremo tutti serial) e nel vuoto artistico e di idee le produzioni hollywoodiane non fanno altro che sfornare trasposizioni di fumetti dette live action (come spiderman, che una volta si chiamava uomo ragno), e rifacimenti chiamati remake. Ma remake è ancora troppo vago, bisogna essere più precisi per dare un nome (inglese) a tutto questo po’ po’ di grandi opere d’arte! Di quale rifacimento si parla? Un conto è rifare ogni dieci anni con effetti speciali sempre più spettacolari un film come King Kong, ma poi ci c’è il sequel, in italiano un seguito, continuazione o prosecuzione di un film di successo, che è importante distinguere da un prequel che non è altro che l’antefatto di una storia che viene ripresa, il come è cominciata. E poi c’è il newquel (ma è uno pseudoanglicismo) per indicare non proprio un rifacimento, ma una storia che si riallaccia a trame precedenti sviluppate in altri modi, senza essere una continuazione né un antefatto (che distinzione importante!), dunque una variazione sul tema, mentre il rilancio di un vecchio film che però prevede un cambiamento della trama (dunque una rivisitazione o una rielaborazione) si chiama reboot. Se invece la storia riprende e sviluppa le vicende o un personaggio preso in prestito da un altro film, cioè se è una costola, una ramificazione o un’opera figlia, derivata da un’altra trama è meglio chiamarlo spin-off (“Mork e Mindy era uno spin off di Happy Days: l’alieno Mork compare per la prima volta accanto a Fonzie in un episodio della quinta serie”).

Parole come location, che inizialmente designavano il luogo scelto per l’ambientazione di una ripresa cinematografica, quindi la scena, lo sfondo, l’ambientazione (scelta o ricostruita) hanno valicato l’ambito cinematografico per designare in modo più esteso un luogo qualsiasi, dunque un ambiente, un posto, una sede, un’ubicazione, una collocazione, una zona, un’area dove ambientare qualunque cosa, per es. la location di un ristorante = la posizione. Parole come nomination, dalla cerimonia degli oscar passano in televisione per indicare la nomina dei concorrenti da eliminare dei reality.

Eppure luogo e nomina sono parole italiane equivalenti e ben più corte degli anglicismi, giusto per ricordare a tutti quelli che vanno dicendo che preferiamo l’inglese perché è più sintetico che non è certo questa la ragione della sua preferenza. La verità è che ci piace di più, ci suona maggiormente evocativo e preciso. Nomination, location… quanto ci piacciono i suoni in “escion” come la Svalutation di Adriano Celentano.

E così un’anteprima è un trailer, un film da botteghino o un campione di incassi è un blockbuster, una locandina animata è un motion poster, ed esistono ben più di cento anglicismi comuni che circolano nel linguaggio cinematografico di base, dalla A di action movie alla Z di zombi.

 

I titoli non tradotti

Un altro fattore sfavorevole per la lingua italiana è la scelta del mercato cinematografico di non tradurre più i titoli dei film che circolano ormai solo in inglese, talvolta affiancati da una traduzione italiana che solo raramente precede il titolo originale, il più delle volte lo segue, sempre che ci sia.

Ed ecco l’imperialismo linguistico americano, l’altra faccia dell’impero economico delle multinazionali, che si impone alla faccia della comprensione e forse del gradimento degli spettatori.

“Vogliamo fare una scommessa? – scriveva Tullio Kezich già vent’anni fa – La settimana prossima mettetevi nell’atrio di un qualsiasi cinema dove proietteranno Out of Sight con George Clooney e chiedete alla gente in uscita che cosa vuol dire il titolo. Scommettiamo che la stragrande maggioranza degli interpellati dimostrerà di non saperlo e si rivelerà incapace di pronunciarlo?”

[Tullio Kezich, “Se ci invade l’italese”, Corriere della Sera, sabato 7 novembre 1998, p. 34].

 

Per quantificare questa tendenza ho provato a fare una ricerca sulle principali banche dati di cinema di tutte le pellicole che contenessero nel titolo la parola break, per sceglierne una tra le tante che si ricombinano in più di un derivato. Ho trovato così 35 film, usciti tra il 1935 e il 2011. Sino al 1976 (i primi 12 titoli) erano stati tutti tradotti. Poi, con il passare del tempo sempre meno: degli altri 23 ne sono stati tradotti solo 7; 12 sono rimasti inglese e 4 hanno mantenuto il doppio titolo, inglese e italiano. In 2 casi ci sono addirittura titoli in inglese per tradurre originali espressi in svedese e cinese!

Di seguito riporto una tabella tratta da Diciamolo in italiano (Hoepli 2017, p. 130-131) che mi pare significativa.

ANNO TITOLO ITALIANO TITOLO ORIGINALE REGIA/NAZIONALITÀ
1935 Quando si ama Break of hearts Philip Moeller, USA
1937 Pronto per due Breakfast for two Alfred Santell, USA
1938 Un colpo di vento Breaking the ice Edward Cline, USA
1938 Vogliamo la celebrità Break the News René Clair, UK
1950 Normandia Breakthrough Lewis Seiler, USA
1952 Il pugilatore di Sing Sing Breakdown Edmond Angelo, USA
1955 Interpol agente Z3 Break of the circle Val Guest, USA
1961 Colazione da Tiffany Breakfast at Tiffany’s Blake Edwards, USA
1975 10 secondi per fuggire Breakout Tom Gries, USA
1975 Io non credo a nessuno Breakheart pass Tom Gries, USA
1976 Al primo chiarore dell’alba Break of Day Ken Hannam, Australia
1976 Punto di rottura Breaking Point Bob Clark, Canada
1977 Breaker! Breaker! Breaker! Breaker! Don Hulette, USA
1979 All American Boys Breaking Away Peter Yates, USA
1979 Esecuzione di un eroe Breaker Morant Bruce Beresford, Australia
1980 Breaking Glass Breaking Glass Brian Gibson, USA
1984 Breakdance Breakin’ Joel Silberg, USA
1984 Breakin’ Electric Boogaloo Breakin’ 2: Electric Boogaloo Sam Firstenberg, USA
1984 Breakdance Test Breakdance Test Lech Kowalski, USA
1985 Breakfast Club The Breakfast Club John Hughes
1989 Ladro e gentiluomo Breaking In Bill Forsyth, USA
1991 Point Break – Punto di rottura Point Break Kathryn Bigelow, USA
1996 L’amore non è cieco Breaking Free David Mackay, USA
1996 Le onde del destino Breaking The Waves Lars von Trier, Danimarca
1996 Breakaway Breakaway Sean Dash, USA
1997 Breakdown – La trappola Breakdown Jonathan Mostow, USA
1997 Breaking up – Lasciarsi Breaking up Robert Greenwald, USA
1998 A tutto gas Breakout John Bradshaw, Canada
1999 La colazione dei campioni Breakfast of Champions Alan Rudolph, USA
1999 Breaking Out Vägen ut Daniel Lind Lagerlöf, Svezia
2004 Breaking News Daai Si Gin Johnnie To, Cina
2005 Breakfast on Pluto Breakfast on Pluto Neil Jordan, Irlanda
2006 Complicità e sospetti – Breaking and Entering Breaking and Entering Anthony Minghell, USA
2009 Breaking Upwards Breaking Upwards Daryl Wein, USA
2011 Succhiami Breaking Wind Craig Moss, USA

La comprensibilità o meno da parte della gente sembra passare in secondo piano. Evidentemente prevale la strategia del fascino dello straniero e l’importazione di una lingua da imporre ai consumatori a ogni costo, che lo gradiscano o meno, in una logica sempre più di mercato globale, perché nella comunicazione internazionale l’inglese non è semplicemente una serie di segni e di parole, ma soprattutto un simbolo culturale, e una strategia di espansione economica.

Cfr.: Jenny Cheshire e Lise-Marie Moser, “English as a Cultural Symbol: The Case of Advertisement in French-Speaking Switzerland” in Journal of Multilingual and Multcultural Development, Vol.15, 6.1994, pp. 451–469.

 

Dai titoli dei film alla lingua italiana

Queste strategie commerciali che rinunciano a tradurre i titoli dei film sono le stesse che nel mercato rinunciano a tradurre i nomi dei prodotti in vendita (dai cheeseburger agli skateboard) o che nell’informatica rinunciano a tradurre le interfacce (dai download agli snippet). E in questo modo dai titoli dei film alla lingua italiana il passo è breve. La contaminazione è facile e frequente.

Una delle più antiche è rappresentata da baby doll (lett. piccola bambola) il completo da notte femminile divenuto popolare attraverso l’omonimo film di Elia Kazan (1956).

Ma gli esempi più recenti sono davvero tanti.

♦ 1983: esce The day after (di N. Meyer), incentrato sulle conseguenze di un’esplosione nucleare. L’espressione si impone, e oggi per estensione indica il giorno dopo di un qualunque evento eclatante che comporta conseguenze e cambiamenti: il day after dell’11 settembre, dei mondiali di calcio, di un’elezione politica…

♦ 1984: arriva La rivincita dei nerds, una commedia diretta da Jeff Kanew incentrata sulle vicende di un gruppo di studenti americani emarginati dai propri coetanei liceali perché goffi, trasandati e impacciati con il gentil sesso. In italiano si chiamano secchioni, ma in pochi anni l’anglicismo si fonde con il linguaggio della Rete, e il secchione informatico oggi è solo nerd.

Nello stesso anno arrivano anche i Gremlins (di Joe Dante) e queste creature di fantasia delle fiabe e delle tradizioni popolari, cioè i folletti, creano una nuova, intraducibile epopea.

1985: è la volta di Top gun (di T. Scott) che diffonde l’espressione al punto che oggi indica un pilota di caccia.

1986: irrompe Highlander – L’ultimo immortale (di Russell Mulcahy) ed ecco che dalla traduzione letterale di scozzese (abitante delle Highlands, le regioni montuose della Scozia, cioè le Alte Terre) che designava anche un militare scozzese, in italiano highlander è ormai diventato sinonimo di immortale, indistruttibile, ineliminabile.

 

Mi sono dilungato forse troppo, ma l’anglicizzazione della lingua italiana non riguarda solo il cinema, intacca ogni settore. I più devastati sono quello informatico e quello aziendale. Ma non c’è settore che si salvi. E dai settori, inevitabilmente molti anglicismi straripano nel linguaggio comune. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. A parte di chi continua a negare la questione soltanto perché non la studia.

Childfree e childless

Gentile Michela Andreozzi,

sul Corriere di ieri leggo che vorrebbe aprire un concorso per trovare un neologismo italiano per spiegare la differenza tra chi come lei si definisce childfree, consapevolmente senza figli, e chi invece è childless, cioè non ha figli suo malgrado.

Mi piacerebbe tanto partecipare a questo concorso, ma ci sono molti ma…

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La questione non è tanto che in italiano ci manchino le parole, il punto è che ci piace dirle in inglese.

Una donna che non ha uno spirito materno – o un uomo apaterno, non paterno, visto che questa scelta riguarda anche l’universo maschile – potrebbe essere benissimo definita come amaterna o non materna. E una donna che non ha figli suo malgrado potrebbe essere semplicemente una mamma mancata, che potremmo dire spiritosamente mammancata se proprio c’è la necessità di esprimere questo stato d’animo con una parola nuova.

Sono consapevole che queste alternative suonino ridicole. E proprio questo è il cuore della faccenda.

Si potrebbero inventare tantissime altre parole più evocative delle mie, ma probabilmente suonerebbero brutte, insolite, per il semplice fatto che le parole devono entrare nell’uso, non solo esistere, e come notava già Leopardi le parole che muovono le risa sono quelle che non siamo abituati a sentire. Solo l’abitudine ce le fa apparire belle o brutte.

La questione che lei pone è analoga a quella dei single.

Single per scelta.
Di chi? Tua o degli altri?

Questa è l’immancabile battuta che si sente ripetere chi si dichiara single, orgogliosamente oppure con la malcelata disperazione di una zitella. Anche in questo caso manca una parola per esprimere questa differenza non troppo sottile. Ma forse non si sente l’esigenza di coniarla.

Perché ricorriamo all’inglese?
Un tempo chi non era sposato era signorino e signorina, parole oggi cancellate anche dal linguaggio burocratico-amministrativo. C’era scapolo, nubile, celibe… Chi le usa più nel linguaggio di tutti i giorni? Al massimo circola singolo, inizialmente un falso amico, che per influsso dell’inglese ha cominciato a designare non più solo ciò che è unico, ma anche chi è single.

Ecco, tornando alla genitorialità mancata e non voluta, anche se avessimo parole italiane per esprimere questa differenza, mi permetta di dubitare che queste parole sarebbero preferite all’inglese.  Mi permetta di dubitare anche che dirle in inglese risolva tutto, perché un italiano medio non capisce affatto la distinzione tra childfree e childless, che infatti necessita di una spiegazione per risultare comprensibile.

Essere senza prole per scelta e trovarcisi nostro malgrado è come trovarsi senza parole (italiane) per scelta (perché si preferisce dirle in inglese), ed essere senza parole nostro malgrado, perché non ci sono. A volte usare locuzioni più lunghe può essere un buon inizio. In fondo childfree e childless, anche se si scrivono attaccate, in inglese sono parole composte: child + free o less. Questo è un aspetto dell’inglese che i linguisti hanno trascurato e non hanno mai approfondito né colto, probabilmente. Eppure basta consultare i dizionari: quasi la metà degli anglicismi in italiano sono locuzioni o parole composte, non sono affatto “prestiti isolati” come nel caso di tutti gli altri forestierismi. E per questo si moltiplicano e si intrecciano con un effetto domino sempre più contagioso. Se oggi si stanno imponendo nell’italiano è perché le loro radici circolano in tanti altri composti e locuzioni che si ricombinano tra loro in tutti i modi.

Less (= senza) ricorre in cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), in ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), in homeless (senzatetto)…  e free lo troviamo nei prodotti carbon free (privi di emissioni di carbonio), fat free, gluten free (senza grassi e senza glutine) e nei duty free (zone franche o negozi esentasse).

Questo è l’inglese che straripa nella nostra lingua sempre più incontrollato. Crediamo che gli anglicismi siano dei “prestiti” cui attingere quando non abbiamo le parole, e dunque qualche linguista definirebbe childfree e childlessprestiti di necessità“, usando categorie ridicole e obsolete di più di cent’anni fa che non sono in grado di dare una spiegazione al fenomeno dell’itanglese. Ma la realtà è un’altra. Gli anglicismi costituiscono una rete che si allarga nel nostro lessico, una lingua nella lingua, che spesso fa morire le parole italiane anche quando ci sono. È su questo sostrato che poi diventa impossibile proporre alternative italiane.

Chi dice più pluriomicida davanti a serial killer? E calcolatore/elaboratore davanti a computer? Stanziamento o tetto di spesa invece di budget? E notizie false invece di fake news? Questi sono prestiti sterminatori. Parole che sono entrate in modo dirompente e da “prestiti di lusso” si sono trasformati in “prestiti di necessità”, non perché ci manchino le parole, ma perché i parlanti – come lei che nell’articolo dice di avere fatto coming out, invece che per esempio una pubblica ammissione o dichiarazione – le vogliono dire in inglese.

In questo contesto, pensare di creare neologismi italiani suona utopistico. Il punto non è saperli creare, ma usarli! E invece, stando ai dati di Zingarelli e Devoto Oli, praticamente la metà dei neologismi del Nuovo millennio sono in inglese. Vero o presunto non importa. Basta che suoni inglese. Come i no vax, che in inglese sono gli anti-vaxxer, ma da noi si dice no vax perché abbiamo interiorizzato una regola: no global, no comment, no cost, no limits, no logo… dunque: vaccino si dice vax? E allora un bel no vax viene ormai spontaneo. Non ci mancano le parole in questo caso, ma invece di antivaccinisti preferiamo usare un inglese maccheronico.

Che cosa ne sarà della nostra lingua se andiamo avanti così? Diventerà la lingua dei morti, incapace di esprimere tutto ciò che è nuovo, che diremo in simil-inglese.

Venendo a childfree, l’unica possibilità è che chi si identifica in modo orgoglioso in questo concetto dovrebbe in modo altrettanto orgoglioso proporre un’alternativa italiana. In Francia circolano espressioni orgogliose come “Sans enfant par choix” o la “Fête des Non-Parents”. Da noi si potrebbe parlare di consapevolezza della procreazione, la scelta non procreativa è un fenomeno della società di oggi che merita di essere detto in italiano. Che ne dice delle posizioni dei non genitorialisti? Dei senza prole? Senza figli per scelta? Prole-scettici? Non bambinisti? Senza eredi? Senzabimbi? Solitari? Antiprole? Amaterni e apaterni?

Sono consapevole che le mie proposte non saranno soddisfacenti per vincere il suo concorso. Le propongo perciò di inventare lei una parola o un’espressione italiana che le piace di più e che sente di poter rivendicare con orgoglio. E la prossima volta che la intervisteranno su un giornale la gridi forte. Forse anche i giornalisti la ripeteranno. Forse si diffonderà. Non importa quale parola, l’unica cosa che importa è che si propaghi. La lingua italiana evolve o involve a questo modo. Non bisogna aspettare che qualche linguista ci dica qual è la parola adatta. Creare neologismi non è compito dei linguisti, caso mai dei giornalisti, e anche degli uomini di spettacolo come lei, di chi ha la possibilità di rivolgersi a un largo pubblico e di farsi ascoltare da tante persone.

La lingua la facciamo tutti noi parlanti e la fanno i mezzi di informazione. Il problema non è quello di inventare neologismi, il problema è smettere di preferire l’inglese. Dobbiamo cessare di vergognarci di dirlo in italiano e spezzare la convinzione che dirlo in inglese sia moderno e figo, mentre invece molto spesso è semplicemente deleterio e ridicolo.

L’anglicizzazione dell’italiano

Le prime notizie del Corriere della Sera in rete di oggi pullulano di anglicismi gridati in bella vista soprattutto nei titoloni. Non è una novità e non c’è da stupirsi, ho già parlato in altre occasioni delle “statistiche drogate” che tendono a ridimensionarne il numero. Però evidenziarli è utile. Il tweet storm nel titolone (quale percentuale di lettori lo capirà?) che solo nel sottotitolo diventa tempesta di tweet (qualcuno ha osato per fortuna tradurli anche come cinguettii, anche se è un’alternativa secondaria), i troll, che oggi ci appaiono quasi “necessari” perché gli italiani non li hanno voluti né saputi tradurre, la Tap, acronimo di Trans-Adriatic Pipeline, perché le sigle noi le ripetiamo all’americana (come il Gdpr, l’aids, il dna, gli ufo…). E poi il vicepremier, perché ormai nel linguaggio della politica si vuole fare gli americani, e da anni premier tende a essere preferito invece di presidente nel consiglio come indicato nella nostra Costituzione. E poi anglicismi assimilati senza più porsi il problema del fatto che esisterebbero alternative italiane: shopping, vip, fan, summit… In pratica, a parte il caso dell’intervista allo psichiatra Vittorino Andreoli, non c’è titolone che non abbia almeno un anglicismo.

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Le prime notizie del Corriere in rete di oggi

Sul Corriere di ieri (che di certo è uno dei peggiori giornali dal punto di vista dell’abuso dell’inglese) le cose non erano tanto diverse: SuperTutor, low cost, flat tax, first lady, mentre parole come vip o party son ripetute quotidianamente come prive di alternative… e dalle pubblicità occhieggiano il trading, lo shopping online

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Una schermata del Corriere in rete di ieri 5 agosto 2018

 

Questa è la lingua che parlano i giornali, che pare destinata a diventare sempre più itanglese. L’anglicizzazione dell’italiano è sotto gli occhi di tutti. Innegabile. Eppure una schiera di linguisti con le fette di salame degli occhi continua a negarla, e a ripetere che non sta succedendo nulla. Senza alcuna argomentazione valida.

La verità è che la classe dirigente di oggi preferisce l’inglese. Si vergogna di dirlo in italiano, è convinta che l’inglese sia un segno di modernità e di internazionalismo. E il destino della lingua di Dante è quello di regredire anno dopo anno, per infarcirsi di suoni alieni, di parole che si pronunciano e scrivono con modalità che violano il nostro sistema fonetico e ortografico.

Il West Nile Virus (febbre del Nilo) e il morbus anglicus

In questi giorni il West Nile Virus occhieggia sulle pagine di tutti i giornali, ma è estate, e questo genere di notizie, che finiscono in prima pagina anche se non costituiscono di certo un’emergenza, sono ciò di cui la stampa si nutre.

corriere 30_7_2018 prima pagina
Dal Corriere della Sera in rete di oggi: la traduzione non è nemmeno riportata.

Il West Nile Virus (con le iniziali maiuscole per renderlo ancora più americano), altre volte detto anche West Nile Fever, non è altro che la febbre del Nilo (occidentale, se proprio si vuole specificare inutilmente), come sarebbe naturale dire se un altro morbo non affliggesse la nostra classe dirigente e i giornalisti. Si tratta naturalmente del morbus anglicus, per dirla con Arrigo Castellani, e cioè la “malattia” che ci fa preferire le espressioni in inglese, con il risultato che parola nuova dopo parola nuova, l’italiano si impoverisce e regredisce.

A dire il vero questo virus non è nuovo, è stato individuato negli anni Trenta nel distretto West Nile – cioè del Nilo occidentale – dell’Uganda, e da qui è nato questo nome. La diffusione del fenomeno negli Stati Uniti e anche in Europa è però avvenuta sporadicamente solo negli anni Novanta e negli anni Duemila. È l’ennesimo morbo trasmesso dalla puntura di alcune zanzare e provoca febbre alta che in qualche caso può condurre alla morte.

Niente di nuovo sotto il sole, anche la febbre gialla è causata da un virus simile, così come l’atavica malaria detta anche paludismo (benché invece di un virus l’agente patogeno incriminato sia un protozoo).  La novità è che, nel Duemila, il nome che si dà alle cose nuove è in inglese e sui giornali è il West Nile Virus a rappresentare l’urlo sulle prime pagine, mentre la traduzione comprensibile a tutti che dovrebbe essere naturale per un popolo la cui lingua dovrebbe essere l’italiano, compare, se compare, come sinonimia secondaria solo nel corpo degli articoli.

stampa 30_7_2018
Sbatti il monster in prima pagina: su La Stampa l’anglicismo è urlato nel titolo in grande, mentre la traduzione, virgolettata come fosse un’espressione impropria, è una spiegazione che compare solo nel sommario didascalico.

 

In questo modo il virus linguistico dell’itanglese viene veicolato dai mezzi di informazione che lo diffondono e fanno sì che la gente lo ripeta. La tendenza si inverte solo scorrendo non le prime pagine dei giornali, dove l’inglese nei titoloni è voluto e funzionale a creare qualcosa di nuovo e di esotico che suscita curiosità, ma nelle pagine locali. Solo in questo caso la prospettiva si inverte, e l’italiano febbre del Nilo compare nei titoli, perché il pubblico delle notizie locali attento al proprio orticello privilegia la chiarezza e l’italiano, e dunque è l’anglicismo a essere relegato nel pezzo come sinonimo.

repubblicaBO2agosto2016
La Repubblica: le pagini locali di Bologna in un articolo del 2016. In questo caso l’italiano veniva privilegiato nel titolo, sia perché l’espressione inglese non era ancora così nota, sia perché gli articoli locali seguono logiche comunicative più attente all’esigenza dei lettori interessati a eventi italiani.

Passando dalla stampa agli organi istituzionali è interessante sottolineare, e denunciare, che sul sito del ministero della salute c’è solo l’inglese, le parole “febbre” e “Nilo” non compaiono, si vede che nemmeno viene in mente a chi lo gestisce che sarebbe opportuno parlare l’italiano.

Sulla pagina dell’Istituto superiore di sanità è definito anche febbre West Nile, ma la parola Nilo manca. C’è solo Nile. Del resto in ambito medico e scientifico la rinuncia a parlare l’italiano in nome dell’internazionalismo è spesso data per scontata (con buona pace degli scienziati che in passato si sono staccati dal latino proprio per creare un linguaggio scientifico rigoroso e splendido in italiano: Galilei, Redi, Vallisneri, Spallanzani, Volta…).

Il morbus anglicus che ci fa vergognare di usare l’italiano è questo, e molto spesso è endemico, non ci sono solo gli anglicismi importati dagli Stati Uniti, troppo spesso siamo noi che senza nessun motivo preferiamo dire le cose in inglese, o meglio la classe dirigente di oggi, dai giornalisti ai medici, dagli intellettuali agli imprenditori e ai grandi “manager” che impongono l’itanglese nel linguaggio aziendale dei loro dipendenti.

In Francia, se cerchiamo “West Nile” nei titoli degli articoli de Le Monde, troviamo 5 pezzi che usano l’inglese, contro 13 che si esprimono in francese (Virus du Nil occidental). Scorrendo il quotidiano spagnolo El Pais, invece, l’inglese non esiste proprio, c’è solo il virus del Nilo occidental.

el pais
Su El Pais la febbre del Nilo è chiamata in spagnolo anche nei titoli.

 

È auspicabile che questa febbre del Nilo non dilaghi, naturalmente, ma se mai il fenomeno non dovesse arginarsi, è altrettanto auspicabile chiamarlo in italiano. Questo virus, questa moda e questo complesso di inferiorità che ci fa parlare inglese per sentirci più moderni è davvero insopportabile, deleterio e ridicolo.

Dall’economia all’economy: i “prestiti sterminatori”

Giugno 2018. Il presidente del Consiglio (di frequente chiamato immotivatamente premier) Giuseppe Conte nel suo discorso per chiedere la fiducia alla Camera sfodera una variegata serie di anglicismi, da governace a “(se mi consentite) stockholder” (invece di azionisti), dall’immancabile flat tax alle espressioni come “utilizzare  i big  data per  cogliere  tutte  le  possibilità della sharing economy”.

La parola economy è al centro di un sentito discorso economico-ambientale, e Conte parla di green economy, di sharing economy e di blue economy con la stessa disinvoltura con cui si utilizzano le parole italiane, senza affiancare queste espressioni con alternative e spiegazioni, dando per scontato che l’itanglese sia la norma nel linguaggio istituzionale del Parlamento.

Ma da quando l’economia è diventata economy?

 

Dall’economy class alla new, net e old economy

Era il 1989, stando al Devoto Oli, quando la parola economy, decurtazione di economy class, cioè la classe economica, è stata introdotta nelle tariffe di biglietti di navi e aerei; ma oggi anche le Ferrovie dello Stato si sono adeguate alla riformulazione anglicizzata dei biglietti: dopo l’abolizione della terza classe si viaggia in economy.

Ormai, però, dall’aggettivo si è passati al sostantivo: nella seconda metà degli anni Novanta, infatti, è esplosa la new economy, e l’anglicismo, con il significato di nuova economia, si è propagato senza troppe alternative italiane, affiancato invece dall’alternativa net economy (economia della rete) e, per contrapposizione, ha portato con sé il concetto di old economy.

economy

Dopo questi primi “prestiti” tutto sommato isolati, la situazione è degenerata a partire dal 2008, quando si è cominciato a parlare anche di sharing economy (economia della condivisione) e di green economy (economia verde).  Negli ultimi 10 anni è poi comparsa la gig economy, l’economia dei lavoretti e della flessibilità, in altre parole un’edulcorazione per indicare lo smantellamento dei diritti dei lavoratori.

Fino a qui rimaniamo nell’ambito dei lemmi riportati dai dizionari, ma nel 2018 si parla sempre più anche di blue economy, un concetto ancora confuso a dire il vero, perché l’economia blu può indicare il superamento di quella verde, cioè l’economia circolare e del riciclo, oppure l’economia legata al mare.

In ogni caso la frittata è fatta. Nel giro di un decennio non si parla più di economia, ma di economy.

 

Economy sui giornali

Provo a immettere economy sul servizio di ricerca delle notizie di Google, e provo ad analizzare le prime 5 pagine alla ricerca di altre occorrenze e altre locuzioni.

Compare la circular economy:

“Se non passiamo alla circular economy, sarà game over per il pianeta. Sono queste le parole con cui si apre Closing the Loop, il primo lungometraggio al mondo dedicato al tema dell’economia circolare.”

Scopro poi la Next Mobile Economy:

“Quando si parla di digital transformation spesso si pensa a una serie di soluzioni che permettono al business di entrare in una nuova era produttiva. Vero, verissimo ma all’interno dello stesso “movimento” si possono individuare flussi focalizzati e la Next Mobile Economy è tra questi. Il termine è destinato a entrare nei trending topic degli amministratori, visto che include strategie volte a migliorare aspetti che ricadono in altri settori come il BYOD o lo smart working.”

Negli articoli economici il linguaggio è questo, l’itanglese.

Economy è diventato un termine contagioso, c’è l’app economy, l’industria legata alla programmazione delle applicazioni per smartphone e tablet (L’app economy varrà presto 6,3 trilioni di dollari), la data economy (Fujitsu World Tour 2018. Co-creation e data economy, l’AI ridisegna il workplace. Revisione delle infrastrutture di data center. Sicurezza e data protection. Nuovi luoghi, modalità e spazi di lavoro. Le prospettive future del cloud e soluzioni iperconvergenti), la space economy (Tavola rotonda al Festival dell’Economia di Trento sulla Space Economy), la Data-Driven Economy (Big Data, Machine Learning, Fintech, Blockchain, customer centricity, GDPR, Digital Marketing: tutto questo è Cerved Next, l’evento italiano dedicato ai pionieri della Data-Driven Economy) e persino la shock economy (Plutonomy vs Democracy: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo).

La frittata è fatta, si diceva, la lingua degli articoli economici è quella di questi esempi, e non si può di certo definire italiana. Il modello per la coniazione dei neologismi è ormai inglese, e la parola italiana economia diventa obsoleta, e relegata alla designazione del vecchio, mentre ciò che è nuovo, il futuro, è detto in inglese, e questo è il caposaldo di quello che ho chiamato l’anglopurismo.

E infatti l’economia della terza età diventa la silver economy (Silver Economy Forum: Genova vuole diventare capitale europea degli over 65, il Comune ha organizzato, insieme all’associazione Genova Smart City il Silver economy forum), quella degli animali domestici è la pet economy (Animali domestici, la pet economy supera i due miliardi), quella delle biciclette è la bike economy (Dal Trentino alla Liguria, la «bike economy» che crea valore), mentre al Al Cebit 2018 Italtel punta sulla Smart Economy.

Ecco come ci stiamo riducendo. Ecco come si diffonde l’itanglese.

I cosiddetti “prestiti” non sono innocenti e isolati, si combinano in una rete di parole sempre più fitta che crea l’itanglese. Gli animali domestici sono pet, il settore alimentare è food e questi anglicismi si ricombinano tra loro formando una lingua nella lingua (e infatti si trova anche la food economy).

Tra lusso e necessità ci sono anche i “prestiti sterminatori”

Questi anglicismi entrano come fossero “prestiti di lusso”, secondo le classificazioni ridicole usate da chi non comprende affatto la natura del fenomeno, ma poi si trasformano in “prestiti di necessità”, perché lentamente le espressioni inglesi uccidono le alternative italiane, che vengono usate sempre meno, prima come sinonimi e traduzioni secondarie che compaiono negli articoli di giornale per spiegare gli anglicismi urlati e ostentati nei titoloni, poi scemano sempre di più e la loro frequenza si riduce fino a quando dirlo in italiano diventa inusuale, se non impossibile.

La parola economia, se il vento non cambia, è destinata a regredire davanti all’anglicismo. Come è successo alla parola calcolatore, che un tempo era normale, che è stata affiancata fino agli anni Novanta a elaboratore, ma che oggi si può dire solo in inglese: computer. Ogni altra alternativa è morta. E chi parla dei prestiti di “lusso” e di “necessità” dovrebbe riflettere su una nuova categoria, quella dei prestiti “sterminatori” che una volta acclimatati fanno morire le parole italiane.

PS
Sia chiaro: se qualcuno li dovesse chiamare prestiti killer, lo ucciderò!