Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese

Era il 1965 (secondo varie fonti) quando Ted Nelson coniò il termine ipertesto (hypertext), ispirato dallo scritto di un ingegnere (Vannevar Bush, “As We May Think”, in The Atlantic Monthly, 1945) che aveva ipotizzato una macchina teorica fatta di schermi translucidi, il Memex, in grado di associare pagine di libri riversati su diapositive. Nelson vide nel calcolatore uno strumento concreto per realizzare quel sogno, e ne delineò i fondamenti con il progetto Xanadu, sfociato in un programma per realizzare questi collegamenti (seguito dal libro Literary Machines, 1982).

Questa è la storia dell’ipertesto che ci hanno raccontato i manuali statunitensi. Ma c’è anche un’altra storia, visto che proprio nel 1965, in Italia, vide la luce un voluminoso tomo con l’analisi della Divina Commedia che era stata riversata in un calcolatore e suddivisa in indici con le concordanze, le rime, le frequenze… cioè un ipertesto stampato su carta (a cura di Carlo Tagliavini, realizzato da Ibm Italia). Quest’opera seguiva le orme dei lavori di Roberto Busa, un gesuita italiano studioso di Tommaso d’Aquino. Fu lui il primo uomo al mondo che utilizzò un calcolatore per l’analisi linguistica e per creare ipertesti (anche se non li chiamava così e avevano qualche differenza concettuale):

“Sin dal 1946 aveva pensato a come utilizzare una macchina nella catalogazione del corpus tomistico e per la creazione di indici sistematici. Così, con l’appoggio di IBM, si recò a New York dove, a partire dal 1949, cominciò a lavorare sulle prime macchine a schede perforate per inserire in un mainframe tutte le opere di San Tommaso, in latino, codificando ogni parola e registrandone tutte le flessioni. Il primo volume di questa impresa titanica uscì nel 1951”.

[Antonio Zoppetti, Blog. PerQueneau? La scrittura cambia con internet, Luca Sossella, Roma 2003]

Sono stato il primo a divulgare questa storia, nel 2000 in Rete e nel 2003 in un libro. Il primo ipertesto della storia, ben 15 anni prima che Nelson ne inventasse il nome, fu realizzato da un italiano, in latino, non in inglese. Alla morte del gesuita, nel 2011, questa ricostruzione è stata ripresa da molti giornali in Italia (La stampa, il Giornale, l’Osservatore romano) e in tutto il mondo (Brasile, Polonia, Vietnam, Cina). Da qualche anno il contributo di Roberto Busa è stato riconosciuto universalmente, e oggi è considerato il padre della linguistica computazionale.

Questo aneddoto è utile per comprendere qualcosa di molto importante: il predominio economico e culturale angloamericano, insieme alla propria lingua esporta anche la propria visione delle cose, che il più delle volte è di parte ed è quella che gli fa più comodo. La storia la scrivono i vincitori, e ciò che conta non è chi ha inventato qualcosa, ma chi l’ha imposto sul mercato. Ecco perché l’ipertesto è considerato un’invenzione d’oltreoceano, il personal computer non è stato inventato dalla Olivetti, e il telefono è stato inventato da Bell invece che da Meucci. Tutto questo ha a che fare anche con la lingua, uno strumento del “colonialismo culturale” ed economico molto potente. E così la tecnologia senza fili inventata da Marconi oggi la chiamiamo wireless, applicata alla Rete, e se un tempo esportavamo le nostre eccellenze nella nostra lingua (nel Rinascimento quelle artistiche, successivamente quelle musicali) oggi le esprimiamo sempre più spesso in inglese: il made in Italy o l’italian design.

Dovremmo riflettere maggiormente sulle conseguenze dell’accettazione dell’inglese come lingua franca internazionale, perché non è una scelta innocente, né etica, né l’unica possibile, come testimoniano i casi del latino e dell’esperanto.


Il latino non è solo una lingua morta

Quando si dice che il latino è una “lingua morta” non si tiene conto del fatto che è utilizzato come lingua franca in tutto il mondo per esempio negli ambienti cattolici e del Vaticano. Roberto Busa scriveva in latino per rivolgersi agli studiosi di San Tommaso di ogni Paese, e la sua opera, commercializzata a partire dal 1989, si intitolava Thomae Aquinatis Opera Omnia. Cum hypertextibus in cd-rom.

thome aquinatis opera omnia roberto busa 2

Nel lavorare alla riedizione di questo lavoro, nel 1992, fui molto colpito e allo stesso tempo divertito da espressioni come cum hypertextibus e da questa modernizzazione del latino, e rimasi molto sorpreso quando Busa mi spiegò che nella comunicazione internazionale tra religiosi si usavano normalmente parole come telephonum e molte altre che servivano a tenere vivo il latino, visto che era utilizzato e diffuso, seppur da una comunità ristretta rispetto a quella dell’inglese.

La traduzione delle neologie in latino è di recente rimbalzata su vari giornali (da la Repubblica a Vatican News) in occasione di un libro della Libreria Editrice Vaticana con i cinguettii di Papa Francesco tradotti in latino. Lo sforzo del Vaticano di tradurre in una lingua antica i concetti moderni produce neologismi interessanti da cui forse dovrebbero trarre qualche spunto anche i linguisti italiani. I tweet sono breviloquia, il computer è un instrumentum computatorium e il sistema di navigazione satellitare GPS è l’universalis loci indicator. In sintesi, il latino si arricchisce di neologismi che in italiano (da questo punto di vista una lingua molto più morta) sono invece detti in inglese. Nel manuale di istruzioni del cd-rom di Busa (redatto anche in inglese e italiano) i file erano detti documentum-i e il mouse era definito instrumentum quod “mouse” vocatur (strumento chiamato mouse), ma nella versione in latino della Wikipedia la soluzione di oggi è quella più semplice e naturale, la stessa adottata in francese, spagnolo, portoghese, tedesco… quella di tradurlo con topo: mus (computratalis).

Di sicuro qualcuno riderà davanti a questa “bizzarria” di far rivivere il latino come lingua franca davanti all’inglese (personalmente invece la rispetto e la apprezzo enormemente, nonostante le mie profonde convinzioni anticlericali). Qualcun altro la potrà bollare come un ritorno al Medioevo. Eppure il latino medievale aveva in sé un elemento etico e democratico che non appartiene all’inglese globale: non era la lingua madre di nessuno, era la seconda lingua letteraria di teologi, giuristi e talvolta anche di scienziati che la utilizzavano per la comunicazione internazionale “ad armi pari”. L’inglese è invece la lingua quotidiana di chi la impone a tutti gli altri con la prepotenza della propria supremazia, il che ha delle conseguenze culturali, politiche ed economiche che spesso vengono sottovalutate. A cominciare dalla sua intelligibilità: nelle conversazioni in inglese tra chi non è madrelingua la comprensione è di solito agevolata (entrambi gli interlocutori ricorrono alla lingua franca), mentre nelle conversazioni con i madrelingua inglesi c’è necessariamente una condizione di inferiorità di chi deve ricorrere a una lingua ausiliaria che non gli appartiene.


Giorgio Pagano e l’ingiustizia dell’inglese come lingua franca

 

Giorgio Pagano
Giorgio Pagano.

Un’altra conseguenza molto deleteria del ricorso all’inglese come lingua franca è denunciata con forza da moltissimi pensatori di ogni Paese, e in Italia è stata messa ben in evidenza da Giorgio Pagano:

“La Gran Bretagna sul non insegnamento della lingua straniera nelle proprie scuole risparmia 18 miliardi di euro l’anno, mentre l’Italia ne spende 60, di miliardi l’anno, per colonizzare la mente dei propri giovani nella sola lingua inglese. Stiamo parlando di circa 900 euro l’anno per ciascun italiano, piccolo o grande che sia. Questo è danaro che si toglie alle nostre università, alla nostra ricerca, ai nostri precari, alle nostre case editrici, alla nostra creatività e innovazione, andando ad ingrandire quelle straniere.”

[Citazione tratta dal sito dei radicali]

Dire che l’inglese di oggi è come il latino di un tempo, la lingua internazionale del nuovo Millennio, è un’affermazione ambigua. Questa analogia non va fatta con il latino medievale usato come lingua franca degli studiosi (che non era la lingua viva di nessuno), ma con quello della Roma imperiale, che nella sua espansione (di sicuro oggi moralmente non giustificabile) ha colonizzato tutto il mondo. Allo stesso modo l’inglese planetario odierno rischia di ridurre le altre lingue a dialetti, se non a distruggerle. Secondo Claude Hagège, che si occupa della dimensione internazionale della linguistica, nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa.

“È un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale”. E la principale minaccia è proprio l’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”.

[Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7 e p. 99].

Giorgio Pagano è in prima linea da molti anni nella denuncia delle conseguenze che comporta l’adozione dell’inglese a livello internazionale, e ha anche messo in risalto che il progetto di una “dominazione linguistica” mondiale segnerebbe il passaggio dal colonialismo fisico, dei territori, a quello culturale di epoca moderna. Un’ideologia che si rintraccia esplicitamente in Roosevelt o in Churchill che il 6 settembre del 1943, all’università di Harvard, dichiarò in modo lucido:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

[“The power to control language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind”. Fonte: Winston Churchill – in dialogo con Roosevet – Università di Harvard, 6 settembre 1943].

Per questi motivi Pagano è arrivato al punto di fare vari scioperi della fame per sensibilizzare tutti su questo argomento, e la soluzione che propugna è quella, etica, dell’esperanto.

Le speranze dell’esperanto

Ludwik Zamenhof esperanto

L’esperanto è una lingua artificiale elaborata nell’arco di 15 anni (1872-1887) da un medico e linguista polacco, Ludwik Lejzer Zamenhof, con lo scopo dare vita a un sistema di grande semplicità che si possa utilizzare nelle comunicazioni internazionali e che possa essere di tutti, invece di adottare la lingua naturale di un solo popolo. Si scrive come si pronuncia (un suono per ogni lettera), ha una grammatica lineare e senza eccezioni fondata su 16 regole principali che prevedono che i nomi terminino in -o, gli aggettivi in -a, e che i plurali si formino con -j. Il lessico pesca dalle radici internazionale più diffuse e comprensibili in ogni lingua, spesso latine, ed è concepito per essere appreso in modo molto semplice anche in età adulta e in modo autodidatta.

Questa proposta che arrivava da uno sconosciutissimo trentenne fu accolta sin da subito con molto scetticismo dai linguisti, che la considerarono una follia. La sua efficacia, però, emerse nel 1905, quando gli esperantisti di una ventina di diversi Paesi si riunirono in Francia comunicando tra loro in esperanto. Da allora questa lingua è uscita dalle mani del fondatore per diventare patrimonio degli esperantisti e dell’umanità, almeno negli intenti, visto che non si è mai imposta concretamente come una lingua accettata dalla comunità internazionale. La sua espansione entrò in crisi con le guerre mondiali, e non fu mai presa in considerazione come lingua “neutrale”. Hitler, al contrario, la definì la “lingua delle spie”, creata da un ebreo, e perseguitò gli esperantisti, perseguitati anche da Stalin e in vari Paesi. Nel dopoguerra continuò a rimanere una proposta senza seguito, benché, nel 1954, l’UNESCO ne riconobbe il valore e si impegnò nella sua diffusione. In tempi più recenti ci sono state proposte per utilizzare l’esperanto per esempio all’interno dei lavori del Parlamento Europeo, ma sono sempre state rifiutate.

Asterix il gallico in esperanto asteriks la gaulo
Asterix il gallico in un’edizione in esperanto.

Nonostante questa storia infelice, va detto che l’esperanto esiste! È parlato da almeno un milione di persone nel mondo, esistono molti libri tradotti, e persino qualche scrittore che l’ha impiegato come lingua letteraria, per esempio il poeta scozzese William Auld. Esiste anche qualche film o opera teatrale, ci sono vari gruppi musicali che lo utilizzano, c’è una radio che trasmette in questa lingua dal 2011 (Radio Muzaiko), e c’è la versione in esperanto della Wikipedia che ha un numero di voci superiore a quello di altre lingue naturali. Ultimamente, c’è anche un portale in Rete, evoluto da un indirizzario fisico nato nel 1974, che permette di viaggiare attraverso lo scambio di ospitalità tra gli esperantisti di tutto il mondo.

L’esperanto è perciò una realtà e una soluzione possibile più che un’utopia, una parola che non designa qualcosa di irrealizzabile (lett. un luogo che non esiste), ma solo qualcosa di irrealizzato. Se l’esperanto si insegnasse nelle scuole di tutta l’Europa, per esempio (visto che l’uscita del Regno Unito rende di fatto l’inglese una lingua extracomunitaria, a parte qualche cavillo), nel giro di una generazione potrebbe davvero essere la lingua franca del futuro. Ma naturalmente un progetto del genere andrebbe contro gli attuali assetti del potere, che non possono che osteggiare soluzioni come queste: neutrali, democratiche, pacifiche e razionali, dunque non convenienti per chi oggi sfrutta i vantaggi della propria posizione di dominio. Pensare che l’esperanto sia una soluzione praticabile è “utopistico” solo per questo motivo.

Invece di andare fieri dell’inglese globale, dovremmo riflettere sulle conseguenze del nostro esserne subalterni e ripensare agli insegnamenti di Alexis de Tocqueville, che nello studiare il modello della democrazia statunitense, ci ha insegnato una cosa fondamentale: l’importanza di difendersi dalla tirannia della maggioranza.

 

Per saperne di più c’è il sito esperanto.it dove è anche possibile imparare gratuitamente l’esperanto.

15 pensieri su “Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese

  1. Bravissimo! E’ proprio così, è solo perché osteggiato dai poteri economici che l’esperanto non si è finora potuto diffondere capillarmente (detto da un’esperantista, la cui giovinezza un po’ infelice e incompresa è stata salvata soprattutto dall’esperanto, che le ha permesso di viaggiare e conoscere gente di tutto il mondo, con vedute più ampie e diverse dalla ristrettezza provinciale in cui era inserita).

    Piace a 2 people

  2. Sai che pensavo proprio in questi giorni che il latino per certi versi ha quel fascino “esotico” tipico dell’inglese, ma a quanto pare non dell’italiano.
    Mitici questi neologismi. Una disinvoltura, una naturalezza che veramente rende sempre più inspiegabile l’atteggiamento del popolo italico e pure di quegli organismi che dovrebbero impegnarsi per la salvaguardia della lingua.
    Fantastico il “cum hypertextibus in CD-ROM”!

    Piace a 1 persona

  3. Si può studiare per molti motivi una lingua diversa da quella propria: a) dalle esigenze pratiche di comunicazione, comprensibilmente in primo piano, b) all’approccio ad una cultura diversa (e questo discorso può valere anche per lo studio delle lingue antiche), o c) per interesse scientifico verso la multiformità della realtà del linguaggio umano o d) anche, secondo quando paiono suggerire studi recenti, perché essere plurilingui farebbe bene alla mente.
    Ora l’esperanto ha in effetti poco da dire sul punto b) e anche non molto sul punto c), ma ha molto da dire sugli altri due. Mi vengo anch’io sempre più convincendo ch’esso andrebbe largamente rivalutato come alternativa al “tutto inglese”.
    Quand’ero più giovane pensavo piuttosto che la democrazia linguistica nella comuicazione internazionale andasse cercata scegliendo una terna di lingue, per esempio inglese + tedesco + francese, tra le quali ciascun cittadino dovrebbe avere una competenza d’almeno due in modo da garantire comunque la comunicazione. Ma poi mi son reso conto che questa via non è più praticabile, perché la scelta di quali debbano essere le tre sarebbe oramai troppo arbitraria: perché proprio E/D/F e non p.es. spagnolo, cinese e hindi? Molte lingue avrebbero infatti buone ragioni per candidarsi.

    Quanto al latino, beh, se dovessi dar ascolto ai miei sentimenti, come lingua franca internazionale non mi dispiacerebbe affatto, ma razionalmente non mi sembrerebbe una scelta molto felice. Sia perché esso presenterebbe gravi ambivalenze semantiche (il significato di molti vocaboli nei classici romani era diverso da quello che le medesime parole hanno assunto nelle lingue moderne, pensiamo ad es. a LIQVIDVS -A -VM “evidente”), sia perché il latino è oggettivamente una lingua grammaticalmente complessa, e quindi non so quanto sia opportuno pensare d’investire tanta energia di studio (intendo dire: in modo generalizzato, quindi non sto negando la legittimità della filiera scolastica classica) che converrebbe piuttosto poter investire in lingue straniere viventi.
    L’esperanto, in quanto dimostratamante lingua di facile apprendibilità, e per di più (diversamente, a mio modesto avviso, dell’inglese) propedeutica all’apprendimento d’altre lingue (per il quale valgono le altre tre motivazioni di cui sopra), mi sembra quindi un’opzione preferibile, non ostante che l’esperanto sia lungi dal corrispondere al sogno d’una lingua “perfetta”.

    Piace a 1 persona

  4. Non dimentichiamo che anche in inglese, mouse si dice topo, cioè mouse, cioè, non so come spiegarlo… topo.
    Ovviamente anche in polacco il nome dell’animaletto e della periferica coincidono così come in tutte le lingue (compreso l’inglese, come abbiamo visto) eccetto l’italiano.

    Piace a 1 persona

    • Settimana scorsa parlavo con un russo, e gli ho chiesto come si diceva da loro. Mi ha guardato strano e mi ha risposto: si può dire “mouse” all’inglese o si può dire “misch” e ha continuato a guadarmi stupito, come dicessi chissà quale idiozia, davanti alla cosa più naturale del mondo. L’idea che non si potesse usare l’equivalente ialiano non l’ha nemmeno sfiorato. Analoga scenetta è capitata in una conferenza, quando un professore americano che parlava in un italiano comprensibile, anche se un po’ stentato, aveva problemi con i lucidi proiettati (da noi chiamati slide), e rivolgendosi agli assistenti ha detto che non gli funzionava il topo. Questi non capivano, e solo dopo un po’ di scambi imbarazzanti si è reso conto dell’equivoco: “ah… dite mouse?” Sì è stupito….

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...