Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico

Sino agli anni Ottanta, la voce “globalizzazione” dei dizionari riportava un significato molto diverso da quello dei giorni nostri. In psicologia indica infatti il processo cognitivo per cui una bambino percepisce le cose innanzitutto nel loro insieme, in modo globale, e solo successivamente riesce a distinguere gli elementi che lo compongono. Questa parola deriva dal francese globalisation, ma a partire dagli anni Novanta i dizionari hanno aggiunto la seconda accezione, quella che oggi tutti conosciamo, che deriva invece dall’inglese globalization, un concetto molto complesso che ha tante definizioni diverse e che è stato preso in considerazione da tanti punti di vista, soprattutto economici e sociali. L’aspetto linguistico del fenomeno è invece meno indagato, soprattutto in Italia. In linea di massima la globalizzazione ci è stata presentata come la tendenza a una dimensione mondiale e sovranazionale dei mercati, delle imprese o delle culture, agevolata dalla velocizzazione tipica dell’epoca contemporanea. Ma passando dalle opportunità teoriche alla pratica, non possiamo fare come i bambini che percepiscono il fenomeno globale senza distinguerne le componenti. Dietro questo fenomeno si cela una globalizzazione a senso unico: la colonizzazione del pianeta mediante un solo modello economico e culturale, quello dominante dei SUA (come dovremmo chiamare gli Stati Uniti d’America se non fossimo dei coloni).

Su larga scala, ciò che avviene oggi non è molto diverso da quello che è avvenuto all’epoca dell’impero romano, e le strategie di espansione e di colonizzazione hanno dei punti in comune molto evidenti. Historia magistra vitae, non dovremmo dimenticarcene.

Il “Tacito” asservimento

Il generale Gneo Giulio Agricola fu uno stratega fondamentale per la conquista e la sottomissione della Britannia all’impero romano. Dopo la campagna militare puntò alla romanizzazione della provincia edificando città con lo stile architettonico di quelle romane e facendo in modo che la cultura romana diventasse anche il modello di educazione delle nuove generazioni a partire dai capi tribù, cioè la classe dirigente, in un consapevole progetto di conquista sia militare sia culturale. Questo disegno è descritto da Tacito in modo esemplare:

“Per assuefar co’ piaceri al riposo ed all’ozio uomini sparsi e rozzi, e perciò pronti alla guerra, [Agricola] consigliò in privato, e coadiuvò pubblicamente le costruzioni di templj, piazze, e case, lodando i solleciti, e riprendendo ì morosi: così orrevol [= onorevole] gara era in vece di forza. Fece ammaestrare i figli de’ Capi nelle arti liberali, dando agl’ingegni Britanni il vanto su’ colti Galli, acciò quei, che testé sdegnavano il linguaggio Romano, ne bramasser poi l’eloquenza. Così anche le foggie nostre vennero in pregio, e la toga, in uso; e a poco a poco si giunse a’ fomiti [= esche, attrattive malefiche] de’vizj, come portici, bagni, squisite mense:  gl’inesperti chiamavan ciò cultura, mentre era parte di servaggio.”

[Agricola di C. Cornelio Tacito, tradotto in Italiano da G. de Cesare, 1805, cap. XXI].

I punti evidenziati mostrano bene come l’imposizione della lingua, che da “disdegnata” doveva divenire “bramata”, facesse parte del progetto di esportare e imporre la propria cultura come quella superiore, in modo che il popolo sottomesso la identificasse come l’unica possibile e auspicabile, invece che percepirla come la schiavitù e lo sradicamento della cultura locale.

Questa era la romanizzazione: l’imperialismo ottenuto con le armi e mantenuto con il colonialismo culturale, un collante senza il quale non sarebbe stata possibile alcuna sottomissione duratura.

Questo modello romano che nel primo secolo dopo Cristo è stato impiegato per asservire i Britanni, oggi è invece utilizzato dai loro discendenti per soggiogare e colonizzare con altre forme il mondo intero. Abbandonata la strada dell’invasione militare (almeno nei Paesi occidentali) la conquista avviene con le armi delle merci. I “fomiti dei vizj” si chiamano oggi Netflix, Facebook o Google; le “squisite mense” sono i cheeseburger dei fast food, i muffin, i marshmallow e altre pietanze che ammiccano attraverso i modelli dei master chef televisivi; e invece delle “toghe” ci sono i jeans, le T-shirt con le scritte in inglese, le sneaker e gli altri indumenti espressi nelle taglie S, M, L e XL.

La nostra nuova aristocrazia cultural-economica, i nuovi capi tribù, paga fior di soldi per far studiare i propri figli nelle scuole inglesi; è il nuovo “status symbol” “radical chic” della nuova classe dirigente che parla in inglese e in itanglese per distinguersi ed elevarsi in “un’onorevole gara” a scapito dell’italiano. Al posto di “porti” e “bagni” l’architettura del nuovo Millennio è quella che l’antropologo francese Marc Augé ha chiamato non luogo (Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, 1992). Un albergo a 5 stelle deve essere ormai stereotipato, in modo che qualunque viaggiatore di ogni parte del mondo si sappia muovere nello stesso schema, da New York a Tokyo, in un ambiente artificiale sradicato dal territorio come un’astronave spaziale, con buona pace della straordinaria bellezza e varietà di altre strutture architettoniche locali, tipiche e caratteristiche. E lo stesso deve valere per gli aeroporti, le stazioni, i centri commerciali, gli impianti sportivi, gli svincoli autostradali…

La storia si ripete con uno schema di duemila anni fa.


Dal piano Marshal alla globalizzazione

Alla fine degli anni Venti del secolo scorso, il britannico Charles Kay Ogden elaborò il “basic english”,  una riduzione dell’inglese concepita come una sorta di lingua artificiale basata su un numero abbastanza limitato di vocaboli (850) e su una semplificazione della grammatica. “Basic” stava per “British American Scientific International Commercial”, e il suo scopo dichiarato era quello di diventare la lingua internazionale di scambio da impiegare appunto in contesti scientifici o commerciali. A differenza dell’esperanto, inventato e sperimentato come perfettamente funzionante ben prima, ma osteggiato proprio perché concepito come una lingua neutrale ed etica (vedi → “Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese”), il basic era una semplificazione basata sull’inglese con intenti colonialistici e per perseguire i propri interessi economici: poteva essere insegnato con meno difficoltà dell’inglese naturale alle popolazioni delle colonie e serviva allo stesso tempo per gettare le basi dell’apprendimento dell’inglese vero. Al contrario dell’esperanto, però, questo inglese di base non funzionava molto bene dal punto di vista pratico. In ogni caso i diritti dell’invenzione furono acquistati dal governo britannico e Winston Churchill in un primo tempo fu molto favorevole al progetto e alla sua diffusione. Durante la Seconda guerra mondiale, il 6 settembre 1943,  in un discorso agli studenti di Harvard il politico inglese esplicitò molto lucidamente il suo intento di esportare l’inglese come la lingua del mondo dicendo:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

[“The power to control language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind”. Fonte: Winston Churchill – in dialogo con Roosevet – Università di Harvard, 6 settembre 1943].

Ma il progetto inglese del basic era roba da dilettanti, rispetto a quello che stava per accadere.

Sempre all’Università di Harvard, quattro anni dopo, il segretario di Stato statunitense George Marshall annunciò il piano politico-economico per la ricostruzione dell’Europa che usciva dalla Seconda guerra mondiale e che avrebbe preso il suo nome: uno stanziamento di 17 miliardi di dollari che si concluse nel 1951 e che comprava in questo modo l’americanizzazione del nostro continente da un punto di vista economico (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) e politico (Onu e Nato). L’investimento per l’epoca spropositato, su tempi lunghi, si è rivelato molto proficuo per gli Stati Uniti, non solo economicamente, ma anche dal punto di vista culturale, nel pieno spirito della logica di Agricola.

Se il progetto di Churchill vedeva nell’esportazione della lingua il cavallo di Troia e il grimaldello per esportare l’impero culturale ed economico, il piano Marshall ha dato il via a un percorso molto più ampio e totalitario. Economia, politica, cultura e lingua fanno parte di un unico pacchetto in cui ogni elemento si intreccia con gli altri in un tutt’uno inscindibile. Questo progetto inizialmente rivolto all’Europa è stato il primo passo di una serie di altre tappe che hanno portato oggi alla globalizzazione a senso unico.


Dal basic english al globalese

Dal punto di vista linguistico, dal progetto del basic english siamo passati al global engish, contratto in globish e tradotto con globalese. Tecnicamente, anche questa invenzione si basa su una semplificazione delle regole e su una riduzione a circa 1.500 vocaboli ideata nel 1998 da un ex dipendente di Ibm (il francese Jean-Paul Nerrière che ne detiene i diritti), ma per estensione il globalese non segue affatto queste regole e coincide con la lingua naturale angloamericana, visto che un madrelingua anglofono non si sogna minimamente di rinunciare al proprio idioma per ricordarsi quale delle sue parole siano contemplate da una simile riduzione e quali no. La globalizzazione parla perciò una sola lingua, e ha rafforzato la dittatura dell’inglese su ogni altro idioma, e per i coloni è ormai l’unica possibilità di essere internazionali.

L’inglese globale, tuttavia, non esiste affatto, perché è attualmente parlato solo da un terzo della popolazione mondiale, e anche se è spacciato per una realtà è invece un progetto di colonizzazione planetaria che è tutt’ora in fase di attuazione. L’obiettivo è quello di condurre tutti i Paesi sulla via di un modello basato sul bilinguismo, in modo che ogni cittadino del mondo usi l’inglese come seconda lingua internazionale, mentre le lingue locali si dovrebbero utilizzare solo a uso interno, perché sono viste come un ostacolo all’internalizzazione nel progetto di ricostruzione della torre di Babele basata sull’inglese.
Questo disegno, oltre a essere aberrante e imperialistico, ha dei costi spropositati per chi non è anglofono di nascita, ma tanto sono i coloni a pagarli. L’economista Áron Lukács, per esempio, ha quantificato che il costo diretto e indiretto di questa “tassa” per chi non è di madrelingua inglese, nel caso di un italiano si aggirerebbe sui 900 euro all’anno a testa, che fatti i conti si traduce complessivamente nell’equivalente di quasi tre finanziarie, riporta Giorgio Pagano. Ma il prezzo da pagare non è quantificabile solo nel denaro o nel tempo necessario per apprendere la lingua dominante e nel fatto che i madrelingua, senza alcun esborso, si trovano avvantaggiati nella padronanza comunicativa rispetto a chi è costretto a usare la loro lingua. L’uso dell’inglese globale si sta rivelando non come qualcosa di additivo, che si aggiunge come una ricchezza all’identità linguistica locale, ma è al contrario un fenomeno sottrattivo. Introdurre l’inglese come lingua dell’università, come si è tentato di fare al Politecnico di Milano, come si fa in certe università private e come si vorrebbe fare in molti altri casi, porta a una regressione dell’italiano, a una sottrazione della nostra lingua negli ambiti specialistici in una confusione, voluta, tra l’apprendimento dell’inglese e la lingua dell’insegnamento.
Inoltre, il fatto che la lingua dell’Europa sia di fatto l’inglese, lingua praticamente ormai extracomunitaria che rappresenta una piccolissima minoranza dal punto di vista dei madrelingua, discrimina chi non la padroneggia. Questi fenomeni sottrattivi stanno perciò portando nel nostro continente il fenomeno della diglossia, cioè di bilinguismo gerarchizzato, che divide la popolazione locale. L’inglese è la lingua alta, della classe dirigente, del lavoro, della scienza, ed estromette dal mondo che conta chi non lo padroneggia. Ma se la lingua nazionale diventa patrimonio solo delle fasce sociali “basse”, se viene estromessa dagli ambiti fondamentali della modernità, come l’università, la scienza, la tecnica, l’innovazione, la lingua del lavoro e della cultura alta, si svuota, si riduce a un dialetto della quotidianità; diventa incapace di esprimere ciò che è moderno e strategico che si esprime in inglese. In altre parole la si mutila e la si fa regredire. Usare l’inglese per esprimere la scienza porta inevitabilmente a rendere l’italiano un dialetto, e alla perdita del lessico tecnico-scientifico italiano. Per avere un’idea concreta di cosa ciò significa, basta pensare a quello che è accaduto in ambito informatico, dove la terminologia si esprime in inglese, e l’italiano diventa itanglese, a partire dal mouse per proseguire con tutti i neologismi più recenti che si importano solo in inglese, per finire con la regressione delle nostre parole già affermate che diventano inutilizzabili, come è accaduto a calcolatore davanti a computer.

L’itanglese, e l’ibridazione delle lingue locali che i riscontra anche negli altri Paesi con diversi gradi di contaminazione, è perciò la conseguenza del globalese. Chiamare gli anglicismi “prestiti” – come forse aveva senso più di cento anni fa quando questa categoria ingenua è stata formulata con la distinzione tra “lusso” e “necessità” – significa non comprendere il fenomeno e la sua portata. Chiamarli addirittura “doni” e considerarli una “ricchezza” non è solo miope, è il punto di vista di chi è ormai irrimediabilmente colonizzato e gioca la sua partita da collaborazionista che “brama” il globalese. Nel caso dell’inglese i “prestiti” costituiscono l’impoverimento e la desertificazione dell’italiano, ed è ora di chiamarli con il loro nome: non sono né prestiti che non si possono purtroppo restituire, né doni, sono trapianti linguistici. L’arrivo di Twitter ha trapiantato la sua terminologia, insieme con la sua piattaforma, introducendo parole come followers e following. Airbnb chiama i locatori host (diventa un host!), Youtube chiama i creatori di video creators, Gmail introduce gli snippet come fosse la cosa più naturale e trasparente, e gli esempi di questi trapianti che noi “bramiamo” ed emuliamo sono migliaia.

 

(Continua)

La perdita delle radici: dal latino (e greco) alle invasioni anglo-barbariche

Difendere lo studio del latino non ha nulla a che fare con le apologie pompose e moralistiche di una classicità obsoleta dal sapore teologico e filologico. Il latino, più che una lingua “morta” è soprattutto la base della lingua viva che parliamo tutti i giorni. Naturalmente l’italiano non deriva dal latino in modo diretto, come è risaputo, ma si è sviluppato principalmente dalle parlate locali di un latino volgare e medievale tardo sempre più distante da quello classico. Cavallo deriva da caballus e non certo dal classico equus che si ritrova in equino o equestre, e casa nel De bello gallico indicava una capanna di campagna o una baracca militare, ma con il tempo, nell’uso, questa accezione “rustica” si è persa e casa ha preso il sopravvento su domus in ogni contesto. Però, una parola come domotica (l’applicazione dell’informatica alle abitazioni) è stata coniata negli anni Ottanta del Novecento proprio ripescando la radice classica che circola in domicilio o domestico. Ecco, il nostro legame con il latino è soprattutto questo: più che nella derivazione diretta va rintracciato nelle ricostruzioni colte successive. È lo stesso legame che abbiamo con il greco antico, che ci arriva molto spesso dalle neoconiazioni moderne e dotte, oltre dal fatto che il latino conteneva a sua volta moltissime radici greche, per cui “filosofia” (dall’unione di phìlos e sophìa, cioè “amore per la sapienza”) ci è arrivata attraverso il latino philosophia.

Non è però dello stesso parere Google traduttore visto che la traduzione di filosofia in latino sarebbe philosophy, di cui possiamo persino ascoltare la pronuncia anglosassone, in una confusione tra inglese e latino, o forse inglesorum e latinorum, che è l’emblema della barbarie culturale e linguistica in cui stiamo sprofondando.

Dal latino all’inglese

Il nostro rapporto con il latino e con il greco come modelli formativi dei neologismi attraverso il recupero delle nostre radici adattate ai nostri suoni, nel nuovo Millennio, si è definitivamente spezzato. È ormai sostituito dall’importazione dei termini inglesi immessi così come sono nel nostro sistema con il risultato di frantumare la nostra identità linguistica – cioè i cardini della nostra grammatica e della nostra pronuncia – e di trasformare una lingua neolatina come l’italiano in un ibrido che è ora di chiamare più propriamente con il suo nome: itanglese.

La seconda rivoluzione industriale, tra il XIX e il XX secolo, ci ha portati a una radicale trasformazione del mondo e alla creazione di una nuova tecnologia che dal punto di vista terminologico era ancora governata dalle nostre norme storiche basate sull’adattamento e sulle nostre radici, per esempio “termosifone” (dal greco thermós = caldo) o “calorifero” (dal latino fero = portare il calore[m]). Poco importa se queste parole a loro volta sono calchi sul modello del francese calorifère e thermosiphon, il francese è una lingua che ci è affine e attinge alle stesse radici, e anche il cinematografo dei Lumière è un adattamento del francese cinématographe che si fonda contemporaneamente sul greco (kínema = movimento e grápho = scrivo). Oggi, però, abbiamo dimenticato il ruolo unificante del latino come radice internazionale delle lingue romanze che per secoli ha rappresentato il collante non solo delle parole comuni, ma anche di quelle scientifiche e tecnologiche di tutta l’Europa. In un primo tempo la tecnologia proveniente d’oltreoceano è stata adattata e reinterpretata attraverso le nostre parole e le nostre categorie, e infatti oggi abbiamo la lampadina e la televisione e non la lamp e la television. L’attuale terza rivoluzione industriale o post-industriale, al contrario, ci sta portando se va bene la stampante 3D, e non “tridimensionale”, o l’industria 4.0, dove quel punto si impone sulle nostre norme che prevedono la virgola. Ma fuori da queste minuzie ci sta saturando di parole inglesi crude che hanno colonizzato la maggior parte dei linguaggi di settore a cominciare dalla terminologia informatica dove l’italiano ha cessato di poter esprimere le cose con parole proprie, non è stato capace di creare i propri neologismi, ed è dunque morto.

 

La scomparsa delle parole latine e greche: i dati inediti dall’analisi dei dizionari

Per quantificare il disastro e renderci conto di come la nuova globalizzazione abbia definitivamente spezzato le nostre radici per proiettarci verso un futuro di sudditanza culturale e linguistica, basta analizzare i moderni dizionari digitali. Ma non si può operare come fanno certi linguisti che per negare l’anglicizzazione dell’italiano e abbassare le percentuali distribuiscono le parole inglesi su tutto il nostro lemmario storico. Bisogna invece ragionare sul numero di parole coniate nell’Ottocento e nel Novecento. Quante, tra queste, sono riconducibili al latino, al greco e all’inglese? Sono questi rapporti a indicarci lo stato di salute della nostra lingua.

NOTA: I numeri di seguito riportati emergono dallo spoglio di Devoto Oli (DV) e Zingarelli (Z) nelle edizioni del 2016, attraverso la ricerca di lat., gr. e ingl. in tutto il testo (che con un certo rumore di fondo corrispondono alle parole che hanno questa origine o questo legame) e l’incrocio con le datazioni per secolo.

Nell’Ottocento sono state coniate circa 16.000 parole (DV e Z), e di queste 2.000 (DV) o 1.600 (Z) hanno un etimo riconducibile al latino: una percentuale di oltre il 10% dei neologismi (dunque, mediamente, nel XIX secolo si coniavano 16/20 parole a base latina all’anno).
Le parole del Novecento sono invece tra le 32.000 (DV) e le 27.000 (Z), e l’etimo latino si rintraccia soltanto in circa 1.000 (DV) o 1.300 (Z) casi (10/13 parole l’anno), una percentuale più bassa di quella ottocentesca (3,1% DV e 4,8% Z) ma ancora significativa.

I grecismi della nostra lingua sono invece in totale circa 7.000 (8.000 secondo il Gradit in 6 volumi di Tullio De Mauro che ha delle marche più raffinate). Di questi, circa 1.800/1.900 sono stati coniati nell’Ottocento (l’11% delle parole del XIX secolo), mentre nel Novecento sono tra i 2.000 (DV: 6,5% del totale) e 1.500 (Z: 5,5%).

E nel nuovo Millennio cosa sta accadendo?

Le nuove parole a base latina, sommate a quelle a base greca, si possono contare con le dita delle mani!
Il Devoto Oli registra un migliaio di neologismi degli anni Duemila, e di questi solo 9 sono indicati come di provenienza latina, tra cui alterconsumista (2006) e altermondialismo (2003 che tuttavia ci arriva dal francese altermondialsime), egoriferito (2000) e ludopatia (2004). Tra questi “latinismi” ci sono anche: egosurfing (2000) un anglicismo che indica il rintracciare il proprio nome nei motori di ricerca, e due noti pseudolatinismi coniati dal politologo Giovanni Sartori: mattarellum (2004) e porcellum, riferiti alle leggi elettorali, che stanno al latino come il linguaggio delle Sturmtruppen sta al tedesco. Mi pare che questo uso del latino maccheronico sia il simbolo di che fine ha fatto e di come si è ridotta la nostra secolare cultura classica.

Sul fronte del greco le cose non vanno meglio, si trova acquaponica (un sistema usato nell’agricoltura e nell’allevamento), kouriatria (studio dei disturbi dell’adolescenza), mnemoteca (archivio delle memorie), ortoressia (l’ossessione dell’alimentazione sana, dal greco óreksis = appetito, sul modello di a-noressia), scheumorfismo (imitazione di bassa qualità), tomoterapia (di uso medico). Non c’è molto altro nel XXI secolo.

Quello che emerge è invece un altro dato macroscopico e fin troppo evidente: l’esplosione incontrollata degli anglicismi. Se passiamo alla loro disamina, come ho già ricostruito (vedi → Anglicismi e neologismi) rappresentano quasi il 50% dei neologismi del Duemila. La metà delle nuove parole nuove è ormai in inglese crudo, cioè non adattato, e la percentuale sale se si aggiungono le voci ibride, cioè formate da radici inglesi flesse all’italiana, come whatsappare (ho quantificato questo secondo caso in un articolo sul portale Treccani →  “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione”).

Più nei dettagli, stando ai dati grezzi del Devoto Oli, nel XX secolo le parole di origine inglese erano intorno al 10% di quelle coniate a quell’epoca. Tra le 16.000 parole dell’Ottocento, invece, solo 398 derivavano dall’inglese (circa il 2%). Provo a sintetizzare questi dati grezzi ricavabili dal Devoto Oli in un grafico con le torte etimologiche delle varie lingue.

percentuali neologsmi inglese latino greco francese

La progressiva scomparsa del latino e del greco, così come l’aumento esponenziale dell’inglese, sono innegabili e rappresentano lo specchio del nostro nuovo assetto sociale e culturale.

Per interpretare nel modo corretto questi dati bisogna però precisare che testimoniano l’influsso delle rispettive lingue includendo sia le parole adattate (dunque diventate italiane a tutti gli effetti come cinematografo) sia quelle crude che stridono con le nostre regole (come meeting). Nel caso del greco e del latino l’italianizzazione riguarda quasi la totalità dei casi. Per l’inglese, nell’Ottocento solo la metà degli anglicismi (187, circa l’1% di tutti i neologismi del secolo) erano crudi. Nella prima metà del Novecento se ne contano 750 su 15.000 neologismi (il 5%), ma nella seconda metà questi anglicismi non adattati salgono al 10% dei neologismi. Passando dal rapporto anglicismi/neologismi all’analisi delle sole parole inglesi, nell’Ottocento gli anglicismi sono stati adattati nel 50% dei casi, nel Novecento nel 26%, e nel Duemila solo nel 12%. Questi numeri sono in linea anche con le percentuali dello Zingarelli, e soprattutto con quelle che emergono dall’analisi del Gradit in 6 volumi di Tullio De Mauro che vedeva complessivamente l’adattamento dell’inglese nel 31,6% dei casi nell’edizione del 1999, e nel 28,5% in quella del 2007 (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani → “La sostituibilità degli anglicismi con corrispettivi italiani”). Conteggiando l’interferenza del francese (italianizzato nel 70% dei casi secondo il Gradit), nell’Ottocento sono comparsi circa 1.000 francesismi di cui 244 erano crudi, nel Novecento 1.300 (di cui 566 crudi) e nel Duemila 26 (di cui 12 crudi). Tra le neologie della voce “altro” c’è tutto il resto, le parole provenienti da altre lingue, un apporto numericamente poco significativo, e tutti gli altri neologismi a base italiana.

Concludendo, nel Duemila l’inglese si sta rivelando dominante sulla nostra lingua con una sproporzione schiacciante e preoccupante. La strada che abbiamo intrapreso, basata sul taglio delle nostre radici, nei prossimi anni non può che essere destinata a crescere, perché si inserisce in un progetto di anglicizzazione globale che in tutti i Paesi del mondo non aglofono registra proteste e resistenze, mentre in Italia viene agevolato da una classe dirigente accecata dall’anglomania, che davanti alla dittatura dell’inglese ha assunto una posizione collaborazionista.

La mcdonaldizzazione della scuola e la googlizzazione della cultura

A proposito della scuola, gli anni Duemila si sono aperti con il motto berlusconiano delle “tre i” (internet, inglese, impresa) che avrebbero dovuto guidare la riforma Moratti. Nel 2010, la riforma Gelmini, definita “epocale” (ma anche lo sterminio degli Inca da parte di Pizarro fu “epocale”), ha ristrutturato i licei puntando al ridimensionamento dello studio del latino (e greco) e alla sua sostituzione con una lingua straniera (di fatto l’inglese) con il risultato che gli iscritti al classico, sino al 2009 in costante aumento, si sono improvvisamente dimezzati (nei primi 5 anni 180.000 studenti in meno, secondo i dati del ministero dell’Istruzione). Anche la riforma della “buona scuola”, cioè la legge 107 Renzi-Giannini, si inquadrava nel progetto di tagliare la cultura per favorire invece una scuola orientata alla formazione professionale, e l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro ha prodotto curiosi fenomeni come “fare formazione” da McDonald’s.
Questa idea di modernità della scuola ben si inserisce nel contesto politico (dal jobs act al navigator) e culturale che si basa sul rinnegare le nostre radici nella convinzione che essere moderni significhi parlare inglese, come se l’unica possibilità di essere internazionali coincidesse con la sottomissione al pensiero unico dei modelli linguistici e culturali statunitensi della globalizzazione.

Un tempo gli intellettuali e i dotti avevano un forte legame con il latino e con il greco: la nostra cultura, le nostre radici. Nel giro di un paio di generazioni tutto questo si è incrinato, per poi tramontare irrimediabilmente davanti all’invasione barbarica 2.0, culturale prima che linguistica. L’attuale classe dirigente, dai politici ai giornalisti, ignora il latino. Sembra ormai che gli intellettuali abbiano la testa solo negli Stati Uniti che si premurano di indicare con la pronuncia “iuesèi” per ostentare il nuovo blasone sociolinguistico che caratterizza l’aristocrazia culturale odierna. In questo uso della lingua appiattito alla pura funzione comunicativa, si disconosce completamente la sua funzione costruttiva e formativa che regola le nostre categorie del pensiero. Ragionare, ai tempi di Dante, era sinonimo di parlare = pensare = argomentare. Come aveva capito già Wilhelm von Humboldt, è proprio attraverso il linguaggio che impariamo a ragionare: la lingua è l’organo formativo del pensiero, è ciò che ci costruisce e che ci identifica. La diversità delle lingue corrisponde a una diversità di visioni del mondo che sono una ricchezza, come lo è la biodiversità. Aderire al mono-linguaggio e al mono-pensiero basato sull’inglese internazionale della globalizzazione significa favorire la strategia di distruzione delle culture locali, compresa la nostra, che sono un ostacolo per gli interessi del nuovo imperialismo culturale e linguistico funzionale agli interessi dei mercati che ci impongono la loro lingua attraverso i prodotti, le pubblicità e il linguaggio delle piattaforme digitali. Il multiculturalismo e il plurilinguismo sono accidenti da spazzar via nel processo della mcdonaldizzazione merceologica e della googlizzazione culturale da esportare e imporre in tutto il pianeta. In Italia diamo ormai per scontato che l’inglese sia la sola cultura possibile. Iscrivere i propri figli a una scuola inglese è diventato il tratto distintivo del nuovo fighettismo culturale che considera questo modello il solo auspicabile e possibile. Questa nuova aristocrazia intellettuale, che disprezza l’italiano e il latino alla base dell’Europa, confonde la cultura con la schiavitù nei confronti della visione del mondo dominante verso cui ha un enorme complesso di inferiorità. L’anglomania sta creando una frattura sempre più ampia nel nostro Paese, e nel mondo, e tende a estromettere chi non parla e ragiona secondo le categorie della lingua colonizzatrice vista come l’unica. Spazza via la nostra storia, la nostra identità e i nostri valori a partire dalla lingua. Ci stiamo snaturando e sottomettendo con gioia e fierezza al pensiero unico e al monolinguismo geneticamente modificato della globalizzazione in un suicidio culturale collettivo.
Ubi maior minor cessat. E rinnegare le nostre radici per farci soggiogare dalla lingua dei mercati è da minorati.

Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese

Era il 1965 (secondo varie fonti) quando Ted Nelson coniò il termine ipertesto (hypertext), ispirato dallo scritto di un ingegnere (Vannevar Bush, “As We May Think”, in The Atlantic Monthly, 1945) che aveva ipotizzato una macchina teorica fatta di schermi translucidi, il Memex, in grado di associare pagine di libri riversati su diapositive. Nelson vide nel calcolatore uno strumento concreto per realizzare quel sogno, e ne delineò i fondamenti con il progetto Xanadu, sfociato in un programma per realizzare questi collegamenti (seguito dal libro Literary Machines, 1982).

Questa è la storia dell’ipertesto che ci hanno raccontato i manuali statunitensi. Ma c’è anche un’altra storia, visto che proprio nel 1965, in Italia, vide la luce un voluminoso tomo con l’analisi della Divina Commedia che era stata riversata in un calcolatore e suddivisa in indici con le concordanze, le rime, le frequenze… cioè un ipertesto stampato su carta (a cura di Carlo Tagliavini, realizzato da Ibm Italia). Quest’opera seguiva le orme dei lavori di Roberto Busa, un gesuita italiano studioso di Tommaso d’Aquino. Fu lui il primo uomo al mondo che utilizzò un calcolatore per l’analisi linguistica e per creare ipertesti (anche se non li chiamava così e avevano qualche differenza concettuale):

“Sin dal 1946 aveva pensato a come utilizzare una macchina nella catalogazione del corpus tomistico e per la creazione di indici sistematici. Così, con l’appoggio di IBM, si recò a New York dove, a partire dal 1949, cominciò a lavorare sulle prime macchine a schede perforate per inserire in un mainframe tutte le opere di San Tommaso, in latino, codificando ogni parola e registrandone tutte le flessioni. Il primo volume di questa impresa titanica uscì nel 1951”.

[Antonio Zoppetti, Blog. PerQueneau? La scrittura cambia con internet, Luca Sossella, Roma 2003]

Sono stato il primo a divulgare questa storia, nel 2000 in Rete e nel 2003 in un libro. Il primo ipertesto della storia, ben 15 anni prima che Nelson ne inventasse il nome, fu realizzato da un italiano, in latino, non in inglese. Alla morte del gesuita, nel 2011, questa ricostruzione è stata ripresa da molti giornali in Italia (La stampa, il Giornale, l’Osservatore romano) e in tutto il mondo (Brasile, Polonia, Vietnam, Cina). Da qualche anno il contributo di Roberto Busa è stato riconosciuto universalmente, e oggi è considerato il padre della linguistica computazionale.

Questo aneddoto è utile per comprendere qualcosa di molto importante: il predominio economico e culturale angloamericano, insieme alla propria lingua esporta anche la propria visione delle cose, che il più delle volte è di parte ed è quella che gli fa più comodo. La storia la scrivono i vincitori, e ciò che conta non è chi ha inventato qualcosa, ma chi l’ha imposto sul mercato. Ecco perché l’ipertesto è considerato un’invenzione d’oltreoceano, il personal computer non è stato inventato dalla Olivetti, e il telefono è stato inventato da Bell invece che da Meucci. Tutto questo ha a che fare anche con la lingua, uno strumento del “colonialismo culturale” ed economico molto potente. E così la tecnologia senza fili inventata da Marconi oggi la chiamiamo wireless, applicata alla Rete, e se un tempo esportavamo le nostre eccellenze nella nostra lingua (nel Rinascimento quelle artistiche, successivamente quelle musicali) oggi le esprimiamo sempre più spesso in inglese: il made in Italy o l’italian design.

Dovremmo riflettere maggiormente sulle conseguenze dell’accettazione dell’inglese come lingua franca internazionale, perché non è una scelta innocente, né etica, né l’unica possibile, come testimoniano i casi del latino e dell’esperanto.


Il latino non è solo una lingua morta

Quando si dice che il latino è una “lingua morta” non si tiene conto del fatto che è utilizzato come lingua franca in tutto il mondo per esempio negli ambienti cattolici e del Vaticano. Roberto Busa scriveva in latino per rivolgersi agli studiosi di San Tommaso di ogni Paese, e la sua opera, commercializzata a partire dal 1989, si intitolava Thomae Aquinatis Opera Omnia. Cum hypertextibus in cd-rom.

thome aquinatis opera omnia roberto busa 2

Nel lavorare alla riedizione di questo lavoro, nel 1992, fui molto colpito e allo stesso tempo divertito da espressioni come cum hypertextibus e da questa modernizzazione del latino, e rimasi molto sorpreso quando Busa mi spiegò che nella comunicazione internazionale tra religiosi si usavano normalmente parole come telephonum e molte altre che servivano a tenere vivo il latino, visto che era utilizzato e diffuso, seppur da una comunità ristretta rispetto a quella dell’inglese.

La traduzione delle neologie in latino è di recente rimbalzata su vari giornali (da la Repubblica a Vatican News) in occasione di un libro della Libreria Editrice Vaticana con i cinguettii di Papa Francesco tradotti in latino. Lo sforzo del Vaticano di tradurre in una lingua antica i concetti moderni produce neologismi interessanti da cui forse dovrebbero trarre qualche spunto anche i linguisti italiani. I tweet sono breviloquia, il computer è un instrumentum computatorium e il sistema di navigazione satellitare GPS è l’universalis loci indicator. In sintesi, il latino si arricchisce di neologismi che in italiano (da questo punto di vista una lingua molto più morta) sono invece detti in inglese. Nel manuale di istruzioni del cd-rom di Busa (redatto anche in inglese e italiano) i file erano detti documentum-i e il mouse era definito instrumentum quod “mouse” vocatur (strumento chiamato mouse), ma nella versione in latino della Wikipedia la soluzione di oggi è quella più semplice e naturale, la stessa adottata in francese, spagnolo, portoghese, tedesco… quella di tradurlo con topo: mus (computratalis).

Di sicuro qualcuno riderà davanti a questa “bizzarria” di far rivivere il latino come lingua franca davanti all’inglese (personalmente invece la rispetto e la apprezzo enormemente, nonostante le mie profonde convinzioni anticlericali). Qualcun altro la potrà bollare come un ritorno al Medioevo. Eppure il latino medievale aveva in sé un elemento etico e democratico che non appartiene all’inglese globale: non era la lingua madre di nessuno, era la seconda lingua letteraria di teologi, giuristi e talvolta anche di scienziati che la utilizzavano per la comunicazione internazionale “ad armi pari”. L’inglese è invece la lingua quotidiana di chi la impone a tutti gli altri con la prepotenza della propria supremazia, il che ha delle conseguenze culturali, politiche ed economiche che spesso vengono sottovalutate. A cominciare dalla sua intelligibilità: nelle conversazioni in inglese tra chi non è madrelingua la comprensione è di solito agevolata (entrambi gli interlocutori ricorrono alla lingua franca), mentre nelle conversazioni con i madrelingua inglesi c’è necessariamente una condizione di inferiorità di chi deve ricorrere a una lingua ausiliaria che non gli appartiene.


Giorgio Pagano e l’ingiustizia dell’inglese come lingua franca

 

Giorgio Pagano
Giorgio Pagano.

Un’altra conseguenza molto deleteria del ricorso all’inglese come lingua franca è denunciata con forza da moltissimi pensatori di ogni Paese, e in Italia è stata messa ben in evidenza da Giorgio Pagano:

“La Gran Bretagna sul non insegnamento della lingua straniera nelle proprie scuole risparmia 18 miliardi di euro l’anno, mentre l’Italia ne spende 60, di miliardi l’anno, per colonizzare la mente dei propri giovani nella sola lingua inglese. Stiamo parlando di circa 900 euro l’anno per ciascun italiano, piccolo o grande che sia. Questo è danaro che si toglie alle nostre università, alla nostra ricerca, ai nostri precari, alle nostre case editrici, alla nostra creatività e innovazione, andando ad ingrandire quelle straniere.”

[Citazione tratta dal sito dei radicali]

Dire che l’inglese di oggi è come il latino di un tempo, la lingua internazionale del nuovo Millennio, è un’affermazione ambigua. Questa analogia non va fatta con il latino medievale usato come lingua franca degli studiosi (che non era la lingua viva di nessuno), ma con quello della Roma imperiale, che nella sua espansione (di sicuro oggi moralmente non giustificabile) ha colonizzato tutto il mondo. Allo stesso modo l’inglese planetario odierno rischia di ridurre le altre lingue a dialetti, se non a distruggerle. Secondo Claude Hagège, che si occupa della dimensione internazionale della linguistica, nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa.

“È un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale”. E la principale minaccia è proprio l’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”.

[Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7 e p. 99].

Giorgio Pagano è in prima linea da molti anni nella denuncia delle conseguenze che comporta l’adozione dell’inglese a livello internazionale, e ha anche messo in risalto che il progetto di una “dominazione linguistica” mondiale segnerebbe il passaggio dal colonialismo fisico, dei territori, a quello culturale di epoca moderna. Un’ideologia che si rintraccia esplicitamente in Roosevelt o in Churchill che il 6 settembre del 1943, all’università di Harvard, dichiarò in modo lucido:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

[“The power to control language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind”. Fonte: Winston Churchill – in dialogo con Roosevet – Università di Harvard, 6 settembre 1943].

Per questi motivi Pagano è arrivato al punto di fare vari scioperi della fame per sensibilizzare tutti su questo argomento, e la soluzione che propugna è quella, etica, dell’esperanto.

Le speranze dell’esperanto

Ludwik Zamenhof esperanto

L’esperanto è una lingua artificiale elaborata nell’arco di 15 anni (1872-1887) da un medico e linguista polacco, Ludwik Lejzer Zamenhof, con lo scopo dare vita a un sistema di grande semplicità che si possa utilizzare nelle comunicazioni internazionali e che possa essere di tutti, invece di adottare la lingua naturale di un solo popolo. Si scrive come si pronuncia (un suono per ogni lettera), ha una grammatica lineare e senza eccezioni fondata su 16 regole principali che prevedono che i nomi terminino in -o, gli aggettivi in -a, e che i plurali si formino con -j. Il lessico pesca dalle radici internazionale più diffuse e comprensibili in ogni lingua, spesso latine, ed è concepito per essere appreso in modo molto semplice anche in età adulta e in modo autodidatta.

Questa proposta che arrivava da uno sconosciutissimo trentenne fu accolta sin da subito con molto scetticismo dai linguisti, che la considerarono una follia. La sua efficacia, però, emerse nel 1905, quando gli esperantisti di una ventina di diversi Paesi si riunirono in Francia comunicando tra loro in esperanto. Da allora questa lingua è uscita dalle mani del fondatore per diventare patrimonio degli esperantisti e dell’umanità, almeno negli intenti, visto che non si è mai imposta concretamente come una lingua accettata dalla comunità internazionale. La sua espansione entrò in crisi con le guerre mondiali, e non fu mai presa in considerazione come lingua “neutrale”. Hitler, al contrario, la definì la “lingua delle spie”, creata da un ebreo, e perseguitò gli esperantisti, perseguitati anche da Stalin e in vari Paesi. Nel dopoguerra continuò a rimanere una proposta senza seguito, benché, nel 1954, l’UNESCO ne riconobbe il valore e si impegnò nella sua diffusione. In tempi più recenti ci sono state proposte per utilizzare l’esperanto per esempio all’interno dei lavori del Parlamento Europeo, ma sono sempre state rifiutate.

Asterix il gallico in esperanto asteriks la gaulo
Asterix il gallico in un’edizione in esperanto.

Nonostante questa storia infelice, va detto che l’esperanto esiste! È parlato da almeno un milione di persone nel mondo, esistono molti libri tradotti, e persino qualche scrittore che l’ha impiegato come lingua letteraria, per esempio il poeta scozzese William Auld. Esiste anche qualche film o opera teatrale, ci sono vari gruppi musicali che lo utilizzano, c’è una radio che trasmette in questa lingua dal 2011 (Radio Muzaiko), e c’è la versione in esperanto della Wikipedia che ha un numero di voci superiore a quello di altre lingue naturali. Ultimamente, c’è anche un portale in Rete, evoluto da un indirizzario fisico nato nel 1974, che permette di viaggiare attraverso lo scambio di ospitalità tra gli esperantisti di tutto il mondo.

L’esperanto è perciò una realtà e una soluzione possibile più che un’utopia, una parola che non designa qualcosa di irrealizzabile (lett. un luogo che non esiste), ma solo qualcosa di irrealizzato. Se l’esperanto si insegnasse nelle scuole di tutta l’Europa, per esempio (visto che l’uscita del Regno Unito rende di fatto l’inglese una lingua extracomunitaria, a parte qualche cavillo), nel giro di una generazione potrebbe davvero essere la lingua franca del futuro. Ma naturalmente un progetto del genere andrebbe contro gli attuali assetti del potere, che non possono che osteggiare soluzioni come queste: neutrali, democratiche, pacifiche e razionali, dunque non convenienti per chi oggi sfrutta i vantaggi della propria posizione di dominio. Pensare che l’esperanto sia una soluzione praticabile è “utopistico” solo per questo motivo.

Invece di andare fieri dell’inglese globale, dovremmo riflettere sulle conseguenze del nostro esserne subalterni e ripensare agli insegnamenti di Alexis de Tocqueville, che nello studiare il modello della democrazia statunitense, ci ha insegnato una cosa fondamentale: l’importanza di difendersi dalla tirannia della maggioranza.

 

Per saperne di più c’è il sito esperanto.it dove è anche possibile imparare gratuitamente l’esperanto.