Lessico “italian-less” o “italian-free”?

Negli articoli di costume che circolano sulla stampa ricorre una sottile differenza tra chi è childfree, cioè senza figli per scelta, e childless, cioè senza figli suo malgrado (cfr. → “Childfree e childless”).

Nel nuovo Millennio free e less ricorrono in modo sempre più frequente in moltissime voci e locuzioni. Non sono più solo singoli “prestiti”, sono diventati una “regola” per la formazione o l’importazione di nuove parole.

Come e quando è cominciata?


La storia di less

Il suffissoide -less è entrato nell’italiano nel primo Novecento in modo quasi invisibile attraverso alcuni tecnicismi di bassa circolazione. Il più conosciuto era hammerless  (lett. senza martello) per indicare un tipo di fucile senza cane (in realtà c’era, ma non era visibile esternamente). L’etimo non era così evidente a tutti, i fucili hammerless suonavano quasi come fossero una marca, per chi non conosceva l’inglese.
A metà degli anni Sessanta è arrivato anche lo pneumatico tubeless (senza camera d’aria). Dopo queste entrate tecniche è comparsa una parola molto più popolare, topless, letteralmente senza top, cioè la parte superiore, ma nell’immaginario italiano significava solo a seno scoperto (nel 2000 sarebbero arrivati persino i topless bar), il costume senza reggiseno, e ancora una volta questo prestito non veicolava in modo esplicito il suffisso -less, che ha cominciato a penetrare vent’anni dopo, quando si è fatta strada la parola homeless (senza casa), affiancata a senzatetto, senza fissa dimora nel linguaggio più burocratico, volgarmente barbone, edulcorato attraverso il francesismo clochard.

homeless clochard
Le frequenze di barbone, senzatetto, homeless e clochard in italiano.

Negli anni Novanta è diventato popolare il cordless (letteralmente senza cavo), che però designava i primi apparecchi telefonici domestici senza filo, e poi è esploso il wireless.

Curiosamente, la tecnologia “senza fili” è italiana, il “telegrafo senza fili” è stato inventato da Guglielmo Marconi (ci lavorò senza successo anche Nikola Tesla), che nel 1896 si recò a Londra dove fondò la “Wireless Telegraph and Signal Company”. Nei Paesi anglofoni tradussero l’espressione nel loro idioma, come è naturale nelle lingue sane, ma nell’epoca internettiana noi abbiamo preferito importare wireless in inglese con il nuovo significato legato alla tecnologia “senza fili” per la connessione alla Rete. Il che è un dettaglio che ritengo molto significativo della nostra strategia lessicale “italian-less”.

wireless senza fili
In verde la nascita e l’evoluzione di wireless in lingua inglese; in blu l’espressione senza fili in italiano (che precede l’inglese,visto che è stata inventata da Marconi); in rosso l’esplosione dell’anglicismo in italiano nell’era di Internet.

E così –less è diventato una strategia e un suffissoide: a partire dagli anni Duemila è arrivato il ticketless, grazie anche alle Ferrovie dello Stato che ce lo ha imposto senza traduzione: in un primo tempo indicava la prenotazione telematica di un biglietto da ritirare successivamente e poi è diventato un biglietto virtuale. Tra driverless (un mezzo di locomozione automatizzato, senza guidatore, per esempio le nuove metropolitane), mirrorless (lett. senza specchi, che indica le telecamere senza sistema ottici e con i mirini elettronici) e genderless (senza distinzione di genere o di sesso), siamo arrivati al contactless (lett. senza contatto), il sistema di pagamento a sfioramento che qualcuno spaccia per intraducibile: l’azienda dei trasporti milanese, per esempio, lo diffonde senza alcuna alternativa, ma in Svizzera si chiama senza contatto.


La storia di free

In principio c’erano i free lance, espressione che fa capolino negli anni Sessanta, e che nel film I tre giorni del Condor (Sydney Pollack, 1975) era ancora tradotto come agente a contratto (cioè esterno, non assunto interamente), prima che l’anglicismo esplodesse per indicare un libero professionista.

freelance
L’aumento della frequenza di free lance (+ freelance) in italiano.

 

Free significa libero, ma ha anche una accezione che si può tradurre con senza (libero da). Dunque, mentre si diffondeva il free jazz, negli anni Ottanta è diventata popolare anche l’espressione duty-free shop (negozio esentasse) affiancata dalle decurtazioni duty-free e free shop. Poi dallo sport sono penetrati il freestyle (stile libero), cioè lo stile acrobatico e il free climbing (arrampicata libera) con i sui free climber.

Negli anni Novanta sono arrivati i cosmetici cruelty-free (senza crudeltà) non testati direttamente sugli animali. Poi le free press, la stampa a diffusione gratuita (cioè libera dal pagamento, a dire il vero anticipata da Maurizio Costanzo che non la chiamava certo in inglese quando nel 1979 ha promosso in questo modo il quotidiano L’Occhio, distribuito gratuitamente per un certo periodo nella fase di lancio). Questa accezione di gratuito si ritrova in free access (accesso gratuito a Internet), e freeware (programmi informatici gratuiti); poi si è cominciato a parlare delle aree smoke free (in cui è vietato fumare), e infine sono arrivati i prodotti gluten-free (senza glutine) o carbon free (senza carbonio) cioè senza emissione di anidride carbonica.

Dagli anni Duemila è tutto un pullulare di neologismi in cui free significa senza: fat free (senza grassi) e sugar free (senza zucchero), le giornate car free (senza automobili, il blocco del traffico), fino all’ultima entrata plastic free che ultimamente sta prendendo piede. Si parla anche di prodotti freemium (free = gratis + premium = a pagamento) per le versioni gratuite di programmi che possiedono maggiori funzionalità solo a pagamento, e tra i neologismi Treccani si registrano tantissime altre nuove parole, dai free hugs (gli abbracci gratuiti) ai free vax.


Dal prestito lessicale al prestito di una regola (il travaso dell’inglese)

A questo punto è evidente che l’anglicizzazione della nostra lingua è in aumento ed è molto più ampia e profonda rispetto a ciò che emerge da chi continua a interpretare il fenomeno attraverso le categorie del “prestito linguistico”. Che cosa stiamo prendendo “in prestito” in casi come questi e in moltissimi altri analoghi?
Ha senso continuare a stilare elenchi di “prestiti isolati” che in realtà sono famiglie di parole che aumentano perché sono tra loro intrecciate e sempre più strettamente interconnesse?
Mi pare evidente che il “prestito” in casi come questi non riguarda le singole parole, ma porta a interiorizzare una regola. I prodotti “senza qualcosa” sono diventati “qualcosa free”, dove quel “qualcosa” si scrive in inglese (quindi non zucchero o grassi free, ma sugar o fat free, oppure contactless, wireless…).

Less is more è un modo di dire che significa meno è meglio, e viene impiegato in molti ambiti per veicolare la filosofia della sobrietà, del minimalismo, del non sprecare e del non eccedere. Applicando questa massima al nostro lessico dobbiamo chiederci “cosa” è meglio? Meglio meno neologie senza italiano (in nome di una ben precisa visione della modernità e dell’internazionalismo) o senza inglese (in nome della salvaguardia della nostra bellissima lingua)?

E tornando a childfree e childless, vogliamo una neolingua “italian-free”, senza italiano per scelta? O vogliamo fare qualcosa per impedire che diventi “italian-less”, senza italiano nostro malgrado?

8 pensieri su “Lessico “italian-less” o “italian-free”?

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