Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (prima parte)

Immaginiamo una multinazionale italiana che imponga a tutti i Paesi in cui ha sede di conoscere l’italiano, che emani le direttive interne in quella lingua e pretenda che le riunioni dei vertici si facciano in italiano. Se qualcuno non lo sa lo si forma, lo si obbliga a fare corsi d’italiano, e se non lo impara è fuori.

Probabilmente nelle succursali degli altri Paesi qualcuno si opporrebbe a questo modello dispotico. Invece pochi hanno da ridire se tutto ciò accade con le multinazionali angloamericane, perché diamo scontato che l’inglese sia la lingua internazionale, e non la “lingua dei padroni” e dell’egemonia che si impone nel mondo del lavoro per questione di rapporti di forza. È la conseguenza linguistica del capitalismo mondializzato che oggi si chiama globalizzazione.

Passando dalla consuetudine all’etica, la domanda è: è giusto tutto questo? È un processo democratico?

Il tema è politico e le risposte possibili sono due, per semplificare.

Ci sono gli anglofili sostenitori del diritto del più forte e della prassi, e ci sono gli “idealisti” che si schierano dalla parte del plurilinguismo vissuto come un valore da difendere. Le soluzioni moderate e miste, che si appellano al buon senso, si possono salutare come figlie della massima in medio stat virtus oppure come cerchiobottismo, ma quando si tratta di determinare in quali casi sarebbe giusto usare l’inglese e in quali no, le decisioni pratiche alla fine sono sempre influenzate dalla visione più generale.

Il partito degli anglofili

Gli anglofili si appellano alla prassi, sostengono che l’inglese è di fatto la lingua che si è ormai imposta in tutto il mondo. Questa affermazione è però influenzata dalla visione politica sottostante, e non è vera da un punto di vista statistico. In Italia l’inglese è masticato da circa il 48% della popolazione, stando ai dati Istat 2015, ma il 28% di costoro ne ha una conoscenza scarsa, turistica e insufficiente. E allora l’inglese è conosciuto da una minoranza degli italiani. Gli altri sono esclusi, non hanno accesso a questa lingua “internazionale” che è un progetto politico, non una realtà. Dunque sono considerati come ignoranti, da “alfabetizzare”, educare e istruire, anche se molti di loro conoscono per esempio altre lingue come il francese (quasi il 30%) o lo spagnolo (circa l’11%, una percentuale che si amplia con il fatto che è una lingua con un’alta intercomprensibilità). Ma queste lingue sono considerate di serie B, perché il disegno globale è quello di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo a base inglese, e le altre lingue sono viste come inutili per la comunicazione internazionale, o addirittura come un ostacolo: prima devi sapere l’inglese, poi se vuoi studia pure le altre lingue.

Tutto ciò si può definire colonialismo linguistico, per chiamare le cose con il loro nome. È un modello che risale almeno all’Ottocento, utilizzato dal Regno Unito nelle proprie colonie, ed è quello che ha portato alla spartizione dell’Africa in aree inglesi o francesi, dove sono sorte le scuole coloniali per instaurare la nuova lingua, e dove tantissimi idiomi locali sono in questo modo morti, come racconta bene lo scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’o (Decolonizzare la mente, Jaka Book 2015) che invita gli intellettuali a ribellarsi all’ingese.
Oggi, le scuole dove si insegna in inglese non si chiamano più coloniali, ma sono vendute come “internazionali” e sono di gran moda, costose e blasonate; ma sotto c’è lo stesso disegno: formare in inglese e contribuire così alla sua affermazione come la lingua mondiale. L’accesso a queste scuole è riservato ai ceti abbienti che se le possono permettere, mentre si fa strada l’idea che insegnare in italiano generi laureati di rango inferiore rispetto a chi si è formato nella scuola e nella lingua di serie A.
Queste scuole generano il mito della competizione internazionale su cui campano, che porta alla “fuga dei cervelli”, cioè i laureati che si formano a spese dello Stato (le rette universitarie coprono solo in piccola parte i costi dell’Università) che poi finiranno a lavorare all’estero in Paesi che trarranno profitto dal nostro investimento. Tutto ciò ha dei costi incredibili per noi, ed molto vantaggioso per Paesi come gli Stati Uniti: è molto più conveniente importare i cervelli già formati da fuori (dalle “colonie”) che formarli. Sul piano interno, le conseguenze di questa politica non sono solo economiche, ma anche culturali. Sta prendendo piede l’idea che le università che insegnano in italiano siano di rango inferiore. E atenei come il Politecnico di Milano, in barba alle sentenze, hanno deciso di fatto di erogare la maggior parte degli insegnamenti in lingua inglese, proprio per “elevarsi”.

In questo scenario, l’inglese internazionale sta producendo una diglossia neomedievale, per citare il linguista tedesco Jürgen Trabant, cioè una società in cui l’accesso alla lingua di rango superiore – un tempo il latino, oggi l’inglese – è riservato ai ceti superiori, mentre le masse escluse dalla cultura alta si accontentano della lingua locale, oggi l’italiano e un tempo i dialetti.
Il modello che stiamo perseguendo è quello di rendere l’italiano, e le lingue locali, i dialetti di un’Europa la cui lingua sarà l’inglese.

Siamo sicuri che questo è il modello che vogliamo? E soprattutto: qualcuno ci ha chiesto se è quello che vogliamo?

Esperanto, plurilinguismo e modelli alternativi

Il punto critico di chi respinge questo modello – a parte il fatto che in Italia semplicemente è una posizione che non è rappresentata e sembra non esistere – sta nella soluzione concreta al problema della comunicazione internazionale. Se si rinuncia all’inglese, come si fa?

Le soluzioni sono varie.

Da un punto di vista teorico, l’esperanto, per esempio, sarebbe una soluzione neutrale ed etica. Si tratta di una lingua semplificata, concepita per essere appresa in poco tempo, ed essendo una lingua artificiale gode di poche semplici regole (non ci sono irregolarità) e si appoggia a un lessico pensato per le sue radici più o meno internazionali e comuni a molte lingue. Ma gli esperantisti sono sempre stati bastonati (e persino perseguitati) e la loro proposta è stata osteggiata sin dal suo apparire, spesso con argomenti falsi. È stato detto che non funziona, ma invece funziona benissimo. È stato detto che anche se funzionasse poi con il tempo si differenzierebbe localmente, una sciocchezza che confonde le lingue naturali con quelle artificiali che si preservano proprio perché non sono la lingua madre di nessuno. A questo proposito vale la pena di ricordare che il latino dei teologi medievali e di alcuni scienziati, proprio perché era una lingua culturale di intermediazione, si è preservato per secoli e ancora oggi è usato negli ambienti cattolici come lingua franca dove si creano persino i neologismi utili a esprimere il presente, per cui un tweet è un breviloquium.

La verità è che proprio perché l’esperanto è una soluzione neutra si scontra con gli enormi interessi del colonialismo linguistico basato sull’inglese. Mentre i Paesi anglofoni non hanno i costi e gli obblighi di imparare altre lingue, le scuole di formazione in inglese, i corsi di inglese, i soggiorni studio nei Paesi anglofoni… costituiscono un indotto quasi incalcolabile. Le ragioni del mancato prendere piede dell’esperanto sono queste. Umberto Eco ne elogiava persino la bellezza, ma a prescindere dalle questioni estetiche, l’esperanto è di sicuro un’utopia, ma come tutte le utopie – letteralmente un luogo che non c’è – non significa che sia irrealizzabile. L’esperanto c’è, a dire il vero, anche se è una realtà piccola che non viene presa in considerazione, ma passando dalle soluzioni filosofiche a quelle pratiche, vale la pena di ricordare che se fosse scelto come modello della comunicazione internazionale e inserito nella scuola, per la sua rapida facilità di apprendimento sarebbe possibile renderlo una soluzione ampia nell’arco di un paio di generazioni. E questa soluzione semplice farebbe risparmiare ai Paesi non anglofoni enormi investimenti che oggi si impiegano per studiare l’inglese, una soluzione di gran lunga più costosa e difficile. Inoltre, non costituirebbe una minaccia per le lingue locali e per il plurilinguismo.

Umberto Eco è celebre anche per la massima che la lingua dell’Europa è la traduzione. E questa è un’altra soluzione comunicativa che dopo l’uscita del Regno Unito dovrebbe essere presa in considerazione seriamente nella Ue, che non si capisce perché dovrebbe continuare a usare l’inglese come principale lingua di lavoro, sia dal punto di vista etico sia da quello economico (se lo chiede anche Michele Gazzola in una bella intervista al Corriere). I difensori dell’inglese come lingua dell’Europa sostengono che tradurre in tutte le lingue sarebbe costoso, ma ancora una volta bisognerebbe andare a vedere a chi conviene ricorrere all’inglese, di certo non a noi. In ogni caso, ammesso e non concesso che sia più dispendioso, è bene ricordare che anche fare le elezioni è costoso, ma sono soldi ben spesi in una democrazia, e in pochi sottoscriverebbero che è meglio instaurare una dittatura perché costa meno e si semplifica la gestione dello Stato.

E allora torniamo alla visione politica della lingua. Meglio il plurilinguismo o l’inglese internazionale? La democrazia o la dittatura dell’inglese?

Non dimentichiamo che tra i modelli di politica plurilinguistica, proprio accanto a noi, c’è l’esempio della Svizzera che funziona bene. Se in Europa si adottassero 5 lingue (francese, tedesco, spagnolo, italiano e polacco) si coprirebbe il 70% delle lingue locali, come ha spiegato Jean-Luc Laffineur e come ho già riassunto in un altro articolo (“Inglese internazionale o plurilinguismo?”).

Il pensiero unico contro la democrazia linguistica

Dopo aver chiarito che l’inglese internazionale non è l’unica soluzione possibile, né quella già compiuta come vogliono farci credere, è anche più chiaro che le questioni linguistiche sono qualcosa di politico. E se si applicassero alle soluzioni politiche in campo le categorie di destra e sinistra, i difensori del globalese (la “dittatura dell’inglese) si potrebbero etichettare come la destra della politica linguistica mondiale. Appoggiare la lingua madre dei popoli egemoni – la “lingua dei padroni” per banalizzare provocatoriamente – e imporla a tutti non è una soluzione democratica.

Curiosamente, la sinistra italiana (che oggi preferisce definirsi progressista) è schierata con la “destra” anglomane e “colonialista”, e ritiene che parlare l’inglese sia un dovere, un segno di cultura, modernità e internazionalismo, invece di guardare al plurilinguismo, alla democrazia linguistica e alle fasce di popolazione escluse o deboli. E in questa visione la convergenza con la destra è totale. Basta pensare alle tre “i” di Berlusconi e dell’allora ministra dell’Istruzione Moratti (Inglese, Internet, Impresa) e basta guardare alle recentissime tesi di Fratelli d’Italia (nel punto relativo ai giovani) che delineano chiaramente il progetto di investire per la creazione delle future generazioni bilingui a base inglese. Nelle formazioni di centro e in tutto l’arco parlamentare, non mi pare che la mentalità sia troppo diversa. In altre parole in Italia non c’è dibattito, tutti danno per scontata la stessa soluzione politica e vige il pensiero unico. Senza dibattito non c’è democrazia né libertà. Sarebbe auspicabile una corrente trasversale ai partiti di destra e di sinistra, uno spaccato della società civile, più che delle ideologie, che ponesse il problema al centro di una riflessione.

Dovremmo almeno discuterne e decolonizzare la mente, per riprendere le tesi di Ngũgĩ wa Thiong’o. Ma non esiste nulla di tutto questo e il globalese viene imposto in modo silenzioso e a piccoli passi, giorno dopo giorno. E così, la riforma Madia, nel 2017, ha sostituito “seconda lingua straniera” con “inglese” nei requisiti per accedere ai concorsi della pubblica amministrazione. Il risultato è che l’inglese è diventato obbligatorio, e la conoscenza di altre lingue superflua. Con la semplice sostituzione di “plurilinguismo” con “inglese” – che non sono affatto la stessa cosa – ci stanno portando verso il modello della lingua unica, in violazione dei principi affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. La decisione del Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) di introdurre l’obbligo di presentare i Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) solo in inglese è avvenuta nello stesso anno e con le stesse modalità. Lo stesso disegno perseguito dal Politecnico di Milano di erogare la maggior parte dei corsi in lingua inglese nonostante le sentenze che in teoria lo impedirebbero.

In Italia c’è solo il “partito dell’inglese” e il pensiero unico che anno dopo anno diventa sempre più forte, e che non registra troppi dibattiti né resistenze.

In questi giorni si stanno definendo i passaporti di immunità da rilasciare a chi ha avuto il/la covid o a chi è stato vaccinato, e come per la nuova carta d’identità questo documento valido per l’Europa è concepito in italiano e in inglese. Mentre da noi nessuno si è nemmeno posto il problema, in Belgio il presidente della Gem+ (per una Governanza Europea Multilingue), un’associazione che si batte per il plurilinguismo, ha dato battaglia sulla questione come altre associazioni francesi e tedesche lo hanno fatto per la nuova carta d’identità che in Germania è invece trilingue. Queste decisioni bilingui costituiscono precedenti che favoriscono “l’inglese allo scapito delle altre lingue ufficiali dell’UE”, scrive il presidente della Gem+. E allora “tutti ai posti di combattimento – continua – Abbiamo inviato la nostra posizione a tutti i membri chiave del Parlamento europeo, così come alla rappresentanza permanente francese a Bruxelles, sottolineando che questo articolo viola i principi di proporzionalità e di sussidiarietà e suggerendo un’alternativa basata sul trilinguismo.”

Queste iniziative sono inaudite in Italia, e forse c’è qualcuno che potrebbe pensare che siano sciocchezze, ma non lo sono affatto. Sono l’ennesimo segnale di come in modo silenzioso e surrettizio la nostra classe politica, senza chiederci se siamo d’accordo, ci stia portando verso il modello dell’inglese come la lingua d’Europa.

Nella nostra petizione di legge per l’italiano, non c’è solo la questione dell’abuso degli anglicismi, c’è anche la richiesta di promuovere l’italiano in Europa, come lingua di lavoro, e all’estero.
E se la politica non darà un seguito alla nostra petizione, il prossimo passo sarà quello di allearci con le associazioni internazionali come appunto la Gem+ di Bruxelles che con il suo operato, in nome del plurilinguismo, tutela anche l’italiano.


Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione della nostra lingua e con l’invadenza degli anglicismi. Ma non è così. Le due cose sono profondamente intrecciate e l’interferenza dell’inglese è proprio legata al fatto che è presentato come lingua di rango più elevato.

Perché preferiamo gli anglicismi? Anche perché la nostra classe dirigente ci sta conducendo verso il modello dell’inglese globale, e dunque lo consideriamo superiore e internazionale…

(continua)

Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [3]

Nella seconda parte di questo articolo ho provato a mostrare che nella lingua italiana non esiste alcuna corrispondenza tra il genere grammaticale di una parola e il sesso a cui si riferisce (è solo una tendenza). L’attacco contro il maschile generico, e le nuove prescrizioni per intervenire sull’uso storico della lingua dei parlanti, si basano su assiomi ideologizzati che esulano dalla grammatica e si possono ragionevolmente mettere in discussione. Sostenere che il maschile generico sia “discriminatorio” è un’interpretazione forzata che non tutti condividono, comprese moltissime donne: androcentrismo e discriminazione sono concetti diversi e non necessariamente sovrapponibili.
Da qualche anno la questione del “sessismo della lingua” e della femminilizzazione delle cariche si sta fondendo con l’ideologia del “linguaggio inclusivo” che arriva dagli Stati Uniti e si sta espandendo anche nei Paesi di lingua romanza in un dibattito molto acceso che non riguarda più solo le donne, ma coinvolge la messa in discussione del genere binario (maschio/femmina).

 

Traduzione ed emulazione: la globalizzazione delle ideologie

Il pensiero interventista dell’inclusività coinvolge movimenti, riviste e istituzioni di ogni tipo che creano direttive, linee guida e prescrizioni. Per esempio l’Associazione Americana di Psicologia (American Psychological Association, ma americana significa statunitense, visto che l’America è un continente molto più ampio e variegato) ha stilato delle linee guida per il linguaggio inclusivo valide anche nei confronti di chi non si identifica con un solo genere specifico e per identificarsi utilizza il pronome “they”. Operazioni di questo tipo si trovano in molte altre guide di università che hanno preso analoghe posizioni, e le stesse norme si ritrovano rilanciate attraverso riviste, siti e articoli di giornale. Lo scopo è quello di convincere tutti a cambiare il modo di parlare e di arrivare alla revisione del linguaggio delle istituzioni e della stampa, anche attraverso la politica.
Questo meccanismo di propaganda è abbastanza collaudato. Negli anni Ottanta, per esempio, un ampio gruppo di fondamentalisti statunitensi che puntavano all’abolizione del darwinismo nelle scuole ha fabbricato il cosiddetto “creazionismo scientifico” – che di scientifico non aveva proprio nulla – per poi esercitare pressioni politiche attraverso movimenti di cittadini chiedendo che venisse insegnato nelle scuole al posto o accanto alla teoria dell’evoluzione. L’iniziativa si è estesa con un certo successo raggiungendo temporaneamente l’obiettivo in qualche Stato tra i più conservatori, e l’eco di tutto ciò è arrivata poi in Italia, quando la ministra dell’istruzione Letizia Moratti ha cercato di importarlo anche da noi, per fortuna senza successo. Nel caso del linguaggio inclusivo i promotori sono invece “progressisti” e il terreno dello scontro non è la messa in discussione della scienza, ma della lingua. Il meccanismo di espansione in ambito internazionale è però molto simile. Uno dei centri di propagazione più importanti è quello dei movimenti internazionali per i diritti di omosessuali e persone transgenere. Da questi ambienti abbiamo da tempo importato in Italia, insieme alle idee, anche la terminologia in inglese: gli omosessuali sono ormai diventati gay, il nuovo anglo-eufemismo non discriminatorio che si porta con sé il gay pride e un’esplosione di termini in cui le minoranze a rischio discriminazione non sono capaci – o non vogliono – esprimersi in italiano: ripetono transgender, queer… in una diramazione di anglicismi sempre più ampia che comprende anche moltissimi acronimi inglesi (LGBT = Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender, FtM = Female to Male e MtF = Male to Female…).

Il cavallo di Troia che porta tutto ciò dai Paesi anglofoni agli altri è nelle traduzioni, esattamente come è accaduto negli anni Novanta con la parola “negro” che da un giorno all’altro è stata sostituita con “nero” e si è diffusa la convinzione, storicamente falsa, che dire negro fosse da razzisti.
Poiché l’inglese è considerato la lingua sovranazionale – e la lingua è lo strumento da controllare per poter diffondere le idee – questi movimenti non trascurano di certo il problema delle traduzioni dell’inclusività nelle altre lingue, come si può leggere in un articolo che affronta la questione dello spagnolo e in altri apparsi su The Linguist (la rivista di un’associazione di linguisti del Regno Unito) che parlano proprio della traduzione “gender-neutral” in italiano.

L’interferenza con lo spagnolo è nata dal fatto che è una lingua parlata da molti abitanti degli Usa, che si sono perciò scontrati con il problema dall’interno. L’interferenza con l’italiano, invece, non ha altre motivazioni se non il fatto che siamo diventati intellettualmente sterili, e la nostra cultura si riduce all’importazione acritica di tutto ciò che nasce oltreoceano, per complesso d’inferiorità e desiderio di “voler fare gli americani”.

 

L’esaltazione del neutro, del genere non binario e dello scevà

Attraverso questi meccanismi, le prescrizioni del linguaggio inclusivo si stanno diffondendo anche in Italia attraverso libri, corsi aziendali o siti che spuntano come funghi. Per esempio questa → guida pratica sostiene con grande disinvoltura che nell’italiano scritto sarebbe “pratica diffusa” (ma quando mai?) sostituire le desinenze finali dei plurali con l’asterisco (grazie a tutt*); ma poiché nel parlato si rivela impronunciabile, si sarebbe diffusa – sempre a loro dire – anche la “u” finale: “Grazie a tuttu, spero vi siate divertitu”. Ma anche questa soluzione ha i suoi limiti: sembra dialetto, ed è troppo simile al maschile, si legge. E allora ecco – finalmente – la nascita di una grande proposta inclusiva che arriva dal sito Italianoinclusivo: l’introduzione dello schwa per il singolare (ǝ) e lo schwa lungo per il plurale (з). Lo schwa (parola tedesca di origine ebraica) in italiano sarebbe scevà, ma cosa può importare dell’italiano a chi lo vuole riformare a questo modo? E si pronuncia, guarda caso, come “la vocale più frequentemente usata nella lingua inglese”. Come se di inglese non ne avessimo ormai abbastanza.

Dietro questo interventismo linguistico che si sta propagando c’è una visione che esalta il corpo neutro voluta da chi, in nome del progressismo, “non considera la natura e prepara in realtà la strada alla costruzione del cyborg postumano”, per citare il filosofo Michel Onfray. Questa prospettiva si basa su una

“irragionevole negazione dell’anatomia, della fisiologia, della genetica e dell’endocrinologia consustanziale all’ideologia post-strutturalista e decostruzionalista. Il corpo non è più un dispositivo naturale e si è trasformato in un archivio culturale.
L’opzione culturalista (…) postula nondimeno che noi non nasciamo né di sesso maschile né di sesso femminile, ma neutri e che diventiamo ragazzi o ragazze solo per questioni di cultura, di civiltà, di società e d’indottrinamento, attraverso stereotipi che andrebbero decostruiti sin dalla scuola.”

[Teoria della dittatura, Ponte alle Grazie, 2020, p. 206]

Onfray evidenzia come questa ideologia che ci vuole “decostruire” le menti nasca da un’interpretazione semplificata del Secondo sesso di Simone de Beauvoir che sostiene che “donna non si nasce, lo si diventa”. In questo suo argomentare che “la fisiologia non rappresenta affatto un destino” la filosofa non nega affatto l’anatomia, a dire il vero, e infatti ci si sono parecchie pagine dedicate alle mestruazioni e ai loro effetti sulla vita delle donne. Comunque sia, personalmente sono poco interessato a entrare nella diatriba, trovo invece inaccettabile che il terreno dello scontro sia la lingua, e che sia in atto un tentativo di riformarla a questo modo. È il pensiero unico spacciato come universale che Onfray denuncia nella sua Teoria della dittatura. E il controllo della lingua – come nel Grande fratello di Orwell – è lo strumento primario.

In Italia il dibattito sulle desinenze discriminatorie non è ancora esploso, si sta solo affacciando, ma è possibile che nei prossimi tempi emergerà con veemenza come sta accadendo nei Paesi di lingua spagnola e anche francese.

 

Il linguaggio inclusivo alla conquista dei Paesi ispanici

In un articolo sul Washington Post (“Teens in Argentina Leading the Charge to Eliminate Gender in Language”, Samantha Schmidt, 12/05/19) si esaltano gli adolescenti argentini che stanno riscrivendo le regole dello spagnolo in modo da utilizzare il neutro e la cultura del genere, sostituendo le desinenze “a” e “o” simbolo di maschile e femminile con la “e” che suona come neutra in un dibattito globale (ma per chiamare le cose con il loro nome: globale = esportazione dei modelli statunitensi in tutto il mondo) che vede le istanze di matrice femminista saldarsi con quelle dei sostenitori delle identità non binarie. Nell’articolo si citano almeno cinque università argentine che hanno dichiarato di accettare questo “spagnolo inclusivo” nei compiti a scuola, mentre una pronuncia di un tribunale ha consentito di usare questo neutro anche ai giudici. Per un resoconto sulla questione che in Argentina sta suscitando dibattiti dai toni molto accesi, e spesso fanatico-religiosi, rimando a un articolo di Isa che vive lì e che ne riassume bene i contorni (e la ringrazio per gli scambi di idee e di materiale).

“Qui in Argentina – mi scrive Isa – nel giro di pochi anni vari movimenti sono riusciti a sdoganare formule per i plurali in ‘e’ ‘x’ e ‘@‘ per rendere neutri i sostantivi… al punto che sono usati anche degli istituti di istruzione superiore e l’associazione di traduttori locali ha persino fatto un seminario sulla traduzione inclusiva (!) con tanto di esercitazione pratica.
Su Facebook molti scrivono così e il partito peronista che ha vinto le ultime elezioni si è presentato con il nome di Frente para todes” (variazione del plurale corretto todos).

Il dibattito è così acceso che chi non aderisce a questa visione è additato di essere discriminatorio e condannato come fosse un razzista. Non si accettano visioni alternative, il fanatismo con cui il linguaggio inclusivo viene imposto non ammette opposizioni. Chi non è d’accordo con il nuovo totem commette sacrilegio: il tabù. Il linguaggio inclusivo include e ingloba nella propria visione unica e totalitaria – ma così facendo divide – e riduce il pensiero critico a pensiero che discrimina.

L’origine del plurale latinx (con la “x” inclusiva) nella lingua spagnola arriva dalle comunità “queer” della Rete – stando a un articolo su The Establishment – ed è così diventato un identificatore ampiamente utilizzato sia su piattaforme sociali come Tumblr sia nel lavoro accademico. Molti studiosi e attivisti, infatti, lodano la capacità dell’iniziativa di “includere meglio”. E addirittura sono stati riscritti libri come Il piccolo principe in uno spagnolo di genere neutro, con una mentalità da revisionisti-epuratori davvero aberrante, che in Italia non abbiamo visto nemmeno durante il fascismo (ma forse presto potremo anche noi avere edizioni dei Promessi Sposi inclusivi, chissà… io li sto già riscrivendo in itanglese, nel frattempo). Eppure gli intellettuali di sinistra non si scagliano contro queste iniziative, salutate invece come etiche. Di “etico” e giusto, però, c’è ben poco. L’ideologia inclusiva se ne frega di proposte veramente etiche, come per esempio l’esperanto, che sarebbe una lingua internazionale davvero neutrale, visto che è artificiale e concepita per essere appresa in pochi mesi risolvendo il problema della comunicazione tra i popoli, e ponendo fine all’imposizione globale della lingua naturale di popoli dominanti che non si sognano di imparare altre lingue e culture per comunicare, preferiscono imporre la loro lingua madre a tutto il globo. E i predicatori del linguaggio inclusivo, in Italia, non dicono una parola sulla discriminazione dell’italiano a favore degli anglicismi, che usano e preferiscono. Persino gli antiglobalisti più estremi da centro sociale si definiscono no global, parlando di fatto la lingua delle multinazionali che dicono di osteggiare e combattere. Sembrano ignorare che l’espansione della globalizzazione, nel suo estendere i modelli di mercato, coinvolge anche la lingua, e la dittatura dell’inglese si chiama appunto globalese. E ignorano il genocidio delle lingue in tutto il mondo, specialmente in Africa, proprio a opera dell’inglese. Un linguicidio denunciato da studiosi come Claude Hagège (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, 2002; Contre la pensée unique, Paris, Éditions Odile Jacob, 2012), Robert Phillipson (Imperialismo linguistico inglese continua. Esperanto Radikala Asocio Editrice) o scrittori africani come Ngugi wa Thiong’o (Decolonizzare la mente, Jaka Book 2015).

Insomma, non è l’etica o la razionalità ciò che muove la propaganda delle nuove crociate culturali basate sulla diffusione del pensiero unico inclusivo. È l’ideologia. Una ben precisa ideologia di matrice statunitense. Questa dottrina che vuole riscrivere la lingua non nasce dai linguisti, ma sgorga da altri ambienti politicizzati.

E le istituzioni linguistiche che posizioni hanno?

 

Le accademie spagnole, quelle francese e la Crusca

Per fortuna c’è anche chi si oppone duramente al revisionismo linguistico del linguaggio inclusivo fatto a tavolino. L’Accademia francese ha assunto delle posizioni irremovibili, in proposito, estromettendo la possibilità di inserire questi cambiamenti nel linguaggio istituzionale. Davanti alle regole di una “scrittura inclusiva” che si vuole imporre come norma ha lanciato un allarme all’unanimità mettendo tutti in guardia e rinominando questo revisionismo della lingua storica come “aberrazione inclusiva” con una dichiarazione ufficiale sul loro sito e altre varie prese di posizione.

Anche per molti linguisti spagnoli la forma neutra dal punto di vista del genere è una “aberrazione”. La Reale Accademia Spagnola ha dichiarato che questi cambiamenti grammaticali sono “inutili e artificiali”, ha preso posizione contro il “todes” inclusivo (al posto di todos che include anche todas), e si è pronunciata contro la “Guida all’uso non sessista del linguaggio” che aveva stilato e diffuso l’Università di Murcia.

La ministra spagnola Carmen Calvo nel 2018 aveva chiesto di riscrivere la Costituzione sostituendo i nomi maschili generici con forme più inclusive, il che avrebbe comportato il raddoppio di almeno 500 parole, come riferisce The Guardian (“La battaglia linguistica di genere neutro che ha diviso la Spagna”), ma sembra che l’economia linguistica – che detta legge quando si giustificano gli anglicismi preferibili alle formule italiane mediamente più lunghe – sia trascurabile, in questo caso.
Un membro della Reale Accademia Spagnola (“membra” suona male), Josefina Martínez, ha definito questa proposta uno “sproposito” e le sue dichiarazioni sono state ben riassunte da Gabriele Valle:

“In spagnolo, il maschile è inclusivo, il femminile no. E, forse provocatoriamente, [Martínez] lanciò una sfida: qualcuno pretende seriamente che il codice della strada si rivolga a guidatori e guidatrici, che l’ospedale si riferisca a malati e malate, che il fedele, recitando l’Ave Maria, dica «prega per noialtri e per noialtre, peccatori e peccatrici»?”
[“La lingua non porta pena: sul sessismo, tra Italia e Spagna”].

La Crusca ha invece un atteggiamento molto diverso.
Non ho trovato prese di posizione da parte dell’Accademia nei confronti delle proposte dello scevà o delle desinenze neutre, anche perché in italiano per il momento queste riforme ortografiche non hanno preso troppo piede, e chi usa questo linguaggio in Rete lo fa come i bimbominkia che usano la crittografia (xké, c6?) più che per riformare la lingua. Però queste soluzioni stanno cominciando a circolare e a essere proposte, e visto che si tratta di una tendenza internazionale che ha toccato concretamente altre lingue romanze forse sarebbe bene prendere posizione e stroncarle sul nascere, nel pieno spirito della filosofia del gruppo Incipit che dovrebbe arginare gli anglicismi nella loro fase incipiente, prima che si radichino.

In generale, però, la Crusca ha mostrato di accogliere di buon grado il linguaggio inclusivo. Da anni ha preso posizione e prodotto pubblicazioni sulla femminilizzazione delle cariche, stilando guide per un linguaggio non sessista nelle amministrazioni. La già citata pubblicazione di Cecilia Robustelli, avvalorata dalla Crusca, predica l’oscuramento del genere e la ripetizione di maschile e femminile, consiglia le formule come tutti/e i/le consiglieri/ e soprattutto – posizione per me inaccettabile, come non la accettano le accademie di Francia e Spagna – sostiene che esista un’equivalenza del genere grammaticale delle parole con il sesso delle persone, un’interpretazione ideologizzata, più che grammaticale.

Dunque, mi pare proprio che la Crusca per questi temi abbia rinunciato a essere un’istituzione descrittiva, che osserva l’evoluzione della lingua senza intervenire. È scesa in campo concretamente e ci ha messo la faccia (per usare qualche stereotipo di stampo giornalistico). Nel caso degli anglicismi, al contrario, è molto più timida. Nel 2015 ha dato vita al gruppo Incipit che avrebbe dovuto monitorare il fenomeno e arginare le parole inglesi e pseudo-inglesi con sostitutivi italiani, ma in cinque anni si è limitata a diramare 13 comunicati che contemplano meno di 30 parole. Senza alcuna pretesa di avvicinarmi alla competenza dell’Accademia, nel mio piccolo e da solo, nel settembre del 2018 ho pubblicato il dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi) che contemplava le alternative e i sinonimi di ben 3.500 parole inglesi in circolazione sulla stampa, ma oggi le voci sono oltre 3.700: 200 in più in 2 anni (grazie alle segnalazioni della comunità che è nata intorno al progetto). E allora l’Accademia avrebbe forse potuto fare qualcosa di più. È vero che alcuni accademici – dal presidente Marazzini al professor Sabatini – sono intervenuti più volte pubblicamente contro l’abuso dell’inglese, ma la Crusca come istituzione non ha mai stilato guide pratiche per evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale come ha fatto nel caso del sessismo (e come chiede la petizione a Mattarella litalianoviva che invito tutti a diffondere).

La mia impressione è che, a parte qualche condanna generica e ramanzina al vento, non voglia intervenire sulla questione dell’inglese in modo sistematico. Tra l’intervento sul sessismo e sull’anglicizzazione, prevale nettamente il primo aspetto.

Tra le pochissime prese di posizione di Incipit c’è l’invito a sostituire stepchild adoption con “adozione del figlio del partner”, cioè la sostituzione di un anglicismo con un altro (una formula mista e lunga), giustificata dal fatto che “partner” è ormai di uso comune, come si legge nel comunicato n. 5, del 15 febbraio 2016. In realtà si sarebbe potuto dire “coniuge”, ma non va bene perché implica un matrimonio, mentre esistono anche le coppie di fatto. Ci sarebbe “convivente”, ma se poi i genitori fossero separati? Adesso è di moda dire “congiunto”, grazie a Giuseppe Conte, ma si sarebbe potuto anche proporre “compagno”… E allora perché la scelta di partner?
A mio avviso la risposta è semplice: è una parola inclusiva, e va bene sia per gli uomini sia per le donne. In questo caso sembra proprio che la questione del linguaggio inclusivo abbia avuto la meglio su quella degli anglicismi!
A dire il vero il professor Francesco Sabatini ha proposto un neologismo di formazione rigorosa, bellissimo, chiarissimo, conciso e inequivocabile: adozione del “configlio”. Tuttavia, nel comunicato n. 8 del 20 gennaio 2017 che riassume tutto l’operato del gruppo Incipit (una ventina di anglicismi) “configlio” è sparito. Non sarà che accanto all’orrore per la creazione dei neologismi a tavolino che evoca il purismo e il neopurismo ci sia anche il fatto che poi si discriminano le configlie?

E che dire delle consulenze linguistiche sul sito dell’Accademia che giustificano selfie che sarebbe differente da autoscatto o dichiarano brainstorming intraducibile e know how di difficile sostituzione mentre le stesse parole sono invece tradotte e condannate dalle accademie di Francia e Spagna?

Sul sito Italianoinclusivo si legge:

“Le lingue evolvono. Le prime volte che si è sentita la parola “sindaca” probabilmente ci si è accapponata la pelle. La seconda, un po’ meno. Ora, è già percepito come accettabile, se non del tutto normale, e ciò nonostante secoli di uso solo al maschile. Stessa cosa per le altre lingue: ancora oggi, in inglese, c’è chi si oppone strenuamente al singular they. Ma più passa il tempo, più si sta facendo parte integrante dell’uso comune e percepito come sempre più normale.
Il modo migliore, quindi, per superare questa sensazione è usarlo costantemente.”

Ecco, credo che sostituendo in questo passo le parole sindaca e singular they con autoscatto al posto di selfie le cose siano più chiare.
Questi siti, come quelli istituzionali e la Crusca stessa usano due pesi e due misure: consigliano, prescrivono ed educano nel caso del linguaggio inclusivo, mentre nel caso di anglicismi come selfie sostengono che le sfumature dell’inglese sarebbero diverse e li giustificano. Ma non è vero, il significato è identico (come sostiene anche il Devoto Oli), e affermare che autoscatto non è come selfie è un atteggiamento che ho chiamato anglopurista: si parte dall’uso della parola inglese (trascurando il significato identico a quello italiano) per affermare che esprime qualcosa di nuovo, e invece di fare evolvere la parola italiana equivalente e rilanciarla invitando a usarla, la si relega al vecchiume – la si cristallizza nel suo significato storico come ai tempi del purismo – facendola così morire. Insomma, pur di non rivedere i significati “puri” storici dell’italiano si preferisce passare all’inglese per indicare tutto ciò che è nuovo.

In conclusione, tra l’introduzione del linguaggio inclusivo, e la giustificazione degli anglicismi, i risultati convergono in una sola direzione: l’americanizzazione della nostra cultura e della nostra lingua.

“E l’Italia è questa qua…” (Elio e le storie tese).

Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese

Era il 1965 (secondo varie fonti) quando Ted Nelson coniò il termine ipertesto (hypertext), ispirato dallo scritto di un ingegnere (Vannevar Bush, “As We May Think”, in The Atlantic Monthly, 1945) che aveva ipotizzato una macchina teorica fatta di schermi translucidi, il Memex, in grado di associare pagine di libri riversati su diapositive. Nelson vide nel calcolatore uno strumento concreto per realizzare quel sogno, e ne delineò i fondamenti con il progetto Xanadu, sfociato in un programma per realizzare questi collegamenti (seguito dal libro Literary Machines, 1982).

Questa è la storia dell’ipertesto che ci hanno raccontato i manuali statunitensi. Ma c’è anche un’altra storia, visto che proprio nel 1965, in Italia, vide la luce un voluminoso tomo con l’analisi della Divina Commedia che era stata riversata in un calcolatore e suddivisa in indici con le concordanze, le rime, le frequenze… cioè un ipertesto stampato su carta (a cura di Carlo Tagliavini, realizzato da Ibm Italia). Quest’opera seguiva le orme dei lavori di Roberto Busa, un gesuita italiano studioso di Tommaso d’Aquino. Fu lui il primo uomo al mondo che utilizzò un calcolatore per l’analisi linguistica e per creare ipertesti (anche se non li chiamava così e avevano qualche differenza concettuale):

“Sin dal 1946 aveva pensato a come utilizzare una macchina nella catalogazione del corpus tomistico e per la creazione di indici sistematici. Così, con l’appoggio di IBM, si recò a New York dove, a partire dal 1949, cominciò a lavorare sulle prime macchine a schede perforate per inserire in un mainframe tutte le opere di San Tommaso, in latino, codificando ogni parola e registrandone tutte le flessioni. Il primo volume di questa impresa titanica uscì nel 1951”.

[Antonio Zoppetti, Blog. PerQueneau? La scrittura cambia con internet, Luca Sossella, Roma 2003]

Sono stato il primo a divulgare questa storia, nel 2000 in Rete e nel 2003 in un libro. Il primo ipertesto della storia, ben 15 anni prima che Nelson ne inventasse il nome, fu realizzato da un italiano, in latino, non in inglese. Alla morte del gesuita, nel 2011, questa ricostruzione è stata ripresa da molti giornali in Italia (La stampa, il Giornale, l’Osservatore romano) e in tutto il mondo (Brasile, Polonia, Vietnam, Cina). Da qualche anno il contributo di Roberto Busa è stato riconosciuto universalmente, e oggi è considerato il padre della linguistica computazionale.

Questo aneddoto è utile per comprendere qualcosa di molto importante: il predominio economico e culturale angloamericano, insieme alla propria lingua esporta anche la propria visione delle cose, che il più delle volte è di parte ed è quella che gli fa più comodo. La storia la scrivono i vincitori, e ciò che conta non è chi ha inventato qualcosa, ma chi l’ha imposto sul mercato. Ecco perché l’ipertesto è considerato un’invenzione d’oltreoceano, il personal computer non è stato inventato dalla Olivetti, e il telefono è stato inventato da Bell invece che da Meucci. Tutto questo ha a che fare anche con la lingua, uno strumento del “colonialismo culturale” ed economico molto potente. E così la tecnologia senza fili inventata da Marconi oggi la chiamiamo wireless, applicata alla Rete, e se un tempo esportavamo le nostre eccellenze nella nostra lingua (nel Rinascimento quelle artistiche, successivamente quelle musicali) oggi le esprimiamo sempre più spesso in inglese: il made in Italy o l’italian design.

Dovremmo riflettere maggiormente sulle conseguenze dell’accettazione dell’inglese come lingua franca internazionale, perché non è una scelta innocente, né etica, né l’unica possibile, come testimoniano i casi del latino e dell’esperanto.


Il latino non è solo una lingua morta

Quando si dice che il latino è una “lingua morta” non si tiene conto del fatto che è utilizzato come lingua franca in tutto il mondo per esempio negli ambienti cattolici e del Vaticano. Roberto Busa scriveva in latino per rivolgersi agli studiosi di San Tommaso di ogni Paese, e la sua opera, commercializzata a partire dal 1989, si intitolava Thomae Aquinatis Opera Omnia. Cum hypertextibus in cd-rom.

thome aquinatis opera omnia roberto busa 2

Nel lavorare alla riedizione di questo lavoro, nel 1992, fui molto colpito e allo stesso tempo divertito da espressioni come cum hypertextibus e da questa modernizzazione del latino, e rimasi molto sorpreso quando Busa mi spiegò che nella comunicazione internazionale tra religiosi si usavano normalmente parole come telephonum e molte altre che servivano a tenere vivo il latino, visto che era utilizzato e diffuso, seppur da una comunità ristretta rispetto a quella dell’inglese.

La traduzione delle neologie in latino è di recente rimbalzata su vari giornali (da la Repubblica a Vatican News) in occasione di un libro della Libreria Editrice Vaticana con i cinguettii di Papa Francesco tradotti in latino. Lo sforzo del Vaticano di tradurre in una lingua antica i concetti moderni produce neologismi interessanti da cui forse dovrebbero trarre qualche spunto anche i linguisti italiani. I tweet sono breviloquia, il computer è un instrumentum computatorium e il sistema di navigazione satellitare GPS è l’universalis loci indicator. In sintesi, il latino si arricchisce di neologismi che in italiano (da questo punto di vista una lingua molto più morta) sono invece detti in inglese. Nel manuale di istruzioni del cd-rom di Busa (redatto anche in inglese e italiano) i file erano detti documentum-i e il mouse era definito instrumentum quod “mouse” vocatur (strumento chiamato mouse), ma nella versione in latino della Wikipedia la soluzione di oggi è quella più semplice e naturale, la stessa adottata in francese, spagnolo, portoghese, tedesco… quella di tradurlo con topo: mus (computratalis).

Di sicuro qualcuno riderà davanti a questa “bizzarria” di far rivivere il latino come lingua franca davanti all’inglese (personalmente invece la rispetto e la apprezzo enormemente, nonostante le mie profonde convinzioni anticlericali). Qualcun altro la potrà bollare come un ritorno al Medioevo. Eppure il latino medievale aveva in sé un elemento etico e democratico che non appartiene all’inglese globale: non era la lingua madre di nessuno, era la seconda lingua letteraria di teologi, giuristi e talvolta anche di scienziati che la utilizzavano per la comunicazione internazionale “ad armi pari”. L’inglese è invece la lingua quotidiana di chi la impone a tutti gli altri con la prepotenza della propria supremazia, il che ha delle conseguenze culturali, politiche ed economiche che spesso vengono sottovalutate. A cominciare dalla sua intelligibilità: nelle conversazioni in inglese tra chi non è madrelingua la comprensione è di solito agevolata (entrambi gli interlocutori ricorrono alla lingua franca), mentre nelle conversazioni con i madrelingua inglesi c’è necessariamente una condizione di inferiorità di chi deve ricorrere a una lingua ausiliaria che non gli appartiene.


Giorgio Pagano e l’ingiustizia dell’inglese come lingua franca

 

Giorgio Pagano
Giorgio Pagano.

Un’altra conseguenza molto deleteria del ricorso all’inglese come lingua franca è denunciata con forza da moltissimi pensatori di ogni Paese, e in Italia è stata messa ben in evidenza da Giorgio Pagano:

“La Gran Bretagna sul non insegnamento della lingua straniera nelle proprie scuole risparmia 18 miliardi di euro l’anno, mentre l’Italia ne spende 60, di miliardi l’anno, per colonizzare la mente dei propri giovani nella sola lingua inglese. Stiamo parlando di circa 900 euro l’anno per ciascun italiano, piccolo o grande che sia. Questo è danaro che si toglie alle nostre università, alla nostra ricerca, ai nostri precari, alle nostre case editrici, alla nostra creatività e innovazione, andando ad ingrandire quelle straniere.”

[Citazione tratta dal sito dei radicali]

Dire che l’inglese di oggi è come il latino di un tempo, la lingua internazionale del nuovo Millennio, è un’affermazione ambigua. Questa analogia non va fatta con il latino medievale usato come lingua franca degli studiosi (che non era la lingua viva di nessuno), ma con quello della Roma imperiale, che nella sua espansione (di sicuro oggi moralmente non giustificabile) ha colonizzato tutto il mondo. Allo stesso modo l’inglese planetario odierno rischia di ridurre le altre lingue a dialetti, se non a distruggerle. Secondo Claude Hagège, che si occupa della dimensione internazionale della linguistica, nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa.

“È un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale”. E la principale minaccia è proprio l’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”.

[Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7 e p. 99].

Giorgio Pagano è in prima linea da molti anni nella denuncia delle conseguenze che comporta l’adozione dell’inglese a livello internazionale, e ha anche messo in risalto che il progetto di una “dominazione linguistica” mondiale segnerebbe il passaggio dal colonialismo fisico, dei territori, a quello culturale di epoca moderna. Un’ideologia che si rintraccia esplicitamente in Roosevelt o in Churchill che il 6 settembre del 1943, all’università di Harvard, dichiarò in modo lucido:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

[“The power to control language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind”. Fonte: Winston Churchill – in dialogo con Roosevet – Università di Harvard, 6 settembre 1943].

Per questi motivi Pagano è arrivato al punto di fare vari scioperi della fame per sensibilizzare tutti su questo argomento, e la soluzione che propugna è quella, etica, dell’esperanto.

Le speranze dell’esperanto

Ludwik Zamenhof esperanto

L’esperanto è una lingua artificiale elaborata nell’arco di 15 anni (1872-1887) da un medico e linguista polacco, Ludwik Lejzer Zamenhof, con lo scopo dare vita a un sistema di grande semplicità che si possa utilizzare nelle comunicazioni internazionali e che possa essere di tutti, invece di adottare la lingua naturale di un solo popolo. Si scrive come si pronuncia (un suono per ogni lettera), ha una grammatica lineare e senza eccezioni fondata su 16 regole principali che prevedono che i nomi terminino in -o, gli aggettivi in -a, e che i plurali si formino con -j. Il lessico pesca dalle radici internazionale più diffuse e comprensibili in ogni lingua, spesso latine, ed è concepito per essere appreso in modo molto semplice anche in età adulta e in modo autodidatta.

Questa proposta che arrivava da uno sconosciutissimo trentenne fu accolta sin da subito con molto scetticismo dai linguisti, che la considerarono una follia. La sua efficacia, però, emerse nel 1905, quando gli esperantisti di una ventina di diversi Paesi si riunirono in Francia comunicando tra loro in esperanto. Da allora questa lingua è uscita dalle mani del fondatore per diventare patrimonio degli esperantisti e dell’umanità, almeno negli intenti, visto che non si è mai imposta concretamente come una lingua accettata dalla comunità internazionale. La sua espansione entrò in crisi con le guerre mondiali, e non fu mai presa in considerazione come lingua “neutrale”. Hitler, al contrario, la definì la “lingua delle spie”, creata da un ebreo, e perseguitò gli esperantisti, perseguitati anche da Stalin e in vari Paesi. Nel dopoguerra continuò a rimanere una proposta senza seguito, benché, nel 1954, l’UNESCO ne riconobbe il valore e si impegnò nella sua diffusione. In tempi più recenti ci sono state proposte per utilizzare l’esperanto per esempio all’interno dei lavori del Parlamento Europeo, ma sono sempre state rifiutate.

Asterix il gallico in esperanto asteriks la gaulo
Asterix il gallico in un’edizione in esperanto.

Nonostante questa storia infelice, va detto che l’esperanto esiste! È parlato da almeno un milione di persone nel mondo, esistono molti libri tradotti, e persino qualche scrittore che l’ha impiegato come lingua letteraria, per esempio il poeta scozzese William Auld. Esiste anche qualche film o opera teatrale, ci sono vari gruppi musicali che lo utilizzano, c’è una radio che trasmette in questa lingua dal 2011 (Radio Muzaiko), e c’è la versione in esperanto della Wikipedia che ha un numero di voci superiore a quello di altre lingue naturali. Ultimamente, c’è anche un portale in Rete, evoluto da un indirizzario fisico nato nel 1974, che permette di viaggiare attraverso lo scambio di ospitalità tra gli esperantisti di tutto il mondo.

L’esperanto è perciò una realtà e una soluzione possibile più che un’utopia, una parola che non designa qualcosa di irrealizzabile (lett. un luogo che non esiste), ma solo qualcosa di irrealizzato. Se l’esperanto si insegnasse nelle scuole di tutta l’Europa, per esempio (visto che l’uscita del Regno Unito rende di fatto l’inglese una lingua extracomunitaria, a parte qualche cavillo), nel giro di una generazione potrebbe davvero essere la lingua franca del futuro. Ma naturalmente un progetto del genere andrebbe contro gli attuali assetti del potere, che non possono che osteggiare soluzioni come queste: neutrali, democratiche, pacifiche e razionali, dunque non convenienti per chi oggi sfrutta i vantaggi della propria posizione di dominio. Pensare che l’esperanto sia una soluzione praticabile è “utopistico” solo per questo motivo.

Invece di andare fieri dell’inglese globale, dovremmo riflettere sulle conseguenze del nostro esserne subalterni e ripensare agli insegnamenti di Alexis de Tocqueville, che nello studiare il modello della democrazia statunitense, ci ha insegnato una cosa fondamentale: l’importanza di difendersi dalla tirannia della maggioranza.

 

Per saperne di più c’è il sito esperanto.it dove è anche possibile imparare gratuitamente l’esperanto.