Oltre il “prestito”: smart workers, pet economy e l’itanglese del lavoro

Nel 2020 l’espressione smart workinggià esistente e in uso da qualche anno come fosse un tecnicismo – è diventata comune e sempre più utilizzata. Ha fatto il salto, è uscita dal suo ambito d’uso per penetrare nella lingua comune, seguendo lo stesso percorso di migliaia di altri anglicismi che si stanno stratificando nell’italiano.


Smart working non è né un prestito né un internazionalismo, visto che lo usiamo solo noi e che negli Stati Uniti si parla di home working. È dunque un “trapianto” di radici inglesi che abbiamo accostato da soli riutilizzando parole che circolano sempre più frequentemente e che sono entrate così nella disponibilità di tutti i parlanti. Ho già ricostruito la storia di “smart” che più che essere un “prestito” è una radice prolifica che si ricombina in ogni modo generando una nuvola di anglicismi, pseudoanglicismi e ibridazioni che ricorda i meccanismi linguistici dei Barbapapà e dei barbatrucchi. Work non è da meno, e nel 2021 si stanno moltiplicando le occorrenze degli “smart workers”, che compaiono con la “s” del plurale, in una tendenza che viola le regole dell’italiano per cui i forestierismi sarebbero invariabili, e che mi pare si stia consolidando in vari altri casi.

Dal Corriere.it del 16/2/21

Se l’attività lavorativa diventa work, la conseguenza è che i lavoratori diventano worker(s), come ci sono i blogger, e non i bloggatori, i promoter e non i promotori, e centinaia di altri esempi del genere. Qui il “prestito” non riguarda più i singoli vocaboli ma coinvolge un’intera categoria di nomi che passano dalle desinenze italiane a quelle in inglese in “er” in modo sempre più normale.

Cercare di spiegare questo tipo di inferenza attraverso la categoria del “prestito”, come continuano a fare i linguisti, significa non comprendere cosa sta accadendo in ormai troppi ambiti, dove l’inglese è qualcosa di ben più ampio, profondo e diverso. Il linguaggio del lavoro, per esempio, è ormai itanglese allo stato puro, e non abbiamo più a che fare con singole parole importate, ma con una rete lessicale di anglicismi interconnessi che ha preso vita.

L’altro giorno leggevo del Bozzato Hub coworking di Cesano Boscone, con le sue postazioni ufficio open space per start-up e professionisti, che è diventato un punto di riferimento per tanti freelance e smart workers. Poi sono passato a un articolo intitolato “Il futuro di freelancer e smart workers secondo il manager Roberto D’Incau”, un imprenditore che ha un passato da executive con esperienze di headhunter e coach. Nel pezzo dispensa consigli su come avere un time management efficace o come coltivare il proprio network relazionale, che è un’importante occasione di new business development dove è necessario lavorare anche di notte – e il rischio di burnout è sempre in agguato – perché là dove c’è la business community di riferimento è fondamentale inserirsi all’interno di un folto network di professionisti. Alla domanda: “Come potrebbe evolversi lo smart working?” la risposta è: “Secondo me, diventerà un must nelle nostre vite. Magari non al 100% come durante il lockdown…”
Di esempi di questo tipo se ne potrebbero fare milioni. La lingua del settore è questa. Nessuna illusione ottica, c’è poco da negare.

La cosa che più inquieta è che questo modo di parlare non è solo un vezzo “marginale” confinato nel suo ambito, si istituzionalizza, e dunque nasce ufficialmente il primo sindacato degli smart workers che è stato chiamato “Smart but strong” (cfr. “Smart but strong, anche in Italia nasce il sindacato degli smart workers”) e che è “partito da un gruppo di impiegati milanesi che nel 2020 hanno sperimentato l’home working come strategia aziendale per far fronte all’avanzare del Covid-19.”

Le parole veicolano concetti, e nella nostra follia di importare concetti solo dalla cultura angloamericana, ecco che il più delle volte si adottano in modo crudo, oppure si reinventano in inglese anche quando sono il frutto del modo di pensare italiano (forse dovrei dire l’italian thinking?) come nell’invenzione del South working scaturita dalla geniale visione (NdA = vision per chi non mastica l’italiano storico) di una ventisettenne palermitana.

Questi concetti si innestano ai vertici della gerarchia lessicale, il che significa che non si tratta di “prestiti” innocenti, paragonabili alle altre parole: diventano le nuove categorie per interpretare la realtà, da cui consegue che il settore alimentare diventa quello del food contrapposto al non-food, mentre l’economia diventa economy nella sua strutturazione fatta di new economy, sharing economy, gig economy o green economy, dove a sua volta green prende il posto di verde o di ecologico in una moltitudine di altre espressioni. Questa gerarchia porta poi al fatto che ormai un gran numero di manifestazioni, o nomi di prodotti e società, sono espressi da titoli-concetti in inglese anche quando sono italiani (cfr. “Bookcity e la gerarchia degli anglicismi”).

Il sindacato “Smart but Strong” degli smart/home-workers non è un’eccezione o una bizzarria, è la conseguenza sempre più ampia di questa americanizzazione culturale, prima che linguistica, che ha molti altri precedenti, dall’introduzione della figura del train manager al posto del capotreno nei contratti e nella comunicazione di Italo a quella nuova e senza alternative dei navigator, o dai diritti dei riders all’associazione dei pet sitter che si batte per il riconoscimento di un albo per queste nuove figure professionali dove a nessuno viene in mente di porsi il problema di come chiamarle in italiano. C’è solo l’inglese. Punto.

L’altro problema, per l’italiano, è la prolificità di questi anglicismi che non sono affatto “prestiti” ma si allargano pericolosamente nella creazione di una lingua ibrida sempre più ampia. Se c’è il pet sitter c’è anche il pet sitting (“ing” è un’altra desinenza che diventa la regola, dal working al blogging o al cooking e così via), e in un sito specialistico si disserta come fosse normale di family pet sitting, pet economy, pet host, pet travel, in una cornice dove sempre più spesso i proprietari degli animali son detti “tecnicamente” pet owners e si parla ormai di pet food che è diventato il nome di un nuovo settore industriale e pubblicitario che si ritrova nelle insegne dei negozi o nei reparti dei supermercati.

Tutto ha avuto inizio con la figura del dog sitter, importata dagli Usa una decina di anni fa, cui è seguita quella del cat sitter e poi del pet sitter, e siamo tornati alla logica dei Barbapapà, o della bat-mobile e della bat-caverna, che si è inserita sull’antica “maledizione della baby sitter”, dove a proliferare era baby, prima che lo diventasse anche sitter.

Non importa se questi fenomeni derivino dallo scopiazzare lavoretti (detti anche mini-job) come quelli di portar in giro i cani della borghesia dei quartieri di Beverly Hills o dall’importare la più elevata strategia dell’home working dalla Silicon Valley, il punto è che non siamo più di fronte ai singoli prestiti, ma a un ben più generale trapianto culturale in cui la lingua che utilizziamo si contamina con modalità diverse e cento volte più profonde.


Parole come home, smart, work… non sono prestiti linguistici, sono semmai “prestiti concettuali” che fanno la lingua e la ridisegnano in un modo più ampio, e non solo quella del lavoro ma anche della scuola e dell’alta formazione, visto che queste realtà sono sempre più intrecciate.
Per averne un’idea basta leggere un articolo come questo che riporta i trend e “risultati della ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno online Stay at home, stay in a Smart Home: la casa intelligente alla prova del Covid.”

Il titolo è in inglese e l’italiano è affiancato subito dopo con uno schema di classificazione concettuale ben preciso che rappresenta la nuova tassonomia dell’itanglese aziendale: concetto in inglese, e italiano di supporto. Internet delle cose è inglese, come il nome della scuola di un Politecnico che vuole insegnare in inglese prima che in italiano. In attesa della sostituzione della nostra lingua con questo inglese globale si procede con la sostituzione dei concetti chiave, e le scuole di formazione educano le nuove generazioni a questo modello proprio avvalendosi di professori che sono sempre più professionisti. Basta scorrere l’elenco dei docenti di una scuola come l’Accademia di comunicazione di Milano per vedere come si definiscono: sono quasi tutti Founder e Co-Founder, Ceo, Graphic Designer, manager, specialist e director di qualcosa in inglese, mentre le figure come quelle di docente, giornalista, illustratore, direttore sono ormai una minoranza forse in via di estinzione. E il linguaggio in cui queste persone si esprimono, insegnano e formano è l’itanglese.

Per interpretare nel modo corretto questo fenomeno è ora di buttare via l’antica e ingenua categoria del “prestito” – e insieme a essa sarebbe forse il caso di buttare via parecchi libri di linguistica – e cambiare sistema di riferimento, se non si vogliono misurare le dimensioni di un’onda anomala con un righello. Non ci vuole un genio per capirlo, basta studiare quello che succede invece di perseguire nella teoria linguistica dello struzzo che infila la testa sotto terra.

11 pensieri su “Oltre il “prestito”: smart workers, pet economy e l’itanglese del lavoro

  1. Ottima (e triste) fotografia di vari elementi dell’itanglese del 2021. Cadono veramente le braccia, altro che prestiti, magari “di necessità”? Ricordo quando lo scorso anno dopo la diffusione del termine “smart working” (spinto da tutti i mezzi di informazione) a un certo punto si è diffusa anche l’espressione “essere in smart working” (es. il mio collega è in smart working). Lì si è toccato veramente il fondo. Ovviamente l’espressione ha subito attaccato.

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    • Le variazioni di radici inglesi in “er” e in “ing” sono davvero tantissime ormai. Work, worker e working non sono più 3 “prestiti” isolati, sono l’interiorizzazione di una regola che si declina in centinaia di casi. Lasciamo perdere l’idiozia della necessità, è proprio il concetto di “prestito” che è da buttare via, se si vuole comprendere cos’è l’interferenza dell’inglese.

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  2. Leggere certe testimonianze dolorose mi fanno scappare solo imprecazioni per questi decerebrati spacciatori di itanglese. Ad un certo punto mi vien da pensare che se il fascismo non fosse esistito a quest’ora anche la lingua italiana sarebbe in perfetta salute e la sua tutela non verrebbe più vista come un tabù, dico bene ?

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    • Credo che l’italiano saebbe ugualmente coinvolto da un processo di colonizzazione linguistico mondiale, visto che gli anglicismi si espandono insieme alle multinazionali e alla globalizzazione in tutto il mondo. Certo, se avessimo una politica linguistica il fenomeno potrebbe essere arginato, lmiitato e contrastato come avviene in Francia o in Spagna.

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      • Infatti. Ma il problema è che a noi non manca soltanto la politica linguistica, ci manca proprio una politica attenta agli interessi nazionali in generale. Mi sono preso la briga di scrutare il curriculum dei vari tecnici arruolati da Draghi nel nuovo governo. A parte Giovannini è tutta gente che ha studiato o avuto (o ha ancora) incarichi presso università o istituti inglesi/statunitensi. Curriculum adatti per un governo coloniale a dirigere per l’appunto una colonia. Non credo che questo tipo di persone avrà molto interesse al problema dell’italiano.
        Una curiosità: ho notato che il caro e vecchio “Monopoli” col quale giocavamo un tempo è oggi diventato “Monopoly”. A quanto pare nel 2009 i diritti per l’Italia sono stati acquisiti dalla Hasbro (azienda statunitense) la quale evidentemente senza alcuna considerazione per il nostro paese (e perchè dovrebbe poi visto che i primi a non tenere alla nostra lingua siamo proprio noi?) ha anglicizzato il nome allineandolo a quello originale. Così oggi in Italia si gioca a Monopoly non più a Monopoli e non so se sia anche cambiato qualcosa nei nomi delle vie o delle altre definizioni e di certo non lo andrò a comprare per scoprirlo.

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        • Una poltica linguistica dovrebbe promuovere litaliano con campagne mediatiche interne insieme alla promozione della nostra lingua sul piano internazionale. Ma il pesce puzza dalla testa e la nostra classe dirigente è colonizzata e composta da collaborazionisti. A questo si aggiungono le pressioni esterne, il caso del monopoli non è isolato, fa parte di una logica complessiva che va di pari passo con i titoli dei film in americano e con il passaggio dall’uomo ragno a spiderman e simili…. fino a quando non decideranno di ribattezzare Micky Mouse anche topolino.

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          • Inoltre è possibile che anche i giornalisti più “anglomani” si siano formati principalmente all’estero ?

            Per quanto riguarda invece il presidente Mattarella, visto che lui era anche membro onorario della Crusca allora è strano che fino ad ora non ci abbia ancora dato una risposta alla nostra supplica (forse avrà altri problemi da pensare visto la situazione della pandemia ? Vediamo come sarà dopo il coronavirus…).

            Nel frattempo ci sono dei senatori politici che invece hanno risposto volentieri con interesse alla lettera di uno dei nostri lettori in merito ad una possibile politica linguistica (sperando che non facciano false promesse senza seguito).

            Sempre nel frattempo, la petizione di Giorgio Pagano per l’italiano come lingua di lavoro presso la UE si è appena conclusa con 1.134 firme (non sono se può bastare).

            In quanto alla lettera di protesta a Franceschi siamo attualmente fermi a 248 firme. Dove trovare altri volontari ? Purtroppo da parte mia non conosco altre persone potenzialmente interessate a firme una lettera del genere… 🤔

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