Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata

Nel gennaio del 2020 l’Académie française ha dato vita a una commissione incaricata di esaminare la comunicazione istituzionale francese, e l’ultimo rapporto appena uscito (15 febbraio 2022), ha denunciato la “sensibile e preoccupante” anglicizzazione e le sue conseguenze.

Voglio diffondere i risultati di questo studio con qualche riflessione e comparazione con ciò che accade in Italia, dove il fenomeno è ben più ampio e profondo.

Il Rapporto sulla comunicazione istituzionale francese

Il Rapporto parte con una notevole raccolta di esempi. Sono tutti documenti copia-incollati da siti ministeriali, di amministrazioni locali, organismi territoriali, scuole, enti di formazione, musei, manifestazioni culturali, grandi gruppi pubblici e privati.

POSTE
Uno dei casi che si presta maggiormente a una comparazione con ciò che avviene in Italia è forse quello delle Poste. In Francia viene denunciato l’uso di “Pickup”, la denominazione di una gamma di servizi per le spedizioni che si declina in locuzioni come “Pickup Logistics”, destinata alla logistica urbana, o “Pickup Station” invece di punto di spedizione.
Tutto il mondo è paese? Non esattamente. In Italia le cose sono molto più gravi.

Proprio un anno fa avevo pubblicato l’elenco sterminato di anglicismi che si trovano sul sito delle Poste italiane, e più di recente anche il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca (Comunicato n. 17) è intervenuto per ricordare che quelli che poco tempo fa erano contraddistinti dalle diciture “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo oggi si chiamano “Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web, con un ordine dei componenti dei sintagmi che non pare rispettare sempre alla perfezione quello reale della lingua inglese.”

AIR FRANCE/ALITALIA/ITA AIRWAYS
Il confronto Francia/Italia appare impietoso anche nel caso delle compagnie aeree di bandiera. Bisogna specificare che nella locuzione “Air France” la parola ”air” è francese e non inglese, dunque si pronuncia pressappoco “er frans” e non “air” all’inglese come capita di sentir dire in Italia. L’Académie denuncia che lo slogan storico “Rendere il cielo il posto più bello della terra” è stato sostituito da “Air France, France is in the air” dove l’accento sui valori tricolori francesi è in inglese. Da noi, invece, il “restyling” non ha coinvolto il motto, bensì la stessa denominazione di Alitalia che è diventata direttamente ITA Airways, una svolta che si è aggiudicata il primo premio come peggior cambio di marchio del 2021 a livello mondiale.

ALTRI ESEMPI
Tra i tantissimi anglicismi presi in considerazione dall’Accademia francese ce ne sono molti che circolano anche in Italia, e sono la conseguenza dell’espansione delle multinazionali d’oltreoceano (e della loro lingua) in tutto il mondo, per esempio food (il programma “Act For Food” di Carrefour), hub e team (“Hub de la compagnie nationale Air France et principal hub européen de l’alliance Sky Team”). Questa pressione esterna fortissima è alimentata anche dalla diffusione dell’inglese interazionale delle pubblicità o delle realtà lavorative, e si riflette poi sulle scelte di Canal+ di introdurre espressioni come “My Canal” e di parlare di canali “en live et en replay”, oppure nell’anglicizzazione di eventi e manifestazioni pubbliche.
Ma, ancora una volta, gli esempi riportati ci fanno sorridere davanti a Rai Movie, Rai News, Ray Play…, alle trasmissioni dove persino l’italianità è espressa in inglese (Italia’s got talent) o ai progetti come quello annunciato l’anno scorso da Dario Franceschini di una piattaforma per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” che però si chiama ITsART, come se la lingua italiana non facesse parte del patrimonio culturale.

Osservazioni e riflessioni dell’Académie française

Nelle osservazioni sugli esempi raccolti, l’Académie française spiega che l’interferenza dell’inglese riguarda molteplici aspetti del lessico che vanno oltre i singoli termini per trasformarsi in “scelte ripetute” e “tic linguistici” che finiscono col produrre una vastità di terminazioni in -ing (es. coworking) che porta all’affermarsi di una suffissazione che ha la meglio su quella francese (tracking, invece di traçage, upcycling invece di surcyclage). Sono gli stessi meccanismi che ho rilevato in italiano (cfr. “Anglomania compulsiva: dai singoli ‘prestiti’ alle regole dell’itanglese”): “Se c’è il working e il co-working ci sono poi i worker e i co-worker, come ci sono i rocker e i rapper (non i rocchetari e i rappatori), i blogger (non i bloggatori), i rider…”.

OLTRE IL “PRESTITO” E IL LESSICO
Questi fenomeni finiscono così per stravolgere la morfologia di una lingua, soprattutto davanti alle “forme ibride” che l’Accademia francese bolla come vere e proprie “chimere lessicali” che “non appartengono più né al francese né all’inglese”: i verbi e i nomi derivati (brainstormingbrainstormer, start-upstartupper). Tutto ciò esiste da tempo anche da noi, ma mi pare di un ordine grandezza superiore (ho provato a classificare e quantificare le nostre ibridazioni nell’articolo sulla Treccani “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione“). L’interferenza dell’inglese, inoltre, per gli studiosi francesi esce ormai dalla sfera del lessico per coinvolgere anche la “struttura della lingua” (cioè la sintassi) sia per l’inversione dell’ordine delle parole (un business model, un QR code) sia per gli accostamenti dove tendono a cadere le preposizioni e gli articoli, per esempio in espressioni come “le Manager Travaux” invece del “lavoro del manager” o “un coach produit” invece del “prodotto di un coach”, un fenomeno che anche noi ben conosciamo.

Il Rapporto spiega che tutti questi e anche altri fenomeni incidono molto sulla stesura dei testi francesi. E benché analoghi processi di interferenza linguistica, in passato, con il tempo siano spariti e si siano fusi in un adattamento che li ha resi francesi dal punto di vista grafico e fonologico, attualmente il numero sempre più crescente di anglicismi rende difficile l’assimilazione e la francesizzazione. L’inglese, al contrario, sta producendo “effetti sulla struttura stessa della frase: la sintassi è sconvolta, il che costituisce un vero e proprio attacco alla lingua, in quanto è colpita la logica stessa del pensiero, e la struttura analitica della frase francese è soppiantata dalla struttura sintetica dell’inglese.”

RIFLESSIONI
Le riflessioni che concludono il rapporto parlano dunque di “un’evoluzione preoccupante”, perché “l’entrata quasi immediata nella vita pubblica di parole inglesi o presunte tali, attraverso i mass media, senza adattamento alle caratteristiche morfologiche e sintattiche del francese, porta alla saturazione, soprattutto perché molti anglicismi sono usati al posto di parole o espressioni francesi esistenti, con l’inevitabile conseguenza che gli equivalenti francesi sono gradualmente cancellati.”

Mentre in Italia c’è chi considera gli anglicismi solo come un “arricchimento”, dovremmo invece riflettere maggiormente sul fatto che possono costituire un depauperamento pericoloso, che scalza le parole italiane e le fa morire sostituite da quelle inglesi (i “prestiti sterminatori“), e impedisce alla nostra lingua di evolvere per via endogena e creare neologismi italiani. E anche se alcuni linguisti negano il fenomeno dell’itanglese e la validità delle mie analisi, nel rapporto dell’Accademia francese, in sintesi, trovo ciò che da tempo denuncio e sostengo nel caso dell’italiano, ma da noi tutto sembra essere ben più pesante.
Sul sito Campagna per difendere l’italiano è in atto da qualche tempo un’osservazione dei giornali italiani, francesi, spagnoli e tedeschi. Il numero degli anglicismi che compaiono da noi non è paragonabile a ciò che si registra sulle testate straniere. Nell’immagine si può vedere l’ultimo grafico inerente al periodo gennaio-febbraio:

UN DIVERSO TESSUTO SOCIALE E ISTITUZIONALE
Nel confronto con il francese, però, non c’è da tenere conto solo di questo divario numerico, ma anche del ben diverso contesto sociale, visto che lì esistono da tempo delle leggi e una politica linguistica che da noi non solo sono sconosciute, ma appaiono persino un tabù, perché evocano il fascismo.

La politica linguistica francese è poi intrecciata con l’opera sociale e culturale di innumerevoli istituzioni che promuovono e arricchiscono la lingua. E infatti il Rapporto ricorda che per molti degli anglicismi in circolazione esistono – e sono raccomandati nel linguaggio istituzionale – equivalenti francesi ufficiali fissati dalla Commissione per l’Arricchimento della Lingua Francese (CELF) ministeriale, che sono pubblicati sulla Gazzetta ufficiale con la consulenza dell’Académie française. E non solo, nel caso dei tecnicismi, gli equivalenti sono anche disponibili nella banca dati “FranceTerme“, messa a disposizione del pubblico dalla Delegazione generale per la lingua francese e le lingue di Francia (DGLFLF), “un servizio interministeriale collegato al Ministero della Cultura e incaricato di dirigere e coordinare la politica linguistica dello Stato, orientandola in una direzione favorevole al mantenimento della coesione sociale”.

In Italia nulla di tutto ciò esiste, e la nostra Gazzetta ufficiale ratifica gli anglicismi introdotti dai nostri politici o che arrivano dagli ambiti tecnologici. Privi di reti di protezione istituzionali e di una politica linguistica, siamo in balia di un liberismo linguistico che si trasforma in un anarchismo linguistico. E in questa situazione, dove i linguisti partono di solito dal presupposto di essere solo descrittivi, perché la lingua non va difesa, ma va studiata, il nostro ecosistema linguistico è schiacciato e rischia la frantumazione e la perdita della propria identità, perché si impone la lingua del più forte, l’inglese internazionale delle multinazionali e delle culture egemoni e dominanti.
Una terminologa seria come Maria Teresa Zanola ha notato come la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private ha favorito la coniazione di neologismi e che l’evoluzione della lingua francese è in questo modo piuttosto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008, p. 90). Ricorrere all’inglese, in Francia, diventa perciò una scelta sociolinguistica culturale o politica, tutto il contrario della situazione italiana dove la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo, gli anglicismi, da mouse a computer, sono presentati come “prestiti di necessità” e l’italiano non ha alcuna vitalità, perché ciò che è nuovo coincide sempre più con l’inglese.

Le conclusioni: perdita d’identità, nessuna trasparenza e fratture sociali

Unde malum? Che male c’è nell’usare gli anglicismi? Qual è il problema? Quali sono i rischi dell’interferenza denunciati dal Rapporto?
Il fenomeno è mondiale – scrive l’Accademia francese – e uno dei rischi è quello di una riduzione di tutte le lingue sotto un denominatore comune uniforme, artificiale e robotizzato.

“Mentre l’aggiunta di parole straniere per riempire le lacune evidenti nel lessico francese è benvenuta e a volte anche necessaria, è ormai chiaro che il loro afflusso massiccio, instabile e incontrollato sta danneggiando l’identità e forse il futuro della nostra lingua, come quella della maggior parte delle altre lingue.”

Il problema (lo ripeto anch’io da tempo) non sono i singoli anglicismi, ma la “propagazione massiccia e continua” di un vocabolario anglo-americano che produce un impoverimento del lessico francese, ma anche una discriminazione crescente tra la popolazione. Il lessico anglicizzato è spesso considerato a torto “universale” e comprensibile al grande pubblico, ma al contrario non è affatto accessibile a tutti né trasparente. Ciò porta al rischio di una frattura linguistica che è doppia: da una parte è sociale, perché esclude una parte della popolazione, e dall’altra parte è generazionale, perché “i più giovani sono particolarmente permeabili agli usi digitali e meglio in grado di assimilarli, ma tanto più esposti al rischio di essere confinati in un vocabolario limitato e approssimativo e di avere solo una scarsa padronanza della lingua” madre.

La conclusione del Rapporto è che “sembra esserci un rischio reale, non solo di una ridotta comprensione dei messaggi della comunicazione istituzionale da parte del pubblico a cui sono destinati, ma anche di una perdita di punti di riferimento linguistici. (…) Non si tratta di opporsi all’evoluzione del francese e al suo arricchimento attraverso il contatto con altre lingue. Spetta a tutti coloro che lo utilizzano prendere coscienza di questa proliferazione” di parole inglesi. Il fenomeno deve essere perciò oggetto di studi e di ricerca, e al di là delle mode, bisogna riflettere sulla reale efficacia del linguaggio istituzionale e agire “attraverso un’azione determinata, continua e diffusa, trasmessa spontaneamente da una molteplicità di agenti diversi per riconoscere, avvertire convertire.”

E in Italia? Una chiacchierata con Massimo Arcangeli

Peter Doubt è un traduttore madrelingua inglese che vive in Spagna, e gestisce il sito Campagna per Salvare l’italiano e l’osservatorio che confronta gli anglicismi sui giornali italiani con quelli degli altri Paesi. Qualche giorno fa mi ha invitato a una chiacchierata insieme al linguista Massimo Arcangeli, professore di linguistica all’Università di Cagliari, di recente sulle cronache di tutti i giornali per la sua petizione contro lo scevà.

A proposito dell’interferenza dell’inglese Arcangeli ha posto soprattutto il problema della trasparenza nella comunicazione, ha riconosciuto che il fenomeno non ha precedenti nella sua attuale dimensione, e ha lamentato una storica mancanza di una politica linguistica nel nostro Paese, soprattutto in una visione in grado di proiettarsi sul piano internazionale. Sulle sorti dell’italiano di fronte all’inglese sembra molto meno preoccupato di me, ed è più colpito dall’impoverimento del lessico delle nuove generazioni dove molte parole storiche che usiamo da secoli sembrano non solo essere usate sempre meno, ma persino sempre meno comprese, e dunque rischiamo di perderle insieme a un’ampia gamma di sinonimi che l’italiano ha a disposizione per descrivere uno stesso concetto con diverse sfumature.
Credo che il lessico dell’inglese attecchisca molto facilmente su un simile terreno.
Il dialogo tra il linguista, il traduttore e il “filosofo” (ma solo per il mio titolo di studi e per pormi nei confronti della questione della lingua con un approccio diverso da quello dei linguisti) si è poi allargato ad altri temi come quello della definizione dell’identità linguistica, del nostro tutelare la gastronomia ma non la lingua, dello scevà, dell’inglese internazionale…

Lo si può seguire a questo indirizzo.



9 pensieri su “Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata

  1. Analisi lucidissima, quella francese. Da un lato “consolatoria” perché il fenomeno non riguarda solo l’Italia, ma dall’altro sconfortante per mancanza di una voce analoga in Italia, come giustamente dici tu. Quello che trovo irritante, oltre agli anglismi, è proprio il pensiero che viene infiltrato in maniera strisciante, penso al ventiventidue o al dire “il presidente Usa”, come se si dicesse il “primo ministro Spagna”…
    Quanto all’inversione errata di cose tipo “delivery web”, tradisce il fatto che si pensa (per fortuna) ancora in italiano, ma che si vuole coscientemente usare l’inglese. Ci sono però dei casi ove non necessariamente il presunto attributo va prima. Mi riferisco a “Italia team” che dovrebbe essere “Team Italia” (ma non si sentiva il bisogno di specificare che gli atleti olimpionici fanno parte di una squadra), proprio come gli altri paesi, giustamente, dicono Team GB, Team Japan, Team NL ecc. Infatti lì il nome del paese non è un aggettivo, ma un predicato (se non erro).

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  2. Uno dei comandamenti della psicologia consiste nel fatto che se non si prende coscienza e non si ammette l’esistenza di un problema, non c’è speranza di uscirne.
    Ecco, mentre il fenomeno degli anglicismi si nota anche in Francia e Spagna, nei due Paesi esiste almeno una presa di coscienza del problema.
    In Italia mi sembra di capire che si è ancora alla fase di accettare la realtà. E dunque se tu – agli addetti ai lavori!- fai vedere i numeri duri e puri, loro travisano, tergiversano, negano, la buttano in casino, tirano fuori dalla soffitta la lista delle parole vietate di Mussolini, ti riprendono su un apostrofo sbagliato.
    Ci vuole pazienza.
    Tu ne hai tanta e ti invidio!

    Peter (Campagna per salvare l’italiano)

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    • Per prendere coscienza del problema bisogna anche studiare il fenomeno in modo serio, e non mi pare che in Italia lo facciano in molti, attualmente. Quello che mi colpisce dei “negazionisti” è che appunto negano la validità dei numeri, ma non sono in grado di falsificarli con altri numeri a loro favore. Dunque dicono che non sono giusti, o li interpretano attraverso pregiudizi cognitivi come “gli anglicismi son passeggeri” (senza dimostrare e quantificare), “la lingua dei giornali non è rappresentativa” e gli italiani parlano in modo diverso (dimostralo!), in “Francia proibiscono gli anglicisimi” (alternato a “anche in Francia ci sono gli anglicismi perché sono internazionalismi e proibire non serve”)… e via dicendo. Dunque hai ragione e ci vorrebbero delle sedute per gli “anglicisti anonimi”, per far prendere loro coscienza della dipendenza e della nevrosi compulsiva delle nostre scelte linguistiche come smart warking, green pass o caregiver. Ma c’è anche chi pensa che con tutti questi anglicismi siamo “più avanti” dei francesi sciovinisti, più moderni degli arretrati spagnoli. Chi nega l’itanglese, comunque, si pone al di fuori di ciò che avviene in tutto il mondo: non c’è Paese o quasi che non abbia coniato analoghe parole per descrivere il fenomeno, dal franglais allo spanglish, dal Denglisch a tutti gli analoghi che si trovano in Romania, Grecia, Russia, Giappone… e dovrebbe concludere che tutti gli studi all’estero, compreso questo rapporto dell’Accademia francese, siano frutto di “un’illusione ottica”, mentre l’illusione ottica è quella di chi, in Italia, chiude gli occhi davanti alla realtà per immaginarsela in altro modo.

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        • C’è anche chi è in malafede, ma molti sono semplicemente “ignoranti” nel senso che le loro argomentazioni ripetono quello che diceva Tullio De Mauro negli anni ’80, che a quell’epoca aveva un senso (ed era basato sui numeri che lo studioso ben conosceva e interpretava in modo statico senza cogliere però la dimensione crescente del fenomeno). Oggi quel senso non c’è più, e infatti proprio De Mauro ha cambiato posizione – davanti ai nuovi numeri e fatti – e ha parlato dello “tsunami anglicus” che attualmente ci travolge. Un terzo caso frequente sta nel vedere le cose in modo pregiudiziale, con categorie vecchie come quelle dei prestiti lessicali (che presuppongono che il fenomeno sia solo lessicale, e non anche morfologico, sintattico e con le prime enunciazioni mistilingue). Quando Galileo diceva ai tolemaici di prendere il cannocchiale e “guardare” gli rispondevano che il cannocchiale non era uno strumento attendibile, ma alla base quando un eliocentrista guardava il sole, non vedeva lo stesso sole di Galileo, perché entrambi guardavano il sole all’interno della propria teoria che ne presupponeva una diversa interpretazione.

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        • Alcuni sono in malafede, senza dubbio. Altri danno l’impressione di non essere interessati a dibattiti seri.
          Basti vedere il “decalogo” del Prof. Antonelli pubblicato il 6 Febbraio su un supplemento (“magazine” in itanglese) del Corriere della Sera.

          Poi c’è un linguista, un professore universitario, a cui non voglio dare pubblicità, che ripetutamente ha scritto (faccio una parafrasi molto fedele) “se noi italiani ci preoccupiamo, allora cosa devono dire gli inglesi che la loro lingua è composta dal 75% di parole straniere”. Non hai letto male, ha scritto proprio così. “Parole straniere”. Non di “derivazione straniera”, non con “radici straniere”, nessun “riferimento all’etimologia”.
          No, “parole straniere”.

          Come se io dicessi che parlo greco al 75% perché scrivo la frase “Secondo gli archeologi, i filosofi socratici inventarono un nuovo paradigma filosofico”.
          Sarebbe come dire che un allenatore di calcio dice che a calcio si gioca con le mani, o che New York è la capitale degli Stati Uniti.

          Potrei continuare con tanti altri esempi, ma non ne vale la pena.

          Peter

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  3. Ho già visto sabato scorso il video di Peter con te e Arcangeli, grandissimi complimenti.

    Qui ti segnalo anche un’altra conversazione di Peter, questa volta con Yasmina Pani, Giulio Mainardi e Lorenzo Di Lasplassas. Buona visione.

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