Anglomania compulsiva: dai singoli “prestiti” alle regole dell’itanglese

Mettiti comodo. Inspira profondamente. Adesso espira e rilassati… anzi relax!
E ora ripeti: no panic! No problem! No smoking! No comment, no global, no mask, no vax, no limits! Non c’è limite a queste espressioni.
Prendi fiato nuovamente e continua: no logo, no tax, no tax area, no fly zone, no fly list, no oil, no pain no gain, no show, no contest
No… Non si tratta di un metodo per imparare l’itanglese con l’ipnosi, è quello che accade quotidianamente con la sovraesposizione agli anglicismi da cui siamo bombardati nella panspermia del “virus anglicus”.

In questo modo siamo indotti a introiettare una regola, quasi senza accorgerci, e a far diventare questa combinazione di “no + qualsiasi cosa in inglese” una sorta di grammatica generativa “no italian” che ci permette di inventare i nostri pseudoanglicismi anche personalizzabili, anzi customizzabili, con la stessa logica di quel bambino che ha partorito un ormai celebre “petaloso” probabilmente derivato dal martellamento del linguaggio delle pubblicità e dal biscotto “inzupposo” del Mulino Bianco.

Era il 1980 quando Jane Fonda e le sue due colleghe vessate dal maschilismo del loro capoufficio erano inseguite dalla polizia, e nel baule della macchina avevano un cadavere. Nella scena del film Dalle 9 alle 5 orario continuato, per ben tre volte la protagonista gridava alle altre: “No al panico”, una scelta di doppiaggio insolita rispetto al più consueto “niente panico”.
Oggi l’espressione “no al panico” restituisce su Google circa 67.200 risultati, contro i 227.000 di “no panico”, e i 1.510.000 di “no panic” (la variante più italiana “niente panico” ne conta 319.000). La preposizione “al” è in declino per interferenza dell’itanglese, più che dell’inglese dove circola don’t panic, e ha portato a far diventare “no panic” persino un’icona grafica declinata in ogni modo.

Mario Draghi, Luca Zaia e Nando Mericoni

Perché mai dovremmo dirlo all’inglese?
Se lo è chiesto venerdì scorso Mario Draghi, con un atteggiamento inaudito nella nostra politica recente, quando ha interrotto ironicamente la lettura di un comunicato che gli avevano scritto con le parole smartworking e babysitting.
La risposta sta nella nostra alberto-sordità: ci sentiamo più belli, invece che ridicoli come Nando Mericoni interpretato da Alberto Sordi. Ma questo complesso di inferiorità si nutre di una sovraesposizione all’angloamericano sempre più dilagante che ci abitua e ci colonizza la mente in modo subliminale. Il numero e la frequenza degli inglesismi è tale che hanno fatto il salto, i “prestiti” lessicali sono ormai i trapianti linguistici che germogliano e stanno creando i primi abbozzi di una lingua creola, dove emergono delle nuove regole formative.

Se c’è il doping, il dribbling, lo shopping, il brainstorming, il body building, il bird watching, il baby sitting, il meeting… poi è normale l’accettazione della regola dell’ing (di inglese) per cui una prenotazione è booking, il cucinare cooking, la messa in piega brushing, il tirare fuori e l’esternare outing, la formazione a distanza e-learning… In questo modo si arriva alla creazione di pseudoanglicismi come il footing (dalla radice foot, diffuso anche in Francia), affiancato dai più ortodossi jogging e running, o il dressing per indicare il vestire (da to dress, ma in inglese dressing è un condimento per l’insalata, e per l’abbigliamento si parla di clothing).

E allora il presidente del Veneto Luca Zaia ha parlato dei caregiver, cioè i badanti o gli assistenti familiari, convinto che fossero gli autisti dei disabili; car evoca automobile e giver ricorda forse i guidatori sul modello di taxi driver. Certi lapsus sono freudiani. È in questo modo che l’interferenza dell’inglese agisce, e gli anglicismi si moltiplicano.

Classificare le espressioni inglesi una per una e chiamarle “prestiti”, come fanno i linguisti, significa isolarle dal loro contesto, e non essere in grado di comprendere ciò che sta accadendo. Il Morbus Anglicus non consiste più nell’importare singoli prestiti di “lusso” o di “necessità”, è una patologia psichica e sociale che porta alla coazione a ripetere, l’anglomania è diventata una nevrosi compulsiva.

Le espressioni inglesi vanno inquadrate e spiegate nelle loro relazioni.
Se le multinazionali del farmaco sono chiamate Big Pharma, poi accade che le piccole e medie e imprese del farmaco diventino le Small Pharma. Tutto questo ha una ripercussione anche sull’abuso delle maiuscole a inizio parola, che sono ormai diventate la norma per certe citazioni dall’inglese, per essere più fedeli all’originale, in una tendenza che sta facendo aumentare questo vezzo anche per molte espressioni italiane, alla faccia delle norme editoriali e della tendenza all’abbandono delle maiuscole reverenziali un tempo molto più diffuse.

Dal Corriere.it del 9/3/21

Work, working, worker(s) e key worker

La regola formativa delle desinenze in “ing” si affianca poi a quella delle desinenze in “er”.
Se c’è il working e il co-working ci sono poi i worker e i co-worker, come ci sono i rocker e i rapper (non i rocchetari e i rappatori), i blogger (non i bloggatori), i rider, i bomber (pseudoanglicismo calcistico) e gli stopper

Coach/coaching/coacher,
surf/surfing/surfer,
run/running/runner
questi non sono prestiti lessicali isolati! Il numero di queste parole è tale da trasformarsi in una regola per la formazione delle parole come in inglese!

Poco tempo fa mi hanno segnalato un articolo su OggiScuola che ripete sin dal titolo in maniera ossessiva “key worker” come fosse una normale espressione italiana comprensibile a tutti. In questo modo la si diffonde facendo sentire inadeguato e ignorante il lettore, che si colonizza all’itanglese: si dice così! Come? Non lo sai? Adesso te l’ho insegnato. Va e ripeti. Crescete e moltiplicatevi.
Con queste tecniche si controlla maggiormente il destinatario, invece di usare un linguaggio adatto a lui come nelle buone vecchie prassi del giornalismo. La comunicazione comprensibile e trasparente è stata sostituita dalla newlingua orwelliana. Il linguaggio è uno strumento di controllo e predispone il lettore attraverso i paroloni e l’inglesorum (il nuovo latinorum degli azzeccagarbugli) a uno stato psicologico di inferiorità che è funzionale a trasformare ogni suo eventuale “non sono d’accordo” con un: “No, ti sbagli, è solo che non hai capito”.

La spiegazione di cosa siano i key worker arriva solo alla fine, con strategia acchiappona che costringe a leggere l’articolo sino all’ultima riga: sono solo “le categorie di lavoratori le cui prestazioni siano ritenute indispensabili per la garanzia dei bisogni essenziali della popolazione”. Ma il lettore ci deve arrivare da solo combinando le radici che sono già diffuse. Non ci sono i lavoratori indispensabili, necessari, strategici, le figure chiave del lavoro, le mansioni perno… c’è una lunga spiegazione che fa sembrare l’anglicismo comodo e necessario, come se non avessimo equivalenti. L’italiano non esiste più, evidentemente è solo un modo patetico di esprimere un concetto nella nostra lingua obsoleta. Se una parola chiave è keyword (da digitare sulla tastiera-keyboard), i concetti chiave sono key, e i sistemi delle chiavi intelligenti sono venduti come keyless (che si appoggia a contactless, ticketless… e in generale all’italian-less).
Sull’altro versante, se il lavoro è work (work in progress, e-work, smart work e smart working, dove in inglese c’è ormai il lavoro e anche il lavorare), è chiaro che i lavoratori diventino worker ed e-worker – almeno fino a quando non verrà sdoganata la “s” del plurale che si trova sempre più di frequente (smart workers) – visto che le mansioni si esprimono sempre più spesso solo in inglese, e tra navigator e train manager, nascono così i sindacati dei rider(s) o dei pet sitter.

Dal Corriere.it del 16/2/21

L’aziendalese è ormai diventato itanglese e dunque nell’epoca delle riforme del lavoro chiamate jobs act (più digeribile di “abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori”), i vecchi centri per l’impiego si ribattezzano con job center, senza una reale ristrutturazione, mentre i lavoretti sfigati di precari che rappresentano i nuovi poveri sempre più dilaganti sono dei graziosi minijob, su cui si basa la gig economy, edulcorazione di economia selvaggia dello sfruttamento senza diritti. Il vezzo di esprimere l’economia in inglese ha avuto inizio alla fine degli anni Novanta con la bolla speculativa chiamata new economy. Ma allora come chiamare l’economia normale? Semplice: old economy. E in che altro modo, se no? E se ciò che è ecologico diventa green, l’economia verde diventa green economy, che si abbina molto bene anche alla blue economy, un accostamento per tutte le stagioni, dove anche i colori come il blu (adattamento del francese bleu) si anglicizzano sul red carpet della moda e tra total black e total white si procede verso tutte le sfumature di gray.

La grammatica dell’itanglese

Qui a essere prese in prestito non sono più le singole parole, ma sequenze logico-lessicali di ben altra portata, che possiedono le loro radici; vengono trapiantate porzioni di dna linguistico, che si innestano e moltiplicano come la gramigna in una versione transgenica e si ibridano con il nostro vocabolario storico tra parole e locuzioni realmente importate dall’inglese e quelle che prendono vita in modo autonomo, per le diverse forme o per i diversi significati rispetto all’originale.

Nella scorsa puntata di Piazza Pulita (condotta da Corrado Formigli su La7) un giornalista ha fatto un servizio su quello che si potrebbe definire “il dramma delle fake mask”, così ha detto, cioè vendute come certificate anche se non lo sono affatto. Queste mascherine non omologate, cioè false, contraffatte, taroccate sono state introdotte con un concetto in inglese. C’est plus facilesorry… è più easy! E non è il primo giornalista ad avere usato questa espressione, in una tendenza a usare i concetti-chiave in inglese, porli al vertice di una gerarchia linguistica e farli diventare una categoria, mentre all’italiano – lingua di rango inferiore – si ricorre solo all’interno degli articoli.

Dopo i fake e le fake news, vuoi vedere che presto nascerà la regola di fake + qualunque cosa in inglese?
I falsi positivi dei tamponi potremmo definirli fake positive, i falsi invalidi potrebbero diventare fake disabled(s), i soldi falsi fake cash, visto il successo di cash, del cashback istituzionale e del cashless, in una distruzione dell’italiano sempre più sistematica che ci sta portando verso il fake italian mescolato al fake english.

Questi “prestiti” dall’angloamericano non si riescono più a restituire, e soprattutto non sono come quelli che provengono dalle altre lingue: non sono statici, portano a un’ibridazione virale, si allargano nel nostro lessico e sono destinati a soffocarlo e a prendere il sopravvento.

Siamo appena agli inizi d’un processo di scadimento e frantumazione della lingua: solo crepe nei muri e qualche pavimento sconnesso. Ma bisogna intervenire, e bisogna farlo sia individualmente, sia nella scuola, sia attraverso i mezzi d’informazione e gli organi ufficiali”, scriveva nel 1987 Arrigo Castellani nel suo “Morbus Anglicus” (p. 153).

Purtroppo, da allora, gli interventi della scuola, dei mezzi di informazione e delle istituzioni sono andati nella direzione contraria, tutti hanno scelto di passare all’itanglese, invece di tutelare l’italiano. E il processo di frantumazione – il restyling della nostra lingua – ha oggi una dimensione tale per cui in molti ambiti le pareti sono crollate e nei prossimi decenni crolleranno anche i muri portanti e i soffitti. L’itanglese è ormai una lingua, e sta sviluppando le sue prime regole.

La parole di Draghi sono arrivate in modo inaspettato e sono importanti. La speranza è che non siano uno sprazzo, ma un segnale di cambiamento prossimo venturo.

53 pensieri su “Anglomania compulsiva: dai singoli “prestiti” alle regole dell’itanglese

  1. Quello che dispiace è che questo inaspettato e ben lieto guizzo di autocoscienza linguistica, da una persona come Draghi che ben conosce l’inglese e che non si può tacciare di “campanilismo”, è stato visto invece come un gesto “populista”, perché purtroppo culturalmente i nostri intellettuali sono fermi a cento anni fa, per cui qualsiasi cosa possa suonare come quando la diceva Lui, automaticamente è rigettata. E’ davvero deludente come Draghi sia stato fin troppo elogiato, anche al di là del buon gusto, ma neanche dal nuovo supereroe nazionale si accetta l’invito a parlare in italiano, in Italia.
    Il grado di cecità colposa mette davvero paura, mi sembra di essere tornati nell’Ottocento, quando a quel folle che osò dimostrare il funzionamento del sangue umano (ignoto per tutti i millenni precedenti) venne risposto che in effetti sembrava plausibile, ma visto che Aristotele diceva cose contrarie ha ragione Aristotele. Anche contro l’evidenza. Le migliaia di termini inglesi ficcati a forza nella nostra lingua, perfettamente sostituibili con termini italiani, sono spacciati come insostituibili e nessuno contesta, soprattutto se ogni servizio in TV ci dice che “l’italiano è una lingua viva e quindi deve essere sostituita dall’inglese”. Pensa se era una lingua morta…

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    • A dire il vero sono usciti anche dei pezzi sui giornali che hanno elogiato l’atteggiamento di Draghi, per es. Mario Ajello sul Messaggero, o Renato Farina su Libero… Purtroppo gli articoli dei giornali che condannano gli anglicismi in modo generico abbondano, ma fuori dal singolo pezzo di costume poi il loro linguaggio è uno degli elementi di massacro della nostra lingua più pesante. La speranza è che nasca ameno un dibattito sulla questione, tra gli aristotelici-angloentusiasti e chi, più galileianamente punta il cannocchiale e risponde: GUARDA! Guarda cosa sta succedendo, e invece di ripetere che le lingue evolvono ed è normale che evolvano studia COME si sta evolvendo l’italiano.

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  2. l’inghilterra ha colonizzato nei secoli tantissimi paesi, noi al massimo pezzettini di africa. quindi non è un caso che l’inglese sia molto più diffuso, è un merito. anche perchè serie tv e cantanti italiani non provano nemmeno a imporsi all’estero, quindi cosa cavolo pretendiamo?

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    • Il nuovo colonialismo culturale e di conseguenza linguistico è quello americano, che non ha a che vedere con gli eserciti e l’occupazione fisica dei territori ma con l’espansione della propria ideologia e delle proprie merci, ben rappresentata dall’espanzione delle multinazionali e dalla globalizzazione. L’itanglese non nasce però solo dalle pressioni esterne, ma dall’interno, dall’agevolare questo processo, invece di opporre delle resistenze come accade in Francia o in Spagna. E’ la strategia degli Etruschi che si sono sottomessi alla romanità senza guerre, finendo per esserne assorbiti e scomparire.
      Personalmente tento di fare la Resistenza.

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      • il punto è che è inutile fare resistenza se poi comunque l’italiano è parlato solo in italia, perchè per un’infinità di professioni uno deve porsi all’esterno in altre lingue. Personalmente penso che se l’italia non riesce ad esportare nè musica nè telefilm o film si merita assolutamente di finire nell’oblio linguistico. Non è un caso se in america fanno telefilm come fringe e qui fanno cose come che Dio ci aiuti

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        • Mi pare un ragionamento da colonizzato che guarda al modello inernazionale = americano. Posizione lecita e diffusa, personalmente sono dall’altra parte dalla barricata e con le armi in mano, e non le appoggio certo di fronte a chi mi dice che la mia resistenza è inutile. Sparo.

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          • no, non è un ragionamento da colonizzato. se in america ci sono musica e telefilm dieci volte migliori di quelle italiane, siamo noi a dover alzare il livello, piuttosto che chiuderci in noi stessi rifiutando ciò che è estero. per me oggi nel 2021 se uno non conosce almeno decentemente l’inglese, è molto limitato, specialmente su internet e in determinati settori

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            • Il livello dei prodotti culturali è soggettivo e determinato culturalmente, come l’etichetta di “migliore”; se alzare il livello significa adeguarsi allo stile hollywoodiano e uniformarsi dissento. Preferisco 100 volte il Kusturika balcano alla sua produzione hollywoodiana. Per fortuna c’è anche il cinema francese, spagnolo, italiano, ma anche quello giapponese e di mille altri autori di ogni parte del mondo, compresa l’Africa, che offrono stilemi diversi. E non si può confondere il successo commerciale internazionale o il botteghino con la qualità. Hollywood poi mi pare in grossa crisi, ultimamente sforna quasi solo rifacimenti chiamati remake, reboot, sequel, prequel, spin-off e mette in scena i supereroi dei fumetti
              II punto comunque è un altro, tornando alla lingua: conoscere l’inglese e mescolarlo con l’italiano sono due cose diverse. E quando lo si fa spesso si conosce poco l’italiano.

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              • Hai ragione. Io per quanto riguarda il cinema hollywoodiano preferisco fermarmi fino alla metà dello scorso decennio. Purtroppo gli attuali film hollywoodiani (salvo recenti eccezioni come Alita, Avatar oppure opere d’autore come quelle di Nolan o Del Toro o simili ) sono diventati sempre più mediocri rispetto ad una volta e lo dico per gli stessi motivi già elencati sopra (cioè che ormai la maggioranza sono tutti riciclaggi di storie già conosciute, per di più storpiati o politicizzati rispetto ai film originali di partenza) ; vorrei anche aggiungere che questi nuovi film d’azione (soprattutto quelli dei supereroi) non hanno più trama, sono tutti impostati alla stessa maniera ripetitiva (prima invece era non erano così ) e sono pure pieni di incongruenze o forzature messe così a caso senza un filo logico.

                È per questo che io ho chiuso con la Hollywood attuale; piuttosto se voglio vedere film hollywoodiani preferisco recuperare quelli “vecchi” fino agli anni 2000 (come i film di Spielberg, Cameron, Zemekis o simili…).

                Inoltre allo stato attuale sono anche divenuto un grandissimo appassionato dell’animazione giapponese (infatti adoro i film d’animazione dello studio Ghibli e mi guardo sempre le serie anime, che adesso le trasmettono pure in digitale).

                Ho pure riscoperto il valore del cinema italiano, sia vecchio che nuovo (dopotutto chi l’ha mai detto che in Italia ci sono solo i cinepanettoni?) .

                E sto apprezzando anche il cinema europeo non italiano (mi hanno colpito “Il favoloso mondo di Amelie” e “Lui è tornato”) così come il cinema orientale (mi piacerebbe tanto recuperare i film di Kurosawa per esempio).

                Per quanto riguarda le serie TV, io generalmente non sono un amante dei telefilm (infatti le uniche serie TV che seguo spesso e volentieri sono quelle animate giapponesi; poi ci sono casi in cui mi capita di seguire gli sceneggiati italiani con la famiglia ).

                Sempre a proposito della “decadenza” di Hollywood mi ricordo questo vecchissimo articolo del 2015 della defunta rivista Prismo che ne discuteva (attenzione : l’articolo in questione è pieno di itanglese: http://www.prismomag.com/leta-del-sequel/)

                Spero di non essermi sgasato troppo con il tema del cinema… 😅

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                • Anche gli investimenti di Hollywood sono ormai stati spostati sulla prudizione delle serie, da quante ne so. In ogni caso non mi pare che si possano mettere sullo stesso piano i flm pensati per il mercato mondiale, che prevedono importanti investimenti produttivi ma soprattutto distributivi, come quelli americani, con prodotti locali o d’autore. Citi Avatar che è stato il film più dispendioso della storia, credo, e anche la sua promozione e distribuzione non si può paragonare a un film di Almodovar o di Martone. Un prodotto di questo tipo, non importa se sia cinematografico, televisivo o musicale è pensato e promosso a livello globale, e i suoi risultati non si possono paragonare a quelli di produzioni locali e non per la loro qualità; come un prodotto della Microsoft si afferma sul mercato per altri ragioni rispetto a un programma analogo e potenziamente anche migliore che però non ha la stessa risonanza. E’ un problema di dimensioni, non di qualità.

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            • C’entra poco il livello dei prodotti. Noi importiamo dagli Stati Uniti di tutto sia quelli buoni che quelli medi che quelli scadenti. Se ci limitassimo solo ai contenuti di qualità l’importazione calerebbe del 70-80%. E’ un problema di egemonia.Loro hanno il controllo della distribuzione, basta vedere con quale facilità si siano sviluppati mostri come Netflix o come Amazon Prime, ma anche prima di loro le case di distribuzione più importanti erano tutte statunitensi. E questo vale per la cinematografia, la televisione, la musica. Le loro multinazionali si espandono nel pianeta a seguito del dominio che il paese ha in tutti gli altri ambiti a partire da quello militare impongono così un’economia di scala alla quale nessuno può resistere offrendo abbonamenti a prezzi stracciati dentro i quali poi veicolano di tutto: il loro stile di vita, la loro cultura, la loro mentalità, gli attori, la musica e naturalmente il modo di parlare.Naturale che da dentro questo calderone si sviluppi la contaminazione e l’egemonia linguistica come ultimo atto di una subalternità in base alla quale siamo ormai abituati ad identificare quel paese come il punto di arrivo di qualsiasi ambizione anche intellettuale, quando invece dovremmo renderci conto che nel mondo ci sono tante culture che ne costituiscono la ricchezza che non sono affatto da meno, anzi, e che dovremmo abituarci a considerare tutte come meritevoli della stessa attenzione, prima fra tutte naturalmente la nostra.

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              • non sono d’accordo. se fossero prodotti buoni, non ci vorrebbe nulla a tradurre in tutte le lingue ed esportare i nostri prodotti. ma la mentalità spesso porta a non provare nemmeno a proporsi all’estero…io nel mio piccolo ho tradotto alcuni miei ebook in inglese e li ho messi online…quella ventina di vendite mensili negli stati uniti ce le ho 😀

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                • Sì ma il mito che pubblicare in inglese porti un autore locale a diventare un successo è da sfatare, come quello della piccola azienda innovativa e decentrata che conquista il mondo. Per un caso del genere ce ne sono un milione contrari: sono i prodotti delle multinazionali a conquistare il mercato globale, per questioni di egemonia appunto, e non il locale a imporsi nel mercato americanizzato. Detto questo ti auguro di vendere tantissimo, per carità. Ma i successi discografici seguono altre logiche. Una casa discografica investe su alcuni autori, che significa fargli pubblicare un disco all’anno, garantirgli i passaggi in radio, in tv, sui giornali… lavorare in perdita per anni. Alla fine questi investimenti puntano a far esplodere un ramazzotti di turno che con il suo successo ripaga tutta la baracca, compresi gli investimenti di quelli che non emergono. Il mercato editoriale si basa sulle stesse logiche. La Mondadori investe e pubblica 300 libri all’anno fino a che spunta un Saviano che ripaga l’investimento complessivo, Se esci dal mercato interno, quello americano funziona allo stesso modo, ma per dimensioni degli interlocutori è di ordini di grandezza ancora più enormi e ha la forza di fare investimenti globali. La qualità è un fattore secondario.

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            • Una cosa é imparare e parlare bene una lingua straniera (cosa buona, giusta, utile e interessante).
              L’altra cosa é mischiare senza motivo creando un calderone stile-creolo che alla fine é spesso:
              1) incomprensibile
              2) ridicolo
              3) sbagliato non in una, bensí in due lingue
              4) tossico per come contribuisce alla morte della lingua piú debole.

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                • Verissimo, “una lingua straniera” ultimamente è diventata solo una subdola espressione manipolativa usata per glissare sul fatto che si intende invece l’inglese. Anni fa (e ora si dovrebbe ricercare se sono riusciti veramente a cancellarla, ma non credo) era passata anche da noi la raccomandazione UE di studiare almeno DUE lingue straniere comunitarie (ora proporranno l’inglese e l’americano? Comunitario comunque non sarebbe più).

                  Però non sono d’accordo sull’essenzialità dell’inglese (importante ok, ma non essenziale), affermazione pericolosa che porta a stabilire l’imprescindibilità del suo studio, ma si è comunque così esposti all’inglese che si può anche farne a meno (affermazione che posso fare in quanto il mio curriculum vitae ne è fieramente del tutto privo e sinceramentte non ne ho mai sofferto, conoscendo altre lingue. Poi, chiaramente, nolens volens uno lo tira su comunque a un livello base o anche medio, nelle abilità passive).

                  Draghi potrebbe veramente risultare l’asso nella (nostra) manica: possiamo raccogliere tutte le firme che vogliamo, ma è fondamentale che ci sia qualcuno di indubitabile spessore e non facilmente discreditabile a parlare contro l’itanglese. Allora veramente altri si sveglierebbero e si potrebbe aprire un dibattito e a te, Antonio, i giornali non censurerebbero più tanto facilmente le richieste cestinandole.
                  Ah, questi complessi di inferiorità assoluta…

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                  • L’essenzialità dell’inglese è una prassi dovuta all’imporsi in tutto il mondo della lingua di un Paese egemone, un po’ come il latino dell’epoca imperiale. Questo imporsi, di fatto, come lingua dominante veicolare, naturalmente pone dei problemi etici, visto che non è una lingua neutrale, come per es. l’esperanto, bensì la lingua madre di alcuni popoli che la impongono a tutti gli altri attraverso il loro rapporto di forza, e in questo modo risolvono il problema della comunicazione internazionale semplicemente facendo sì che tutti parlino la loro lingua (mentre loro tendenzialmente non studiano seconde lingue e godono di un vantaggio economico e comunicativo non indifferente). Il disegno di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo fatto dall’inglese veicolare, però, è appoggiato dall’interno dai provvedimenti legislativi di Paesi come l’Italia, dove ormai è l’unica lingua o quasi che si studia a scuola, e dove sorgono norme discutibili come la riforma Madia, o l’obbligo dell’inglese nei Prin. Il problema nasce dunque dall’essere l’inglese – di fatto – una lingua veicolare nel mondo del lavoro, della scienza e di molti ambiti (e volenti o nolenti dobbiamo tenerne conto); ma dall’altra parte non è certo l’unica soluzione per risolvere il problema della comunicazione sovranazionale. Inoltre, dati alla mano, non è vero che sia comprensibili a tutti, anzi, in Paesi come l’Italia o il Giappone è conosciuto da una minoranza, e anche malino. In sostanza, anche se per motivi pratici si spinge a farne una lingua essenziale, questo progetto a noi non conviene. In questo quadro il plurilinguismo non è più considerato una ricchezza, ma un ostacolo alla comunicazione globale. In Europa si è passati all’inglese come lingua di lavoro sormai dominante, paradossalmente con l’allargamento e l’entrata dei Paesi dell’ex blocco sovietico, per motivi pratici. C’è chi dice che costa meno che usare una babele di lingue che paralizza tutto, ma anche la democrazia è un “costo” nel fare le elezioni, e certi costi sono ben spesi. Soprattutto questo “costi” non riguardano i Paesi anglofoni, e anche questa è una bella ingiustizia. In sostanza il problema è molto complicato da risolvere, perché la prassi si scontra con l’etica. Diciamo che una riflessione sarebbe opportuna, invece di dare per scontato che l’inglese globale sia una realtà e la sola realtà possibile.

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                    • D’accordo con Gretel peró anche con Antonio.
                      É irritantissimo che in Italia “parlare una lingua straniera” sia ormai l’equivalente di “inglese”.
                      Qui in Spagna, il francese é diventato obbligatorio dalla 5ª elementare in poi.
                      E il GoetheInstitut é protagonista di molte campagne per promuovere il tedesco.

                      Io, che purtroppo l’inglese lo parlo da nativo, faccio di tutto per non parlarlo (a parte esigenze di lavoro, guarda che paradosso).
                      L’anno scorso ero per lavoro in un hotel di una cittá spagnola di dimensioni medie.
                      In ascensore, un turista statunitense mi fa una domanda in inglese.
                      Gli risposi in spagnolo dicendo che (cioé fingendo, giacché sono per metá inglese) di non parlare quella lingua. So che fu stupido da parte mia.
                      Peró mi infastidí il fatto che non chiese nemmeno in mezzo spagnolo “¿Habla inglés” o nemmeno in inglese “Do you speak English?”. L’arroganza di iniziare a parlare in inglese con un totale sconosciuto in una terra dove l’inglese non si parla.

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            • scrittoreimpenitente: ma tu ti rendi conto delle TONNELLATE di spazzatura televisiva che gli Stati Uniti esportano??? E ti rendi conto che nel tuo ragionamento non includi il fatto che le grandi case di produzione e distribuzione cinematografiche hanno fondi ( cioé $) che in altri Paesi si possono solo sognare?

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        • Scusa se intervengo di nuovo, ma tecnicamente l’italiano si parla anche in Svizzera, San Marino,. Vaticano (Papa Francesco lo usa anche all’estero), Istria e credo anche in Argentina. 🙂
          Comunque, anche se si parlasse solo a San Marino, non è una buona ragione per non parlarlo tra di noi. Poi con gli stranieri (che spesso capiscono l’italiano, invece) parliamo pure “altre lingue” (ad es. l’inglese, una a caso). Il punto è che se si parla italiano si parla italiano, se si parla inglese si parla inglese e possibilmente bene e capendo cosa si dice, non “car ghiver”.

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          • La comunità italofona nel mondo è piuttosto ampia… ma hai ragione, anhe se non lo fosse il punto è il plurilinguismo, che è un valore come lo è la biodiversità. L’inglese internazionale sta portando a un genicidio linguistico impressionante, studiato da autori come Claude Hagege, David Crystal o lo scrittore africano Ngugi wa Thiong’o che racconta la perdita delle lingue nel Continente Nero. In Europa c’è il caso Islanda che è preoccupante. La lingua è parlata solo lì, loro non sono un mercato internazionale appetibile e Netflix ha deciso di non tradurre in islandese. I giovani stanno abbandonado l’islandese con la logica del che lo praliamo a fare? E passano all’inglese. In Islanda però ci sono resistenze per tutelare la propria lingua ed esiste persino la figura del neologista che crea ufficialmente parole islandesi sostitutive degli anglicismi. Resistenze inutili, evidentemente, per il pensiero unico dominante che si augura di distruggere le minoranze e di inglobarle.

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          • faumes, mi trovi completamente d’accordo.
            É vero che l’italiano non é una lingua internazionale alla stregua, per esempio, dello spagnolo (560 milioni di persone e presenza integrale in 3+ continenti (Spagna a parte, dagli USA fino alla Terra del Fuoco, nella Guinea Equatoriale, Sahara Occidentale e le Filippine) o il francese (come lingua ufficiale o seconda lingua come nell’Africa del Nord).
            Peró, al contrario di lingue di pochi milioni di persone come l’olandese o il danese, l’italiano partiva da una certa forza.
            Il fatto stesso che il Papa ne faccia da sempre uso in tutti i viaggi ufficiali é un fattore notevole (e lo dico da persona agnostica).
            Si sarebbe potuto cercare di fomentarlo a Malta, in Corsica, persino in zone come l’Albania dove negli anni 90 emerse una vera e propria ossessione per le cose Italiane (dalla moda al calcio, ecc).
            E invece nulla. In ritirata totale.
            É in tema, quello linguistico, sul quale gran parte del popolo italiano, normalmente rabbioso quando si tratta di difendere ricette gastronomiche, vini DOC e il calcio, é COMPLETAMENTE INDIFFERENTE.

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            • Il punto è proprio quello da te indicato. Per questo da anni combatto la mia battaglia culturale per provare a fare riflettere tutti su questo tema, e sull’importanza della nostra lingua — così amata all’estero — come tratto d identificazione da difendere e di cui andar fieri.

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      • Ciao, ti spiego quel fatto di “No al panico”. Casualmente proprio in un altro film con Jane Fonda, “Sindrome cinese”, notai che il doppiaggio era fatto in modo di far corrispondere il più possibile certe vocali enfatizzate, per dare di più l’ìimpressione che l’attore parlasse in italiano. Quindi “no al panico” si sovrappone meglio al movimento labiale di “no panic” rispetto a “niente panico”, che sarebbe l’espressione naturale.
        Non saprei dire se questa attenzione nel doppiaggio si è persa o se anche allora era solo sporadica.

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        • Credo anche io che nel doppiaggio entrino in gioco elementi di brevità/aderenza al movimnto labiale. La cosa interessante è che nel 1980 la preposizione “al” era ancora necessaria nell’italiano, mentre da allora è scomparsa. Oggi nessuno la userebbe più.

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    • Ciao, non è vero che serie e cantanti non provano a imporsi, dipende solo dal pubblico del mercato in cui si sbarca. Ad es. nel mondo ispanofono devi cantare in spagnolo, ma artisti come Pausini e Carrà (per citare i più famosi) hanno sempre avuto successo. Nel nord Europa invece i cantanti italiani spopolano cantando in italiano, dalla Germania alla Russa passando per la Scandinavia. E te lo garantisco io che ci sono stato in quei luoghi e ho sentito la musica.
      Quanto alle serie, dipende anche lì. In Inghilterra spopola Montalbano e la Bbc ha trasmesso anche il Giovane e un’altra serie gialla (in italiano con sottotitoli). Anche Il Nome della Rosa è andato in onda, ma essendo una coproduzione era girato in inglese, per cui più… digeribile. Da questo punto di vista comunque il mercato anglosassone è ancora più chiuso del nostro, a mio avviso.
      Ovvio poi che i prodotti statunitensi hanno il vantaggio della lingua più diffusa e una potenza pubblicitaria e produttiva non indifferente.

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      • I prodotti italiani hanno un potenziale economico enorme in tutto il mondo, ma invece di sfruttarli li chiamiamo made in italy, italian design… le cose sono più complesse dei successi musicali o cinmatografici, che comunque esistono, basti pensare all’industria alimentare e alle contraffazioni chiamate prodotti italian sounding

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      • scusami ma quello che dici è falso. nessun cantante italiano fa dischi d’oro o di platino in europa, al massimo in sud america cantando in spagnolo. e paragonare il fatto che il nome della rosa sia andato in onda in inghilterra all’immensa popolarità di quasi tutte le serie famose che sono statunitensi è assurdo

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        • Che l’italiano venga esportato mi interessa poco sinceramente – in realtà è spesso apprezzato e a volte all’estero usano anche qualche parola italiana per dare una connotazione un po’ elegante al contesto (potrei citare il titolo “Avanti avanti” del supplemento di notissimo giornale tedesco di una o due settimane fa, ma ci sono pure cantanti, anche sconosciuti in Italia, ma di successo all’estero), il punto è che invece in ITALIA dovrebbe essere parlato (e scritto…), non violentato in questa maniera becera, con motivazioni fasulle, come dimostrato da Antonio, in nome del “suona più figo e pure scientifico”.

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          • Diciamo che l’esportazione culturale dei prodotti è legata anche a quella linguistica; mi pare che l’italiano sia deprezzato anche in questo ambito, e per esempio è assurdo che non sia più lingua del lavoro in Europa. Credo che la tutela e la promozione della nostra lingua debba essere fatta sul piano interno ma anche su quello estero. Il che non significa imporre l’italiano agli altri, questo lo lasciamo al colonialismo basato sull’inglese, ma almeno esportare le nostre eccellenze nella nostra lingua, come fanno tutti.

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  3. Quasi dimenticavo Zoppaz: che ne dici di provare a contattare Draghi ? Il presidente della Crusca Marazzini si è già fatto avanti, ma ora resta da fargli conoscere anche la tua iniziativa, sia con il dizionario AAA e sia con la comunità Attivisti dell’Italiano. Sono sicuro che potrebbe apprezzare volentieri. 😉

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  4. Edizione straordinaria ! Oggi, all’ora di pranzo, ho visto un servizio del Tg2 dedicato proprio al problema dell’abuso di anglicismi in Italia (con la menzione dell’affermazione di Draghi). Era ora che la televisione ne tornasse a parlare! 😀

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  5. Sito fantastico, questo.
    Sinceramente, grazie.
    Da persona con doppia cittadinanza, che visse in Italia da bambino, pensavo di essere l’unico a essere completamente impazzito nel vedere come si sta distruggendo la lingua italiana dagli anni 80 ad oggi.

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    • Grazie. Molti italiani all’estero percepiscono il problema dell’invadenza degli anglicismi come reale e grave, molto più di chi è immerso nel flusso anglicizzante quotidiano e si abitua (ma c’è persino chi lo nega). Questo sentore mi è arrivato chiaro da italiani che vivono in Paesi non anglofoni, come l’Argentina, ma anche da quelli anglofoni come l’Australia. Una gionalista del Globo (rivista australiana) mi chiedeva stupita come mai i colleghi residenti in Italia non seguono la buona regola della trasparenza e di usare parole italane, quando ci sono le alternative (buona regola di usare parole autoctone in voga anche nelle testate e nei manuali di scrittura anglofoni, del resto). Paradossalmente l’italiano resiste meglio nelle comunità italofone fuori dai confini, forse perché lo amano molto più di più di noi che lo sviliamo con i nostri mischioni.

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      • E infatti é interessante che sia stato Mario Draghi il primo, dopo anni di abusi linguistici da parte di politici italiani di TUTTI i colori politici (da Renzi a Conte, dalla Meloni ai 5Stelle, ecc). Proprio lui che ha vissuto molti anni all’estero e l’inglese, quello vero, lo parla benissimo.

        Io ho doppia cittadinanza Italia e Regno Unito. Vivo in Spagna dove é un piacere vedere che ancora si traduce (quasi) tutto e quello che non si traduce viene messo (quasi) sempre “tra virgolette”.
        Ma ogni volta – prima del Covid, certo – che andiamo a visitare i miei parenti in Italia (mia moglie é britannica), lei si mette a ridere nel vedere gli strafalcioni angloidi kitsch da tutte le parti e io mi vergogno.

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