Una proposta di legge per l’italiano

Dopo le parole di Draghi sugli anglicismi che lasciano sperare in una maggiore sensibilità sulla questione rispetto alle precedenti legislature, e visto che a 4 mesi dal suo inoltro non è pervenuta alcuna risposta alla petizione sull’abuso dell’inglese al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ho provato un’altra via per rivolgermi alle istituzioni.


L’articolo 50 della Costituzione prevede che i cittadini possano rivolgere petizioni per provedimenti legislativi, e seguendo i canali previsti, insieme a qualche altro sottoscrittore, ho presentato oggi un proposta di legge alla Camera e al Senato.

Di seguito rendo pubblico il testo dell’iniziativa.

Questo è il mio modo di omaggiare i 700 anni dalla scomparsa di Dante: non con le celebrazioni retoriche, le chiacchiere e i musei, ma con i fatti e le iniziative concrete perché la nostra lingua possa continuare a vivere.
E prossimamente…
(continua).

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Petizione per provvedimenti legislativi a tutela e promozione della lingua italiana minacciata dall’abuso dell’inglese

Petizione presentata e sottoscritta ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione da Antonio Zoppetti e da Daniele Tarricone, Giorgio Cantoni, Luigi Quartapelle, Giancarlo Consonni, Jean-Luc Laffineur, Bruna Zambrini.

Premessa

L’espansione dell’inglese globale legato ai fenomeni di mondializzazione sta stravolgendo in modo consistente l’assetto di tutte le lingue del mondo, ponendo gravi problemi di snaturamento delle identità linguistiche locali. Questo fatto ha delle ripercussioni concrete su molti aspetti della società, da quelli storico-culturali a quelli, molto più pratici, legati alla comprensione e alla trasparenza da parte dei cittadini di fronte alla comunicazione mediatica, lavorativa e anche istituzionale. Il fenomeno dell’anglicizzazione, in Italia molto pesante, non ha perciò nulla a che vedere con questioni astratte legate al “purismo”, alla “lotta ai barbarismi” o alle chiusure davanti all’internazionalizzazione che caratterizza la nostra epoca. È un problema di numeri e di buon senso.

Qualche dato

♦ Dallo spoglio dei dizionari risulta che dal 1990 a oggi, gli anglicismi non adattati sono passati da circa 1.700 a 4.000 (cfr. Devoto Oli).*
♦ Dalle analisi di dizionari come Devoto Oli e Zingarelli emerge che tra le parole che sono nate negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi crudi rappresentavano circa il 3,6%. Questo numero negli anni Sessanta è salito a quasi il 7%, negli anni Settanta ha superato il 9%, negli anni Ottanta il 16%, negli anni Novanta il 28% e oggi costituisce quasi il 50% delle parole nate negli anni Duemila. A preoccupare non sono solo la sproporzione e l’aumento esponenziale, ma il fatto che nel Nuovo millennio l’italiano sta cessando di evolvere per via endogena, e ciò che è nuovo viene espresso principalmente in inglese crudo.
♦ Passando dalla presenza delle parole inglesi alla loro frequenza, tutti i dati mostrano che gli anglicismi sono usati sempre più spesso dai mezzi di informazione, e hanno colonizzato il lessico di tanti ambiti strategici della nostra lingua: l’informatica, la formazione, il lavoro, l’economia, la tecnologia, la scienza… (in alcuni settori l’italiano ha perso la capacità di esprimersi con il proprio lessico) e sono entrati in modo molto ampio persino nel linguaggio politico, delle leggi e delle istituzioni.
♦ Dagli ambiti di settore gli anglicismi stanno poi penetrando sempre più anche nel linguaggio comune e addirittura in quello fondamentale: nel dizionario delle 7.000 parole “di base” di Tullio De Mauro (quelle che compongono oltre il 90% dei vocaboli utilizzati normalmente) nel 1980 si contavano una decina di inglesismi, ma nell’edizione del 2016 sono decuplicati e ce ne sono 129.

Il problema non sta nelle parole come bar, film, sport o scanner, che in buona sostanza si pronunciano e scrivono secondo le nostre regole e producono ibridazioni italiane (barista, filmare), né nell’accettazione di anglicismi ormai storici, bensì nella quantità e frequenza di quelli nuovi che violano il nostro sistema fono-ortografico e stanno creolizzando il nostro lessico e il nostro patrimonio linguistico.

* Per avere un parametro di riferimento: i francesismi erano e sono nell’ordine di un migliaio, gli ispanismi nell’ordine di un centinaio o poco più, lo stesso vale per i germanismi, mentre per le altre lingue l’interferenza si esprime attraverso le decine di parole.

La situazione negli altri Paesi

Il ricorso sistematico e compulsivo all’inglese da alcuni decenni sta portando a una trasformazione dell’italiano storico in una lingua ibrida che è stata definita itanglese,* sul modello del franglais di cui si parla in Francia. In Spagna il fenomeno è chiamato spanglish, in Germania Denglisch, e ovunque sono nate analoghe definizioni: il greenglish denunciato recentemente dall’ex ministro dell’Istruzione greco Georgios Babiniotis, il runglish della Russia post-comunista, mentre in Asia c’è l’hinglish per l’hindi, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, il japish o l’englanese per il giapponese, e via dicendo.

Stando a numerose ricerche effettuate attraverso l’analisi delle testate giornalistiche, che rispecchiano l’andamento più generale della lingua, tra le lingue romanze solo nel caso del romglese, la variante del rumeno, il numero degli anglicismi è simile al caso italiano, mentre la loro penetrazione in Francia e in Spagna non è paragonabile alla nostra, né per il numero né per il rilievo.

Le ragioni di questa diversa situazione sono storiche e culturali, ma soprattutto politiche. Lo spagnolo è parlato in una ventina di Paesi e le accademie di ognuno di questi lavorano in modo coordinato per mantenere l’uniformità della lingua sovranazionale anche con sostitutivi agli anglicismi. In Francia, la legge Toubon è arrivata dopo una serie di altri provvedimenti legislativi che hanno attraversato i governi di destra e di sinistra, dai tempi di De Gaulle a quelli dei mandati socialisti. All’estero in molti hanno da tempo compreso il problema e varato politiche linguistiche e provvedimenti. In Islanda esiste ufficialmente persino la figura del neologista, visto che l’islandese è una lingua davvero a rischio, in Europa. In Italia non siamo mai intervenuti, e l’approccio del “liberismo linguistico” si sta trasformando in un anarchismo selvaggio dove la nostra lingua è schiacciata dall’egemonia dell’inglese. L’italiano è paradossalmente più tutelato in Svizzera – dove il question time si chiama l’ora delle domande – che nel nostro Paese: lì negli ultimi anni si sono fatti enormi investimenti per la promozione dell’italiano visto che davanti al francese e al tedesco risulta in minoranza, nel loro modello plurilinguista.

* Dalla semplice importazione degli anglicismi stiamo passando alla nascita di nuove “regole” per la formazione delle parole: dilagano centinaia di ibridazioni come screenare; se usiamo work, di conseguenza paliamo anche di working e worker, spesso ormai declinato con la s del plurale workers; ricombiniamo le radici inglesi in espressioni come smart working o covid hospital e covid free, si afferma la regola del “no + inglese” in espressioni come no mask, e in pseudoanglicismi come no vax, no panic

In conclusione

Queste sono le premesse che ci hanno spinto a presentare la seguente proposta per la promozione della lingua italiana e un disegno di legge a sua tutela.
Il 2021 è l’anno delle celebrazioni dantesche e dell’istituzione del Ministero per la transizione ecologica: crediamo ci si debba finalmente occupare anche della tutela della lingua italiana in una prospettiva legata al tema dell’ecologia linguistica, oltre che ambientale. L’uscita del Regno Unito dall’Europa, infine, potrebbe essere l’occasione anche per rilanciare la nostra lingua come lingua di lavoro nella UE e promuoverla maggiormente all’estero.

Di fronte a un’anglicizzazione sempre meno sostenibile, chiediamo perciò che si intervenga a tutela dell’italiano con la costituzione di un organismo ufficiale dello Stato che operi almeno attraverso tre diverse prospettive: la promozione culturale, la legislazione e la valorizzazione all’estero che può rappresentare un’enorme risorsa economica.

Di seguito 11 punti concreti di intervento.

§ Misure di promozione della lingua italiana e contro l’abuso dell’inglese

1) Avviare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese

Lo hanno già chiesto oltre 4.000 persone in una petizione rivolta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori e i canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale e le “pubblicità progresso”, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

2) Dare il via a un’analoga campagna nelle scuole

Servirebbe a fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

3) Emanare linee guida e raccomandazioni per il linguaggio dell’amministrazione e quello istituzionale

Questo approccio è già stato inaugurato con un certo successo – e con la consulenza dell’Accademia della Crusca – per la femminilizzazione delle cariche lavorative. Si potrebbero emanare analoghe linee guida e raccomandazione anche per evitare l’abuso degli anglicismi, come è stato fatto per esempio in Svizzera (qui un esempio: https://www.bk.admin.ch/bk/it/home/documentazione/lingue/strumenti-per-la-redazione-e-traduzione/raccomandazioni.html).

§ Interventi legislativi

4) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro

In Francia è vietato e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per le loro violazioni. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro, mentre nascono i sindacati dei rider o dei pet sitter.
Con un approccio alla francese,* magari più moderato, dovremmo fare in modo che le mansioni di lavoro si esprimano in italiano, per rispetto della nostra lingua, dei cittadini e della trasparenza loro dovuta. Per le nuove professioni espresse solo con nomi in inglese, ancora una volta il ruolo della Crusca potrebbe essere strategico nell’individuazione e nella coniazione di sostitutivi italiani.

* Gli articoli 6, 7 e 8 della legge Toubon, volti alla tutela dei lavoratori, precisano che i contratti di lavoro, le offerte d’impiego e i documenti interni all’impresa, imposti ai lavoratori o a loro necessari per lo svolgimento del lavoro, siano compilati in francese.

5) Valorizzazione dell’Accademia della Crusca

Al contrario delle accademie di Francia e Spagna, la Crusca non ha oggi un ruolo “normativo” e la sua storica missione lessicografica della costituzione di un vocabolario ufficiale le è stata sottratta ai tempi del fascismo. Senza arrivare a una sua ricostituzione o rifondazione, in modo più morbido, si potrebbe però rifinanziarla e investirla di un potere più forte e più ufficiale, rendendola un punto di riferimento per la politica linguistica come organo principale di consulenza, e coinvolgendola in un’opera di individuazione, ma anche di creazione, di sostituivi italiani agli anglicismi, potenziando il Gruppo Incipit e ufficializzandolo. Le accademie di Francia e Spagna coniano neologismi alternativi a quelli inglesi che vengono poi promossi da campagne mediatiche, e molti di essi, anche se non tutti, vengono poi recepiti dai parlanti e dai giornali con successo. Ciò costituisce un arricchimento della lingua locale, invece che una sua regressione.

6) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano

Anche se la Corte Costituzionale si è espressa più volte sancendo che l’italiano è la lingua ufficiale, questo aspetto non è chiaramente espresso nella Costituzione e si potrebbe aggiungerlo come nella Costituzione francese, e come la Crusca ha proposto un paio di volte senza successo. Nell’articolo 12, dove si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, si potrebbe aggiungere che l’italiano è la lingua ufficiale. Ciò non pregiudica né l’utilizzo delle lingue regionali né le minoranze linguistiche già esplicitamente tutelate in altri articoli.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione

La lingua dell’università, della scuola e della formazione deve essere l’italiano, e l’insegnamento non può avvenire attraverso l’erogazione esclusiva di corsi in inglese, come di fatto sta accadendo in alcuni atenei (il caso del Politecnico di Milano è il più eclatante). Questo è un diritto degli studenti e degli italiani che non può essere cancellato, fatto salvo che le scuole straniere, pensate per accogliere studenti di cittadinanza straniera, o gli istituti che erogano insegnamenti a carattere internazionale, sono esclusi da questo obbligo.

8) Ripristinare l’italiano come lingua dei Prin

I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano, non solo in inglese (mentre l’italiano è ridotto a un’inutile opzione facoltativa); il diritto di rivolgersi alle istituzioni italiane o europee in italiano non può essere messo in discussione.

9) Cancellazione dell’obbligo di conoscere l’inglese, come unica seconda lingua, nella pubblica amministrazione

La riforma Madia (legge n. 124 del 7 agosto 2015, “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, articolo 17, lettera e) ha sostituito l’obbligo di conoscere una lingua straniera come requisito per i concorsi nella pubblica amministrazione con l’obbligo della sola lingua inglese. Si tratta di un principio che va contro il plurilinguismo inteso come valore e ricchezza culturale e porta all’affermazione della sola lingua inglese indipendentemente dall’ambito. L’obbligo di conoscere una seconda lingua, dunque, dovrebbe essere ripristinato, e solo a seconda dell’ambito si potrebbe specificare che coincide con l’inglese (laddove questa lingua è realmente un requisito), altrimenti si tratta di un provvedimento discriminatorio.

§Valorizzazione dell’italiano all’estero e sul piano internazionale

10) Adoperarsi perché l’italiano ritorni a essere lingua di lavoro in Europa

L’Italia dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea, e lavorare perché ritorni a essere lingua di lavoro, come lo era un tempo, e come oggi lo sono l’inglese, il francese e il tedesco. L’uscita del Regno Unito, oltretutto, rende di fatto l’inglese una lingua madre minoritaria rispetto a quelle comunitarie, parlata solo in Irlanda e a Malta, che hanno però indicato come lingua ufficiale il gaelico e il maltese; dunque è possibile spingere maggiormente verso un modello multilingue che non escluda l’italiano, nell’interesse del nostro Paese e di tutti i cittadini.

11) Trasformazione della lingua italiana in un bene da esportare

Il governo dovrebbe lavorare per promuovere maggiormente l’italiano all’estero, visto che gode di una nomea molto apprezzata. Basti pensare ai prodotti alimentari dal nome italofono – un fenomeno che non esiste per i prodotti francesi o spagnoli – che rappresentano una fetta di mercato enorme.
Questo progetto può attuarsi attraverso la creazione di posti di lavoro per l’insegnamento, ma anche attraverso la valorizzazione della cultura e della lingua italiana in tutto il mondo, che può trasformarsi in una grande risorsa economica. In questo processo, anche le denominazioni delle nostre manifestazioni, eventi e e iniziative dovrebbero essere in italiano, invece di puntare a progetti di cui ITsART, da poco presentato ufficialmente per promuovere la cultura italiana in tutte le sue forme (tranne la lingua), rappresenta l’ennesimo caso di rinuncia all’esportazione del nostro patrimonio linguistico.

12 pensieri su “Una proposta di legge per l’italiano

  1. Complimenti, splendida iniziativa! È vero, Antonio, spesso in televisione e sui mezzi di comunicazione quando si parla delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante si sentono spesso solo chiacchiere inutili e della vuota retorica. Finito il servizio in cui se ne parla, si passa subito ad altri servizi in cui, citando temi di attualità, si parla dei “droplet”, del “contact tracing”, dei “Covid hospital”, dei luoghi “Covid free”, si descrivono le attività di chi in “lockdown” lavora in “smart working” sui suoi “device” e nel tempo libero guarda film in “streaming” e prenota cibo sul suo “smartphone” con le “app” di “food delivery”, consegnato a casa dai “rider”. Solo per fare “qualche” esempio… La situazione peggiora di giorno in giorno, non se ne può veramente più. C’è un’impermeabilità generale (o quasi) riguardo alla questione degli anglicismi inutili nell’italiano. Speriamo che qualcuno prenda in considerazione la vostra petizione!

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  2. Credo che siano proposte che meriterebbero d’essere prese in considerazione e ampiamente discusse nell’opinione pubblica, che però sembra assai distratta al riguardo.

    Esprimo però le mie riserve su un punto, quello della costituzionalizzazione della lingua italiana, scottato dall’esperienza francese, dove tale passo, pensato per rafforzare la lingua nazionale do fronte all’inglese, di fatto s’è rivelata invece un ostacolo alla tutela delle ben più precarie lingue minoritarie o regionali.
    Se costituzionalizzazione dev’essere, essa dovrebbe a mio avviso venir formulata in modo molto attento non solo a non compromettere i diritti già riconosciuti agli alloglotti, ma anche a non sbarrare la strada ad auspicabili (anche se al momento improbabili) nuovi sviluppi a favore del plurilinguismo, che concernessero anche aree e idiomi sinora igorati dalla legislazione linguistica.
    Forse potrebbe essere un modello la costituizione spagnola, però occorre evitare che il principio di possibile coufficialità sul territorio della lingua nazionale e d’una lingua regionale o locale significhi che le istituzioni locali non possano (com’è stato iol caso della Valle d’Aran) dare priorità (nel rispetto ovviamente dei diritti di quanti non la parlano) alla seconda, priorità a mio avviso in certe situazioni t a t t i c a m e n t e necessaria in una prospettiva s t r a t e g i c a di bilinguismo (nel senso che la lingua divenuta più debole nelle società dovrebbe essere la più forte nelle istituzioni).

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    • Non sono così esperto in materia, e ho precisato che l’inserimento non dovrebbe pregiudicare i diritti già menzionati in Costituzione delle lingue minoritarie. Su questo aspetto, che ritorna più volte nei nostri scambi, credo sia più competente lei. Nello spirito della proposta c’è appunto la difesa dall’inglese senza alcun intento discriminatorio verso le lingue minoritarie.

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    • Guardi, signor Giovanni.
      Magari arrivassimo a quel problema lí.
      In questo momento c’é una vera a propria emergenza che riguarda la morte rapida della lingua italiana.
      Non é certo l’abuso dall’angloide/itanglese che salverá le lingue di minoranza in Alto Adige o in altri luoghi.

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      • Non penso affatto che l’itanglese favorisca le lingue di minoranza, non vedo da quali mie parole lo si possa dedurre!
        Al contrario, io credo che tutelare le lingue “deboli” (cioè “più deboli” dell’italiano) favorisca anche la lingua nazionale, perché significa attribuire valore alla pluralità linguistica e riconoscere la dignità d’ogni lingua, a prescindere dalla sua diffusione e importanza economica. . Ad esempio l’obbligo di bilinguismo italiano-tedesco nelle isituzioni, nel Sud-Tirolo, protegge verosimilmente anche l’italiano dalla pressione dell’inglese.

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