L’itanglese è la lingua di moda nella moda

Il linguaggio della moda un tempo era dominato dal francese, ma ormai questa lingua è sempre più démodé e il settore ha subito un totale restyling anglicizzato. Nel Duemila è l’inglese a essere trendy e cool. Quelli che un tempo si chiamavano fuseaux adesso sono i leggins, dalle paillette si passa al glitter, dalle culottes a slip, boxer e push-up. I colori: dal blue e dal marron di derivazione francese al green ecologico, al red carpet, al total white e al total black. Agli indumenti ormai storici come cardigan, montgomery, pullover, golf (di cashmire, shetland e via dicendo), bluejeans, t-shirt e moonboot, si aggiungono shorts, bag e tutta una serie di outfit nelle taglie obbligatoriamente small, medium, large o extralarge, mentre le scarpe da ginnastica sono diventate le sneaker. Il settore intero si colorisce sempre più di fashion e di glamour. I parrucchieri sono hair stylist, la bellezza è beauty, fatta di makeup, lipgloss, peeling, lifting e fitness. Non importa se alcune di queste parole non siano inglesi (per es. lifting si dice face lift), ciò che più importa è che suonino inglesi.

Il settore della moda è sempre stato infarcito di esotismi, perché per evocare ciò che è nuovo e di moda non c’è niente di meglio di qualche parola straniera che nasconda dietro il suo suono spesso poco comprensibile chissà quali novità. E i primi anglicismi del settore sono arrivati proprio attraverso il francese. In un articolo de La Stampa del 1914 che riferiva delle mode di Parigi, all’epoca il modello culturale più forte, si può leggere:

“Una partita di polo (…) o almeno di footing o di tennis è necessaria. Beninteso, occorre prima passare da Strom a provvedersi del costume di circostanza: i tacchi alti per il footing, lo sweater col taschino visibile a distanza per il tennis, il golf per il golf, e via di seguito”.

La Stampa, martedì 10 febbraio 1914, “Lettere da Parigi Il Galanteo”, p. 3.

In queste righe si vede come dalla Francia abbiamo importato pseudoanglicismi come footing (in inglese jogging) o come golf, cioè la maglia che si usava per giocare a golf (“il golf per il golf”) che in seguito si sono ampliati di molte parole dal suono inglese ma che non sono in uso nei Paesi anglosassoni, come slip o pile. Ma questo articolo centenario aveva un tono ironico che adesso non c’è più. Il nuovo linguaggio della moda si prende terriblmente sul serio, e suona comico – anzi ridicolo – solo alle orecchie di un profano:

Ormai sta sostituendo tracolle, hand bag e clutch, dopo decenni in cui è stato annoverato tra i fashion horribilia, retaggio degli anni ’90, oggi la waist bag torna protagonista sulle passerelle delle collezioni primavera-estate 18, conquista star (…) e invade le gallery dedicate allo street style. Versione vintage per Gucci che punta su pelle e tessuti logati. In nappa con lunghe frange per Alexander Wang. Colorata e sporty per Marc Jacobs. (…) Insomma ormai sdoganata come accessorio casual e sportivo, la waist bag conquista per la sua praticità e non si indossa solo ed esclusivamente alla cintola.

Tratto da Vogue

Il senso di questo pezzo, per chi come me fatica a comprenderlo, è che il marsupio è tornato di moda, purché lo si chiami waist bag, naturalmente, altrimenti rimane qualcosa di cafone. Tolte le preposizioni, le congiunzioni e i verbi, la metà dei sostantivi e degli aggettivi, in questa lingua della vergogna, è in inglese. L’intero sito di Vogue è in inglese o itanglese (come è facile constatare), dagli articoli all’interfaccia. E quando il marsupio tornerà a essere out, di sicuro sarà sostituito con qualcosa di nuovo, ma sempre espresso in inglese.

“I look così realizzati presentano uno stile gentleman all’americana tra elementi preppy e dandy, attraverso una scala di grigi che abbraccia texture a contrasto e trame materiche (MF Fashion-7 feb 2018).

Questa è la lingua dei giornali di settore e delle fashion blogger.

Se un giornalista finisce a lavorare nel settore deve usare questo linguaggio suo malgrado. Perché questa è LA lingua imposta dall’alto delle strategie editoriali che puntano a un destinatario, anzi target,  per cui non è più possibile usare l’italiano.

“Ieri sono impazzita per capire se la clutch è una borsetta a mano o con la chiusura a scatto – mi ha detto avvilita un’amica che è finita a scrivere per una rivista del genere – “Qui è un orrore: il rosa è immancabilmente pink, una cosa luminosa è sunny, la tracolla è saddle bag e così via…”

Per la cronaca: clutch in italiano è una borsetta senza manici, fino al secolo scorso indicata preferibilmente con il francesismo pochette. L’etimo indicato dai dizionari è: ellissi di clutch (bag) “borsetta senza manici”.

Un ultimo esempio eclatante:

La pink obsession nel mondo food sta raggiungendo livelli altissimi. Prima il purple bread in stile mossa di avvicinamento, poi le rape rosse assurte a livello di superfood senza rivali (per i dolci e anche per i salati). Il picco con il cioccolato rosa che ha mandato in tilt tutte le foodies del mondo, instagrammabilissimo, perfetto in ogni sua sfumatura, derivato da una speciale fava di cacao coltivata in Costa D’Avorio e sopratutto poco zuccherato

da MarieClaire: La limited edition del Kit-Kat rosa vi farà desiderare tantissimo di vivere in Giappone (eeeeh!)

Se dalla moda si passa ad altri linguaggi di settore come quello dell’informatica, del marketing o dell’aziendalese le cose non sono molte diverse.

L’itanglese sta colonizzando settore dopo settore moltissimi ambiti dove non è più possibile dirlo in italiano, e non perché ci manchino le parole, ma perché dell’italiano ci si vergogna e l’inglese è trendy, o forse è un po’ troppo incool!

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7 pensieri su “L’itanglese è la lingua di moda nella moda

  1. A proposito degli pseudoanglicismi e falsi amici adottati dal francese, smoking è un’abbreviazione impropria di smoking jacket (come golf da golf coat) e identifica un tipo di abito che in inglese invece è noto come tuxedo. Sempre da francese, slip ha come modello il verbo inglese per “scivolare” in riferimento alla facilità con cui si indossano gli slip (in inglese esiste un indumento che si chiama slip ma è la sottoveste).

    Pile invece non arriva dal francese ma è un’abbreviazione impropria di pile fabric, locuzione settoriale perché normalmente in inglese il tessuto è noto come fleece, a sua volta da polar fleece (in francese polaire).

    Anche montgomery è un falso amico: in inglese si chiama duffel coat.

    Tra gli accessori da donna aggiungo lo pseudoanglicismo shopper, una borsa dalla forma squadrata e due manici, in pelle o altri materiali, che è un’abbreviazione impropria di shopper bag.

    Infine, è piuttosto curioso il caso di body, entrato in italiano come pseudoanglicismo dall’abbreviazione impropria di body suit. Dall’italiano poi si è diffuso in varie altre lingue europee e quindi anche in inglese, provocando così una risemantizzazione della parola body che ora anche nel Regno Unito indica l’indumento femminile in un unico pezzo, sgambato e allacciato nella parte inferiore.

    Moonboot invece è un esempio di volgarizzazione del marchio Moon boot®, quindi in origine un nome proprio e per questo non lo includerei tra gli anglicismi.

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    • Buongiorno. 🙂 Alle ottime precisazioni di Licia mi permetto di aggiungere poche cose.

      In inglese pile, detto comunemente fleece, come ha ben specificato Licia, si usa nel lessico tecnico dei tessuti: è il filo tagliato o l’occhiello di filo che sporge in verticale, come nel velluto, nel peluche o nei tappeti: il “pelo”, appunto. Il termine inglese deriva direttamente dal latino pilus. Come tessuto in sé, il pile è una fibra sintetica ottenuta dal poliestere nel 1979 dall’azienda Malden Mills, che depositò il marchio col nome Polartec negli Usa. Meglio non usarlo impropriamente al plurale, invece, perché piles in inglese sono dette familiarmente le emorroidi. 😉

      In inglese britannico slip non è solo la sottoveste (che si chiama più spesso anche petticoat), indumento ormai sempre meno usato, ma comunemente è soprattutto la canottiera (da donna!), quella che da noi qualcuno chiama “maglia della salute”, per intenderci. Basta fare una ricerca con Google immagini con “slip” per vederne parecchie.

      È vero che il montgomery italiano in inglese è detto comunemente duffel coat o duffle coat, però Montgomery coat, dal nome del generale Montgomery, che lo rese famoso, in UK non è proprio del tutto inesistente. È ancora usato per certi modelli costosi di duffle coat. Come questi, per esempio: https://www.dufflecoatsuk.co.uk/ Si può anche trovare, se raramente, nella forma abbreviata Monty coat. Ma, certo, normalmente si chiama duffle coat.

      Infine, il body da danza o da ginnastica in inglese si chiama leotard.

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      • Grazie Emy per queste precisazioni, mi hai anche chiarito da dove viene “pile”, perché non lo sapevo… pilus, certo, dunque si può mettere in relazione con quello che circola anche in italiano come “pilling”, la formazione dei bioccoli, batuffoli, pallini o grumi sulla superficie dei tessuti.
        Un saluto

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        • Su pile e pilling aggiungo che non c’è relazione tra le due parole, a parte l’origine dell’etimo che in entrambi i casi è latino (ma diverso): pile / paɪl/ deriva da pilus, “pelo” e pill / pɪl/ di pilling da pilula, “piccola palla”. Nel caso ti incuriosisse l’argomento: Il pile, un falso amico potenzialmente imbarazzante (il significato del titolo si può già capire grazie alla precisazione di Emy ;- ) ).

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          • Buongiorno. 🙂
            No, Antonio, pile e pilling non sono parenti etimologicamente, come ben racconta Licia sopra.
            Licia, grazie: ho letto solo adesso il tuo post sul pile del lontano 2010: ottimo, come sempre. Dicevi le stesse cose che ho sintetizzato sopra (e altre interessanti).

            Antonio: un ultimo paio di cosine. Si scrive legginGs (è questa l’ortografia nel mondo anglofono). In Italia purtroppo sono prevalentemente (ma non sempre!) noti con la grafia errata *leggins.
            E si scrive cashmere (sia in inglese sia internazionalmente), non *cashmire. Ogni altra grafia, come *cachemere, *cachemire ecc., indica una lana di falso cashmere. 😉
            Interessante blog. Ciao! 🙂

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  2. Grazie Licia per questi esempi;

    – su “smoking” circolano anche altre versioni etimologiche, una di queste farebbe risalire l’indumento a una giacca che si usava per le stanze dove si fumava, da quel che so è un etimo controverso, però quello che scrivi è abbastanza accreditato e suppongo anche io che sia come dici.

    – “Pile” non ho detto che derivi dal francese, rimane una parola per me misteriosa come origine, anche perché il marchio registrato del tessuto era Polartec, ma non saprei da dove arrivi pile, e nemmeno nelle altre lingue come si dice.

    – “Montgomery” deriva da B.L. Montgomery, un generale inglese che vestiva così e dunque da giacca alla Montgomery è diventato semplicemente montgomery.

    – “Moonboot” certo è un nome commerciale, ma proprio come tampax, scottex, scotch, kway. fisher, flit, fresbee, e tanti altri è entrato nell’uso comune perdendo questa caratteristica, ed è a tutti gli effetti un anglicismo.

    Su “body” infine, ho scoperto che è entrato nell’inglese con l’accezione di indumento leggendo un tuo vecchio pezzo, ma non ne ero a conoscenza prima… però il meccanismo che dici che la decurtazione, dall’italano si è estesa ad altre lingue è interessante e da approfondire, credo che riguardi per es. anche “beauty case”, invenzione italiana ma che sembra che nell’ultimo decennio si sia diffusa anche in Francia, vai a sapere perché.

    Un saluto

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